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A Villa Borghese l’ospedale Lipu degli animali selvatici Dai porcospini ai rapaci ai lupi, 5.000 ricoveri all’anno

ROMA – All’ospedale degli animali selvatici, ai pazienti non si danno nomi. Per rispetto della loro libertà. Non sono animali domestici, non appartengono all’uomo. Dar loro un nome, vuol dire in qualche modo addomesticarli, accoglierli nella famiglia umana. Ma loro non sono animali di famiglia, devono tornare nella natura. E nella natura non hanno nomi. Ma all’ospedale degli animali selvatici, l’amore degli umani per i fratelli pelosi, pennuti o squamati, non è inferiore a quello che si avrebbe in casa per un cucciolo giocherellone. E’ solo diverso. E’ l’amore di chi ti salva, e poi ti lascia volare via. Ed è felice di averti regalato un pezzo di vita in più.

L’ospedale di cui parliamo è il Centro di recupero della fauna selvatica della Lipu (Lega italiana protezione uccelli), a Roma a Villa Borghese, accanto al Bioparco. Assiste oltre 5.000 animali selvatici all’anno. Per lo più uccelli, più facili da rinvenire. Piccioni o rondini cadute dal nido, gabbiani, cornacchie, ghiandaie. Ma anche rapaci e altre specie protette, colpiti per gioco dai cacciatori e abbandonati a morire.

Il Centro soccorre anche mammiferi: lupi e cinghiali intrappolati e feriti dai lacci dei bracconieri, cervi, volpi, scoiattoli, ghiri, porcospini, pipistrelli. E poi i rettili: qualche biscia schiacciata, ma soprattutto testuggini, comprate come giocattoli per i bambini quando erano piccole e scaricate in qualche stagno quando erano diventate troppo grosse.

Al Centro Lipu di Villa Borghese lavorano una responsabile e due operatori fissi, più due veterinari a chiamata e una cinquantina fra volontari e tirocinanti. “Il 90 per cento degli animali ce li portano i cittadini, che li ritrovano feriti o in difficoltà – racconta la responsabile della struttura, Francesca Manzia -. Il restante 10% li trovano le forze di polizia”.

Il centro funziona come un vero e proprio ospedale (tel. 06.320.19.12). Ci sono il pronto soccorso, gli ambulatori, la sala operatoria, e poi ci sono le corsie di degenza. Che poi sono gabbie per gli animali più piccoli, voliere per i rapaci e gli uccelli più grandi. I mammiferi più grossi, come lupi, cervi, cinghiali, una volta curati vengono portati in strutture apposite della Lipu nel Norditalia, con grandi recinti per la convalescenza. Alcuni animali vengono liberati quasi subito, altri rimangono all’ospedale per mesi, anche per un anno.

Mentre visitiamo il centro, è appena arrivato un nibbio, un rapace ferito dai pallini di una doppietta. “E’ un animale migratore, a quest’ora i suoi simili sono in Africa – spiega Francesca -. Quando sarà guarito, non potremo liberarlo subito, dovremo aspettare la bella stagione. Non potrebbe vivere qui in inverno”. La stagione della caccia, da settembre a gennaio, è una stagione di grande lavoro al Centro: “Arrivano tutti gli uccelli feriti dai cacciatori”.

La struttura ospita molti porcospini. “A Roma sono centinaia, la gente non li vede perché sono notturni – racconta la responsabile -. Entrano nei giardini a mangiare le crocchette di cani e gatti. Mangiano le lumache, e spesso rimangono intossicati dai lumachicidi”. Gli avvelenamenti sono una delle cause principali di ricovero degli animali selvatici: molti mangiano spazzatura, come i gabbiani, o vegetali irrorati di diserbanti.

“Una volta ci hanno portato un cucciolo di cervo di due giorni, trovato da un automobilista di notte, a margine di una strada vicino a Ravenna – racconta Francesca -. La persona credeva fosse abbandonato, invece ha commesso un grave errore. I cuccioli di cervo vengono lasciati nel bosco dalle madri, ma sono accuditi, non devono essere toccati. Abbiamo dovuto crescere il cucciolo, poi mandarlo in una struttura nel Norditalia insieme ad altri suoi simili, perché si abituasse a loro, e solo alla fine liberarlo”.
Se chiedi alla responsabile del Centro una storia che l’ha colpita particolarmente, ricorda un lupo salvato da una trappola di bracconieri. “Il laccio di acciaio gli piagava il ventre, quando ce l’hanno portato aveva la ferita coperta di larve di mosche. Gliele abbiamo levate una ad una. Una volta guarito, è stato riabilitato in un recinto della Forestale, poi liberato col radiocollare. Abbiamo visto che viaggiava moltissimo, segno che stava bene”.

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