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Arte e fede devono ricordarsi di essere sorelle

 Intervista con il cardinale Ravasi sul motuproprio “Pulchritudinis fidei”

Arte e fede devono ricordarsi
di essere sorelle

Dal 3 novembre la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa viene unita al Pontificio Consiglio della Cultura

di Silvia Guidi

Arte e fede, progetti umani e azione dello Spirito, mistero e segno si sono intrecciati e fusi inseparabiliter nella storia: Ecclesiae historiam esse quoque inseparabiliter culturae et artium historiam (“la storia della Chiesa è anche, inseparabilmente, storia della cultura e dell’arte”) si legge nel motuproprio Pulchritudinis fidei con cui la Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa viene unita al Pontificio Consiglio della Cultura. Approvato lo scorso 30 luglio da Benedetto XVI e pubblicato sugli “Acta Apostolicae Sedis” del 3 agosto, il documento pontificio entrerà in vigore il prossimo 3 novembre. Abbiamo chiesto al cardinale Gianfranco Ravasi di parlarci dei motivi e delle conseguenze di questa fusione.

La commissione diventerà quindi un dipartimento all’interno del Pontificio Consiglio per la Cultura?

Sì, come Fede e arte, il Cortile dei Gentili o quello appena costituito dedicato allo Sport. Anche l’Unesco, oggi protegge la “cultura immateriale”; alla base del nuovo concetto di cultura non c’è più l’idea settecentesca di una aristocrazia intellettuale, ma un concetto antropologico, l’elaborazione cosciente di ogni opera della creatività umana; l’arco delle attività non si può selezionare a brani, serve una simbolica d’insieme. Tra le aree di competenza del dipartimento c’è ovviamente anche la collaborazione con la Fondazione per i Beni e le Attività Artistiche della Chiesa.

Le priorità in agenda?

Dobbiamo procedere a un’analisi dell’applicazione dei documenti già pubblicati nella Chiesa universale in tema di biblioteche, inventariazione e catalogazione, archivi e musei. Un grande artefice, in questo, è stato il cardinale Francesco Marchisano, e di questo si occuperà in modo particolare monsignor Carlos Moreira Azevedo, delegato del Pontificio Consiglio della Cultura. Servono modelli concreti e indirizzi di metodo per offrire elementi di gestione culturale, che permettano di trovare risorse finanziarie, e per adattare a una gradualità realista ed efficace gli orientamenti esistenti secondo le possibilità delle diverse chiese. Gli esempi di questo potrebbero essere moltissimi: penso al caso di Arequipa in Perú, dove sono conservati migliaia di volumi provenienti dalle biblioteche dell’ordine dei recolletti, o al patrimonio librario a rischio dispersione in Salvador. Sono beni che vengono feriti inesorabilmente dall’ambiente climatico e necessitano di rapidi interventi di tutela. In questo l’informatica ci può aiutare molto, per rendere accessibili a tutti, ad esempio, i tesori nascosti in una piccola parrocchia isolata sulle Ande. Dopo l’attenzione alla salvaguardia dei beni culturali dobbiamo sviluppare la loro valorizzazione e il loro godimento al servizio della nuova evangelizzazione e della dimensione estetica nel pensiero contemporaneo. Bisogna evitare una impostazione solo conservatrice dei beni, è fondamentale una fruizione che generi gusto, che sia capace di “lavare gli occhi” a chi è abituato a vedere solo cose brutte, palazzi orrendi, immagini banali.

(©L’Osservatore Romano 18 ottobre 2012)