San Giuseppe 19 Marzo

San Giuseppe sposo di Maria IT

La più antica menzione del culto di san Giuseppe in Occidente appare intorno all’800 nel nord della Francia. Vi si legge al 19 marzo: “Ioseph sponsus Mariae”. La menzione di Giuseppe sposo di Maria sarà sempre più frequente dal IX al XIV secolo. Nel XII secolo, i crociati, eressero una chiesa in suo onore a Nazaret. Ma è nel XV secolo che il culto a san Giuseppe si diffonderà sotto l’influenza di san Bernardino da Siena e soprattutto di Giovanni Gerson (+ 1420), cancelliere di Notre Dame di Parigi: sarà proprio lui ad alimentare il desiderio di una festa dedicata a san Giuseppe in modo ufficiale. C’erano già alcune celebrazioni, a Milano, presso gli Agostiniani e in molte località della Germania. Comunque sia, dal 1480, con l’approvazione di Papa Sisto IV s’inizia a celebrare la festa il 19 marzo, che diventerà poi obbligatoria con Papa Gregorio XV nel 1621. Pio IX nel 1870 lo dichiara patrono della Chiesa universale, e Giovanni XXIII nel 1962 fa inserire il suo nome nel Canone romano della Santa Messa. E Papa Francesco ha approvato sette nuove invocazioni nelle Litanie di san Giuseppe: custode del Redentore, servo di Cristo, ministro della Salvezza, sostegno nelle difficoltà, patrono degli esuli, patrono degli afflitti, patrono dei poveri.

Giacobbe generò Giuseppe, lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo. Così fu generato Gesù Cristo: sua madre Maria, essendo promessa sposa di Giuseppe, prima che andassero a vivere insieme si trovò incinta per opera dello Spirito Santo. Giuseppe suo sposo, poiché era uomo giusto e non voleva accusarla pubblicamente, pensò di ripudiarla in segreto. Mentre però stava considerando queste cose, ecco, gli apparve in sogno un angelo del Signore e gli disse: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa. Infatti il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo; ella darà alla luce un figlio e tu lo chiamerai Gesù: egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati”. Quando si destò dal sonno, Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo del Signore (Mt 1,16.18-21.24).

La liturgia propone anche Lc 2, 41-51

Padre amato

Giuseppe si è posto al servizio del progetto della salvezza. Si è preso cura della Santa Famiglia che Dio gli ha affidato. Si è fatto un servo attento al momento dell’Annunciazione; un servo provvidente nel prendersi cura di Maria e del Bambino che portava in grembo; ha preso le difese della Famiglia nel momento del pericolo. Sono solo alcuni dei tratti di san Giuseppe che spiegano il perché il santo popolo di Dio lo venera con particolare devozione.

Padre nella tenerezza

Giuseppe ha insegnato a Gesù a camminare, tenendolo per mano: Gesù ha visto la tenerezza di Dio in Giuseppe, uomo giusto. In Giuseppe, Gesù ha visto l’uomo di fede che sa guardare con speranza la vita, perché in mezzo alle tempeste Dio rimane saldo al timone della barca della vita.

Padre nell’obbedienza

A Giuseppe il piano di Dio gli viene svelato attraverso i sogni, e la sua risposta è sempre pronta: nel momento dell’Annunciazione del Signore, quando Erode vuole uccidere il Bimbo, alla morte di Erode. Giuseppe viene guidato da Dio e obbedisce. Gesù ha respirato questa “sottomissione” filiale a Dio, e ha imparato a obbedire ai genitori.

Padre dell’accoglienza

Giuseppe si presenta come figura di uomo rispettoso, delicato, capace di mettere la dignità e la vita di Maria al di sopra di ogni cosa, anche della sua reputazione. Giuseppe accoglie, certo che ogni cosa è guidata dalla provvidenza di Dio. Ha capito che la vita si svela nella misura che si accoglie il progetto di Dio, che ci si riconcilia con il progetto di Dio. È il realismo cristiano: accogliere in Dio la propria storia, per imparare ad accogliere chi incontriamo.

Padre del coraggio creativo

Di fronte alle difficoltà, Giuseppe ha sempre tirato fuori le risorse più inaspettate. Giuseppe è l’uomo mediante il quale Dio si prende cura degli inizi della storia della salvezza; dove le difficoltà non fermano l’audacia e l’ostinazione di questo uomo giusto e saggio. Dio si fida di quest’uomo, così come si fida di Maria, e da qui, Giuseppe si rivela il Custode della Santa Famiglia: quella di Nazaret, e oggi quella della Chiesa.

Padre lavoratore

Il lavoro, inteso come partecipazione all’opera stessa di Dio, è quanto Giuseppe porta avanti nella sua vita ed è quanto insegna al Figlio Gesù. L’importanza del lavoro per dare origine a una nuova “normalità”, in cui nessuno sia escluso. Il lavoro di san Giuseppe ricorda che Dio stesso fatto uomo non ha disdegnato di lavorare. Il lavoro è garanzia della dignità dell’uomo.

Padre nell’ombra

Essere padri significa introdurre il Figlio all’esperienza della vita, alla realtà. Non trattenerlo, non imprigionarlo, non possederlo, ma renderlo capace di scelte, di libertà, di partenze. La logica dell’amore è sempre logica di libertà: e la gioia di Giuseppe è il dono di sé. Si è reso inutile, si è lasciato mettere in ombra affinché emergesse il Figlio.

Preghiera

Salve, custode del Redentore,
e sposo della Vergine Maria.
A te Dio affidò il suo Figlio;
in te Maria ripose la sua fiducia;
con te Cristo diventò uomo.

O Beato Giuseppe, mostrati padre anche per noi,
e guidaci nel cammino della vita.
Ottienici grazia, misericordia e coraggio,
e difendici da ogni male. Amen.
(cfr citazioni e preghiera riprese dalla Lettera Apostolica Patris Corde, di Papa Francesco)

Vatican News

Mentre la guerra in Iran si trascina tra difficoltà impreviste e costi crescenti, negli Stati Uniti si alza il dibattito su chi abbia realmente spinto Washington verso questo nuovo conflitto mediorientale

Sull'Iran gli attacchi «più intensi» dall'inizio della guerra -  L'Osservatore Romano

Mentre la guerra in Iran si trascina tra difficoltà impreviste e costi crescenti, negli Stati Uniti si alza il dibattito su chi abbia realmente spinto Washington verso questo nuovo conflitto mediorientale. A porre la questione con la consueta franchezza è Stephen M. Walt, professore di Relazioni internazionali alla Harvard University e columnist della rivista Foreign Policy. In un articolo pubblicato nelle scorse ore, Walt – coautore insieme a John J. Mearsheimer dell’Università di Chicago del celebre saggio del 2007 The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy – attribuisce una responsabilità specifica alla medesima lobby nell’aver trascinato Washington in guerra contro Teheran.

«Prima di tutto», scrive Walt, «non si tratta di una questione di religione o etnia. La lobby non coincide con la comunità ebraica americana, che anzi – come dimostravano già i sondaggi del 2002-2003 sulla guerra in Iraq – era meno favorevole all’intervento militare rispetto alla media della popolazione. Molti ebrei americani, anzi, si oppongono oggi apertamente al conflitto: J Street, Jewish Voice for Peace e New Jewish Narrative hanno condannato pubblicamente la guerra».

Il vero oggetto dell’analisi è invece una coalizione trasversale – che include sia ebrei sia, in particolare, i cristiani sionisti – il cui obiettivo comune è mantenere una “relazione speciale” tra Stati Uniti e Israele: aiuti militari generosi e copertura diplomatica a prescindere dalle azioni di Tel Aviv. Secondo Walt, le responsabilità primarie restano ovviamente del presidente Donald Trump e del premier israeliano Benjamin Netanyahu. È Trump ad aver preso la decisione finale, è Netanyahu ad aver premuto per mesi affinché Washington intervenisse.

L’ingerenza della lobby nella politica Usa
Ma nessun presidente agisce da solo. E l’amministrazione Trump, osserva il professore, è permeata di figure profondamente legate alla lobby: il segretario di Stato e consigliere per la sicurezza nazionale Marco Rubio (tra i maggiori beneficiari di finanziamenti pro-Israele), gli inviati Steve Witkoff e Jared Kushner, l’ambasciatore Usa in Israele Mike Huckabee, la chief of staff Susie Wiles (ex consulente della campagna di Netanyahu). Walt menziona inoltre Miriam Adelson, l’influente vedova del defunto magnate delle scommesse Sheldon Adelson e maggiore donatrice di Trump alle ultime elezioni.

Ma il ruolo della lobby non si limita al cerchio ristretto della Casa Bianca. Per anni, organizzazioni come Aipac, la Foundation for Defense of Democracies, la Zionist Organization of America e United Against Nuclear Iran hanno lavorato sistematicamente per demonizzare l’Iran, impedire affari americani con Teheran e sabotare ogni tentativo di distensione. Walt ricorda che questi stessi gruppi si opposero con forza all’accordo nucleare del 2015 (Jcpoa), spingendo Trump a stracciarlo nel 2018 nonostante l’Iran stesse rispettando gli impegni. Senza quella rottura unilaterale, osserva l’analista, oggi Washington avrebbe avuto molti meno motivi per temere il programma nucleare iraniano.

L’analisi del docente di Harvard
Soprattutto, conclude Walt, la lobby ha reso praticamente impossibile per qualsiasi presidente americano – democratico o repubblicano – esercitare una pressione reale su Israele. Ha così consentito a Netanyahu di condurre una politica di “guida spericolata” in tutto il Medio Oriente: attacchi ripetuti contro Gaza, Libano, Yemen, Siria, Iran e persino Qatar. Israele non ha “costretto” gli Stati Uniti a entrare in guerra, ammette il professore, ma il clima politico creato dalla lobby ha reso l’intervento quasi inevitabile.

«Fino a quando l’influenza di questo gruppo non verrà ridotta e gli Stati Uniti non stabiliranno con Israele una relazione normale – invece che “speciale” –», avverte Walt, «episodi come questo continueranno a ripetersi. E ogni volta l’America apparirà più come un bullo senza cuore che come una grande potenza responsabile, lasciando tutti noi più poveri e insicuri».

Benché non fosse l’unico fattore, secondo Walt e Mearsheimer fu proprio la Israel Lobby a spingere in modo significativo l’amministrazione Bush ad attaccare l’Iraq, nel 2003. Come hanno ricostruito i due docenti nel loro libro pubblicato nel 2007, infatti, la guerra non fu fatta principalmente per il petrolio, per le armi di distruzione di massa (che non esistevano) o, tantomeno per diffondere la democrazia, ma in buona parte motivata dal desiderio di rendere Israele più sicuro. L’Iraq di Saddam Hussein era visto come una minaccia da Tel Aviv, e la Lobby (una coalizione ampia che include gruppi pro-Israele come Aipac, neoconservatori con legami acon il Likud, e anche alcuni cristiani sionisti) ha svolto un ruolo chiave nel plasmare il dibattito pubblico e le decisioni dell’amministrazione Bush. E quella tesi – così contestata e discussa all’epoca – si ripropone oggi tragicamente con la guerra all’Iran e con le stesse dinamiche di oltre 20 anni fa. E se Walt e Mearsheimer avessero sempre avuto ragione?
insiderover.com

La Corte d’appello vaticana annulla il processo al cardinale Becciu, tutto da rifare

Il cardinale Angelo Becciu partecipa al concistoro nella Basilica di San Pietro in Vaticano, 27 agosto 2022. (Foto AP/Andrew Medichini, archivio)

euronews

I giudici della corte hanno dichiarato la “nullità relativa” della sentenza in alcune fasi del dibattimento, e hanno ordinato il deposito in cancelleria di tutti gli atti e documenti del procedimento istruttorio.

La sentenza invece rimarrà valida nei confronti del cardinale e degli altri otto imputati.

Il cardinale Becciu era stato condannato in primo grado nel dicembre 2023 a cinque anni e sei mesi per peculato. Il Tribunale aveva condannato anche altri otto imputati per appropriazione indebita, abuso d’ufficio, frode e altri reati.
Nell’ordinanza, la Corte ha precisato che “non dichiara la nullità complessiva dell’intero giudizio di primo grado: del dibattimento come della sentenza. Questi, infatti, mantengono i propri effetti”. Non potrà essere messa in discussione la responsabilità degli imputati già prosciolti e rimane valida la costituzione delle parti civili.

“Esprimiamo soddisfazione”, hanno dichiarato gli avvocati del cardinale, Fabio Viglione e Maria Concetta Marzo, “per l’ordinanza della Corte di Appello che ha accolto le nostre eccezioni. Dimostra che sin dal primo momento avevamo ragione a rilevare la violazione del diritto alla difesa e a richiedere il rispetto della legge per celebrare un processo giusto.”

Le parti compariranno davanti ai giudici il 22 giugno per stabilire il calendario delle prossime udienze.

La sentenza di primo grado è stata annullata per errori procedurali
Il primo grado di giudizio è stato dichiarato parzialmente nullo perché il Promotore di giustizia, Alessandro Diddi, avrebbe effettuato un deposito incompleto del fascicolo dell’istruttoria.

Alcuni documenti sarebbero apparsi coperti da omissis, non nella loro versione integrale. Per questo i giudici hanno stabilito che era evidente il mancato rispetto del “principio della piena conoscenza di tutti gli atti raccolti durante la fase istruttoria da parte dell’imputato e del suo difensore”.

L’ordinanza ha parlato di una situazione “inedita” in quanto senza precedenti nella giurisprudenza vaticana.

Tra i documenti omessi ci sono anche delle chat Whatsapp, pubblicate nei mesi scorsi dal quotidiano Domani. Queste secondo le difese degli imputati dimostrerebbero l’intenzione del Promotore di giustizia di influenzare uno dei testimoni chiave contro Becciu.

Diddi ha respinto le accuse, ma si è comunque ritirato dal ruolo di Promotore per il secondo grado di giudizio.

Il “processo del secolo” a Becciu
Quello al cardinale Becciu è stato ribattezzato “il processo del secolo”. Iniziato nel 2021, riguarda un investimento di 350 milioni di euro del palazzo di Sloane Avenue a Londra.

Il problema delle città italiane è che i giovani non vogliono viverci

Il problema delle città italiane è che i giovani non vogliono viverci

Avvenire

«Dopo i sei mesi che ho trascorso a Düsseldorf, non avrei mai pensato che potesse essere più difficile trovare un affitto in un’altra città europea. Ma poi mi sono trasferito per studio a Milano e mi sono ricreduto: cercare un appartamento a prezzi accessibili in Italia è stato snervante». A parlare è Lukas, studente tedesco di Düsseldorf, che in un resoconto redatto per l’Università della sua città rivela i dettagli dei suoi sei mesi a Milano. Per lo studente, l’idea di trasferirsi a vivere in Italia è ostacolata prima di tutto dall’accesso alla casa: gli alloggi universitari sono pochi e il mercato degli affitti ha costi troppo elevati per le sue tasche. «Le stanze condivise a Milano non solo sono rare – commenta –, ma anche incredibilmente costose». Come lui, centinaia di altri giovani stranieri affidano ogni anno ai report universitari le loro impressioni sul nostro Paese. A leggerli, l’impressione è chiara: quasi nessuno prende davvero in considerazione l’idea di trasferirsi in Italia per lavoro o per completare gli studi. «Milano è nota per gli affitti alti – commenta Matthias, studente berlinese che vive in Italia –. La ricerca di una casa è una sfida ardua». In altre parole, le città universitarie italiane non sono ancora abbastanza attrattive per i giovani europei. Ma non è solo una questione di affitto: «I motivi sono molti. Nelle nostre città si fatica a mettere insieme tutti gli elementi per avere un “pacchetto di vita” soddisfacente. Mi riferisco a un’offerta scolastica internazionale, sociosanitaria e culturale adeguata. E, prima di tutto, ai salari». A parlare è Marco Marcatili, direttore del gruppo Lombardini22, che in una recente indagine ha tentato di misurare l’attrattività delle città italiane.
Il risultato? Le regioni a maggior saldo migratorio positivo interno – quelle, cioè, che attirano più giovani da altre regioni italiane, prevalentemente lungo l’asse Sud-Nord – sono le stesse che presentano anche un maggior saldo negativo verso l’esterno. Ovvero Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto. In generale, il rapporto tra emigrazione e immigrazione di giovani qualificati, ovvero persone in possesso di una laurea o di un altro titolo terziario, in Italia è pari a 1 a 9: per nove giovani italiani laureati che si trasferiscono all’estero, solo un giovane straniero qualificato si sposta in Italia. Tradotto: se guardiamo alla popolazione che ha ricevuto una formazione elevata, l’Italia è ancora un Paese di emigrati. Il saldo estero negativo degli ultimi dieci anni ammonta a quasi 170mila laureati. Che, secondo le stime di Lombardini22, si traducono in una perdita complessiva di circa 160 miliardi di euro di capitale umano emigrato.
In questo contesto, uno dei primi obiettivi delle città italiane è convincere i fuorisede a rientrare. «Ma i nostri centri urbani faticano a essere attrattivi per i ragazzi che hanno fatto un’esperienza all’estero – continua Marcatili –. Spesso, attorno ai 35 anni, vorrebbero tornare perché hanno un attaccamento familiare al nostro Paese, ma in Italia trovano ancora un divario troppo alto sulla qualità della vita e sui pacchetti aziendali rispetto ad altri Paesi europei». La prima grande differenza è, naturalmente, il salario. Il divario di stipendio tra un laureato che vive a Roma e un collega che abita a Berlino, Londra o Parigi raggiunge il 100% del reddito. E non va meglio incrociando i redditi con i costi abitativi: a Roma e Milano l’affitto mediamente costa dal 65% al 72% dello stipendio. Percentuali simili si trovano anche a Dublino, Londra e Madrid che infatti, come si legge nel report di Lombardini22, attraggono «con meno forza» di altre città.
L’Italia, però, non è la stessa ovunque. «In una parte del Paese le fortissime pressioni abitative hanno incrinato il rapporto tra costi abitativi e retribuzioni – spiegano gli autori dell’indagine –. In un’altra, all’opposto, il prezzo delle case al metro quadro è stagnante o addirittura calante». È l’Italia dei Comuni, circa cento, con una popolazione compresa tra venti e 100mila abitanti. L’Italia che va spopolandosi. Eppure, in tutta Europa sono proprio i centri “fuori dai radar” ad attrarre la maggior parte dei giovani qualificati: Leeds, Rotterdam, Colonia e Stoccarda. «È la rivincita delle cosiddette “seconde città” europee, sintetizza Lombardini22. Non si tratta né di metropoli, né di borghi da ripopolare. Ma di città in cui «i giovani percepiscono di vivere più volentieri che nei grandi centri. Penso a Udine, Trento, Parma o Modena – conclude Marcatili – . Sono centri potenzialmente interessanti per i giovani nella fascia tra i 20 e i 35 anni, ma che ancora non hanno trovato un equilibrio tra offerta lavorativa, culturale e sociosanitaria. È un orizzonte nuovo su cui dobbiamo lavorare nei prossimi anni».

A Kabul un massacro nel silenzio: 400 morti sotto le bombe del Pakistan

A Kabul un massacro nel silenzio: 400 morti sotto le bombe del Pakistan

Le macerie dell’ospedale attaccato dal bombardamento a Kabul, in Afghanistan, il 17 marzo 2026 / REUTERS/Sayed Hassib
Nell’episodio finora più grave di un conflitto in corso dallo scorso anno tra Pakistan e Afghanistan, oggi un’incursione dell’aviazione militare pachistana sulla capitale afghana Kabul ha colpito un ospedale specializzato nella riabilitazione dei tossicodipendenti: almeno 400 morti e 250 feriti. Le immagini diffuse dal regime taleban mostrano una devastazione totale ma la versione ufficiale di un attacco premeditato è confutata dal governo pachistano che nella notte di lunedì, ha dichiarato per voce del ministro dell’Informazione, Attaullah Tarar che l’azione armata «ha preso di mira con precisione installazione militari e infrastrutture di supporto al terrorismo» e sottolineato come «le esplosioni secondarie che si sono verificate dopo gli attacchi indicano con chiarezza la presenza di un grande deposito di munizioni». Testimoni oculari hanno definito l’episodio come «una apocalisse». Almeno tre esplosioni hanno praticamente dissolto il grande edificio a un piano dell’ospedale e lasciato poche tracce di costruzioni circostanti, tra queste un centro di riabilitazione attraverso attività di artigianato, cosparse di detriti e tracce di chi era all’interno al momento dell’attacco. I soccorritori sono intervenuti cercando di salvare i superstiti nelle aree interessate da incendi ma ancora in piedi, ma a loro è toccato soprattutto recuperare le vittime in un complesso che si stima ospitasse un migliaio tra pazienti e personale.
L’identificazione delle vittime del massacro a Kabul 
L'identificazione delle vittime del massacro a Kabul 
L’azione devastante dei cacciabombardieri di Islamabad potrebbe dare un nuovo corso al conflitto, in un contesto locale e regionale segnato dall’incertezza e dall’instabilità. Significativo della difficoltà nello stato attuale di arrivare a una tregua è che l’attacco si è verificato a poche ore dalla messaggio con cui Pechino – partner di entrambi i contendenti – ha rinnovato la disponibilità a mediare tra le parti, sollecitato a evitare una estensione delle ostilità e chiesto di tornare al tavolo dei negoziati. Significativo, in due Paesi di osservanza musulmana, che la strage sia arrivata a pochi giorni dalla ricorrenza dell’Eid al-Fitr che segna la fine del mese del Ramadan. Il rischio di un aggravamento e estensione del conflitto va valutato anche alla luce degli eventi mediorientali che coinvolgono l’Iran che a sua volta ha problemi con entrambi i Paesi e dove la minoranza sciita è spesso sulla difensiva. Inoltre entrambi i Paesi coltivano alleanze con Stati del Golfo che perseguono politiche non sempre convergenti: rispettivamente l’Arabia Saudita per il Pakistan e il Qatar per l’Afghanistan.
Le macerie dell’ospedale colpito a Kabul / Reuters
Le macerie dell'ospedale colpito a Kabul / Reuters
Alla base dell’inimicizia, esplosa poi in tensioni armate, vi è la convinzione di Islamabad che il regime afghano dia forte sostgno ai taleban pachistani colpevoli di azioni terroristiche, in particolare gli aderenti al Tehreek-e-Taleban Pakistan. Sostegno che Kabul nega pur ammettendo che la comune etnicità pashtun dei taleban dalle due parti del confine rende difficile in controllo dei confini. A sua vota Kabul può controbattere sollevando la situazione di centinaia di migliaia di profughi afghani in fuga dai conflitti nella terra d’origine, in via di espulsione dal Pakistan dove hanno formato consistenti comunità che il governo pachistano negli ultimi anni ha deciso di espellere con il favore della popolazione e la cooperazione dell’esercito.
avvenire.it

«La più grande sfida per il Medio Oriente in guerra? Separare religione e politica»

I ritratti delle Guide supreme iraniane
di Giacom Gambassi in avvenire.it

Il patriarca siro-cattolico Younan: c’è un islam politico che minaccia la convivenza nella regione. Il caos è il peggior nemico della minoranza cristiana

C’è bisogno di separare la religione dalla politica». Il patriarca dei siro-cattolici di Antiochia, Ignazio Youssef III Younan, lo ripete più volte. In particolare quando fa riferimento all’Iran e all’«islam politico che è stato l’essenza e la forza trainante del Paese». Paese che sta rispondendo agli attacchi di Israele e Stati Uniti con raid a vasto raggio, anche indirizzati verso gli Stati del Golfo. «Una guerra violenta che mina l’intera regione e che potrebbe essere lunga. Speriamo soltanto che non sfoci in un conflitto mondiale», avverte Younan che ha accolto il Papa durante la sua visita in Libano ed è stato ricevuto in udienza da Leone XIV in Vaticano.
Il patriarca siro-cattolico Ignazio Youssef III Younan e papa Leone XIV / SICILIANI


Il patriarca siro-cattolico Ignazio Youssef III Younan e papa Leone XIV / SICILIANI
Il patriarca parla da Beirut sotto i missili. «Molte aree del Libano sono interessate da continui bombardamenti, soprattutto nel sud, nella valle della Bekaa e nella periferia meridionale della capitale, non lontano dal nostro patriarcato. Il crescente esodo di migliaia di famiglie pone enormi difficoltà e sfide. Siamo preoccupati per quanti che hanno lasciato le proprie case. Come Chiese ci stiamo organizzando per accoglierli in famiglia, nelle istituzioni ecclesiastiche o nelle scuole. La crisi è allarmante e si teme il peggio». Una pausa. «L’intero Libano è paralizzato dallo scontro tra l’esercito israeliano e la milizia filoiraniana di Hezbollah. Siamo da anni in ostaggio da un partito islamista da cui meritiamo di essere liberati». Ecco il doppio appello: «Da una parte, la nazione necessita di un sostegno umanitario internazionale urgente ed efficace per ciò che stiamo affrontando con l’ennesima guerra che ci ha coinvolto. Dall’altra, occorre che le autorità di tutto il mondo supportino il governo libanese nella sua decisione di sequestrare le armi a Hezbollah, pre-requisito imprescindibile per porre fine ai bombardamenti israeliani. La nostra gente desidera la pace con Israele. Una pace con Israele che numerosi Paesi arabi hanno già raggiunto».
Washington e Tel Aviv ripetono che è una «guerra preventiva».
«In un certo senso, è vero. Perché, dopo vari tentativi falliti di stringere accordi con l’Iran su armi nucleari e missili balistici, il dialogo si è rivelato purtroppo illusorio. La questione della corsa atomica non è stata affrontata adeguatamente: sia per la debolezza delle Nazioni Unite, sia per l’assecondamento occidentale alla Repubblica islamica che ha diffuso il terrorismo in Medio Oriente sostenendo di essere trattata ingiustamente, ha minacciato l’esistenza stessa di Israele e ha fomentato l’instabilità in Libano».
La dimensione religiosa è entrata nel conflitto. L’Iran sostiene di essere di fronte a una «guerra all’islam». Trump ha pregato alla Casa Bianca per vincere la guerra.
«Le principali potenze internazionali dovrebbero essere consapevoli della natura di un regime come quello iraniano che è basato sul radicalismo religioso e che attacca anche i Paesi dell’islam sunnita. Inoltre non vedo nulla di strano nel fatto che il presidente degli Stati Uniti preghi per la fine del conflitto, dal momento che si professa cristiano. Anche Israele cerca di sopravvivere come nazione ebraica riconosciuta, ma è costretta a difendere la propria sopravvivenza. Del resto, faccio fatica a pensare che l’islam politico possa promuovere il dialogo, soprattutto se è predicato da fanatici, se sobilla l’odio, se alimenta lo spirito di vendetta».
In Libano il Papa ha chiesto a cristiani, musulmani ed ebrei di incontrarsi come segno di pace nel mondo. È possibile in Medio Oriente?
«La pace è possibile se si riconoscono i diritti civili senza discriminazioni anche di natura religiosa e se si rispetta la libertà di culto e di coscienza. In Libano, fin dagli anni Quaranta, vige l’intesa tra le diverse comunità religiose per avere un potere politico condiviso. E la maggior parte dei cristiani e dei musulmani intende preservare la mutua convivenza per salvare il Paese».
Il Papa invita ad ascoltare il grido dei popoli. Che cosa gridano i popoli del Medio Oriente?
«Gridano il loro desiderio di vivere in libertà e in piena dignità, lontano da interessi geopolitici».
Sono continui gli appelli di Leone XIV alla pace e al dialogo fra le nazioni.
«Il richiamo del Papa alla pace è profondamente apprezzato. Nella sua visita in Libano, Paese segnato dalla complessità religiosa, ha toccato i cuori di tutti. Per quanto riguarda il dialogo direi che servono mediatori imparziali e uniti».
Teme che questa guerra possa avere effetti sui cristiani della regione?
«Il caos è il peggior nemico delle minoranze, soprattutto di quella cristiana. Nell’intero Medio Oriente le comunità cristiane soffrono. E negli ultimi decenni, la loro presenza, complici anche le guerre, è sempre più in pericolo: non solo come singole persone ma anche come Chiese apostoliche che rischiano di scomparire per sempre. I politici del mondo che si professano credenti, in particolare quelli dell’Unione Europea e del Nord America, dovrebbero assumersi la responsabilità di preservare le nostre Chiese sui iuris».
E quale la situazione dei cristiani in Siria dopo il cambio di regime?
«Le milizie sunnite hanno rovesciato il governo alawita nel dicembre 2024 ma la Siria attraversa ancora una fase critica. I nuovi governanti, sostenuti dall’estero, stanno cercando di rassicurare la popolazione, ribadendo che non saranno consentite discriminazioni in base alla religione o all’etnia. Ma le intenzioni risultano insufficienti. Perché si verificano continui atti di violenza. Un clima che preoccupa i cristiani, in particolare i giovani che hanno perso fiducia nel futuro. E alla nostra comunità non resta altra scelta che adattarsi al cambiamento, difendendo i propri diritti insieme con altre minoranze».

Liturgia domenica 22 Marzo 2026 Messa del Giorno V DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A)

Liturgia domenica 22 Marzo 2026 Messa del Giorno V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)

Colore Liturgico  Viola

Gesu

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Antifona d’ingresso
Fammi giustizia, o Dio,
difendi la mia causa contro gente spietata;
liberami dall’uomo perfido e perverso.
Tu sei il Dio della mia difesa. (Sal 41,1-2)

Non si dice il Gloria.

Colletta
Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso,
perché con la tua grazia possiamo camminare sempre
in quella carità che spinse il tuo Figlio
a consegnarsi alla morte per la vita del mondo.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
Dio dei viventi,
che hai manifestato la tua compassione
nel pianto di Gesù per l’amico Lazzaro,
ascolta con benevolenza il gemito della tua Chiesa,
e chiama a vita nuova
coloro che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Prima lettura
Ez 37,12-14
Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete.
Dal libro del profeta Ezechièle

Così dice il Signore Dio: «Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele.
Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio.
Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò». Oracolo del Signore Dio.

Parola di Dio

Salmo responsoriale
Sal 129
Il Signore è bontà e misericordia.

Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti
alla voce della mia supplica.

Se consideri le colpe, Signore,
Signore, chi ti può resistere?
Ma con te è il perdono:
così avremo il tuo timore.

Io spero, Signore.
Spera l’anima mia,
attendo la sua parola.
L’anima mia è rivolta al Signore
più che le sentinelle all’aurora.

Più che le sentinelle l’aurora,
Israele attenda il Signore,
perché con il Signore è la misericordia
e grande è con lui la redenzione.
Egli redimerà Israele
da tutte le sue colpe.

Seconda lettura
Rm 8,8-11
Lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio.
Voi però non siete sotto il dominio della carne, ma dello Spirito, dal momento che lo Spirito di Dio abita in voi. Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non gli appartiene.
Ora, se Cristo è in voi, il vostro corpo è morto per il peccato, ma lo Spirito è vita per la giustizia. E se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali per mezzo del suo Spirito che abita in voi.

Parola di Dio

Canto al Vangelo
Gv 11,25.26

Lode e onore a te, Signore Gesù!
Io sono la risurrezione e la vita, dice il Signore,
chi crede in me non morirà in eterno.
Lode e onore a te, Signore Gesù!

Vangelo
Gv 11,1-45
Io sono la risurrezione e la vita

Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato».
All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!». I discepoli gli dissero: «Rabbì, poco fa i Giudei cercavano di lapidarti e tu ci vai di nuovo?». Gesù rispose: «Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cammina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa, perché la luce non è in lui».
Disse queste cose e poi soggiunse loro: «Lazzaro, il nostro amico, s’è addormentato; ma io vado a svegliarlo». Gli dissero allora i discepoli: «Signore, se si è addormentato, si salverà». Gesù aveva parlato della morte di lui; essi invece pensarono che parlasse del riposo del sonno. Allora Gesù disse loro apertamente: «Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate; ma andiamo da lui!». Allora Tommaso, chiamato Dìdimo, disse agli altri discepoli: «Andiamo anche noi a morire con lui!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Betània distava da Gerusalemme meno di tre chilometri e molti Giudei erano venuti da Marta e Maria a consolarle per il fratello. Marta dunque, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Dette queste parole, andò a chiamare Maria, sua sorella, e di nascosto le disse: «Il Maestro è qui e ti chiama». Udito questo, ella si alzò subito e andò da lui. Gesù non era entrato nel villaggio, ma si trovava ancora là dove Marta gli era andata incontro. Allora i Giudei, che erano in casa con lei a consolarla, vedendo Maria alzarsi in fretta e uscire, la seguirono, pensando che andasse a piangere al sepolcro.
Quando Maria giunse dove si trovava Gesù, appena lo vide si gettò ai suoi piedi dicendogli: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto!». Gesù allora, quando la vide piangere, e piangere anche i Giudei che erano venuti con lei, si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.
Parola del Signore.

Forma breve: Gv 11, 3-7.17.20-27.33b-45
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Fratelli e sorelle, in questo tempo favorevole per la nostra conversione eleviamo al Signore le nostre suppliche, con la fiducia di essere esauditi.
Preghiamo insieme e diciamo: Kyrie, eleison.

1. Ascolta, Signore, la supplica della tua Chiesa, pellegrina sulla terra: suscita uomini e donne a servizio del Vangelo, perché tutte le genti possano conoscerti e accogliere il dono della salvezza. Noi ti preghiamo.
2. Sostieni, Signore, il nostro cammino quaresimale: converti i nostri cuori a te, perché da veri discepoli camminiamo sui tuoi sentieri. Noi ti preghiamo.
3. Visita, Signore, i popoli oppressi dalla povertà e dalla guerra: apri i loro cuori all’accoglienza della salvezza, perché trovino in te la fonte della vera libertà. Noi ti preghiamo.
4. Conforta, Signore, quanti sono nella prova: disseta il loro animo, bisognoso di speranza, perché sappiano scorgere i segni della nuova creazione, frutto della Pasqua. Noi ti preghiamo.
5. Rinnova, Signore, il cuore di noi qui riuniti: orienta i passi del nostro cammino di purificazione, perché nascano frutti abbondanti di giustizia e santità. Noi ti preghiamo.

Accogli, o Signore, l’umile preghiera dei tuoi fedeli, e concedi loro di percorrere, sotto la guida del tuo Spirito, la strada che li riporta a te, pregustando fin da ora la gioia della Pasqua. Per Cristo nostro Signore.

Preghiera sulle offerte
Dio onnipotente, esaudisci la nostra preghiera
e dona ai tuoi fedeli,
che hai illuminato con gli insegnamenti della fede cristiana,
di essere purificati dalla forza di questo sacrificio.
Per Cristo nostro Signore.

Prefazio
PREFAZIO (Anno A)
La risurrezione di Lazzaro

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno,
per Cristo Signore nostro.
Vero uomo come noi, egli pianse l’amico Lazzaro;
Dio eterno, lo richiamò dal sepolcro;
oggi estende a tutta l’umanità la sua misericordia,
e con i santi misteri ci fa passare dalla morte alla vita.
Per mezzo di lui ti adorano le schiere degli angeli e dei santi
e contemplano la gloria del tuo volto.
Al loro canto concedi, o Signore,
che si uniscano le nostre voci nell’inno di lode: Santo, …

Antifona alla comunione
«Chiunque vive e crede in me
non morirà in eterno», dice il Signore. (Gv 11,26)

Preghiera dopo la comunione
Dio onnipotente,
fa’ che rimaniamo sempre membra vive di Cristo,
noi che comunichiamo al suo Corpo e al suo Sangue.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Orazione sul popolo
Benedici, o Signore, il tuo popolo,
che attende il dono della tua misericordia,
e porta a compimento i desideri
che tu stesso hai posto nel suo cuore.
Per Cristo nostro Signore.

Fonte: lachiesa.it