Lettura e Vangelo del giorno 20 Gennaio 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal primo libro di Samuèle
1Sam 16,1-13a

In quei giorni, il Signore disse a Samuèle: «Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho ripudiato perché non regni su Israele? Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuèle rispose: «Come posso andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà». Il Signore soggiunse: «Prenderai con te una giovenca e dirai: “Sono venuto per sacrificare al Signore”. Inviterai quindi Iesse al sacrificio. Allora io ti farò conoscere quello che dovrai fare e ungerai per me colui che io ti dirò».
Samuèle fece quello che il Signore gli aveva comandato e venne a Betlemme; gli anziani della città gli vennero incontro trepidanti e gli chiesero: «È pacifica la tua venuta?». Rispose: «È pacifica. Sono venuto per sacrificare al Signore. Santificatevi, poi venite con me al sacrificio». Fece santificare anche Iesse e i suoi figli e li invitò al sacrificio.
Quando furono entrati, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuèle: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Iesse chiamò Abinadàb e lo presentò a Samuèle, ma questi disse: «Nemmeno costui il Signore ha scelto». Iesse fece passare Sammà e quegli disse:
«Nemmeno costui il Signore ha scelto». Iesse fece passare davanti a Samuèle i suoi sette figli e Samuèle ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuèle chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuèle disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!».
Samuèle prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 88 (89)

R. Ho trovato Davide, mio servo.

Un tempo parlasti in visione ai tuoi fedeli, dicendo:
«Ho portato aiuto a un prode,
ho esaltato un eletto tra il mio popolo. R.

Ho trovato Davide, mio servo,
con il mio santo olio l’ho consacrato;
la mia mano è il suo sostegno,
il mio braccio è la sua forza. R.

Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre,
mio Dio e roccia della mia salvezza”.
Io farò di lui il mio primogenito,
il più alto fra i re della terra». R.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 2,23-28

In quel tempo, di sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe.
I farisei gli dicevano: «Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». Ed egli rispose loro: «Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? Sotto il sommo sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!».
E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

Elogio del frisbee, la tortiera divenuta sport. Senza arbitri

Elogio del frisbee, la tortiera divenuta sport. Senza arbitri

avvenire

Un’immagine della partita BFD Redshot-Cus Padova Rangers
C’è sempre un po’ di zucchero sopra alle storie più belle. Lui si chiamava William Russel Frisbie, e faceva il pasticcere. Specialità: torte di mele. Ma mai si sarebbe immaginato di essere l’origine dell’attrezzo indispensabile per uno sport che, magari in spiaggia o su un prato, più o meno tutti abbiamo praticato almeno una volta nella vita.
Qui la questione è tirare un disco volante di plastica per vedere l’effetto che fa. E che ci sono giochi da bambini che vogliamo fare per diventare grandi. Crediamo che siano il biglietto d’ingresso nel mondo. E siamo disposti a lanciare qualunque cosa pur di trovare il nostro posto, e a corrergli dietro fino a che non lo abbiamo raggiunto. C’è un filo di magia in tutto questo: la traiettoria perfetta vale un campionato.
Teolo (Padova), Centro Sportivo Euganeo di Bresseo. Profondo Nord. Provincia che respira facce pulite. Un campo fangoso con le righe segnate in terra più stretto di uno di calcio ospita le finali nazionali di uno sport di nicchia. Quelli che ne sanno tanto lo chiamano Flying Disc. Per tutti gli altri, è solo frisbee. In questo caso specialità Ultimate, categoria mixed, con due squadre a fronteggiarsi: 7 contro 7, uomini e donne insieme. Si corre, si salta, ci si butta. Soprattutto ci si diverte.
All’ignorante che capita lì per scoprire un’altra faccia dello sport occorre qualche minuto per capire. Ma poi non è difficile. L’obiettivo è quello di passarsi il disco, superare la difesa avversaria e fare meta in un’area a fondo campo ricevendo il disco al suo interno. Non ci si può muovere quando si ha in mano il piattello (brutto modo di chiamarlo, lo so, ma è per evitare un’altra ripetizione. E poi quello alla fine è), si può solo usare il piede che fa da perno e lanciare entro 10 secondi senza farlo cadere, il disco s’intende, altrimenti il possesso passa agli avversari.
Per segnare bisogna correre e smarcarsi da quelli che hanno una maglietta diversa dalla tua, ma ogni volta che il disco è in aria loro possono tentare di farlo cadere o prenderlo al volo per guadagnarne il possesso e cercare di andare in meta dall’altro lato del campo.
Il bello di tutta la faccenda è che l’arbitro non fischia mai. Anzi nemmeno si fa notare. Anzi, non c’è proprio. Strana gente, quella del Flying Disc: sono parecchio diversi, giocano senza litigare, senza fingere, e senza tentare di fregarsi a vicenda. Anche quando c’è un titolo nazionale inseguito per una stagione intera in palio. L’Ultimate poi è uno sport senza contatto e senza arbitro. Come fanno? Semplice: quando viene commesso un fallo, sono i giocatori stessi che decidono se è fallo veramente. E come gestire la situazione, e com’è meglio procedere.
Zero proteste, ci si accorda in un amen. Sembra di essere su Marte, invece è solo provincia di Padova, e in campo ci sono ragazzi che sembrano usciti dall’oratorio. Braghe della tuta e sorrisi addosso, voglia di correre, di stare insieme, di giocare un gioco antico ma diverso. Semplice, pulito. Normale. E che ha una storia curiosa alle spalle.
Riavvolgiamo il nastro. Bridgeport, Connetticut, Stati Uniti, Anni ’50 (ma qualcuno dice anche prima): gli studenti dell’Università di Yale che organizzavano feste nel fine settimana compravano i dolci dal signor William Russel Frisbie. Alla Frisbie Pie Company, che serviva le sue torte in teglie di latta rotonde. Poi si sa come vanno queste cose: un po’ l’alcol, un po’ la voglia di scherzare, fatto è che quei piatti sui quali restavano solo le briciole, alla fine se li lanciavano sui prati del campus. Dopo aver scoperto che, rovesciati, volavano bene e avevano una forma aerodinamica perfetta per disegnare belle traiettorie. Non sapevano come chiamarli, ma sopra c’era scritto Frisbie, il nome del pasticcere. Ed era naturale gridare quel nome quando dalle loro mani partivano questi dischi volanti.
Poi, come sempre accade, qualcuno fiutò l’affare. Due imprenditori, Warren Franscioni e Fred Morrison, crearono il primo prototipo di disco in plastica, che chiamarono Flyin-Saucer, sfruttando il nome che i giornali dell’epoca avevano utilizzato per un famoso caso di avvistamento di Ufo. Nel 1952 Franscioni e Morrison si separarono e Morrison si trasferì a Los Angeles: creò una nuova azienda, utilizzò una plastica più morbida e cambiò il nome del disco in Pluto Platter. Nel 1957 firmò un contratto con la ditta di giocattoli Wham-O, diventata famosa da poco per la produzione di un altro attrezzo che avrebbe fatto giocare milioni di ragazzi: l’Hula Hoop. E decise di brevettare l’attrezzo, cambiando il nome da Pluto Platter a Frisbie, che per un errore di pronuncia, fu registrato come Frisbee.
Nacque così il Flying Disc, uno sport che oggi ha cinque discipline diverse e decine di migliaia di praticanti rappresentati da 110 Federazioni, ed è riconosciuto dal Comitato Olimpico Internazionale. In Italia il Flying Disc fa parte della FIGeST, la Federazione Italiana dei giochi e sport tradizionali, affiliata al Coni: ci sono 34 tra società sportive e Associazioni che lo praticano, con circa 2.800 atleti agonistici, un terzo dei quali Junior, cioè con un’età inferiore ai 18 anni.
Per la cronaca, il campionato italiano mixed 2025 nella specialità Ultimate l’ha vinto pochi giorni fa la BFD Redshot, squadra di Bologna. Ha conquistato il tricolore nella finale di Teolo superando i CUS Padova Rangers 15-8 nella partita decisiva. Spettatori? Pochi, ma nessuno li ha contati. E nessuno ha sentito il bisogno di sapere quanti fossero. Erano il numero giusto per bastarsi, e abbastanza per sapere che potevano correre dietro a un disco volante. E continuare a sognare.

Andrea Zorzi: «Troppo business, lo sport ritrovi i sui valori»

Andrea Zorzi: «Troppo business, lo sport ritrovi i sui valori»

Avvenire

L’attrice Barbara Visibelli e l’ex campione di pallavolo Andrea Zorzi in scena
Da ieri sino al 18 gennaio il Teatro delle Spiagge di Firenze ospita la prima nazionale de La magnifica imperfezione. Giro del mondo su una palla in volo, nuova produzione di Teatri d’Imbarco, scritta e diretta da Nicola Zavagli. Sul palco, il fuoriclasse della pallavolo mondiale Andrea Zorzi e l’attrice Beatrice Visibelli accompagnano il pubblico in un viaggio funambolico e ironico attraverso il tempo e lo spazio, inseguendo una palla in volo capace di collegare epoche, culture e continenti, intrecciando la storia della pallavolo alle grandi trasformazioni politiche, sociali ed economiche del mondo contemporaneo. Ce lo racconta Andrea Zorzi, 60 anni, il mitico “Zorro” campione della nazionale italiana di Velasco definita “Generazione di fenomeni” che dominò il panorama mondiale dal 1989 al 1998, oggi giornalista sportivo.
Andrea, il suo incontro con il teatro come nasce?
«Era il 2012, Firenze era Città Europea dello Sport e, insieme a Beatrice Visibelli e a Nicola Zavagli, abbiamo iniziato quasi per gioco a lavorare a uno spettacolo che raccontasse la mia carriera. Ne è nata La leggenda del pallavolista volante, un racconto del ragazzino veneto troppo alto, che vince e perde, che arriva dove non avrebbe mai immaginato. È stato un successo insperato ma bellissimo: oltre trecento repliche. Da lì è nato un dialogo vero, profondo, tra la mia esperienza di atleta e il loro sguardo autoriale e teatrale».
“La magnifica imperfezione” sembra un progetto ancora più ambizioso. Quali sono i suoi pilastri?
«Lo spettacolo si regge su tre pilastri fondamentali. Il primo è storico: raccontiamo la nascita della pallavolo alla fine dell’Ottocento negli Stati Uniti e il suo attraversamento del Novecento, incrociando guerre mondiali, comunismo e capitalismo, fino all’abbraccio sempre più stretto tra sport e business. Guardiamo cosa è successo nel mondo osservandolo da un campo di pallavolo. Il secondo pilastro è autobiografico: i miei viaggi, le mie esperienze sportive, da Tokyo all’Unione Sovietica, dal Brasile all’Europa. Il terzo è forse il più ironico e spiazzante: una sorta di seduta psicanalitica in cui l’ex atleta riflette sui rischi di uno sport diventato modello universale applicato a tutto».
Che cosa intende per “rischi”?
«Viviamo in una società che ha trasformato la logica sportiva in una metafora assoluta della vita: o vinci o sei un fallito. Ma la vita non è una partita, non è divisa in vincitori e perdenti. Questa polarizzazione, spinta dal business, è devastante. Amo profondamente lo sport, ma mi rendo conto che ha imboccato una continua esasperazione: salire, salire, salire, senza mai fermarsi».
Nel racconto storico emerge anche il legame tra pallavolo e missione culturale.
«Sì, la pallavolo nasce grazie alla YMCA, la Young Men’s Christian Association, e si diffonde nel mondo attraverso i missionari americani. In Italia, durante il fascismo, la pallavolo era considerata uno sport poco maschile, marginale. Per fortuna gli oratori hanno avuto un ruolo fondamentale: hanno dato spazio allo sport di squadra, facendo giocare insieme maschi e femmine, aprendo a una dimensione di genere più inclusiva. Da lì nascono anche i successi che conosciamo, fino all’epopea di Velasco».
Lo sguardo si sposta poi all’Unione Sovietica.
«Dopo la Seconda guerra mondiale, la pallavolo diventa uno sport di Stato. L’educazione fisica è obbligatoria, il passaggio ai compagni è un valore politico. Gli atleti sono militari, poliziotti, membri delle grandi società sportive legate al governo. È un sistema che domina il mondo per trent’anni, dal 1960 al 1990».
Arriviamo ai valori. È la parte che le sta più a cuore?
«Assolutamente sì. Viviamo in un mondo iperpolarizzato, pieno di slogan. Negli anni Ottanta le grandi aziende hanno scoperto nello sport una miniera d’oro: “Just do it”, “La sconfitta non è un’opzione”. Ma non è vero che puoi ottenere tutto quello che vuoi. Nello sport le medaglie sono pochissime. Per me, da ex atleta, è importante relativizzare l’importanza dello sport: è un’occasione di confronto con le persone, con il corpo, con i propri limiti, non una misura del valore umano. Mi ha aiutato il confronto con mia moglie, Giulia Staccioli: lei ha fatto due olimpiadi per la ginnastica ritmica, ci siamo conosciuti a Seul. La sua è una disciplina individuale sottoposto al giudizio. Mi ha fatto capire molte cose e mi ha anche avvicinato al teatro da quando lei ha fondato 30 anni fa il gruppo di danza acrobatica Kataklò».
Questo discorso pesa molto sulle nuove generazioni.
«I giovani oggi sono esposti a aspettative folli. Se non sei Sinner o Alcaraz sei un cretino, se perdi sei subito un fallito. Io sono cresciuto in un piccolo paese di campagna: mio padre muratore e autista, mia madre infermiera. Una vita normale. Oggi sembra che se non sei un influencer di successo tu abbia sbagliato tutto. Noi adulti siamo ipocriti: diciamo che conta impegnarsi, poi premiamo solo chi vince».
La pallavolo, però, offre un modello diverso.
«È uno sport di squadra con una peculiarità unica: il regolamento ti obbliga a passare la palla. Il livello di interdipendenza è altissimo. Da solo sei solo un pezzo. Devi fare al meglio quello che ti tocca, dentro un ambiente credibile. È un messaggio potentissimo anche per la società: non basta il talento individuale, serve un contesto che funzioni».
Come era la vostra “generazione di fenomeni”?
«Il nostro allenatore Julio Velasco, straordinario e intelligente, ha saputo trovare una generazione di giovani provenienti da piccoli paesi, ragazzi per i quali nessuno avrebbe immaginato che la pallavolo potesse diventare una vita: motivati, disponibili a mettersi al servizio. La vera specificità di quella squadra è stata la capacità di stare insieme per tantissimo tempo. Dal 1989 al 1998, per dieci anni, siamo rimasti ai massimi livelli: premiata come la miglior squadra del XX secolo, capace di dare sempre il massimo con giocatori e allenatori diversi, rinnovandosi continuamente. Oggi, con la barba bianca, posso dire che questo è il premio più importante perché è ancora più grande di me stesso».
Che momento sta attraversando la pallavolo oggi in Italia?
«È un momento straordinario. È uno sport equilibrato nei generi, con squadre maschili e femminili fenomenali. Tecnicamente è cambiato moltissimo, è moderno, contemporaneo, meraviglioso. Tanti campioni di oggi siano cresciuti guardando il cartone Mila e Shiro.Per questo nel capitolo finale in cui raccontiamo gli ori olimpici del 2024 e i titoli mondiali del 2025 si chiuderà sulle note della sigla del cartoon».

Mané e i suoi fratelli hanno vinto la Coppa d’Africa. Non solo in campo

Mané e i suoi fratelli hanno vinto la Coppa d'Africa. Non solo in campo

Avvenire

Quando tutto sembrava perduto si è preso il suo Paese sulle spalle e di riflesso un intero continente. Sadiò Mané è il grande vincitore della Coppa d’Africa 2026. Non solo per aver trascinato il Senegal al trionfo (il secondo nell’albo d’oro). Ma anche per aver scongiurato uno degli epiloghi più assurdi nella storia del calcio nella finale vinta dai suoi contro i padroni di casa del Marocco (1-0). I suoi compagni di squadra avevano abbandonato il campo per una surreale quanto infantile protesta contro l’assegnazione di un rigore a tempo quasi scaduto. È stato Mané a riportarli sul terreno di gioco supplicandoli in ginocchio. Così dopo venti minuti di follia con i tifosi del Senegal inferociti che lanciavano di tutto in campo, i Leoni della Teranga hanno ripreso a giocare. Il Marocco ha sbagliato il rigore con Diaz e il Senegal ha portato a casa il trofeo con un gol di Pape Gueye.
Certo quelle immagini resteranno una macchia per il torneo e per il calcio africano nonostante le scuse a fine partita del ct dei senegalesi e la condanna imbarazzata da parte del presidente della Fifa Infantino. Ma ancora una volta è emerso il carisma che Mané esercita da sempre anche fuori dal rettangolo di gioco condividendo le sue fortune con la gente. Un proverbio africano dice: «Un fiume che dimentica la sua sorgente si prosciugherà presto». E il numero 10 del Senegal non ha mai dimenticato da dove proviene. Lui come diversi campioni visti in questa Coppa d’Africa hanno creato nei propri Paesi fondazioni e strutture solidali. Al punto che è possibile stilare una Nazionale ideale, forte ruolo per ruolo sia in campo ma soprattutto fuori.
I tricicli di Nwabili, il cuore di Koulibaly
Tra i pali ci potrebbe essere il nigeriano Stanley Nwabili. L’anno scorso voleva lasciare il calcio dopo aver perso padre e madre nel giro di poche settimane. Ha tenuto duro e nei mesi scorsi ha commosso i leader e gli anziani della sua gente di Port Harcourt. Per onorare la memoria dei genitori ha donato 50 “keke”, quei tipici “tre ruote” motorizzati che possono essere d’aiuto ai ragazzi disoccupati ad avviare piccole attività di trasporto o di consegna. Se volessimo ipotizzare una difesa a tre in un ipotetico 3-4-3 allora il perno difensivo potrebbe essere il 34enne capitano del Senegal, Kalidou Koulibaly. Oggi gioca con gli arabi dell’Al-Hilal ma è ben noto in Italia per i suoi trascorsi al Napoli. Un capitano dal cuore grande come il nome dell’associazione da lui sostenuta, “Capitaine du Coeur”. Si era già distinto durante la pandemia per donazioni di ambulanze e attrezzature sanitarie. «Fare queste cose è qualcosa a cui tengo profondamente – dice – Adoro farlo. Sono andato a Diamaguène (un sobborgo di Dakar) per consegnare materiale scolastico agli studenti. A Bafoussam, in Costa d’Avorio, abbiamo allestito un parco giochi. Tutto questo per vedere i bambini sorridere». Il nuovo obiettivo è un centro sanitario a Ngano, il suo villaggio natale nella regione di Matam.
Il doppio passo di Hakimi e i neonati di Tapsoba
Ma non da meno sono le opere di un altro difensore come Achraf Hakimi, oggi al Psg (ex Inter). Il capitano del Marocco ha messo su una sua fondazione il cui motto è “For a Step Further”: per un passo in più, quello che il giocatore spera di far fare ai giovani rispetto alle condizioni di partenza, soprattutto attraverso educazione, sport e inclusione. A completare la linea difensiva può esserci Edmond Tapsoba, difensore della Burkina Faso (e del Bayer Leverkusen) che ha creato nella capitale Ouagadougou una sua fondazione. Con un occhio particolare per mamme e neonati: come il progetto per Tibga comune rurale di 59mila abitanti distribuiti in 32 villaggi e un accesso molto limitato ai servizi sanitari. Tapsoba sta promuovendo un nuovo reparto maternità visto che l’attuale conta solo tre letti e nessun laboratorio diagnostico. A centrocampo ritroviamo Mané, il capitano ideale. La stella del Senegal (in passato star del Liverpool) è un vero benefattore: «Perché dovrei volere dieci Ferrari, venti orologi di diamanti o due aerei? Cosa faranno questi oggetti per me e per il mondo? Avevo fame e dovevo lavorare nei campi; ho superato momenti difficili, ho giocato a calcio a piedi nudi, non ho ricevuto un’istruzione e tante altre cose, ma oggi con quello che ho vinto grazie al calcio posso aiutare la mia gente». Con il suo sostegno sta trasformando il suo villaggio natale di Bambali, in cui ha costruito anche un ospedale in ricordo del padre scomparso quando aveva sette anni a causa della mancanza di strutture mediche. «Ho costruito scuole, uno stadio, forniamo vestiti, scarpe e cibo a persone che vivono in condizioni di estrema povertà. Inoltre, dono 70 euro al mese (circa il salario minimo in Senegal, ndr) a tutte le persone che vivono in una regione molto povera, contribuendo all’economia delle loro famiglie. Non ho bisogno di mostrare auto e case di lusso, viaggi e persino aerei. Preferisco che la mia gente riceva un po’ di ciò che la vita mi ha dato».
L’acqua pura di Salah e i disabili per Osimhen
Non è da meno l’impegno per la Costa d’Avorio del centrocampista Wilfred Zaha. Il calciatore e la sua famiglia hanno creato una fondazione nel 2017 a cui Zaha contribuisce con il 10% del suo stipendio. Tra le tante attività anche un orfanotrofio gestito dalla sorella. Ma in mediana una maglia la merita anche un altro senegalese: Idrissa Gana Gueye cofondatore dell’associazione For Hope, con cui ha realizzato una casa di accoglienza a Dakar per i genitori di bambini che ricevono cure oncologiche: la Maison des Parents. Oltre a un centro di supporto per giovani con HIV e la presa in carico di oltre 4.600 bambini in 11 paesi africani.
Non è un centrocampista, ma un vero bomber e deve far parte di questa Nazionale: si tratta di Momo Salah benefattore dell’Egitto e non solo, con progetti sociali e infrastrutturali. Tra questi lo sviluppo del villaggio natale di Nagrig al quale ha donato un impianto di depurazione dell’acqua di circa 450mila dollari. Al centro del tridente d’attacco la stella nigeriana Victor Osimhen: «Sono ispirato da Sadio Mané. Ma ho un obiettivo diverso dal suo. Lui sta costruendo infrastrutture per la comunità del Senegal, e questo è grandioso. Ma io voglio aiutare le persone con disabilità in tutta l’Africa». Come? Con una struttura d’eccellenza: «Se non hai una gamba, te ne costruiremo una nuova. Se è un braccio, ti costruiremo un nuovo braccio. Vogliamo che i disabili si sentano uguali a tutti gli altri». Al suo fianco merita un posto da titolare anche Mbwana Ally Samatta, capitano e simbolo della Tanzania che quest’anno ha centrato il traguardo storico degli ottavi di finale. Con la sua fondazione Samatta si è distinto per progetti di sviluppo giovanile e sportivo.
Il Vangelo di Bakambu e il sangue di Regragui
E infine a chiudere l’11 ideale Cédric Bakambu centravanti della Repubblica Democratica del Congo che sui social condivide la frase del Vangelo: «Tutto è possibile per chi crede» (Mc 9, 23). Un attaccante determinato che si batte soprattutto per l’alfabetizzazione del Paese africano pur essendo nato in Francia. «Fu durante il mio primo viaggio in Congo, in risposta a una convocazione in nazionale, che mi venne l’idea di creare una fondazione. Avevo 23 anni e rimasi sconvolto dalle spaventose condizioni di vita di innumerevoli bambini. Se i miei genitori non si fossero trasferiti sarei stato anch’io uno di quei bambini, abbandonato a me stesso, senza nulla da aspettarsi, senza speranza, senza motivo di credere nel futuro». E in panchina? Arrivare a donare il sangue per gli altri è quello che ha fatto concretamente Walid Regragui, ct del Marocco, organizzando con i suoi giocatori la donazione di sangue per i feriti del devastante terremoto del 2023. Non può che essere allora lui l’allenatore di questa Nazionale impavida: «Un figlio di Dio non ha paura» ha detto il ct del Camerun, David Pagou. Siamo figli della terra e del cielo dicono i nostri 11 eroi puntando in alto così come dice quel proverbio africano: «Aggancia il tuo aratro a una stella».