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Salute mentale, i ragazzi italiani sono sempre più fragili

Salute mentale, è allarme giovani

Dai 230 accessi psichiatrici in pronto soccorso del 2011 agli oltre 1.600 del 2025, secondo recenti dati. Stefano Vicari, responsabile del reparto di neuropsichiatria dell’Ospedale Bambino Gesù, descrive un fenomeno in crescita drammatica. L’età media dei pazienti è scesa sotto i tredici anni

Federico Tonini – Città del Vaticano – Vatican News

Negli ultimi quindici anni, gli accessi per motivi psichiatrici al pronto soccorso dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma sono aumentati del 500%. Un dato drammatico, se si pensa che si è passati dai circa 200 ingressi registrati tra il 2011 e il 2013, agli oltre 1.600 nel 2025. Non si può più parlare, dunque, di un fenomeno di “disagio generico” tra le file dei giovanissimi, ma di una vera e propria circostanza di emergenza. Lo sottolinea ai media vaticani Stefano Vicari, responsabile del reparto di neuropsichiatria dell’Ospedale Bambino Gesù, e professore ordinario di neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Ascolta l’intervista con Stefano Vicari
“Tra le cause principali per cui i ragazzi vanno in pronto soccorso per un motivo psichiatrico – afferma Vicari – c’è proprio l’autolesionismo, cioè ragazzi che decidono di farsi del male, talvolta a scopo non suicidario, ma anche ragazzi che, invece, si fanno del male perché vogliono morire. Questo è un fenomeno in grandissima crescita. Molti di loro pensano frequentemente alla morte, pianificando o utilizzando diverse strategie e scrivendo lettere di addio. Fortunatamente, in molti casi vengono messi in atto tentativi che permettono un intervento tempestivo da parte degli adulti o dei soccorritori, evitando l’esito fatale anche a fronte di lesioni e ferite”.

Il numero più preoccupante è quello dell’età in cui si manifestano i disagi. Il fenomeno, che fino a pochi anni fa si manifestava maggiormente sulla fascia dei 15-18 anni, è ora sceso a una media di 12,8. “La bambina più piccola – è il racconto di Vicari – l’abbiamo ricoverata a soli nove anni, dopo che si era lanciata dalla finestra. È un’ondata che sta crescendo, anche in età molto più precoce, con casi sempre più frequenti e numerosi”.

Il 2013 come punto di non ritorno
Vicari individua nel 2013 il momento di estremo peggioramento del quadro generale, non solo in Italia. L’anno in cui gli smartphone dotati di fotocamera interna, i cui modelli erano stati rilasciati sul mercato intorno al 2010, hanno iniziato a diffondersi a dismisura a causa del progressivo abbassamento dei prezzi. “Non è un caso che con il crollo del loro costo – sostiene ancora il neuropsichiata – i telefonini siano diventati il regalo della Prima Comunione. Dicevo ironicamente di considerare tale regalo un peccato mortale. Noi esperti siamo tutti concordi nel dire che sarebbe buona norma che un bambino non possieda un telefono di proprietà, prima dei tredici anni, e che non acceda ai social network prima dei sedici. Un altro conto è usare sporadicamente quello del papà o della mamma”.

Il vero protagonista rimane però internet. “Il 70% degli adolescenti si riconosce dipendente dallo smartphone. Si sono infatti moltiplicati i casi di dipendenza da internet: bambini e adolescenti che non riescono a staccarsi dal telefonino”. A partire dal primo ottobre, per contrastare la problematica, l’Ospedale Bambino Gesù aprirà un ambulatorio dedicato proprio a questo uso problematico della rete. Il problema non è internet in sé, precisa poi Vicari, ma come viene usato, soprattutto perché gli adulti non lo gestiscono ancora in modo responsabile.

Come prevenire il disagio
Famiglia, scuola e tempo libero. Sono questi i tre principali contesti che, secondo Vicari, si potrebbero rivelare decisivi al contrasto del fenomeno, qualora venissero vissuti in un determinato modo. “Immaginiamo un contesto in cui il bambino esce alle 8 del mattino, sale sul pulmino, va a scuola, studia fino all’una, anche con impegno, e poi mette via completamente i libri. Nel pomeriggio svolge attività di tempo libero sempre veicolate all’interno della scuola, come nuoto, tennis, o imparare a suonare uno strumento musicale. Alle 17 prende il pulmino di ritorno, va a casa e ritrova la famiglia”. Un modello che a molti potrebbe sembrare irrealizzabile, ma è esattamente quello che succede in molti Paesi a capitalismo avanzato, spiega Vicari: “In Olanda, Inghilterra, Stati Uniti, Germania, la scuola è organizzata in questa maniera. In Italia assistiamo invece a una scuola pubblica profondamente mortificata, spesso caratterizzata da strutture degradate e, in alcuni casi, persino pericolose per gli studenti”.

Il suo appello è diretto: “Non possiamo ricordarci degli adolescenti solo quando delinquono”, ma bisogna favorire “la cultura, il sapere, lo stare insieme in relazioni positive, il volontariato, l’educazione all’attenzione per il prossimo”. Sull’Eu Kids Act, la nuova proposta di legge fondamentale europea, annunciata lo scorso 17 settembre, che vieta l’accesso ai social sotto i 13 anni. Vicari si esprime favorevolmente: “È un passo importante. La politica ha la responsabilità di assumersi il peso di queste decisioni, è un po’ come per l’automobile: noi non consentiamo a un bambino di 6 anni di guidare, nonostante sia un mezzo che consenta di migliorare la qualità di vita di ciascuno di noi”. Lo stesso deve accadere con gli smartphone, afferma: “Per l’utilizzo di internet e dei social, i bambini devono avere un senso critico, e questo si sviluppa crescendo, non è presente già nei primi anni di vita”. Non tutto ciò che è possibile, dunque, deve essere permesso.

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