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Leone in Africa, un messaggio al mondo

leone xiv

di: Antonio Spadaro – settimananews.it

Riprendiamo il commento di p. Antonio Spadaro al viaggio internazionale di papa Leone XIV in terra africana (13-23 aprile 2026) dalla sua rubrica «Waypoints» sul portale UCA News (24 aprile 2026, originale inglese)

Il primo grande viaggio apostolico di Papa Leone XIV — undici giorni, quattro paesi, un intero continente come orizzonte — è stato ben più di un pellegrinaggio pastorale.

Dallo sbarco ad Algeri il 13 aprile alla partenza da Malabo il 23 aprile, Leone XIV ha costruito un discorso organico e accuratamente articolato sullo stato del mondo contemporaneo, un discorso in cui l’Africa è protagonista, punto di osservazione privilegiato dal quale giudicare le patologie della politica internazionale. Pace, guerra, tirannia, corruzione, neocolonialismo, estrattivismo, esclusione, fondamentalismo: ciascuno di questi temi è stato affrontato dal Papa con una franchezza e una coerenza che rivelano un progetto pastorale di ambiziosa portata.

Algeria: il pellegrino di pace nella terra di Agostino
Leone XIV ha voluto che l’Africa fosse la destinazione del suo primo viaggio internazionale. E ha voluto che quel viaggio cominciasse in Algeria, patria del suo padre spirituale, sant’Agostino, dove era già stato due volte — nel 2004 e nel 2013 — come religioso agostiniano.

Al Centro congressi Djamaa el Djazair di Algeri, rivolgendosi al presidente, alle autorità di Governo e al corpo diplomatico, il Papa si è presentato come «pellegrino di pace», affermando che in un mondo pieno di conflitti e incomprensioni il semplice atto di riconoscerci come un’unica famiglia è la chiave capace di aprire molte porte sbarrate. Questa semplicità programmatica — il primato dell’incontro sulla strategia — è il tratto caratteristico del suo magistero.

Ma il discorso algerino non si è fermato alla retorica della fraternità. Leone XIV ha affrontato di petto la questione degli squilibri globali di potere, parlando da un Paese la cui storia coloniale e post-coloniale gli conferisce una prospettiva particolarmente acuta sulle dinamiche internazionali.

Ha parlato di «continue violazioni del diritto internazionale» e di «tentazioni neocoloniali», invitando l’Algeria a diventare protagonista di un nuovo capitolo della storia, fondato sul rispetto della dignità di ogni persona e sulla solidarietà con le sofferenze dei popoli vicini e lontani.

Ha citato Benedetto XVI sulla globalizzazione che, se mal orientata, genera povertà e disuguaglianza, e Papa Francesco sulla necessità di includere i movimenti popolari nella governance.

Il messaggio era chiaro: la politica internazionale non può essere decisa unicamente nei centri del potere; le periferie del mondo — e l’Africa è la prima tra esse — hanno qualcosa da dire e da insegnare.

Al monumento ai martiri algerini, il Maqam Echahid, Leone XIV ha consegnato una riflessione densa su libertà e pace. Ha affermato che Dio desidera la pace per ogni nazione — non la mera assenza di conflitto, ma una pace che sia espressione di giustizia e dignità.

Ha aggiunto che una tale pace è possibile solo attraverso il perdono, riconoscendo quanto sia difficile perdonare, ma insistendo che il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace, e che la giustizia finirà per prevalere sull’ingiustizia, mentre la violenza — nonostante le apparenze — non avrà mai l’ultima parola. Parole rivolte, con ogni evidenza, non solo alla memoria storica dell’Algeria, ma a ogni conflitto che insanguina il mondo di oggi.

La visita alla Grande Moschea di Algeri ha poi confermato la centralità del dialogo interreligioso nel pontificato leonino. Il Papa ha collegato la ricerca di Dio alla ricerca della dignità di ogni essere umano, pregando per la pace e la giustizia del Regno di Dio tra tutti i popoli della terra.

Camerun: la pace disarmata e la denuncia dei signori della guerra
La tappa camerunese è stata il cuore politico del viaggio. A Yaoundé, al Palazzo presidenziale, Leone ha pronunciato un discorso che vale come un vero e proprio manifesto sulla pace e il buon governo.

Ha descritto il Camerun come «l’Africa in miniatura» per la ricchezza delle sue culture e delle sue lingue, ma ha subito chiarito che questa varietà «non è una fragilità: è un tesoro» e che «costituisce una promessa di fraternità e un solido fondamento per costruire una pace duratura».

Il Papa non ha esitato a denunciare le gravi situazioni del Paese — le tensioni e le violenze nel Nord-Ovest, nel Sud-Ovest e nell’Estremo Nord — e le loro conseguenze: vite spezzate, famiglie sfollate, bambini privati della scuola, giovani senza futuro. Ha invocato una pace che sia «disarmata» — non fondata sul timore, sulle minacce o sugli armamenti — e «disarmante» — capace di risolvere i conflitti, aprire i cuori e generare fiducia ed empatia.

Ha ripetuto il grido lanciato nell’ottobre 2025 all’Incontro mondiale per la pace: basta guerre, con le loro strazianti accumulazioni di morti, distruzioni ed esuli.

Ma il discorso di Yaoundé contiene anche una formidabile lezione sul potere e la corruzione, ispirata ad Agostino. Leone XIV ha citato il passo del De civitate Dei in cui Agostino afferma che chi comanda è al servizio di coloro che apparentemente vengono comandati, e che il potere si esercita non nella brama di dominare ma nel dovere di provvedere, non nell’orgoglio di imporsi ma nella compassione del prendersi cura.

Ha poi invitato i governanti a spezzare le catene della corruzione, che deturpa l’autorità svuotandola di ogni credibilità morale, e a liberare il cuore dalla sete di profitto, che è «idolatria». Il vero profitto, ha detto, è lo sviluppo umano integrale.

Questo discorso contiene anche un passaggio di grande rilievo sulle donne: il Papa ha sottolineato, con gratitudine, il loro ruolo di artefici di pace e il loro impegno nell’educazione, nella mediazione e nella ricostruzione del tessuto sociale, descrivendolo come capace di fungere da freno alla corruzione e agli abusi di potere. Per questa ragione, ha detto, la loro voce deve essere «pienamente riconosciuta nei processi decisionali».

A Bamenda, nella cattedrale di San Giuseppe, il momento più intenso del viaggio: l’incontro per la pace con la comunità devastata dalla crisi anglofona. Leone XIV ha pronunciato parole roventi contro i signori della guerra, denunciando che «basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire», e che «occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare».

Ha descritto la spirale perversa dell’estrattivismo: chi saccheggia le risorse dell’Africa investe una larga parte dei propri profitti in armi, alimentando una spirale senza fine di destabilizzazione e morte. Ha concluso con un’affermazione che risuona come un principio di filosofia politica: «Il mondo è distrutto da pochi dominatori ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali!».

L’elogio della collaborazione tra le comunità cristiane e musulmane di Bamenda, che si sono avvicinate durante la crisi e hanno fondato un Movimento per la Pace, è stato offerto al mondo come modello. Il Papa ha esclamato che guai a chi piega la religione e lo stesso nome di Dio ai propri fini militari, economici o politici, trascinando ciò che è santo in ciò che è più fangoso e oscuro.

All’Università Cattolica dell’Africa Centrale, infine, Leone XIV ha parlato ai giovani e al mondo accademico, sfidandoli a diventare «pionieri di un nuovo umanesimo nel contesto della rivoluzione digitale» — un continente che conosce bene non solo gli aspetti seducenti della tecnologia, ma anche il lato oscuro della devastazione ambientale e sociale prodotta dalla frenetica ricerca di materie prime e terre rare.

Angola: la gioia e la speranza come virtù politiche
Il discorso alle autorità angolane a Luanda ha introdotto un concetto originale: la gioia e la speranza come virtù «politiche». Leone XIV ha definito l’Africa «riserva di gioia e speranza» per il mondo intero, perché i suoi giovani e i suoi poveri sognano e sperano ancora, rifiutano di rassegnarsi alle cose così come stanno e desiderano rialzarsi.

La saggezza di un popolo non può essere spenta da alcuna ideologia, e il desiderio di infinito che abita il cuore umano è un principio di trasformazione sociale più profondo di qualsiasi programma politico o culturale.

Da questa premessa è scaturita la denuncia della «logica estrattiva» che causa sofferenza, morte e catastrofe sociale e ambientale, e che si impone come unico modello possibile di sviluppo.

Leone XIV ha ripreso il j’accuse di Paolo VI, formulato sessant’anni fa, sul carattere senile e del tutto anacronistico di una civiltà commerciale, edonista e materialista che pretende di spacciarsi per portatrice del futuro.

Ma il passaggio più radicale del discorso di Luanda riguarda la tirannia. Il Papa ha descritto i meccanismi del dispotismo con una lucidità che evoca la grande tradizione del pensiero politico cristiano:

«Despoti e tiranni del corpo e dello spirito vogliono rendere le anime passive e le passioni tristi, inclini all’inerzia, docili e asservite al potere. Nella tristezza siamo infatti in balia delle nostre paure e dei nostri fantasmi, ci rifugiamo nel fanatismo, nella sottomissione, nel frastuono mediatico, nel miraggio dell’oro, nel mito identitario».

Ha citato nuovamente Francesco sulla strategia di chi domina: «Il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori». La gioia autentica — dono dello Spirito, frutto della relazione e della solidarietà — è stata presentata come forza di liberazione dall’alienazione politica.

Nell’omelia a Saurimo il tono si è fatto più intimo: Leone XIV ha parlato alla Chiesa angolana nel suo cuore più profondo, chiedendole di rimanere fedele alle proprie radici cristiane per continuare a contribuire alla costruzione della giustizia e della pace in Africa e nel mondo intero.

Guinea Equatoriale: la città di Dio e la città della pace
L’ultima tappa a Malabo ha offerto a Leone XIV l’occasione di una riflessione teologico-politica di ampio respiro, radicata nell’agostiniana teoria delle due città. Il Papa ha ricordato che la città terrena è centrata sull’amor proprio superbo, sulla brama di potere e di gloria mondana che conducono alla rovina; la Città di Dio, al contrario, è fondata sull’amore incondizionato e sull’amore del prossimo.

Rivolgendosi alle autorità di un Paese che ha appena costruito una nuova capitale chiamata Ciudad de la Paz, Leone XIV ha chiesto che questo nome interroghi ogni coscienza sul tipo di città che desidera servire.

Il discorso di Malabo è anche quello in cui Leone XIV ha formulato le sue denunce più precise della politica internazionale contemporanea.

Ha parlato dell’esclusione come «nuovo volto dell’ingiustizia sociale», del drammatico divario tra l’uno per cento della popolazione e la grande maggioranza, del paradosso per cui la mancanza di terra, cibo, alloggio e lavoro coesiste con l’accesso alle nuove tecnologie.

Ha denunciato la speculazione legata alla domanda di materie prime, l’incuria per la salvaguardia del creato, i diritti delle comunità locali e la dignità del lavoro. Ha affermato senza perifrasi che la proliferazione dei conflitti armati ha tra le sue principali motivazioni la colonizzazione dei giacimenti petroliferi e minerari, senza alcun riguardo per il diritto internazionale e l’autodeterminazione dei popoli.

Riguardo alle nuove tecnologie, Leone XIV ha osservato che esse sembrano concepite e impiegate principalmente per scopi militari e all’interno di quadri di significato che non promettono opportunità ampliate per tutti.

Ha avvertito che senza una correzione di rotta verso l’assunzione di responsabilità politica e il rispetto delle istituzioni e degli accordi internazionali, il destino dell’umanità rischia di essere tragicamente compromesso.

Ha concluso: «Dio non vuole questo. Il suo Nome santo non può essere profanato dalla volontà di dominio, dalla prepotenza e dalla discriminazione: soprattutto, mai dev’essere invocato per giustificare scelte e azioni di morte».

Allo Stadio di Bata, il 22 aprile, il Papa ha incontrato i giovani e le famiglie in uno degli eventi più vibranti e commoventi dell’intero viaggio. L’incontro è diventato una dichiarazione di intenti: decine di migliaia di giovani equatoguineani, con le loro danze, i costumi e i simboli — una rete da pesca, una statua della Vergine Maria, un modellino di barca e un bastone — hanno testimoniato il patrimonio vivo delle loro culture e la gioia di una fede non importata ma incarnata.

Leone XIV ha accolto questa energia per articolare una teologia della giovinezza e della famiglia insieme pastorale e politica. Ha detto ai giovani che il futuro appartiene a loro, ma ha subito fondato quest’affermazione su un’etica esigente: non l’inseguimento del successo facile, ma la cultura della fatica, della disciplina e del lavoro ben fatto.

Ha elogiato la vocazione dei giovani uomini e donne che si donano interamente a Dio, esortando quanti si sentono chiamati al sacerdozio o alla vita consacrata a non aver paura, e promettendo loro — con le parole di Cristo — il centuplo in cambio.

Il discorso alle famiglie è stato ugualmente incisivo. Attingendo alle testimonianze di giovani coppie in preparazione al matrimonio e alle coraggiose parole di un adolescente di nome Victor Antonio — il cui racconto delle difficoltà della vita familiare, nelle parole del Papa, «è caduto come macigno in mezzo a noi, non per distruggere ma per spingerci a costruire un mondo migliore» — Leone XIV ha insistito che accogliere la vita richiede amore, impegno e cura, e che la famiglia rimane il terreno fertile dove l’albero della crescita umana e cristiana affonda le sue radici.

Ha citato la Amoris laetitia di Papa Francesco sulla coppia come vera «”scultura” vivente (…) capace di manifestare il Dio Creatore», e ha invitato i fedeli a resistere ai giudizi, ai pregiudizi e agli stereotipi che tentano di sminuire il valore della famiglia.

La luce della carità, coltivata nelle case e vissuta nella fede, ha detto, può davvero trasformare il mondo, comprese le sue strutture e istituzioni, affinché ogni persona trovi rispetto e nessuno venga dimenticato.

L’atto pubblico conclusivo del viaggio è stata la Messa celebrata allo Stadio di Malabo il 23 aprile, con un’omelia di notevole densità scritturistica.

Leone XIV ha scelto l’episodio dell’incontro tra l’eunuco etiope e il diacono Filippo (At 8,26-40) come chiave di lettura dell’intero viaggio africano. La figura dell’eunuco — ricco eppure schiavo, intelligente eppure non pienamente libero, le cui energie sono consumate da un potere che lo controlla e lo domina — è diventata nelle mani del Papa una parabola dell’Africa stessa: un continente di risorse immense la cui ricchezza serve gli altri, il cui lavoro avvantaggia padroni stranieri.

Eppure è proprio quest’uomo, mentre torna in patria, a essere liberato dall’annuncio del Vangelo. Leone XIV ha tracciato il parallelismo con forza: attraverso il Battesimo, lo schiavo senza discendenti rinasce a una vita nuova e libera. Il testo scritto diventa gesto vissuto; il lettore diventa protagonista.

La teologia eucaristica dell’omelia ha poi dilatato l’orizzonte politico in chiave escatologica. Leone XIV ha connesso la manna dell’Esodo — prova, benedizione e promessa — all’Eucaristia come sacramento dell’alleanza nuova ed eterna, pane di Colui che è disceso dal cielo per farsi nostro nutrimento.

Ha contrapposto a questo ciò che Francesco aveva chiamato «la tristezza individualista nata da un cuore comodo e avaro», avvertendo che quando la vita interiore si chiude sui propri interessi, non c’è più spazio per i poveri, la voce di Dio non si ode più e la dolce gioia del suo amore non si assapora più.

L’omelia si era aperta, peraltro, con un momento di schietta franchezza pastorale: Leone XIV ha espresso le sue condoglianze per la recente morte del Vicario Generale di Malabo, Monsignor Fortunato Nsue Esono. Ha poi incoraggiato la Chiesa della Guinea Equatoriale a continuare con gioia la missione dei primi discepoli di Gesù, leggendo insieme il Vangelo e annunciandolo con passione, affinché la parola di Dio diventi «pane buono per tutti».

Il messaggio alla politica internazionale: una sintesi
Letto nella sua interezza, il viaggio africano di Leone XIV consegna un messaggio potente alla politica internazionale. Va ricordato che è stato segnato da una contesa con il presidente americano Donald Trump, che alla vigilia della partenza del Papa lo aveva attaccato definendolo «debole» e «terribile in politica estera».

Ogni parola pronunciata dal Pontefice è stata letta come risposta alla Casa Bianca. Leone XIV ha chiarito, sul volo per Luanda, che i discorsi erano stati preparati settimane prima e che polemizzare con Trump «non è affatto nel mio interesse».

I testi papali sono, di fatto, il frutto di un lungo processo redazionale che precede la partenza. Eppure, quando il Papa denuncia «despoti e tiranni» che rendono le anime «passive e schiave del potere», o la «colonizzazione dei giacimenti petroliferi e minerari senza alcun riguardo per il diritto internazionale», queste parole attraversano ogni frontiera.

La Dottrina sociale della Chiesa parla in termini universali ma risuona in molteplici direzioni. Sarebbe riduttivo affermare che non hanno nulla a che fare con Trump; altrettanto riduttivo dire che riguardano solo lui. Leone XIV non nomina i Governi: opera con il raffinato strumentario della diplomazia vaticana. Il riferimento africano è diretto; quello globale, ineludibile. Nessun Paese è escluso.

Un messaggio fondato su cinque pilastri
Il primo è il ripudio della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, accompagnato dall’idea di una pace non meramente negativa (assenza di conflitto) ma positiva (giustizia, dignità, perdono). Il Papa ha invocato una pace «disarmata e disarmante», capace di sciogliere i nodi del conflitto invece di reciderli con la violenza.

Il secondo è la denuncia del neo-colonialismo e dell’estrattivismo come forme contemporanee di dominazione. Leone XIV ha parlato duramente delle potenze e degli interessi che continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo, usando i profitti per alimentare la produzione di armamenti e la destabilizzazione.

Il terzo è la critica della tirannia e della corruzione, affrontate non come vizi individuali ma come patologie strutturali del potere. Il Papa ha mostrato come il dispotismo operi attraverso la tristezza, la paura, la polarizzazione, la sfiducia e la passività delle coscienze. A questa logica ha contrapposto la gioia, la speranza, la relazione e la solidarietà come forze di liberazione.

Il quarto è l’appello al diritto internazionale e al multilateralismo, con il rifiuto della logica del più forte. Leone XIV ha denunciato le violazioni del diritto internazionale, la colonizzazione dei giacimenti minerari senza rispetto per l’autodeterminazione dei popoli, l’uso militare delle nuove tecnologie e l’assenza di una responsabilità politica globale.

Il quinto è l’affermazione dell’Africa come soggetto politico e culturale, non come oggetto di aiuto o di sfruttamento. Il Papa ha presentato il continente come portatore di una saggezza e di una gioia che la civiltà dominante ha perduto, e ha chiesto ai suoi popoli di non rassegnarsi e di non lasciarsi omologare.

Nel primo anniversario della morte di Papa Francesco — ricordato sul volo per Malabo con profonda commozione — Leone XIV ha dimostrato di aver raccolto e rilanciato l’eredità del suo predecessore, fondandola nella tradizione agostiniana e nella Dottrina Sociale della Chiesa, e portandola a confrontarsi con le sfide specifiche del 2026: l’intelligenza artificiale impiegata a fini militari, la speculazione sulle terre rare, la crisi climatica, l’esclusione digitale e la polarizzazione politica globale.

Il viaggio in Africa è stato, in questo senso, il primo grande atto di un pontificato che intende parlare al mondo.

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