Calcio. Padroni e presidenti: il vero totem del pallone

Padroni e presidenti: il vero totem del pallone

Porto sicuro, interesse, immagine. Potere. Se si vuole di romanticismo, passione, anche. I perché di una insistenza, di una volontà di esserci ancora e sempre che esprime il club dei nomi grossi di un calcio italiano agganciato ancora al secolo passato, agli anni che iniziano con il numero uno. Starne fuori, missione impossibile: ecco dunque che, siano istituzionali o private, le poltrone senza un proprietario sono calamite irresistibili per i naviganti navigati, a cominciare da quella teoricamente più importante, da quella della presidenza della repubblica calcistica, la Federazione. La Figc in scadenza di commissariamento che avrebbe forse già avuto un destino scritto se una legge approvata a inizio anno sui mandati del Coni e delle federazioni sportive – che stabilisce l’incandidabilità dopo tre mandati – non impedisse la nuova ascesa di Giancarlo Abete, entrato nei palazzi di Via Allegri nel 1989, autoaffondatosi dopo sette anni di governo in occasione del fallimento azzurro al Mondiale brasiliano.

Lo volevano l’Associazione Calciatori di Tommasi, gli arbitri, lo volevano le sempiterne Lega Dilettanti e Lega Pro, eterni snodi del potere federale. Non lo voleva invece il presidente del Coni e fresco ex-commissario di Lega AGiovanni Malagò, che con l’appoggio del governo centrale (specie l’anima leghista), vuole il supermanager al vertice della piramide del pallone: Giuseppe Marotta, Re Mida di questi felici anni juventini. L’ a.d. della famiglia Elkann è saldamente alla guida, lui sì che è tutto meno che alla ricerca di un centro di gravità permanente. Certo, la sfida potrebbe essere affascinante per uno cresciuto nel calcio, che nel 1981 – aveva 24 anni – aveva già costruito il Varese di Fascetti, il “casino organizzato” che andò a un passo dalla Serie A.

L’eventuale sì di Marotta alla Figc sarebbe sicuramente studiato e pilotato con la proprietà bianconera, che con il presidente Andrea Agnelli a capo dell’Eca (l’associazione europea dei club) e il suo fresco ex capo della dirigenza alla guida del calcio italiano si ritroverebbe in una posizione raggiunta solo anni addietro dal Milan. Anno 2002 e seguenti, Adriano Galliani presidente della Lega Calcio e Silvio Berlusconi presidente del Consiglio, uno strapotere “corollato” da quello del campo, con la squadra guidata da Ancelotti capace di vincere in Italia e in Europa. Galliani e Berlusconi, inscindibili, usciti insieme dal palcoscenico nell’aprile 2017 e insieme già pronti a rientrare da una porta a sorpresa, ma non troppo, piccola, ma vicina a casa e al cuore. Il Monza e a Monza sognano, l’accordo del duo che ha fatto la storia rossonera (e del calcio italiano) con il proprietario Nicola Colombo – figlio di Felice, presidente del Milan della Stella – è cosa fatta: il presidente biancorosso ha confermato ieri di voler cedere il 95% del club a Berlusconi.

La macchina del tempo può tornare in fondo agli anni ’70, quando il dirigente (e in seguito vicepresidente) Galliani, geometra e imprenditore, cercava di portare la piccola società del giardino di casa nell’Olimpo apparentemente irraggiungibile della Serie A. Una volontà ribadita, nuovamente, anche pochi giorni fa, alla faccia delle leggi del tempo e – forse – di dinamiche del calcio che sono completamente cambiate anche per due come loro, che di questo cambiamento sono alla radice. Qualcuno ha ironizzato, il Milan non ha portato avanti il progetto della “squadra B” e ora ecco il Monza dell’eterno presidentissimo; battuta, illazione, fondo di verità, chissà. Quello che è certo e che due club li posseggono sul serio Claudio Lotito e Aurelio De Laurentiis, e la Salernitana di Lotito vive in Serie B, alle porte del campionato in cui gioca la Lazio. E nel caso? E se i granata della Campania trovassero il guizzo buono, l’anno perfetto? Come non detto, niente A, a meno che l’iperattivo imprenditore romano decida di venderla seduta stante.

Un problema non da poco che tuttavia sognano – ma solo in questi giorni non facili – anche i tanti tifosi del Bari, stella di un campionato ufficialmente dilettantistico, la Serie D in scena al San Nicola che ha ospitato una finale di Coppa Campioni, il Mondiale, bizzeffe di Juventus, Milan, Inter. Di Napoli che passa da rivale di campanile a fratello maggiore, a punto di riferimento. De Laurentiis pensa in grande, a una rincorsa in tempi brevi che passa dai pro e contro di una piazza troppo grande, troppo importante per essere poi mantenuta come una sorta di succursale in caso – probabile – di rapida risalita.

E il bello è che prima del magnate del cinema, la porta dei biancorossi pugliesi era stata socchiusa da un altro imprenditore, importante, facoltoso, appassionato. Ma anch’egli uomo di un calcio fa: Massimo Moratti. Ci ha pensato, la voglia lo ha sfiorato, lo ha confessato al Giornale pochi giorni or sono, in tempo utile è riaffiorata la razionalità sommersa, nei lunghi anni interisti, dalle ragioni del cuore. Quelle che i nuovi ricchi italiani, se ne esistono, hanno silenziato sul nascere. Cercansi dirigenti nuovi, volti diversi: e nel frattempo, forse Zamparini sta vendendo il Palermo. A 77 anni, e due società dopo, attenzione a un altro totem del pallone che non si sgonfia mai.

Avvenire

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