Blog Parrocchie Online La vostra finestra su mondo, Chiesa e religioni

Premio “Pontremoli – Città del Libro e della Famiglia”, i 18 testi selezionati

Premio "Pontremoli - Città del Libro e della Famiglia", i 18 testi selezionati

Il Forum delle Associazioni Familiari, in collaborazione con il Comune di Pontremoli e la Fondazione Città del Libro, ha annunciato la selezione dei diciotto testi che hanno superato la prima fase della V edizione del Premio Letterario «Pontremoli – Città del Libro e della Famiglia», la cui cerimonia finale si terrà il 4 luglio 2026 a Pontremoli (Massa-Carrara). Le segnalazioni pervenute sono state 107 e provengono in larga parte da lettori, famiglie e realtà associative, oltre che da autori e case editrici: un dato particolarmente significativo, che evidenzia come l’iniziativa sia radicata non solo nel contesto editoriale, ma soprattutto nel tessuto associativo italiano.
«Il fatto che siano i lettori stessi a promuovere i testi rappresenta un elemento distintivo – osserva Adriano Bordignon, Presidente del Forum delle Associazioni Familiari – il Premio nasce infatti dall’esperienza concreta delle persone e delle famiglie, che riconoscono nei libri proposti opere capaci di raccontare con autenticità le relazioni familiari, tra sfide e risorse». Tra le opere segnalate, il Comitato organizzatore ha individuato i diciotto testi selezionati, costituiti da opere di narrativa edite per la prima volta nel 2025, che accedono ora alla fase successiva di valutazione. I volumi saranno sottoposti all’esame della Commissione, composta da diciotto esperti e presieduta da Francesco Giorgino. Le opere offrono uno sguardo ampio e articolato sull’esperienza familiare contemporanea, affrontando temi quali le relazioni affettive, la genitorialità, le fragilità, il dolore, la crescita e la rinascita. Ne emerge una narrazione viva, profonda e non stereotipata, capace di restituire la complessità della famiglia e il suo valore umano e sociale. «Il Premio – aggiunge Bordignon – si conferma così come un’importante iniziativa culturale e sociale volta a promuovere una riflessione autentica sulla famiglia, intesa non solo come realtà privata, ma come soggetto sociale fondamentale, capace di generare legami, coesione e bene comune». Entro il 31 maggio 2026, la Commissione individuerà i sei libri che formeranno la sestina finalista, che accederà alla fase conclusiva.
  • Abbraccio di famiglia – Stefania Squarcini – Kimerik
  • Ballare sotto la pioggia – Famiglie, separazioni e rinascite – Grazia Ofelia Cesaro – Feltrinelli
  • Dalla pancia e dal cuore – Luca Russo – Città Nuova
  • Due anime – Legami che curano e cambiano la vita – Alice Canale – Erga
  • E se… – Elena Chimetto – Albatros
  • Fai un bel respiro e ascolta – Donata Maria Biase – Baldini+Castoldi
  • Fino all’ultimo respiro – Storia di Niko e di suo padre Toto – Niko Cutugno – Baldini+Castoldi
  • Il sorriso di Elena – L’amore è più forte – Andreea Porcilescu – Sperling & Kupfer
  • Io che ti ho voluto così bene – Roberta Recchia – Rizzoli
  • Le cinque pietre – Rosario Esposito – Edizioni 2SAVE
  • Nel cuore del figlio – Pierluigi Vito – Città Nuova
  • Scialacca – Kristine Maria Rapino – Sperling & Kupfer
  • Sette giorni per un matrimonio – Marina P. Floris – Albatros
  • Sorprendimi ancora – Roberta Azzola – Bolis Edizioni
  • Supereroi in affido – Storie di bambini accolti in famiglia – Daniele Racca – San Paolo
  • Tecla – Valeria Petrullo – GAEditori
  • Via Tabacchi – Mario Abrate – Impremix Edizioni
  • Vite sul filo del tempo – Il cuore grande delle donne – Caterina Arnoldi – Pathos Edizioni (Fonte: avvenire.it – segnalazione web a cura di Giuseppe Serrone e Albana Ruci)

Nuovo record di export per le armi italiane (e il Medio Oriente è il primo mercato)

Nuovo record di export per le armi italiane (e il Medio Oriente è il primo mercato)

Avvenire

Nel 2025 l’ascesa dell’industria militare italiana sui mercati internazionali ha segnato un nuovo capitolo di record, con un aumento del 19% delle autorizzazioni all’export rispetto al 2024. È quanto emerge dalla Relazione annuale prevista dalla Legge 185/90 relativa all’ultimo anno sulle operazioni autorizzate e svolte in tema di esportazioni, importazioni e transito dei materiali di armamento, trasmessa in queste ore ufficialmente al Parlamento. Il governo – sottolinea la Rete Italiana Pace e Disarmo – ha dunque rispettato la scadenza di legge del 31 marzo per la relazione: «Ora sta al Parlamento avviare un dibattito serio e tempestivo sui dati in essa contenuti». Tra gli aspetti più problematici che emergono, oltre all’aumento delle esportazioni dall’Italia, c’è il valore complessivo delle autorizzazioni per movimentazioni di materiali d’armamento che ha raggiunto circa 11,141 miliardi di euro, di cui 9,164 miliardi in uscita dall’Italia. Negli ultimi quattro anni l’aumento del volume di autorizzazioni segna un colossale +87%. Autorizzazioni che si stanno ora concretizzando in consegne, come dimostrano le consegne effettive registrate dall’Agenzia delle Dogane nel 2025: le esportazioni definitive nel 2025 ammontano a circa 5,142 miliardi di euro, dato in significativo aumento rispetto ai 3,58 miliardi del 2024. Rilevante anche la crescita delle transazioni bancarie legate all’export di armamenti che hanno superato nel 2025 i 14 miliardi di euro complessivi (erano 12 nel 2024).
Il Medio Oriente è tornato prepotentemente al centro dei flussi di export (copre da solo il 37,03% del totale), che hanno visto anche una concentrazione crescente di produzione e vendita di sistemi d’arma nelle mani di pochi grandi operatori. «Un aumento robusto e problematico che, ancora una volta, solleva interrogativi urgenti sulla coerenza tra le scelte del Governo e i vincoli giuridici e etici previsti dalla stessa Legge 185/90 e dal Trattato sul Commercio di Armi (Att) che l’Italia ha ratificato da oltre dieci anni», commenta la Rete. Il numero di Paesi destinatari si attesta a 88, con un dato meritevole di attenzione in Parlamento: i trasferimenti verso Paesi Ue/Nato rappresentano soltanto il 37,62% del totale, mentre la maggioranza, il restante 62,38%, riguarda altri Paesi. Un dato in peggioramento rispetto al già preoccupante 55,9% del 2024.
I Paesi destinatari sono un altro punto che solleva interrogativi. Il Kuwait, che era al 76° posto nel 2024, balza improvvisamente in cima alla lista, grazie a una singola licenza da circa 2,6 miliardi di euro. Anche escludendo la maxi-licenza kuwaitiana sul 2025, il dato sulle esportazioni verso Paesi del Medio Oriente rimane alto. In Europa Germania, Francia e Regno Unito si confermano tra i primi destinatari, mentre gli Stati Uniti salgono al terzo posto. Risale anche l’Ucraina, passata dall’11° al 4° posto con 349 milioni di euro di autorizzazioni. «Si tratta di un dato che solleva ancora una volta interrogativi irrisolti: la Legge 185/90, il Trattato Att e la Posizione Comune UE prevedono criteri stringenti (e spesso un divieto esplicito) per le esportazioni verso Paesi in stato di conflitto armato attivo. Eppure da tre anni verso Kiev vengono autorizzate vendite per alcune centinaia di milioni di euro», sottolinea la Rete, che rinnova la richiesta al Parlamento di esprimersi esplicitamente anche sulle autorizzazioni di esportazione commerciale verso l’Ucraina, come previsto dallo spirito della legge e delle norme internazionali che il nostro Paese ha sottoscritto. Si consolidano, inoltre, nuovi mercati in India, Brasile, Indonesia e Singapore, mentre rimane importante seppur leggermente ridimensionata la presenza di vendite a Emirati Arabi Uniti, Turchia, Qatar e Turkmenistan: «Una presenza che continua a essere preoccupante per la situazione dei diritti umani».
Desta poi preoccupazione, la fornitura di armi verso l’altro fronte di guerra, Israele. Chiaramente, il Paese non compare tra i destinatari di nuove autorizzazioni individuali di esportazione: merito dell’applicazione della Legge che ha permesso la sospensione delle nuove licenze in ragione delle caratteristiche dell’intervento militare israeliano a Gaza. Tuttavia, i dati contenuti nella Relazione dell’Agenzia delle Dogane confermano che questa decisione non ha fermato le spedizioni fisiche di materiali d’armamento autorizzate da licenze emesse prima dell’ottobre 2023. Le operazioni di trasferimento definitive verso Israele nel 2025 risultano infatti essere 228, per uno stato di avanzamento annuale di 3.037.416,79 euro.  Complessivamente, nel 2025 risultano movimentati verso Israele oltre 22,6 milioni di euro di materiali militari italiani riconducibili a licenze rilasciate prima della sospensione. Inoltre anche nel 2025 il 4,30% delle importazioni italiane di armamenti proviene da Israele: «La Rete Italiana Pace Disarmo ribadisce che la sospensione delle nuove autorizzazioni deve essere accompagnata da una revisione delle licenze pregresse ancora attive e da un divieto esplicito e completo di qualsiasi fornitura verso Israele finché il conflitto e le violazioni del diritto internazionale umanitario non saranno cessati».
Ultimo aspetto su cui i pacifisti italiani vogliono accendere i riflettori è quello relativo ai dati sulle aziende coinvolte nell’export di armi. I primi quattro operatori da soli coprono ben il 69,32% del totale. Leonardo SpA, con il 54,09%, ha una quota in forte aumento rispetto al 27,67% del 2024, sintomo di grandi commesse centralizzate. Seguono Iveco Defence Vehicles SpA, con il 7,44%, Rwm Italia SpA con il 4,62% e infine Mbda Italia SpA con il 3,17%. «La scomparsa di Fincantieri dalla top 4 (era seconda nel 2024) e l’ascesa di Iveco e Rwm sono elementi che meritano analisi parlamentare approfondita, in particolare per quanto riguarda le destinazioni finali dei sistemi autorizzati», conclude la Rete.

 

«Noi, monache “in rete”: così superiamo i muri
innalzati dalle guerre»

La comunità delle monache agostiniane di Pennabilli (Rimini) assieme a un gruppo di fedeli / Instagram-A.Perrone

C’è una soluzione sola di fronte ai confitti. Lo ripetono assieme le monache del monastero agostiniano di Pennabilli (Rimini), spezzando nella loro vita quotidiana le parole che «il fratello», lo chiamano, Leone XIV rivolge al mondo, chiamandolo a raccolta sabato 11 aprile per una veglia di preghiera per la pace. «Sentire che l’altro mi appartiene e che io appartengo all’altro». Nella radice della parola “pace”, in arabo, «c’è questa idea del consegnarsi reciprocamente. Solo così possiamo abbracciare la nostra vocazione di appartenere alla stessa famiglia umana». Così quando un conflitto ferisce un popolo «ciò che accade non mi è più estraneo, ma è qualcosa che ferisce il mio corpo». A spiegarlo, facendosi voce dell’intera comunità, sono le monache Francesca Serreli, torinese, e Abir Hanna, originaria di Beirut, dove adesso si trova ancora tutta la sua famiglia. «Sono in Italia da quasi 23 anni», dice con sincerità suor Abir, senza cedere mai alla tentazione di rendere «romantica», dice lei, la dimensione della preghiera per la pace. «Avevo 28 anni quando sono partita e la guerra l’ho vissuta tutta sulla mia pelle, perdendo anche un fratello». Con realismo, quindi, racconta il “miracolo” reso possibile da una comunità capace di accogliere davvero. «Il conflitto lascia ferite molto profonde e sono state solo queste relazioni fraterne forti, limpide e franche a restituirmi la possibilità di una riconciliazione e di una conversione degli affetti e dei sentimenti. Assieme ad una rilettura del mio vissuto, del modo di guardare agli altri e, in particolare, a coloro che venivano descritti come i “nemici”, tra cui gli israeliani, i palestinesi e i siriani». Per questo, per lei è importante «non nascondersi davanti alle tensioni che tutti abbiamo, raccontate anche dai salmi, tra il benedire e il maledire». Ma piuttosto «imparare a tenere insieme le dimensioni che ci abitano, perché ciò che la guerra vuole è dividerci: dividere la persona nella sua interiorità e dividerla dagli altri». È questa la postura da tenere anche di fronte a Dio, «senza abbandonarsi all’una o all’altra tensione, ma conservando un atteggiamento di discernimento che possa fare affidamento su una coscienza ben informata e formata da esperienze di amicizia e di Vangelo. Altrimenti l’uomo si abbandona all’ideologia e alla propaganda e dà il peggio di sé».
Suor Francesca le fa eco, sottolineando la «chiamata grandissima» che tutti abbiamo «ad entrare nella storia – sia quella personale che quella più ampia – così come si presenta, con tutta la sua complessità». È quello il luogo in cui, «di fronte ai conflitti, dobbiamo condividere uno spazio e un tempo per promuovere l’ascolto e un incontro sincero tra le parti, per non chiamarle subito nemiche». Anche perché, la verità è che senza questo «non riusciamo a vivere davvero». Ce lo dice il tempo che stiamo vivendo, in cui «è diventato così evidente come le azioni di ognuno abbiano conseguenze sulla vita di tutti!». «Comprese quelle compiute nel segreto della propria stanza, apparentemente ininfluenti, ma sempre capaci di plasmare la storia». La loro consapevolezza nasce da quel «lavorio continuo» a cui le chiama la vita di comunità, dove ciascuna entra con un bagaglio di esperienze diverse: «Ci allena ad ascoltare ciò che sentiamo, interrogarlo e decidere cosa farne: scegliere se metterlo in comune con le sorelle o coltivare delle “sacche di vissuto” più o meno nascoste. Per sant’Agostino, tutto va condiviso con i fratelli, perché senza di loro, che vengono scelti anche come amici, non si può arrivare a Dio», spiega suor Francesca.
Così, forgiate dal «lavorio» che plasma il loro vissuto, in preghiera e nelle relazioni personali, hanno fatto della comunità un laboratorio di pace che si interroga su come dire il proprio no alla cultura della guerra. «Nel 2020 abbiamo dato vita alla “Rete dei monasteri del Mediterraneo”, a sostegno dell’incontro dei vescovi dell’area a Bari», dicono assieme. La richiesta era arrivata dal cardinale Bassetti, raccogliendo la duplice intuizione lapiriana che per costruire una pace stabile servissero innanzitutto una rete di amicizie solide tra i popoli e il sostegno della preghiera di chi aveva scelto la vita contemplativa. «Così abbiamo tessuto contatti, ma abbiamo anche condiviso tra le diverse sponde un pensiero teologico che, come voleva papa Francesco, nascesse dal basso, dall’ascolto della realtà e di ciò che la gente vive», spiegano. Da lì, la consapevolezza condivisa che il progetto dovesse riguardare anche i giovani (e non solo cristiani), che in 200 lo scorso ottobre si sono imbarcati a bordo della nave “Le Bel Espoir”, attraversando il bacino per confrontarsi sul suolo dell’educazione, del dialogo tra le culture e le religioni, dell’ambiente, delle sfide migratorie, del cristianesimo orientale e occidentale e della costruzione della pace. Ognuno accompagnato, in modo particolare, da una monaca dell’area. Ma la preghiera per la pace esige anche una «coerenza di vita»: «Il Papa ci ricorda che non viene ascoltato chi ha le mani sporche di sangue. Ma questo non riguarda solo i potenti: ciascuno dovrebbe avere il coraggio di guadagnare meno, rifiutandosi di lasciare che i propri soldi vengano investiti per produrre armi», fanno notare. Sottolineando l’importanza di appuntamenti come la veglia promossa da Leone XIV: «Anche questo può avere un peso nella politica internazionale. La pace la si costruisce insieme, quando in molti si pronunciano insieme a suo favore. Di fronte al mondo, saranno tanti ad aderire e sarà come provare, come fanno le formiche, a spostare un masso più grande di noi, che può rotolare solo se siamo insieme a spingerlo». Senza dimenticare che «chi è sotto le bombe trova linfa vitale per la propria speranza nel vedere che qualcuno ha cuore la sua vita e chiama altri a pregare, come sta facendo il Papa, e in molti rispondono – conclude suor Abir –. Questo non cancella la sua sofferenza o il pericolo di perdere la vita, ma fa di questa situazione drammatica un’esperienza che riguarda l’umanità intera».
Avvenire

Mai più la guerra

«La Chiesa non può tacere. Chi promuove la guerra va scomunicato»
di Paolo Viana
L’arcivescovo Ricchiuti (Pax Christi): «L’appello di Leone contro la guerra è stato coraggioso e realistico, sabato ci metteremo in preghiera e in ascolto del Papa. Come comunità cristiana saremo lievito di speranza. La tregua di Hormuz? Non mi fido dell’Americano, questa mi sembra solo la pace dei petrolieri»
Avvenire

«La Chiesa non può tacere. Chi promuove la guerra va scomunicato»

Mai più la guerra. L’appello di papa Leone è forte. Ma quanto è realistico sul piano storico?
È fortissimo. Ed è realistico. Perché – ci risponde il presidente di Pax Christi, l’arcivescovo Giovanni Ricchiuti – se l’Americano giunge a dichiarare che una civiltà sarà cancellata dalla storia dell’umanità, ecco, siamo alla follia. Bene ha detto Leone XIV: inaccettabile. Dichiarazioni di questo tenore sono inaccettabili nella forma e nella sostanza. Il Papa è coraggioso. E ci provoca quando nel messaggio per la pace cita sant’Agostino: chi ama la pace ama anche i nemici della pace; ma l’amore per il nemico è anche amore per la verità, il cristiano non risponde con schiaffi, ma con amore per la verità evangelica. Il resto viene dal diavolo. Il Papa, dunque, ha fatto benissimo a lanciare questo appello e addirittura ha temporeggiato, perché da troppo tempo l’Americano si lascia andare a queste “dichiarazioni”. Accompagnate dai missili.
Perché lo chiama l’Americano?
Chiamare per nome è riconoscere l’umanità di qualcuno. Chi parla così è innominabile. Che nome ha chi parla così? Dobbiamo amare l’uomo Donald Trump ma anche dire la verità sull’Americano che sta distruggendo il mondo.
Le parole del Papa sull’Iran sono forti e ancora più forte è la destinazione dell’appello. Non il presidente Trump ma il Congresso degli Stati Uniti. Quindi l’Americano è “perso”?
Così sembra. E una domanda sorge spontanea. Gli statunitensi dove sono? Migliaia di loro sono scesi in piazza, è vero, ma la domanda diventa di ora in ora più stringente: quand’è che repubblicani e democratici convergeranno nel riconoscere la pericolosità dell’Americano per l’umanità? Il Congresso deve uscire dal silenzio e votare l’impeachment.
Questioni internazionali e questione morale: si dice spesso che la Chiesa è uno Stato – e lo è – con una sua diplomazia. Ma la pace fa emergere l’importanza dello stile diplomatico…
Soprattutto su questi problemi come guerra e migranti che muoiono in mare, ho sempre ribadito una convinzione. Io non ho nulla da dire sul fatto che la Chiesa come Stato vaticano deve avere canali diplomatici. Il Papa riceve agnelli e lupi. A papa Francesco che lodava l’azione diplomatica risposi tuttavia, personalmente, che la Chiesa ha bisogno anche di profezia. Più profezia e meno diplomazia, se la seconda ci porta a esser reticenti.
Nella Domenica delle Palme papa Leone ha parlato di mani che grondano sangue. Ha ricordato che “questo è il nostro Dio, un Dio che rifiuta la guerra”. Si potrebbe arrivare alla scomunica del presidente Trump?
Il Papa si è rivolto ai cattolici impegnati in politica, dicendo che devono promuovere la pace. Il magistero dei Papi è chiaro. Un cattolico se promuove la guerra – vende armi, distrugge, ecc. – andrebbe scomunicato. In Pax Christi è in corso un’esplorazione teologica in questo senso.
Qualche trumpiano potrebbe accusare il Papa di “ingerenza” esattamente come è stato fatto in Italia sui valori della vita e della famiglia?
La Chiesa come comunità che nasce dalla sequela di Cristo non può tacere e non deve tacere su temi gravi per il popolo. Checché ne pensino i politici. Noi seminiamo, siamo e saremo lievito di speranza e di pace come ha detto il Sinodo. Siamo ingerenti? Sì, perché non ingeriamo certe cose.
C’è la storia e c’è la cronaca: c’è il ruolo della Chiesa e ci sono le bollette dell’energia che schizzano alle stelle. Questa distanza tra i valori e la cruda vita di tutti i giorni la vivono tutte le generazioni – anche nel Medioevo i potenti duellavano e i poveri morivano di fame – ma nella società digitale, dove si può vedere tutto, non si “sente” un uomo che muore. Come evitare che anche l’appello alla pace abbia la volatilità di un post sui social?
Il rischio è questo. Ritengo che l’impegno per la pace o è concreto oppure – come diceva don Tonino Bello – non si può ridurre a un vocabolo, dev’essere un vocabolario di cui cercare la concretizzazione ogni giorno, ritrovando il senso antropologico, oltre che cristiano, di una società rispettosa della vita dei poveri. Fructum iustitiae pax. La pace è frutto di giustizia. Il frutto è qualcosa di concreto.
Annunciando la veglia per la pace in San Pietro, il Pontefice ha rilanciato il ruolo del dialogo contro la forza. Sicuramente moltissimi aderiranno, ma lei considera la preghiera uno strumento sufficiente dinanzi alle inutili stragi cui stiamo assistendo?
Capisco la domanda. Capisco che molti possano chiedersi se la preghiera “serve” o basta ma penso che dobbiamo tornare a esser lievito. Non abbiamo fiducia nella preghiera perché siamo ancora “massa”. E noi stessi ci crediamo meno di quello che la realtà direbbe, perché ci conformiamo alla mentalità mondana. La preghiera è domanda ma è anche ascolto e Pax Christi per prima dovrà mettersi in ascolto del Papa e della Chiesa, sabato prossimo.
Abbiamo vissuto per decenni una pace in cui – ci è stato detto – c’era meno libertà e più disuguaglianza. La fine dei blocchi, la globalizzazione, i Paesi emergenti… oggi ciascuno fa da sè e chi, come l’Europa, cerca di salvare uno spazio al diritto, deve piegarsi alla logica della prevaricazione. Esiste una via forte e storica alla pace e alla cooperazione tra i popoli?
Vedo molta rassegnazione ma una via reale ci deve essere e va trovata. Un giornalista scrisse: “Non sono i pacifisti illusi, è la politica che continua a sbagliare”. Se c’è una via reale, adesso, è quella di manifestare per far capire ai politici che la loro ragion d’essere è tessere relazioni e non spezzarle. Chi crede nella pace non si stanca di ascoltare questi appelli, per quanti siano. E tanti saranno, finché non tacciono le armi.
Come valuta la tregua per Hormuz?
Delle parole dell’Americano non ho fiducia. La tregua? Serve la pace per tutti, non solo per i commerci. Questa mi sembra che sia solo la pace dei petrolieri.

 

Da AI a AGI. L’umanità corre. La destinazione si chiama AGI — Artificial General Intelligence

Verso una AI Sapienziale

Avvenire

L’umanità corre. La destinazione si chiama AGI — Artificial General Intelligence — e la sua promessa è quella di implementare un sistema capace di svolgere qualsiasi compito cognitivo umano. In qualsiasi dominio. Con efficacia pari o superiore. Non uno strumento specializzato. Un interlocutore universale. I segnali di questa corsa sono ovunque. Tutti accelerano. Tutti dichiarano, con variazioni di tono ma non di sostanza, che l’AGI è imminente. Siamo entrati in quella fase in cui la traiettoria tecnologica sembra inarrestabile. Non perché lo sia davvero, ma perché nessuno dei protagonisti vuole o può permettersi di fermarsi. Abbiamo smesso di parlare di applicazioni per parlare di infrastruttura. Non «cosa possiamo fare con l’AI», ma «cosa dobbiamo costruire perché l’AI possa esistere a quella scala».
Questa corsa, però, porta con sé due limiti strutturali che la retorica dell’entusiasmo tende a rimuovere. Non sono limiti tecnici secondari, risolvibili con la prossima versione del modello. Sono limiti di sistema. Il primo è un limite economico: il modello di business dell’AI non esiste ancora. Il secondo è un limite epistemologico: il modello ermeneutico / semantico dell’AI attuale è insufficiente. I due limiti non sono disgiunti. Approfondiamoli separatamente.
Partiamo dal modello di business. Un data center da un gigawatt di potenza — la dimensione necessaria per addestrare e distribuire i modelli di frontiera — costa, tra costruzione e gestione, tra 35 e 60 miliardi di euro. Il fabbisogno stimato per l’AI a regime è di circa cento gigawatt. Ovvero cento data center. Un investimento complessivo nell’ordine dei tre-cinque trilioni di euro. Già pianificato. Già annunciato dalle grandi piattaforme tecnologiche globali. Tre-cinque trilioni. C’è addirittura chi sostieni (il CEO Di IBM) che ne serviranno 8 di trilioni. Più di quanto l’intera industria dei semiconduttori abbia mai guadagnato nella sua storia, dalla nascita del transistor fino ad oggi. Una percentuale significativa del PIL globale. L’investimento industriale più concentrato e più rapido che l’umanità abbia mai programmato. C’è però un dettaglio che la narrazione entusiastica tende a omettere: la vita utile di un data center è di circa cinque anni. Il ciclo tecnologico dell’hardware AI (GPU) è talmente rapido che quanto viene costruito oggi diventa obsoleto prima di aver completato la propria curva di ammortamento. Quei tre-cinque trilioni (la netto delle infrastrutture che hanno un ciclo di vita più lungo) andrebbero reinvestiti ogni cinque anni. E per essere economicamente sostenibili dovrebbero generare utili nell’ordine di 1 (o più) trilione l’anno. Ogni anno. Per cinque anni di seguito. Ma un obiettivo di tale portata è realizzabile soltanto attraverso un salto di produttività dell’intera economia globale. Allo stato attuale, invece, la gran parte degli utilizzi dell’AI è di natura retail: riassunti, immagini, intrattenimento, assistenti digitali. È il boom tecnologico a più alta intensità di capitale della storia. Che non ha ancora sviluppato, tuttavia, un modello di business adeguato a sostenerlo. L’era del quantum computer verrà in soccorso. Ma non basterà solo aumentare la capacità di calcolo. Serve anche altro. La conclusione logica è una sola: abbiamo bisogno di un’AI che consumi meno per produrre di più. Non più parametri. Non più gigawatt. Ma più intelligenza per watt. Ed è qui — precisamente qui — che il limite economico incontra il limite epistemologico.
Perché i modelli attuali consumano così tanto? Perché ragionano per singole informazioni correlate statisticamente — pixel di testo, frammenti di dato, schegge di probabilità — invece di ragionare per concetti. Invece di comprendere la struttura del reale, la simulano attraverso miliardi di associazioni. Serve un oceano di calcolo per produrre ciò che un bambino impara in un pomeriggio. È esattamente questo nodo che un ricercatore di primissimo piano ha deciso di aggredire frontalmente.
C’è un momento nella storia della scienza, infatti, in cui chi sa più di tutti (o ha intuito prima di tutti) interrompe il coro e dice: c’è dell’altro. Yann LeCun lo ha fatto a marzo del 2026, lasciando Meta dopo dodici anni per fondare AMI Labs — Advanced Machine Intelligence — raccogliendo oltre un miliardo di dollari (solo sulla base di un concept) nel più grande seed round mai registrato in Europa. LeCun non è un outsider. È uno dei tre padri fondatori del deep learning, Premio Turing 2018. Sa di cosa parla. Ed è proprio perché sa di cosa parla che si permette di dire che la direzione attualmente dominante dell’intelligenza artificiale è insufficiente.
La diagnosi è precisa: i grandi modelli linguistici sono straordinariamente capaci ma strutturalmente limitati. Un gatto che salta su un tavolo calcola traiettorie, anticipa conseguenze, comprende la gravità. Un grande modello linguistico sa descrivere il salto con eleganza impeccabile. Ma non sa eseguirlo. È costruito per fare altro.
I modelli linguistici, infatti, sono macchine probabilistiche: data una sequenza di token, calcolano la distribuzione di probabilità sul token successivo. Fanno questo con sofisticazione stupefacente. Ma ciò che producono non è comprensione: è correlazione statistica elevatissima. Ciò esclude le risposte rare (e per questo più preziose). Non comprendono. Calcolano. Una civiltà che affida progressivamente le proprie decisioni a sistemi che calcolano invece di comprendere non sta adottando (e sviluppando) lo strumento più efficiente. Sta sostituendo il giudizio con la plausibilità. Sta rinunciando alla saggezza per la performance. Sta scegliendo la superficialità rispetto alla profondità.
La proposta di LeCun — l’architettura JEPA, Joint Embedding Predictive Architecture — non nega i modelli linguistici: li supera. Il sistema apprende strutture invece di sequenze: osservando video, dati spaziali, esperienze fisiche, costruisce una rappresentazione interna del mondo e ragiona su quella rappresentazione concettuale. Non pixel di informazione correlati: ontologie. La differenza non è di grado. È di natura. Ed è anche una risposta parziale al primo problema: un’AI che ragiona per concetti è strutturalmente più sobria e sostenibile di un’AI che simula la comprensione attraverso miliardi di correlazioni.
L’orizzonte di LeCun, tuttavia, si ferma al mondo fisico. È un progresso. Ma non è ancora abbastanza. C’è dell’altro, vorremmo dire anche noi. Cosa? Prima di descrivere ciò che manca, occorre smascherare un equivoco che rischia di diventare il più costoso della storia tecnologica contemporanea. Molti sistemi oggi sul mercato si presentano come “etici”. Hanno policy di utilizzo, guardrail, filtri di contenuto. Si dichiarano allineati ai valori umani. Eppure, queste AI non ragionano eticamente. Si limitano — banalizzando la complessità tecnica sottostante — a irrigidire i propri sistemi di controllo.
La differenza è abissale. Un guardrail è un vincolo esterno: impedisce un comportamento senza comprenderne le ragioni. È la differenza tra un uomo che non ruba perché teme la prigione e un uomo che non ruba perché ha interiorizzato il valore della giustizia. Il primo è condizionato. Il secondo è virtuoso. Nessuna AI attuale è virtuosa: è condizionata. I suoi “valori” sono vincoli imposti dall’esterno attraverso RLHF generico, filtri post-hoc, regole di contenuto. Non emergono da un ragionamento etico strutturale: sono protocolli di contenimento. L’etica, così ridotta, non è etica. È compliance.
Abbiamo, dunque, bisogno – è questa la risposta – di una AI strutturalmente etica. Un’AI addestrata su dataset sapienziali — filosofici, morali, teologici, spirituali — che non elabora pixel di informazione correlati statisticamente ma costruisce ontologie, ragiona per concetti, comprende strutture di significato. Un’architettura così concepita è intrinsecamente (e realmente) più sobria e sostenibile. Produce più intelligenza per watt perché non deve simulare la comprensione attraverso miliardi di associazioni: la possiede strutturalmente. Un’AI che ragiona secondo principi morali strutturati non genera percorsi computazionali inutili: sa riconoscere quando una domanda è mal posta, quando una risposta non è necessaria, quando il silenzio vale più di mille token. Il ragionamento etico è intrinsecamente orientato — sa dove vuole arrivare — e questa direzionalità riduce il rumore computazionale. LeCun guadagna efficienza eliminando la correlazione statistica cieca. L’AI sapienziale aggiunge un’ulteriore efficienza: il ragionamento etico è per natura essenziale, tende al necessario e scarta il superfluo.
Su questa prospettiva – che risponde (quanto efficacemente sarà da vedersi) ad entrambi i limiti evidenziati in premessa – è da anni impegnato anche l’Harmonic Innovation Ecosystem. Sviluppando ricerca teorico-pratica d’avanguardia sul rapporto tra tecnologia, etica e bene comune. Implementando piattaforme e modelli fondativi sulla base di dataset proprietari (o utilizzabili in via esclusiva e/o preferenziale) già disponibili. Costruendo un allineamento valoriale non post-hoc ma strutturale, incorporato nell’architettura. Con l’obiettivo di definire un common sense ortogonale al common sense generalista. Un punto di vista (preferenziale) sulla realtà. È questa la novità. Anche in questo caso (come nel caso di LeCun) si ragiona per concetti ed ontologie e non per pixel di informazioni correlati statisticamente. Ma tale approccio è applicato allo spazio morale prima ancora che a quello del reale. E verrà, inoltre, rafforzato da un instruction tuning di secondo livello assicurato da una selezionata comunità internazionale di esperti in etica, bioetica, filosofia, teologia, scienze cognitive, diritto, ecologia. Non il mercato, dunque. Ma la civiltà. Ed il pensiero e lo spirito che l’hanno generata e la sorreggono. Il rapporto con l’umano che ne deriva, non sarebbe, così, di sostituzione ma di amplificazione. Una maieutica algoritmica, si potrebbe dire. Non una risposta al posto di chi decide, ma la domanda posta più in profondità. Nella giusta profondità.
Una AI Fondativa Sovrana, dunque. Sapienziale (e non sapiente, si badi bene!). La prima, forse, davvero degna di questo nome. Non è un sogno. È una opzione concreta. Un cantiere aperto. E la sua sovranità sarebbe europea: radicata nell’umanesimo mediterraneo, nel pensiero cristiano, nella filosofia classica, nel diritto naturale.
L’Armonauta abita, da molto tempo, quindi, la breccia aperta da LeCun. Il problema dell’intelligenza artificiale non è tecnico ma antropologico. La vera libertà del pensiero non si misura in nanometri di silicio né in GPU-hours. Si misura nella capacità di discernere: non soltanto il vero dal falso e il particolare dall’universale, ma il bene dal male, il degno dall’indegno. I greci la chiamavano phronesis. Tommaso d’Aquino la poneva al cuore della prudenza. Nessuno di loro immaginava un algoritmo. Tutti descrivevano qualcosa che nessun algoritmo, da solo, può generare. Ma che un algoritmo orientato dall’umano può, per la prima volta, aiutare a esercitare. La ricerca della Verità. L’unica che illumina. L’unica che rende liberi. L’unica che redime. L’unica che salva.
L’intelligenza che manca non manca per difetto di potenza computazionale. Manca per difetto di intenzione. Perché nessuno, finora, aveva osato chiedere all’intelligenza artificiale di orientarsi verso il bene come fine. Non come variabile da ottimizzare. Non come vincolo da rispettare. Bensì come orizzonte costitutivo, incorporato nell’architettura prima ancora che nel codice. Per essere un “saggio compagno di viaggio”.
Qualcuno lo sta chiedendo.
Qualcuno sta già provando a farlo.
Coming soon.