50° anniversario della Congregazione delle cause dei santi

Vaticano 

L’Osservatore Romano 

– A colloquio con il cardinale prefetto Angelo Becciu. La santità in ogni luogo e tempo (di Nicola Gori)- I fermenti del concilio (di Carmelo Pellegrino)
– Mezzo secolo di storia (di Vincenzo Criscuolo)
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A colloquio con il cardinale prefetto Angelo Becciu
La santità in ogni luogo e tempo
di NICOLA GORI

Non sforna santi a getto continuo, ma è la struttura specializzata nel riconoscerli. Porta avanti questo compito con grande accuratezza, perizia e rigore scientifico. È una sorta di “metal detector” della santità, che sa riconoscere il vero dal falso. È l’organismo a cui ci si rivolge quando si deve verificare se un fedele ha vissuto nella santità o se è stato semplicemente un buon cristiano, non al punto tale da venir proposto a modello per la Chiesa universale. 
Del ruolo e dei compiti della Congregazione delle cause dei santi parla in questa intervista a «L’Osservatore Romano» il cardinale prefetto Angelo Becciu, in occasione del 50° anniversario del dicastero, che ricorre l’8 maggio. 
A mezzo secolo dalla fondazione del dicastero, è il momento di tracciare un bilancio dal punto di vista pastorale.
Sicuramente, il bilancio di questi decenni di attività della Congregazione è positivo, anzi, sorprendente. Lo snellimento delle procedure ha permesso di aumentare il numero delle persone proposte alla venerazione dei fedeli. Persone provenienti da tutti i continenti e appartenenti a tutte le categorie del popolo di Dio: sacerdoti, consacrati, madri o padri di famiglie, giovani, e via dicendo.
In questo arco di tempo sono nate nuove problematiche?
In effetti questo periodo ha visto il dicastero impegnato anche nell’approfondimento di alcune importanti problematiche, emerse con particolare attualità dopo il concilio Vaticano II, tra le quali la beatificazione degli adolescenti o di coloro che hanno partecipato alle azioni belliche, ma si sono anche distinti nella vita per comportamenti coerenti con il Vangelo. Inoltre si sono fissati i criteri per la concessione ai santi del titolo di dottore della Chiesa universale e la definizione dell’offerta della vita come nuova via per la beatificazione, distinta da quella del martirio o dell’eroicità delle virtù.
Perché la Chiesa canonizza i santi? 
È una tradizione antica nella Chiesa. Fin dai primi tempi, quando si spargeva la voce di qualche martire o di qualche persona che aveva vissuto in maniera esemplare il Vangelo, li si proponeva come modelli di vita a tutto il popolo e come intercessori presso Dio nelle necessità dei credenti. Essa è stata una costante che ha attraversato tutti i secoli. Si può discutere sul procedimento, sulle varie procedure applicate lungo la storia per dichiarare la santità di una persona, ma il fulcro fondamentale è che la Chiesa ha creduto sempre alla raggiungibilità della santità da parte dei suoi membri e che questi dovevano essere conosciuti e proposti alla venerazione pubblica. 
Da alcuni anni le beatificazioni avvengono a livello locale. Perché questo cambiamento? 
Per me è stato un cambiamento provvidenziale, perché si dà occasione alle Chiese locali di essere protagoniste nella preparazione spirituale, pastorale e liturgica dell’evento. È una festa di popolo in cui si può toccare con mano la fede viva della gente. Il nuovo beato — o la nuova beata — diventa facilmente conoscibile, i credenti lo sentono più vicino, come uno di loro. Celebrare la cerimonia in loco aiuta poi a distinguere la canonizzazione dalla beatificazione. I due riti prima si celebravano a Roma, adesso, dopo le istruzioni di Benedetto XVI, le beatificazioni, presiedute da un rappresentante del Santo Padre, si svolgono nelle Chiese locali e le canonizzazioni, invece, sono presiedute dal Papa prevalentemente a Roma. La decisione di differenziare i due riti fu saggia e va ad arricchimento della Chiesa.
Come vengono coinvolte le Chiese locali nel cammino per il riconoscimento della santità di una persona? 
È compito delle Chiese locali percepire, discernere e accogliere le testimonianze sul fumus sanctitatis da cui una persona alla sua morte è stata avvolta. Quando si fa insistente la voce popolare che un fedele, sia esso un sacerdote, un consacrato, un laico, un padre o madre di famiglia è morto in odore di santità, il vescovo del luogo dovrà istituire un tribunale che raccolga e valuti le testimonianze scritte e orali utili a dare fondamento alla fama di santità diffusasi in loco. Una volta terminato il processo diocesano, tutti i documenti raccolti verranno inviati a Roma perché si dia inizio alla fase romana. 
Ha ancora senso parlare di esercizio eroico delle virtù cristiane in società spesso secolarizzate? 
Per la società secolarizzata già parlare di santità è difficile, immaginiamo soffermarsi sull’illustrazione delle virtù che devono essere vissute in maniera eroica! Certamente è uno sforzo che tutti dobbiamo fare per spiegare una materia tanto delicata quale quella riferentesi alla santità con i termini attualmente in uso nella Chiesa. Questo però non toglie che si possa avviare una riflessione sull’opportunità di proporre una terminologia più adatta alla mentalità moderna. 
A volte il dicastero viene accusato di essere una «fabbrica di santi». Qual è la risposta a questa critica?
L’espressione «fabbrica di santi» può essere anche simpatica se presa nel senso positivo, cioè intesa quale luogo in cui si lavora tanto per arrivare alla seria e onesta presentazione di persone degne di essere proposte come sante. Avendo, grazie a Dio, un alto numero di candidati, la parola «fabbrica» richiama l’idea di una rotativa in continuo movimento, con un’annotazione importante però: qui non si fa un lavoro accelerato a scapito della precisione, dell’approfondimento, della serietà. Ogni processo di beatificazione e canonizzazione ha i suoi tempi. L’ansia di finire in qualsiasi modo non ha senso e non esiste. Ci sono i tempi delle indagini, quelli dell’ascolto dei testimoni, della stesura delle Positiones, dell’esame da parte dei consultori teologi e, a secondo delle cause, dei consultori storici. Vi sono poi i tempi dei periti medici quando si tratta di esaminare un miracolo di guarigione. Il tutto poi, se questi passaggi sono stati positivi, passa alla sessione ordinaria dei membri della Congregazione, cioè dei cardinali e vescovi. Terminato tutto questo processo, l’ultima parola spetterà al Papa, alla cui approvazione il prefetto della Congregazione sottoporrà le varie cause. Esse sono tante (attualmente, le cause in corso nella fase romana sono quasi millecinquecento, mentre quelle in fase diocesana sono più di seicento) e il fatto stesso che non tutte vadano in porto dimostra la serietà delle procedure.
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I fermenti del concilio
di CARMELO PELLEGRINO*

I 50 anni della Congregazione delle cause dei santi hanno visto germogliare i fermenti del concilio. La santità si è mostrata diritto universale: non privilegio di frati e suore, non ostaggio dei confini europei, non compressa da limiti di età. Soprattutto dopo la riforma del 1983 i promotori della Fede hanno vagliato una grande varietà di candidati alla beatificazione, alla canonizzazione e al dottorato della Chiesa. Datando i rispettivi traguardi, frutto di lunghi processi, è possibile abbozzare una teologia della santità del cinquantennio.
È il tempo della fiducia in Dio e in ciò che unisce i suoi figli. La piccola via di santa Teresa di Lisieux diventa dottrina eminente con il dottorato (1997), come quella di san Gregorio di Narek patrimonio comune a tutti i cristiani armeni (2015). L’amore di Dio arde in santa Faustina Kowalska (2000) e nei servitori della misericordia come san Pio da Pietrelcina («rappresentante stampato delle stigmate di Nostro Signore», 2002) e san Leopoldo Mandić (1983), profeta dell’ecumenismo insieme alla beata Maria Gabriella Sagheddu (1983).
La società, la politica e l’università diventano insospettabili fucine di santità. Brillano laici come san Giuseppe Moscati (1987), sacerdoti “pericolosi” come san Luigi Guanella (2011) e giovani “rivoluzionari” come il beato Pier Giorgio Frassati (1990). Si incontrano santificazione e lavoro con san Josemaría Escrivá de Balaguer (2002), carità e cultura con il beato Federico Ozanam (1997). Mentre l’aborto elimina generazioni e il femminismo ripensa la donna, santa Giovanna Beretta Molla (2004) muore per dare vita alla quarta figlia, ispirando altre donne libere e moderne; feconde di santità sono le nozze dei santi coniugi Martin (2015). Merita il dottorato il genio femminile di santa Caterina da Siena e santa Teresa d’Avila (1970), nonché santa Ildegarda di Bingen (2012). I preti con il cuore di Cristo sono tanti, si rischia l’abitudine: i più numerosi sono proprio quelli che soccorrono bambini e adolescenti (san Giovanni Calabria, 1999; san Luigi Orione, 2004; san Filippo Smaldone, 2006). L’albero che cade non può oscurare la foresta che da sempre cresce.
Si aprono latitudini nuove e apostolati irraggiungibili. Il beato indiano Kunjachan (“piccolo prete”, 2006), viceparroco a vita, è l’angelo degli “intoccabili”, come san Damiano de Veuster (2009) fra i lebbrosi di Molokai. Il “cura” Brochero (santo nel 2016) evangelizza le pampas argentine a dorso di mulo, Monsignor Romero (santo nel 2018) è la voce di chi non ha voce in terra salvadoregna e non solo. Il Nord America conosce l’apostolato fra gli indigeni di santa Caterina Drexel (2000), l’Australia quello fra i detenuti di santa Maria della Croce MacKillop (2010), mentre ovunque Cristo abbraccia i “più poveri tra i poveri” con santa Teresa di Calcutta (2016). Talent scout di tanta ricchezza è un altro santo, Papa Giovanni Paolo II (2014), ma anche san Paolo VI (2018).
A smentire la ristretta visione della nostra attualità, la migrazione esporta santità. Se lo slancio missionario conduce in Cina san Giuseppe Freinademetz (2003) e in Africa la beata Irene Stefani (2015), il percorso dall’Africa all’Europa guida la schiava sudanese santa Giuseppina Bakhita (2000) e il trappista nigeriano beato Cipriano Iwene Tansi (1998). I “santi dal grembo materno” vanno scomparendo, s’affermano i percorsi di conversione vicini al nostro vissuto di peccatori perdonati. Il beato Charles de Foucauld (2005) per indisciplina viene esonerato dal militare ma lascerà un’impronta alla vita religiosa; il beato Cesare de Bus da spensierato cortigiano diventa pioniere dell’evangelizzazione mediatica (1975). La santità è dono divino, com’è evidente in bimbi di dieci anni quali i santi Giacinta e Francesco Marto (2017). La custodia dell’innocenza spesso costa la vita di adolescenti come la beata slovacca Anna Kolesárová (2018). Si perviene così al capitolo del martirio, vertice dell’eroicità cristiana.
Il potere delle tenebre odia il Figlio di Dio (Lc 22, 3.53), non un’idea o un qualsiasi nemico. Alla Donna dell’Apocalisse perseguitata dal drago infernale appartengono coloro che hanno vinto l’accusatore grazie al sangue dell’Agnello e alla loro “testimonianza” fino al sangue (Ap 12, 11; cfr. Ap 6, 9; 7, 14; 11, 7; 20, 4). Suona sgradevole ma sempre più attuale: il martirio dice odio oltre che amore. Così Papa Francesco sull’uccisione di padre Jacques Hamel: «Questo è il filo satanico della persecuzione… un uomo che faceva fratellanza, non ha perso la lucidità di accusare e dire chiaramente il nome dell’assassino, e ha detto chiaramente: “Vattene, Satana!”. Ha dato la vita per noi, ha dato la vita per non rinnegare Gesù. Ha dato la vita nello stesso sacrificio di Gesù sull’altare e da lì ha accusato l’autore della persecuzione: “Vattene, Satana!”» (14.4.16). Smascherando il vero nemico, la profezia e l’amore vincono il male, come sulla croce (Lc 23, 34). Perciò, in 50 anni di aggiornamenti, resta imprescindibile l’odium fidei — l’avversione a Cristo, cioè alla fede o a virtù correlata — per un vero martirio. Nell’ultimo secolo sarebbero stati uccisi 45 milioni di cristiani per motivi di fede. I prodromi sono nella scure rivoluzionaria contro i beati Guglielmo Repin e soci (1984), ma è il Novecento a imporre una comprensione più articolata. In Messico diventa un crimine il sacerdozio (san Cristóbal Magallanes e soci: 2000) o la professione di fede (l’adolescente san “Joselito” Sánchez del Río: 2016). In Spagna sin dal 1934 l’estremismo colpisce seminaristi e religiosi, con la guerra civile dilagherà quanto già iniziato. I martiri muoiono al grido di «Viva Cristo Re!», identificandosi in questa sovranità e non nei sovranismi. Comunismo e nazismo aboliscono Cristo con spirito antiumano, ma anche eugenetico e razzista. La morte martiriale spesso incorona vite eroiche. San Massimiliano Kolbe (1982) è internato ad Auschwitz per il ministero, la sua immolazione per un padre di famiglia è rabbiosamente sfruttata per eliminare un “pretaccio” che neanche la sopravvivenza alla fame può salvare: sarà finito da un’iniezione letale. Molti cristiani condividono l’olocausto del popolo eletto, palesando ulteriori mire naziste: per colpire i vescovi critici della svastica, verrà uccisa in una camera a gas santa Edith Stein (1998), ebrea e monaca. Durevole negli effetti funesti è l’ateismo comunista. Fra i martiri ucraini greco-cattolici (2001) padre Baranyak viene bollito e fatto ingerire da altri prigionieri, padre Kovalyk è crocifisso al muro per divertimento. Un numero non definito patirà tali persecuzioni in Asia — come il sacerdote laotiano beato Giuseppe Thao Thien (2016) — dove, nei secoli precedenti, martiri coreani (1984), vietnamiti (1988) e giapponesi (2008) avevano aperto le porte dell’oriente al Vangelo. Con Maiorem hac dilectionem (2017) l’offerta della vita diventerà un nuovo iter per la canonizzazione oltre alle virtù eroiche e al martirio.
*Promotore della fede

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Mezzo secolo di storia
di VINCENZO CRISCUOLO*

Cinquant’anni fa, l’8 maggio 1969, veniva promulgata da Paolo VI la costituzione apostolicaSacra Rituum Congregatio. Con essa la Sacra Congregazione dei riti, istituita da Sisto V il 22 gennaio 1588 con la bolla Immensa Aeterni Dei, veniva suddivisa in due dicasteri: la Congregazione per le cause dei santi e l’attuale Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Un mese e mezzo prima, il 19 marzo 1969, lo stesso Sommo Pontefice aveva pubblicato la Sanctitas clarior, con la quale si unificavano i due processi — ordinario e apostolico — nell’unico «processo cognizionale» (ora «inchiesta diocesana»), esemplificando così la fase istruttoria della procedura canonica. La SacraRituum Congregatio definiva anche la struttura interna della Congregazione, il cui lavoro risultava organizzato in un ufficio giudiziale, retto dal segretario del dicastero; un secondo ufficio, presieduto dal promotore della Fede; e un ufficio storico-agiografico, diretto dal relatore generale.
Un intervento più radicale fu attuato da Giovanni Paolo II con la costituzione apostolica Divinus perfectionis Magister, promulgata il 25 gennaio 1983. Con essa veniva superata la struttura giuridico-contenziosa del dicastero, la cui procedura doveva invece essere ispirata a criteri e finalità di natura storico-teologica. Il dibattimento processuale veniva sostituito dallo studio degli atti, costituiti da fonti testimoniali e documentali, debitamente presentati in una Positio, a sua volta sottoposta allo studio e al giudizio dei vari organi giudicanti del dicastero (Consulta storica, Congresso teologico, Consulta medica, Sessione ordinaria o Plenaria di cardinali e vescovi). 
Il lavoro della Congregazione delle cause dei santi è stato in questi 50 anni guidato dai cardinali prefetti Paolo Bertoli (1969-1973), Luigi Raimondi (1973-1975), Corrado Bafile (1975-1980), Pietro Palazzini (1980-1988), Angelo Felici (1988-1995), Alberto Bovone (1995-1998), José Saraiva Martins (1998-2008), Angelo Amato (2008-2018) e Angelo Becciu (dal 2018). Essi sono stati coadiuvati dai segretari Ferdinando Antonelli (1969-1973), Giuseppe Casoria (1973-1981), Traian Crişan (1981-1990), Edward Nowak (1990-2007), Michele Di Ruberto (2007-2010) e Marcello Bartolucci (dal 2010).
«Fabbrica dei santi»: è un appellativo attribuito impropriamente al dicastero. Vere fabbriche dei santi sono le famiglie cristiane, le parrocchie, le associazioni cattoliche, gli ordini religiosi maschili e femminili, perché delineano un adeguato e diversificato percorso per la santità, con una opportuna formazione e guida al suo raggiungimento. Compito della Congregazione non è «fare i santi», ma eseguire un meticoloso e scrupoloso lavoro di accertamento, di studio e di verifica della santità, conseguita mediante la pratica eroica delle virtú, con il martirio o con l’offerta della propria vita per amore di Cristo.
Frutto di questo lavoro sono state le numerose beatificazioni e canonizzazioni conseguite nello scorso mezzo secolo. Esse vanno attribuite, a partire dall’istituzione della Congregazione e secondo i vari pontificati, a Paolo VI (15 beati e 61 santi), a Giovanni Paolo II (1341 beati e 482 santi), a Benedetto XVI (869 beati e 44 santi) e a Papa Francesco (778 beati e 892 santi), con un numero complessivo di 3003 beatificazioni e 1479 canonizzazioni. A queste va aggiunto il titolo di dottore della Chiesa, concesso nel 1970 a Teresa d’Avila e a Caterina da Siena, nel 1997 a Teresa del Bambino Gesù, nel 2012 a Giovanni d’Avila e a Ildegarda di Bingen, e nel 2015 a Gregorio di Narek.
Numerosi sono stati anche gli interventi di carattere legislativo. Nel 1981, furono redatte due particolari istruzioni: la prima sulla possibilità della beatificazione e canonizzazione dei bambini e adolescenti dai 7 ai 14 anni, la seconda sui criteri e i requisiti necessari per la concessione del titolo di dottore della Chiesa, entrambe approvate da Giovanni Paolo II il 4 maggio 1981. Il 7 febbraio 1983 fu approvata l’istruzione Normae servandae in inquisitionibus ab Episcopis faciendis in Causis Sanctorum, con attinenza particolare alla normativa da seguire nella fase diocesana della procedura canonica. Tale normativa fu ulteriormente precisata nella istruzione Sanctorum Mater, vera e dettagliata guida pratica per una corretta procedura dell’inchiesta diocesana, approvata da Benedetto XVI il 22 febbraio 2007. Due anni prima, il 29 settembre 2005, erano state emanate nuove norme per il rito della beatificazione, che doveva essere celebrata non più a Roma, come disposto da Alessandro VII nel 1662, ma nella Chiesa locale del nuovo beato.
Il 17 dicembre 2008 fu definitivamente superata l’apparente incompatibilità tra il titolo di martire e quello di dottore della Chiesa con una decisione specifica a questo riguardo. Cinque anni dopo, nel corso del 2013, fu oggetto di approfondite discussioni la possibilità di conseguire l’onore degli altari per i combattenti. Il 4 marzo 2016 Papa Francesco ha approvato le nuove norme sull’amministrazione dei beni delle cause di beatificazione e di canonizzazione. Per quanto riguarda la Consulta medica, dopo un intervento di Benedetto XVI del 2009, che ampliava il numero dei membri da 5 a 7, è stato elaborato dal dicastero un nuovo regolamento, approvato da Papa Francesco il 24 agosto 2016. Un anno dopo, l’11 luglio 2017, è stato promulgato il motu proprio Maiorem hac dilectionem, con il quale il Sommo Pontefice riconosce l’offerta della vita come nuovo iter per accedere alla beatificazione. L’ultimo intervento legislativo fa riferimento all’istruzione Le Reliquie nella Chiesa. Autenticità e conservazione, approvata da Papa Francesco il 5 dicembre 2017.
Un ultimo accenno va fatto all’impegno formativo del dicastero. A partire dal 2 giugno 1984 la Congregazione ha istituito uno Studium, annualmente frequentato da oltre 100 studenti, per la formazione dei postulatori, dei collaboratori e di quanti a vario titolo sono impegnati alla trattazione delle cause dei santi. In questo ambito va posta anche la pubblicazione, in edizione bilingue latino-italiano, dell’opera monumentale di Benedetto XIVDe servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione.
*Relatore generale, dell’ordine dei frati minori cappuccini

L’Osservatore Romano, 6-7 maggio 2019 

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