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Architettura e ideologia. Chiese minimaliste: spazio sacro o totalitario?

La chiesa di St. Moritz ad Augusta, ristrutturata da John Pawson (WikiCommons)

Avvenire

Sono sempre stato colpito dalle realizzazioni del brutalismo, un approccio architettonico per alcuni aspetti controverso ma dotato di una forza indiscutibile, quasi escatologica. Percepisco in lui una strana miscela tra paesaggio postatomico, divagazioni aliene e soprattutto una tensione al fantastico come solo in epoca medievale, amplificato dalle potenzialità delle tecniche costruttive e dalle proprietà tecnologiche del materiale.

Il béton brut, il cemento grezzo lasciato a vista, diventa una superficie corporea, di un corpo urbano violentato e resistente, ruvido come il derma di un rinoceronte. Le sue forme sembrano dinosauri costruttivisti sul punto di risvegliarsi. Brutti, sporchi e cattivi (e per questo così affascinanti), dichiarano la propria presenza in maniera inequivocabile e diretta, senza intermediazioni di sorta. Forme che appaiono esercitare la violenza da cui sono state attraversate, condensato cristallizzato di tutto il pathos urbano. Quasi fossero compressioni delnoveau realisme concettualizzato da Pierre Restany: con la differenza che, al posto di una macchina o altri oggetti, nella pressa viene schiacciata un’intera metropoli.

Il brutalismo nella percezione comune sembra connotato e univoco, la negazione di interpretazioni a differenti livelli. Invece nel suo essere un condensato di utopia è uno stile estremamente complesso e stratificato, non di rado prestato a interpretazioni opposte. Una di queste la si riscontra in alcuni fenomeni, tra i più vistosi, del“modernismo socialista”, l’architettura visionaria e futuribile d’oltrecortina, le cui forme e derivazioni sono state anche vessillo di una pretesa opposizione alla società occidentale.

Il brutalismo, con la sua capacità di presenza e persuasione, diviene un perfetto strumento di compressione dell’individualità, la quale di fronte a queste strutture sembra perdere di senso. Questo tipo di dinamica, seppure con radici e obiettivi differenti, rappresenta uno dei punti forti dell’approccio brutalista allo spazio, ed è ciò che qui mi interessa, al di là dei singoli esiti formali o dello stile. In area socialista troviamo costruiti modellando il cemento ministeri, centri di ricerca e università, hotel, sale per cerimonie, teatri, monumenti… Anche e soprattutto quando hanno una funzione eminentemente pubblica e comunitaria, le più potenti diqueste strutture brutaliste hanno un punto di forza nella negazione della relazione. Sono monadi distanti, impermeabili – anche se fondamentalmente friabili – alla empatia con l’osservatore.

La struttura brutalista ti tiene al tuo posto. È una specie di raffinato dissuasore dall’esercizio del senso critico. Tito con i suoi spomenik, i monumenti commemorativi per i caduti della Seconda guerra mondiale, fenomeni scultorei dalla forte valenza architettonica sia per la dimensione (arrivano a venti metri di altezza) sia nella capacità di manipolare lo spazio attorno a sé, lo aveva capito molto bene. Questo, dal punto di vista squisitamente formale, non ne inficia in alcun modo la genialità e la innegabile monumentalità: anzi, più questa è riuscita e in sé coerente, più l’azione è efficace. C’è, in sostanza, una dissociazione tra contenuto estetico e contenuto etico. A discapito dell’umano.

Il memoriale della battaglia della Sutjeska (1971) a Tjentište, nell'attuale Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Alto 19 metri e largo 25, è uno dei più impressionanti “spomenik” di Tito (WikiCommons)

Il memoriale della battaglia della Sutjeska (1971) a Tjentište, nell’attuale Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina. Alto 19 metri e largo 25, è uno dei più impressionanti “spomenik” di Tito (WikiCommons)

Può sembrare paradossale, ma questa drammatica divergenza mi ha chiarito meglio il problema di tanta architettura sacra (e non solo) contemporanea. Anche e forse soprattutto quando è la più lontana possibile, in termini linguistici, dal brutalismo come il minimalismo. Ci sono edifici straordinari sotto il profilo architettonico, di grande impatto visivo ed emotivo. Spazi che individuano il sacro nella rarefazione assoluta di pareti rese impalpabili dalla luce. È – mi chiedo – una architettura alla ricerca dell’incontro? O invece cerca, nel segno di una immacolata pulizia formale, la dichiarazione di distanza, talvolta in una negazione totale di ogni interazione possibile?

La ricerca estetica può essere la più pura, ma non è detto che prenda direzioni favorevoli all’uomo e alla sua relazione col mistero. Perché il mistero cristiano non è “puro”. Al cristianesimo dovrebbe interessare una relazione col mistero che è compromissione, interazione, osmosi carnale. Invece la relazione col mistero proposta è proprio quella col potere che si può riscontrare in alcune affascinanti realizzazioni della scultura-architettura della Jugoslavia titina. Ammirazione, stupore… e una incolmabile distanza. Timore, annichilimento. Oppure, per contrasto, indifferenza. Questa soverchiante autoreferenzialità è la riprova che la qualità dello spazio, e in particolare dello spazio sacro, non è una questione di stile.

Ho la sensazione che la direzione superminimalista che una certa architettura sacra continua a voler percorrere, anche in ossequio a un’idea di contemporaneità che pare in realtà datata, voglia esclusivamente dichiarare se stessa senza tenere in minimo conto che la relazione si costruisce su punti di incontro da essa negati per definizione, elementi su cui la percezione si poggia per tentare un percorso, qualunque esso sia.

Siamo corpo nel corpo, non siamo strutturati per la relazione diretta con l’utopia, che necessariamente è ideologica, negazione dell’incontro per eccellenza. Il corpo è un susseguirsi di sensori che intercettano costantemente i segnali del reale in cui è calato, unica via per conoscerlo. Un luogo privo di questi punti di contatto, simboli pulsanti e vibranti di vita, diviene negazione della corporeità e in definitiva di ogni possibile relazione.

È urgente ripensare una purezza e una potenza formale che non neghi l’uomo. L’inquietante bellezza di alcuni monumenti brutalisti come di edifici minimalisti risiede nella potenza distopica – totalitaria più che totalizzante – di queste realizzazioni. La dimensione umana, spesso usata nei discorsi e negli scritti in maniera impropria, retorica almeno quanto la parola bellezza, è il fulcro del luogo sacro e del luogo tout court. E invece sotto gli occhi di tutti si sta concretizzando da tempo una galassia di monoliti autoreferenziali, più o meno gloriosa testimonianza di genialità o di manierismi che, come le epiche forme del modernismo socialista, sotto l’annuncio di un futuro radioso mascherano il deserto ideologico dello spirito e dell’uomo. A quel punto non serve l’armageddon. Il maresciallo Tito, con i suoi spomenik, lo aveva già capito.