Il 2026 sarà un altro anno d’oro per l’industria delle armi

Il 2026 sarà un altro anno d'oro per l'industria delle armi

A fine dicembre, poco prima dell’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, gli sciamani peruviani avevano previsto per il 2026 la caduta del presidente venezuelano Nicolas Maduro, oltre alla prosecuzione dei principali conflitti internazionali in corso. Un colpo di fortuna? Comunque la si pensi sull’origine di queste profezie annunciate a Lima nel tradizionale rituale di fine anno, sul colle di San Crisobol, in fin dei conti gli sciamani, in un momento di forti tensioni, non hanno fatto altro che dire quello che era già prevedibile anche dagli analisti. Nel 2026 le società del settore difesa quotate sono pronte a registrare «solidi aumenti di fatturato e profitti», grazie all’evasione di «ordini arretrati record, in aumento di circa il 10% rispetto alla fine del 2024»: questa non è una visione ma la fotografia scattata dagli analisti di Bloomberg Intelligence sul settore alla luce della crisi Venezuelana e dei conflitti in corso.
 Sono gli effetti delle tensioni geopolitiche e delle attuali politiche di riarmo. In particolare, il settore delle armi ha messo a segno dei significativi rialzi in Borsa. Secondo gli analisti di Morgan Stanley, l’azione militare degli Stati Uniti potrebbe «rafforzare la necessità per l’Europa di assumersi in futuro maggiori responsabilità per la propria sicurezza e autonomia strategica». Le principali società del settore quotate in Europa (Rheinmetall, Saab, Leonardo e Bae), secondo l’analisi di Bloomberg Intelligence, potranno addirittura superare i loro omologhi statunitensi grazie agli ordini per la difesa terrestre, aerei da combattimento e difesa aerea nell’ambito del tentativo dell’Europa di «ricostruire le proprie capacità interne in un ciclo di investimenti pluriennale, data la minaccia russa e il riorientamento degli Stati Uniti verso l’Asia-Pacifico e l’America Latina».
Nel dettaglio, solamente sul fronte dei blindati, secondo gli analisti, la spesa europea potrebbe lievitare di oltre 70 miliardi di dollari. Grazie alle stime sulle vendite per i prossimi anni le società europee sono destinate a «colmare il divario con quelle americane». I principali gruppi della difesa, inoltre, dopo aver subito una depressione dei tassi di crescita nel periodo 2021-2024, l’anno scorso hanno superato gli indici di mercato e ora sono pronte a beneficiare di una «domanda robusta che persisterà per tutto il decennio». Gli analisti, vedono dunque sul settore azionario un ampio margine di «apprezzamento e un ciclo rialzista strutturale, con crescita prevista anche nel caso di riduzione dei conflitti».
Avvenire

Invito all’unità: si terrà nel 2033 il Giubileo della Redenzione

Benvenuto

Percorrere insieme il viaggio spirituale che conduce al prossimo Giubileo – quello della Redenzione nel 2033 – nella prospettiva di un ritorno a Gerusalemme: un viaggio che porti alla piena unità. È l’auspicio che Leone XIV aveva formulato incontrando i capi e i rappresentanti delle Chiese e comunità cristiane lo scorso 29 novembre a Istanbul, durante il viaggio in Turchia e Libano.

Avvenire

Famiglia. Il conflitto non è una patologia da estirpare, ma una dimensione inevitabile e vitale delle relazioni umane. Imparare a stare nel disaccordo, senza negarlo né distruggerlo, significa prendersi cura dei legami, della salute e della convivenza democratica

Una lite in famiglia
La parola “conflitto” suscita spesso paura perché associata istintivamente alla guerra, alla distruzione, all’aggressività. Questa confusione semantica è tutt’altro che innocua: scambiare il conflitto per una guerra significa negare una parte fondamentale della vita umana. Il conflitto infatti, non nasce per distruggere, ma per segnalare una differenza all’interno di una relazione. È la tensione che emerge quando bisogni, valori o desideri di due o più persone si incontrano senza coincidere, e occorre un confronto. In questo senso rappresenta il segno del riconoscimento dell’altro ed esiste solo in presenza di legame, interesse, partecipazione. Se la guerra cancella il rapporto, il conflitto lo rivela e lo mette alla prova. Eppure, nella nostra cultura contemporanea le contrarietà sono quasi sempre percepite come minacce da evitare. Fin dall’infanzia, spesso si insegna che discutere è pericoloso, che la rabbia è sbagliata, che le differenze vanno taciute per non “rovinare” la relazione. Cresciamo così privati della possibilità di attraversare il disaccordo. Impariamo a fuggirlo o, al contrario, a esplodere quando non riusciamo più a contenerlo. In entrambi i casi, perdiamo l’occasione di trasformarlo in crescita e, quindi, di dargli un’accezione vitale e positiva. Questa difficoltà diffusa, che ho definito carenza conflittuale, costituisce una delle principali fragilità relazionali del nostro tempo. Non saper stare nel conflitto significa non saper gestire la divergenza, e dunque restare prigionieri di un modello affettivo e sociale che alterna la negazione alla violenza.
Le conseguenze di questa incapacità non sono solo psicologiche o sociali: riguardano la salute nel vero senso della parola. Le ricerche degli ultimi decenni mostrano con chiarezza che lo stress derivato da tensioni non elaborate, da relazioni distruttive o da isolamento ha effetti misurabili sul corpo. Si è osservato, per esempio, che persone sottoposte a stress prolungato per conflitti familiari o lavorativi – latenti o non risolti – mostrano un indebolimento della risposta immunitaria, un aumento dei processi infiammatori e una maggiore incidenza di disturbi psicosomatici. Il corpo, in altre parole, reagisce alla mancanza di strumenti relazionali con un sovraccarico che si trasforma in malessere. La psiconeuroimmunologia ha documentato come emozioni intense e non regolate, per esempio la rabbia repressa o la paura di perdere un legame, influenzino direttamente la biologia. Il corpo “parla” laddove il linguaggio relazionale si è interrotto. Quando non possiamo esprimere, nominare e negoziare le tensioni, queste trovano altre vie per manifestarsi, spesso attraverso il sintomo.
Saper litigare bene non è quindi solo una questione di benessere psicologico o sociale, ma una pratica di salute. Significa riconoscere che le relazioni sane non sono quelle senza tensioni, ma quelle che sanno affrontarle. Una coppia, una famiglia, un gruppo di lavoro, una comunità non diventano più forti eliminando i conflitti, ma imparando a sostarvi dentro senza distruggersi. Vuol dire accettare che la contrarietà è inevitabile, che non esiste relazione senza differenza, e che solo attraverso l’ascolto e la regolazione reciproca si costruisce fiducia. Il benessere individuale e collettivo dipende in larga parte da questa competenza: la capacità di tollerare la frustrazione e di restare in comunicazione anche quando risulta difficile. Nel momento in cui il conflitto viene trasformato in occasione di crescita, la mente e il corpo trovano equilibrio.
Si tratta di un’esperienza faticosa che implica grande dispendio di energie, specialmente nei primi tentativi di gestione. Ma proprio in quella fatica si costruisce una nuova la maturità. Una società che teme il conflitto e tende a evitarlo accumula tensione latente, pronta a esplodere in forme di violenza improvvisa. Al contrario, una comunità che educa alla gestione dei conflitti coltiva anticorpi sociali contro la distruttività. La pace non è la cancellazione del conflitto, ma la sua gestione consapevole. Anche in ambito educativo e genitoriale, i bambini apprendono la competenza conflittuale osservando gli adulti: se questi affrontano le differenze con rispetto, i piccoli imparano che il disaccordo non è pericoloso. Se invece assistono a modelli di evitamento, aggressività o negazione, interiorizzano l’idea che il conflitto è sinonimo di pericolo o di perdita, condizionando la loro capacità futura di gestire i rapporti e di affrontare la vita emotiva senza soccombere.
La stessa logica vale per le organizzazioni e per la vita pubblica. Nelle istituzioni, nei luoghi di lavoro, nella politica, la gestione del conflitto è la misura della qualità democratica. Dove il dissenso viene represso o ignorato, si accumula rancore e si perde fiducia; dove viene accolto e canalizzato, cresce la partecipazione e si rafforza il tessuto sociale. Significa introdurre democrazia nelle relazioni, ossia riconoscere pari dignità alle differenze e creare spazi di negoziazione non distruttiva. Poiché malessere e malattie sono stati di disturbo conflittuale, ossia blocchi nel processo di comunicazione interno ed esterno, una tecnica efficace in situazioni di conflittualità è la rinuncia attiva. Una strategia straordinaria usata spontaneamente dai bambini. Si tratta della capacità, durante i litigi, di abbandonare il campo e andare a cercare qualcosa di meglio: «Con te non gioco più, trovo un altro giocattolo e giocherò solo io senza di te». E dopo cinque minuti, specie al nido, sono tornati a giocare assieme.
Questo meccanismo, semplice ma straordinariamente efficace, non si traduce con una resa e può essere applicato anche nelle esperienze adulte. La contrarietà non è una gara: non si tratta di vincere o di perdere. Non si fonda sull’avere ragione, ma sul fare la cosa giusta. Il legame tra salute e conflitto, dunque, attraversa tutti i livelli: biologico, psicologico, relazionale e sociale. Parte dal corpo e arriva alla comunità. Un apprendimento che sviluppa gli anticorpi necessari al saper vivere assieme con sufficiente benessere e sicurezza reciproca. La vera cura non consiste nell’eliminare i conflitti ma nel renderli vivibili sapendoli gestire.
Avvenire

Perché tutti gli adulti dovrebbero guardare il finale di Stranger Things

La locandina di Stranger things 5, il capitolo finale della serie cult

Il finale di Stranger Things è un universo di significati. Uno dei temi centrali è il diventare grandi, per questo l’ultima puntata della serie ha molto da insegnare a noi genitori e a chiunque svolga un mestiere educativo. Una scena chiave è quella in cui si scopre che anche Henry, il terribile Vecna, l’antagonista per eccellenza, è stato in passato un bambino ferito, terrorizzato, e proprio dentro la sua paura il male ha fatto breccia. Chi educa non deve mai dimenticare che non esistono persone cattive fin dal principio. Se pensiamo che qualcuno sia marcio fin dall’origine, ogni cammino educativo sarà impossibile. Se invece proviamo a rivolgerci alla sua parte luminosa, si può aprire una chance. Stranger Things ci ricorda però che comprendere non significa giustificare ogni azione: si può trasformare la propria ferita in un dono (come fa Undici) o si può anche essere incapaci di sottrarsi al male. Will, uno dei protagonisti indiscussi, si rivolge a Henry, lo invita a lasciarsi alle spalle Vecna, il mostro che è diventato, lo comprende, gli chiede di unirsi a lui e ai suoi amici, di fare la cosa giusta. Henry però sceglie di restare Vecna e da Vecna morirà: un finale non certo consolante, ma che è una utile provocazione alla responsabilità di ciascuno.

Un secondo strepitoso episodio è il dialogo finale tra Undici, la ragazza i cui poteri speciali hanno segnato tutta la serie, e Hopper, lo sceriffo, che dopo aver perso la sua unica figlia per un male incurabile di Undici è diventato il padre adottivo. In quanto padre, Hopper vorrebbe proteggere Undici da tutto: la allena, ma cerca poi sempre di sottrarla ai pericoli. Ora Undici è di fronte alla scelta finale: salvarsi, rischiando però che i suoi poteri vengano usati per fini distruttivi, o morire, restando nel Sottosopra nel momento in cui sarà distrutto. La scelta di morire è un dono radicale, una forma di dedizione totale: il sacrificio di sé per salvare tutti, per eliminare per sempre la tremenda minaccia che Undici, suo malgrado, rappresenta. Di fronte al dilemma, Hopper fa di tutto per strappare a Undici la promessa di salvarsi. Le ricorda il suo passato con parole strazianti, le prospetta un futuro possibile; cerca, con il suo affetto immenso, di vincolare la libertà della ragazza. Undici però, giustamente, si sottrae. Le sue parole sono tra le più belle della serie: «Ero una bambina, tu mi hai trovata nel bosco. Avevo tanta paura. Tu mi hai accolta, mi hai cresciuta, mi hai dato protezione; sei diventato mio padre. Ma non sono più una bambina. E ho bisogno che tu abbia fiducia nella scelta che farò. Ho bisogno che tu abbia fiducia in me.»
Hopper fa allora il gesto di amore più radicale: non trattiene Undici, si fida di lei, la lascia andare. Amare non è trattenere, neppure se l’amore è profondissimo: amare è lasciare andare, accettare la libertà dell’altro, anche se non coincide col nostro desiderio. Perché un genitore è ciò che Undici dice mirabilmente: qualcuno che ti protegge, che ti trova quando sei perduto, che ti accoglie al di là dei legami di sangue. Ma è anche qualcuno che accetta che i suoi figli non sono suoi, che appartengono a sé stessi e al mondo e quindi, esaurito il suo compito, accetta che scelgano la loro strada e si fa da parte. È questo il compimento dell’amore: fare spazio, lasciare che l’altro sia ciò che è. Undici sceglierà di sacrificarsi. Il mondo si salverà, i suoi amici diventeranno grandi, le loro strade si separeranno. Undici non sarà mai più con loro. Ma il finale riserva una sorpresa.
La serie si conclude come è iniziata: nella taverna di Mike Wheeler, con una partita di Dungeons & Dragons, con Mike nel ruolo di Dungeon Master. Da buon narratore, Mike prefigura il futuro di tutti i suoi amici e anche il suo: scriverà storie, perché le storie generano vita. Poi parla anche del destino di Undici, aprendo a una possibilità da brivido: forse Undici si è salvata, forse ha trovato anche lei il suo posto nel mondo. Ci sono indizi che possa essere andata così, ma nessuna certezza. E allora? Allora ognuno può decidere cosa credere, nella sua libertà. Mike decide di crederci e così, a turno, fanno gli altri: «Io ci credo». È un atto di fede in un futuro possibile oltre ogni perdita, oltre ogni scacco, oltre ogni ostacolo apparentemente insormontabile. È quell’atto di fede nel domani che deve impregnare lo sguardo di ogni genitore, di ogni educatore. Mike e i suoi amici escono di scena, lasciano la taverna. La vita non si ferma, non si torna indietro. Ma già la taverna si riempie di nuove voci: quelle di Holly, sorellina di Mike, e dei suoi compagni, che iniziano una nuova partita di D&D. Mike li osserva; gli scappa un mezzo sorriso, poi chiude la porta sulla sua infanzia. Noi spettatori non lo vediamo, ma io credo che quel sorriso gli resti per un po’ sul viso e per sempre nell’anima. Non si può restare bambini per tutta la vita, ma nella vita adulta possiamo portare la parte bambina di noi stessi: quella parte capace di guardare al mondo sempre con occhi nuovi, carichi di stupore e di fede nell’impossibile. Quella parte capace di credere un Undici e nella sua forza.
Avvenire

EPIFANIA DEL SIGNORE ACCENDI LA PACE… NEL MONDO

L’Epifania è la festa della luce che si apre al mondo intero. In Gesù, manifestato ai popoli, la luce della Grazia divina supera ogni confine e raggiunge ogni uomo e ogni donna che sono in ricerca. I Magi ci ricordano che la pace di Cristo non conosce frontiere: arriva a ogni popolo, a ogni cuore disposto ad accoglierla, perché non si cammini più nelle tenebre.

Come i Re Magi, anche noi siamo invitati a non fermarci alla routine della vita quotidiana, ma a lasciarci muovere da una sete più grande, da un desiderio di infinito. Seguendo la stella, si sono messi in cammino come pellegrini di speranza: una stella che ancora oggi ci guida verso la fraternità universale, dove le differenze non dividono, ma arricchiscono.

Accendere la pace significa prima di tutto accoglierla nel cuore, in famiglia, nella comunità e tra noi cristiani. Ma l’Epifania ci ricorda che questa luce non è da trattenere: siamo inviati a portarla oltre, nel MONDO. L’immagine che ci accompagna è proprio il mondo, perché è lì che vogliamo portare la pace che nasce dall’incontro con Cristo, fonte della vera luce e della vera pace.

In questa festa siamo chiamati anche a interrogarci:
– Quando ascoltiamo notizie di guerre e violenze, preghiamo per le vittime o rimaniamo indifferenti?
– Viviamo con gratitudine ciò che abbiamo, o siamo sempre inquieti per ciò che ci manca?
– Nel nostro piccolo, ci impegniamo a costruire ponti e non muri?

Il Signore ispiri le nostre scelte, all’inizio di questo nuovo anno, perché siano orientate all’incontro con Lui e capaci di accendere la pace non solo dentro di noi, ma nel mondo intero.

Lettura e Vangelo del giorno 6 Gennaio 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Isaìa
Is 60,1-6

Àlzati, rivestiti di luce, perché viene la tua luce,
la gloria del Signore brilla sopra di te.
Poiché, ecco, la tenebra ricopre la terra,
nebbia fitta avvolge i popoli;
ma su di te risplende il Signore,
la sua gloria appare su di te.
Cammineranno le genti alla tua luce,
i re allo splendore del tuo sorgere.
Alza gli occhi intorno e guarda:
tutti costoro si sono radunati, vengono a te.
I tuoi figli vengono da lontano,
le tue figlie sono portate in braccio.
Allora guarderai e sarai raggiante,
palpiterà e si dilaterà il tuo cuore,
perché l’abbondanza del mare si riverserà su di te,
verrà a te la ricchezza delle genti.
Uno stuolo di cammelli ti invaderà,
dromedari di Màdian e di Efa,
tutti verranno da Saba, portando oro e incenso
e proclamando le glorie del Signore.

Seconda Lettura

Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesìni
Ef 3,2-3a.5-6

Fratelli, penso che abbiate sentito parlare del ministero della grazia di Dio, a me affidato a vostro favore: per rivelazione mi è stato fatto conoscere il mistero.
Esso non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato ai suoi santi apostoli e profeti per mezzo dello Spirito: che le genti sono chiamate, in Cristo Gesù, a condividere la stessa eredità, a formare lo stesso corpo e ad essere partecipi della stessa promessa per mezzo del Vangelo.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 2,1-12

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese.