Lettura e Vangelo del giorno 15 Febbraio 2026

Letture del Giorno

Prima Lettura

Dal libro del Siràcide
Sir 15,16-21 (NV) [gr.15,5-20]

Se vuoi osservare i suoi comandamenti,
essi ti custodiranno;
se hai fiducia in lui, anche tu vivrai.

Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua:
là dove vuoi tendi la tua mano.

Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male:
a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà.

Grande infatti è la sapienza del Signore;
forte e potente, egli vede ogni cosa.

I suoi occhi sono su coloro che lo temono,
egli conosce ogni opera degli uomini.

A nessuno ha comandato di essere empio
e a nessuno ha dato il permesso di peccare.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 118 (119)

R. Beato chi cammina nella legge del Signore.

Beato chi è integro nella sua via
e cammina nella legge del Signore.
Beato chi custodisce i suoi insegnamenti
e lo cerca con tutto il cuore. R.

Tu hai promulgato i tuoi precetti
perché siano osservati interamente.
Siano stabili le mie vie
nel custodire i tuoi decreti. R.

Sii benevolo con il tuo servo e avrò vita,
osserverò la tua parola.
Aprimi gli occhi perché io consideri
le meraviglie della tua legge. R.

Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti
e la custodirò sino alla fine.
Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge
e la osservi con tutto il cuore. R.

Seconda Lettura

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 2,6-10

Fratelli, tra coloro che sono perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo, che vengono ridotti al nulla. Parliamo invece della sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta e che Dio ha stabi- lito prima dei secoli per la nostra gloria.
Nessuno dei dominatori di questo mondo l’ha conosciuta; se l’avessero conosciuta, non avrebbero crocifisso il Signore della gloria.
Ma, come sta scritto:
«Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì,
né mai entrarono in cuore di uomo,
Dio le ha preparate per coloro che lo amano».
Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti conosce bene ogni cosa, anche le profondità di Dio.

Vangelo del Giorno

Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,17-37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

L’amore della parità o la parità dell’amore

Una famiglia al parco
Sembra una riflessione accademica ma, se ci pensiamo bene, è il cuore della relazione. Lo spunto per indagare questo decisivo versante delle relazioni di coppia non ci arriva solo dalla festa di San Valentino celebrata ieri, ma anche da alcuni fatti di cronaca di questi giorni che meritano di essere sviluppati proprio nella prospettiva della parità come ricchezza e come reciproco valore relazionale. Di cosa parliamo? Del decreto legislativo sugli stipendi trasparenti in un Paese come il nostro, dove le differenze tra uomini e donne sono sempre state rilevanti, ma anche dei successi delle campionesse azzurre alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Tante di queste ragazze d’oro sono mamme, eppure sono riuscite a ricavare il tempo necessario per la preparazione anche grazie alla collaborazione dei loro compagni e mariti. Quindi, mentre gridiamo evviva la parità, sempre e comunque, non possiamo evitare di farci alcune domande. Eccole. Ma siamo sicuri che parità voglia dire mettere tutti sullo stesso piano? Uomini e donne, mogli e mariti, genitori e figli, anziani e giovani? Siamo sicuri che le diverse età, i compiti differenti, i diversi generi non contino più nulla in un’ipotetica scala di analisi e di valutazione, e per tutti serva uno sguardo identico, un approccio destinato a livellare ogni peculiarità? Proviamo a rispondere.

Come si educa alla parità?

Affrontare il tema della parità ha un grande valore educativo soprattutto in quest’epoca di confusione valoriale e di modelli revisionisti anche sul fronte delle relazioni. Cosa vuol dire? Troppo spesso diamo per scontato che alcuni traguardi educativi e relazionali, che diventano poi diritti individuali, siano stati raggiunti per sempre. Non è così. Chi vive con i giovanissimi – genitori, educatori, insegnanti – segnala un preoccupante arretramento dei modelli di genere. Pensavamo, per esempio, di aver sconfitto il machismo più deteriore, il mito di una maschilità tutta arroganza e muscolarità. Invece ecco che quel modello di maschio che non deve chiedere mai riemerge dalle pieghe della storia e torna ad affascinare i nostri adolescenti. I bulli con il coltello in tasca non sono soltanto il segnale di un impegno educativo fallimentare da parte della famiglia e della collettività, sono anche il prodotto di suggestioni che parlano di contrapposizioni culturali, sociali, politiche sempre più estreme. Autoritarismo, sovranismo, bellicismo finiscono per diventare atteggiamenti che, dai grandi scenari della storia, incidono anche sui comportamenti individuali, segnano i modelli relazionali e quindi cambiano il modo di pensare delle persone più vulnerabili, come appunto i ragazzini.
Chi avverte il pericolo deve correre ai ripari, deve trovare strategie e opportunità per spiegare ai giovanissimi che crescere con quelle idee in testa significa avvelenarsi la vita, andare incontro a insoddisfazioni certe, costruire rapporti destinati a spargere ingiustizia e infelicità per sé stessi e per gli altri. Il maschio dominante non è solo un’illusione, una maschera di umanità dietro alla quale ci sono insicurezze e sofferenza, ma è qualcosa che non costruisce nulla, che conduce verso traguardi tristi e cattivi. Ecco perché parlare di parità in famiglia, di parità nel rapporto di coppia, di parità nelle relazioni è diventato urgente anche in una prospettiva di educazione all’affettività. Lo dobbiamo dire con chiarezza e con coraggio ai nostri ragazzi adolescenti che ieri, come dicevamo, hanno festeggiato San Valentino. L’amore non sopporta né asimmetrie né sbilanciamenti. Né arroganze né gerarchie. Gli affetti sono legami che rinsaldano, rincuorano e fanno crescere, noi e chi ci sta intorno, quando collegano storie raccontate e vissute con lo stesso rispetto, la stessa amabilità, la stessa considerazione. Ma diventano un cappio che soffoca e uccide – non solo metaforicamente purtroppo come ci raccontano ogni giorno le cronache – quando si pretende di trasformarli in uno strumento di potere e di controllo l’uno sull’altra. Insomma, togliamo la parità – in famiglia e nel mondo – e apriremo la strada all’odio. Costruiamo percorsi di parità autentica e avremo gettato le fondamenta per una civiltà dell’amore.

Cosa intendiamo per parità?

È arrivato il momento di fare chiarezza sul significato delle parole. La parità è un concetto bellissimo, anzi un valore personale e sociale, che dev’essere però declinato con attenzione. Anche dal punto di vista cristiano, considerarsi tutti figli e figlie dell’unico Padre – come in effetti siamo – non significa azzerare i talenti e annullare le identità. La parità non prevede l’omologazione ma il rispetto e la salvaguardia dell’unicità personale che per noi credenti è una delle espressioni più belle e più grandi della fantasia d’amore di Dio. Identica origine e identico destino di salvezza nella diversità e nella complessità dei percorsi esistenziali. Lo stesso deve avvenire in famiglia. Lei e lui devono avere identici diritti e identiche opportunità, ma donne e uomini non sono uguali, c’è una verità e una bellezza della diversità di genere che va rispettata, anzi va trasformata in un valore aggiunto. Diversità di ruoli, diversità di compiti, diversità di tempi che non solo non intaccano il principio della parità ma contribuiscono a renderlo più saldo. Tutto facile sul piano teorico, verrebbe da dire. Ma nella concretezza di ogni giorno chi garantisce che le dinamiche di coppia si svolgano proprio in questo modo? La diversità dei ruoli, per esempio, può generare tensioni e squilibri, quando viene interpretata in modo asimmetrico, come è successo per secoli e come capita ancora in troppe occasioni. Fino a pochi decenni fa il codice civile e il diritto canonico consideravano l’uomo “capo della famiglia” e spiegavano che la moglie doveva seguirlo ovunque lui ritenesse di stabilire la sua residenza. Una giurisprudenza maschilista e ottusa? No, semplicemente era una legge che si uniformava al costume dominante e indicava comportamenti che già erano abituali nella maggior parte delle famiglie, con una netta subordinazione della donna all’uomo. Ma anche i figli non sfuggivano alla regola, tanto che si parlava di “patria potestà”, il potere del padre, che nelle ipotesi migliori significava buoni esempi e benevola custodia, nelle peggiori diventava l’esercizio dispotico di un padre padrone. Altro che parità. In famiglia, sanciti dalla legge e dal costume, vigevano rapporti rigidamente gerarchici.
Nel 1975 la svolta con il nuovo diritto di famiglia che, almeno formalmente, ha stabilito pari diritti e pari responsabilità tra i coniugi e ha trasformato i rapporti tra genitori e figli, sostituendo la minacciosa “patria potestà” con una più mite “responsabilità genitoriale”. Tutto risolto? Niente affatto, purtroppo. Mezzo secolo dopo dobbiamo ammettere che quei diritti concessi dalla legge nei rapporti di coppia hanno inciso solo marginalmente nella prassi familiare. Le statistiche ci dicono che il nostro Paese i maggiori carichi domestici – lavoro di cura, educazione dei figli, incombenze concrete per la casa – toccano ancora alle donne e che gli uomini si lasciano coinvolgere solo marginalmente nella gestione ordinaria della famiglia. Grave, certo, soprattutto se si intreccia questo dato con il persistere di un maschilismo certamente disorientato e balbettante, eppure tenace nella difesa di previlegi che non possono essere messi in discussione pena l’esplodere di una violenza che in troppi casi diventa sofferenza e tragedia. Ecco perché continuare a riflettere sulla parità rappresenta un atto di giustizia e un esercizio di speranza. Non solo per proclamare idealmente una strada che non ha alternative, ma per trovare il modo di dare a questo principio una concreta possibilità di applicazione nei rapporti di coppia.

Parità o reciprocità?

La parità, come abbiamo detto, è un valore-quadro. Per renderla fruibile ha bisogno di tratti e di colori che sappiano tradurla in modalità espressive. Il tutto uguale per tutti non sarebbe parità, ma ingiustizia. Ecco perché nella coppia c’è una parola chiave che sintetizza il meglio del concetto di parità, è la reciprocità. L’abbiamo già accennato altre volte ma conviene rinfrescarci le idee. La reciprocità è la parola chiave dell’amore di coppia. Concetto difficile? No, se traduciamo reciprocità come stimolo allo scambio vicendevole, a un rapporto ricco di attenzioni e di rispetto (dove l’attenzione e il rispetto sono corollari della reciprocità), come sollecitazione capace di attivare un dinamismo virtuoso che mantiene vivo lo scambio tra i due e impedisce loro di cadere nel rischio rappresentato dall’individualismo coniugale.  Sì, non c’è solo l’individualismo del single, ma anche quello della coppia, o meglio all’interno della coppia, che si traduce in incomunicabilità, in chiusura in sé stessi, nel silenzio che cala tra le pareti domestiche, più pesante di un portone di legno massiccio. L’individualismo all’interno della coppia è l’opposto della reciprocità e conduce alla morte per afasia, non si parla più, non si respira più. Scompaiono i suoni e le espressioni dello scambio reciproco.
La reciprocità al contrario attiva nella coppia pensieri e parole di interesse e di curiosità. Alimenta l’alfabeto del dinamismo vitale. Una grammatica preziosa che non bisogna mai stancarsi di rinnovare, senza cancellare però quella che si pensa di aver già imparato a memoria. Il rapporto di coppia non richiede rivoluzioni quotidiane – come spesso si sente dire – ma sviluppo nella continuità. I ricordi comuni sono preziosi quanto la fantasia dell’innovazione. La reciprocità contribuisce a mantenere questo equilibrio. La coppia non può vivere solo di rivoluzioni, ma non può vivere neppure solo di ricordi. Nel primo caso esplode per sfinimento, nel secondo caso implode per consunzione. E ancora, la reciprocità costruisce quel sentimento robusto di complicità e di vicinanza che possiamo chiamare amicizia coniugale, che è amicizia per la vita, che è amicizia perché nasce dalla comune volontà di costruire il bene dell’altro/a. La reciprocità è proprio questo desiderio di guardare avanti insieme, di decidere insieme un traguardo, di muovere i primi passi per raggiungerlo insieme, nello sforzo comune – appunto reciproco – di costruire il bene possibile per l’altra/o. E questo bene, accolto e donato giorno dopo giorno, costruisce l’identità della coppia. Noi siamo il bene che ci siamo donati. E il bene che ci siamo donati in mezzo a contraddizioni e fragilità ci ha costruito come “noi”. La reciprocità ha appunto come obiettivo ultimo quello di migliorare la nostra vita come coppia. Migliorando l’altro/a, miglioro me stesso. E migliorando la coppia miglioro la mia famiglia e la società, perché questo sforzo di miglioramento innesca tutta una serie di valori che contribuiscono anche al bene collettivo. La reciprocità vissuta e partecipata insegna alla coppia il valore dell’impegno comune. Qui il proverbio “chi fa da sé fa per tre” non vale proprio nulla. Anzi, nel rapporto di coppia, “chi fa da sé” quasi sempre conduce il matrimonio sul baratro della fine. I solisti, nella coppia, non portano nulla di buono. Ecco perché, parlando di reciprocità, diciamo qualcosa di molto più profondo e di più pregnante rispetto al concetto generico di parità. Diciamo cioè che per crescere come coniugi occorre essere in due e, soprattutto, voler costruire in due il bene reciproco. Se cresco senza preoccuparmi di far crescere l’altro, creo una asimmetria rischiosa che prima o poi finirà per nuocere alla coppia.

Parità fa rima anche con complementarietà?

Spesso collegato al concetto di reciprocità c’è quello della complementarietà. Si dice spesso che l’impegno della coppia dev’essere reciproco e complementare. Si dice che una relazione può essere considerata autentica nel momento in cui prevede la complementarietà, cioè quando l’uno completa con i suoi gesti, le sue parole, la sua sensibilità ciò che l’altro non riesce o non può fare, dire, esprimere. Una funzione reciprocamente solidale che è certamente importante ma non è esente da qualche rischio. Quindi anche il concetto di complementarietà chiarisce e specifica il significato di parità di coppia? Sì e no. La complementarietà può infatti diventare un rischio quando risulta troppo rigida, troppo statica. Il rischio più grande è quello di pensare alla complementarietà con una impostazione androcentrica. Cioè il femminile – come è stato per secoli – completa il maschile in una logica ancillare. In questo senso è un modello pericoloso perché rischia di consolidare ruoli ripartiti tradizionalmente. Quindi agli uomini – come abbiamo già visto – i ruoli socialmente e politicamente più rilevanti, alle donne i ruoli complementari, cioè la casa e il privato. C’è quindi un’idea di complementarietà che avalla l’idea che uomo e donna devono rivestire ruoli diversi, rigidamente separati. Di conseguenza dire complementarietà potrebbe diventare una negazione della parità. E questo, come abbiamo visto, è un concetto che non fa certamente bene alla relazione. E neppure alla società. C’è inoltre un altro rischio. Pensare che grazie a questo criterio di complementarietà si possa costruire un’antropologia di coppia perfettamente simmetrica, in cui lui e lei si completerebbero a vicenda, in perfetta sintesi. Ora, al di là degli obiettivi di perfezione che abbiamo già visto essere sempre molto illusori – il completamento perfetto ci sarà donato soltanto nell’aldilà – va ricordata una cosa importante. Il sogno della perfetta sintesi di coppia, della perfetta parità – donata appunto grazie all’illusione della complementarietà – ha contribuito al fallimento di tanti progetti coniugali.
Tutti noi abbiamo verso nostra moglie o nostro marito aspettative molto alte, ma occorre sempre considerare questo desiderio di vita, di amore, di felicità nell’ambito del possibile. Quindi cosa fare? Eliminare il concetto di complementarietà? No, rivalutiamo nella prospettiva delle funzioni concrete, delle dinamiche di cura. Tutti noi, all’interno della relazione, giochiamo dei ruoli ma una famiglia non è una caserma in cui vengono affissi gli ordini di servizio. Per funzionare e per diventare uno stile di comportamento che aiuta senza affliggere e senza imporre regole fastidiose, la complementarietà dev’essere flessibile, diciamo a geometria variabile. Adattandosi cioè alle varie esigenze della coppia in quel determinato momento, in quella determinata circostanza. Ad esempio, è verosimile credere che in una famiglia il marito possa avere l’incarico di “portare giù” la spazzatura e di pagare l’assicurazione e le altre bollette, mentre la moglie deve fare la spesa e parlare con gli insegnanti a scuola. Non parliamo quindi di ruoli socialmente determinati, ma di una complementarietà che nasce per una distribuzione di compiti che la coppia si è assegnata e che si possono tranquillamente rovesciare. Nulla cioè vieta che sia lei ad occuparsi della spazzatura e dell’assicurazione, mentre lui va al supermercato per la spesa e a parlare con gli insegnanti a scuola. Ma si tratta di compiti che, appunto all’insegna di una complementarietà flessibile, possono essere variabili in base alle contingenze. Si tratta di una suddivisione che rende tutto abbastanza semplice quando però i compiti sono poco rilevanti e non hanno a che fare con l’equilibrio di fondo della coppia. Quando infatti questa complementarietà rigida è riferita ad alcuni ambiti strutturali della vita – il marito va in ufficio e la moglie si occupa solo dei figli – può diventare pericolosa e aprire la strada alla disparità di genere. In questo caso la complementarietà determina una condizione di “non autonomia” e finisce per mettere in crisi l’obiettivo della parità, che non è mai annullamento delle differenze ma attento equilibrio di armonizzazione degli opposti.
avvenire

Arte. Gerhard Richter, alfa e omega
della pittura

Gerhard Richter, alfa e omega
della pittura

Èuna mostra atlantica – nel senso di gigantesca e geografica – quella che la Fondation Louis Vuitton dedica fino al 2 marzo a Gerhard Richter. Le 270 opere mappano per intero (per intero: si va dal primo, Tisch, del 1962, con cui inizia ufficialmente il catalogo, all’ultimo dipinto del 2013, dopo il quale non ha realizzato solo disegni), e con i pezzi migliori, la carriera di uno dei più grandi artisti del secondo Novecento.
La chiave critica dell’esposizione, a cura di Dieter Schwarz e Nicholas Serota, muove dalla mediazione: ogni quadro nasce attraverso un tramite – una fotografia, un ritaglio di giornale, una diapositiva, un fermo immagine, un disegno – e questo scarto iniziale crea il terreno su cui la pittura si installerebbe come nuova realtà. È uno spunto che merita di essere seguito fino in fondo perché consente di comprendere il dispositivo che Richter mette in moto rispetto al reale e rispetto alla pittura. Si può parlare di un doppio distacco: il primo è quello operato dalla fotografia o dal disegno rispetto al reale, il secondo quello che Richter esercita rispetto al suo modello derivato. Questo distaccarsi dall’origine crea una perdita di informazioni ma, allo stesso tempo, un arricchimento della realtà della pittura e, in ultima analisi, della realtà dell’immagine. Nel suo attingere e appartenere al “mercato secondario” delle immagini, infatti, la pittura acquisisce una serie di valori storici e stratifica al proprio interno dimensioni che il “mercato primario” (la realtà) non può avere. Proprio per questo le sue opere abitano storia e non ne sono un semplice derivato documentale.
I suoi primi dipinti derivati da fotografia, realizzati tra il ’62 e il ’70, con la sfocatura che sarà la sua caratteristica, mettono alla prova le memorie familiari. Il fuori fuoco è sia una piattaforma di paradossale iperrealismo sia un dispositivo che mette in scena lo scollamento tra memoria affettiva e memoria storica. Che posto hanno nella memoria familiare di Richter le foto all’origine di Onkel Rudi, lo zio nazista morto al fronte, o di Tante Marianne, la zia disabile mentale uccisa nel corso della Aktion “T4”? Questi oggetti familiari acquisiscono improvvisamente un valore nella storia stessa della Germania – e quindi dell’umanità. Ma sono sottratti alla semplice storia familiare prima ancora di essere traslati in pittura. Per questo sono oggetti difficili da maneggiare: e la sfocatura appare l’unico mezzo che ne consente la rappresentazione senza che una dimensione prevalga sull’altra.
Gerhard Richter, “Onkel Rudi”, 1965 (GR85) / Gerhard Richter 2025 (18102025)
Gerhard Richter, "Onkel Rudi", 1965 (GR85) / Gerhard Richter 2025 (18102025)
La terza sala fa collassare tra loro le differenti esperienze artistiche che Richter esercita in contemporanea e che contrassegnerà sempre il suo lavoro. Troviamo il celebre Ema (Nudo che scene le scale), affiancato a un pezzo concettuale come Zwei Grau übereinander. Richter qui traccia l’alfa e l’omega della pittura: il primo è un esercizio di bravura, in cui il mosso appare come un fermo immagine su uno schermo televisivo; gli altri due, acromi più che monocromi, esplorano la neutralità della pittura. Ma è possibile, in fondo, che il nudo sia uno studio sui passaggi tonali che nei due grigi viene ingigantito a livello atomico. Nella stessa sala troviamo il Grande Sipario, un grande grigio, Due coppie di innamorati di derivazione cinematografica, una delle sue prime palette di colori. Al centro, i Quattro pannelli in vetro. Sono tutte opere degli anni 1966-67. La chiave è data proprio dai vetri: l’opera apparentemente meno “richteriana” è invece quella che concentra al meglio il suo lavoro. Infatti, il problema per Richter è: che cos’è un quadro? E la risposta è uno spazio incorniciato e un filtro.
E poi una pittura quasi polarizzata, la sgranatura del fotogramma, i quadri tachistes, il video a bassa risoluzione della superficie lunare, marine friedrichiane, finestre come griglie, cieli alla Gainsborough, le Costellazioni come dipinti informali… Sono due le questioni che sollecita il vasto repertorio richteriano. La prima è tecnica. Il pittore accademico porta la tecnica in primo piano – in questo senso è una ostentazione pornografica. Richter la pone invece sempre in relazione alla costruzione complessiva dell’immagine. Il risultato è così forte che la tecnica scompare. E questo gli consente di realizzare quadri “senza tecnica”, come i mosaici di colori, dove la presenza del pittore si azzera. La seconda è che in un mondo artistico, politico e sociale fortemente polarizzato e ideologizzato, Richter – nato a Dresda, poi Ddr, nel 1932 e nel 1961 fuggito a Düsseldorf – rifiuta la scelta definitiva in favore della realtà della pittura. In questo senso vanno letti i suoi Quadri grigi: apparentemente la morte della pittura, sono invece il luogo del suo trionfo. Racconta l’artista: «Il primo quadro grigio l’ho fatto perché non sapevo che cosa dipingere, o cosa potesse essere dipinto». Il grigio non dice nulla, non evoca né sentimenti né associazioni. Ha la capacità unica di rendere il “nulla” visibile. Non il Nulla metafisico: il nulla e basta.
Il détachement continua nei grandiosi dipinti astratti, che avvia nella seconda metà degli anni ’70: i primi nascono da bozzetti ad acquerello o a olio, di cui Richter seleziona alcuni frammenti, che ingrandisce e rielabora. Il distacco è un dettagliare che isola una frazione, ma allo stesso tempo entrandovi come un microscopio: perde il contesto che lo genera e si trasforma in nuova realtà. Quando i dipinti diventeranno del tutto liberi da fonti, saranno grattati e abrasi per essere staccati da sé stessi.
Gerhard Richter, “Birkenau”, 2014 / Gerhard Richter 2025 (18102025)
Gerhard Richter, "Birkenau", 2014 / Gerhard Richter 2025 (18102025)
Dopo avere abbandonato per quasi quindici anni il tema della storia e dopo avere, quasi di conseguenza, abbandonato il grigio per il colore, nel 1988 ritorna al tema un’ultima volta con la serie 18. Oktober 1977, sulla morte violenta dei componenti della banda Baader-Meinhof, probabilmente i suo capolavoro assoluto. Se per molti pittori, pur avendo una produzione ampia ed eccellente, spesso è difficile indicare un nucleo di opere davvero imprescindibili, i dipinti di Richter sono memorabili al punto da poterne citare il titolo. E questo lo avvicina ai maestri del passato. In 18. Oktober 1977 la storia ritorna. Il grigio e la sfocatura diventano gli unici strumenti per per dare profondità alla cronaca. Non sembra essere un caso che seguendo lo stesso metodo, Richter naufraga con la Shoah. In Birkenau (2014-2019) intende tradurre in grande formato le quattro fotografie scattate di nascosto ad Auschwitz, le sole a documentare lo sterminio in atto. Ma il doppio distacco qui è impossibile. Insoddisfatto del risultato, Richter le ricopre e le trasforma in pittura astratta. In un secondo momento – tra 2014 e 2019 – pone di fronte ai dipinti quattro grandi specchi grigi, creando una polarità che rilegge le opere e gli spettatori stessi all’interno del grande, sloterdijkiano, grigio della storia.

Snowboard cross, Moioli di bronzo

Medaglie azzurre. Snowboard cross, Moioli di bronzo

Michela Moioli dopo l’oro di PyeongChgang 2018, è ancora sul podio olimpico, bronzo, dello snowboard cross, nell’appassionante specialità della sfida testa a testa dello snowboard. L’azzurra in una finale difficile svoltasi a Livigno in una giornata baciata dal sole, è riuscita a rimontare nella seconda parte di gara. Moioli ha conquistato la sua terza medaglia a cinque cerchi consecutiva. Nel 2022 a Pechino aveva vinto l’argento nello snowboard cross a squadre. Medaglia d’oro all’australiana Josie Baff, seconda la ceca Eva Adamczykova. Dopo la caduta in allenamento in cui aveva battuto il volto, la 30enne lombarda è tornata in gara a Livigno e ha centrato una medaglia che a questo punto era insperata.

Avvenire

Short track, Arianna Fontana fa 13: argento

La fuoriclasse dello short track Arianna Fontana con la medaglia d'argento a Milano Cortina

Avvenire

Tredicesima medaglia olimpica per Arianna Fontana. Numeri da capogiro per la stella dello short track azzurro, già portabandiera durante la cerimonia di apertura e oro nella staffetta di martedì: sulla distanza più breve della specialità, i 500 metri nei quali era campionessa olimpica in carica, ha conquistato la medaglia d’argento, battuta solo dall’olandese Velzeboer. Finale tesissima, resa ancor più difficile da un contatto al primo via che ha costretto le atlete a un cambio di lame dei pattini e quindi a un’ulteriore, snervante attesa. Arianna Fontana ha fatto gara di testa, preoccupandosi più di contenere le avversarie alle sue spalle che di raggiungere la Velzeboer in fuga: una tattica che l’ha premiata con l’argento.