Viaggio a Gjader, l’incubo albanese dei migranti. «Urlano nel silenzio, nessuno risponde»

Viaggio a Gjader, l'incubo albanese dei migranti. «Urlano nel silenzio, nessuno risponde»

Scende dalla bici e si ferma a poche centinaia di metri dal Cpr italiano, tra i campi e alcune case sparse. Il signor Jozef, che vive a Gjader, dice di non sapere granché di chi è trattenuto lì dentro. «Man mano che arrivano, li fanno andare via. In un periodo il centro è stato quasi vuoto, gli operai dei dintorni erano senza lavoro. Ora si è riattivato». Poi, aggiunge: «Le persone all’interno urlano a volte, di notte e di giorno. È così che sappiamo se c’è qualcuno. Sembrano arrabbiati». Dall’apertura nell’ottobre del 2024, quando si prevedeva soprattutto il trattenimento dei richiedenti asilo intercettati in mare, e poi, dopo il decreto-legge del marzo 2025 con cui invece si è puntato a portare qui in Albania persone già trattenute in Italia nei Centri di Permanenza e Rimpatrio, la controversa struttura ha registrato sempre presenze ridottissime. A febbraio, però, si è contato un picco di presenze, oltre novanta.
Nel bar accanto alla scuola del villaggio, seduto con altri residenti, il signor Agroni conferma: «Urla? Sì, da casa di mia figlia, là vicino le sento. E colpi sulle inferriate». Un altro abitante del posto, che faceva il guardiano quando c’era il cantiere, aggiunge che si è saputo che qualcuno ha inghiottito un cucchiaio per andare in ospedale. «Si fanno del male di proposito», dice. Venti auto parcheggiate all’esterno del Cpr, almeno sette all’interno. «Quante persone ci siano dentro, non lo sappiamo», ci dicono poliziotti albanesi all’ingresso. Si apre il cancello e due agenti italiani ci chiedono di allontanarci. Da sopra la collina si scorge un blocco di container, ma attorno non si vede nessuno. Questo segmento era nato per i richiedenti asilo intercettati in mare, da sottoporre a procedure accelerate se di Paesi di origine sicuri. Quel tipo di trattenimento è stato sospeso dopo un rinvio alla Corte di Giustizia dell’Ue. Più in là sorge il Cpr, un quadrato con stanze-celle. Nel cortile interno, grate sopra la testa, tra le persone e il cielo.
Suor Alma, che a Gjader gestisce la casa-famiglia “Rozalba”, ci racconta che all’apertura del centro, il direttore si era rivolto a lei, lì da ventiquattro anni, per offrire ai residenti possibilità di lavoro. «La maggior parte degli assunti sono locali, mediatori, personale sanitario, di mensa e pulizie, tra le venti e le trenta persone. Per un villaggio piccolo, è molto». Delle urla non sa nulla. «Non le abbiamo mai sentite. Io non sono d’accordo con il sistema dei Cpr in sé, però qui abbiamo fatto una scelta di comunità», aggiunge. All’interno, infatti, una delle sue suore è mediatrice culturale. «È una figura di consolazione. Per quanto ne so, i servizi sono ottimi». Che sia un centro ben equipaggiato dà conferma Francesco Ferri di ActionAid e del Tavolo Asilo e Immigrazione. È entrato diverse volte con parlamentari in visita ispettiva. «Sotto alcuni profili, rispetto ai Cpr italiani, quello di Gjader è eccellente», spiega al telefono. «L’ente gestore ci ha mostrato spesso l’ala sanitaria, le tecnologie moderne. Però anche la struttura migliore, a cosa vale se poi è al di fuori del perimetro del diritto e se le procedure producono sofferenza? Presso la Corte di Giustizia dell’Ue pendono ancora due rinvii pregiudiziali». L’ultima volta che è entrato è stata tra il 23 e il 24 febbraio, nei giorni del picco di presenze.
«Sappiamo di un nucleo di trattenuti lì da molti mesi, perché non possono accedere alla domanda di asilo e le autorità non riescono a rimpatriarli», spiega l’attivista. Si trova tuttora nel centro un assistito dell’avvocato Salvatore Fachile di Asgi. È un cittadino togolese mandato in Albania per due volte. «Dopo la liberazione per il suo stato di salute, tornato in Sicilia lo hanno fermato di nuovo e per la seconda volta è a Gjader», spiega il legale. «Verso il Togo un rimpatrio è difficilissimo, abbiamo chiesto più volte al Consolato di organizzarlo, ma non rispondono». Che senso ha, allora, un trasferimento in un Cpr, chiediamo. «Nessun senso, probabilmente per fare numero. Il mio cliente ha subito un’operazione alla mandibola, ora non segue le terapie, non riesce a incontrare specialisti. L’unico medico è privato, dell’ente gestore che è pagato per giorni di permanenza dei trattenuti, c’è conflitto di interesse. Una sanità pubblica che garantisca il diritto alla salute non c’è nei Cpr in generale, ma ancora meno a Gjader. Nessuna rete esterna di ospedali, Asl o servizi psichiatrici su cui contare. Il diritto alla vita privata e quello alla salute mancano non per carenze, ma perché strutturalmente all’estero non sono possibili», conclude. Casi di «sofferenza acutissima, disagio psicofisico, intontimento forse per farmaci»: li ha riscontrati, nelle visite, Francesco Ferri che a febbraio ha avuto «la sensazione forte di uno stato di agitazione più alto che in passato. Ci hanno mostrato ferite autoinferte. Ho ascoltato storie di chi, da vent’anni in Italia con un lavoro stabile, l’ha poi perduto e con quello il permesso di soggiorno. In molti ci hanno chiesto, angosciati: “Perché sono qui, perché proprio io?” A queste domande noi non abbiamo risposte».
Avvenire

Guerre dimenticate, ci sono 59 buoni motivi per raccontarle

Guerre dimenticate, ci sono 59 buoni motivi per raccontarle
«Guerre dimenticate». Periferia del pianeta e “incidente” della storia da mettere in luce per debellarle grazie all’intervento politico mondiale. Insomma, un’opera di “scavo” negli angoli bui del presente, ma in uno scenario di equilibrio globale. Ecco, tutto questo condensato di “vecchio buon senso”, pare ora spazzato via dalla tempesta perfetta che in un decennio, con un’impennata con la presidenza Trump, ha creato un nuovo disordine mondiale. Così ora, tragicamente, la guerra non è più dimenticata alla periferia ma al centro del presente.
Dagli anni dieci di questo secolo, in realtà, viviamo come su un piano inclinato che, nella crisi delle istituzioni internazionali e nello svuotamento della diplomazia, vede un progressivo disconoscimento dei diritti umani e una corsa generalizzata al riarmo. Una conferma viene dal Global Peace Index del 2025: secondo l’istituto di ricerca australiano vi sono 59 conflitti fra Stati in questo momento nel mondo. È il dato peggiore dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Nel 2024 sono stati 17 i Paesi che hanno registrato più di mille morti in conflitto. Il ritorno della guerra è pure dimostrato da un drastico abbassamento nella capacità di risolverla: se negli anni Settanta quasi un quarto dei conflitti terminava grazie a un accordo di pace, mezzo secolo dopo sono appena il 4 per cento a farlo.
La “guerra mondiale globale”, dunque, non si combatte solo in Ucraina, a Gaza ed ora, da ultimo, in Iran. I teatri si moltiplicano e producono un bilancio di morte di anno in anno insostenibile. Nel 2024, le vittime, secondo il Sipri, sono state 239mila, quasi cinquantamila in più dell’anno precedente. La gran parte, conseguenza di cinque scontri ad altissima intensità: Israele e Hamas e Russia e Ucraina, la guerra civile in Myanmar e quella in Sudan, il conflitto in Etiopia. L’Europa è il continente che ha visto in pochi anni, a causa del conflitto tra Russia e Ucraina, raddoppiare il numero di vittime, mentre la guerra a Gaza ha propagato violenza in tutta la regione mediorientale. L’Africa sub-sahariana resta la regione con il maggior numero di conflitti, ventuno, anche se molti risultano a bassa intensità con la guerra civile in Sudan che registra quasi un quarto delle vittime di tutta l’area. L’America non registra al suo interno un conflitto maggiore, ma l’America Latina sperimenta un’evoluzione della categoria di guerra: la sua privatizzazione. Protagonisti sono gruppi che non cercano né di conquistare i vertici del sistema né di mutarlo: puntano a trarne il massimo vantaggio, esercitando un potere parallelo che finisce per inglobare quello ufficiale. Haiti è il caso estremo: la soglia bellica è superata da una miriade di gruppi criminali in lotta per accaparrarsi brandelli di territorio. «La polverizzazione della guerra» la definisce Francesco Strazzari, politologo della Scuola universitaria Sant’Anna di Pisa.
Quello delle vittime non può, dunque, essere l’unico criterio per analizzare le guerre, specie quelle dimenticate. «Le logiche sono tante e si intersecano tra loro: corsa per l’accaparramento delle risorse, soprattutto energetiche, persistenza di “zone di faglia” tra potenze geopolitiche, confini storicamente contesi. Logiche che si intersecano. Non sempre, poi, lo scontro affiora in superficie – sottolinea Strazzari –. Molto spesso è carsico: si inabissa, pronto a riesplodere alla prima scintilla».
Il tempo della “policrisi” che stiamo vivendo determina l’intrecciarsi di vari fenomeni che proiettano differenti coni d’ombra sul mappamondo. Illuminarli è la meta del viaggio che iniziamo e che durerà tutto l’anno: vogliamo raccontare un fenomeno diventato tragicamente globale a partire dalle singole specificità. Raccontare i conflitti dimenticati, senza la presunzione né di farne un elenco completo né di spiegarne in modo esaustivo le motivazioni, significa fare giustizia a un vuoto di informazione. E a un vuoto di narrazioni alternative allo slogan della guerra inevitabile.
Avvenire

«Cari bambini, donateci il vostro sguardo e restituite ai più grandi la bellezza del mondo»

«Cari bambini, donateci il vostro sguardo e restituite ai più grandi la bellezza del mondo»

in Avvenire
Caro direttore,
con gioia, in questi giorni di grande preoccupazione per le guerre che minacciano il futuro dell’umanità, colgo l’occasione dello speciale anniversario di Popotus – l’inserto settimanale che Avvenire dedica ai bambini – per rivolgermi attraverso di lei direttamente a loro, ai più piccoli, e attraverso di loro ai genitori e agli insegnanti che con loro leggono in un linguaggio diverso le notizie del mondo: quelle buone che ci incoraggiano e quelle cattive che possono insegnarci a non ripetere più gli stessi errori.
A voi, care lettrici e cari lettori bambini di Popotus, voglio dire che restituire al mondo la sua bellezza è possibile, e che voi potete aiutare i più grandi a vederlo – proprio attraverso questo giornale pensato per voi – con rinnovato stupore nella sua grazia, a pensarlo con fiducia, e costruirlo senza pregiudizi. Crescendo scoprirete, come chi vi ha preceduto (i lettori bambini dei primi numeri di Popotus hanno ormai più di 30 anni), cose sempre nuove, costruirete voi stessi cose nuove; ma ci sono cose che dovrete sempre custodire di questi vostri primi anni di vita: la fiducia in chi vi vuol bene, il linguaggio universale dell’amore, la forza disarmante del sorriso, il coraggio di chiedere scusa, la bellezza di fare pace.
Gesù lo ha detto ai suoi discepoli: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». E lo dice oggi anche a noi. Essere come bambini non è tornare indietro, ma custodire una chiave per vedere l’essenziale di ogni cosa, per trovare risposte sorprendenti anche alle domande più difficili. Forse solo guardando gli occhi smarriti dei bambini di fronte alla barbarie della guerra possiamo convertirci. Reimparare a guardarci negli occhi e a guardare il mondo con occhi puri.
Cari genitori e cari insegnanti, a voi tramite i vostri piccoli compagni di strada voglio dire grazie della cura e dell’amore che avete nell’educarli. Nell’aiutarli a tirare fuori la bellezza che hanno dentro, e a esprimerla in modi sempre nuovi, relazionandosi con la storia, con la memoria, con la vita. Ognuno secondo la propria unicità, che è un dono di Dio.
Voi siete testimoni di come i bambini ci educano mentre li educhiamo e di come dobbiamo proteggerli da un’idea disumana dell’informazione dell’educazione. Tutti, specialmente oggi, nell’era digitale e dell’intelligenza artificiale, abbiamo bisogno di un’educazione permanente. E per rimanere umani abbiamo bisogno di preservare uno sguardo bambino sulla realtà.
Anche per questo non dobbiamo lasciare che i bambini finiscano con il credere di poter trovare nei chatbot della IA i loro migliori amici o l’oracolo di ogni sapere, impigrendo il loro intelletto e la loro capacità relazionale, intorpidendo la loro creatività e i loro pensieri. Dobbiamo custodire la loro infanzia e guidare la loro crescita perché siano protagonisti di un mondo rinnovato.
Caro direttore, cara comunità di Popotus, grazie del vostro servizio. Buon anniversario.
Leo PP. XIV

Medio Oriente in fiamme e l’Italia in allerta

Italia in stato di allerta nel Mediterraneo, aereo militare parte da Roma verso il Mar Ionio: cosa sta succedendo

Il Medio Oriente in fiamme e l’Italia in allerta. Anche perché dopo l’attacco di Teheran alla base anglo-americana sull’isola di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, a 3.810 chilometri dall’Iran la preoccupazione è aumentata negli Stati europei. «Questo lancio rappresenta un passo significativo nel confronto con gli Stati Uniti», sottolinea l’agenzia Mehr. Ma non solo nei confronti dell’America. Bisogna considerare che diverse capitali dell’Unione europea sono a meno di 4000 km dall’Iran. E che le difese italiane siano aumentante è indubbio: ci sarebbero, peraltro, alcune tracce rilevate dal blog di sorveglianza dei voli militari Itamilradar

I movimenti sospetti

«Per circa tre settimane (la prima missione è stata tracciata il 4 marzo), in concomitanza con l’avvio dell’operazione congiunta USA-Israele contro l’Iran il 28 febbraio, l’E-550 CAEW del 14° Stormo è stato avvistato quotidianamente sul Mar Ionio, con missioni della durata costante compresa tra sette e otto ore», si legge sul blog. L’E-550 CAEW è un aereo con funzioni di sorveglianza.

I movimenti sono stati tutti tracciati attraverso dati pubblici. Ma sono spostamente che, sia in termini di frequenza che di durata, non hanno precedenti recenti. E non si può dunque dubitare che siano connessi proprio alla guerra scoppiata in Iran.

L’allerta

Non è un mistero che l’Italia abbia innalzato il livello della difesa aerea. A confermarlo è stato proprio il Ministro della Difesa Guido Crosetto in Parlamento, che ha indicato come il livello sia stato innalzato “al massimo degli ultimi anni”, con una copertura radar potenziata, una maggiore prontezza operativa degli intercettori e l’attivazione dei sistemi di difesa missilistica.

La difesa

Perché è stato innalzato il livello di allerta? È una precauzione adottata da diversi paesi europei, pensiamo anche a Cipro, che è stata colpita da un drone iraniano nei primi giorni di marzo. Con l’Italia che ha schierato nelle acque vicine la fregata ITS Federico Martinengo (ora sostituita dal cacciatorpediniere ITS Andrea Doria). Poi la base Singara in Iraq, dove si trova personale italiano, è stata attaccata nella notte tra l’11 e il 12 marzo. Anche l’isola greca di Creta ha innalzato il livello di difesa.

Perché lo Ionio è sorvegliato?

Perché lo Ionio è pattugliato? «Il Mar Ionio offre la linea di vista ottimale verso il Mediterraneo orientale, consentendo al radar EL/W-2085 di estendere la copertura verso lo spazio aereo cipriota e oltre, senza implicazioni per la sovranità nazionale», scrive il blog Italmiradar. A tale altitudine, il sistema CAEW può scambiare dati in tempo reale con le unità navali presenti nell’area, con i centri di comando e controllo a terra e, tramite collegamento dati satellitare, con la catena di comando della NATO.

Il Mattino

Se i missili di Teheran hanno raggiunto Diego Garcia, possono teoricamente volare sulle basi di Sigonella o Aviano, e su tutte le città italiane e «le principali capitali europee», come ha confermato l’Idf

Iran, missili verso Diego Garcia. Idf: “Possono colpire Roma”. Decine di feriti nel sud di Israele

AMMAN – Ci sono 3.800 chilometri di mare tra l’Iran e l’atollo delle isole Chagos, una meraviglia di spiagge bianchissime, noci di cocco e sottomarini nucleari americani dove ieri sono piovuti due missili iraniani. Sono i primi con questa gittata lanciati dal regime di Teheran dall’aggressione americana e israeliana. L’arcipelago — parte del territorio britannico dell’Oceano indiano — nella sua isoletta maggiore, Diego Garcia, ospita una base strategica americana con bombardieri e navi militari.
L’attacco era poco più che simbolico: uno dei missili si è perso per strada, l’altro è stato abbattuto; ma è un avvertimento forte e chiaro ai 22 Paesi — tra cui l’Italia — che hanno espresso disponibilità a sostenere la sicurezza della navigazione nella regione. Se i missili di Teheran hanno raggiunto Diego Garcia, possono teoricamente volare sulle basi di Sigonella o Aviano, e su tutte le città italiane e «le principali capitali europee», come ha confermato l’Idf. È un avvertimento a cui se ne aggiunge un secondo: in «risposta agli attacchi americani e israeliani» contro il sito nucleare di Natanz e la centrale di Bushehr, tre serie di lanci dall’Iran hanno colpito in almeno 12 punti — secondo i media israeliani — la città di Dimona, nel sud, in cui dal 1958 c’è il principale centro di ricerca nucleare israeliano. Sono state ricoverate due persone con ferite moderate, più decine di medicazioni lievi. «È un chiaro segnale che nessuna area è al sicuro dai missili iraniani», rivendica Teheran. Su Arad c’è stato l’impatto diretto di un missile con altre decine di feriti, grave una bambina. Gli israeliani fanno i conti con altri 5 feriti lievi a Ma’alot Tarshiha, dopo decine di razzi sparati dal Libano nel nord. La crisi è ogni giorno più profonda. Se ieri Trump ha detto di valutare la possibilità di «ridurre gradualmente» gli attacchi contro Teheran dato che si sta «avvicinando molto al raggiungimento» dei suoi obiettivi, il ministro della Difesa israeliano Katz ha affermato l’opposto: l’intensità degli attacchi contro l’Iran «aumenterà in modo significativo. La guerra continuerà». E se a Teheran il presidente Pezeshkian lancia segnali di disponibilità ad allentare la tensione, lo fa solo a patto di condizioni oggi impraticabili come la «cessazione immediata delle aggressioni» e «garanzie contro il loro ripetersi» con «un quadro di sicurezza regionale composto dai paesi dell’Asia occidentale senza interferenze straniere». Di fatto l’Iran non abbassa i toni, anzi rilancia: per l’agenzia iraniana Tasnim Teheran è pronta a bloccare anche il Mar Rosso, dopo aver chiuso di fatto Hormuz.
L’attacco «sconsiderato» — come lo ha definito Londra, confermandolo — alla base di Diego Garcia risponde alla conferma arrivata da Londra di avere autorizzato gli Stati Uniti a usare basi britanniche — tra cui Diego Garcia e RAF Fairford — per operazioni «specifiche e limitate» contro il potenziale missilistico di Teheran nello Stretto. E i pasdaran minacciano ritorsioni «senza precedenti» nel Mar Rosso e nello Stretto di Bab al-Mandab, se gli Stati Uniti dovessero invadere l’isola di Kharg. E gli Houthi dallo Yemen minacciano di entrare in guerra contro americani e israeliani: «Siamo pronti».

Gli Usa dicono di avere «indebolito» la minaccia di Teheran a Hormuz bombardando una struttura di stoccaggio di missili e attrezzature. Ma è un bagno di sangue: duemila morti in Iran, più di mille in Libano; e ieri sono continuati gli attacchi nella regione di Teheran e in 7 quartieri di Beirut. E il conflitto interessa altri Paesi con basi americane come il Bahrain, che ieri ha abbattuto un drone sull’area residenziale.
La Repubblica