L’unità di misura della pace? Sono i bambini

L'unità di misura della pace? Sono i bambini

Nel nostro presente saturo di conflitti, ciò che colpisce con maggiore violenza non è soltanto il numero delle guerre aperte, quanto piuttosto la rapidità sconcertante con cui esse smettono di essere percepite come eventi morali, come scandali che esigono una risposta, e scivolano invece nella categoria opaca dei fatti di contesto, delle circostanze date, di ciò che semplicemente accade mentre il mondo continua a girare. Gaza, l’Ucraina, il Sudan, il Congo: nomi che scorrono nelle cronache come coordinate geografiche, come punti su una mappa del disastro, sempre più raramente come luoghi abitati da vite concrete, da corpi che sentono freddo e fame, da volti che avevano un nome prima di diventare numeri. In questo scorrimento continuo, in questa processione di immagini che si consumano l’una nell’altra senza lasciare traccia, l’infanzia occupa una posizione paradossale e rivelatrice: è ovunque evocata, quasi mai ascoltata; è costantemente mostrata, ma come superficie, come icona del dolore, non come voce capace di parola propria.
I bambini appaiono come immagini, come corpi feriti che attraversano i nostri schermi, come dati statistici che gonfiano i bollettini, ma raramente come soggetti capaci di incrinare davvero il linguaggio con cui la guerra viene raccontata e, di conseguenza, normalizzata, digerita, infine tollerata. Il discorso pubblico sulla guerra resta infatti saldamente ancorato a categorie adulte: sicurezza nazionale, alleanze strategiche, deterrenza, diritto internazionale, equilibri regionali. Tutte categorie che possiedono una loro legittimità analitica, ma che producono un effetto collaterale devastante: tendono a rendere la guerra un fenomeno “spiegabile”, inseribile in una catena di cause e conseguenze, e quindi, in una certa misura che non osiamo confessare a noi stessi, accettabile. In questo quadro concettuale, dove tutto trova una spiegazione e ogni spiegazione funziona come una forma sottile di assoluzione, la sofferenza dei bambini rischia di diventare un rumore di fondo, una tragedia prevista, il costo che si paga perché la storia faccia il suo corso. È qui, in questo punto cieco del nostro sguardo collettivo, che si misura la crisi più profonda della nostra coscienza.
Esiste però un altro modo di guardare alla guerra, un modo che non nasce oggi ma che oggi torna a essere drammaticamente necessario: è lo sguardo che si forma quando la guerra viene raccontata non da chi la governa, né da chi la analizza, ma da chi la subisce senza comprenderne le ragioni, senza condividerne le finalità, senza poterne immaginare la fine. In questa prospettiva, l’esperienza di Sarajevo negli anni Novanta continua a offrirci una chiave di lettura di bruciante attualità: non per analogia meccanica, ma per radicalità etica, per la capacità di riportarci a quella soglia dove ogni giustificazione si arresta e resta solo il fatto nudo della sofferenza.
In Sarajevo (Cacucci, 2025), libro di Franco Giuliano che raccoglie cronache, testimonianze e soprattutto lettere scritte dai bambini della città assediata, la guerra perde ogni residuo di astrattezza. Quelle lettere non spiegano il conflitto, non lo interpretano, non lo giudicano con il vocabolario della morale adulta: dicono semplicemente che cosa significa crescere mentre tutto intorno crolla, che cosa accade quando il desiderio più elementare — giocare, andare a scuola, essere felici — diventa un’eccezione improbabile. È una parola povera, priva di retorica, ma proprio per questo capace di colpire nel punto più scoperto della nostra coscienza. Una frase, in particolare, resta impressa come una soglia morale davanti alla quale ogni discorso adulto vacilla: «Per Natale vorrei tanto essere felice». In quella frase c’è tutto: la sproporzione tra ciò che dovrebbe essere normale e ciò che è diventato irraggiungibile, la trasformazione della felicità in una richiesta straordinaria, la riduzione dell’infanzia a una condizione di attesa e privazione. È una frase che rende la guerra indifendibile, non sul piano politico, ma su quello propriamente umano.
La forza della voce infantile sta proprio in questo: non si oppone alla guerra con un’argomentazione alternativa, ma la rende incompatibile con qualsiasi idea di senso. Ogni guerra costruisce un racconto che la giustifica, una trama di cause e necessità che pretende di renderla inevitabile; i bambini non abitano questo racconto, non ne conoscono la lingua, e così, parlando d’altro — di desideri, di mancanze, di paure quotidiane — ne smascherano l’insostenibilità morale. La loro parola non consola: disturba.
Se riportiamo questo sguardo sull’oggi, è impossibile non pensare ai bambini di Gaza, del Sudan, dell’Ucraina, del Congo — ovunque l’infanzia sia diventata uno dei luoghi centrali della distruzione, non come effetto collaterale, ma come esito strutturale di conflitti che colpiscono in modo sproporzionato chi non ha alcun potere di difesa. Anche lì le immagini dei bambini circolano ovunque, ma le loro voci restano mute, sommerse dal rumore delle giustificazioni, delle contronarrazioni, delle ragioni di Stato. L’esperienza di Sarajevo ci insegna che esiste una continuità nella sofferenza innocente che attraversa le guerre, e che questa continuità deve finalmente diventare criterio di giudizio: non un appello sentimentale, non una retorica dell’innocenza, ma uno spostamento radicale del baricentro nel discorso sulla pace, l’affermazione che essa non può essere valutata solo in base alla cessazione delle ostilità, ma deve essere misurata sulla possibilità concreta che i bambini tornino a vivere un’esistenza degna di questo nome.
Giuliano scrive una frase che risuona come una consegna: «Sarajevo è la prova che le guerre finiscono, e che i bambini possono tornare a sorridere. A patto che il mondo lo voglia. A patto che tutti noi uniti lo si voglia». Non è una frase consolatoria: è condizionale, chiama in causa una responsabilità collettiva, dice che la fine delle guerre non è un automatismo della storia, ma una scelta.
Ripartire dai bambini significa rifiutare l’idea che la guerra possa essere raccontata solo da chi la combatte o la amministra, significa affermare che esiste una soglia morale oltre la quale ogni argomento perde legittimità. Una guerra che non può essere spiegata ai bambini senza vergogna interroga radicalmente la nostra idea di civiltà; e una pace che non comincia da loro, che non si lascia misurare dai loro occhi, resta — comunque la si chiami — una pace incompiuta, la pace di chi ha smesso di ascoltare l’unica domanda che davvero conta.
Avvenire

Bollani e Cenni: «La musica come casa e come cura»

Bollani e Cenni: «La musica come casa e come cura»

Avvenire

C’è un pianoforte che, ogni sera, diventa presidio poetico nel palinsesto di Rai 3. È lì che si chiude ogni puntata di Via dei Matti n. 0, il salotto musicale di Stefano Bollani e Valentina Cenni, che questa settimana conclude la sua quinta stagione, in onda dal lunedì al venerdì alle 20.20. Un orario “non notturno”, quasi una scommessa, e invece un momento serale gentile che il pubblico ha imparato ad aspettare.
«Stiamo insieme da quindici anni, siamo sposati, e siamo molto felici di aver aperto il salotto di casa nostra», sorride Bollani. La casa è insieme reale e simbolica: un luogo di ospitalità, di ascolto, di dialogo brillante e colto, dove racconto e musica si intrecciano con leggerezza e profondità.
«Il programma è un’imitazione di casa nostra», confida il pianista. «Da noi passano registi, attori, musicisti, le conversazioni sono allegre, interessanti, vivaci. L’idea è nata parlando con Franco Di Mare, che ci ha proposto quella fascia oraria: parlare a tutti, non agli addetti ai lavori».
Valentina Cenni, attrice e regista, lo definisce «un grande baule del tesoro. Via dei Matti è questo: un baule dove mettere letture, passioni, desideri, dischi che ci hanno entusiasmato e commosso. È uno spazio nostro che diventa di tutti».
La quinta stagione si avvia alla conclusione attraversando mondi lontani: l’omaggio a Clara Schumann, l’energia melodica di Paul McCartney, la teatralità dei Queen, lo swing di Benny Goodman, le inquietudini dei Radiohead. Un atlante sonoro che tiene insieme epoche e linguaggi, alto e popolare, classico e contemporaneo.
«Per noi è stata una grossa novità andare in onda a quell’ora», osserva Cenni. «La gente è stanca, ma desiderosa di chiudere la giornata con un po’ di bellezza, di gioia, di armonia. Ce lo teniamo stretto, quell’orario».
E la divulgazione? «Non ci pensavamo come antidoto», riflette Bollani. «Ma tutto lo staff lavora per sfruttare al meglio i minuti. Stiamo imparando il dono della sintesi. Noi vorremmo dire tantissimo, su Sibelius o su Oscar Peterson… ma bisogna trovare la misura. L’idea è dare informazioni senza perdere il sorriso».
Per Cenni la musica è anche materia narrativa. «Ho realizzato un documentario, Tutta Vita, che parla di dieci grandi musicisti jazz e del processo creativo. Il jazz è una metafora della vita: improvvisazione, ascolto, rischio. Il tour cinematografico parte il 22 marzo, e noi saremo in sala insieme». Il film – distribuito in primavera – è un viaggio artistico e familiare che vede protagonisti, tra gli altri, Enrico Rava, Paolo Fresu, Ares Tavolazzi, Roberto Gatto, Daniele Sepe, Antonello Salis, insieme ai giovani talenti come Matteo Mancuso e Christian Mascetta. E c’è anche Frida Bollani Magoni, «una leonessa», la definisce Valentina Cenni.
Il 6 luglio, intanto, Bollani riunirà molte di queste stelle sul palco vista-lago del Vittoriale degli Italiani, a Gardone Riviera, per uno speciale concerto “all stars”. «Siamo molto felici del match che abbiamo creato, sul palco e nella vita», dice il compositore e pianista. «È tutto concatenato: le copertine dei miei libri e dei miei dischi le ha curate Valentina. C’è un gusto comune, una visione condivisa».
«Grazie a Stefano ho conosciuto un mondo musicale più vasto», riconosce lei. «Eppure ascoltavo già tanta musica. Via dei Matti ci ha costretti a studiare, a scoprire sempre qualcosa di nuovo. E questo lo può fare anche il pubblico: lasciarsi incuriosire».
Come si fa arrivare la musica a tutti, senza semplificarla? Bollani sorride: «Non lo sappiamo».
Cenni prova a dirlo con parole sue: «Noi lo creiamo, lo scriviamo, lo mettiamo in scena. Tra noi c’è una forte alchimia, fiducia, stima, amore. Questo calore lo portiamo in studio. Siamo una squadra-famiglia, e ci divertiamo davvero».
Il feedback è quello che più li commuove. «Ci fermano per strada», racconta lei. «Sentiamo un coinvolgimento caldo, gentile».
«La soddisfazione più grande», aggiunge lui, «è quando qualcuno ci dice che un bambino di otto anni ha visto un clarinettista da noi e ha chiesto di studiare il clarinetto. Riuscire a far sentire la musica è una gioia. È un linguaggio che ti apre agli altri, ti dà opportunità».
«La musica ha un valore terapeutico», insiste Cenni. «Produce un cambiamento dentro di noi. Anche solo ascoltare ci rilassa, ci cura. Per un ragazzo significa uscire da sé, entrare in relazione. La musica si fa insieme, ed è fatta di ascolto».
Il futuro del programma non è ancora scritto. «Ci sono ancora tantissimi artisti da invitare, tanta musica da esplorare», dice lei con fiducia.
Intanto, venerdì si chiude la stagione con un ultimo giro di pianoforte e ospiti come Gloria Campaner sulle note dei Radiohead e gli Oblivion con Roberto Gatto. Ma più che un finale, sembra una pausa. Perché in quel “numero zero” – indirizzo impossibile e insieme ideale – continua ad abitare un’idea alta e semplice di divulgazione: la musica come bene comune, da raccontare con competenza e leggerezza, perché diventi davvero casa.

Olimpiadi #milanocortina2026, Ambra Sabatini: lo sport insegna a lottare per i sogni

Olimpiadi invernali 2026, la guida completa su tutto quello che non vi  potete perdere | Wired Italia

Milano, 16 feb. (askanews) – “Lo sport ci insegna a combattere per i nostri sogni anche quando tutto sembra così distante e lontano da te per difficoltà o infortuni e invece lo sport ci insegna soltanto a stringere i denti e combattere e ritornare in campo o in pista e mettercela tutta. Da questo ho imparato a non mollare mai, nei momenti di vita quotidiana, ma anche in gara”. Lo ha detto ad askanews Ambra Sabatini, campionessa paralimpica di atletica a Casa Italia in Triennale a Milano per la presentazione di un docufilm sulla sua storia. “Penso che nella testa dell’atleta – ha aggiunto – passino tanti pensieri e i sacrifici fatti sono tanti. Sicuramente non è facile, anche perché non è solo un lavoro, ma anche una passione che in qualche modo ti prosciuga un pochino. Io mi ripeto sempre che sono davvero fortunata a fare della mia passione un lavoro e quindi anche i momenti più difficili si passano e si passano volentieri”.

Liturgia domenica 22 Febbraio 2026 Messa del Giorno I DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A

Colore Liturgico  Viola

Gesu

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Antifona d’ingresso

Mi invocherà e io gli darò risposta;
nell’angoscia io sarò con lui, lo libererò e lo renderò glorioso.
Lo sazierò di lunghi giorni e gli farò vedere la mia salvezza. (Sal 90,15-16)

Non si dice il Gloria.

Colletta

O Dio, nostro Padre,
con la celebrazione di questa Quaresima,
segno sacramentale della nostra conversione,
concedi a noi tuoi fedeli
di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo
e di testimoniarlo con una degna condotta di vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Dio, che conosci la fragilità della natura umana
ferita dal peccato,
concedi al tuo popolo
di intraprendere con la forza della tua parola
il cammino quaresimale,
per vincere le tentazioni del maligno
e giungere alla Pasqua rigenerato nello Spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Prima lettura
Gen 2,7-9; 3,1-7
La creazione dei progenitori e il loro peccato.

Dal libro della Gènesi

Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.
Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.
Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male».
Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Parola di Dio

Salmo responsoriale

Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Sì, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.

Seconda lettura
Rm 5,12-19
Dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.
Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.
Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

Parola di Dio.

Forma breve (Rm 5,12.17-19):

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.
Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

Parola di Dio

Canto al Vangelo

Mt 4,4b

Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
Non di solo pane vivrà l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

Vangelo

Mt 4,1-11
Gesù digiuna per quaranta giorni nel deserto ed è tentato.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli

(Dall’Orazionale CEI 2020)
Fratelli e sorelle, abbiamo intrapreso il cammino della Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione. Chiediamo di essere docili al messaggio di salvezza per giungere pienamente trasformati alla santa Pasqua.
Preghiamo insieme e diciamo: Guidaci, Padre, con il tuo Spirito.

1. Per tutti i battezzati: sorretti dallo Spirito di fortezza, seguano Cristo nel deserto della prova per superare con la forza della fede ogni tentazione. Preghiamo.
2. Per papa N. e tutti i pastori della Chiesa: illuminati dallo Spirito di sapienza, con la parola e con la vita aiutino i fratelli a perseverare nell’adorazione dell’unico Dio. Preghiamo.
3. Per i catecumeni: sostenuti dallo Spirito di intelletto, in questi quaranta giorni si dedichino alla preghiera e alla meditazione della Parola. Preghiamo.
4. Per le nostre famiglie: guidate dallo Spirito di amore, riscoprano la dimensione domestica della fede nell’ascolto del Vangelo, nella preghiera e nell’accoglienza reciproca. Preghiamo.
5. Per noi qui riuniti in assemblea: rivestiti dello Spirito di santità, attingiamo da Cristo, vincitore del maligno, la forza per non lasciarci sedurre dagli idoli del mondo e obbedire unicamente alla Parola che salva. Preghiamo.

Colma delle tue benedizioni, Signore, questo popolo in cammino verso la Pasqua; tu che provvedi ai tuoi figli il pane quotidiano, fa’ che non si stanchino mai di cercare il Pane vivo disceso dal cielo, Gesù Cristo, tuo Figlio. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Preghiera sulle offerte

Si rinnovi, o Signore, la nostra vita
e con il tuo aiuto si ispiri sempre più
al sacrificio che santifica l’inizio della Quaresima,
tempo favorevole per la nostra salvezza.
Per Cristo nostro Signore.

Prefazio

PREFAZIO
Le tentazioni del Signore

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno,
per Cristo Signore nostro.
Astenendosi per quaranta giorni dagli alimenti terreni,
egli dedicò questo tempo quaresimale
all’osservanza del digiuno
e, vincendo tutte le insidie dell’antico tentatore,
ci insegnò a dominare le suggestioni del male,
perché, celebrando con spirito rinnovato il mistero pasquale,
possiamo giungere alla Pasqua eterna.
E noi, uniti alla moltitudine degli angeli e dei santi,
cantiamo senza fine l’inno della tua lode: Santo, …

Antifona alla comunione

Non di solo pane vivrà l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. (Mt 4,4)

Preghiera dopo la comunione

Ci hai saziati, o Signore, con il pane del cielo
che alimenta la fede,
accresce la speranza e rafforza la carità:
insegnaci ad aver fame di Cristo, pane vivo e vero,
e a nutrirci di ogni parola che esce dalla tua bocca.
Per Cristo nostro Signore.

Orazione sul popolo
Scenda, o Signore, sul tuo popolo
l’abbondanza della tua benedizione,
perché cresca la sua speranza nella prova,
sia rafforzato il suo vigore nella tentazione
e gli sia donata la salvezza eterna.
Per Cristo nostro Signore.

lachiesa.it