Papa Leone: la «testimonianza condivisa» delle religioni è segno di pace e di armonia

Papa Leone: la «testimonianza condivisa» delle religioni è segno di pace e di armonia

Il 25 marzo, Incontrando i membri del Programma per le relazioni cristiano-musulmane in Africa (PROCMURA), con sede in Kenya, in collaborazione con il Dicastero per il Dialogo Interreligioso, Leone XIV ha incoraggiato la promozione della comunione e della cooperazione tra cristiani e musulmani per il bene comune e ha espresso la sua gratitudine per l’impegno di coloro che partecipano.

«La comprensione reciproca e il rispetto verso i seguaci delle altre religioni» è un punto fermo della Chiesa. Essa «non rigetta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni», ha detto poiché spesso «riflettono un barlume di quella verità che illumina tutti gli uomini e le donne». «Ogni autentico cammino verso l’unità e la comunione intrapreso dai cristiani e dalle persone di buona volontà – ha sottolineato – è opera dello Spirito Santo e richiede cuori aperti all’incontro e al dialogo per abbracciarsi reciprocamente in una vera fraternità»: «In un mondo sempre più segnato dalla radicalizzazione religiosa, dalla divisione e dai conflitti, la loro testimonianza condivisa dimostra che è possibile vivere e lavorare insieme in pace e armonia, nonostante le differenze culturali e religiose». Il papa ha poi ricordato il messaggio del 28 febbraio, anniversario della Nostra Aetate, rivolto ai rappresentanti delle religioni del mondo, invitandoli ad «aiutare i nostri popoli a liberarsi dalle catene del pregiudizio, della rabbia e dell’odio». «In questo modo – ha osservato – possiamo guidare il nostro popolo a diventare profeta del nostro tempo, voce che denuncia la violenza e l’ingiustizia, sana le divisioni e proclama la pace per tutti i nostri fratelli e sorelle».

adista

«Dalla Croce la rivolta contro una società
che cancella le ferite e le “vite indegne”»

Palme A
Per secoli la Chiesa è stata cauta nel mostrare le ferite che Cristo ha subito durante la sua Passione, impegnata com’era a inquadrare a parole il paradosso che costituisce il cuore della proposta cristiana: che in Cristo la divinità e l’umanità sono entrambe integralmente presenti, che quest’uomo «nato dalla Vergine Maria» è al contempo «Dio da Dio, Luce da Luce». Solo quando il Concilio di Calcedonia ebbe affinato il quadro concettuale necessario per salvaguardare questo equilibrio, lo spirito cristiano fu libero di immaginare, non solo a parole ma anche nell’arte, graficamente, l’umiliazione liberamente assunta da Dio fatto uomo.
Il Crocifisso emerse come l’emblema cristiano per eccellenza. Arrivava a occupare il centro della scena nella pratica cultuale, almeno in Occidente, dove le rappresentazioni di un Dio ferito sono diventate il punto focale delle nostre chiese e di altri edifici, formando la coscienza pubblica. Ricordando ai cristiani di Corinto la sua venuta tra loro, Paolo scrisse: «Non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso». ( 1Cor2, 1-2) La centralità assoluta della Passione salvifica di Gesù ha pervaso la dottrina di questo ineguagliabile predicatore di riconciliazione, misericordia, trasformazione della grazia, gioia e vita eterna. Ci vuole coraggio per seguire il suo esempio in una cultura che ci tenta a diffondere un Vangelo più allegro, prevedibile in termini di procedure fisse e risultati prestabiliti. Intorno a noi, le navate delle antiche cattedrali, oscurate dalle croci, vengono trasformate in campi da minigolf.
I santuari sono usati per scenette secolari progettate per mostrare una supposta “rilevanza”. Nel frattempo, a due passi di distanza, però nell’arena del mondo, i giovani ondeggiano sconsolati, cantando dolcemente che la vita è una ferita aperta e che «non c’è più balsamo in Gilead» (Ger8,22 ). Due tendenze contraddittorie segnano oggi gli sforzi per affrontare le ferite. Da un lato, le persone sono pronte a esibire come marcatori identitari le proprie ferite, acquisite, ereditate o immaginate. Possono avere buone ragioni, motivi fondati su richieste di giustizia. Ma, come ci ha spiegato Bernardo, la prospettiva motivazionale è persa per noi se radichiamo il nostro senso di sé nell’attaccamento a una ferita. Rischiamo di impantanarci nella rabbia, una passione che sostituisce le aspirazioni alla guarigione con affermazioni autoassolutorie.
La rabbia e il suo riflesso, l’amarezza, possono intrappolarci in una disperazione perversamente soddisfatta di sé. Dall’altro lato, ci sono sforzi per cancellare le ferite. Si sente insinuare che le ferite non dovrebbero esistere e che, se esistono, le membra malate verrebbero rimosse. Nelle società diventate transazionali, gli elementi improduttivi non hanno posto, sono visti come anomalie, trattati con durezza. Questo atteggiamento è evidente nelle controversie sull’aborto e l’eutanasia, come nel discorso ricorrente sull’eugenetica. Lo si coglie nei sogni distopici di liberare le società dagli indesiderabili, che alcuni politici confinerebbero in riserve o lascerebbero cadere dal bordo di una scogliera. Si può interpretare questo sviluppo in modi diversi. Sembra difficile negare però che l’eclissi nella coscienza pubblica della figura del Crocifisso, il Ferito-ma-non-vinto, abbia qualcosa a che fare con tutto ciò. Una civiltà che, a un certo livello, cerca la sua misura in un’immagine che afferma l’importanza della pazienza e della sofferenza redentrice si trasforma col tempo: può anche imparare l’empatia, un sentimento non spontaneo per l’umanità decaduta. La riverenza per le ferite di Cristo ha definito la sensibilità cristiana per secoli, manifestata nella devozione alle reliquie della Passione, nella Via Crucis, in poesie e dipinti, in opere musicali, dalle Lamentazioni rinascimentali alle Passioni di Bach fino all’innografia del XIX secolo.
Si è espressa nel culto del Sacro Cuore, diffusosi in tutto il mondo sulla scia delle furie rivoluzionarie. Al centro di tutto questo c’era il rispetto per l’enorme mistero della sofferenza, costitutivo della condizione umana presente. La Croce ci permette di possedere la realtà affermando insieme la non definitività delle ferite, che possono essere guarite e diventare fonti di guarigione. Radicarci in questo mistero della fede significa lavorare a una rivolta costruttiva contro inganni ricorrenti: contro l’inganno politico che la società, e lo stato, dovrebbero essere gestiti su un modello evolutivo in vista della perfettibilità umana; contro l’inganno antropologico di uno standard normativo di “salute”, usato per segnare la divisione tra vite “degne di essere vissute” e vite ritenute “indegne”; contro l’inganno culturale che attribuisce alle ferite un potere fatale e deterministico; e contro l’inganno psicologico che si arrende alla disperazione, ipnotizzato dalla voce sussurrandoci all’orecchio, nel cuore della notte, riguardo a ferite intime: «Sarà sempre così». La Passione di Cristo ci permette di levare lamenti senza collera. Ci apre alla compassione, che è una categoria epistemologica capace di preparare una visione benedetta come quella di Giobbe: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb42, 5). Possiamo, con Tommaso, invocare il Crocifisso e Risorto: «Mio Signore e mio Dio!» (Cf.Gv 20, 28). Il Vangelo afferma che le ferite di Cristo, dopo la sua risurrezione, non sono state eliminate, ma rese gloriose. Anche le ferite del mondo possono esserlo, quando l’olio e il vino di Cristo vengono versati su di esse.
La Croce è per i credenti al tempo stesso simbolo e memoria di un evento. Il simbolo della Passione di Cristo non è qualcosa che generiamo noi: ci è stato dato. È lui che ci interpreta, non noi. Vale la pena insistere su questo mentre nuotiamo contro la corrente di un capitalismo simbolico impostato sulla “produzione di conoscenza”. In questo mondo virtuale, i “fatti” sono artefatti. Narrazioni, immagini e dati vengono trafficati per perpetuare il cambiamento , quindi per un ulteriore consumo. È difficile capire qualcosa e cambiarla allo stesso tempo. Di conseguenza, la ricerca di chiarezza svolge un ruolo minore nell’attuale discorso pubblico, la cui retorica sfuggente e i cui simboli irregolari sono piuttosto progettati per confondere (Cf. l’articolo di Costica Bradatan sul Times Literary Supplement del 14 febbraio 2025). Eppure, l’essere umano brama la comprensione. È definito dalla sua necessità di chiedere: “Perché?”; ha bisogno del pensiero chiaro della Chiesa e della speranza centrata su Cristo; ha bisogno del suo sicuro senso dell’orientamento; ha bisogno dei suoi simboli, che sono realistici, diversi da quelli del mondo, incentrati su un corpo storicamente ferito, sulla morte superata, sul destino eterno dell’uomo integrale, composto di anima e di corpo. La sublime prospettiva della nostra fede si fonda su realtà che sono accadute e che, nella comunione del corpo mistico di Cristo, accadono ancora. Professiamo che una Benevolenza trasformante ha saturato la sofferenza umana anche nelle sue manifestazioni più estreme, raggiungendo le profondità stesse dell’inferno, e che nessuna desolazione è pertanto definitiva. Questo è il nostro Vangelo. Il nostro tempo lo richiede a gran voce. I giovani che, nei nostri parchi, cantano con il cuore pesante ne hanno fame: ascoltano quando viene presentato «con autorità» (Cf.Mt 7, 29) da cristiani capaci di esporre e manifestare la verità senza compromessi, mostrando la grazia di Cristo che può rinnovare e trasformare le nostre vite.

Commento Letture Liturgia DOMENICA DELLE PALME (ANNO A)

Domenica delle palme

Grado della Celebrazione: DOMENICA
Colore liturgico: Rosso    APALM ;
DOMENICA DELLE PALME (ANNO A)

LiturgiaÈ allo stesso tempo l’ora della luce e l’ora delle tenebre.
L’ora della luce, poiché il sacramento del Corpo e del Sangue è stato istituito, ed è stato detto: “Io sono il pane della vita… Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me: colui che viene a me non lo respingerò… E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti l’ultimo giorno” (Gv 6,35-39). Come la morte è arrivata dall’uomo così anche la risurrezione è arrivata dall’uomo, il mondo è stato salvato per mezzo di lui. Questa è la luce della Cena.
Al contrario, la tenebra viene da Giuda. Nessuno è penetrato nel suo segreto. Si è visto in lui un mercante di quartiere che aveva un piccolo negozio, e che non ha sopportato il peso della sua vocazione. Egli incarnerebbe il dramma della piccolezza umana. O, ancora, quello di un giocatore freddo e scaltro dalle grandi ambizioni politiche.
Lanza del Vasto ha fatto di lui l’incarnazione demoniaca e disumanizzata del male.
Tuttavia nessuna di queste figure collima con quella del Giuda del Vangelo. Era un brav’uomo, come molti altri. È stato chiamato come gli altri. Non ha capito che cosa gli si faceva fare, ma gli altri lo capivano? Egli era annunciato dai profeti, e quello che doveva accadere è accaduto. Giuda doveva venire, perché altrimenti come si sarebbero compiute le Scritture? Ma sua madre l’ha forse allattato perché si dicesse di lui: “Sarebbe stato meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”? Pietro ha rinnegato tre volte, e Giuda ha gettato le sue monete d’argento, urlando il suo rimorso per aver tradito un Giusto. Perché la disperazione ha avuto la meglio sul pentimento? Giuda ha tradito, mentre Pietro che ha rinnegato Cristo è diventato la pietra di sostegno della Chiesa. Non restò a Giuda che la corda per impiccarsi. Perché nessuno si è interessato al pentimento di Giuda? Gesù l’ha chiamato “amico”. È veramente lecito pensare che si trattasse di una triste pennellata di stile, affinché sullo sfondo chiaro, il nero apparisse ancora più nero, e il tradimento più ripugnante? Invece, se questa ipotesi sfiora il sacrilegio, che cosa comporta allora l’averlo chiamato “amico”? L’amarezza di una persona tradita? Eppure, se Giuda doveva esserci affinché si compissero le Scritture, quale colpa ha commesso un uomo condannato per essere stato il figlio della perdizione?
Non chiariremo mai il mistero di Giuda, né quello del rimorso che da solo non può cambiare nulla. Giuda Iscariota non sarà più “complice” di nessuno.

Liturgia Domenica 29 Marzo 2026 Messa DOMENICA DELLE PALME (ANNO A)

Liturgia domenica 22 Marzo 2026 Messa DOMENICA DELLE PALME (ANNO A)

Colore Liturgico  Rosso

Gesu

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Commemorazione dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme

ANTIFONA

Osanna al Figlio di Davide!
Benedetto colui che viene nel nome del Signore,
il Re d’Israele!
Osanna nell’alto dei cieli. (Mt 21,9)

Il sacerdote dice:

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.

Quindi rivolge al popolo una breve esortazione, per illustrare il significato del rito e per invitarlo a una partecipazione attiva e consapevole:

Fratelli e sorelle,
fin dall’inizio della Quaresima
abbiamo cominciato a preparare i nostri cuori
attraverso la penitenza e le opere di carità̀.
Oggi siamo qui radunati affinché con tutta la Chiesa
possiamo essere introdotti al mistero pasquale
del nostro Signore Gesù Cristo, il quale,
per dare reale compimento alla propria passione e risurrezione,
entrò nella sua città, Gerusalemme.
Seguiamo perciò̀ il Signore,
facendo memoria del suo ingresso salvifico con fede e devozione,
affinché́, resi partecipi per grazia del mistero della croce,
possiamo aver parte alla risurrezione e alla vita eterna.

Dopo questa monizione, il sacerdote dice a mani allargate una delle orazioni seguenti:

Preghiamo.
Dio onnipotente ed eterno,
benedici questi rami [di ulivo],
e concedi a noi tuoi fedeli,
che seguiamo esultanti Cristo, nostro Re e Signore,
di giungere con lui alla Gerusalemme del cielo.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli. R. Amen.

Oppure:
Preghiamo.
Accresci, o Dio, la fede di chi spera in te
e concedi a noi tuoi fedeli,
che oggi innalziamo questi rami in onore di Cristo trionfante,
di rimanere uniti a lui, per portare frutti di opere buone.
Per Cristo nostro Signore. R. Amen.

E senza nulla dire, asperge i rami con l’acqua benedetta.

Segue la proclamazione del Vangelo dell’ingresso del Signore.

VANGELO (Mt 21,1-11)
Benedetto colui che viene nel nome del Signore.

+ Dal Vangelo secondo Matteo

Quando furono vicini a Gerusalemme e giunsero presso Bètfage, verso il monte degli Ulivi, Gesù mandò due discepoli, dicendo loro: «Andate nel villaggio di fronte a voi e subito troverete un’asina, legata, e con essa un puledro. Slegateli e conduceteli da me. E se qualcuno vi dirà qualcosa, rispondete: “Il Signore ne ha bisogno, ma li rimanderà indietro subito”». Ora questo avvenne perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta: «Dite alla figlia di Sion: “Ecco, a te viene il tuo re, mite, seduto su un’asina e su un puledro, figlio di una bestia da soma”».
I discepoli andarono e fecero quello che aveva ordinato loro Gesù: condussero l’asina e il puledro, misero su di essi i mantelli ed egli vi si pose a sedere. La folla, numerosissima, stese i propri mantelli sulla strada, mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla strada. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava: «Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!».
Mentre egli entrava in Gerusalemme, tutta la città fu presa da agitazione e diceva: «Chi è costui?». E la folla rispondeva: «Questi è il profeta Gesù, da Nàzaret di Galilea».

Parola del Signore.

Dopo il Vangelo si può fare, secondo le circostanze, una breve omelia. Per dare l’avvio alla processione, il celebrante, o un altro ministro, può fare un’esortazione con queste parole:

Imitiamo, fratelli e sorelle, le folle che acclamavano Gesù̀, e procediamo in pace.

Ha quindi inizio la processione verso la chiesa, nella quale si celebra la Messa. Durante la processione, il coro e il popolo eseguono i canti adatti alla celebrazione.

Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
che hai dato come modello agli uomini
il Cristo tuo Figlio, nostro Salvatore,
fatto uomo e umiliato fino alla morte di croce,
fa’ che abbiamo sempre presente
il grande insegnamento della sua passione,
per partecipare alla gloria della risurrezione.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Prima lettura
Is 50,4-7
Non ho sottratto la faccia agli insulti e agli sputi, sapendo di non restare confuso.
Dal libro del profeta Isaìa

Il Signore Dio mi ha dato una lingua da discepolo,
perché io sappia indirizzare
una parola allo sfiduciato.

Ogni mattina fa attento il mio orecchio
perché io ascolti come i discepoli.
Il Signore Dio mi ha aperto l’orecchio
e io non ho opposto resistenza,
non mi sono tirato indietro.

Ho presentato il mio dorso ai flagellatori,
le mie guance a coloro che mi strappavano la barba;
non ho sottratto la faccia
agli insulti e agli sputi.

Il Signore Dio mi assiste,
per questo non resto svergognato,
per questo rendo la mia faccia dura come pietra,
sapendo di non restare confuso.

Parola di Dio

Salmo responsoriale
Sal 21
Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Si fanno beffe di me quelli che mi vedono,
storcono le labbra, scuotono il capo:
«Si rivolga al Signore; lui lo liberi,
lo porti in salvo, se davvero lo ama!».

Un branco di cani mi circonda,
mi accerchia una banda di malfattori;
hanno scavato le mie mani e i miei piedi.
Posso contare tutte le mie ossa.

Si dividono le mie vesti,
sulla mia tunica gettano la sorte.
Ma tu, Signore, non stare lontano,
mia forza, vieni presto in mio aiuto.

Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli,
ti loderò in mezzo all’assemblea.
Lodate il Signore, voi suoi fedeli,
gli dia gloria tutta la discendenza di Giacobbe,
lo tema tutta la discendenza d’Israele.

Seconda lettura
Fil 2,6-11
Cristo umiliò se stesso, per questo Dio lo esaltò.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési

Cristo Gesù,
pur essendo nella condizione di Dio,
non ritenne un privilegio
l’essere come Dio,
ma svuotò se stesso
assumendo una condizione di servo,
diventando simile agli uomini.
Dall’aspetto riconosciuto come uomo,
umiliò se stesso
facendosi obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.

Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome
che è al di sopra di ogni nome,
perché nel nome di Gesù
ogni ginocchio si pieghi
nei cieli, sulla terra e sotto terra,
e ogni lingua proclami:
«Gesù Cristo è Signore!»,
a gloria di Dio Padre.

Parola di Dio

Canto al Vangelo
Fil 2,8-9

Lode e onore a te, Signore Gesù!

Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte
e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò
e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome.

Lode e onore a te, Signore Gesù!

Vangelo
Mt 26,14- 27,66
La passione del Signore.

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

– Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?
In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.

– Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?
Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

– Uno di voi mi tradirà
Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».

– Questo è il mio corpo; questo è il mio sangue
Ora, mentre mangiavano, Gesù prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e, mentre lo dava ai discepoli, disse: «Prendete, mangiate: questo è il mio corpo». Poi prese il calice, rese grazie e lo diede loro, dicendo: «Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti per il perdono dei peccati. Io vi dico che d’ora in poi non berrò di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi, nel regno del Padre mio». Dopo aver cantato l’inno, uscirono verso il monte degli Ulivi.

– Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge
Allora Gesù disse loro: «Questa notte per tutti voi sarò motivo di scandalo. Sta scritto infatti: “Percuoterò il pastore e saranno disperse le pecore del gregge”. Ma, dopo che sarò risorto, vi precederò in Galilea».

Pietro gli disse: «Se tutti si scandalizzeranno di te, io non mi scandalizzerò mai». Gli disse Gesù: «In verità io ti dico: questa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». Pietro gli rispose: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò». Lo stesso dissero tutti i discepoli.

– Cominciò a provare tristezza e angoscia
Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: «Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare». E, presi con sé Pietro e i due figli di Zebedeo, cominciò a provare tristezza e angoscia. E disse loro: «La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me». Andò un poco più avanti, cadde faccia a terra e pregava, dicendo: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!».

Poi venne dai discepoli e li trovò addormentati. E disse a Pietro: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora? Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole». Si allontanò una seconda volta e pregò dicendo: «Padre mio, se questo calice non può passare via senza che io lo beva, si compia la tua volontà». Poi venne e li trovò di nuovo addormentati, perché i loro occhi si erano fatti pesanti. Li lasciò, si allontanò di nuovo e pregò per la terza volta, ripetendo le stesse parole. Poi si avvicinò ai discepoli e disse loro: «Dormite pure e riposatevi! Ecco, l’ora è vicina e il Figlio dell’uomo viene consegnato in mano ai peccatori. Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino».

– Misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono
Mentre ancora egli parlava, ecco arrivare Giuda, uno dei Dodici, e con lui una grande folla con spade e bastoni, mandata dai capi dei sacerdoti e dagli anziani del popolo. Il traditore aveva dato loro un segno, dicendo: «Quello che bacerò, è lui; arrestatelo!». Subito si avvicinò a Gesù e disse: «Salve, Rabbì!». E lo baciò. E Gesù gli disse: «Amico, per questo sei qui!». Allora si fecero avanti, misero le mani addosso a Gesù e lo arrestarono. Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù impugnò la spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote, staccandogli un orecchio. Allora Gesù gli disse: «Rimetti la tua spada al suo posto, perché tutti quelli che prendono la spada, di spada moriranno. O credi che io non possa pregare il Padre mio, che metterebbe subito a mia disposizione più di dodici legioni di angeli? Ma allora come si compirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire?». In quello stesso momento Gesù disse alla folla: «Come se fossi un ladro siete venuti a prendermi con spade e bastoni. Ogni giorno sedevo nel tempio a insegnare, e non mi avete arrestato. Ma tutto questo è avvenuto perché si compissero le Scritture dei profeti». Allora tutti i discepoli lo abbandonarono e fuggirono.

– Vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza
Quelli che avevano arrestato Gesù lo condussero dal sommo sacerdote Caifa, presso il quale si erano riuniti gli scribi e gli anziani. Pietro intanto lo aveva seguito, da lontano, fino al palazzo del sommo sacerdote; entrò e stava seduto fra i servi, per vedere come sarebbe andata a finire.

I capi dei sacerdoti e tutto il sinedrio cercavano una falsa testimonianza contro Gesù, per metterlo a morte; ma non la trovarono, sebbene si fossero presentati molti falsi testimoni. Finalmente se ne presentarono due, che affermarono: «Costui ha dichiarato: “Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni”». Il sommo sacerdote si alzò e gli disse: «Non rispondi nulla? Che cosa testimoniano costoro contro di te?». Ma Gesù taceva. Allora il sommo sacerdote gli disse: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio». «Tu l’hai detto – gli rispose Gesù –; anzi io vi dico: d’ora innanzi vedrete il Figlio dell’uomo seduto alla destra della Potenza e venire sulle nubi del cielo».

Allora il sommo sacerdote si stracciò le vesti dicendo: «Ha bestemmiato! Che bisogno abbiamo ancora di testimoni? Ecco, ora avete udito la bestemmia; che ve ne pare?». E quelli risposero: «È reo di morte!». Allora gli sputarono in faccia e lo percossero; altri lo schiaffeggiarono, dicendo: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?».

– Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte
Pietro intanto se ne stava seduto fuori, nel cortile. Una giovane serva gli si avvicinò e disse: «Anche tu eri con Gesù, il Galileo!». Ma egli negò davanti a tutti dicendo: «Non capisco che cosa dici». Mentre usciva verso l’atrio, lo vide un’altra serva e disse ai presenti: «Costui era con Gesù, il Nazareno». Ma egli negò di nuovo, giurando: «Non conosco quell’uomo!». Dopo un poco, i presenti si avvicinarono e dissero a Pietro: «È vero, anche tu sei uno di loro: infatti il tuo accento ti tradisce!». Allora egli cominciò a imprecare e a giurare: «Non conosco quell’uomo!». E subito un gallo cantò. E Pietro si ricordò della parola di Gesù, che aveva detto: «Prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte». E, uscito fuori, pianse amaramente.

– Consegnarono Gesù al governatore Pilato
Venuto il mattino, tutti i capi dei sacerdoti e gli anziani del popolo tennero consiglio contro Gesù per farlo morire. Poi lo misero in catene, lo condussero via e lo consegnarono al governatore Pilato.
Allora Giuda – colui che lo tradì –, vedendo che Gesù era stato condannato, preso dal rimorso, riportò le trenta monete d’argento ai capi dei sacerdoti e agli anziani, dicendo: «Ho peccato, perché ho tradito sangue innocente». Ma quelli dissero: «A noi che importa? Pensaci tu!». Egli allora, gettate le monete d’argento nel tempio, si allontanò e andò a impiccarsi. I capi dei sacerdoti, raccolte le monete, dissero: «Non è lecito metterle nel tesoro, perché sono prezzo di sangue». Tenuto consiglio, comprarono con esse il “Campo del vasaio” per la sepoltura degli stranieri. Perciò quel campo fu chiamato “Campo di sangue” fino al giorno d’oggi. Allora si compì quanto era stato detto per mezzo del profeta Geremia: «E presero trenta monete d’argento, il prezzo di colui che a tal prezzo fu valutato dai figli d’Israele, e le diedero per il campo del vasaio, come mi aveva ordinato il Signore».

– Sei tu il re dei Giudei?
Gesù intanto comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla.

Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.

Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!».

Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

– Salve, re dei Giudei!
Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.

– Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni
Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei».

Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.

– Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.

– Elì, Elì, lemà sabactàni?
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

(Qui si genuflette e si fa una breve pausa)

Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Vi erano là anche molte donne, che osservavano da lontano; esse avevano seguito Gesù dalla Galilea per servirlo. Tra queste c’erano Maria di Màgdala, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedèo.

– Giuseppe prese il corpo di Gesù e lo depose nel suo sepolcro nuovo
Venuta la sera, giunse un uomo ricco, di Arimatèa, chiamato Giuseppe; anche lui era diventato discepolo di Gesù. Questi si presentò a Pilato e chiese il corpo di Gesù. Pilato allora ordinò che gli fosse consegnato. Giuseppe prese il corpo, lo avvolse in un lenzuolo pulito e lo depose nel suo sepolcro nuovo, che si era fatto scavare nella roccia; rotolata poi una grande pietra all’entrata del sepolcro, se ne andò. Lì, sedute di fronte alla tomba, c’erano Maria di Màgdala e l’altra Maria.

– Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete
Il giorno seguente, quello dopo la Parascève, si riunirono presso Pilato i capi dei sacerdoti e i farisei, dicendo: «Signore, ci siamo ricordati che quell’impostore, mentre era vivo, disse: “Dopo tre giorni risorgerò”. Ordina dunque che la tomba venga vigilata fino al terzo giorno, perché non arrivino i suoi discepoli, lo rubino e poi dicano al popolo: “È risorto dai morti”. Così quest’ultima impostura sarebbe peggiore della prima!». Pilato disse loro: «Avete le guardie: andate e assicurate la sorveglianza come meglio credete». Essi andarono e, per rendere sicura la tomba, sigillarono la pietra e vi lasciarono le guardie.

Parola del Signore.

Forma breve (27, 11-54):

Passione di nostro Signore Gesù Cristo secondo Matteo

– Sei tu il re dei Giudei?
In quel tempo Gesù comparve davanti al governatore, e il governatore lo interrogò dicendo: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Tu lo dici». E mentre i capi dei sacerdoti e gli anziani lo accusavano, non rispose nulla.

Allora Pilato gli disse: «Non senti quante testimonianze portano contro di te?». Ma non gli rispose neanche una parola, tanto che il governatore rimase assai stupito. A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia.

Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: «Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?». Quelli risposero: «Barabba!». Chiese loro Pilato: «Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?». Tutti risposero: «Sia crocifisso!». Ed egli disse: «Ma che male ha fatto?». Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!».

Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: «Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!». E tutto il popolo rispose: «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso.

– Salve, re dei Giudei!
Allora i soldati del governatore condussero Gesù nel pretorio e gli radunarono attorno tutta la truppa. Lo spogliarono, gli fecero indossare un mantello scarlatto, intrecciarono una corona di spine, gliela posero sul capo e gli misero una canna nella mano destra. Poi, inginocchiandosi davanti a lui, lo deridevano: «Salve, re dei Giudei!». Sputandogli addosso, gli tolsero di mano la canna e lo percuotevano sul capo. Dopo averlo deriso, lo spogliarono del mantello e gli rimisero le sue vesti, poi lo condussero via per crocifiggerlo.

– Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni
Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a portare la sua croce. Giunti al luogo detto Gòlgota, che significa «Luogo del cranio», gli diedero da bere vino mescolato con fiele. Egli lo assaggiò, ma non ne volle bere. Dopo averlo crocifisso, si divisero le sue vesti, tirandole a sorte. Poi, seduti, gli facevano la guardia. Al di sopra del suo capo posero il motivo scritto della sua condanna: «Costui è Gesù, il re dei Giudei».

Insieme a lui vennero crocifissi due ladroni, uno a destra e uno a sinistra.

– Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!
Quelli che passavano di lì lo insultavano, scuotendo il capo e dicendo: «Tu, che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi dalla croce!». Così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi e gli anziani, facendosi beffe di lui dicevano: «Ha salvato altri e non può salvare se stesso! È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!». Anche i ladroni crocifissi con lui lo insultavano allo stesso modo.

– Elì, Elì, lemà sabactàni?
A mezzogiorno si fece buio su tutta la terra, fino alle tre del pomeriggio. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?», che significa: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?». Udendo questo, alcuni dei presenti dicevano: «Costui chiama Elia». E subito uno di loro corse a prendere una spugna, la inzuppò di aceto, la fissò su una canna e gli dava da bere. Gli altri dicevano: «Lascia! Vediamo se viene Elia a salvarlo!». Ma Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito.

(Qui si genuflette e si fa una breve pausa)

Ed ecco, il velo del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, la terra tremò, le rocce si spezzarono, i sepolcri si aprirono e molti corpi di santi, che erano morti, risuscitarono. Uscendo dai sepolcri, dopo la sua risurrezione, entrarono nella città santa e apparvero a molti. Il centurione, e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, alla vista del terremoto e di quello che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: «Davvero costui era Figlio di Dio!».

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Come veri discepoli seguiamo Cristo, umile Re di gloria, che entra in Gerusalemme per portare a compimento sulla croce la sua missione redentrice. Uniti al nostro salvatore, invochiamo Dio, Padre misericordioso, principio e fonte di ogni benedizione.
Preghiamo insieme e diciamo: Per la passione del tuo Figlio, ascoltaci, o Padre.

1. Per la santa Chiesa: celebrando con viva fede il grande mistero della passione e morte di Cristo, guardi con cuore materno alla croce di tanti suoi figli, e doni loro conforto e sollievo. Preghiamo.
2. Per tutti i battezzati: la celebrazione della Settimana Santa renda più intensa la sequela di Cristo che con filiale abbandono è in cammino verso la croce. Preghiamo.
3. Per coloro che soffrono: uniti alla passione di Cristo e consolati dall’amore fraterno, riscoprano la forza rigenerante della fede. Preghiamo.
4. Per i giovani: sostenuti dalla testimonianza e dall’intercessione dei santi, siano autentici discepoli di Gesù, e compiano senza paura scelte generose. Preghiamo.
5. Per noi qui riuniti: attingiamo dall’Eucaristia la forza di essere in famiglia e nella società strumenti di pace. Preghiamo.

Ascolta, o Padre, la preghiera del tuo popolo che si incammina con il tuo Figlio verso il Calvario: fa’ che, dopo averlo acclamato nel giorno dell’esultanza, lo seguiamo con amore nell’ora oscura e vivificante della croce. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Preghiera sulle offerte
Dio onnipotente,
la passione del tuo unico Figlio
affretti il giorno del tuo perdono;
non lo meritiamo per le nostre opere,
ma l’ottenga dalla tua misericordia
questo unico mirabile sacrificio.
Per Cristo nostro Signore.

Prefazio
PREFAZIO La Passione del Signore

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo,
Dio onnipotente ed eterno,
per Cristo Signore nostro.
Egli, che era senza peccato,
accettò la passione per noi peccatori
e, consegnandosi a un’ingiusta condanna,
portò il peso dei nostri peccati.
Con la sua morte lavò le nostre colpe
e con la sua risurrezione
ci acquistò la salvezza.
E noi, con tutti gli angeli del cielo,
innalziamo a te il nostro canto,
e proclamiamo insieme la tua lode: Santo, …

Antifona alla comunione
Padre mio, se questo calice non può̀ passare via
senza che io lo beva,
si compia la tua volontà̀. (Mt 26,42)

Preghiera dopo la comunione
O Padre, che ci hai nutriti con i tuoi santi doni,
e con la morte del tuo Figlio
ci fai sperare nei beni in cui crediamo,
fa’ che per la sua risurrezione
possiamo giungere alla meta della nostra speranza.
Per Cristo nostro Signore.

Orazione sul popolo
Volgi lo sguardo, o Padre, su questa tua famiglia
per la quale il Signore nostro Gesù̀ Cristo
non esitò a consegnarsi nelle mani dei malfattori
e a subire il supplizio della croce.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Dargen D’Amico: «Canto la compassione ispirata al Vangelo»

Dargen D'Amico: «Canto la compassione ispirata al Vangelo»

Rapper, cantautore e produttore, Dargen D’Amico è tra le voci più eclettiche e poetiche della scena contemporanea. A Festival di Sanremo ha più volte intrecciato leggerezza e temi profondi: già in Dove si balla (2022) affiorava, tra ritmo e ironia, il dramma dei migranti; nel 2024 con Onda alta il tema è diventato esplicito. Fino alla recente cover di Su di noi, trasformata in un inno alla pace, chiusa dalle parole di Papa Francesco.
La leggerezza, nel suo caso, è una soglia: invita ad attraversare questioni urgenti senza proclami, ma con immagini che restano. Quest’anno è tornato all’Ariston con AI AI, titolo che è insieme lamento e rimando all’intelligenza artificiale. Ora arriva Doppia mozzarella, il nuovo album (Universal) uscito ieri, frutto di due anni di lavoro: un progetto che usa un’immagine ironica e quotidiana come metafora di vite sovraccariche, sempre tese al “di più”, oltre il necessario. Musicalmente il disco mescola rap, funky e atmosfere disco; nei testi, ironia e spiazzamento si aprono a riflessioni quasi filosofiche sul presente. Tra centri commerciali chiusi come relazioni finite, la freddezza del web, e storie come quella raccontata in L’ascensore, emerge uno sguardo caleidoscopico sulle derive della società dei consumi.
Ricorrente è anche l’elemento cristiano: in Pianti grassi parla di battesimo (“siamo tutti peccatori”), cita lo Spirito Santo in Techno Tango, mentre in Prima nudi chiamavamo amore riflette sulla figura del Papa. Non a caso il cardinale Gianfranco Ravasi, durante il Festival 2026, ha citato versi di AI AI, che richiamano il Vangelo: “Ama ciò che non ti piace, è la chiave per la pace”. «Ho apprezzato che il cardinale Ravasi abbia citato i versi della mia canzone sottolineando un elemento della canzone che è fondamentale: la base del Vangelo, della nuova visione portata da Gesù Cristo sul materiale precedente, che è la compassione» racconta Dargen D’Amico ad Avvenire.
Dargen, lei canta in AI AI: “A me mi ha rovinato la rete / altrimenti avrei fatto il prete”. A Sanremo ha detto che non era una battuta.
«Ho sempre sentito, fin da giovane, un’attrazione verso la spiritualità. Era un’attrazione verso cose che non ero in grado di capire: risposte che non avessero bisogno di domande. Una naturale inclinazione verso ciò che non deve essere spiegato, perché quando lo spieghi diventa qualcos’altro. La spiritualità è qualcosa di naturale: per questo tutte le religioni condividono elementi comuni. La religione è il modo in cui la domanda prende forma. Io sono cresciuto dentro il substrato cristiano europeo, cattolico, in Italia, ma non ho mai avuto un rapporto canonico: ho cercato altrove, nella lettura e nel dialogo, anche casuale, con persone che vivono di risposte religiose».
Da ragazzino  ha frequentato il mondo cattolico?
«Reputo il cristianesimo parte del mio DNA culturale. Ho frequentato l’oratorio sì, finché a un certo punto mi hanno allontanato perché non frequentavo il catechismo e quindi non si poteva. Era un’altra epoca. Però quell’allontanamento non mi ha fatto cambiare idea, anzi, ringrazio il don che lo ha fatto: mi ha incuriosito di più. Le cose che sembrano esclusive sono spesso le più interessanti. Comunque ho frequentato gli scout e,  nei giorni di pioggia, ci accoglievano negli oratori di piccoli paesi dell’Insubria. Dormivamo lì con i materassini: ne ho un ricordo bellissimo. È stato sempre un continuo avvicinarsi e allontanarsi».
Nel brano Prima nudi chiamavamo amore canta: “Io non riesco mai a capire se il Papa mi vuol bene o vuole solo benedirmi”.
«È una metafora del dubbio umano. Anche il Papa, che è il più alto rappresentante del rapporto spirituale, viene letto attraverso meccanismi umani. Il suo dubbio diventa il nostro: quanto vale l’individuo rispetto alla religione, e quanto la religione rispetto all’individuo? È un alternarsi continuo: nella religione vale di più la parola o l’azione che nasce da quella parola?»
All’Ariston ha portato Su di noi intrecciata con Il disertore e chiusa dalla voce di Papa Francesco che dice: “Non rassegniamoci alla guerra”.
«Viviamo tempi molto pericolosi. Siamo scivolati in un clima di conflitto costante, in cui passa l’idea che la guerra non sia poi così male. Noi siamo cresciuti con un impianto culturale diverso: la guerra non era considerata una soluzione. Anche a scuola la filosofia era pacifista. Oggi si invitano rappresentati dell’Esercito nelle scuole, inviti ai ragazzi a partecipare a parate. È cambiato il clima culturale. Quando si cerca di raccontare ai ragazzi i benefici della guerra, questo mi allarma. E quell’allarme va amplificato. Il mio intento era dire che abbiamo molti più punti in comune di quanto pensiamo. Tutti vogliamo una vita dignitosa, nel rispetto di chi ci è vicino, sia che ci somigli sia che sia diverso da noi».
Le piacerebbe incontrare Papa Leone?
«Ho la curiosità, molto italiana, di passeggiare nei viali della Santa Sede e parlare con chi rappresenta la spina dorsale della religione. Il Papa, in particolare, incarna il dilemma dell’uomo: cosa possiamo fare per gli altri e cosa gli altri rappresentano per noi. Se capitasse, coglierei l’occasione. Anche solo per piantare una tenda nei giardini vaticani, che sono meravigliosi, e osservare. Da scout. Da osservatore romano (ride)».
Nel disco emerge una visione critica del presente. In Piove metallo canta: “La speranza di farcela è spenta”.
«Le parole dicono che la speranza è accesa, ma le azioni lo negano. È uno di quei casi in cui il presente rende anacronistica una canzone che immaginavo fantascientifica. Purtroppo le immagini delle piogge di petrolio sui cittadini di Teheran rendono la canzone già antica. Il metallo rappresenta l’azione dell’uomo che ritorna su di noi nel ciclo naturale. E intanto si racconta che la soluzione sia andarsene altrove, consumare un altro pianeta. È un consumismo senza fine: delle cose, ma anche delle persone, usate e poi abbandonate».
In Moto ondulatorio riflette invece su bene e male.
“È nato prima il bene e poi il male a bilanciare”. Il moto ondulatorio è il superamento della superficie: un’onda musicale ma anche relazionale. Ci muoviamo continuamente: riconosciamo qualcosa e poi lo neghiamo. Riconosciamo negli altri ciò che non vorremmo vedere in noi. Ma quando accettiamo che quei difetti ci appartengono, allora facciamo pace. Con noi stessi e con gli altri».
Nel disco torna il tema del consumo e dell’eccesso.
Tutto ciò che aggiungiamo per colmare i nostri limiti aumenta l’insoddisfazione. Solo nell’essenziale si può trovare una vera soddisfazione. Oggi tutto diventa servizio, tutto ha un prezzo. Anche i bambini vengono trasformati presto in consumatori, con l’intelligenza artificiale che entra nei giochi, mentre la coscienza si sta formando. È pericoloso ridurre l’umanità a target commerciale. Ci sono cose che hanno valore proprio perché non hanno prezzo».
Perché il titolo Doppia Mozzarella?
È l’idea di non accontentarsi mai: raddoppiare, triplicare, voler sempre di più, fino a non essere mai sazi. Avere fame anche quando la fame biologica è già soddisfatta. Quell’immagine mi sembrava una metafora efficace di questo disco e delle sensazioni che contiene».
Avvenire

Siamo storie in agrodolce, metafore dell’unicità

Siamo storie in agrodolce, metafore dell’unicità

C’è un tempo che non fa rumore. Non si impone, non reclama attenzione, non corre per arrivare prima degli altri. È il tempo delle cose che maturano senza fretta, come il pane lasciato lievitare nella penombra della cucina o la parola custodita nel cuore prima di essere detta. È il tempo che spesso dimentichiamo, eppure è quello che ci salva.
Viviamo immersi in una fretta che promette efficienza e ci consegna, invece, una sottile inquietudine. Corriamo per non restare indietro, accumuliamo gesti e impegni, riempiamo le giornate fino a non lasciarvi più spazio. E così perdiamo il sapore. Non perché le cose siano diventate insipide, ma perché non diamo loro il tempo di sprigionare il gusto.
La vita interiore somiglia molto all’agrodolce, metafora di storie che sanno tenere insieme gli opposti, a volte anche le contraddizioni. Qualche tempo fa è venuto a trovarci M. La sua vita, a prima vista, era piena: lavoro stabile, relazioni, impegni continui. Eppure, sotto quella superficie ordinata, si muoveva una domanda inquieta, mai del tutto ascoltata. Non era un vuoto clamoroso, ma una mancanza sottile, come un sapore che non convince.
Non c’è stato un momento spettacolare nella sua storia, nessuna svolta improvvisa. Piuttosto, piccoli scarti. Un invito accettato quasi per caso. Una sera trascorsa in silenzio, senza il bisogno di riempirlo. L’incontro con qualcuno capace di ascoltare senza giudicare. E poi, lentamente, la scoperta di una parola che non veniva da lui, ma lo riguardava profondamente.
All’inizio, più che una fede, era una resistenza che si allentava. M. ha iniziato a fermarsi, a concedersi spazi di solitudine, a sostare su ciò che sentiva. Non sempre era facile: emergevano fragilità, domande, anche ferite che chiedevano di essere guardate. Ma proprio lì, dove avrebbe voluto fuggire, ha iniziato a intravedere una presenza diversa.
Un giorno ci ha detto, con semplicità: “Non è cambiato tutto, ma è cambiato il modo in cui guardo le cose”. La sua vita non è diventata perfetta, né priva di difficoltà. Ma qualcosa si è riordinato. Le priorità si sono fatte più chiare, le relazioni più vere, il tempo meno affollato e più abitato: né solo tutto agro, né solo tutto dolce.
C’è una sapienza nascosta nel rallentare. Non è pigrizia, ma attenzione. Non è rinuncia, ma scelta. Significa riconoscere che non tutto dipende da noi, che c’è una misura più profonda delle cose che non possiamo controllare. Significa fidarsi che ciò che conta davvero ha bisogno di tempo per rivelarsi.
Nella vita monastica, questa verità si impara quasi senza accorgersene. I gesti si ripetono, i ritmi sono essenziali, le ore si susseguono con una fedeltà che non stanca. E proprio lì, dove apparentemente nulla cambia, ci si accorge che tutto si trasforma. Lentamente, ma realmente.
Forse anche per noi, nel cuore delle nostre città e delle nostre case, è possibile ritrovare questo tempo diverso. Non si tratta di fare meno, ma di abitare meglio. Di restituire peso a ciò che viviamo. Di concederci il diritto di non essere sempre altrove. Perché ci sono verità che si comprendono solo sostando. E parole che si ascoltano soltanto quando smettiamo di correre.
Avvenire

Un mese di guerra con l’Iran e i fronti sono ancora tutti aperti

Un mese di guerra con l'Iran e i fronti sono ancora tutti aperti

Un mese esatto è trascorso da quella mattina del 28 febbraio in cui la coalizione israelo-americana ha iniziato i bombardamenti dell’Iran. Con 25 miliardi di dollari spesi e 13 soldati morti, Donald Trump non ha ancora risposto all’unica domanda che quella mattina tutti si sono fatti: perché? E dopo 4 settimane, non si è risolto nulla.
Libano e Golfo: 2 fronti paralleli e indipendenti
Il Medio Oriente brucia, da Israele agli Emirati. Eppure nella guerra cominciata il 28 febbraio si possono individuare due fronti, principali e, solo in parte, collegati. All’attacco di Usa e Israele, l’Iran ha risposto, da una parte, colpendo i vicini del Golfo. I sette Paesi arabi, cioè, che ospitano basi statunitensi: Bahrein, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Turchia e Emirati. Teheran, dall’altra, ha “attivato” i proxy, le milizie alleate sparse nella regione. Nella tra il 2 e il 3 marzo, Hezbollah ha, così, lanciato una raffica di razzi sul nord di Israele, a cui il governo di Benjamin Netanyahu ha reagito con raid massicci nel sud del Libano e di Beirut. Il “Paese dei cedri” s’è così ritrovato angora una volta strangolato dal conflitto tra Tel Aviv e il gruppo armato. Uno scontro che procede in modo parallelo e indipendente rispetto a quello nel Golfo e rischia di protrarsi ben oltre quest’ultimo. Israele sembra determinato a creare una “fascia di sicurezza” nel territorio a sud del Litani. Lo spettro di una nuova occupazione aleggia sul Libano.
Le petromonarchie in equilibrio precario
Fiducia nelle garanzie di sicurezza Usa, un cauto avvicinamento all’Iran e espansione dei rapporti economici con Israele. Su questi tre pilastri, gli Stati del Golfo hanno basato, negli ultimi decenni, la propria strategia per proteggersi dai ripetuti cicli di violenza in Medio Oriente. L’attuale guerra rischia ora di farli crollare. La chiusura dello Stretto di Hormuz ha interrotto uno dei corridoi energetici e marittimi più importanti al mondo. E ridotto al minimo l’attività dei principali porti della regione mentre le principali compagnie aree hanno sospeso i voli, “scollegando” dal resto del mondo hub di transito globali come Dubai e Doha. La crisi è arrivata proprio nel mezzo del processo di diversificazione economica portato avanti dalle petro-monarchie, puntando su turismo, finanza e high tech. Settori in cui la stabilità è un fattore cruciale. Proprio quello che la guerra ora sta minando. Insieme all’illusione di avere raggiunto un punto di equilibrio tra Usa, Iran e Israele.
Civili uccisi e sfollati: la catastrofe umanitaria
Fin dal primo giorno, la guerra ha mostrato il suo volto più brutale. Il 28 febbraio, mentre il mondo si interrogava sugli effetti geopolitici dell’attacco a Teheran, una bomba – molto probabilmente scagliata dagli Stati Uniti – ha colpito una scuola femminile a Minab, uccidendo almeno 110 bambine. In un mese, sono migliaia i morti nei combattimenti che dilaniano il Medio Oriente. Gli attivisti per i diritti umani contano già quasi 1.500 vittime civili in Iran – tra cui oltre duecento minori –, oltre a 1.100 militari e 700 morti “non classificate”. In Libano, i caduti sono oltre un migliaio, quasi un quarto sono bimbi e gli sfollati registrati superano il milione. Gli attacchi di Iran e Hezbollah hanno ucciso 16 civili in Israele e un’altra ventina nel Golfo. Nel conflitto sono morti, inoltre, tredici militari statunitensi, un soldato francese colpito da un drone in Iraq e 27 miliziani delle forze popolari curde. Una macabra contabilità che dà solo una pallida idea della catastrofe umanitaria in atto.
L’effetto domino globale del rincaro del greggio
Il conflitto ha fatto schizzare alle stelle il prezzo del petrolio del 40 per cento. Ormai il costo di un barile non scende sotto i cento dollari. Determinante la decisione iraniana – prevedibile – di bloccare lo Stretto di Hormuz, da cui passa un quinto del greggio mondiale. Finora, né le minacce e i raid ordinati da Donald Trump né gli intenti di trattativa dell’Agenzia internazionale dell’Energia sono riusciti a farlo riaprire. Appena quattro navi al giorno lo attraversano: prima della guerra la media era 120. Il rincaro repentino del combustibile hanno causato, da una parte, necessità di razionamento in vari Paesi. Dall’altra, gli aumenti si sono “trasferiti” sul resto della catena produttiva, generando una spirale di inflazione. Gli esperti parlano di una “austerity” più grave di quella determinata dallo choc petrolifero negli anni Settanta. La minaccia, ormai concreta, della recessione ha fatto crollare i consensi del presidente Usa al 36 per cento, a otto mesi dalle elezioni di midterm.
Avvenire