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Arte e liturgia: Mosè

Mosè è forse il personaggio più popolare dell’Antico Testamento e il ruolo che ha svolto nella storia del popolo ebraico ha fatto sì che i primi cristiani gli dedicassero un posto significativo nell’arte. Sono le prime immagini nelle catacombe di Priscilla e dei Ss. Pietro e Marcellino a stabilirne l’iconografia, che si mantiene più o meno inalterata sia in Oriente che in Occidente, anche se quella orientale sviluppa soprattutto la figura di Mosè nella scena della trasfigurazione. Fino alXsecolo Mosè è rappresentato come un giovane imberbe, come il Cristo dei primi secoli, ed è vestito di tunica e pallio, calza i sandali e ha in mano la verga per percuotere la roccia. Solo in epoca successiva diventa il legislatore con barba bianca, talvolta bipartita, e capelli lunghi, che porta le tavole della Legge.

Due sono le scene fondamentali che hanno creato il prototipo figurativo di Mosè: il profeta che fa scaturire l’acqua dalla roccia e Mosè sul Sinai. Esse ritornano spesso negli affreschi delle catacombe, sui sarcofagi, vetri, avori, suppellettile sacra.

Mentre nell’arte romanica è raro che sia rappresentato al di fuori del racconto dell’Esodo, nelle chiese paleocristiane la sua storia è spesso rappresentata nell’arco trionfale, dove compare sui mosaici, con allusioni e riferimenti a figure del Nuovo Testamento e della Chiesa, particolarmente a Pietro, scelto per guidare il nuovo popolo di Dio. Si è, infatti, sviluppato fin dai primi secoli un ciclo iconografico sulla sua vita, che spesso è correlato alla vita di Gesù. I mosaici della navata di Santa Maria Maggiore (V sec.), ad esempio, sviluppano un repertorio che diventa testo figurativo per molti artisti. Compaiono scene dell’infanzia e giovinezza di Mosè; il matrimonio, la missione, la partenza dall’Egitto, il miracolo della manna, la battaglia contro gli Amaleciti, gli esploratori di Canaan, la morte e sepoltura.

Basilica di Santa Sabina (V sec.; A foto CENSI)

Basilica di Santa Sabina (V sec.; A foto CENSI)

Sulle porte della basilica di Santa Sabina (V sec.; A ) i miracoli di Mosè sono associati a quelli di Cristo: l’analogia fra le due figure, entrambe guida del popolo ebraico, è evidente (10 episodi della vita di Mosè e 14 di Gesù). Intorno al 1100 Onorio di Autun scrisse alcuni testi dedicati alle concordanze tra Antico e Nuovo Testamento e la sua opera ebbe grande influenza sull’arte medievale, soprattutto negli oggetti d’uso religioso, ma anche al di fuori delle arti plastiche la concordantia Veteris et Novi Testamenti divenne un tema corrente.

L’abate di Saint-Denis, Sugero, venne influenzato dall’opera di Onorio e rappresentazioni tipologiche vennero introdotte nella chiesa della sua abbazia, dove su una vetrata è inciso: «Quello che Mosè ancora nasconde lo rivela la dottrina di Cristo».

Core di Botticelli (Nm 16,1ss; B),

Core di Botticelli (Nm 16,1ss; B),

Anche nella Cappella Sistina avvenimenti della vita di Mosè sono contrapposti con altrettanti avvenimenti della vita di Cristo: Mosè e Cristo, le due grandi autorità dell’Antico e del Nuovo Testamento. Ad esempio La punizione di Core di Botticelli (Nm 16,1ss; B), un soggetto raramente rappresentato, raffigura la sollevazione del popolo contro Mosè; il suo corrispondente è La consegna delle chiavi a Pietro in cui l’autorità del Papa viene consacrata dal testo evangelico.

Core di Botticelli (Nm 16,1ss; B),

Core di Botticelli (Nm 16,1ss; B),

Gli episodi del ciclo iconografico comprendono:

  1. Mosè salvato dalle acque (vedi a Dura Europos:C );

  2. Mosè uccide l’egiziano e nasconde il cadavere;

  3. Mosè al roveto ardente;

  4. Mosè fa ritorno in Egitto per liberare il suo popolo;

  5. Le dieci piaghe;

  6. Il passaggio del Mar Rosso;

  7. La traversata del deserto e la “Pioggia di manna”

  8. Mosè fa sgorgare l’acqua dalla roccia;

  9. Mosè prega sulla montagna con le braccia alzate per vincere gli Amaleciti;

  10. Mosè riceve le tavole della Legge;

  11. Il vitello d’oro;

  12. L’arca dell’Alleanza;

  13. Il serpente di bronzo;

  14. Il grappolo della terra promessa;

  15. La morte di Mosè. Nel primo episodio il piccolo Mosè, adagiato nella cesta, richiama l’immagine del bambino Gesù nella mangiatoia, così come il suo salvataggio richiama il Salvatore che sfugge alla strage degli innocenti.

Un capitello molto originale della chiesa di Saint- Nectaire illustra la scena in maniera pittoresca: un uomo allontana con un bastone tre coccodrilli che, con le fauci spalancate, minacciano il bambino, mentre la figlia del faraone si china su Mosè disteso su una navicella, la cui simbologia richiama l’arca di Noè con cui condivide lo stesso vocabolo ebraico. In una miniatura della Bibbia di Digione,

Rupnik, cappella delle Suore adoratrici a Lenno (foto WWW.SUOREADORATRICI.IT)

Rupnik, cappella delle Suore adoratrici a Lenno (foto WWW.SUOREADORATRICI.IT)

invece, vediamo la figlia del faraone che salva Mosè prendendolo per il polso, che nel codice simbolico medievale indica la protezione. Il racconto ha interessato anche artisti come Poussin e Tiepolo e fra i contemporanei c’è Rupnik (D) che nella cappella delle Suore adoratrici a Lenno (Co) presenta il bambino nella cesta che la sorella Miriam, con le braccia protese, quasi affida alla giovane figlia del faraone con uno sguardo d’intesa fra donne.

Notre Dame, (foto WIKIPEDIA.ORG)

Notre Dame, (foto WIKIPEDIA.ORG)

Uno degli episodi più rappresentati è sicuramente quello di Mosè al roveto ardente, che evoca simbolicamente la presenza di Dio (E : vetrata a Notre- Dame, Parigi).

Mosé nell'atto di togliersi i calzari (foto WIKIIMEDIA)

Mosé nell’atto di togliersi i calzari (foto WIKIIMEDIA)

La facciata della cattedrale di Nîmes gli dedica un bellissimo bassorilievo: si vede Mosè in ginocchio davanti al roveto, dal quale emerge il busto di Dio, il che è certamente molto strano nel Medioevo, ma ancora più sconcertante è la presenza di un cane; mentre nel mosaico di San Vitale a Ravenna si evidenzia l’atto di togliersi i calzari (F).

Il tema nel Medioevo ha grande successo ed è interpretato come segno e figura dell’incarnazione; l’immagine del roveto ardente è stata usata anche per porre l’accento sull’integrità verginale di Maria, rimasta sempre intatta come il roveto di Mosè e quindi immagine dell’Immacolata concezione. Nel Piccolo ufficio della Santa Vergine Maria si trova un testo che può giustificare questa rappresentazione: «Rubum quem videtur Moyses incombustum, conservatam agnovimus tuam laudabilem virginitatem, sancta Dei Genitrix»; in special modo la tela di Nicolas Froment (1475) nella cattedrale di Aix-en-Provence ne è l’esempio più significativo. In una vetrata di Saint-Denis l’immagine è accompagnata da iscrizioni che ne svelano il significato: l’amore divino arde senza consumarsi. Il paliotto di Klosterneuburg, opera di Nicolas Verdun, raffigura diversi episodi legati al ritorno di Mosè e all’esodo del popolo ebraico, sempre correlati ad altrettanti episodi del Nuovo Testamento.

Vi è rappresentata, ad esempio, la decima piaga d’Egitto, che si può vedere anche su un capitello della basilica di Vézelay e sulle porte di San Zeno a Verona (G), dove Mosè è posto davanti al faraone, mentre sopra di loro viene evocato l’ultimo flagello: un israelita segna col tau la porta della sua casa e l’angelo sterminatore colpisce il figlio del re. Secondo la tradizione cristiana il sacrificio dei lattanti egiziani prefigura la strage degli innocenti.

San Zeno a Verona, (foto CENSI)

San Zeno a Verona, (foto CENSI)

Molto ricca è anche l’iconografia della fuga dall’Egitto e del passaggio del Mar Rosso, soprattutto nelle miniature, ma anche nei sarcofaghi, come quello di Arles, e in numerosi artisti, tra cui Luca Cranach il Vecchio (1540; H). Dal punto di vista simbolico il passaggio del Mar Rosso è stato interpretato in analogia con il battesimo di Cristo.

Luca Cranach il Vecchio (foto WIKIPEDIA.ORG)

Luca Cranach il Vecchio (foto WIKIPEDIA.ORG)

«Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale; bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo» (1Cor 10,1-4).

A Klosterneuburg, infatti, la scena del Mar Rosso è posta a fianco del battesimo di Gesù; parallelamente gli inseguitori egiziani inghiottiti dal mare sono visti come il segno della rovina dei persecutori dell’umanità e della disfatta del loro capo, il demonio. Anche molti artisti romanici si sono confrontati con questo tema: gli affreschi della chiesa di Saint-Savin-sur-Gartempe danno un’illustrazione completa dei diversi momenti.

La Bibbia di sant’Isidoro illustra in maniera particolare il passaggio del Mar Rosso. L’itinerario dell’esodo non è mai stato definito con certezza e la traversata del deserto ha visto, in diverse occasioni, l’intervento di Dio che viene in aiuto del popolo ebraico.

Quando è affamato, ad esempio, prima di tutto solleva un vento che porta uno stormo di quaglie, e poi manda una “pioggia di manna”: la tradizione cristiana ha interpretato questo segno come una prefigurazione dell’eucaristia, tanto che a Klosterneuburg l’immagine di Aronne che depone la manna nell’urna d’oro è affiancata all’ultima cena. L’episodio è stato raffigurato anche in grandi tele da Guido Reni, Tiepolo e Tintoretto, che ha affrontato anche il tema del miracolo dell’acqua.

L’immagine del profeta che per due volte batte col bastone la roccia dalla quale sgorga l’acqua viva è prefigurazione di Cristo-pietra viva, che dà agli uomini un’acqua che disseta per la vita eterna; sulla facciata di Santa Maria di Ripoll Mosè sta in piedi su una roccia di forma conica. Il miracolo dell’acqua è presente più volte già nell’arte paleocristiana e la rappresentazione più famosa è quella della cappella greca delle catacombe di Priscilla (II sec.). Il primo a interpretare l’episodio è Paolo nella Lettera ai Corinzi, dove accosta l’acqua di Mosè a quella del battesimo e la pietra a Cristo (1Cor 10,1-4). Dopo la riforma cattolica l’episodio viene unito a quello del serpente di bronzo, prefigurazione di Cristo crocifisso; sulle porte bronzee della cattedrale di Verona il serpente è innalzato in cima a una croce, con riferimento al vangelo di Giovanni: «Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo» (3,14). Corrado Giaquinto nel 1703 raffigura le due scene nel catino absidale di Santa Croce in Gerusalemme, mentre nella chiesa di San Domenico a Molfetta Nicolò Porta sostituisce l’immagine di Mosè che percuote la roccia con quella della caduta della manna nel deserto, quale prefigurazione dell’eucaristia. Il legame fra Mosè e Cristo si ritrova anche in altri episodi dell’esodo, come quando Aronne e Hur, gli sostengono le braccia nella battaglia contro gli Amaleciti; questa posizione non poteva non evocare quella di Cristo crocifisso; è rappresentato soprattutto nelle miniature: dalla Bibbia di Ripoll all’Hortus deliciarum, alla Bibbia di sant’Isidoro.

Un altro episodio molto raffigurato nell’arte di tutti i secoli è quello di Mosè che riceve le tavole della Legge: è la seconda volta che il Signore gli si manifesta. Questa teofania è il culmine della vita del profeta, che quando scende dal Sinai ha il viso circondato di luce. Nei primi secoli la consegna della Legge viene rappresentata con il rotolo, come a San Vitale; a Saint-Savin, invece, la consegna delle tavole mostra il Signore in piedi al centro di una mandorla, circondato da angeli che suonano. L’immagine richiama anche la Pentecoste e le due scene, infatti, sono rappresentate in due medaglioni contigui nel paliotto di Klosterneuburg.

Michelangelo (foto WIKIMEDIA)

Michelangelo (foto WIKIMEDIA)

La rappresentazione di Mosè con due corna sulla fronte deriva da un’interpretazione erronea della Vulgata che ha assimilato a due corna d’oro i raggi che illuminano il volto del legislatore al suo ritorno dal Sinai. Famosissimo è il Mosè di Michelangelo a San Pietro in Vincoli (part. I ), mentre Guido Reni dipinge il profeta che mostra le tavole con scrittura ebraica, gli occhi bassi e il volto illuminato da due raggi, come anche nella tela di Rembrandt. L’iconografia di Mosè, maestoso e autorevole, prosegue fino alla fine dell’800.

Tornato fra il suo popolo, Mosè si scontra con il vitello d’oro, in cui la tradizione ha visto l’immagine del diavolo, sempre pronto a suscitare l’idolatria. Nella basilica di Vézelay e nella cattedrale di Autun troviamo dei capitelli con le rappresentazioni di Mosè che spezza le tavole della Legge sulla testa del vitello d’oro.

Vézelay (foto WIKIMEDIA)

Vézelay (foto WIKIMEDIA)

A Vézelay l’idolo è cavalcato da satana (L); un demonio urlante con i capelli ritti gli esce dalla bocca; un israelita porta sulle spalle una capra per offrirgliela in sacrificio. In una miniatura della Bibbia di sant’Isidoro di Siviglia si vede il profeta che riceve le tavole, mentre alcune donne danzano attorno al vitello d’oro; al disotto Mosè fa bere l’acqua amara agli ebrei infedeli. Rembrandt, invece, raffigura Mosè nell’atto di spezzare le tavole. Talvolta è rappresentato anche l’episodio diMosè che manda nella terra promessa degli esploratori sotto la guida di Giosuè. Costoro riportano un grappolo d’uva appeso a una pertica, per indicare la grande fecondità di quella terra; il grappolo d’uva è stato interpretato come simbolo di Cristo sulla croce e, infatti, a Klosterneuburg i due motivi sono su due medaglioni congiunti. Il ciclo iconografico di Mosè termina con la morte del profeta, che non entra nella Terra promessa. Secondo una tradizione tarda, l’arcangelo Michele contende il suo corpo a satana, come si vede nell’Hortus deliciarum, dove l’angelo respinge con una forca il demonio che con le mani adunche afferra per i piedi il corpo di Mosè, o nel ciclo della Cappella Sistina.

 

Micaela Soranzo – vita.pastorale Marzo 2013