La prima Ferrari elettrica della storia si chiamerà Luce e spiazza tutti

La prima Ferrari elettrica della storia si chiamerà Luce e spiazza tutti

Avvenire

La prima Ferrari elettrica della storia si chiama Luce. Ha quattro motori, 1.000 cavalli e interni retrò. Prodotta a Maranello (a eccezione delle celle della batteria che provengono dall’azienda coreana Sk on), arriverà a fine anno e non si tratta solo di un nuovo rivoluzionario modello ma di una vettura spiazzante che rompe completamente con il passato del Cavallino. Il design è stato realizzato dalla società LoveFrom, società del progettista britannico Jonathan Ive che fino al 2019 è stato capo del design di Apple. LoveFrom ha lavorato insieme con il Centro Stile Ferrari guidato da Flavio Manzoni, elaborando il concept.
Per l’abitacolo sono state scelte forme semplici e razionali, per evitare che il guidatore possa distrarsi. Uno stile retrò e minimalista che segue chiaramente l’approccio già visto sui prodotti di casa Apple, dall’iPhone all’iPad al Macbook. Luce è la prima automobile elettrica al mondo con interni privi di plastica e realizzati in vetro e alluminio lavorato a controllo numerico. «Luce combina l’eredità racing di Ferrari, lo spirito senza tempo delle sue vetture sportive e la realtà in continua evoluzione dei lifestyle contemporanei, testimoniando la nostra continua ambizione a superare le aspettative, immaginare il futuro e osare», fanno sapere da Maranello.
Il pannello strumenti si ispira alle auto da corsa d’epoca e all’aeronautica. Al centro della plancia c’è un display che può ruotare in direzione di guidatore o passeggero e, alla base, un maniglione in alluminio per appoggiare la mano ed essere più precisi nella selezione dei comandi. I designer hanno optato per l’alluminio, la cui lega, riciclata al 100%, è fresata direttamente dal pieno e successivamente sottoposta a un processo di anodizzazione all’avanguardia. Il trattamento crea una microstruttura a celle esagonali ultrasottile sulla superficie, garantendo resistenza e durezza. Il risultato è una finitura dal colore intenso e resistente, mentre il vetro utilizzato è altamente resistente, antigraffio e ad alta visibilità grazie a una levigatura di precisione.
Ferrari Luce avrà quattro motori, due per ciascun assale e in grado di governare singolarmente le ruote, alimentati da una batteria da 122 chilowattora integrata nel telaio per una potenza di oltre mille cavalli e un’autonomia di 530 chilometri. La vettura raggiungerà da ferma i 100 all’ora in 2,5 secondi e avrà una velocità massima di 310 chilometri orari. Ferrari non ha ancora annunciato i prezzi della sua prima auto elettrica, ma è possibile che possa costare più di una Purosangue il cui listino parte da circa 400 mila euro.

Il Tortora di Bellocchio: storia di
un incubo italiano

Il Tortora di Bellocchio: storia di
un incubo italiano

Era il 20 febbraio 1987 quando Enzo Tortora tornava su Rai1 alla guida del suo Portobello, dopo la terribile vicenda giudiziaria di cui era stato vittima, commuovendo l’Italia con quel “Dove eravamo rimasti?”, entrato nella storia della televisione, e non solo. Nello stesso giorno, 39 anni dopo, HBO Max rilascia Portobello, serie diretta da Marco Bellocchio che ripercorre (in sei episodi) la terribile vicenda giudiziaria in cui il conduttore rimase coinvolto a causa delle false accuse di un pentito di camorra. Nella serie (già presentata lo scorso settembre, fuori concorso, alla 82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con i primi due episodi), Tortora ha il volto di Fabrizio Gifuni e sua sorella Anna è interpretata da Barbora Bobulova; Lino Musella è il pentito Giovanni Pandico, Romana Maggiora Vergano è Francesca Scopelliti (la compagna di Tortora), Davide Mancini è l’avvocato Raffaele Della Valle (il legale del conduttore). Nel cast ci sono anche, tra gli altri, Gianfranco Gallo (Raffaele Cutolo), Tommaso Ragno (Marco Pannella), Valeria Marini (Moira Orfei), Alessandro Preziosi (Giorgio Fontana, il giudice istruttore che firmò il mandato di arresto e il rinvio a giudizio di Tortora) e Piergiorgio Bellocchio (Ugo, ex brigatista compagno di cella del conduttore).
La storia, uno dei più clamorosi errori giudiziari nel nostro Paese, è nota, almeno a chi ha superato gli “anta”: nel 1983 Enzo Tortora è all’apice del successo. Dal 1977 conduce Portobello, trasmissione che raggiunge 28 milioni di spettatori in prima serata, tutti in attesa del concorrente che riuscirà a far parlare il pappagallo, ospite d’onore dello show. Tortora è il re della tv (insieme ai colleghi Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Corrado), il suo programma racconta e conforta il Paese e il presidente Sandro Pertini lo nomina Commendatore della Repubblica. In quegli stessi anni il terremoto dell’Irpinia dà l’ultima scossa agli equilibri già fragili della Nuova Camorra Organizzata. Giovanni Pandico, uomo di fiducia del boss Raffaele Cutolo e spettatore assiduo di Portobello dalla sua cella, decide di pentirsi. Interrogato dai giudici fa un nome inatteso: Enzo Tortora. Quando il 17 giugno 1983 i carabinieri bussano alla sua stanza d’albergo, Tortora pensa a un errore. Ma è solo l’inizio di un’odissea che lo trascinerà dalla vetta al baratro.
Come già accaduto con la serie Effetto Notte dedicata al rapimento di Aldo Moro, anche per Portobello la suggestione a Bellocchio è arrivata da un’immagine, «quella di un uomo – spiega – che, in modo stupito, esce in manette dalla caserma dei carabinieri. Si chiede perché, ad attenderlo, ci siano tanti giornalisti e fotografi. In realtà c’era già una regia, un capitano dei carabinieri gli aveva mentito dicendogli: “Nessuno ti vedrà”. In poche ore la regia di quella grande messa in scena stava già funzionando ed era iniziato un incubo terribile». Quasi la trama di un film horror che però, purtroppo, era realtà: «Ciò che era evidente non lo fu per i giudici perché non potevano sbagliare, non potevano tornare sulla loro decisione. Fu questo che riempì molti di indignazione, rabbia e odio». Bellocchio ammette di non essere mai stato un fan di Tortora: «La sua disgrazia è che era antipatico. A me era un po’ indifferente, non capivo quell’uomo aristocratico che non sbagliava mai una parola, ma all’epoca molti giornalisti di primo livello dissero: “Se lo hanno arrestato, qualcosa avrà commesso”».
Fabrizio Gifuni aggiunge: «Si è detto di lui che fosse un antipatico di successo, un personaggio così popolare con cui, però, una parte d’Italia non simpatizzava. Approfondendo la storia di Enzo Tortora abbiamo visto che era un uomo che si batteva dall’interno dell’unica azienda televisiva di Stato per la fine del monopolio dell’emittenza, uno che non apparteneva né alle due grandi “chiese” dell’epoca, la Dc e il Pci, né alla Loggia P2 scoperta da poco». Inoltre, «era una persona fiera, orgogliosa, che non ammiccava al pubblico. Non aveva la furbizia dei suoi tre colleghi, Pippo Baudo, Mike Bongiorno e Corrado, che sapevano come essere amati. Lui, invece, non voleva cambiare, voleva continuare a parlare un italiano inappuntabile e avere modi da signore con un’attrazione verso l’Inghilterra». Tutto questo, per l’attore, «non giustifica certo quello che gli è successo ma spiega perché una parte del Paese fosse già pronta a voltargli le spalle. C’era un’Italia che già lo aspettava al varco».
A mettere il primo tassello di uno dei più grandi errori giudiziari della storia del nostro Paese è stato il pentito Giovanni Pandico, furioso con il conduttore che non rispondeva alle lettere che gli inviava dal carcere. Come sia stato possibile lo spiega l’attore che lo interpreta: «Uno dei semi del male è l’invidia. Quella che lui prova diventa una forza maligna. Pensa: “Voglio che tu subisca il mio male”. Vuole portare Tortora in carcere e questo è un argomento attuale visto che oggi sembra che, per esistere, bisogna infangare» osserva Lino Musella.
La drammatica vicenda di Enzo Tortora arriva sugli schermi (seppure, per il momento, solo su quelli della piattaforma HBO Max) in un momento in cui nel nostro Paese infuria la campagna referendaria sulla giustizia e il rischio di una strumentalizzazione è dietro l’angolo: «La serie va giudicata per quello che è. Rispetto il referendum ma non c’è alcun rapporto» assicura Bellocchio. Gifuni conferma: «È una sfortunata coincidenza che il progetto di Portobello sia partito anni fa ma sia arrivato a dama proprio in questo momento». A spegnere le possibili polemiche è la manager di HBO Max Laura Carafoli: «La piattaforma è stata lanciata il 13 gennaio. Questo è il primo prodotto italiano che proponiamo ed era importante farlo adesso perché abbiamo scoperto che il 20 febbraio è la data in cui Tortora era tornato in scena. Ci è sembrato un bellissimo modo per rendergli omaggio».
Portobello è una produzione Our Films e Kavac Film in collaborazione con Arte France, Rai Fiction e The Apartment Pictures.
Avvenire

Centinaia di ragazzi africani combattono in Russia: sono gli schiavi al fronte

Centinaia di ragazzi africani combattono in Russia: sono gli schiavi al fronte

Nella foto diffusa dalla propaganda russa, un gruppo di giovani africani mandati in prima linea. Si indaga sulle modalità di arruolamento
Infreddolito e spaesato, il ragazzo africano ricorderà per sempre l’esperienza di una pianura innevata. Lo prende a schiaffi il freddo, lo prendono a ceffoni i superiori. Legato a un albero, tocca a lui fare da sacco per il pugilato del tenente russo. Un monito per gli altri neri che si rifiutano d’essere carne da cannone a basso costo.

All’inizio erano leggende nella steppa infarcita di ordigni inesplosi, cadaveri, trincee e foreste carbonizzate dalle esplosioni. Poi quando i primi mercenari di colore sono caduti in mani ucraine, a Kiev hanno capito che non si trattava della solita internazionale combattente, di quelle a cui si affidano sia i russi che gli ucraini. Il video del ragazzo picchiato perché in una lingua che non capisce gli ordinano di avanzare contro il fuoco nemico, circola nei social network della propaganda moscovita. Alcune volte gli africani sono derisi, in altri filmati fraternizzano con i commilitoni russi tra sorsi di vodka e fucili maneggiati con la destrezza di chi le armi non le frequenta da poco. «Mio figlio mi ha mandato messaggi dicendo che era in una base in Russia e poi in trincea nel Donbass», ha raccontato una madre kenyota ai media di Nairobi, temendo che al suo ragazzo possa capitare il peggio.
Le indagini della procura generale di Kiev riferiscono di almeno 1.400 mercenari africani identificati. Provengono da 36 Paesi. E non è facile stabilire quanti siano i soldati di ventura e quante le vittime di una moderna tratta delle vite a perdere. Le conferme più consistenti arrivano dal Sudafrica e proprio dal Kenya. A Pretoria una inchiesta è stata aperta per il reclutamento con l’inganno di 17 giovani. Il gruppo è riuscito a contattare le autorità sudafricane, chiedendo di potere essere esfiltrato dalle aree di combattimento. «Mi hanno detto che avrei fatto un lavoro ben pagato come guardia di sicurezza in Russia. Quando sono arrivato mi hanno mandato a combattere», ha raccontato uno di loro. «Pensavo fosse un contratto civile. Nessuno mi ha spiegato che saremmo finiti in una zona di guerra», è un’altra delle testimonianze raccolte.
Ricostruire l’intera filiera mettendo in ordine date e nomi è ancora proibitivo. A mano a mano che le storie affiorano gli investigatori aggiungono nuovi dettagli. Nel mirino è finita una giornalista sudafricana che ora è accusata di avere propagato via radio gli “annunci di lavoro” da Mosca. Ma la rete di reclutatori è arrivata più in alto. Secondo la polizia, nel luglio dello scorso anno la parlamentare Duduzile Zuma avrebbe convinto 18 giovani a trasferirsi in Russia. È la figlia di Jacob Zuma, presidente del Sudafica del dopo Mandela dal 2009 al 2018. Ad attendere il gruppo di “volontari”, un corso di formazione rivolto alle future guardie di sicurezza per il partito politico dell’ex presidente. Il gruppo ha firmato contratti scritti in russo che in realtà prevedevano, dopo un breve addestramento, il dislocamento sul fronte ucraino.

L’ex presidente Zuma – che non ha mancato di esprimere il suo sostegno alla Russia e a Vladimir Putin – è intervenuto di persona con una lettera al ministro della Difesa russo nella quale chiede che i 18 sudafricani vengano fatti allontanare dalla linea del fronte. Il presidente in carica Cyril Ramaphosa ha spiegato che i suoi connazionali assoldati hanno una età compresa tra i 20 e i 39 anni. L’indagine sta trovando ulteriori conferme a un altro sospetto: assumere donne da diversi Paesi africani, con la falsa promessa di un permesso di soggiorno e un contratto di lavoro nel settore della ristorazione e dell’ospitalità. Quello che le campagne sui social network non rivelavano era il finale. Una volta giunte nella Federazione Russa le immigrate hanno scoperto che ad attenderle c’era la catena di montaggio nelle fabbriche di droni assassini: sette giorni su sette. Un’inchiesta dell’Associated Press ha mostrato come centinaia di ragazze da vari Paesi africani siano state indotte a lavorare nelle fabbriche di armi nella zona economica speciale di Alabuga del Tatarstan, mille chilometri a est di Mosca. «Il presidente Ramaphosa e il governo sudafricano condannano fermamente lo sfruttamento dei giovani vulnerabili da parte di individui che lavorano con entità militari straniere», ha reagito nei giorni scorsi il capo dello Stato.
Non sono episodi, ma le tracce di un sistema. Anche in India e Nepal le autorità hanno scoperto che alcuni dei loro cittadini sono stati reclutati per combattere, con l’iniziale e vaga promessa di posti di lavoro. Le denunce da un continente all’altro coincidono. «Mio figlio pensava che fosse un lavoro civile, poi ha chiamato dicendo di essere stato spostato al fronte, ha raccontato alla polizia sudafricana una donna. Lo stesso hanno ripetuto altri familiari dei “soldati per caso”.
All’inizio anche il signor Dubandleli era contento della promessa di un “Vip Security Training” in Russia per il suo ragazzo di vent’anni. Sarebbe diventato una guardia del corpo privata con uno stipendio che l’avrebbe portato via dal ghetto. E’ finito nella regione di Donetsk. Il padre dice di sentirsi in colpa per avere convinto il figlio a un viaggio che poteva essere di sola andata. Unica consolazione, la foto da un centro di detenzione ucraino per i prigionieri di guerra. Il ragazzo indossa la divisa da detenuto. Regge un vassoio con tre scodelle colme di minestra e un grosso pezzo di pane bianco in cassetta. Lontano dalla trincea.
Avvenire

#milanocortina2026 Perché le persone continuano a morire di freddo a Milano e cosa c’entrano le Olimpiadi invernali

Immagine di repertorio

A Milano le persone continuano a morire di freddo, come l’anno scorso e quello prima ancora. Eppure quest’anno, improvvisamente, se ne sono accorti tutti: i 7 clochard che sono morti nel capoluogo lombardo nelle prime settimane del 2026 hanno riempito le cronache, acceso polemiche, evocato scenari emergenziali. In molti hanno parlato di “incremento dei decessi” e la domanda che è rimbalzata ovunque è stata: perché accade? E soprattutto: c’entrano le Olimpiadi invernali?
Per Michele Ferraris, di fio.PSD (Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora), la prima risposta è scomoda perché smonterebbe la narrazione dell’emergenza straordinaria: “In realtà non c’è un aumento dei morti a Milano rispetto all’anno scorso”, ha chiarito a Fanpage.it. “La differenza è che quest’anno il fenomeno viene attenzionato maggiormente perché Milano è sotto i riflettori per le Olimpiadi invernali”. I numeri, però, racconterebbero altro.

Perché le persone continuano a morire di freddo a Milano
Tra il 2025 e l’inizio del 2026 sono all’incirca una trentina le persone morte a causa del freddo a Milano. “Di queste, più delle metà in due stagionalità precise, dicembre-gennaio e giugno-agosto”, ha spiegato Ferraris a Fanpage.it. “La maggior parte per un malore dovuto al freddo o al caldo estremo”. Non solo ipotermia, dunque, ma condizioni di salute precarie aggravate dalle temperature.

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#milanocortina2026 Milano-Cortina. Le Olimpiadi sui francobolli

Morandi Per i XXV Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano-Cortina 2026 non potevano certo mancare i francobolli emessi il 21...

Per i XXV Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano-Cortina 2026 non potevano certo mancare i francobolli emessi il 21 gennaio scorso dal nostro Ministero delle Imprese e del Made in Italy con due esemplari entrambi in tariffa B Zona 3 corrispondente a €. 3,35 da poter utilizzare per spedire in Oceania dove siamo in piena estate e sicuramente c’è bisogno di una ventata di aria fresca proveniente dalle Olimpiadi Invernali che si svolgono dove adesso è inverno.

Nella vignetta di ciascun francobollo si raffigura una Vibe, elemento principale dell’identità visiva di Milano Cortina 2026 e del “Look of the Games” con colori sfumati e linee bianche fluide e dinamiche che vogliono significare il movimento continuo attraverso segni semplici per dare energia e creatività.

Queste Olimpiadi invernali in calendario dal 6 al 22 febbraio prossimo a Milano e Cortina d’Ampezzo Città assegnatarie in maniera congiunta vedono protagonisti per l’organizzazione e la logistica la Regione Lombardia, la Regione Veneto e le Province Autonome di Trento e Bolzano in un progetto sportivo, sociale ed economico che attraversa l’intero paese esaltando il nostro patrimonio culturale e artistico in un arco di tempo sostanzialmente breve che tuttavia lascerà un segno indelebile nei ricordi degli atleti che hanno partecipato e degli spettatori che invece hanno vissuto i giochi attraverso le immagini televisive e le gare in diretta.

La Nazione

#milanocortina2026 La firma sulle Olimpiadi. Impianti progettati e realizzati da Samorani: “Che fatica la pista di bob”

L’ingegnere riminese dal 2024 è responsabile tecnico della Simico, la società che ha costruito gran parte delle strutture dei Giochi "Una corsa contro il tempo, ma è stata un’esperienza incredibile".

L’ingegnere riminese dal 2024 è responsabile tecnico della Simico, la società che ha costruito gran parte delle strutture dei Giochi “Una corsa contro il tempo, ma è stata un’esperienza

Il Resto del Carlino

olti dicevano che non saremmo riusciti a realizzare l’impianto per bob e skeleton in tempo per le Olimpiadi. E invece…”. Lucia Samorani, riminese doc (è figlia di Domenico, chirurgo ed ex consigliere comunale) in questi giorni è a Milano e non si perde una gara dei Giochi. “È emozionante guardare in tivù le competizioni negli impianti ai cui abbiamo lavorato”. Ingegnere civile, 41 anni, sposata con 4 figli, Lucia vive a Milano dal 2010. E da marzo 2024 è direttore tecnico di Simico, la società pubblica costituita per realizzare gli impianti e le infrastrutture di queste Olimpiadi invernali. Cantieri per 98 opere (47 sportive e 51 infrastruttural) per un valore complessivo di 3,4 miliardi di euro.

ual è il suo ruolo in Sismico?

“Dirigo il team che ha progettato e diretto i lavori degli impianti e delle varie infrastrutture. Quando ho vinto il concorso (Samorani prima lavorava per la società di Autostrada pedemontana lombarda, ndr) ho subito capito che avrei fatto parte di un’esperienza unica. E così è stato. In questi due anni abbiamo fatto un lavoro incredibile”.

Due anni costellati da imprevisti e ostacoli.

“Assolutamente. Anche perché i cantieri sono partiti in forte ritardo. Non è stato facile seguire tutte le opere contemporaneamente, essendo dislocate in località diverse: da Cortina a Livigno, da Bormio a Trento fino a Verona”.

Alla fine la scommessa sui Giochi ’diffusi’ è stata vinta. L’opera di cui va più fiera?

“Difficile scegliere, ma direi l’impianto per bob, skeleton e slittino a Cortina. Avevamo gli occhi di tutti puntati addosso, c’è stata molta attenzione mediatica. Tanti dicevano che non ce l’avremmo fatta. Ma anche altri interventi sono stati complessi. Penso a Livigno: qui abbiamo realizzato la nuova seggiovia, le piste e l’impianto di innevamento. O a Trento, dove abbiamo rifatto il palazzo del ghiaccio. A Bormio abbiamo invece messo in sicurezza la pista dello Stelvio e fatto il nuovo impianto di innevamento”.

È stata una corsa contro il tempo, per tutti i cantieri.

“Sì, per alcuni soprattutto. Nelle difficoltà, la nostra carta vincenze è stata quella di riuscire a formare una vera squadra tra di noi, capace di coordinarsi e lavorare al meglio insieme. Fondamentale è stato il ruolo di Fabio Massimo Saldini, commissario straordinario e ad di Sismico”.

Una squadra formata da quante persone?

“Siamo un team composto da 37 professionisti. Ognuno ha portato le sue competenze e tantissima passione”.

Dopo le Olimpiadi quale incarico la aspetta?

“Vedremo. Il mio lavoro non è ancora finita: a Giochi conclusi, dovremo ultimare le opere di completamento. E smontare il villaggio olimpico di Cortina”.