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Pace, diritti, Costituzione: le parole d’ordine per festeggiare gli 80 anni della Repubblica

Pace, diritti, Costituzione: le parole d’ordine per festeggiare gli 80 anni della Repubblica

Adista
In occasione del 2 giugno, Festa della Repubblica che ripudia la guerra, Rete italiana Pace Disarmo e Sbilanciamoci! lanciano la proposta “La nostra Repubblica della Pace”, con l’idea di promuovere cento iniziative popolari – tra assemblee, manifestazioni, flash mob, volantinaggi, biciclettate, marce per la pace, letture della Costituzione e presidi nei territori – nei giorni precedenti l’80 anniversario della Repubblica italiana.
«Il 2 giugno 1946 gli italiani e per la prima volta le italiane votarono per eleggere l’Assemblea Costituente, che scrisse una delle Costituzioni più avanzate, sotto il profilo democratico, pacifista e sociale, del mondo», ricordano i promotori dell’iniziativa in una nota diramata il 20 aprile. «Contemporaneamente gli italiani e le italiane decisero di liberarsi, nel referendum istituzionale che si tenne lo stesso giorno, del Re e della monarchia dei Savoia, che avevano trascinato l’Italia in due guerre mondiali, in diverse spedizioni coloniali, nel fascismo e nella vergogna delle leggi razziali». In quel giorno, una grandissima partecipazione di popolo chiese a gran voce di voltare pagina: «Mai più sovrani autoritari, mai più fascismo, mai più guerre». Secondo Sbilanciamoci! e RiPD i costituenti hanno formulato la frase «l’Italia ripudia la guerra» con l’intento chiaro di segnare una svolta storica, indicando un prima («il ricorso alla guerra era subito dal popolo») e un dopo («la guerra doveva essere messa fuori dalla storia» della Repubblica nata dalla Resistenza).
Da allora sono passati 80 anni, nel corso dei quali i governi di tutti i colori che si sosno succeduti hanno tradito la Costituzione «trascinando l’Italia in guerre mascherate sotto il termine “umanitario” o di “pace”, giustificando le politiche di riarmo come necessarie alla sicurezza comune, impedendo che il diritto al lavoro, all’abitare, alla salute, all’istruzione potessero interamente realizzarsi nel solco di una reale giustizia ed eguaglianza sociale».
Sebbene calpestata, «la Costituzione è rimasta però come garanzia per i più deboli, come baluardo della democrazia e della partecipazione, come linfa vitale del conflitto e dell’emancipazione sociale, come baluardo di civiltà ad un mondo e a politiche sempre più piegate alla barbarie e all’autoritarismo». L’attaccamento del popolo italiano alla sua Carta lo ha dimostrato, recentemente, «la vittoria dei NO al referendum per mettere sotto il controllo dell’esecutivo la magistratura». La Costituzione resta, affermano le due organizzazioni, «un punto di riferimento irrinunciabile». In quell’occasione è stato determinante il contributo dei giovani, molti dei quali per la prima volta al voto, che le organizzazioni chiamano «generazione Gaza», che chiedono non di manomettere la Costituzione, bensì di attuarla alla lettera. «La Costituzione, come diceva Calamandrei è il nostro “programma politico”», spiegano RiPD e Sbilanciamoci!: «Il diritto al lavoro, e la sicurezza sul posto del lavoro, e il rifiuto della precarietà, la lotta alle diseguaglianze e alla povertà, la parità di genere, la tutela dell’ambiente e del paesaggio insieme al diritto all’istruzione, alla salute, alla casa, all’assistenza sociale, i diritti e l’accoglienza dei migranti sono i punti fondamentali su cui costruire un’economia diversa fondata sulla pace, la sostenibilità, i diritti».
Le organizzazioni firmatarie chiamano la società civile organizzata (gruppi, pacifisti, associazioni, sindacati, movimenti No Kings, ecc.) a celebrare questa importante ricorrenza «con iniziative popolari, organizzate dal basso e nei territori, evitando che la Festa della Repubblica sia ancora una volta “sequestrata” da parate militari e da interventi di quella classe politica che voleva, con il referendum, azzerarne uno dei valori fondanti: l’indipendenza della magistratura».

«Per salvare l’Occidente serve un nuovo universalismo»

Omri Boehm: «Per salvare l'Occidente serve un nuovo universalismo»

Il filosofo israelo-americano Omri Boehm / WikiCommons
Cosa significa, oggi, difendere l’idea di un’umanità condivisa in un mondo sempre più frammentato? L’universalismo è ancora un ideale praticabile, o è destinato a soccombere sotto il peso delle identità e delle appartenenze? E infine, come si fa a restare umani in un’epoca dominata dai conflitti identitari e dalla polarizzazione politica? Sono le domande da cui prende avvio il filosofo israelo-americano Omri Boehm, nipote di sopravvissuti alla Shoah, in Universalismo Radicale. Oltre l’identità (traduzione di Claudia Tatasciore, Marietti1820, pagine 160, euro 16,00), un saggio che propone una difesa rigorosa dell’idea illuminista di umanità contro quella che l’autore considera una deriva teorica e politica diffusa tanto a destra quanto a sinistra.
Bohem insegna alla New School di New York e da anni lavora su un tema più che mai attuale: come immaginare una convivenza tra israeliani e palestinesi oltre l’identità, oltre le appartenenze che diventano muri, oltre le narrazioni che paralizzano ogni possibilità politica. Il punto di partenza del suo libro è la constatazione che la democrazia liberale occidentale attraversa una crisi profonda. Boehm osserva come negli ultimi decenni il progetto universalista dell’Illuminismo sia stato progressivamente messo in discussione sia dalle critiche postmoderne sia dalle politiche identitarie. Propone quindi di recuperare ciò che definisce un “universalismo radicale”, capace di opporsi sia al nazionalismo identitario sia al relativismo culturale.
Nel suo libro lei sostiene un quadro etico universalista che va oltre i confini nazionali o religiosi. Come vede questa prospettiva applicata alle attuali tensioni politiche e sociali in Israele, in particolare riguardo ai dibattiti sulla democrazia, i diritti delle minoranze e il ruolo dello stato nella definizione dell’identità ebraica?
«Bisogna partire da una premessa semplice ma impegnativa: uno Stato che rivendica legittimità democratica non può arrogarsi il diritto di esprimere la sovranità di un unico gruppo etnico. La tensione in Israele oggi non è solo politica; è concettuale, o costituzionale. Riguarda il modo in cui la sovranità democratica viene intesa come espressione dell’identità di un gruppo etnico o come incarnazione di principi universali. Pensiamo a Lincoln: la democrazia è il governo del popolo, dal popolo, per il popolo – la domanda è, chi sono i popoli? I cittadini? O gli ebrei? Una prospettiva universalista insiste sul fatto che, costituzionalmente, lo stato deve appartenere ai cittadini in quanto tali. La dignità umana condiziona l’identità di gruppo, piuttosto che essere l’identità di gruppo a condizionare la dignità umana. A volte si sente dire che Israele è uno stato ebraico così come l’Italia è uno stato italiano. Questo è falso: l’Italia esprime la sovranità del popolo italiano, e gli ebrei italiani sono italiani – solo i razzisti lo negano. I palestinesi in Israele, anche se sono cittadini, non fanno parte del popolo ebraico. La crisi che vediamo oggi – la riforma giuridica e le guerre etniche che vediamo a Gaza e in Cisgiordania – riflettono tale questione etnica demografica».
Nel dibattito pubblico contemporaneo, la politica dell’identità è spesso al centro di grandi controversie. Lei sostiene che rischi di sostituire l’idea di umanità universale: qual è il pericolo principale di questo cambiamento? E quale potrebbe essere il modo più efficace per contrastarlo?
«Il rischio principale è che l’identità sostituisca l’universalità come l’orizzonte morale finale. Quando ciò accade, perdiamo l’idea che ci sia qualcosa che dobbiamo agli altri in quanto esseri umani, indipendentemente dalla loro appartenenza. E troppo spesso, questa o quella identità di vittime viene presentata come giustificazione per annientare l’umanità di un altro gruppo. Per contrastare tutto questo, dobbiamo ritornare ai principi che possono essere condivisi tra le identità. Non cancellando le differenze, ma insistendo sul fatto che la differenza non determina l’obbligo morale. Riconoscerlo è rivelato tutt’altro che ovvio, e farebbe la differenza».
Molti studiosi post-coloniali affermano che l’universalismo occidentale è stato storicamente uno strumento di dominio. È possibile difendere l’universalismo senza ignorare questa critica?
«No, è impossibile, poiché è una critica in molti casi giustificata. L’universalismo è stato spesso invocato in modo ipocrita per giustificare il dominio anziché l’uguaglianza e la dignità. Ma ciò non invalida l’universalismo; rivela piuttosto il mancato raggiungimento di ciò che ci si aspettava. La distinzione cruciale è tra il falso universalismo – che maschera gli interessi di coloro che pretendono di parlare in modo universale – e l’universalismo genuino, che è invece autocritico e aperto alla revisione».
Nel libro, lei usa la Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti come esempio di universalismo politico. Ritiene che questo tipo di linguaggio morale abbia ancora forza nel dibattito pubblico odierno?
«Sì. Il potere duraturo della Dichiarazione non risiede nella sua accuratezza storica, ma nella contraddizione tra le sue aspirazioni e la realtà. Essa proclama che “tutti gli uomini sono stati creati uguali” in una società che manifestamente lo negava, e che una legge che non protegge questo diritto può essere abolita. Le pratiche associate a questo modo di pensare – dal movimento abolizionista prima della Guerra Civile a Martin Luther King – devono essere ricordate nel fase di crisi che stiamo attraversando. Oggi, semmai, il pericolo è il cinismo – ovvero la convinzione che tale linguaggio sia semplicemente retorico e vuoto. Ma se lo abbandoniamo, e ignoriamo le risorse concettuali e storiche che fornisce, perdiamo una delle poche risorse capaci di dare fondamento a una critica che vada al di là del potere».
Il suo libro parte da Kant per difendere l’idea della dignità umana universale. In che modo il pensiero kantiano può ancora parlare alle democrazie contemporanee?
«Kant rimane essenziale perché articola una concezione della dignità che non dipende dall’identità, dallo status o dal riconoscimento. Per Kant, ogni persona ha un valore intrinseco che esige rispetto – questo non è concesso dalla società, ma la precede. Ciò dovrebbe porsi all’origine della legge. La dignità, del resto, è attribuita all’umanità perché è libera e capace di stabilire autonomamente le proprie leggi morali. Quello che Hannah Arendt ha una volta caratterizzato così: gli esseri umani non hanno il diritto di obbedire».
Perché studiosi come lei, o storici come Norman Finkelstein, Amos Goldberg, e molti altri, vengano continuamente zittiti o attaccati?
«La crescente polarizzazione del discorso pubblico impone che qualsiasi sfumatura venga percepita come un tradimento. Un altro aspetto è la difficoltà di sostenere posizioni universaliste in ambienti strutturati da identità e trauma storico. C’è l’idea che stare dalla parte dell’umanità sia una forma di comodo “equilibrismo”. Inoltre l’universalismo è destabilizzante. Esige che mettiamo in discussione le nostre stesse supposizioni e riconosciamo obblighi che potrebbero entrare in conflitto con le nostre lealtà. Non dovremmo quindi reagire ritirandoci, bensì difendendo lo spazio del pensiero critico. La filosofia, quando è al suo meglio, non dà conforto né certezze: le mette in discussione. Spesso, senza alcun motivo, ciò viene percepito come una minaccia».
Avvenire

Il papa e il sovrano. Sul saggio di Marcello Neri “Il destino di Pietro”

di: Andrea Grillo

destino-pietro

Di fronte all’ improvvisa accelerazione dello scontro tra le espressioni rozze della sovranità degli USA e le parole pacate di papa Leone, ho ripreso tra le mani il piccolo volume di Marcello Neri, Il destino di Pietro. Il papato dalla sovranità alla sinodalità, Youcanprint, Lecce, 2025.

Che cosa si trova in questo volumetto di sole 62 pagine, ma dal contenuto così prezioso? Si tratta di una meditazione, originata dal conclave del 2025, che riflette sul papato collocandolo nella storia degli ultimi 150 anni. Come una delle “tre cose bianche” (insieme alla Immacolata e alla Eucaristia) il papa è diventato, in questo ultimo secolo e mezzo, una sorta di “supersacramento” della Chiesa cattolica.

Lo studio di Marcello Neri identifica con limpida chiarezza come la storia degli ultimi due secoli, con le sue sorprendenti vicende, ha reso la Chiesa cattolica “l’unica istanza globale super partes” (3) nel panorama del mondo sempre più globalizzato e conflittuale. Questa funzione è il frutto paradossale di una grave perdita: con la fine della sovranità temporale (1870) inizia per il papato e per la Chiesa cattolica un “lento cammino di aggiustamento e di apprendimento” (3), che ha riflessi evidenti sia al suo esterno, sia al suo interno.

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Ma oggi, la situazione è nuova per il fatto che la Santa Sede si trova senza interlocutori istituzionali, in una solitudine nuova e per certi versi anche drammatica. Con la fine del Pontefice sovrano è iniziata una stagione, che evolve continuamente, in cui il papa cambia funzione e ruolo. Il papato diventa addirittura difensore (unico?) della democrazia, di fronte alle democrazie che si trasformano in autocrazie, negatrici delle identità personali, orientate a politiche di autodifesa, fino allo sterminio dell’altro.

Per esercitare questa funzione, tuttavia, il papato non è esposto soltanto “fuori di sé”, verso il mondo, ma anche “dentro di sé”, nella Chiesa per cui esiste. La domanda è: come si esercita la autorità verso il mondo e verso la Chiesa da parte del Vescovo di Roma?

Nella storia che va da Pio IX (che lascia il Quirinale) a Leone XIV (che viene insultato dal Presidente Trump) abbiamo visto il mutamento nel modo di esercitare la sovranità. Un capo di Stato ridotto ai minimi termini si trasforma in un Vescovo di Roma che nega di essere un politico. Tra Pio IX e Leone XIV, quasi a mezza strada, troviamo le parole, singolarmente sincere e forti, con cui Paolo VI, nel 1965, si confessa di fronte alla Assemblea dell’ONU e dice:

Voi avete davanti un uomo come voi; egli è vostro fratello, e fra voi, rappresentanti di Stati sovrani, uno dei più piccoli, rivestito lui pure, se così vi piace considerarci, d’una minuscola, quasi simbolica sovranità temporale, quanta gli basta per essere libero di esercitare la sua missione spirituale, e per assicurare chiunque tratta con lui, che egli è indipendente da ogni sovranità di questo mondo. Egli non ha alcuna potenza temporale, né alcuna ambizione di competere con voi; non abbiamo infatti alcuna cosa da chiedere, nessuna questione da sollevare; se mai un desiderio da esprimere e un permesso da chiedere, quello di potervi servire in ciò che a Noi è dato di fare, con disinteresse, con umiltà e amore (34).

Nella traiettoria che congiunge Pio IX a Leone XIV ci sono tutti i toni possibili di autoriflessione del papato e del cattolicesimo. La descrizione che troviamo nel libro è davvero notevole. Si passa dalla “resistenza sovrana” che trova nella forma del dogma, del codice e della festa liturgica di Cristo Re un crescendo impressionante e arriva, con questa postura, fino alla fine degli anni 50.

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Anzitutto si reagisce, a caldo, col Vaticano I, attraverso la giurisdizione immediata e diretta e attraverso la dogmatizzazione della infallibilità papale. Una “nuova sovranità universale” (11), senza territorio, nasce dalla intersezione di queste due qualità del Pontefice. Ma poi la codificazione del diritto canonico (1917) e la istituzione della festa di Cristo Re (1925) segnano un cinquantennio in cui “la sovranità regale di Cristo funziona da reazione cattolica all’affrancamento del potere secolare dalla giurisdizione del potere temporale della Chiesa” (14).

Questo è il tempo in cui l’aggettivo “clericale” viene vissuto come un vanto contro il laicismo. Ma questo assetto, che arriva fino al progetto di Enciclica di Pio XII, che nel 1958 avrebbe dovuto vedere col titolo, perfettamente coerente, di “Cultum Regi Regum”, ha introdotto una nuova rigidità, in cui il Vangelo è totalmente assorbito dalla istituzione. “La totale istituzionalizzazione della comunità convocata diventa ‘perversione del Vangelo’” (21).

Dopo questo primo capitolo (Potere e sovranità) il libretto si sofferma, nel cap II su una esegesi del libro degli Atti (Il destino di Pietro: “a loro come a noi”) in cui appare il compito di uscire da una fissazione su giurisdizione e infallibilità che, ancora alla fine degli anni 90, tendeva ad estendesi alla “irreformabilità” di tutto il magistero ordinario.

Ma nella Scrittura si scopre che Pietro non è titolare solo di una “sovranità esclusiva”, ma di un ministero della “inclusione”. Per lui non vale soltanto un “solo a lui”, ma anche un “a loro come a noi”. In altre parole, livello istituito e livello istituente della tradizione debbono restare aperti. La chiusura del secolo breve dal 1870 al 1958 si deve aprire alla storia, anche grazie a nuove ermeneutiche della Scrittura, della Liturgia, della Chiesa e del Mondo.

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Il cammino Oltre la sovranità (capitolo terzo) passa attraverso una revisione della lettura “sovrana” del papato, “che sposta l’asse della configurazione ecclesiale dalle frasi istituite alle pratiche istituenti” (33). La resistenza del modello di “cristianità”, nonostante il Concilio Vaticano II, perdura almeno fino a Benedetto XVI, sul cui corpo, tuttavia, nel momento storico in cui si ritira dal ministero, viene iscritta a lettere di fuoco anche la fine del modello tardo-moderno, inaugurato dal Vaticano I e che ha resistito fino alla pratica (priva di teoria) di un papa che prende congedo non solo dal proprio ministero, ma da una forma storica del papato: “con esso si attesta anche la inadeguatezza del tema della sovranità giurisdizionale a fondamento della attuazione complessiva della istituzione ecclesiale cattolica” (37).

Il “cambiamento d’epoca” che sarà verbalizzato solo da Francesco dice, nella continuità dei papi, una discontinuità strutturale. Così, nel capitolo quarto (La forza delle pratiche) si scopre come la pratica del papato di Francesco sia proprio l’inizio di un nuovo rapporto della Chiesa con la storia, come luogo comune di apprendimento della propria missione. La chiesa non può restare “all’interno del perimetro politico-teologico della sovranità” (43). La Chiesa “in uscita” significa un altro modello di esercizio del potere.

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Con Sinodalità (quinto capitolo) inizia una riconfigurazione pratica dell’esercizio della autorità. Ma il travaglio di questa trasformazione, di cui il Vaticano II aveva dato il presentimento a tutta la Chiesa, diventa una occasione duplice: da un lato per la autocoscienza ecclesiale, ma dall’altro per la vita del mondo. “La forza della sinodalità sta nell’essere una prassi e non una struttura istituzionale” (53).

Essa però è anche una occasione per capire, diremmo laicamente, che cosa significa democrazia. La crisi della democrazia, che vediamo in modo lampante negli ultimi anni, può scoprire che una revisione del cattolicesimo, che sappia uscire dal paradigma sovrano, può diventare un contributo davvero comune, com-munis. Una Chiesa cattolica che, nella “carovana sinodale”, riscopra il valore costituente di una “scorporazione del potere” rielabora con fervida immaginazione la propria figura nel contesto di una crisi che potremmo dire “costituzionale”.

“L’invenzione democratica…consiste…nell’aver sciolto il legame che univa il potere a un corpo (del re, del tiranno, di un attore politico, di un gruppo sociale” (55). La Chiesa cattolica, come “Corpo di Cristo”, può liberare sinodalmente, allo stesso tempo se stessa e il mondo, dal paradigma della sovranità, riconsegnandosi al gioco istituente del Vangelo.

Configurare così un papa “che governa sinodalmente, stringe alleanze e intercede per il mondo senza distinzioni di appartenenza, significa dischiudere la storia umana al Regno che verrà e non ampliare lo spazio occupato dalla sovranità della Chiesa cattolica” (61).

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Quanto questa lettura possa gettare nuova luce sulle vicende che i cattolici vivono in questi giorni, mi pare non solo di grande conforto, ma quasi un segno dei tempi.

E intravvedere nel Presidente degli Stati Uniti, nel capo di una nazione molto giovane, un modello tanto vecchio di esercizio della sovranità assoluta e nella figura di papa Leone XIV, che pure proviene dal medesimo stato, l’aurora di una nuova forma della democrazia e di governo “comune”, può essere un non piccolo guadagno che il volume assicura al lettore.

Trump incarna oggi l’assolutismo del “solo a lui”, Leone la inclusione del “a loro come a noi”. Anche le immagini, oltre che le parole, ripetono questo conflitto tra modelli nella concezione delle istituzioni. Curioso paradosso della “poikilìa” (complessità) del reale, di cui erano espertissimi i giuristi e i teologi antichi, un po’ meno i canonisti e i dogmatici contemporanei.

settimananews.it

Suona l’organo per 78 anni e 10mila Messe nella stessa parrocchia. Ora il ritiro

di Andrea Galli in Avvenire
Lo straordinario servizio reso alla sua comunità nella diocesi di Lincoln, in Nebraska (Usa) da Regina Colbert. Il parroco: « Non ci sono molte parole per esprimere la nostra gratitudine per questo dono»
Suona l'organo per 78 anni e 10mila Messe nella stessa parrocchia. Ora il ritiro
«Mentre tutti gli altri si inginocchiavano e pregavano, io pregavo attraverso la mia musica», dice Regina Colbert, con i suoi 94 anni ottimamente portati. Per 78 anni, a partire dal 1948, è stata l’organista della parrocchia di St. Patrick a Manley, nella contea di Cass, nel Nebraska (Usa). Lo scorso 17 marzo, festa di san Patrizio e quindi della parrocchia, si è ufficialmente ritirata dal prezioso incarico che ha svolto, nella stessa comunità, per oltre tre quarti di secolo. Ha suonato l’organo in circa 10.000 Messe, con una media di due Messe e mezzo alla settimana.
«La musica è una parte vitale ed essenziale della liturgia», ha detto padre Jason Doher, il parroco, durante l’omaggio a Regina, con una torta e una targa a lei dedicata. «Il fatto che lei abbia dedicato il suo tempo per così tanti anni al servizio della Chiesa è assolutamente straordinario. Non ci sono molte parole per esprimere la nostra gratitudine per un dono così incredibile».
«Mio padre era un agricoltore – ha raccontato Regina al settimanale della diocesi di Lincoln – e, naturalmente, vivevamo in una fattoria. Un anno papà ebbe un buon raccolto e volle fare un regalo alla chiesa, così decise di donare un organo. Io avevo già preso qualche lezione di pianoforte. A quei tempi, quasi tutti i ragazzi prendevano lezioni di pianoforte, ma suonare l’organo era diverso e richiedeva lezioni aggiuntive». Solo che nel villaggio e nei dintorni non c’erano insegnanti, per cui Regina dovette rivolgersi al negozio di Omaha dove aveva acquistato l’organo. E, non potendo i suoi genitori accompagnarla regolarmente a Omaha, a una trentina di chilometri da casa, Regina andava a lezione facendosi dare un passaggio dal postino, che passava di lì ogni giorno con il suo pick-up.
Regina è madre di quattro figli, nonna di sette nipoti e bisnonna di quattro. Sua madre è morta all’età di 101 anni e anche lei sembra ben avviata a raggiungere il secolo di vita. Ha attraversato otto pontificati e una riforma liturgica della Chiesa universale, con i relativi cambiamenti musicali e di repertorio. Alcuni canti, però, dice, l’hanno accompagnata per tutti i 78 anni di attività, tra cui il bellissimo “Holy God We Praise Thy Name”, sulla celebre musica del sacerdote tedesco e compositore Ignaz Franz (1719-1790).

La pedagogia materna di san Francesco. Il santo di Assisi appare un modello per il presente anche sotto il profilo educativo, con il suo stile basato sull’esempio

di Elena Beccalli – Avvenire
La pedagogia materna di san Francesco
Anticipiamo in queste colonne il contributo di Elena Beccalli, rettore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, pubblicato all’interno del volume di Vita e Pensiero La semplicità del Vangelo. San Francesco: l’uomo totalmente riconciliato, a cura di Maddalena Colli, Barbara Pandolfi, Carmine Giovanni Ferrara (pagine 216, euro 20,00). Il volume, pubblicato nell’ottavo centenario della morte di san Francesco, si articola in due parti. La prima ripropone gli articoli apparsi su “Fiamma Viva” dell’ottobre 1926, con contributi di figure rilevanti del panorama ecclesiale, come Agostino Gemelli, Armida Barelli, Giulio Salvadori, Saverio Ritter, Maria Sticco, dedicati all’attualità del messaggio francescano. La seconda raccoglie riflessioni contemporanee che rileggono quei testi, approfondendo la spiritualità di Francesco e il ruolo di Armida Barelli. Il volume sarà presentato nella sede milanese dell’Università Cattolica l’11 maggio.
San Francesco è una figura educativa straordinaria, innovativa per i suoi tempi e tuttora moderna. Non è il classico abate medievale che governa dall’alto con autorità, ma il promotore di una modalità inedita di declinare la relazione tra maestro e allievo. Si potrebbe dire che la pedagogia di Francesco è orizzontale, materna, fondata sulla coerenza. Una pedagogia il cui nucleo originario risiede nella fraternità, intesa come spazio generativo di relazioni, all’interno del quale si delinea il ruolo del Santo come educatore, interpretato in maniera così originale da consentire di parlare di un vero e proprio stile educativo di Francesco. Uno stile che – inteso come sintesi di visione antropologica, metodo formativo e finalità etica – prende forma e si realizza nelle comunità dei frati. E che continua a manifestarsi tutt’oggi.
Infatti, pur nella distanza storica e istituzionale, emerge una profonda sintonia tra l’ispirazione francescana e il progetto educativo dell’Università Cattolica del Sacro Cuore. Si intravede un percorso di trasmissione, reinterpretazione e attualizzazione dell’ethos francescano in un’istituzione accademica contemporanea com’è l’Ateneo dei cattolici italiani. Una sintonia di fondo che, in ultima istanza, rappresenta una fonte importante per procedere sulla strada dell’articolato – ma necessario – ripensamento dei paradigmi interpretativi della nostra epoca. Lo stile educativo di Francesco a mio avviso è connotato da alcuni tratti distintivi, che articolerei nel primato dell’esempio, nell’autorità come maternità, nella cura della persona, nell’educazione alla libertà e nella santa semplicità.
Innanzitutto, il primato dell’esempio: prima fare, poi insegnare. È questa la regola d’oro della pedagogia francescana, poiché il Santo di Assisi non chiede mai ai suoi frati qualcosa che lui non abbia già fatto o non stia facendo. I frati imparano non tanto ascoltando lezioni teoriche, ma osservando il suo agire nella pratica quotidiana. È la regola della coerenza: se predichi la povertà, indossa la tonaca più logora. In tale prospettiva, secondo san Francesco, un educatore che non vive ciò che dice è un impostore.
In secondo luogo, l’autorità come maternità. Francesco rifiuta i titoli di potere come priore (dal latino prior, “il primo, colui che sta davanti”). Al contrario vuole che i superiori si chiamino ministri (dal latino minister, ovvero servo) e guardiani. È lo stesso Francesco a indicarlo chiaramente nelle sue Lettere e nella Regola, in cui spiega che ogni frate deve amare e nutrire il suo fratello spirituale «come la madre ama e nutre il suo figlio carnale». L’autorità dell’educatore è pertanto da intendersi in una logica di maternità.
In terzo luogo, cura della persona. Francesco possiede un dono carismatico nel capire chi ha davanti. Non educa tutti allo stesso modo secondo uno schema indistinto e uniforme, ma cerca di modulare il suo approccio alla persona che ha di fronte. Sono tanti gli episodi che si possono ricordare. Con gli ipocriti è durissimo: con “frate mosca” – un appellativo simbolico per indicare colui che evitava il lavoro e cercava il beneficio altrui – usa parole taglienti per scuoterne la coscienza e smascherarne l’inganno. Con i fragili è dolcissimo: con chi pecca per debolezza o tentazione (e non per superbia), mostra una compassione infinita. Celebre è il caso dei frati che avevano cacciato malamente dei briganti: Francesco non solo li rimprovera, ma li manda a rincorrere coloro che avevano rifiutato per chiedere scusa e offrire loro accoglienza, insegnando che nessuno è irrecuperabile.
In quarto luogo, educare alla libertà contro l’individualismo. Sembra un paradosso, ma Francesco educa alla libertà contrastando ogni forma di esaltazione del proprio io. Il suo obiettivo è liberare il frate dall’egocentrismo, dalla pretesa di avere ragione, dalla singolarità. Una volta che il frate smette di difendere il proprio orgoglio o le proprie posizioni ostinate e inflessibili, diventa veramente libero e capace di gioia perfetta. La missione educativa per Francesco è dunque orientata a formare uomini liberi, non rigidi esecutori di norme.
In quinto luogo, la santa semplicità, ossia l’anti-intellettualismo pedagogico. Francesco teme che i frati diventino intellettuali chiusi in astratte elaborazioni teoriche. Lui vuole invece che i frati rimangano semplici (sine plica, senza pieghe). La sua pedagogia punta cioè all’essenziale. Questo tratto, come avverte padre Gemelli, non deve far cadere nell’equivoco di pensare che «san Francesco non amò lo studio e non mandò a scuola i suoi frati», piuttosto egli «amò e patrocinò gli studi» come ben evidenzia il cappuccino padre Ilarino Felder. Purtuttavia, lo studio non deve essere il fine, quanto invece il mezzo per il raggiungimento della verità.
In sintesi, nel delineare la figura di Francesco educatore, emerge l’immagine di una madre che non indulge nel viziare i figli. Accoglie, perdona le fragilità, si fa vicina nella debolezza e non permette l’autoinganno né il senso di superiorità. Educa pertanto a una fede matura. È un’impostazione che può apparire del tutto inattuale e, invece, richiama una visione a fondamento della missione educativa da riscoprire e coltivare.
Una visione che affonda in radici antiche. Il concetto francescano di educazione in chiave materna rimanda alla maieutica socratica, secondo cui la verità non viene trasmessa dal maestro al discepolo, ma è già latente in quest’ultimo e, come nel gesto della levatrice evocata da Socrate, deve essere “messa al mondo” con l’esempio e il dialogo. In tale orizzonte, papa Leone XIV, nella lettera apostolica Disegnare nuove mappe di speranza, facendo riferimento all’Apologia di Socrate di Platone, afferma che per far fiorire l’essere è indispensabile prendersi cura dell’anima. E aggiunge: «Educare è un compito d’amore che si tramanda di generazione in generazione, ricucendo il tessuto lacerato delle relazioni». Un approccio basato sulla maieutica dell’esperienza, cioè sull’educazione come evento relazionale, in cui la persona è protagonista di un incontro che dischiude alla realtà. Un genuino atto educativo si sottrae, pertanto, a ogni riduzionismo istruttivo, specie se ha come obiettivo quello di aiutare il discepolo a «conquistare» la sua libertà.
Il significato dello stile educativo di Francesco si può cogliere appieno solo collocandolo nell’alveo della fraternità. Lo spiega bene un episodio della vita del Santo. Alla domanda «chi è il frate minore?», Francesco risponde che il frate minore, in quanto figura ideale, non esiste poiché la minorità non è una qualità individuale, bensì una realtà relazionale e comunitaria. Il frate minore non si definisce per opposizione o superiorità rispetto agli altri, non emerge come individuo esemplare o modello da imitare, ma si delinea nello spazio delle relazioni fraterne. È chiaramente evidente l’assonanza con l’idea moderna di comunità educante, in cui tutte le componenti – maestri e allievi – contribuiscono al processo educativo che è sempre l’esito di un’alleanza tra generazioni. Non si tratta di confondere i ruoli, ma di affiancare al sapere trasmesso dai maestri la consapevolezza che gli allievi operano come veri e propri anticipatori culturali.