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A FIANCO DEGLI ULTIMI. Casaldáliga, il vescovo anti-schiavitù che scuote il Brasile

​«Starò via da casa qualche giorno», ha detto poco prima di salire con passo malfermo e incrollabile ottimismo sull’elicottero del governo federale incaricato di portarlo via da São Félix do Araguaia, verso un «luogo sicuro». Cioè una località segreta, ospite di un amico di cui è stata occultata l’identità. Lì “dom” Pedro Casaldáliga Plás, 84 anni, vescovo emerito di São Félix, vive nascosto da due settimane – anche se la notizia è stata diffusa solo nei giorni scorsi – come «un soldato sconfitto di una causa invincibile», secondo la massima dell’anziano pastore, attivista e poeta.

La «causa invincibile» di dom Pedro è il Vangelo, in nome del quale da 44 anni difende gli indios emarginati, i contadini schiavizzati e i poveri senza terra.  E questa è anche la ragione che ha spinto le autorità di Brasilia a trasferire temporaneamente il vescovo lontano dal remoto nord del Mato Grosso. Dove da mesi è in corso la “guerra del Marâiwatsédé”. Vinta dagli indigeni Xavante grazie al sostegno del “soldato sconfitto” Casaldáliga. Dopo vent’anni di violenze e denunce, il Tribunale Supremo ha deciso di restituire ai nativi di etnia Xavante i 6mila ettari tra São Félix e Alto da Boa Vista, occupati abusivamente da grandi aziende agroesportatrici alla fine degli anni Ottanta. Prima fra tutte la potente Suiá Missú. I latifondisti o “fazendeiros”, si oppongono con ogni mezzo alla decisione della Corte – che ha emanato un ordine di sgombero immediato –: l’esercito e la polizia federale stanno presidiando la riconsegna dei terreni. La tensione è fortissima.

A farne le spese è stato in primis il vescovo  Casaldáliga che, da sempre, invita i “fazendeiros” a rispettare i diritti de nativi. Una sfida agli occhi dei poteri forti che comandano nel Mato Grosso, una terra dove l’autorità statale è debole e le regole reali sono quelle che dettano le grandi famiglie locali. Da novembre, dom Pedro ha cominciato a ricevere continue minacce di morte. «La più seria risale a venti giorni fa quando, nel corso di una riunione dei “fazendeiros”, è stato detto chiaramente: “Il vescovo non vedrà la fine della settimana”. Ce l’ha riferito una fonte sicura», riferisce Mari Pepa Raba, storica collaboratrice del pastore. Poi sono cominciate le telefonate, i riferimenti velati, gli avvertimenti di alcuni amici fidati.

Segnali a cui Dom Pedro non aveva dato peso. Abituato a convivere con le intimidazioni, a chi gli chiede come sta, risponde sempre: «Beh, sono ancora vivo». È stato il governo a convincerlo a lasciare per un po’ il Mato Grosso, allertato dalla troupe cinematografica catalana nella zona per girare un film sul “vescovo degli indios”. Cioè Pedro Casaldáliga. La vicenda di Marâiwatsédé è solo l’ultimo atto dell’eterno e irrisolto conflitto brasiliano per la terra. Radice, a sua volta, di uno dei drammatici paradossi del “gigante” – in termini non solo geografici ma economici – dell’America Latina: il lavoro-schiavo. La piaga contro cui si batte padre Pedro. Con successo, tanto da riuscire a cambiare lentamente le leggi.

Gli unici dati certi sul fenomeno sono quelli forniti regolarmente dalla Commissione pastorale della terra (Cpt) della Conferenza episcopale brasiliana che monitora le liberazioni. Ben 2.187 casi da gennaio al 10 dicembre 2012. «Negli ultimi anni sono state riscattate quasi 50mila ex schiavi», spiega ad Avvenire, il vescovo Enemesio Lazzaris, presidente della Cpt. La maggior parte era sfruttato nei latifondi, con turni di lavoro di oltre 12 ore in cambio di un pasto al giorno e nessuno stipendio. Sono questi essere stremati, abusati, invisibili, spesso indios, il “motore” do molte grandi aziende agroesportatrici. Dom Pedro lo dice – con nomi e cognomi – fin dal 1968. Ora, però, i latifondisti sono ancora più agguerriti, perché il Parlamento sta per approvare un emendamento costituzionale – la Pec 438 – che prevede il sequestro delle terre per chi utilizza manodopera schiava. I terreni confiscati verrebbero redistribuiti tra i contadini.

Un progetto per cui dom Pedro e la Cpt combattono da anni. Appena ieri c’è stato un passo legislativo importante: lo Stato di San Paolo ha varato la norma che impone l’interdizione per 10 anni delle imprese che sfruttano i lavoratori. Tanti temono – o sperano, seconda dei punti di vista – che ora anche il Parlamento federale “faccia la sua parte”, dando il via libera alla Pec 438. Dom Pedro, nel suo isolamento, continuerà a spendersi perché accada presto.

 

Lucia Capuzzi  – avvenire.it
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