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Consiglio pastorale: zavorra o risorsa?

di: Chiara Curzel

convegno

«Questa settimana ritrovo del Consiglio Pastorale»: è l’annuncio che spesso si sente negli avvisi parrocchiali a fine Messa, accompagnato da giorno e luogo, oppure si trova affisso nelle bacheche delle chiese, come una rassicurante routine, segno di una parrocchia (o, sempre più, di un’unità pastorale o di un insieme di parrocchie) che ancora sa ritrovarsi assieme al suo parroco per confrontarsi sull’andamento e l’organizzazione della comunità cristiana. Ma siamo sicuri che dietro una struttura che da molte parti ancora regge c’è davvero una consapevolezza di cosa sia, come debba agire, cosa significhi per la Chiesa di oggi un Consiglio pastorale o qualunque altro Organismo di partecipazione?

Il Documento di sintesi del Cammino sinodale delle Chiese che sono in Italia dell’ottobre 2025, al paragrafo 65, recita: «Dal momento che evangelizzazione e servizio al corpo ecclesiale non sono appannaggio del solo clero, è essenziale riconoscere i carismi e le competenze di laici e laiche, consacrati e consacrate, accogliendo il contributo specifico di parola e testimonianza che tutti i battezzati offrono per la missione e l’edificazione della Chiesa».

La negazione con cui la frase si apre è davvero indicativa: c’è dunque bisogno di dirci, ancora, che l’evangelizzazione e il servizio alla Chiesa non sono appannaggio del solo clero. C’è bisogno di richiamare la necessità di riconoscere i carismi e le competenze di laici e laiche, consacrati e consacrate; c’è bisogno di ripetere che c’è un contributo specifico di parole e testimonianza che tutti i battezzati offrono per l’edificazione della Chiesa. C’è bisogno, insomma, di riflettere e di formarsi ancora molto sull’identità e i ruoli di tutti coloro che sono parte della comunità cristiana.

Se passiamo dai documenti all’esperienza, comprendiamo inoltre che sono ancora molti i passi da fare. Accanto a Parrocchie e Diocesi che certamente hanno esperienze positive di tali organismi, è innegabile che si riscontrino anche fatiche, insoddisfazioni, inadeguatezze che fanno sorgere in molti la domanda se essi siano davvero una «risorsa» per la comunità cristiana o piuttosto una «zavorra», una pesantezza in più, un «male necessario» per conservare almeno in apparenza un volto sinodale a ciò che invece si configura come una gestione troppo improvvisata e «pasticciata» della vita della comunità cristiana.

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La Redazione della Rivista Presbyteri, che da sempre, nei suoi ormai 60 anni di vita, si occupa della formazione permanente del Clero, ha deciso di raccogliere questo stimolo proponendo come tema di riflessione, proprio a partire dal ruolo e dall’identità dei presbiteri, il tema degli organismi di partecipazione.

Essi infatti hanno bisogno di essere in primo luogo conosciuti nella loro natura e fine specifico, che coinvolge non solo le dinamiche organizzative, ma dipende dalla visione ecclesiologica di riferimento e interpella la teologia come fonte della prassi e come luogo di riflessione che si prende a cuore le situazioni concrete dell’oggi. Essi hanno a che fare con il sensus fidei, con la corresponsabilità, con la partecipazione per un discernimento sinodale, che per sua natura ha una forte e distintiva dimensione spirituale.

E ancora gli Organismi di partecipazione sono oggi la grande occasione per ripensare l’idea e la gestione del potere all’interno della Chiesa, chiedendosi quali percorsi sono attuabili e quali spazi sono possibili per attuare un cammino comune di corresponsabilità e di scelte maturate insieme e quale dovrebbe essere il ruolo dei diversi gradi del ministero ordinato in questa struttura sinodale.

A tutto questo è dedicato il VII Convegno promosso dalla Rivista Presbyteri, un appuntamento ormai abituale e atteso che si ripresenta ogni anno nel mese di maggio. I relatori, in due mattinate, aiuteranno a riflettere su cosa significa «consigliare» nella Chiesa, cosa è possibile e cosa è migliorabile nell’esercizio di questo diritto/dovere di ogni battezzato e su quali strade camminare verso una vera formazione, sia dei presbiteri che dei laici, per acquisire modalità e stili per un corretto e fruttuoso dialogo, ciascuno secondo il suo ambito di responsabilità.

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Il Convegno porta il titolo: Stasera Consiglio Pastorale… Gli Organismi di partecipazione: zavorra o risorsa? Si terrà nelle mattine di lunedì 18 e martedì 19 maggio, dalle ore 10.00 alle ore 12.00; si potrà seguire esclusivamente online, senza iscrizione, attraverso il canale YouTube della Rivista, facilmente accessibile dalla homepage del sito www.presbyteri.it.

Lunedì 18 maggio interverranno mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo di Novara, e Luigi Mariano Guzzo, docente di Diritto Canonico all’Università di Pisa.

Martedì 19 maggio interverranno don Rocco D’Ambrosio, docente di Filosofia politica alla Pontificia Università Gregoriana e Elisa Cavandoli del Centro Studi Emmaus.

La moderazione è affidata a don Gianni Caliandro, della Redazione di Presbyteri.

Il tema interessa non solo Vescovi, Presbiteri e Diaconi, ma anche i molti laici e laiche che hanno a cuore la loro comunità e desiderano formarsi per una sempre migliore partecipazione corresponsabile. La riflessione può essere utile anche a religiosi e religiose, che, pur con la loro specificità, già vivono modalità di governo in forme collegiali, e in generale a tutti coloro che desiderano riflettere sui temi, sempre più urgenti nella società di oggi, dei processi decisionali, delle responsabilità condivise, della gestione dei gruppi chiamati a consigliare sentendosi parte attiva di un organismo.

Sul sito della Rivista Presbyteri, oltre ai temi delle 6 monografie annue e a rubriche liberamente scaricabili, si possono seguire i video dei precedenti Convegni, dal 2021 al 2025 (si possono richiedere informazioni via email alla segreteria della rivista).

Settimana News

Francesco Marcone, il delitto vergogna di Stato che è diventato un docufilm

Il direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia, Francesco Marcone, assieme ai figli Daniela e Paolo nella foto di famiglia scelta come copertina per il docufilm che racconta la storia del suo omicidio

Avvenire
Il direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia, Francesco Marcone, assieme ai figli Daniela e Paolo nella foto di famiglia scelta come copertina per il docufilm che racconta la storia del suo omicidio
Alcune macchie sono impossibili da lavare. Quelle di sangue, e di sangue innocente, più di tutte. La storia del nostro Paese ne è costellata come una trama carsica che riaffiora, e riaffiora, continuando a interrogare la coscienza civile prima ancora di quella giudiziaria. Alcune vicende non si chiudono: non mancano i fatti o le prove (finanche le prove giudiziarie), affatto. Quello che manca è una parola definitiva di verità, capace di curare le ferite. È dentro questa ferita ancora aperta che scava Il sangue mai lavato, il documentario di Luciano Toriello dedicato alla storia di Francesco Marcone, direttore dell’Ufficio del Registro di Foggia, ucciso la sera del 31 marzo 1995 nell’androne del palazzo in cui abitava. Due colpi di pistola, esplosi a distanza ravvicinata. E tutt’intorno vite spezzate: quella della moglie, dei figli Daniela e Paolo Marcone, della sorella Maria, dei colleghi, degli amici, di una città intera.
La traiettoria narrativa del film si muove lungo un doppio registro: l’indagine civile su un omicidio rimasto senza giustizia definitiva e la ricostruzione intima di una figura che, nel suo ruolo pubblico, incarnava un’idea rigorosa e non negoziabile dello Stato. Marcone era un funzionario integerrimo, impegnato in un lavoro delicato di controllo e contrasto a irregolarità fiscali e patrimoniali (quello che al tempo era l’Ufficio del Registro oggi è diventato l’Agenzia delle Entrate), in un territorio attraversato da interessi opachi e stratificazioni di potere. Nei giorni precedenti all’omicidio aveva presentato esposti circostanziati su anomalie amministrative. Poi l’epilogo tragico, inatteso, nel cuore di una città che la parola mafia fino a quel momento faticava persino a pronunciare. Di lì in avanti il dipanarsi di una vicenda processuale complessa e discontinua: indagini che si intrecciano, piste che si affievoliscono, procedimenti che si arenano. Emergono sospetti, si delineano scenari, resta costantemente assente una risposta da parte della giustizia capace di ricomporre il quadro. Il caso Marcone continua a rappresentare uno dei nodi irrisolti della storia repubblicana recente.
La forza del documentario – che è stato presentato in anteprima un anno fa al Bif&st di Bari e in 12 mesi è stato richiesto e proiettato in oltre 60 eventi in tutta Italia, attraversando caserme, uffici pubblici, università e scuole – risiede anche nella sua costruzione formale. Toriello attinge a un vasto patrimonio di materiali d’archivio – dalle teche Rai agli archivi privati della famiglia, fino ai documenti raccolti da Libera – restituendo il clima di un’epoca in cui il dibattito pubblico si consumava nei teatri cittadini, trasformati in vere e proprie agorà televisive. Riemerge la stagione dei talk show condotti da Michele Santoro, in particolare Samarcanda, che negli anni Novanta portava nelle piazze un confronto serrato tra politica, società civile e cultura. In quelle serate foggiane si alternavano figure pubbliche, attori, intellettuali – tra cui Michele Placido, tanto per fare un nome noto – contribuendo a fare della vicenda Marcone un caso nazionale, almeno per una stagione. L’uso di questi materiali non si esaurisce in una funzione illustrativa: diventa un dispositivo critico, capace di mostrare come la memoria pubblica si sia formata, stratificata e in parte confusa, persino dispersa.
Il cuore emotivo della storia è affidato alla testimonianza di Daniela Marcone, che negli anni ha trasformato il dolore privato in un impegno pubblico coerente, diventando una figura di riferimento nell’educazione alla legalità, anche all’interno della rete di Libera guidata da don Luigi Ciotti, di cui è vicepresidente. Il suo racconto, come emerge anche in recenti interviste (Avvenire l’ha inserita tra i volti della campagna Donne per la pace 2024), rifugge ogni tentazione vittimistica. Si struttura come un itinerario di consapevolezza: ricostruire la vita del padre prima ancora della sua morte, restituirne la densità umana, sottrarlo alla riduzione a “caso giudiziario”. E superare l’odio e la rabbia «che dopo quella sera, quando rientrai a casa e capii subito dal colore dei calzini del corpo steso sulle scale di casa che mio padre era stato ucciso – racconta spesso nel corso delle sue testimonianze – avrebbe potuto inghiottirmi e distruggermi per sempre». In questo percorso un ruolo decisivo è stato svolto dal fratello Paolo e dalla zia Maria, tra le prime a comprendere l’urgenza di una mobilitazione pubblica. La lettera scritta dalla donna e affissa sui muri della città – un gesto coraggioso in un contesto cittadino segnato anche da una mentalità ancora fortemente patriarcale – segna l’inizio di una presa di parola collettiva. Attorno alla famiglia nasce il Comitato Marcone, composto in larga parte proprio da donne foggiane che scelgono di non lasciare cadere la vicenda nel silenzio. E il documentario mette in luce proprio questa dimensione inedita della storia: una custodia della memoria che per la prima volta, dal basso, si fa azione civile.
Nel film trova spazio anche la figura dell’allora vescovo di Foggia, Giuseppe Casale, che assume fin da subito una posizione limpida, chiedendo verità e giustizia. La sua voce contribuisce a delineare un quadro in cui la dimensione ecclesiale entra nel dibattito pubblico come coscienza critica del territorio: qualcosa a cui il passato tormentato del nostro Sud ci ha abituato, dalla Puglia fino alla Sicilia. Accanto a essa emerge il lavoro di chi, sul piano giornalistico, ha cercato di illuminare le zone d’ombra: tra questi Giovanni Dello Iacovo, che segue il caso in prima persona, ricostruendo passaggi investigativi e contesti spesso trascurati. Una presenza, la sua, che restituisce un’idea esigente e troppo spesso rimossa di giornalismo d’inchiesta, capace (non importa a quale costo, anche rispetto alla propria incolumità) di opporsi alla logica dell’omertà e del silenzio davanti all’ingiustizia. Quel sangue mai lavato d’altronde non è soltanto quello rimasto sugli occhiali di Francesco Marcone che sono stati ritrovati anni dopo dalla figlia: è il sangue di una città che non ha ancora sciolto il nodo della propria storia, che convive con una ferita non rimarginata e che oggi, dopo aver riconosciuto d’essere permeata dai tentacoli della cosiddetta “società foggiana”, fa i conti con violenze e omicidi sempre più frequenti. «L’assenza di verità incide sul tessuto civile, ne altera la fiducia, ne incrina la memoria» spiegano Daniela e suo fratello Paolo. Senza giustizia il ricordo si riduce a commemorazione; quando resta vivo, diventa domanda politica. Che cosa resta, dello Stato, quando non riesce a fare piena luce su chi lo ha servito?
Avvenire

Santo del giorno 02 Maggio Sant’Atanasio, vescovo e dottore della Chiesa

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Memoria

Dal Martirologio

Memoria di sant’Atanasio, vescovo e dottore della Chiesa, di insigne santità e dottrina, che ad Alessandria d’Egitto dai tempi di Costantino fino a quelli dell’imperatore Valente combattè strenuamente per la retta fede e, subite molte congiure da parte degli ariani, fu più volte mandato in esilio; tornato infine alla Chiesa a lui affidata, dopo aver lottato e sofferto molto con eroica pazienza, nel quarantaseiesimo anno del suo sacerdozio riposò nella pace di Cristo.

Concerto primo maggio 2026: cantanti, scaletta, diretta tv e orari

Il grande palco in piazza San Giovanni in Laterano è pronto, gli artisti anche, i conduttori sono stati annunciati e ragazzi e ragazze di Roma e non solo si stanno preparando a vivere l’ennesimo – o il primo – Concerto del Primo Maggio nella Capitale. L’evento, promosso come di consueto da CGIL, CISL e UIL e organizzato da iCompany, torna per celebrare la Festa dei Lavoratori con una maratona di musica, impegno e spettacolo.

Il tema del Concerto del Primo Maggio 2026
“Lavoro dignitoso: contrattazione, nuove tutele e nuovi diritti per l’Italia che cambia nell’era dell’intelligenza artificiale”. È lo slogan scelto dai Sindacati per questo Primo Maggio. Un appello forte a rimettere al centro il protagonismo del lavoro stabile, ben retribuito, contrattualizzato come leva essenziale di giustizia sociale e per governare in modo equo i cambiamenti in atto, generando coesione e crescita.

I conduttori del Primo Maggio
Il Concerto del Primo Maggio 2026 sarà presentato da Arisa, BigMama e Pierpaolo Spollon. Dopo aver emozionato il pubblico lo scorso anno con la sua esibizione, Arisa, tra le voci più importanti del panorama musicale italiano, capace di reinterpretare il concetto stesso di musica e di spettacolo e di parlare a intere generazioni colorando di nuove sfumature il suo mondo artistico, torna sul palco del Concertone nell’inedita veste di presentatrice. BigMama si conferma per il terzo anno come presentatrice della giornata portando con sé la consueta energia contagiosa e la capacità di lanciare messaggi che fanno riflettere. Volto noto al grande pubblico grazie soprattutto alla serialità televisiva, Pierpaolo Spollon, è pronto a farsi conoscere in una nuova veste.

Anche quest’anno il Concertone, con la direzione artistica di Massimo Bonelli, mette al centro le performance, rigorosamente live, come strumento di racconto, rappresentando una festa e un momento di riflessione per immaginare il domani attraverso le voci di chi, con la propria musica, lo sta già costruendo. “Il domani è ancora nostro” è infatti il focus scelto dalla direzione artistica per dare voce alla contemporaneità attraverso la musica con un cast ampio e trasversale, capace di rappresentare sensibilità e percorsi artistici differenti, mettendo insieme nomi affermati e nuove voci della scena musicale italiana che guardano a un futuro pieno di possibilità.

Tutti gli artisti del Concertone
Sarà un mosaico sonoro e generazionale quello protagonista sul palco del Primo Maggio. Ad esibirsi live saranno artisti di ieri e di oggi, tutti con un’identità riconoscibile e coerente, con attenzione ai linguaggi del presente e la capacità di intercettare i temi più urgenti della società contemporanea.

Gli artisti del Concerto del Primo Maggio 2026, in ordine alfabetico, sono: Angelica Bove, Bambole Di Pezza, Birthh, Casadilego, Chiello, Dardust con Davide Rossi, Delia, Ditonellapiaga, Dolcenera, Dutch Nazari, Eddie Brock, Emma, Emma Nolde, Ermal Meta, Frah Quintale, Francamente, Francesca Michielin, Fulminacci, Geolier, I Ministri, Irama, La Niña, Lea Gavino, Levante, Litfiba, Madame, Maria Antonietta e Colombre, Mobrici, Niccolò Fabi, Nico Arezzo, Okgiorgio, Orchestra Popolare La Notte Della Taranta, Paolo Belli, Pinguini Tattici Nucleari, Primogenito, Riccardo Cocciante, Rob, Rocco Hunt, Roshelle, Santamarea, Sayf, Senza Cri, Serena Brancale, Silvia Salemi, Sissi.

L’opening, dalle ore 13, è affidato a Henna, Jeson, Lil Jolie, Svegliaginevra, Tigri da Soggiorno, Wepro. A loro si aggiungono le 3 vincitrici del contest di iCompany dedicato ai progetti emergenti 1MNEXT: Bambina, Cainero e Cristiana Verardo.

Il concerto in tv e in radio
L’evento sarà come sempre a libero accesso e sarà trasmesso in diretta su Rai 3, Rai Radio 2, Rainews.it e in onda su RaiPlay e Rai Italia. Su Rai 3 la diretta del day time comincia alle ore 15.15 e si conclude alle ore 19. Il prime time comincia alle 20 e si conclude alle 00.15.

Il Concerto verrà anche trasmesso integralmente in streaming sul sito web www.rainews.rai.it.

Il Giornale Radio Rai seguirà come sempre il Primo Maggio sia nella parte musicale che negli appuntamenti sindacali, con servizi e collegamenti nelle varie edizioni del GR, ma anche nei programmi di Rai Radio 1 per tutto l’arco della giornata, con l’inviata Marcella Sullo.

Sulla piattaforma RaiPlay il Concertone sarà integralmente visibile in diretta. Inoltre, le clip di tutte le esibizioni musicali, dei momenti più emozionanti e delle interviste realizzate nel backstage, saranno pubblicate in tempo reale.

Su RaiPlay Sound, oltre alla diretta radiofonica, sarà possibile riascoltare il Concertone on demand. Sulla piattaforma radio, inoltre, saranno presenti tantissimi contenuti Original e documentari a tema.

I canali social di Rai 3 e RaiPlay, invece, seguiranno l’evento con foto e video esclusivi per tutta la giornata.

Rai Radio2 si conferma radio ufficiale del Concertone, accompagnando l’evento con una programmazione articolata in più momenti. Si parte dalle 14.30 alle 16.30 con il commento di Diletta Parlangeli e Vittorio Pettinato; dalle 16.30 alle 19.35 la conduzione passa a Manila Nazzaro e Julian Borghesan; mentre dalle 19.00 alle 19.35 è previsto il DJ set di Ema Stokholma, trasmesso in esclusiva su Radio2. Dopo il GR 2 delle 19.35, dalle 19.48 alle 00.15, la serata prosegue con il commento di Nicol Angelozzi e Gino Castaldo. Lo studio di Rai Radio 2, realizzato in collaborazione con SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori, sarà allestito in una postazione esclusiva nel backstage di Piazza San Giovanni. La sinergia tra Rai Radio2 e SIAE si estende anche alla realizzazione di contenuti digital esclusivi per raccontare il Concertone dal palco e dietro le quinte.

Anche quest’anno il “Concerto del Primo Maggio” sarà veramente per tutti grazie a Rai Pubblica Utilità: per tutta la durata del Concerto, sulla pagina 777 di Televideo, saranno disponibili i sottotitoli realizzati in diretta dallo studio di Saxa Rubra; a partire dalle 20 l’audiodescrizione – attivabile sul canale audio dedicato – ed in streaming su RaiPlay, permetterà anche alle persone cieche di conoscere i dettagli legati alle luci, alla scenografia, agli abiti, ai movimenti di artisti e conduttori sul palco. Sempre a partire dalle 20, su RaiPlay inizierà la diretta accessibile con sottotitoli e LIS, realizzata dallo studio 2 di Via Teulada che ospiterà, ormai come di consueto, anche il pubblico. L’accessibilità in LIS verrà, infine, garantita anche in Piazza San Giovanni – sempre a partire dalle 20 – attraverso il rimando dell’immagine di interpreti e performer sui ledwall laterali del palco creando così la piena inclusione e partecipazione all’evento.

Modifiche alla viabilità e ai trasporti
Dalle 8 di venerdì sarà vietato transitare su piazza di Porta San Giovanni, via Carlo Felice, via Emanuele Filiberto e saranno attivati divieti di fermata in tutto il quadrante. Si potrà circolare invece lungo le direttrici Amba Aradam-San Giovanni in Laterano-Merulana; Nola-Santa Croce in Gerusalemme e Magna Grecia-Appio-Appia-La Spezia. La riapertura al traffico è prevista nella notte fra l’1 e il 2 maggio al termine degli interventi di Ama su piazza di Porta San Giovanni. La metro sarà in servizio con orario festivo con potenziamento serale. Nello specifico i treni effettueranno la prima corsa a partire dalle ore 05:30 e l’ultima alle ore 01:30.

In virtù del Concertone possibili chiusure delle stazioni Manzoni (metro A) e San Giovanni (metro A e C). Per tale ragione si consiglia di utilizzare le stazioni di Vittorio Emanuele e Re di Roma (per chi viaggia in metro A) o la stazione Lodi (per chi viaggia in metro C).

Nella giornata del Primo Maggio saranno modificate, a partire dalle ore 05:30 fino al termine del servizio, le corse delle linee 16, 51, 81, 85, 87, 360, 590 e 792 più i notturni nMA (sia direzione Battistini che Anagnina), nMc (piazza Venezia e Pantano) n3d e n3s (entrambe in direzione piazzale Ostiense).

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Concerto primo maggio 2026: cantanti, scaletta, diretta tv e orari
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San Giuseppe Lavoratore Festa: 1 maggio

Festa di San Giuseppe lavoratore – CIB – Centro Informazione Biblica

Nel Vangelo Gesù è chiamato ‘il figlio del carpentiere’. In modo eminente in questa memoria di san Giuseppe si riconosce la dignità del lavoro umano, come dovere e perfezionamento dell’uomo, esercizio benefico del suo dominio sul creato, servizio della comunità, prolungamento dell’opera del Creatore, contributo al piano della salvezza (cfr Conc. Vat. II, ‘Gaudium et spes”, 34). Pio XII (1955) istituì questa memoria liturgica nel contesto della festa dei lavoratori, universalmente celebrata il 1° maggio.

Patronato: Padri, Carpentieri, Lavoratori, Moribondi, Economi, Procuratori Legali

Etimologia: Giuseppe = aggiunto (in famiglia), dall’ebraico

Martirologio Romano: San Giuseppe lavoratore, che, falegname di Nazareth, provvide con il suo lavoro alle necessità di Maria e Gesù e iniziò il Figlio di Dio al lavoro tra gli uomini. Perciò, nel giorno in cui in molte parti della terra si celebra la festa del lavoro, i lavoratori cristiani lo venerano come esempio e patrono.

Sotto la sua protezione si sono posti Ordini e Congregazioni religiose, associazioni e pie unioni, sacerdoti e laici, dotti e ignoranti. Forse non tutti sanno che Papa Giovanni XXIII, di recente fatto Santo, nel salire al soglio pontificio aveva accarezzato l’idea di farsi chiamare Giuseppe, tanta era la devozione che lo legava al santo falegname di Nazareth. Nessun pontefice aveva mai scelto questo nome, che in verità non appartiene alla tradizione della Chiesa, ma il “papa buono” si sarebbe fatto chiamare volentieri Giuseppe I, se fosse stato possibile, proprio in virtù della profonda venerazione che nutriva per questo grande Santo. Grande, eppure ancor oggi piuttosto sconosciuto. Il nascondimento, nel corso della sua intera vita come dopo la sua morte, sembra quasi essere la “cifra”, il segno distintivo di san Giuseppe. Come giustamente ha osservato Vittorio Messori, “lo starsene celato ed emergere solo pian piano con il tempo sembra far parte dello straordinario ruolo che gli è stato attribuito nella storia della salvezza”. Il Nuovo Testamento non attribuisce a san Giuseppe neppure una parola. Quando comincia la vita pubblica di Gesù, egli è probabilmente già scomparso (alle nozze di Cana, infatti, non è menzionato), ma noi non sappiamo né dove nè quando sia morto; non conosciamo la sua tomba, mentre ci è nota quella di Abramo che è più vecchia di secoli. Il Vangelo gli conferisce l’appellativo di Giusto. Nel linguaggio biblico è detto “giusto” chi ama lo spirito e la lettera della Legge, come espressione della volontà di Dio. Giuseppe discende dalla casa di David, di lui sappiamo che era un artigiano che lavorava il legno. Non era affatto vecchio, come la tradizione agiografica e certa iconografia ce lo presentano, secondo il cliché del “buon vecchio Giuseppe” che prese in sposa la Vergine di Nazareth per fare da padre putativo al Figlio di Dio. Al contrario, egli era un uomo nel fiore degli anni, dal cuore generoso e ricco di fede, indubbiamente innamorato di Maria. Con lei si fidanzò secondo gli usi e i costumi del suo tempo. Il fidanzamento per gli ebrei equivaleva al matrimonio, durava un anno e non dava luogo a coabitazione né a vita coniugale tra i due; alla fine si teneva la festa durante la quale s’introduceva la fidanzata in casa del fidanzato ed iniziava così la vita coniugale. Se nel frattempo veniva concepito un figlio, lo sposo copriva del suo nome il neonato; se la sposa era ritenuta colpevole di infedeltà poteva essere denunciata al tribunale locale. La procedura da rispettare era a dir poco infamante: la morte all’adultera era comminata mediante la lapidazione. Ora appunto nel Vangelo di Matteo leggiamo che “Maria, essendo promessa sposa a Giuseppe, si trovò incinta per virtù dello Spirito Santo, prima di essere venuti ad abitare insieme. Giuseppe, suo sposo, che era un uomo giusto e non voleva esporla all’infamia, pensò di rimandarla in segreto”(Mt 18-19). Mentre era ancora incerto sul da farsi, ecco l’Angelo del Signore a rassicurarlo: “Giuseppe, figlio di Davide, non temere di prendere con te Maria, tua sposa, perché quel che è generato in lei viene dallo Spirito Santo. Ella partorirà un figlio, e tu lo chiamerai Gesù; egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati” (Mt 1,20-21). Giuseppe può accettare o no il progetto di Dio. In ogni vocazione che si rispetti, al mistero della chiamata fa sempre da contrappunto l’esercizio della libertà, giacché il Signore non violenta mai l’intimità delle sue creature né mai interferisce sul loro libero arbitrio. Giuseppe allora può accettare o no. Per amore di Maria accetta, nelle Scritture leggiamo che “fece come l’Angelo del Signore gli aveva ordinato, e prese sua moglie con sé”(Mt 1, 24). Egli ubbidì prontamente all’Angelo e in questo modo disse il suo sì all’opera della Redenzione. Perciò quando noi guardiamo al sì di Maria dobbiamo anche pensare al sì di Giuseppe al progetto di Dio. Forzando ogni prudenza terrena, e andando al di là delle convenzioni sociali e dei costumi del suo tempo, egli seppe far vincere l’amore, mostrandosi accogliente verso il mistero dell’Incarnazione del Verbo. Nella schiera dei suoi fedeli il primo in ordine di tempo oltre che di grandezza è lui: san Giuseppe è senz’ombra di dubbio il primo devoto di Maria. Una volta conosciuta la sua missione, si consacrò a lei con tutte le sue forze. Fu sposo, custode, discepolo, guida e sostegno: tutto di Maria. (…) Quello di Maria e Giuseppe fu un vero matrimonio? E’ la domanda che affiora più frequentemente sulle labbra sia di dotti che di semplici fedeli. Sappiamo che la loro fu una convivenza matrimoniale vissuta nella verginità (cfr. Mt 1, 18-25), ossia un matrimonio verginale, ma un matrimonio comunque vissuto nella comunione più piena e più vera: “una comunione di vita al di là dell’eros, una sponsalità implicante un amore profondo ma non orientato al sesso e alla generazione” (S. De Fiores). Se Maria vive di fede, Giuseppe non le è da meno. Se Maria è modello di umiltà, in questa umiltà si specchia anche quella del suo sposo. Maria amava il silenzio, Giuseppe anche: tra loro due esisteva, né poteva essere diversamente, una comunione sponsale che era vera comunione dei cuori, cementata da profonde affinità spirituali. “La coppia di Maria e Giuseppe costituisce il vertice – ha detto Giovanni Paolo II –, dal quale la santità si espande su tutta la terra” (Redemptoris Custos, n. 7). La coniugalità di Maria e Giuseppe, in cui è adombrata la prima “chiesa domestica” della storia, anticipa per così dire la condizione finale del Regno (cfr. Lc 20, 34-36 ; Mt 22, 30), divenendo in questo modo, già sulla terra, prefigurazione del Paradiso, dove Dio sarà tutto in tutti, e dove solo l’eterno esisterà, solo la dimensione verticale dell’esistenza, mentre l’umano sarà trasfigurato e assorbito nel divino. “Qualunque grazia si domanda a S. Giuseppe verrà certamente concessa, chi vuol credere faccia la prova affinché si persuada”, sosteneva S. Teresa d’Avila. “Io presi per mio avvocato e patrono il glorioso s. Giuseppe e mi raccomandai a lui con fervore. Questo mio padre e protettore mi aiutò nelle necessità in cui mi trovavo e in molte altre più gravi, in cui era in gioco il mio onore e la salute dell’anima. Ho visto che il suo aiuto fu sempre più grande di quello che avrei potuto sperare…”( cfr. cap. VI dell’Autobiografia). Difficile dubitarne, se pensiamo che fra tutti i santi l’umile falegname di Nazareth è quello più vicino a Gesù e Maria: lo fu sulla terra, a maggior ragione lo è in cielo. Perché di Gesù è stato il padre, sia pure adottivo, di Maria è stato lo sposo. Sono davvero senza numero le grazie che si ottengono da Dio, ricorrendo a san Giuseppe. Patrono universale della Chiesa per volere di Papa Pio IX, è conosciuto anche come patrono dei lavoratori nonché dei moribondi e delle anime purganti, ma il suo patrocinio si estende a tutte le necessità, sovviene a tutte le richieste. Giovanni Paolo II ha confessato di pregarlo ogni giorno. Additandolo alla devozione del popolo cristiano, in suo onore nel 1989 scrisse l’Esortazione apostolica Redemptoris Custos, aggiungendo il proprio nome a una lunga lista di devoti suoi predecessori: il beato Pio IX, S. Pio X, Pio XII, Giovanni XXIII, Paolo VI.

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