Tre raccomandazioni per il futuro

di: Carlo Maria Martini

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«Tre raccomandazioni per il futuro» è il testo della Lectio divina tenuta alla centesima seduta del Consiglio Pastorale Diocesano a Triuggio (Villa Sacro Cuore), il 26 maggio 2002, dall’allora Arcivescovo di Milano, il Cardinale Carlo Maria Martini. Oggi, nell’anniversario numero 99 della sua nascita, lo vogliamo ricordare riprendendo il testo con cui il Cardinale si congedava dal suo Consiglio pastorale dopo oltre vent’anni di guida della Diocesi di Milano, durante il quale la città aveva vissuto gli anni di piombo del terrorismo e i rivolgimenti della inchiesta giudiziaria di «Mani Pulite». Il testo è conservato e reperibile nell’archivio digitale della Fondazione Carlo Maria Martini, che ringraziamo per il permesso alla pubblicazione. Ringraziamo anche il prof. Marco Vergottini, allora segretario del Consiglio pastorale, per il prezioso suggerimento.

Desidero anzitutto ringraziare quanti di voi hanno partecipato alla Veglia di preghiera al Filaforum di Assago per rendere lode a Dio con me per il mio 50° di sacerdozio; grazie pure a coloro che hanno partecipato alla Messa della Domenica di Pentecoste.

Il Segretario del Consiglio, invitandomi a tenere una lectio divina, mi ha cortesemente segnalato un testo del Nuovo Testamento che, a suo giudizio, «si presenta come straordinario repertorio di idee e di lezioni di stile, nel genere letterario “ultime raccomandazioni alla comunità”».

È il brano di Eb 13,7-19, e il segretario aggiunge: «Leggendolo e rileggendolo, vi ho trovato una carica commovente nella memoria dei padri nella fede; un coraggio avvincente nell’indicare la qualità del rapporto che deve legare la comunità dei credenti con l’autorità; un radicalismo forte nel sollecitare alla preghiera e all’agire evangelico; infine una consolazione rappacificante nel richiamare come le relazioni di paternità/figliolanza nella fede, consolidate nel passato, non potranno venire meno nel futuro».

Ovviamente tali caratteristiche mi hanno attratto e ho deciso di meditarlo con voi.

Prima, però, vorrei esprimere di tutto cuore un vivissimo ringraziamento per l’impegno solerte del Consiglio, per ciò che ha operato fino alla sessione centesima. Appartiene alla magia dei numeri biblici il fatto che quella di oggi sia la centesima sessione vissuta con me. Penso quindi a coloro che mi hanno preceduto e a coloro che hanno contribuito a questa esperienza significativa di Chiesa che ho potuto fare con voi. Menziono almeno il prof. Vergottini, il segretario, che è stato l’anima e il cuore del Consiglio aiutandolo a essere davvero una realtà familiare intensa. Ringrazio inoltre cordialmente Sua Eccellenza Monsignor Coccopalmerio, mio valente delegato, che ha sempre amato, stimato e promosso le vostre riunioni.

Non è il caso di fare una sintesi approfondita del cammino compiuto. Mi limito a leggere qualche parola di Vergottini, che condivido: «L’esperienza di questo Consiglio Pastorale Diocesano insegna che per lucidità di analisi, cognizione di causa, capacità di argomentazione, gli interventi in aula dei consiglieri laici non lasciano a desiderare, neppure sulle questioni più tradizionalmente assegnate alla competenza del clero. D’altra parte questo premuroso farsi carico delle sfide ecclesiali non ha svilito l’interesse e la passione dei consiglieri per le vicende storiche e la testimonianza civile dei credenti. Più ancora, il Consiglio ha mostrato la potenzialità di divenire luogo emblematico di incontro e alleanza tra i diversi ministeri, carismi, stati di vita, così da favorire un modello di Chiesa partecipata, vera palestra di dialogo e confronto in vista del rinnovamento del tessuto ecclesiale sotto la guida del Vescovo».

A questo punto riporta le mie parole di 10 anni fa per una sintesi decennale, che posso ripetere tali e quali oggi: «Personalmente mi sono sentito profondamente interpellato, stimolato, sostenuto e verificato dal costante contatto con tutti i membri del Consiglio, che ringrazio vivamente per la dedizione e lo spirito ecclesiale con cui hanno collaborato al cammino della diocesi».

Dopo questa premessa, che mi sembrava doverosa, ci dedichiamo alla lectio divina.

Lectio di Eb 13,1-7.16-18

Del brano della lettera agli Ebrei, tratto dal capitolo 13, analizzeremo soprattutto i primi sette versetti e, successivamente, i vv. 16-18, che sono più pertinenti al nostro tema.

Le edizioni della Bibbia danno uno o più titoli a questo capitolo 13. La Bibbia di Gerusalemme intitola i primi 18 versetti «Consigli per la vita cristiana», e gli ultimi – da 19 a 24 – «Due conclusioni: saluto e augurio della grazia».

Un’altra edizione preferisce un solo titolo: «Ultime raccomandazioni», e a questo ci ispiriamo, perché di fatto, cronologicamente, sono le ultime raccomandazioni che affido a voi, l’ultima lectio con la quale ci mettiamo insieme in ascolto della Parola.

Nel segnalarmi il testo, il segretario accennava a testi analoghi che riportano discorsi di addio o ultime raccomandazioni o forme di quasi testamento spirituale. Il testo più noto e certamente più bello è Gv 13-17, il cosiddetto «discorso dopo la cena»; è il testamento spirituale di Gesù. Tuttavia ce n’è un altro, che però commenterò martedì prossimo nell’incontro con i presbiteri: il cosiddetto «discorso di Mileto» (At 20,17-35), discorso di Paolo agli anziani di Efeso, quando sta per lasciarli.

Come sapete, questo genere letterario è diffuso ampiamente nella Bibbia: pensiamo alle ultime raccomandazioni di Mosè (Gen 49), ad alcuni capitoli del libro di Samuele, dove sono riportate le raccomandazioni del profeta, al testamento di Davide (1Re 2,1ss). È anche un genere letterario apocrifo, come vediamo nel «Testamento dei dodici patriarchi».

Rispetto ai testi citati, il nostro brano è più breve e meno impegnativo: una serie di raccomandazioni finali al termine della lettera agli Ebrei.

Suddivisione del brano

Il brano è composto da due esortazioni, una iniziale e una finale, che inquadrano un insegnamento solenne centrale. Non contiene solo ultime raccomandazioni, bensì sette raccomandazioni iniziali, tre finali (sette più tre fa dieci) e, al centro, un testo di grande proclamazione kerygmatica: «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre!» (v. 8). Alla proclamazione fanno seguito alcune riflessioni cristologico eucaristiche, potremmo dire forzando un po’ il testo. A noi interessano le prime sette e le ultime tre esortazioni.

  1. La proclamazione centrale

«Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre». È come la sigla di questa nostra ultima sessione, la sigla che unisce passato, presente e futuro. Voi tutti conoscete l’importanza che essa ha in quanto è stata il motto del Giubileo. Così il Papa scriveva nella lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente, del 1994: «L’anno 1997 sarà pertanto dedicato alla riflessione su Cristo, Verbo del Padre. Occorre infatti porre in luce il carattere spiccatamente cristologico del Giubileo … Il tema generale, proposto per questo anno è: Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo ieri, oggi e sempre».

Il testo che proclama la centralità di Cristo Gesù È stato riproposto ampiamente anche in seguito. Cito dalla Novo Millennio Ineunte, il documento del 6 gennaio 2001, che rilancia il cammino della Chiesa: «Grande è stata quest’anno la gioia della Chiesa, che si è dedicata a contemplare il volto del suo Sposo e Signore». E all’inizio del capitolo 1, dal titolo «Un volto da contemplare», dice: «La nostra testimonianza sarebbe insopportabilmente povera se noi per primi non fossimo contemplatori del suo volto». Siamo dunque chiamati a contemplare la centralità di Cristo.

L’invito del Papa è ripreso dal documento programmatico della CEI – «Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia» –, e lo riprenderemo nell’omelia, perché è anche al centro dei testi liturgici la proclamazione del nome di Dio e di Cristo. Vorrei ricordare che questa tensione di contemplazione della centralità di Cristo ha dominato l’ultima settimana dell’Assemblea della CEI, conclusa venerdì scorso. L’abbiamo iniziata proprio con una riflessione sul tema: «L’annuncio di Gesù Cristo, l’unico Salvatore e Redentore, e la missione dei credenti in un contesto di pluralismo sociale e religioso».

Dalla relazione portante, tenuta da Monsignor Marcello Bordoni, professore emerito dell’Università Lateranense, mi piace citare una pagina che sottolinea quel «domani, sempre»:

«L’annuncio del primato di Cristo va però compiuto non solo rivelando il suo compimento nel corso della storia -Cristo ieri, Cristo oggi –, punto di confluenza e di arrivo delle più elevate aspettative di tutta l’umanità e degli annunci profetici, ma anche nel suo carattere di anticipazione escatologica – sempre – per cui la presenzialità dell’oggi di Dio compiuto in Gesù Cristo si protende verso un’ulteriore consumazione che si compirà nel momento finale parusiaco, nel quale questa pienezza e definitività si rivelerà in tutto il suo fulgore nelle dimensioni di un’umanità che avrà raggiunto la pienezza della redenzione di tutto, insieme al cosmo trasfigurato».

Quindi l’importanza di guardare anche al Cristo futuro, al Cristo che viene e che compie. Possiamo allora comprendere pure qualcosa del significato salvifico delle altre religioni, rispetto alla pienezza di rivelazione definitiva di Cristo. E Monsignor Bordoni continua: «L’importanza di questa reale dimensione anticipatrice dell’evento cristologico già compiuto va ricercata nel fatto che essa rispetta tutto il valore del cammino della storia. È una pienezza crescente quella del tempo della Chiesa, che si protende nell’annuncio del Cristo come il Venuto che viene e accompagna la Chiesa sua Sposa verso la parusia, momento ultimo della consumazione».

L’affermazione centrale del brano della lettera agli Ebrei corrisponde anche a ciò su cui la Chiesa sta riflettendo in questo inizio del terzo millennio.

  1. Le esortazioni finali

Vorrei ora riprendere brevemente le cosiddette raccomandazioni finali, anzitutto le prime sette.

«Perseverate nell’amore fraterno».

«Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo».

«Ricordatevi dei carcerati, come se foste loro compagni di carcere, e di quelli che soffrono, essendo anche voi in un corpo mortale».

«Il matrimonio sia rispettato da tutti e il talamo sia senza macchia. I fornicatori e gli adulteri saranno giudicati da Dio».

«La vostra condotta sia senza avarizia; accontentatevi di quello che avete, perché Dio stesso ha detto: Non ti lascerò e non ti abbandonerò. Così possiamo dire con fiducia: il Signore è il mio aiuto, non temere. Che mi potrà fare l’uomo?».

«Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunziato la parola di Dio».

«Considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede».

Si tratta di raccomandazioni riguardanti l’amore fraterno, l’ospitalità, l’attenzione ai carcerati, la santità del matrimonio, il guardarsi da ogni avarizia, e hanno come conclusione: «ricordatevi dei vostri capi e imitatene la fede».

* Cerchiamo di approfondire il v. 7, dove Paolo invita a ricordare.

− Questo «ricordatevi» concerne persone umane, non il Signore. Nella Bibbia ricorre spesso l’esortazione a ricordarsi di Dio, ma ricorre talora anche il ricordarsi di persone umane. Penso al discorso di Mileto: «Vigilate, ricordando che per tre anni notte e giorno non ho cessato di esortare tra le lacrime ciascuno di voi». Paolo invita a ricordarsi di lui. Nel discorso di Mattatia ai suoi figli (1Mac 2), il ricordo va invece più lontano: «Ricordate le gesta compiute dai vostri padri ai loro tempi e ne trarrete gloria insigne e nome eterno. Abramo non fu trovato forse fedele nella tentazione e non gli fu ciò accreditato a giustizia?». E poi esorta a ricordarsi di Giuseppe, di Giosuè, di Caleb, di Davide, di Elia, di Daniele (vv. 49ss). È interessante come tale discorso viene ripreso da Giuseppe Flavio nel libro delle Antichità, quando Mattatia sul letto di morte dice: «Io me ne vado, figli miei … Ricordatevi dei sentimenti di colui che vi ha dato l’esistenza e vi ha educati».

L’invito alla memoria è abbastanza comune nei testi biblici e appartiene perciò a un atteggiamento cristiano.

− Di chi ricordarsi? Dei capi, egoumenoi, di coloro che hanno avuto qualche responsabilità. Vanno ricordati perché hanno annunziato la parola di Dio.

Questi capi probabilmente sono coloro che hanno fondato la comunità: forse Pietro, forse Marco, forse Paolo, se l’autore della lettera non è lui.

«Perché hanno annunziato la parola di Dio». Quando leggo questo versetto penso sempre: spero di poter essere un po’ ricordato almeno per aver annunciato davvero la Parola.

− Da questa memoria viene un aiuto alla perseveranza: «considerando attentamente l’esito del loro tenore di vita, imitatene la fede». Quindi si tratta di persone già morte, presumibilmente martiri, comunque morte nella perseveranza della fede, e sono motivo per noi di ricordo e di imitazione.

Possiamo pensare ai nostri padri nella fede, scomparsi recentemente: il Cardinale Montini, il Cardinale Colombo, don Luigi Serenthà, don Giovanni Moioli, padre Baj e tanti altri. Persone che ci hanno proclamato la parola di Dio e di cui dobbiamo imitare la fede da loro conservata fino in fondo.

* Significative e importanti sono pure le tre esortazioni dei vv. 16-18.

− «Non scordatevi della beneficenza e di far parte dei vostri beni agli altri, perché di tali sacrifici il Signore si compiace» (v. 16). Una raccomandazione che riprende quelle interrotte al v. 7 per lasciare posto alla grande proclamazione – «Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre» e ne continua lo sviluppo: Gesù si è sacrificato, ha santificato il suo popolo con il proprio sangue, anche noi dobbiamo uscire con lui dall’accampamento e andare verso di lui, per mezzo di lui offriamo un sacrificio di lode a Dio, cioè il frutto di labbra che confessano il suo nome.

A partire dal primato di Gesù, si passa al primato del sacrificio spirituale, mediante il quale con la vita si rende lode a Dio. E, nel v. 16, siamo esortati a inserirci in questo sacrificio spirituale. A inserirci con due atteggiamenti «beneficenza e far parte dei propri beni agli altri»; in greco due semplici parole: eupoiia (fare del bene) e koinonia (condividere).

A dirci: fare del bene e condividere è sacrificio di lode, gradito a Dio, è thusia, azione sacrificale accetta a Dio. Sono certo che anche l’esperienza del Consiglio Pastorale Diocesano è stata esperienza di condivisione, nella quale ci siamo aiutati gli uni gli altri.

− Seconda esortazione (v. 17): «Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi». Ritorna la parola egoumenoi, che appariva già al v. 7, ma mentre allora era capi defunti, qui sono viventi.

Tre le ragioni per cui occorre obbedire ai propri capi e essere sottomessi.

Prima: «perché essi vegliano su di voi, come chi ha da renderne conto». In greco questo «vegliano su di voi», hanno cura di voi, è agrypneinagrypnousin. Non è usato il verbo gregorein, che indica il vegliare, e la differenza è anche segnalata dalla radice. Gregorein viene da egheiro (perfetto egregora); egheiro significa svegliarsi, alzarsi, risorgere, stare svegli; mentre invece per i capi si richiede un po’ di meno, appunto l’agrypnein.

Agrypnein, secondo il significato etimologico, vuol dire «dormire nei campi», ed è il dormire dei pastori o di chi sorveglia il raccolto perché non sia rubato durante la notte; per cui diciamo: si dorme con un occhio solo. Non è il vegliare totale della preghiera, ma quel dormire con cura, come la mamma col bambino vicino, che dorme e però è pronta al primo strillo, al primo gemito. Dunque l’azione di quanti portano responsabilità è di essere giorno e notte sensibili e vigilanti ai bisogni di coloro che sono a essi affidati: «Vegliano su di voi come chi ha renderne conto».

Una seconda ragione: «obbedite, perché facciano questo con gioia e non gemendo». Quindi, per rispetto ai capi, per amore verso di loro. Appare qui la percezione che chi ha cura degli altri può anche farlo gemendo; i problemi, le fatiche, gli intoppi, i blocchi, le resistenze sono tali che uno va avanti a furia di sospiri. Perché ciò non avvenga Paolo fa questa esortazione.

La terza ragione: «Ciò non sarebbe vantaggioso per voi». Il far gemere, il far star male chi ha responsabilità, non è vantaggioso nemmeno per i sudditi. Il testo greco ha una parola piuttosto rara: alysiteles, non paga la spesa. Far star male chi ha responsabilità non rende, mentre quando il responsabile è di buon umore tutto è più facile per colui che è sottomesso.

Forse la naturalezza con cui Paolo chiede obbedienza e sottomissione è lontana dalla nostra mentalità. Per noi oggi la sottomissione è l’Islam, i sottomessi totalmente, servilmente; noi amiamo parlare di più di dialogo, di collaborazione, di condivisione. Non per niente quella del Consiglio Pastorale è esperienza di consiglio, di condivisione di responsabilità. Rimane sempre, ovviamente, il momento in cui chi ha responsabilità deve, a proprio rischio, esercitarla e dire: ho ascoltato e ora chiedo che si faccia così, me ne assumo la responsabilità davanti a Dio.

− La terza esortazione (v. 18) è un invito di Paolo (o dell’autore della lettera, chiunque sia) a pregare per lui: “Pregate per noi”. Un invito commovente: dopo aver esposto nella lettera concetti altissimi, che ancora oggi risultano ardui da comprendere, con molta umiltà chiede di essere ricordato nelle preghiere.

E aggiunge le ragioni che lo spingono a questo.

Anzitutto «perché crediamo di avere una buona coscienza, desiderando di comportarci bene in tutto». Perciò ritiene di meritare le preghiere della comunità. Nel discorso di Mileto (At 20) Paolo si esprime più ampiamente: non mi sono sottratto a dirvi tutta la volontà di Dio, giorno e notte vi ho esortato anche con lacrime a convertirvi a Dio e a Gesù Cristo, non ho desiderato né oro, né argento, né veste da nessuno. Per questa buona coscienza chiede: pregate per me.

Un’altra ragione la troviamo al v. 19: «Con maggiore insistenza poi vi esorto a farlo, perché possa esservi restituito al più presto». Parole un po’ misteriose. Forse Paolo è in prigione, in ogni caso è lontano, e domanda che, attraverso la preghiera, venga liberato (al v. 24 dice: «il nostro fratello Timoteo è stato messo in libertà»), comunque gli sia data occasione di rivedere la comunità.

Meditatio del testo

Dopo il momento della lectio, momento in cui abbiamo cercato di capire con quale affetto, intensità, sincerità, Paolo rivolge le ultime raccomandazioni alla sua comunità, mi chiedo quali suggerimenti emergono dal brano.

(1) Leggo in questo brano soprattutto un esame di coscienza per me.

* Come ho annunciato la Parola?

«Ricordatevi dei vostri capi, i quali vi hanno annunciato la parola di Dio». L’ho annunciata con forza, con incisività, con chiarezza? Quante volte mi sono trovato, di fronte alla Parola, impotente e balbettante, ben conscio di quanto immensamente di più essa diceva! Quante volte ho avuto l’impressione, dopo una riflessione o un’omelia, che dovevo dire di più, andare più a fondo! Sgorga quindi in me una richiesta di perdono per l’inadeguatezza di fronte alla parola di Dio.

* Come ho vegliato su di voi?

«Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi come chi ha da renderne conto». Con quale cura mi sono ricordato di tutti, delle situazioni, delle necessità, delle priorità, delle realtà che dovevano essere promosse e di quelle che dovevano essere rimosse? I motivi di pentimento e di rimorso che provo, li metto nelle braccia della misericordia divina. Mi sovviene sempre il passo di Dante: «Ma la bontà di Dio ha sì gran braccia che prende ciò che si rivolge a lei». Certamente viene in mente quando mi confronto con le parole di Paolo: «Essi vegliano su di voi come chi ha da renderne conto».

* Soprattutto, in un terzo punto di esame di coscienza, mi domando: con quanta gioia ho operato?

«Perché facciano questo con gioia e non gemendo».

Se guardo all’esperienza di alcuni miei grandissimi predecessori, mi accorgo che faticavano ad avere questa gioia. Tutti conosciamo il detto del Cardinale Ferrari, che ripeteva più volte: «essere vescovo è aerumnarum abyssus», un abisso di tribolazioni. Egli sentiva il suo essere vescovo come peso, e lo viveva gemendo.

Posso confessare che, probabilmente a motivo della mia superficialità, non ho avvertito il peso del ministero. Certamente è impegnativo, ma grazie ai miei collaboratori, grazie a voi e a quanti voi rappresentate, ho vissuto fino a oggi senza gemere troppo. Talora mi vergogno di questo e mi dico: forse dovevo gemere di più. Chiedo dunque perdono al Signore se ciò si deve alla mia superficialità, al non aver preso a cuore le situazioni. Comunque non avrei potuto perseverare per tanti anni se non avessi vissuto con qualche sollievo e serenità, cercando di vedere il molto bene attorno a me, pure nello sfondo delle negatività proprie del nostro tempo.

In proposito, e concludendo l’esame di coscienza per me, vorrei rileggere alcune parole rivolte ai preti nei tre corsi di Esercizi sul vangelo di Giovanni: Mi sembra che, nonostante siamo circondati dalla secolarizzazione, dall’indifferenza e dall’incredulità, la nostra situazione sia meno drammatica di quella della comunità giovannea, che era una piccola luce in mezzo a immense tenebre, eppure aveva una fede, una gioia, una serenità profonda. Se siamo obbedienti allo Spirito, la grazia dell’oggi ci fa ritrovare la luce delle prime comunità suscitate dal fatto cristiano, e leggere nel Nuovo Testamento ricchezze straordinarie di ottimismo vissuto in condizioni difficili e oscure. Sono convinto che la gloria di Dio si può manifestare in noi oggi perfino più che nel passato. Oso dire perfino più che nel tempo del Nuovo Testamento, nel senso che la forza della Parola ci permette oggi di leggere ancora più a fondo il carattere provvidenziale delle prove che stiamo attraversando. Essi erano agli inizi e tutto ciò era una prova grande per loro in quanto non avevano niente dietro che spiegasse il senso di ciò che stavano vivendo. A noi è dato di interpretare con più dovizia, con maggiore ampiezza di orizzonti, di storia, di tradizioni (pensiamo ai santi anche recentissimi), la ricchezza di questo tempo, assai più di quanto potevano fare le povere, modestissime comunità del Nuovo Testamento, uomini e donne sconosciuti in mezzo a un mondo potente e pieno di mondanità. Perché allora non dovremmo lasciar trasparire la gioia e la serenità che hanno irradiato?

È l’invito a non tradire la forza che il Nuovo Testamento ha immesso nella storia, a essere quel piccolo seme, piccolo lievito, piccolo gregge al quale Dio ha dato il Regno.

(2) Infine esprimo tre brevi raccomandazioni che vi consegno a conclusione di questa lectio divina.

* Ricavo la prima dalla caratteristica dei capi di annunziare la parola di Dio: non trascurate la Parola, amate la Parola, approfonditela, nutritevi della Parola. Certamente, come ho spiegato nella Messa del Giovedì Santo, la Parola proclamata nella liturgia, che ha la sua pienezza nella liturgia; ma va anche letta, meditata come Parola scritta nelle pagine dei vangeli e della Scrittura.

* Una seconda raccomandazione la traggo dal v. 18: «Pregate per noi». Conto sulle vostre preghiere perché mi accompagnino nella nuova esperienza di vita che comincerà verso la meta o la fine dell’estate; una esperienza nuova per me, il cosiddetto terzo tempo dell’esistenza umana, come ho avuto modo di spiegare in questi giorni riferendomi a un proverbio indiano. Il proverbio parla di quattro tempi della vita: nel primo si impara; nel secondo si insegna; nel terzo si va nel bosco (luogo del silenzio, del raccoglimento, della riflessione, della preghiera; e anch’io pregherò per voi nel bosco); nel quarto tempo della vita si impara a mendicare. Il culmine dell’ascesi indù È infatti la mendicanza, l’andare in giro con la ciotola in mano per ricevere il pane quotidiano. Per noi il tempo della mendicanza ha un significato più concreto, che verifico tutte le volte in cui visito i preti anziani o le case di riposo, di ricovero: dipendere dagli altri. Fa parte della vita il dover dipendere e bisogna prevedere di aiutarsi anche in questo, appunto con la preghiera.

* La terza e ultima raccomandazione mi è suggerita ancora dal v. 17: «Obbedite ai vostri capi e state loro sottomessi, perché essi vegliano su di voi … obbedite, perché facciano questo con gioia e non gemendo: ciò non sarebbe vantaggioso per voi».

Accogliete con gioia il nuovo Vescovo, accoglietelo con lo stesso spirito di fede, di disponibilità, di collaborazione, di condivisione, di sostegno, di perdono, di pazienza, che avete usato con me. Sarà vantaggioso per lui, che così non farà troppa fatica, e per voi.

Carlo Maria card. Martin

Settimana News

Riflessioni teologiche nel tempo “lento e veloce”

di: Marco Staffolani

doomsday clock

Viviamo immersi in un flusso di notizie frammentate, schiacciati su un presente immediato che rischia di perdere il legame con il passato e la visione del futuro. In questo contesto, dove l’informazione è più consumata che «metabolizzata», è necessario trovare tempo per riflettere su ciò che è accaduto per comprendere ciò che accadrà.

L’attuale contesto geopolitico mondiale sembra muoversi lungo binari pericolosamente familiari, ricalcando schemi e tensioni che, non è scontato dire, appartengono alle pagine più buie del secolo scorso. Fa riflettere la notizia di qualche settimana fa, per cui il Science and Security Board (SASB) del Bulletin of the Atomic Scientists, chiamato ogni anno ad aggiornare le lancette dell’Orologio dell’Apocalisse (in inglese Doomsday Clock), ha diminuito a 89 i secondi (simbolici) che rimangono alla mezzanotte del mondo, un secondo più vicini alla fine rispetto al 2024, con la motivazione che: «i leader internazionali e le rispettive società non sono riusciti a fare ciò che era necessario per cambiare rotta».

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Come mai di fronte all’evidente criticità della storia, la società contemporanea fatica a percepire la serietà della situazione? Ci troviamo immersi in un surplus mediatico di informazioni, in cui si impone sempre più un mainstream banale e poco significativo a cui si aggiungere, in maniera anche silente, il filtro e la (non) generatività delle IA.

E questo «esagerare con i dati» ci distacca dalla reale consapevolezza di quello che abbiamo già vissuto e di quello che ci sta accadendo. Si perde la memoria storica e la capacità critica di collegare lo svolgersi degli avvenimenti. Il passato non è più visto come una lezione viva, per interrogarci sul percorso umano che ha dato genesi al presente, con le sue virtuosità e difficoltà. Rimane piuttosto da confinarlo in una serie di libri polverosi, o di dati richiusi in cloud lontani dall’hic et nunc.

Attenzione però! Senza il pensiero critico derivante dalla riflessione storica non siamo più in grado di riconoscere «i segnali d’allarme»: la retorica semplificata di blocchi contrapposti, la corsa agli armamenti per un’apparente «necessaria» sicurezza internazionale, l’aumento del divario (e delle ingiustizie) tra le ricchezze del pianeta, la sfiducia nei confronti della rappresentatività politica del Paese, e tanto altro, viene percepito con una sorta di rassegnata normalità, perché si è dimenticato il prezzo pagato quando, in passato, situazioni analoghe hanno portato conseguenze estreme.

Recuperare la memoria è dunque un esercizio necessario, non soltanto accademico, ma direi vitale, per abitare il nostro tempo.

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In questa congiuntura sociale, geopolitica e mediatica nasce la «provocazione» del volume di Giuseppe Lorizio, La Bibbia e il giornale. Riflessioni teologiche nel tempo lento e veloce, Marcianum Press (Studium), Venezia 2026, 330 pp.

L’intento della pubblicazione risiede nella sua capacità di trasformare i fatti del quinquennio 2020-2025 (dunque il nostro «passato prossimo»), riproponendo le riflessioni di articoli editi su Avvenire e su SettimanaNews, che l’autore ha rivisto e migliorato per farli diventare una riflessione teologica duratura.

Rileggere: questa azione acquista un sapore nuovo in cui fede e razionalità si intrecciano per decifrare il nostro tempo. Tornare sulle notizie non è un esercizio nostalgico, ma un metodo per superare la superficialità dell’istante e praticare un discernimento che rifiuta il «mordi e fuggi» informativo.

Si tratta di un invito a ricucire i frammenti della storia italiana (e globale) dentro una cornice di senso più ampia, accettando la (sfida della) complessità senza la presunzione di volerla esaurire in una formula definita. Tale complessità, pienamente accessibile/risolvibile solo a Dio, per noi resta un mistero che ci trascende. Eppure da Dio stesso siamo chiamati a prenderci cura della storia, con i nostri mezzi limitati e con le nostre risposte parziali.

Il pensiero di Lorizio si offre, allora, come una guida per chi non si accontenta di «subire» le notizie, o ignorarle, ma desidera una formazione che lo aiuti a interpretare il proprio tempo, orientandosi senza lasciarsi travolgere dal caos mediatico, ascoltando l’eco della Parola che risuona nelle pieghe della vita quotidiana.

Il teologo Karl Barth esprimeva questa sensibilità con la necessità di «tenere», insieme, «nelle mani» sia la Bibbia sia il giornale, ossia cimentarsi nella «fatica» di lettura, in sinossi, del testo per eccellenza, e del testo sempre nuovo, quotidiano. Una lettura che viene offerta anche nel volume di Lorizio su differenti spazi di competenza (che costituiscono altrettanti capitoli del libro) dalla cultura alla filosofia/teologia, dalle grandi questioni etiche fino alla ricerca di pace (attraverso rinnovate relazioni internazionali) a cui ci siamo già introdotti.

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Qui, anche a mo’ di esempio della validità delle argomentazioni generali del libro proposto, e del beneficio di leggere insieme la parola di Dio cercando di trovarla in atto, o se non lo fosse, di farla vivere con il nostro piccolo o grande impegno quotidiano, nei fatti dell’uomo, è interessante notare la posizione netta dell’autore che non soltanto argomenta le ragioni «ideali» della pace, ma anche mostra i rischi di quella che è sempre più improbabile definire «guerra giusta».

Nell’articolo del 13 marzo 2022 di Avvenire.it (p. 252) dal titolo «Ucraina. Non alimentiamo più questa guerra che proprio tutti stiamo già perdendo», rileva come sia impossibile circoscrivere quel conflitto, (ma in generale ogni conflitto) ad un’operazione tra militari e governi confinanti in dissidio. Coloro che ne fanno in ogni caso le spese sono donne e bambini che nulla hanno a che fare con le armi:

«ancora una volta torna il tema del dolore innocente, tipico della teodicea, solo che qui e ora non si tratta della volontà di Dio che lo permetterebbe, ma dell’uomo (se così si può chiamare) che perpetra il male e provoca il dolore». Da questo segue l’inquietante, e purtroppo ancora attuale nel 2026, considerazione: «dobbiamo chiederci se armare ulteriormente, con azioni e parole, la resistenza ucraina non incrementi tali effetti nefasti, prolungando la guerra».

La meditazione si allarga riflettendo sull’impossibilità totale di giustificare ogni guerra, non soltanto per il deterrente politico dell’escalation (con il rischio di allargare il conflitto coinvolgendo altre realtà nazionali e sovranazionali), e nemmeno per il fantasma della minaccia nucleare, ma per la semplice esigenza evangelica, tutt’altro che sprovveduta o ingenua (p. 259): «Lo abbiamo spesso ripetuto: il messaggio del Vangelo è quello della nonviolenza che si traduce in pacifismo attivo».

Potrebbe sorgere un dubbio legittimo (p. 260): «Allora il cristiano è disarmato? Non ha nulla da opporre al nemico? [… No! egli ha] l’arma della preghiera e dell’affidamento che è stata “affilata” dal Papa, e da tutta la Chiesa, nella consacrazione alla Madre di Dio di Ucraina e Russia, [che] non può essere ritenuta irrilevante o marginale rispetto alle armi fisiche di cui dovremmo dotarci e che speriamo vengano sempre più abbandonate, e si dissolvano di fronte alla nonviolenza attiva».

Ancora più interessante è che le parti coinvolte nell’esempio trattato sono tutte e due cristiane (p. 261):

«Ecco la disarmata armatura del cristiano, sia egli cattolico, ortodosso o protestante, non ha che lasciarsi ispirare da questa Parola (Ef 6,10-18), e questo anche nel caso di quanti governano gli Stati, poiché questo messaggio evangelico è un vero e proprio messaggio politico e può trovare una sua realizzazione laica se si ispira alle tre parole: verità, giustizia e pace. E le armi, di cui si parla nel testo neotestamentario, non si acquistano né si vendono, ma si fabbricano nella fucina del lavoro su noi stessi e nelle nostre comunità credenti e non».

***

La Bibbia e il giornale si configura dunque come un «manuale di sapienza», che speriamo i lettori possano godere per orientarsi nella complessità del nostro tempo. È un invito a non restare prigionieri di un eterno presente, ma a farsi pellegrini di una storia che attende di essere redenta, riscoprendo che tra le righe della cronaca — anche quella più dolorosa — è ancora possibile prima pensare, e poi tracciare fattivamente, sentieri di giustizia e di pace

settimananews.it

Vita monastica e mondo della rete

di: Matteo Ferrari

camaldoli

S. Eremo di Camaldoli, 2 febbraio 2026.

Carissimi Priori, Priori Locali, Priori Amministratori, Vicepriori, Responsabili delle Residenze, Maestri dei Novizi e dei Professi Semplici,

internet, l’uso dello smartphone e dei social, i video e i film online, l’uso di WhatsApp senza regole sono una sfida per la vita monastica e religiosa. Non possiamo far finta che questa sfida non esista. Noi che non siamo “nativi digitali” siamo solo preoccupati delle prestazioni e delle possibilità che i social e internet possono offrire.

Ma per le nuove generazioni questi “mezzi” sono il modo di comprendere se stessi e di entrare in relazione con il mondo. Penso sia quindi necessaria una profonda e anche coraggiosa riflessione su questi temi, soprattutto per le persone in formazione. Anche nel mondo laico ci si sta interrogando circa l’utilizzo di questi mezzi, soprattutto da parte dei più giovani. A maggior ragione ce ne dobbiamo occupare noi.

***

San Romualdo nella Piccola Regola afferma: «Siedi nella tua cella come nel Paradiso. Scordati del mondo e gettalo dietro le spalle». È possibile vivere questo incipit della Piccola Regola senza nessuna attenzione ai social e a internet, con tutto ciò che comporta? La cella, da crogiuolo di ascolto, preghiera e vita di sapienza, può davvero trasformarsi in luogo di dispersione, di perdita di tempo, di fuga da sé stessi e dalle proprie tensioni interiori?

Se la cella si trasforma in luogo di dispersione e in una sala cinematografica individuale e individualistica, dove va a finire la nostra spiritualità monastica e romualdina? Ci sono vere e proprie “dipendenze” cinefile che possono portare i monaci a diventare esperti di filmografia, più che ricercatori di Dio. La dipendenza poi genera l’incapacità di mettersi in discussione e di riconoscere l’assurdità di certi modi di vivere.

Credo che la cella monastica non sia il luogo per guardare film individualmente e che sia molto più sano pensare a momenti comunitari, che potrebbero avere un valore formativo per tutti e anche di crescita nella comunione e nella fraternità.

Netflix e altre piattaforme di streaming online, così come social come Instagram e TikTok, pensate appositamente per dare dipendenza, penso siano da evitare assolutamente, anche per una questione di povertà e di sobrietà.

***

In modo particolare credo sia indispensabile inserire questo tema nel percorso formativo delle nostre comunità. Propongo un provvisorio schema di riflessione che attraversa le varie fasi della vita monastica.

Il postulantato (e pre-postulantato): il tempo del senso critico. Le Costituzioni, riguardo al tempo del postulantato dicono: «Il postulantato ha lo scopo di favorire nei giovani un graduale adeguamento psicologico e spirituale alla nuova situazione, perché, in un clima di serenità e sotto la guida esperta del Maestro, possano studiare a fondo la loro vocazione» (Cost. 131).

Perché questo possa avvenire occorre condurre gradualmente i candidati ad avere un senso critico verso l’utilizzo di internet e dei social, dei rischi e del valore del vivere la cella e la solitudine. In questo tempo, in dialogo con il Maestro, si può cominciare a maturare una sana disciplina e un distacco. Per molti si tratta di interrogarsi sul loro modo passato di vivere queste dimensioni, delle quali spesso non si vedono i rischi e l’incompatibilità con la scelta monastica.

Il noviziato: il tempo del distacco. Le Costituzioni dicono: «Il noviziato ha come scopo principale quello di far conoscere e sperimentare al candidato le esigenze fondamentali del vivere monastico di cui un giorno farà professione in risposta a quel personale appello di amore con cui Dio lo ha chiamato a vivere il Battesimo» (Cost. 135).

In questo tempo occorre vivere un reale distacco sospendendo l’uso dei social, l’uso di internet in cella, la visione individuale di filmati o di film, l’abbonamento a piattaforme come Netflix e disciplinare la comunicazione con la famiglia e gli amici tramite WhatsApp. Anche l’utilizzo dello smartphone andrebbe concordato con il Maestro. In un tempo come il nostro, una sana disciplina, anche attraverso scelte concrete, come affidare lo smartphone al Maestro, penso sia da valutare seriamente.

La professione semplice: il tempo della responsabilità. Affermano le Costituzioni: «Un prolungato e speciale approfondimento della formazione dopo il noviziato è assolutamente necessario a tutti per un progresso effettivo nella vita monastica, sebbene il raggiungimento di questo traguardo impegni l’esistenza intera (cf. PC, 18)» (Cost. 150).

Nel tempo della professione semplice occorre che le persone in formazione imparino a fare uso saggio di internet e dei social, anche scegliendo responsabilmente di non farne uso, se non lo richiedono incarichi comunitari. Non si deve demonizzare questi strumenti – sarebbe semplicemente controproduttivo – ma non si può ignorare che essi plasmano il nostro modo di entrare in relazione con il mondo, con noi stessi e anche con Dio.

Occorre condurre i Professi semplici a usare questi mezzi con responsabilità e coerenza. Ad esempio, sarebbe utile che ci si astenesse da qualsiasi uso di social o di internet, se non per lavoro o servizio comunitario, dopo cena o dopo compieta. La Regola parla chiaramente del “silenzio” dopo compieta: «I monaci devono custodire sempre il silenzio con amore, ma soprattutto durante la notte» (RB XLII,1).

Penso che questa custodia del silenzio con amore oggi riguardi anche e soprattutto i social, internet, i film. I Professi semplici dovrebbero abituarsi responsabilmente a usare questi mezzi come strumenti di lavoro e come utilizzo saggio del tempo e non come occasione di dispersione, di fuga e di “ozio”, nemico dell’anima (cf. RB XLVIII,1).

***

Carissimi, credo che queste indicazioni, bisognose di una più pratica concretizzazione nella vita delle singole comunità, siano fondamentali sia per le persone in formazione sia per chi è già Professo solenne. Si tratta infatti di un processo formativo che inizia con l’arrivo in monastero e prosegue nel tempo, se non altro in ragione del fatto che si tratta di strumenti in costante evoluzione.

Ripensare al percorso di formazione, tenendo conto delle sfide del presente, credo sia un’opportunità di verifica e di discernimento anche per i Professi solenni, perché la nostra vita monastica sia sempre più autentica e priva di ipocrisia. Non possiamo chiedere alle persone in formazione ciò che i Professi solenni non vivono. L’uso dei social e di internet rischia di trasformare la pratica della cella in un mero formalismo. Come in passato potevano essere viste come formaliste certe pratiche della vita monastica, oggi può essere puro formalismo rimanere in cella senza vivere seriamente ciò che lo spazio della cella implica.

Si potrebbe pensare all’opportunità di alcuni incontri comunitari dove, magari con l’aiuto di qualche persona esperta dell’argomento, si mettano in evidenza opportunità e rischi legati a tali mezzi di comunicazione. In altre parole si tratta, per tutti, di apprendere un modo di fruizione positiva di tali strumenti e quindi di governarne l’uso in modo positivo e conforme alla vocazione monastica.

Vi ho scritto queste cose per avviare una riflessione comune e per non far finta che questa sfida per la vita monastica del presente non esista.

Dom Matteo, Priore Generale.

Settimana News

Guerra e pace nei media

di: Andrea Cozzo

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Andrea Cozzo, docente di Lingua e letteratura greca presso l’Università degli Studi di Palermo, in cui ha tenuto, per gli studenti, laboratori di Teoria e pratica della non-violenza, è autore di diversi libri sia sul mondo greco antico che sull’azione non-violenta; ha recentemente pubblicato il volume Media di guerra e media di pace sulla guerra in Ucraina. Promemoria e istruzioni per il futuro, Mimesis 2025. L’intervista è a cura di Giordano Cavallari.  

  • Gentilissimo Andrea, quali sono i caratteri del “giornalismo di guerra” comuni a tutte le guerre?  

Direi, in generale, quello del pensare per polarità: Buoni vs. Cattivi, Bene vs. Male… che, naturalmente, identifica ogni volta il primo membro dell’opposizione con il “Noi” o “I nostri” o, insomma, coloro con cui noi ci schieriamo; e il secondo con l’“altro”.  

Su questo schema si innesta tutta la narrazione del conflitto armato che è di carattere puramente propagandistico: gli elementi della propaganda, rintracciati da sir Arthur Ponsonby (Falsehood in War Time: Containing an Assortment of Lies Circulated Throughout the Nations During the Great War) già nel 1928, dopo la Prima guerra mondiale, e da me richiamati nel volume – e, se posso permettermi, dal sottoscritto stesso (La logica della guerra nella Greci antica. Contenuti, forme, contraddizioni, 2024) – sono tutti presenti nella maggior parte dei media contemporanei, almeno dal febbraio 2022 ad oggi. 

  • Nel caso della guerra in Ucraina – al centro della sua analisi – quali caratteri, in particolare, lei ha individuato? Può fare qualche esempio? 

Gli esempi possibili sono, purtroppo, numerosissimi. Li distribuirei in alcune categorie. Ecco le principali.  

(1) Le fake news più spudorate: come quella dei 70 anni di pace in Europa prima dell’invasione russa dell’Ucraina, che “dimentica” le guerre del 1995 e del 1999 nell’ex Jugoslavia alle quali ha partecipato attivamente – e alla seconda anche illegalmente, visto che non c’era l’autorizzazione dell’ONU! – pure l’Italia; o quella secondo cui l’Ucraina non aveva mai avuto intenzione di entrare nella Nato, laddove tale intenzione è espressa persino in diversi articoli della Costituzione ucraina.  

(2) Le omissioni: basti ricordare la quasi totale mancanza di informazione sull’opposizione del Movimento Nonviolento Ucraino (presieduto dall’obiettore di coscienza Yurii Sheliazhenko), sia all’invasione russa, sia alla resistenza armata (con annesso invito ai governi europei di non inviare armi bensì di spendere i loro sforzi nell’azione diplomatica); oppure, il trascurabile rilievo dato alla notizia della richiesta che Putin aveva fatto al segretario della Nato Stoltenberg – che l’aveva rifiutata già tre mesi prima dell’invasione – di non continuare ad espandersi se non voleva che l’Ucraina venisse attaccata; dare risalto a ciò avrebbe significato mostrare l’evidente corresponsabilità del “Noi” nell’attacco russo.  

(3) Le derisioni, anche nel senso letterale del termine: si pensi alle risate di alcuni giornalisti presenti nello studio di DiMartedì il 3 maggio 2022, mentre parlava, in collegamento da Mosca, la russa Nadana Fridrikhson che era stata invitata alla trasmissione, oltre alle offese ai pacifisti, accusati da qualcuno di “idiozia sesquipedale”, da altri di “ipocrisia” (nel mio libro fornisco i precisi riferimenti). 

(4) Gli articoli, che – mentre non davano nessuna informazione su quanto avveniva a Kiev – esibivano enfasi e lirismo, fatto di pathos e abbondanza di figure retoriche, finalizzati ad un “tifo” unilaterale e a una pretesa lezione di morale ai manifestanti per la pace il 5 novembre 2022.  

(5) La dichiarazione – fondata su una citazione del tutto decontestualizzata –, che persino Gandhi si sarebbe schierato a favore dell’invio di armi all’Ucraina.  

(6) L’incapacità di vedere come la firma di un documento di garanzia che l’Ucraina non sarebbe mai entrata nella Nato – da sempre la principale richiesta di Putin, già avanzata da molti analisti politici americani stessi fin dai primi anni Novanta, cioè da quando ormai il fronte “nemico” dei Paesi comunisti non esisteva più –, avrebbe evitato o, poi, interrotto il conflitto armato e la perdita di centinaia di migliaia di vite umane.  

***

  • Può spiegare l’effetto D–M–A di cui tratta nel libro?  

D–M–A è la “formula” con cui Johan Galtung ha sintetizzato il meccanismo della violenza, in quanto fondata su Dicotomizzazione (ci sono solo due parti ognuna delle quali è omogenea al suo interno: “Noi” vs. “Loro”), Manicheismo (da una parte – la mia – sta tutto il Bene, dall’altra tutto il Male), Armageddon (la vittoria militare è l’unico scopo).  

Tale formula è stata sponsorizzata dai nostri media (sia cartacei, sia televisivi, sia online), sostanzialmente con tre sole grandi eccezioni: Avvenire, Il Fatto Quotidiano, Il Manifesto. Beninteso, si tratta di un sistema culturale diffuso – non del modo di pensare bellicista di singoli individui – ed è per questo che non ho mai inteso criminalizzare i giornalisti che lo hanno adottato – penso inconsapevolmente – nella maggior parte dei casi, tranne, naturalmente, quando si è trattato di vere e proprie e volute fake news.

Purtroppo, per correttezza di informazione, nel libro non ho potuto fare a meno di citare, di volta in volta, i loro nomi, visto che era doveroso scrivere chi fossero gli autori delle parole che analizzavo e criticavo. 

  • social hanno amplificato e amplificano tale effetto? 

Non ho molti dubbi sul fatto che i social, con la loro “scrittura breve” che, tendenzialmente, impedisce l’argomentazione strutturata e argomentata, abbiano acuito e acuiscano il sistema di pensiero D–M–A. Ciò avviene particolarmente nella posizione di chi è a favore dell’invio di armi all’Ucraina e della continuazione della guerra – subìta dagli Ucraini! – “fino alla vittoria”.  

Mentre – come ho detto – si sarebbe potuto spingere per negoziati di pace che tenessero conto delle esigenze di entrambi i popoli, cioè sostanzialmente del loro bisogno di sicurezza, che poteva e potrebbe ancora essere soddisfatto da un accordo che preveda la garanzia di non-ingresso dell’Ucraina nella Nato attraverso la variazione dell’art. 5 della stessa Nato (per cui si possa dare un intervento armato a difesa dell’Ucraina solo nel caso che questa venisse di nuovo attaccata nonostante la sua rinuncia ad entrare nel Patto Atlantico). 

Ci si sarebbe potuti spendere, soprattutto, per iniziative di rafforzamento della fiducia tra i popoli, sviluppo di legami economici e politici, scambi culturali. 

***

  • Anche lei, personalmente, si sente vittima dell’effetto e della violenza culturale conseguente?  

Nonostante abbia cercato di prendere tutte le cautele possibili per non risultare ambiguo, anche a me è toccato di sentirmi apostrofare, su Facebook, come “putiniano”, non solo da “amici virtuali” ma anche da giornalisti professionisti, per il semplice fatto di essermi rifiutato di definire Putin – la cui azione ho sempre esplicitamente condannato – “il Male Assoluto”! 

  • Ritiene che papa Francesco si sia distinto in altro modo nella guerra mediatica dentro la guerra in Ucraina?  

Certamente! Papa Francesco non ha esitato a mettere in luce le “nostre” corresponsabilità con la sua celebre sottolineatura dell’«abbaiare della Nato alle porte della Russia» quale fattore provocatorio determinante nell’invasione russa dell’Ucraina, e a dare un chiaro messaggio sulla via da seguire quando – per il Venerdì Santo del 2022 – ha chiesto (e ottenuto) che, a portare la Croce, fossero, insieme, una donna russa e una donna ucraina. È stato un esempio di logica della costruzione della pace, fondata sul rigetto del “tifo” per uno dei due popoli belligeranti, sulla non criminalizzazione di nessuno di loro, sulla vicinanza ad entrambi.  

È stato un esempio per come il fulcro della costruzione della pace stia, per ogni parte in conflitto – e a maggior ragione per “noi”, parte terza –nella capacità di sentirsi compartecipi della sofferenza dell’altra parte e di cooperare, di stare in dialogo, aiutandosi vicendevolmente a sorreggere la croce delle relazioni umane mal impostate, mettendo da parte il male subìto o inflitto – i Greci antichi parlavano, appunto, di mé mnesikakéin, del “non ricordarsi del male” – per andare finalmente oltre l’odio e le armi, avviandosi verso la riconciliazione.  

Penso che l’invito di Leone XIV a che le diocesi promuovano percorsi di educazione alla nonviolenza – che spero non vengano improvvisati ma siano frutto di conoscenza e di competenza – possa costituire un ulteriore sviluppo del pensiero della costruzione della pace di papa Francesco. 

  • Lei ritiene che sarebbe stata possibile un’azione non-violenta del popolo ucraino?  

Penso che sia importante fare chiarezza su una questione: quella dei tempi dell’intervento nonviolento per lo più considerata in modo equivoco. 

Siamo soliti tirare in ballo – e giudicare – la possibilità e l’efficacia dell’azione nonviolenta quando una guerra è già scoppiata, cioè nel momento dell’emergenza. Certamente, anche in questo caso la nonviolenza ha un ruolo da giocare.  

Ad esempio:  “dal basso”, attraverso pratiche di interposizione ad opera di terze parti costituite da civili disarmati, o di pura esposizione dei propri corpi inermi di decine di migliaia di civili dello stesso Paese invaso: ricordiamo la celebre foto del ragazzo cinese che, nel 1989, a piazza Tienanmen che costringe, “semplicemente” ponendoglisi davanti, un carro armato a fermarsi? Ebbene, coraggiosi tentativi di questo tipo sono stati attuati anche in Ucraina; allora pensiamo a quale effetto avrebbe potuto avere tale azione se fosse stata realizzata contemporaneamente da migliaia di persone; “dall’alto”, attraverso la diffusione delle ambasciate di Paesi stranieri in ogni città ucraina, perché potessero funzionare da scudi umani internazionali 

Sono solo due esempi delle tante forme di resistenza disarmate possibili. Ma il tempo dell’emergenza non è l’unico né il più adeguato a pensare l’azione non violenta, che va concepita quale risposta non solo improvvisata ma anche preparata attraverso u un’apposita formazione in tempi di pace.

D’altronde, neppure nella difesa armata nessuno si sogna di prescindere dal normale addestramento alla stessa quando  ancora la guerra conclamata non c’è. Ben sappiamo che – perché in guerra le armi possano essere imbracciate e la disciplina militare possa essere attuata – bisogna esservi stati istruiti prima.  

Dunque, la soluzione per il caso di eventuali invasioni è la formazione strutturale alla logica e alle tecniche della nonviolenza, che costituisce anche un vero e proprio campo di studi – a cui sono personalmente dedicato – di ambito sociologico; non basta, evidentemente, un semplice discorso di carattere edificante e moralistico, sul “dovere di essere buoni” (i cui contenuti concreti restino poi del tutto oscuri e privi delle necessarie conoscenze tecniche). 

***

  • Perché l’azione non-violenta – e la pace – stanno con la democrazia, mentre la guerra sta con la democratura, come lei spiega? 

La democratura, cioè il regime formalmente democratico, ma di fatto autoritario fino all’esercizio della violenza all’interno e ostile all’esterno, è la degenerazione della democrazia che vi sfocia inevitabilmente, se non abbraccia per tempo la nonviolenza in tutti gli ambiti.  

La degenerazione avviene in maniera lenta e inconsapevole, quando uno dei valori fondamentali, ma non l’unico della democrazia, ossia quello della libertà, finisce per diventare un assoluto, senza essere coniugato – sempre e insieme – con quello della giustizia (che a sua volta, se basata sul dialogo, non può che diventare equità) e soprattutto della fraternità, per dirla ricordando il trinomio ideale della Rivoluzione francese; ma potremmo, in prima istanza, accontentarci di una più realistica “solidarietà” al posto della “fratellanza”.  

La “libertà”, in sé sola, è valore individuale che diventa presto individualistico, e porta al principio del «tutto ciò che non è vietato, è permesso», all’apologia dei “diritti” indipendenti dai “doveri”, alla scomparsa dell’etica e, sul piano economico, al liberismo basato sulla competizione più sfrenata: di fatto, dunque, al “diritto” del più ricco, del più potente, del più forte, individuo o Stato che sia.  

Solo se facciamo camminare “libertà” insieme a “giustizia/equità” e “solidarietà”, in un orizzonte culturale, intellettivo ed emotivo, di empatia e di cura – non semplicemente di rispetto – e dunque di gestione nonviolenta delle differenze, avremo vere ed effettive democrazie di pace, cioè sempre maggiore eliminazione di oppressione diretta, strutturale e culturale, sia all’esterno sia all’interno dei loro territori. 

  • Quindi un altro “giornalismo” e un’altra cultura “di pace” sono possibili?  

Schematicamente (rimandando al libro per i dettagli), il giornalismo di pace ha il compito di: smascherare le fake news; rivelare gli eccessi commessi e le sofferenze subìte da persone di ogni fazione; dare voce a tutte le parti coinvolte, non solo ai Governi ma anche alla gente comune, mostrando l’esistenza di varietà di posizioni anche all’interno di ogni “fronte”; stimolare tutte le parti a prospettare soluzioni creative e non armate per la risoluzione dei conflitti e il raggiungimento e il mantenimento della pace; dare spazio alle azioni nonviolente…  

E, nel raccontare ciò che avviene, il giornalismo ha il compito di chiedersi se il modo in cui si sta raccontando induce chi legge a odiare qualcuno – aggressore o aggredito che sia – e a credere che l’unico modo di risolvere il conflitto sia quello bellico, oppure a odiare soltanto la violenza e quindi a cercare come raggiungere la pace per vie nonviolente: solo in quest’ultimo caso si sta facendo giornalismo di pace! 

***

  • Lei ci sta lavorando, specie con i giovani, suoi studenti?  

Ci ho provato, e non solo con i miei studenti universitari – con loro ho tenuto, per otto anni, anche uno specifico Laboratorio di “Teoria e pratica della nonviolenza” – ma anche con quelli delle scuole, con i giovani di Centri sociali e con associazioni, e pure con le forze dell’ordine (Arma dei carabinieri, Polizia, Guardia di finanza, Vigili urbani) per le quali ho tenuto diversi corsi di “Gestione nonviolenta dei conflitti”.  

Comunque, non sono certo da solo: negli ultimi anni insieme ad altri amici del Centro territoriale palermitano del Movimento Nonviolento di cui faccio parte e, da quest’anno, con la neonata Officina Siciliana di Nonviolenza che, con altri gruppi, abbiamo costituito su iniziativa di Enzo Sanfilippo (della “Comunità dell’Arca”), operiamo nell’ambito della formazione alla nonviolenza più organicamente e diffusamente.

E il fatto che buona parte dei governi del mondo – Governo italiano compreso – stia andando in direzione opposta, cioè nella direzione di un’ulteriore militarizzazione della cultura e del pensiero, ci spinge ad impegnarci con ancora maggiore e più gioiosa determinazione. 

Settimana News

Le Olimpiadi del gusto: per il team Japan il potere dei “Gyoza”

Le Olimpiadi del gusto: per il team Japan il potere dei "Gyoza"

E se le medaglie si vincessero a tavola? Non c’è solo il campo. O la pista. Le partite, le gare si vincono anche fuori. Con tutto quello che c’è dietro e che non si vede dagli spalti o in tv. Gli allenamenti, l’energia, la cura del corpo, la fame di vincere e… la dieta, l’alimentazione, appunto. Così fra le curiosità dei Giochi Olimpici ecco una chicca gastronomica del team Japan: il Power Gyoza Don, una ricetta ad hoc per gli atleti nipponici sviluppata da Ajinomoto, la multinazionale della produzione di alimenti e condimenti giapponese, in collaborazione con lo chef Yoji Tokuyoshi, patron della Bentoteca e del progetto Katsusanderia, a Milano. Il cuore del piatto sono i Gyoza, i tradizionali ravioli giapponesi ripieni di carne e verdure, che rappresentano la principale fonte proteica. Vengono serviti su una base di riso, accompagnati da dieci verdure di stagione – in gran parte prodotti italiani – cotte in un brodo di pollo saporito e bilanciato. Il risultato è una formula nutrizionale che rispetta i principi della tradizione sportiva giapponese: equilibrio e varietà, alto valore proteico, controllo di sale, grassi e zuccheri, porzioni adeguate. Con una consapevolezza di fondo: il cibo è energia per il corpo, ma anche per la mente.
Il marchio giapponese, che ha fatto suo il motto “Eat well, live well… perform better” – mangia bene, vivi bene… così ottieni risultati migliori –, da oltre vent’anni porta avanti il Victory Project: in ogni Paese che ospita grandi manifestazioni sportive, Ajinomoto scende in campo con un team – oggi composto da 12 chef e 8 membri di staff – e allestisce una vera e propria base di supporto nutrizionale dove gli sportivi giapponesi ritrovano sapori familiari e un menu studiato per accompagnarli nelle loro sfide agonistiche, in un ambiente che riproduce il senso di casa. «Quando gli atleti giapponesi si trovano in contesti culturalmente lontani dal nostro, soprattutto durante grandi eventi sportivi dove l’offerta alimentare segue prevalentemente modelli occidentali – spiega Hidefumi Kurihara, Vp manager di Ajinomoto – poter mantenere le proprie abitudini e i propri rituali alimentari è fondamentale. Con Victory Project li supportiamo attraverso una nutrizione bilanciata, aiutandoli a esprimere appieno il loro talento e a realizzare i propri obiettivi sulla scena internazionale».
Lo chef Yoji Tokuyoshi e i rappresentanti del Victory Project presentano il piatto degli atleti giapponesi alla Bentoteca di Milano / Ufficio stampa
Lo chef Yoji Tokuyoshi e i rappresentanti del Victory Project presentano il piatto degli atleti giapponesi alla Bentoteca di Milano / Ufficio stampa
Il Power Gyoza Don è il piatto pensato per le Olimpiadi di Milano Cortina con lo chef Yoji Tokuyoshi, un passato da Bottura, una stella Michelin lasciata poi per vivere nuove sperimentazioni e avventure che uniscono la tradizione gastronomica giapponese ad altre contaminazioni e stili, anche di ristorazione, come Bentoteca e il progetto Katsusanderia . «Sono fiero di partecipare a un progetto che sento molto vicino alle mie corde – afferma lo chef Yoji Tokuyoshi -. I Gyoza di Ajinomoto sono prodotti di altissima qualità che ho abbinato a un brodo realizzato con verdure fresche e locali italiane. Il risultato è un piatto che parla la lingua di entrambi i Paesi, in equilibrio tra gusto e nutrienti».
Per chi volesse assaggiare il piatto dei campioni giapponesi può farlo alla Katsusanderia del mercato dell’Isola, in piazzale Lagosta: il 21 febbraio, dalle 12 alle 14, cento piatti in omaggio per i primi cento Japan lovers che arriveranno. Il modo migliore per chiudere questa festa di sport e… sapori. Le Olimpiadi che si vincono anche a tavola.
Avvenire

Progettare e fare una città 
pensando a chi la abita è un rebus.
Ma cambia la vita delle persone

Progettare e fare una città 
pensando a chi la abita è un rebus.
Ma cambia la vita delle persone

Avvenire

Le città spesso non soddisfano anzitutto i loro residenti, ma pensarle per chi le abita è tutt’altro che semplice, o ovvio. L’efficacia degli interventi è rafforzata o indebolita da altre politiche, o dall’assenza di politiche coordinate. Il passato pone vincoli stringenti alle decisioni che possono essere prese oggi. A loro volta, tali decisioni restringono lo spazio delle scelte future. La complessità non è un alibi per l’inazione, ma impone che l’urgenza del fare non prevalga su una valutazione ponderata delle ricadute che le politiche settoriali adottate per affrontare i problemi abitativi hanno su altre dimensioni della vita sociale, nel presente e nel futuro.

Una parte rilevante della complessità del problema dell’abitare deriva dalla duplice funzione economica degli immobili a uso residenziale: sono uno strumento d’investimento del risparmio e, al tempo stesso, forniscono servizi abitativi. Le abitazioni sono tra le forme d’investimento a più lunga durata tra quelle accessibili ad ampie fasce della popolazione. Secondo le norme tecniche, per le parti strutturali di una costruzione (fondazioni, coperture, facciate, murature, scale,…) la vita utile nominale deve essere di almeno 50 anni; questo periodo corrisponde al numero di anni in cui la costruzione deve assolvere la sua funzione, se sottoposta a sola manutenzione ordinaria. Una lunga durata si associa a elevati rischi sul valore di realizzo qualora vi fosse necessità di vendere l’attività. Senza contare che un investimento in un immobile è di norma soggetto a costi di transazione spesso superiori rispetto ad altre forme di impiego del risparmio, a partire dai titoli di Stato. Eppure, le famiglie italiane investono circa metà della loro ricchezza lorda (cioè al lordo dei debiti) in immobili. Circa i tre quarti delle famiglie sono proprietarie dell’abitazione in cui vivono, e con differenze non molto ampie, questi rapporti si riscontrano anche nei principali paesi con cui l’Italia si confronta abitualmente.
L’acquisto dell’immobile avviene generalmente nella fase di piena maturità lavorativa dei principali percettori di reddito della famiglia: ciò implica l’impegno non solo dei risparmi accumulati fino a quel momento, ma anche di quelli futuri. I mutui e gli altri finanziamenti connessi all’acquisto dell’abitazione rappresentano la forma prevalente di indebitamento per una famiglia, e questo fa sì che ai rischi derivanti dalla natura dell’investimento immobiliare si aggiungano quelli legati alla sostenibilità del debito. Ciò non toglie che la maggior parte degli italiani concentri i propri investimenti su un’attività specifica come l’immobile destinato all’abitazione, e non solo per motivi economici. Partiamo da questi, però, che riguardano essenzialmente il funzionamento non ottimale di altri mercati. Ad esempio, una limitata offerta sul mercato degli affitti espone al rischio di essere temporaneamente esclusi dall’accesso a un bene primario come l’alloggio. L’acquisto dell’abitazione rappresenta una polizza – assai costosa – per proteggersi da questo rischio. Oppure la scarsa disponibilità di strumenti di investimento abbastanza remunerativi rispetto agli alti costi degli affitti può rendere conveniente l’acquisto di un immobile. Vi sono, però, anche motivazioni non strettamente economiche, legate a valori diversi, come la diffusa percezione secondo cui la proprietà della casa legittima l’appartenenza a una comunità.
È qui che l’abitazione come strumento di investimento rappresenta il primo esempio di interrelazione tra politiche per la casa e altre politiche pubbliche. Il momento dell’acquisto dell’abitazione è fortemente influenzato dal percorso professionale e dalle scelte di vita dell’individuo o della famiglia. L’età è una delle variabili chiave per questa decisione. La traiettoria futura del valore dell’investimento dipende da fattori sui quali l’individuo o la famiglia non hanno alcun controllo. Un esempio lampante arriva dalla variazione del valore di 100 euro investiti in un immobile a Milano, Torino e nella media delle regioni Lombardia e Piemonte negli ultimi dieci anni, corretta per l’aumento dei prezzi al consumo. A Milano ora valgono 140 euro; a Torino 90. A livello regionale, l’incremento è stato più contenuto ma comunque positivo in Lombardia, a 110, mentre il calo in Piemonte risulta leggermente più marcato, a 87. Ledivergenze sono dovute soprattutto al diverso percorso di crescita delle economie locali. Lo sviluppo delle attività economiche e le prospettive di espansione futura hanno attratto – e continuano ad attrarre – nell’area di Milano lavoratori, studenti e investitori, con una forte pressione della domanda sull’offerta di servizi abitativi. A Torino e nelle altre zone del Piemonte, invece, la pressione è stata di segno opposto. Costruire, ristrutturare e recuperare il patrimonio abitativo esistente rappresenta una soluzione parziale per i problemi di Milano, ma non per quelli di Torino. Misure che riescano a redistribuire la domanda di servizi abitativi possono aiutare entrambe le città. Le politiche della mobilità e gli investimenti nelle relative infrastrutture possono avere un ruolo molto importante.

Il secondo fronte su cui la politica può fare l’interesse di chi risiede in una città è quello dei servizi abitativi. La lunga vita di un immobile fa sì che la qualità dei servizi che offre si adatti molto lentamente ai cambiamenti della domanda, che, invece cambia velocemente. In Italia, circa l’80 per cento delle famiglie in cui il principale percettore di reddito ha almeno 65 anni possiede l’abitazione di residenza. Per la stragrande maggioranza di queste famiglie, il titolo di proprietà è stato acquisito da almeno trent’anni, un arco temporale in cui i bisogni della famiglia cambianonotevolmente. Sia che la famiglia abbia avuto fortuna e da giovane abbia acquistato l’abitazione in un’area dove i prezzi sono aumentati, sia che l’abbia comprata in un’area dove sono diminuiti, esiste una probabilità significativa che l’immobile non risponda più alle esigenze di una famiglia anziana. Anche se l’immobile ha acquisito valore nel tempo, non si tratta necessariamente di un’attività liquida per la famiglia anziana più fortunata.
Nei prossimi decenni, l’invecchiamento della popolazione e la riduzione delle nascite delineano una traiettoria in cui le famiglie anziane saranno proporzionalmente sempre più numerose rispetto a quelle giovani. Tra i problemi connessi all’invecchiamento vi è quello di avere i risparmi accumulati immobilizzati in un’abitazione che non risponde più alle esigenze delle età più avanzate. Questi risparmi potrebbero risultare preziosi per soddisfare bisogni primari come l’assistenza e le cure sanitarie.
Fare città per chi le abita, in questo caso, significa affrontare insieme al problema della casa anche quello della cura degli anziani. Le soluzioni di mercato volte a rendere liquido l’investimento immobiliare delle famiglie anziane, facendo leva sull’utilizzo dell’immobile come garanzia per ottenere un finanziamento, anche nei casi di successo, risolvono solo la componente finanziaria del problema, non quella dell’adeguatezza dei servizi abitativi offerti dall’immobile.