Ecumenismo, a Bari il primo Simposio delle Chiese in Italia

2026.01.07 Foto evento Bari

Cento delegati di diverse confessioni cristiane si incontreranno a Bari il 23 ed il 24 gennaio prossimi per individuare i cammini che, nei prossimi due anni, le rispettive comunità saranno invitate a percorrere. Secondo gli organizzatori, sarà un incontro nel quale ci si confronterà sull’ecumenismo come grammatica di pace, come dono per lo spazio pubblico, come cura della spiritualità e come sapienza delle differenze.
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Il 23 ed il 24 gennaio prossimi Bari ospiterà il primo Simposio delle Chiese cristiane in Italia. Cento delegati di diverse confessioni — cattolica, anglicana, evangelica, ortodossa e protestante — si riuniranno per individuare i cammini che, nei prossimi due anni, percorreranno sia al proprio interno che nelle relazioni reciproche sui territori, a servizio del bene comune e della coesione sociale.

Clima fraterno
“In un clima di fraternità —si legge nel comunicato diffuso dalla Conferenza episcopale italiana — i responsabili e i delegati delle Chiese cristiane rifletteranno sul tema della Via italiana del dialogo, confrontandosi sull’ecumenismo come grammatica di pace, come dono per lo spazio pubblico, come cura della spiritualità e come sapienza delle differenze”.

Dialogo via per la apce
Monsignor Derio Olivero, Vescovo di Pinerolo e presidente della Commissione episcopale per l’ecumenismo e il dialogo, in merito a questo evento spiega che “il nostro tempo, segnato da una forte conflittualità e dalla violenza, chiede ai cristiani un rinnovato impegno per promuovere una cultura di pace. Si tratta di una responsabilità a cui non possiamo sottrarci: vogliamo dare un contributo significativo, non mettendo da parte la nostra identità, ma sviluppandone fino in fondo ogni possibile declinazione” . Il professor Daniele Garrone, presidente della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, sottolinea del resto come l’incontro rappresenti “un nuovo importante sviluppo del cammino che abbiamo intrapreso da tre anni a questa parte”. E ancora osserva Dionisio Papavasileiou, vescovo di Kotyeonn “la Chiesa ortodossa intende contribuire alla coesione sociale, al dialogo responsabile e alla promozione della dignità della persona umana” in un contesto segnato da “sfide sociali, culturali e spirituali”. Il simposio di Bari, ha aggiunto, «rappresenta un’importante occasione di incontro e di riflessione comune».

Coinvolgere le comunità locali
L’appuntamento di Bari prevede delle sessioni aperte a tutti, così da coinvolgere le comunità locali e quanti sono interessati al tema. Il 23 gennaio, alle 18, nella Chiesa Maria Assunta e San Sabino, si terrà l’apertura con i saluti istituzionali e l’introduzione, a cui seguirà alle 21, nella Basilica di San Nicola, un concerto meditazione a cura della Fondazione “Frammenti di luce”. Il 24 gennaio, dalle 8.15 alle 8.45, ciascuna confessione proporrà la preghiera secondo la propria tradizione in un luogo significativo della città (Centro pastorale ortodosso romeno Santissima Trinità; Chiesa Cristiana Evangelica Battista; parrocchia San Ferdinando). Alle 17, nella Cattedrale, è prevista la conclusione del Simposio e alle 18.30 nella Basilica di San Nicola la Celebrazione ecumenica nazionale della Parola. 

Leone XIV: il Concistoro è una comunità di fede, non un team di esperti

Leone XIV celebra la messa all'Altare della Cattedra

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Questa mattina, nella Basilica Vaticana, la Messa del Papa concelebrata dai cardinali prima della ripresa dei lavori: è un “momento di grazia” da vivere “con cuore umile e generoso” al servizio della Chiesa. L’umanità è “affamata di bene e di pace”, occorre aiutarsi reciprocamente perché a nessuno manchi il necessario
Lorena Leonardi – Città del Vaticano

“Non siamo qui a promuovere ‘agende’ – personali o di gruppo –, ma ad affidare i nostri progetti e le nostre ispirazioni al vaglio di un discernimento che ci supera ‘quanto il cielo sovrasta la terra’ e che può venire solo dal Signore”.

Sono parole pronunciate da Leone XIV stamani, giovedì 8 gennaio, all’Altare della Cattedra della Basilica di San Pietro, alla messa celebrata con i cardinali riuniti in Concistoro straordinario. Il Papa prende la parola esortando all’amore reciproco, specialmente in un “momento di grazia in cui si esprime il nostro essere uniti al servizio della Chiesa”, ovvero il Concistoro – il primo del pontificato – apertosi ieri nel pomeriggio nell’Aula del Sinodo, i cui lavori si concluderanno oggi alle 19. Due giorni di preghiera, condivisione e riflessione, all’insegna della fraternità e della comunione, per i membri presenti del Collegio cardinalizio.

L’omelia del Pontefice si apre con una osservazione etimologica, a partire da “consistorium”, latino per “assemblea”, letto alla luce della radice del verbo “consistere”, cioè “fermarsi”. “In effetti tutti noi ci siamo ‘fermati’ per essere qui”, riflette, sospendendo per un certo tempo le attività e rinunciando a impegni anche importanti, “per ritrovarci insieme a discernere ciò che il Signore ci chiede per il bene del suo Popolo”. Qualcosa che è già in sé, sottolinea, “un gesto molto significativo, profetico, particolarmente nel contesto della società frenetica in cui viviamo”.

Ricorda infatti l’importanza, in ogni percorso di vita, di sostare, per pregare, ascoltare, riflettere e così tornare a focalizzare sempre meglio lo sguardo sulla meta, indirizzando ad essa ogni sforzo e risorsa, per non rischiare di correre alla cieca o di battere l’aria invano, come ammonisce l’apostolo Paolo.

Riuniti come comunità di fede per ascoltare la voce del Signore
L’invito, dunque, a porre ogni “desiderio e pensiero sull’Altare”, assieme al dono della vita, per “riaverlo purificato, illuminato, fuso e trasformato” in “un unico Pane”: solo così, spiega Leone XIV, “sapremo davvero ascoltare la sua voce, accogliendola nel dono che siamo gli uni per gli altri: motivo per cui ci siamo riuniti”.

Il nostro Collegio, pur ricco di tante competenze e doti notevoli, non è chiamato ad essere, in primo luogo, un team di esperti, ma una comunità di fede, in cui i doni che ciascuno porta, offerti al Signore e da Lui restituiti, producano, secondo la sua Provvidenza, il massimo frutto.

Accortezza e coraggio
Del resto, rimarca il Papa, l’Amore di Dio “di cui siamo discepoli e apostoli” è “trinitario”, “relazionale”, fonte di una “spiritualità di comunione”. Ecco che il “fermarsi” è, prosegue, anzitutto “un grande atto d’amore” – a Dio, alla Chiesa e agli uomini e alle donne di tutto il mondo –, con cui lasciarsi “plasmare” dallo Spirito: “nella preghiera e nel silenzio” prima di tutto, ma poi anche nel “guardarci in volto, nell’ascoltarci a vicenda e nel farci voce”, mediante la condivisione, di quanti, nelle più svariate parti del mondo, sono affidati “alla nostra sollecitudine di Pastori”.

Un atto da vivere con cuore umile e generoso, nella consapevolezza che è per grazia che siamo qui, e che non c’è nulla, di ciò che portiamo, che non abbiamo ricevuto, come dono e talento da non lasciar andare sprecato, ma da investire con accortezza e coraggio.

La poliedrica bellezza della Chiesa
Leone XIV cita San Leone Magno ed esorta a lavorare insieme con lo spirito di chi desidera che “nel Corpo mistico di Cristo ogni membro cooperi ordinatamente al bene di tutti”, svolgendo con dignità e in pienezza “il suo ministero sotto la guida dello Spirito, felice di offrire e veder maturare i frutti del proprio lavoro”, e quelli dell’opera altrui. Un mistero, questo, che la Chiesa incarna da due millenni nella sua “poliedrica bellezza”.

Questa stessa assemblea ne è testimonianza, nella varietà delle provenienze e delle età e nell’unità di grazia e di fede che ci raccoglie e affratella.

L’umanità è affamata di bene e di pace
E, ammette il Papa, possiamo sentirci, “come i discepoli”, “inadeguati e privi di mezzi”, davanti alla “grande folla” di una umanità “affamata di bene e di pace”, in un mondo in cui “sazietà e fame, abbondanza e miseria, lotta per la sopravvivenza e disperato vuoto esistenziale” continuano a “dividere e ferire le persone, le nazioni e le comunità”.

Non sempre riusciremo a trovare soluzioni immediate ai problemi che dobbiamo affrontare. Sempre, però, in ogni luogo e circostanza, potremo aiutarci reciprocamente – e in particolare aiutare il Papa – a trovare i “cinque pani e due pesci” che la Provvidenza non fa mai mancare là dove i suoi figli chiedono aiuto; e ad accoglierli, consegnarli, riceverli e distribuirli, arricchiti della benedizione di Dio e della fede e dell’amore di tutti, così che a nessuno manchi il necessario.

Una responsabilità grave e onerosa
Rivolgendosi ai cardinali, il Pontefice definisce il loro servizio “qualcosa di grande e di estremamente personale e profondo, unico per ciascuno e prezioso per tutti” e la responsabilità condivisa con il Successore di Pietro “grave e onerosa”. Infine, dal Papa il ringraziamento ai porporati e l’affidamento dei lavori al Signore, richiamando le Confessioni di Sant’Agostino: “Da’ ciò che comandi e comanda ciò che vuoi”.

Lettura e Vangelo del giorno 8 Gennaio 2026

Letture del Giorno
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
1Gv 4,7-10

Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui.
In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,34-44

In quel tempo, sceso dalla barca, Gesù vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.
Essendosi ormai fatto tardi, gli si avvicinarono i suoi discepoli dicendo: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congedali, in modo che, andando per le campagne e i villaggi dei dintorni, possano comprarsi da mangiare». Ma egli rispose loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Gli dissero: «Dobbiamo andare a comprare duecento denari di pane e dare loro da mangiare?». Ma egli disse loro: «Quanti pani avete? Andate a vedere». Si informarono e dissero: «Cinque, e due pesci».
E ordinò loro di farli sedere tutti, a gruppi, sull’erba verde. E sedettero, a gruppi di cento e di cinquanta. Prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li dava ai suoi discepoli perché li distribuissero a loro; e divise i due pesci fra tutti.
Tutti mangiarono a sazietà, e dei pezzi di pane portarono via dodici ceste piene e quanto restava dei pesci. Quelli che avevano mangiato i pani erano cinquemila uomini.

Il vulcano che “inventò” il freddo: l’eruzione che cambiò il clima all’insaputa del mondo

Incisione dell’isola prima dell’eruzione. L’eruzione vulcanica del Krakatoa nello stretto della Sonda, a metà strada tra Giava e Sumatra.

Nel cuore di Lombok, un’isola a est dell’Indonesia, un lago occupa oggi ciò che un tempo era la cima di una montagna. Il Segara Anak – il lago in questione – si apre come una ferita circolare colma di acque cristalline sulla cima della montagna: un paesaggio naturale che è difficile immaginare come l’antica sommità del vulcano Samalas, responsabile di una delle eruzioni più violente della storia, avvenuta circa otto secoli fa.

Per molto tempo quel grande vulcano passò inosservato, confuso con il complesso del monte Rinjani, finché la scienza non rivelò che il cratere su cui oggi si estende quella laguna paradisiaca era in realtà la traccia di una delle maggiori eruzioni degli ultimi mille anni: un’esplosione di proporzioni tali da alterare il clima del pianeta nel XIII secolo.

L’anno senza estate
Le cronache medievali descrivono il 1257 come un anno anomalo: raccolti distrutti, cieli del colore della cenere e un inverno insolitamente lungo. In Inghilterra sarebbe stato ricordato come «l’anno senza estate», secoli prima che l’espressione diventasse celebre per un’altra eruzione vulcanica.

I fenomeni insoliti descritti dalle fonti medievali non furono circoscritti al Vecchio continente. Dal Medio Oriente al Mediterraneo, cronache cristiane e musulmane raccontano di un sole malato, incapace di riscaldare la terra, di cieli coperti da una foschia persistente e di campagne sterili, con un profondo peggioramento delle condizioni di vita di numerose comunità.

In Asia le conseguenze furono ancora più gravi: il freddo estremo e la siccità arrivarono a interrompere le grandi rotte commerciali, innescando il collasso economico e sociale di intere regioni. Alcuni storici hanno ipotizzato che quel brusco raffreddamento possa aver contribuito alla frammentazione di diversi imperi, indebolendo in particolare il mondo mongolo, che in quel periodo – sotto il governo di Hulagu, nipote di Gengis Khan – era già attraversato da tensioni interne e crescenti pressioni ai confini.

Senza esserne consapevoli, le cronache di tutte quelle società descrivevano gli effetti di un medesimo evento: l’eruzione di un vulcano situato su un’isola remota, di cui ignoravano il nome e l’ubicazione.

Il fantasma del Samalas emerge
Il mistero cominciò a chiarirsi poco più di un decennio fa, quando un’équipe franco-indonesiana analizzò le ceneri dell’area del monte Rinjani e verificò che la composizione isotopica e geochimica dei frammenti di vetro vulcanico coincideva con quella delle microparticelle intrappolate nei ghiacci polari. Questa corrispondenza permise di collegare direttamente l’eruzione ai picchi di solfati registrati in Groenlandia e in Antartide.

Tali picchi di solfati costituivano la traccia chimica dei gas solforosi liberati da una grande eruzione: una volta raggiunta la stratosfera, il biossido di zolfo si era trasformato in un aerosol capace di riflettere parte della radiazione solare. Con il tempo, queste particelle sono ricadute sulla superficie, restando intrappolate negli strati annuali dei ghiacci e lasciando testimonianza di un breve ma intenso «inverno vulcanico». Fu così che riemerse un nome dimenticato: Samalas, il vulcano che esplose con tale violenza da far scomparire la propria cima, lasciando come unica traccia un immenso cratere, oggi pieno d’acqua, e un cambiamento climatico di portata globale.

Nel momento stesso in cui la scienza iniziava a cercare risposte, parlò anche la memoria dell’isola. L’ipotesi di un grande vulcano nascosto trovò infatti conferma in una testimonianza inattesa: la Babad Lombok, un antico manoscritto giavanese che racconta la storia della civiltà dell’isola e che, in modo sorprendente, descrive una montagna che vomitava fuoco, seppellisce villaggi – tra cui la capitale del regno – e fa precipitare il mondo in una lunga oscurità.

All’improvviso, un testo che per secoli era stato letto come un mito si rivelava l’unica testimonianza di un disastro reale.

L’inverno che colpì mezzo mondo
L’impatto del Samalas fu particolarmente rilevante per il grande continente eurasiatico. In Europa il freddo estremo decimò il bestiame, congelò i fiumi e provocò gravi carestie; in Asia, invece, i cronisti registrarono monsoni irregolari, siccità e migrazioni di massa. Quella nube di aerosol raffreddò l’emisfero settentrionale per due lunghi anni, colpendo società che dipendevano interamente da cicli agricoli prevedibili.

Tuttavia, l’aspetto più affascinante di questa storia risiede nella capacità del pianeta di nascondere un evento di tale violenza e un impatto ecologico di tale portata. Quel vulcano, la cui eruzione aveva immerso il mondo in un cupo inverno, scomparve dalla faccia della Terra – fisicamente e dalla memoria umana – per oltre otto secoli.

Per fortuna, la scrittura possiede spesso un modo inatteso di conservare la verità: la custodisce e, talvolta, la trasforma in qualcosa di magico. In questo caso il mito non era un mito, ma realtà. Le popolazioni che assistettero a quel disastro lasciarono racconti che la posterità relegò nel regno delle leggende; storie che coloro che non videro l’eruzione – ma subirono anni di freddo, raccolti distrutti e cieli opachi – riuscirono appena a immaginare. Solo la convergenza tra geologia, climatologia e tradizione letteraria ha permesso di ricostruire un evento capace di trasformare il XIII secolo, pur avendo lasciato pochissime tracce materiali.
National Geographic

Il 2026 sarà un altro anno d’oro per l’industria delle armi

Il 2026 sarà un altro anno d'oro per l'industria delle armi

A fine dicembre, poco prima dell’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, gli sciamani peruviani avevano previsto per il 2026 la caduta del presidente venezuelano Nicolas Maduro, oltre alla prosecuzione dei principali conflitti internazionali in corso. Un colpo di fortuna? Comunque la si pensi sull’origine di queste profezie annunciate a Lima nel tradizionale rituale di fine anno, sul colle di San Crisobol, in fin dei conti gli sciamani, in un momento di forti tensioni, non hanno fatto altro che dire quello che era già prevedibile anche dagli analisti. Nel 2026 le società del settore difesa quotate sono pronte a registrare «solidi aumenti di fatturato e profitti», grazie all’evasione di «ordini arretrati record, in aumento di circa il 10% rispetto alla fine del 2024»: questa non è una visione ma la fotografia scattata dagli analisti di Bloomberg Intelligence sul settore alla luce della crisi Venezuelana e dei conflitti in corso.
 Sono gli effetti delle tensioni geopolitiche e delle attuali politiche di riarmo. In particolare, il settore delle armi ha messo a segno dei significativi rialzi in Borsa. Secondo gli analisti di Morgan Stanley, l’azione militare degli Stati Uniti potrebbe «rafforzare la necessità per l’Europa di assumersi in futuro maggiori responsabilità per la propria sicurezza e autonomia strategica». Le principali società del settore quotate in Europa (Rheinmetall, Saab, Leonardo e Bae), secondo l’analisi di Bloomberg Intelligence, potranno addirittura superare i loro omologhi statunitensi grazie agli ordini per la difesa terrestre, aerei da combattimento e difesa aerea nell’ambito del tentativo dell’Europa di «ricostruire le proprie capacità interne in un ciclo di investimenti pluriennale, data la minaccia russa e il riorientamento degli Stati Uniti verso l’Asia-Pacifico e l’America Latina».
Nel dettaglio, solamente sul fronte dei blindati, secondo gli analisti, la spesa europea potrebbe lievitare di oltre 70 miliardi di dollari. Grazie alle stime sulle vendite per i prossimi anni le società europee sono destinate a «colmare il divario con quelle americane». I principali gruppi della difesa, inoltre, dopo aver subito una depressione dei tassi di crescita nel periodo 2021-2024, l’anno scorso hanno superato gli indici di mercato e ora sono pronte a beneficiare di una «domanda robusta che persisterà per tutto il decennio». Gli analisti, vedono dunque sul settore azionario un ampio margine di «apprezzamento e un ciclo rialzista strutturale, con crescita prevista anche nel caso di riduzione dei conflitti».
Avvenire

Invito all’unità: si terrà nel 2033 il Giubileo della Redenzione

Benvenuto

Percorrere insieme il viaggio spirituale che conduce al prossimo Giubileo – quello della Redenzione nel 2033 – nella prospettiva di un ritorno a Gerusalemme: un viaggio che porti alla piena unità. È l’auspicio che Leone XIV aveva formulato incontrando i capi e i rappresentanti delle Chiese e comunità cristiane lo scorso 29 novembre a Istanbul, durante il viaggio in Turchia e Libano.

Avvenire

Famiglia. Il conflitto non è una patologia da estirpare, ma una dimensione inevitabile e vitale delle relazioni umane. Imparare a stare nel disaccordo, senza negarlo né distruggerlo, significa prendersi cura dei legami, della salute e della convivenza democratica

Una lite in famiglia
La parola “conflitto” suscita spesso paura perché associata istintivamente alla guerra, alla distruzione, all’aggressività. Questa confusione semantica è tutt’altro che innocua: scambiare il conflitto per una guerra significa negare una parte fondamentale della vita umana. Il conflitto infatti, non nasce per distruggere, ma per segnalare una differenza all’interno di una relazione. È la tensione che emerge quando bisogni, valori o desideri di due o più persone si incontrano senza coincidere, e occorre un confronto. In questo senso rappresenta il segno del riconoscimento dell’altro ed esiste solo in presenza di legame, interesse, partecipazione. Se la guerra cancella il rapporto, il conflitto lo rivela e lo mette alla prova. Eppure, nella nostra cultura contemporanea le contrarietà sono quasi sempre percepite come minacce da evitare. Fin dall’infanzia, spesso si insegna che discutere è pericoloso, che la rabbia è sbagliata, che le differenze vanno taciute per non “rovinare” la relazione. Cresciamo così privati della possibilità di attraversare il disaccordo. Impariamo a fuggirlo o, al contrario, a esplodere quando non riusciamo più a contenerlo. In entrambi i casi, perdiamo l’occasione di trasformarlo in crescita e, quindi, di dargli un’accezione vitale e positiva. Questa difficoltà diffusa, che ho definito carenza conflittuale, costituisce una delle principali fragilità relazionali del nostro tempo. Non saper stare nel conflitto significa non saper gestire la divergenza, e dunque restare prigionieri di un modello affettivo e sociale che alterna la negazione alla violenza.
Le conseguenze di questa incapacità non sono solo psicologiche o sociali: riguardano la salute nel vero senso della parola. Le ricerche degli ultimi decenni mostrano con chiarezza che lo stress derivato da tensioni non elaborate, da relazioni distruttive o da isolamento ha effetti misurabili sul corpo. Si è osservato, per esempio, che persone sottoposte a stress prolungato per conflitti familiari o lavorativi – latenti o non risolti – mostrano un indebolimento della risposta immunitaria, un aumento dei processi infiammatori e una maggiore incidenza di disturbi psicosomatici. Il corpo, in altre parole, reagisce alla mancanza di strumenti relazionali con un sovraccarico che si trasforma in malessere. La psiconeuroimmunologia ha documentato come emozioni intense e non regolate, per esempio la rabbia repressa o la paura di perdere un legame, influenzino direttamente la biologia. Il corpo “parla” laddove il linguaggio relazionale si è interrotto. Quando non possiamo esprimere, nominare e negoziare le tensioni, queste trovano altre vie per manifestarsi, spesso attraverso il sintomo.
Saper litigare bene non è quindi solo una questione di benessere psicologico o sociale, ma una pratica di salute. Significa riconoscere che le relazioni sane non sono quelle senza tensioni, ma quelle che sanno affrontarle. Una coppia, una famiglia, un gruppo di lavoro, una comunità non diventano più forti eliminando i conflitti, ma imparando a sostarvi dentro senza distruggersi. Vuol dire accettare che la contrarietà è inevitabile, che non esiste relazione senza differenza, e che solo attraverso l’ascolto e la regolazione reciproca si costruisce fiducia. Il benessere individuale e collettivo dipende in larga parte da questa competenza: la capacità di tollerare la frustrazione e di restare in comunicazione anche quando risulta difficile. Nel momento in cui il conflitto viene trasformato in occasione di crescita, la mente e il corpo trovano equilibrio.
Si tratta di un’esperienza faticosa che implica grande dispendio di energie, specialmente nei primi tentativi di gestione. Ma proprio in quella fatica si costruisce una nuova la maturità. Una società che teme il conflitto e tende a evitarlo accumula tensione latente, pronta a esplodere in forme di violenza improvvisa. Al contrario, una comunità che educa alla gestione dei conflitti coltiva anticorpi sociali contro la distruttività. La pace non è la cancellazione del conflitto, ma la sua gestione consapevole. Anche in ambito educativo e genitoriale, i bambini apprendono la competenza conflittuale osservando gli adulti: se questi affrontano le differenze con rispetto, i piccoli imparano che il disaccordo non è pericoloso. Se invece assistono a modelli di evitamento, aggressività o negazione, interiorizzano l’idea che il conflitto è sinonimo di pericolo o di perdita, condizionando la loro capacità futura di gestire i rapporti e di affrontare la vita emotiva senza soccombere.
La stessa logica vale per le organizzazioni e per la vita pubblica. Nelle istituzioni, nei luoghi di lavoro, nella politica, la gestione del conflitto è la misura della qualità democratica. Dove il dissenso viene represso o ignorato, si accumula rancore e si perde fiducia; dove viene accolto e canalizzato, cresce la partecipazione e si rafforza il tessuto sociale. Significa introdurre democrazia nelle relazioni, ossia riconoscere pari dignità alle differenze e creare spazi di negoziazione non distruttiva. Poiché malessere e malattie sono stati di disturbo conflittuale, ossia blocchi nel processo di comunicazione interno ed esterno, una tecnica efficace in situazioni di conflittualità è la rinuncia attiva. Una strategia straordinaria usata spontaneamente dai bambini. Si tratta della capacità, durante i litigi, di abbandonare il campo e andare a cercare qualcosa di meglio: «Con te non gioco più, trovo un altro giocattolo e giocherò solo io senza di te». E dopo cinque minuti, specie al nido, sono tornati a giocare assieme.
Questo meccanismo, semplice ma straordinariamente efficace, non si traduce con una resa e può essere applicato anche nelle esperienze adulte. La contrarietà non è una gara: non si tratta di vincere o di perdere. Non si fonda sull’avere ragione, ma sul fare la cosa giusta. Il legame tra salute e conflitto, dunque, attraversa tutti i livelli: biologico, psicologico, relazionale e sociale. Parte dal corpo e arriva alla comunità. Un apprendimento che sviluppa gli anticorpi necessari al saper vivere assieme con sufficiente benessere e sicurezza reciproca. La vera cura non consiste nell’eliminare i conflitti ma nel renderli vivibili sapendoli gestire.
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