Libro: “Per generare alla vita cristiana”

di: Roberto Cutaia

copertina

«La fine del cosiddetto “catecumenato sociale” non comporta necessariamente la crisi di ogni possibilità di trasmissione della fede, ma richiede un cambiamento profondo dei modi con cui si trasmette e si riceve il dono di credere», scrive nell’introduzione del libro, dal titolo Dal grembo fiorisce la speranza. Per generare alla vita cristiana (Queriniana, Brescia 2025, pp. 103, euro 11,00), il vescovo-teologo Franco Giulio Brambilla.

Il testo, è una «bussola», che guida e offre l’orientamento, per il nostro tempo, verso l’autentica direzione (epistrophéō). «I contributi di questo volume – spiega il vescovo della Diocesi di Novara – disegnano un percorso per generare alla vita cristiana» (p. 5).

Il volume è concepito analogamente a un polittico in quattro tavole: la prima disamina (due tavole) si sofferma ed esorta «tutti» (credenti, tiepidi e indifferenti) su Le Dieci Parole della fede, attraverso un confronto tra il Credo Apostolico e il Credo Niceno-costantinopolitano, nell’anno del XVII centenario del Concilio di Nicea (325).

Le prime due tavole mettono in rapporto la «spiegazione» del Credo (explanatio symboli), cioè della fede professata dalla Chiesa, espressa nel Simbolo niceno-costantinopolitano che proclamiamo nella messa (nel 2025 ricorre il XVII centenario del concilio di Nicea), con il cammino per accedere alla fede vissuta mediante l’itinerario di iniziazione alla vita cristiana» (p. 6).

«Il Credo è un segno di comunione fraterna, che riconosce che tu, io e noi, siamo uniti nella forza e nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito. La “tessera della fede” non è la fede, ma ne è il sigillo di riconoscimento. Il simbolo è la bussola, non è il cammino, ma senza bussola il cammino della fede può perdersi nei sentieri interrotti della vita» (p. 12).

Da esperto conoscitore della storia ecclesiastica e non solo, Brambilla, per molti anni docente ordinario di cristologia e antropologia, sa cogliere tra le pieghe dell’attualità i limiti di un esasperato solipsismo. «Anche noi stiamo vivendo un grande cambiamento d’epoca […] ma corre il pericolo della diminuzione della specificità della vita umana della differenza di uomo e donna» (p. 12).

Una scrittura quella di Brambilla, caratterizzata a tale scopo di semplici immagini a beneficio del lettore che può penetrare a proprio agio il contenuto del testo. Un modo che permette al lettore di afferrare il senso e la bellezza meravigliosa della «Parola di Dio», il Logos, nella persona di Gesù Cristo, l’unico che possa anche oggi significativamente, trasformare le coscienze.

«Tuttavia, la Chiesa non potrebbe trasmettere la fede, se la famiglia donasse solo la vita e non anche la fiducia che essa possa essere spesa nel tempo e cambiare il mondo. Dal grembo fiorisce la speranza!» (p. 7).

Le altre due tavole s’intrecciano con le prime due che in questo ambito rappresentano i pannelli principali. «Le seconde due tavole riguardano gli attori del «triangolo educativo» (famiglia, comunità, scuola, nel quadro della società) che sono chiamati ad operare in stretto contatto tra loro. Infatti, la terza tavola svolge il tema dei padrini, che oggi versa in profonda crisi e che potrà ricevere nuova luce, passando dai padrini presenti per un giorno (sponsor) ai padrini compagni di viaggio (testimoni) lungo il cammino della crescita» (p. 6).

In cauda, la quarta tavola, disegna le linee di fondo della spiritualità del catechista. «Il suo ministero di fatto, sia attraversato dalla passione della testimonianza personale, nella rete dei rapporti con la famiglia, la comunità e la scuola» (p. 6).

Franco Giulio BrambillaDal grembo fiorisce la speranza. Per generare alla vita cristiana, Queriniana, Brescia 2025, 104 pp., 11 euro

Settimana News

La memoria dell’incarnazione del Signore e il suo messaggio di pace e di gioia si contraggono nel magistero del patriarca di Mosca, Cirillo, in una giustificazione della guerra, nell’opposizione all’Occidente e nella pretesa proposta di una «civilizzazione» alternativa. Il saluto ai credenti del Paese dell’«ortodosso» Vladimir Putin sigilla l’insieme

Cirillo e Putin
di: Lorenzo Prezzi – Settimana News
Foto: Oleg Varov / Russian Orthodox Church Press Service / AFP

La memoria dell’incarnazione del Signore e il suo messaggio di pace e di gioia si contraggono nel magistero del patriarca di Mosca, Cirillo, in una giustificazione della guerra, nell’opposizione all’Occidente e nella pretesa proposta di una «civilizzazione» alternativa. Il saluto ai credenti del Paese dell’«ortodosso» Vladimir Putin sigilla l’insieme.

Rispetto dei diritti umani, libera circolazione delle persone, economia di mercato: il patriarca elenca puntiglioso le conquiste in essere della Russia nell’intervista natalizia (7 gennaio) al canale televisivo statale Russiya 1 sollecitato dal direttore della Tass, A.O. Kondrashov, e si domanda perché «molti si sono ribellati contro di noi». «Me lo sono chiesto ed ecco la conclusione cui sono giunto. Non è un caso perché rappresentiamo un’alternativa molto attraente per lo sviluppo della civiltà. Offriamo valori che l’Occidente ha rifiutato e continua a rifiutare. Proponiamo di non esiliare la fede cristiana, come sta accadendo attualmente in Occidente».

Un progetto di civiltà che si oppone alla «laicità militante» in nome dei «valori tradizionali», tanto da fare della Russia un «avversario ideologico», anzi un nemico spirituale. «Proprio perché quella civiltà (occidentale) giustifica il peccato e crede che il peccato non sia peccato».

Religione civile e progetto di civiltà
L’«impresa spirituale» del Russkji Mir è ispirata non dalla coscienza ma dall’eroismo, senza il quale non ci può essere un sano sviluppo della civiltà. Contro la pretesa di fare del benessere e della «laicità militante» l’orizzonte ultimo della visione collettiva. Un eroismo che sostiene le più alte dimensioni dell’anima: dalla ricerca scientifica al sacrifico del soldato.

Tutto questo comporta la formazione di un consenso nazionale attorno ai «concetti» che sono legati alla capacità e alla possibilità stessa dell’esistenza di uno Stato. Deve esserci un assenso pubblico attorno a queste idee. Non si tratta solo di garantire la sicurezza militare «ma anche quella spirituale e morale, ovvero alla salvaguardia nei nostri valori che sono in gran parte plasmati dalle religioni tradizionali russe». «Se qualcuno non rientra in questo consenso, ecco allora la definizione: traditore della patria con tutte le conseguenze legali che ciò comporta».

Il presidente Putin in un saluto al personale militare e alle loro famiglie ha paragonato il compito di salvezza della patria a quello di Cristo: «I soldati russi svolgono sempre questa missione, per così dire, per conto del Signore: la difesa della patria, la salvezza della patria e del suo popolo». L’affermazione di una missione sacra motiva la profonda indignazione della teologa Natalia Vasilecivh che denuncia l’identificazione dell’aggressione militare come religione.

Nell’omelia per i solenni vespri del Natale Cirillo torna ad esaltare il miracolo del passaggio dall’ideologia ateistica militante del tempo passato alla piena libertà di credo e alla appartenenza ortodossa dei massimi vertici dello Stato e dell’esercito. Senza alcuna imposizione e controllo la Chiesa russa «ha più libertà di quanto ne godesse quando a capo dello Stato vi era un imperatore ortodosso».

«Oggi godendo di questa libertà, di questo approccio equilibrato e ragionevole del governo moderno alle relazioni fra Chiesa e Stato, non dobbiamo dimenticare i tempi che la nostra Chiesa e il nostro popolo hanno vissuto. E dobbiamo ringraziare il Signore per ciò che è accaduto alla nostra patria, per il nostro presidente Vladimir Vladimirovich (Putin), un vero credete ortodosso, per molti membri del Governo che sono anch’essi ortodossi e, infine, per l’atmosfera spirituale del nostro Paese. Viviano davvero in un tempo favorevole».

Il sommo
A sigillare la pienezza di civiltà e spiritualità cantata dal patriarca vi è il saluto per il Natale inviato ai credenti da parte del presidente che esalta la sinfonia o meglio la subordinazione dei due poteri al suo.

«È con profonda soddisfazione che noto l’enorme e davvero unico contributo della Chiesa ortodossa russa e di altre confessioni cristiane all’unità della società, alla conservazione del nostro ricco patrimonio storico e culturale e all’educazione patriottica, spirituale e morale dei giovani. Le organizzazioni religiose dedicano un’instancabile attenzione ad atti di misericordia e carità, si prendono cura dei bisognosi, sostengono i soldati e i veterani delle operazioni militari speciali e fanno molto per armonizzare il dialogo interreligioso nel nostro paese. Un lavoro così importante e tanto necessario merita il nostro sincero riconoscimento».

Messa del Giorno FERIA PROPRIA DEL 10 GENNAIO

Messa
Antifona
In principio e prima dei secoli il Verbo era Dio:
egli stesso si degnò di nascere Salvatore del mondo. (Cf. Gv 1,1)

Colletta
O Padre, che nel tuo Figlio hai fatto sorgere
su tutti i popoli la luce eterna,
concedi a noi di riconoscere la gloria del redentore,
perché, illuminati dalla sua presenza,
giungiamo al giorno che non tramonta.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Prima Lettura
Chi ama Dio, ami anche il suo fratello.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
1Gv 4,19-5,4

Carissimi, noi amiamo Dio perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello.
Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato.
In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.
Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale
Dal Sal 71 (72)

R. Ti adoreranno, Signore, tutti i popoli della terra.
Oppure:
R. Benedetto il Signore che regna nella pace.

O Dio, affida al re il tuo diritto,
al figlio di re la tua giustizia;
egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia
e i tuoi poveri secondo il diritto. R.

Li riscatti dalla violenza e dal sopruso,
sia prezioso ai suoi occhi il loro sangue.
Si preghi sempre per lui,
sia benedetto ogni giorno. R.

Il suo nome duri in eterno,
davanti al sole germogli il suo nome.
In lui siano benedette tutte le stirpi della terra
e tutte le genti lo dicano beato. R.

Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.

Il Signore mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione. (Cf. Lc 4,18)

Alleluia.

Vangelo
Oggi si è compiuta questa Scrittura.
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,14-22a

In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca.

Parola del Signore.

Sulle offerte
Accogli, o Signore, i nostri doni
in questo misterioso incontro
tra la nostra povertà e la tua grandezza:
noi ti offriamo le cose che ci hai dato,
tu donaci in cambio te stesso.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione
Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito,
perché chiunque crede in lui non vada perduto,
ma abbia la vita eterna. (Gv 3,16)

Oppure:

Lo Spirito del Signore è sopra di me;
mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio. (Lc 4,18)

Dopo la comunione
Dio onnipotente,
fa’ che la forza inesauribile di questi santi misteri
ci sostenga in ogni momento della nostra vita.
Per Cristo nostro Signore.

Oppure:

Dio onnipotente ed eterno, Padre di ogni consolazione e pace,
guarda a questa tua famiglia
riunita per la lode del tuo nome,
e per la partecipazione ai misteri del tuo Figlio unigenito
donale il pegno della redenzione eterna.
Per Cristo nostro Signore.

Insegnamento della religione è spazio di libertà e incontro

Il crocifisso in un'aula scolastica italiana
La Conferenza episcopale italiana invia un messaggio alle famiglie in vista dell’anno scolastico 2026/2027: scegliendo di frequentare questa disciplina si ottiene una “bussola per orientarsi nel mare agitato della vita”

Vatican News

Non un adempimento formale, ma «una significativa occasione educativa». Così viene inquadrata la scelta di avvalersi dell’insegnamento della religione cattolica (Irc) in un messaggio rivolto alle famiglie dalla presidenza della Conferenza episcopale italiana in vista dell’anno scolastico 2026/2027. «Da molti anni — viene sottolineato — oltre l’80% degli studenti italiani decide di frequentare questa disciplina, segnando la sua costante presenza nel panorama scolastico come uno spazio di libertà, di dialogo, di responsabilità, in cui la scuola incontra e sostiene il percorso di crescita personale e culturale di ciascuno».

Come ricordava papa Leone XIV ai giovani riuniti nella spianata di Tor Vergata nell’agosto scorso, «la nostra vita inizia grazie a un legame ed è attraverso legami che noi cresciamo. In questo processo, la cultura svolge un ruolo fondamentale». L’Irc, si legge nel messaggio della Cei, «rappresenta proprio questo: un laboratorio di cultura e di umanità dove si impara a decifrare il codice culturale che ha plasmato la nostra storia e a sviluppare uno sguardo critico e costruttivo, prendendo sul serio quel desiderio infinito di pienezza che grida nel cuore umano». L’Irc offre uno spazio per riscoprire l’integralità dell’essere umano, che — come indicato dal Papa — «non è un sistema di algoritmi: è creatura, relazione, mistero».

Finalità dell’Irc, secondo la Cei, «è sviluppare quella intelligenza spirituale che permette di muoversi con rispetto e saggezza nel panorama contemporaneo, anche nell’incontro con le diverse tradizioni religiose, imparando a riconoscere i valori comuni e a dialogare costruttivamente con tutti». L’Irc offre «una bussola per orientarsi nel mare agitato della vita» e cogliendo questa opportunità si può «favorire un’educazione che include, che interroga, che apre al bene comune e alla libertà. Dove ogni volto, ogni storia e ogni ricerca trovano posto».

“L’anno in corso possa davvero testimoniare una pace duratura, giusta e globale”

Fedeli riuniti per commemorare il Battesimo di Gesù sul fiume Giordano

Circa tremila fedeli provenienti da tutta la Giordania hanno compiuto oggi il 26.mo pellegrinaggio annuale sul luogo del Battesimo di Gesù vicino Gerico. L’auspicio del vicario patriarcale, monsignor Iyad Twal: “L’anno in corso possa davvero testimoniare una pace duratura, giusta e globale”
Francesca Sabatinelli – Gerico – Vatican News

Le preghiere per Gerusalemme, per il popolo di Gaza e per tutta la Terra Santa si sono levate dal punto più basso della terra, ma che per i fedeli cristiani è il punto più vicino al cielo. In Giordania, sulla riva orientale del fiume Giordano, a pochi chilometri da Gerico, dove sorge il luogo che vide il Battesimo di Gesù per mano di Giovanni Battista, la chiesa consacrata nel 2025 ha accolto circa tremila fedeli provenienti da tutto il Regno hashimita, che hanno compiuto il 26mo pellegrinaggio annuale sul luogo del Battesimo, segnato da un profondo significato spirituale e nazionale.

La benedizione con le acque del Giordano
Monsignor Iyad twal, vicario patriarcale in Giordania, ha presieduto la messa, benedicendo i fedeli con l’acqua del Giordano, spiegando come il battesimo non sia un semplice rito esteriore, ma l’inizio di un cammino di fede personale che conduce a una profonda esperienza spirituale. Ha quindi invitato ad un impegno costante nei confronti dei veri valori spirituali indicando anche quello che ha definito il grande pericolo: essere vicini a Dio ma senza riuscire a vederlo, così come fu per Erode, per gli scribi e per i sommi sacerdoti.

Pace a Gaza e in tutta la Palestina
La ricerca di pace e di riconciliazione ha segnato la preghiera dei presenti, a pochi chilometri da Palestina e Gaza, una terra segnata dal conflitto e dalla distruzione, di vite e di luoghi ma che oggi, come indicato dal vescovo Twal, durante un incontro con la stampa, inizia a conoscere un momento di calma, poiché il presente è segnato “dalla reale determinazione a ricostruire una nuova vita, con la speranza che l’anno in corso possa davvero testimoniare una pace duratura , giusta e globale e con l’augurio che i pellegrini possano tornare in Terra Santa, ritornando agli importanti numeri del passato, per essere “benedetti dalla acque del Giordano”. Twal ha quindi indicato come il pellegrinaggio, ad un anno dalla consacrazione della Chiesa, sia anche una opportunità per rafforzare i legami spirituali dei credenti.

La Chiesa del Battesimo di Gesù
La Messa, accompagnata da suggestivi inni religiosi orientali, ha visto la presenza di rappresentanti della chiesa greco-melkita, di quelle maronita, caldea, siriaca e armeno cattolica. A concelebrare anche il nunzio apostolico, arcivescovo Giovanni Dal Toso. La Chiesa del Battesimo di Gesù, a Al-Maghtas, conosciuto come Betania al di là del Giordano, luogo stabilito dalla presenza di tre chiese bizantine, dalla testimonianza dei pellegrini, da riferimenti biblici e ritrovamenti archeologici, è una delle più grandi del Medio Oriente e un anno fa è stata consacrata con una celebrazione alla presenza del cardinale Segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, e del patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa.

Lettura e Vangelo del giorno 10 Gennaio 2026

Letture del Giorno
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
1Gv 4,19-21-5,4

Carissimi, noi amiamo Dio perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: «Io amo Dio» e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello.
Chiunque crede che Gesù è il Cristo, è stato generato da Dio; e chi ama colui che ha generato, ama anche chi da lui è stato generato.
In questo conosciamo di amare i figli di Dio: quando amiamo Dio e osserviamo i suoi comandamenti. In questo infatti consiste l’amore di Dio, nell’osservare i suoi comandamenti; e i suoi comandamenti non sono gravosi.
Chiunque è stato generato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Luca
Lc 4,14-22a

In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».
Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca.

“La liturgia deve sempre essere incarnata, inculturata poiché esprime la fede della Chiesa, tocca la vita del popolo di Dio e gli rivela la sua vera natura spirituale”

di: Riccardo Cristiano

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L’11 settembre 1974, ormai nell’imminenza dell’appuntamento giubilare, Paolo VI durante l’udienza generale tenuta a Castel Galdolfo, disse: “La Chiesa è tuttora una grande istituzione, mondiale, collaudata da venti secoli di storia, più travagliata che felice, ma feconda sempre di energia nuova, di popolo numeroso, di uomini insigni, di figli devoti, di risorse impreviste; ma, apriamo gli occhi, essa è ora, per certi riguardi, in gravi sofferenze, in radicali opposizioni, in corrosive contestazioni.

Non si sarebbe scavato forse un abisso, che sembra incolmabile, fra il pensiero moderno e la vecchia mentalità religiosa ed ecclesiale? Non si sarebbe assorbito nella cultura profana il tesoro di sapienza, di bontà, di socialità, il quale sembrava essere patrimonio caratteristico della religione cattolica, fino quasi a svuotarla e a privarla di tante sue ragioni d’essere, per travasare questo patrimonio nel costume laico e civile del nostro tempo?

V’è ancora bisogno che la Chiesa ci insegni ad amare i poveri, a riconoscere i diritti degli schiavi e degli uomini, a curare e ad assistere i sofferenti, a inventare gli alfabeti per popoli illetterati? Eccetera. Tutto questo, e pare assai meglio, lo fa il mondo profano da sé; la civiltà cammina con forze proprie. Eccetera. E allora non sono forse chiari i motivi dell’irreligiosità moderna, del laicismo geloso della propria emancipazione, dell’abbandono delle osservanze religiose da parte di popolazioni intere, del materialismo delle masse, insensibili ad ogni richiamo spirituale?”

***

Tra i pochi a notare queste parole fu PierPaolo Pasolini, che il 22 settembre 1974 le pose al centro di un suo articolo pubblicato da Il Corriere della Sera su la Chiesa e Paolo VI: “[…] egli ha infatti pronunciato un discorso che io non esiterei, con la solennità dovuta, a dichiarare storico. E non mi riferisco alla storia recente, o, meno ancora, all’attualità. Tanto è vero che quel discorso di Paolo VI non ha fatto nemmeno notizia, come si dice: ne ho letto nei giornali dei resoconti laconici ed evasivi, relegati in fondo alla pagina.

Dicendo che il recente discorsetto di Paolo VI è storico, intendo riferirmi all’intero corso della storia della Chiesa cattolica, cioè della storia umana (eurocentrica e culturocentrica, almeno). Paolo VI ha ammesso infatti esplicitamente che la Chiesa è stata superata dal mondo; che il ruolo della Chiesa è divenuto di colpo incerto e superfluo; che il Potere reale non ha più bisogno della Chiesa, e l’abbandona quindi a se stessa; che i problemi sociali vengono risolti all’interno di una società in cui la Chiesa non ha più prestigio; che non esiste più il problema dei ‘poveri’, cioè il problema principe della Chiesa ecc ecc.

Ho riassunto i concetti di Paolo VI con parole mie: cioè con parole che uso già da molto tempo per dire queste cose. Ma il senso del discorso di Paolo VI è proprio questo che ho qui riassunto: ed anche le parole non sono poi in conclusione molto diverse. […] In una prospettiva radicale, forse utopistica, o, è il caso di dirlo, millenaristica, è chiaro dunque ciò che la Chiesa dovrebbe fare per evitare una fine ingloriosa. Essa dovrebbe passare all’opposizione.

E, per passare all’opposizione, dovrebbe prima di tutto negare se stessa. Dovrebbe passare all’opposizione contro un potere che l’ha così cinicamente abbandonata, progettando, senza tante storie, di ridurla a puro folclore. Dovrebbe negare se stessa, per riconquistare i fedeli (o coloro che hanno un ‘nuovo’ bisogno di fede) che proprio per quello che essa è l’hanno abbandonata.

Riprendendo una lotta che è peraltro nelle sue tradizioni (la lotta del Papato contro l’Impero), ma non per la conquista del potere, la Chiesa potrebbe essere la guida, grandiosa ma non autoritaria, di tutti coloro che rifiutano (e parla un marxista, proprio in quanto marxista) il nuovo potere consumistico che è completamente irreligioso; totalitario; violento; falsamente tollerante, anzi, più repressivo che mai; corruttore; degradante (mai più di oggi ha avuto senso l’affermazione di Marx per cui il capitale trasforma la dignità umana in merce di scambio).

È questo rifiuto che potrebbe dunque simboleggiare la Chiesa: ritornando alle origini, cioè all’opposizione e alla rivolta. O fare questo o accettare un potere che non la vuole più: ossia suicidarsi”.

***

L’articolo di Pasolini, che al di là dei toni usati in questa circostanza non avrebbe nascosto una sua simpatia per Paolo VI, ebbe una fermissima risposta dall’Osservatore Romano. Lui stesso, rispondendo il 6 ottobre 1974 sempre da Il Corriere della Sera, riportò queste parole del quotidiano vaticano: “Non sappiamo donde il suddetto tragga tanta autorevolezza se non da qualche film di un enigmatico e riprovevole decadentismo, dall’abilità di uno scrivere corrosivo e da taluni atteggiamenti alquanto eccentrici”. Sul punto Pasolini eccepì soprattutto per l’idea che per scrivere occorra essere autorevoli, e non mossi dal bisogno di esprimersi. Ma due sono i punti culturalmente rilevanti.

***

Il primo è questo: “Mi ha sempre stupito, anzi, per la verità, profondamente indignato, l’interpretazione clericale della frase di Cristo: ‘Dà a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio’: interpretazione in cui si era concentrata tutta l’ipocrisia e l’aberrazione che hanno caratterizzato la Chiesa controriformistica. Si è fatta passare cioè – per quanto ciò possa sembrare mostruoso – come moderata, cinica e realistica una frase di Cristo che era, evidentemente, radicale, estremistica, perfettamente religiosa.

Cristo infatti non poteva in alcun modo voler dire: ‘Accontenta questo e quello, non cercar grane politiche, concilia la praticità della vita sociale e l’assolutezza di quella religiosa, dà un colpo al cerchio e uno alla botte ecc.’. Al contrario Cristo – in assoluta coerenza con tutta la sua predicazione – non poteva che voler dire: ‘Distingui nettamente tra Cesare e Dio; non confonderli; non farli coesistere qualunquisticamente con la scusa di poter servire meglio Dio’; ‘non conciliarli’: ricorda bene che il mio ‘e’ è disgiuntivo, crea due universi non comunicanti, o, se mai, contrastanti: insomma, lo ripeto, ‘inconciliabili’.

Cristo ponendo questa dicotomia estremistica, spinge e invita all’opposizione perenne a Cesare, anche se magari non-violenta”. Ecco che il suo invito a passare all’opposizione si capisce meglio.

***

Il vecchio tradimento, che si può attribuire alla cultura allora dominante, può essere visto anche oggi in quella che ora prevale. Ma c’è il secondo punto della sua replica di cui dar conto: “Fino a oggi la Chiesa è stata la Chiesa di un universo contadino, il quale ha tolto al cristianesimo il suo solo momento originale rispetto a tutte le altre religioni, cioè Cristo.

Nell’universo contadino Cristo è stato assimilato a uno dei mille adoni o delle mille proserpine esistenti: i quali ignoravano il tempo reale, cioè la storia. Il tempo degli dèi agricoli simili a Cristo era un tempo ‘sacro’ o ‘liturgico’ di cui valeva la ciclicità, l’eterno ritorno. Il tempo della loro nascita, della loro azione, della loro morte, della loro discesa agli inferi e della loro resurrezione, era un tempo paradigmatico, a cui periodicamente il tempo della vita, riattualizzandolo, si modellava.

Al contrario, Cristo ha accettato il tempo ‘unilineare’, cioè quella che noi chiamiamo storia. Egli ha rotto la struttura circolare delle vecchie religioni: e ha parlato di un fine, non di un ritorno”.

***

Sono due raccomandazioni che dicono molto oggi come allora e nella seconda io vedo un tema di fondo che riguarda la discussione sulla liturgia che c’è stata in Vaticano.

Ha scritto VaticanNews al riguardo di un messaggio di Francesco proprio sulla liturgia dal Policlinico Gemelli dove era ricoverato: “La liturgia deve sempre essere incarnata, inculturata poiché esprime la fede della Chiesa, tocca la vita del popolo di Dio e gli rivela la sua vera natura spirituale”.

Settimana News