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Gianni Morandi: «In tour pensando alla pace»

Gianni Morandi:  «In tour pensando alla pace»

Nel grande salone luminoso, tra travi antiche e vetrate che si aprono su “un grande prato verde” come canta in una delle sue celebri canzoni, Gianni Morandi accoglie i giornalisti con un sorriso che è rimasto quello di sempre, lo stesso di quando era “il ragazzo” delle canzoni che hanno attraversato l’Italia. «Inizialmente questo tour era nato per celebrare i 60 anni di C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones. Allora c’era la guerra del Vietnam e purtroppo siamo ancora lì, siamo sempre in guerra…», sospira, lasciando scivolare lo sguardo oltre il giardino.
Siamo a San Lazzaro di Savena, sui colli bolognesi, nella sua casa, un’antica casina di caccia ottocentesca, trasformata oggi in un luogo accogliente, dove la musica convive con la quotidianità. In cucina e sul patio, la moglie Anna si muove con discrezione, assicurandosi che a tutti arrivino tortelloni e crescentine. L’atmosfera è familiare, quasi domestica. Morandi ha voluto così la presentazione del suo nuovo tour: porte aperte, niente distanze. E la gente, quella che lo segue da generazioni, è pronta a ritrovarlo nei palasport con “C’era un ragazzo – Gianni Morandi Story”, al via dal 15 aprile organizzato da Trident. Una tournée che attraverserà l’Italia da Conegliano a Milano, da Roma a Firenze, fino a Genova, riportando sul palco i suoi grandi classici insieme ai brani più recenti.
«Sono molto amico di Francesco Guccini», racconta. «Negli stessi anni lui scriveva Dio è morto e Auschwitz e io C’era un ragazzo. Tutti brani contro la guerra. Lui mi diceva: “La tua è una storiella”», aggiunge sorridendo. Poi il ricordo si allarga: «Quando siamo andati da Papa Francesco, accompagnati dal cardinale Matteo Zuppi, lui ci ha introdotto così: “Santità, questi sono due bolognesi”. E il Papa, che era troppo simpatico, ha esclamato: “Hasta la victoria siempre”».
La leggerezza del racconto non cancella la serietà dello sguardo sull’oggi. «Qualcosa sulla guerra lo dirò sul palco, stiamo scrivendo i testi con l’autore Federico Taddia», anticipa. «Io sono stato in tournée in Russia, nel 1986 mi diedero la Medaglia della pace come cantante pacifista… e oggi pensare che sono loro ad aggredire». E non rinuncia a una riflessione più ampia: «Non ho mai parlato molto di politica, ma un accenno lo farò. Di come Donald Trump e Vladimir Putin vogliono decidere della nostra vita, e di un’Europa che non riesce a essere unita e a intervenire come arbitro con la sua cultura e la sua storia. Però poi la gente ai concerti vuole sentire cantare…».
E allora la musica torna al centro. Lo spettacolo si aprirà con Monghidoro, inedito scritto da Jovanotti, che compare al cellulare con un saluto a sorpresa, un brano autobiografico che riporta Morandi ai suoi 13 anni, alla sua famiglia e ai sogni di un ragazzino di provincia. «Mi sono arrivate due canzoni nuove», racconta. «Una è questa, l’altra è di Giovanni Caccamo, Canzoni che racconta come le canzoni sono la nostra vita. Io, per esempio, quando sento Io che amo solo te mi emoziono ancora ripensando alla prima cotta».
Morandi parla delle sue canzoni come di compagne di viaggio. «Un’altra canzone importante per me è Uno su mille: è fatta di parole che sono mattoni. “Se sei a terra non strisciare mai…”. Quando la canto mi concentro sulle parole: la voglia e la forza di ricominciare la devi trovare dentro di te».
I momenti belli e quelli difficili si intrecciano nel racconto. «La prima volta che ho sentito la mia voce al jukebox da ragazzino con Andavo a cento all’ora è stata un’emozione incredibile. E la prima volta in tv, ad Alta pressione di Enzo Trapani… pensai subito a mia madre, che era fan di Claudio Villa più che di me». Poi il ricordo si fa più duro. «Il momento più brutto? Il Vigorelli di Milano, il 4 luglio del ’71. Noi cantanti italiani facevamo il Cantagiro, fiumi di persone ci accoglievano nelle città. Ma a Milano ospiti speciali erano i Led Zeppelin. Migliaia di ragazzi aspettavano solo loro. Io salgo sul palco e parte un boato, pomodori, lattine… “Vai via!”. Gli altri cantanti italiani, non uscirono. Pensai: qui non si riparte più». Una ferita che però non ha chiuso la strada.
Oggi, a 81 anni, Morandi riempie ancora i palasport. «Mi fa effetto, non ci credo», ammette. E per affrontare il tour si allena come un atleta: «Faccio palestra e corro tutti i giorni, ho un circuito qui fuori di 800 metri, è un ex maneggio, è grande come il Velodromo di Bologna. Il cantante è come un atleta».
Non è solo metafora. Perché Morandi il buio lo ha conosciuto davvero. «A 36 anni non mi chiamava più nessuno. Su suggerimento di un grande chitarrista amico mio, mi iscrissi al conservatorio, classe di contrabbasso. Sono stati anni bellissimi. Ho imparato a cantare davvero nella classe di corale, il maestro era fissato con Bach». Un periodo segnato anche da dolori personali: «Mio padre morì, mi separai… ma imparai a fare il padre. Prima avevo ritmi infernali, tournée dal Sudamerica al Giappone».
Il racconto si illumina quando parla del figlio Tredici Pietro con cui ha duettato nella serata delle cover al Festival sul brano Vita, successo in coppia con Lucio Dalla. «Quando mio figlio mi ha chiamato per cantare con lui a Sanremo è stato un regalo. Non me lo aspettavo. Ha superato il fatto di doversi emancipare dalla nomea di “figlio di”. Mi ha detto: “Vieni, questa è una cosa che mi terrò per me come un regalo e un ricordo nostro per sempre». E il legame con il passato riaffiora con Lucio Dalla. «Da lui ho imparato che tutto può diventare spettacolo, anche quando c’è un black out. Era davvero troppo bravo».
Poi la commozione. «Due giorni prima che morisse eravamo allo stadio a vedere Bologna-Udinese. Mi disse: “Devo fare dieci spettacoli in Europa, a uno devi venire”. Non ho fatto in tempo. Il primo marzo è arrivata la telefonata di Bibi Ballandi che diceva che era morto. Si è addormentato su una terrazza in una bella giornata di sole». Si ferma, gli occhi lucidi. «Ho perso tanti amici…». E aggiunge «Io sono qui che aspetto di andare…», dice indicando il cielo. Poi corregge: «In tournée!». Il presente è ancora pieno. E il futuro anche. «Guardo a Charles Aznavour: è morto a 94 anni, il giorno dopo aveva un concerto. Mi piacerebbe fare così». Tra i ricordi e le opinioni, c’è spazio anche per la televisione e i colleghi. Di Adriano Celentano dice: «Sta bene, sono il suo fan numero uno. Magari tornasse. È come dire, magari tornasse Mina».
Quanto a Sanremo, promuove Stefano De Martino: «È bravo, ha energia. Gli ho detto: l’uomo della Rai sei tu. Certo è giovane, sarà affiancato da qualcuno». Il pomeriggio scivola via tra racconti e risate, mentre la luce cambia sui colli. Morandi ci saluta con una domanda: «Che vita sarebbe senza canzoni?».
Avvenire

Gli U2 pubblicano un disco dedicato alla Pasqua

Gli U2 pubblicano un disco dedicato alla Pasqua

È Venerdì Santo e gli U2 pubblicano a sorpresa un nuovo EP dedicato alla Pasqua. Il disco si intitola Easter Lily e fa seguito all’ep Days of Ash del mese scorso, pubblicato il Mercoledì delle Ceneri. Mentre quest’ultimo era una risposta ai tempi caotici del mondo esterno, Easter Lily è una raccolta di canzoni più riflessive, esplorando temi come amicizia, perdita, speranza e, in definitiva, il rinnovamento.
«Siamo in studio, ancora impegnati a realizzare un album rumoroso, caotico e “irragionevolmente colorato” da suonare dal vivo… che è il vero habitat degli U2. – scrive Bono in una nota – È un periodo in cui la nostra band sta scavando più a fondo nelle nostre vite per trovare una serie di canzoni con cui cercare di affrontare il momento… Con Easter Lily ci siamo ritrovati a porci domande molto personali come: le nostre relazioni sono all’altezza di questi tempi difficili? Quanto duramente si lotta per l’amicizia? La nostra fede può sopravvivere alla distorsione di significato che gli algoritmi amano premiare? Tutta la religione è spazzatura e continua a dividerci…? O ci sono risposte da trovare nelle sue crepe? Ci sono cerimonie, rituali, danze che potrebbero mancare nelle nostre vite? Dal rito di Primavera alla Pasqua e alla sua promessa di rinascita e rinnovamento… L’album Easter di Patti Smith mi ha dato tanta speranza quando è uscito nel 1978. Non avevo ancora 18 anni. Il titolo è un omaggio a le»i.
Il primo dei sei bani è Song for Hal, è un pianto sul lockdown durante il Covid con The Edge come voce solista, scritto per l’amico della band, il produttore musicale Hal Willner. In a Life celebra l’amicizia. Scars è una canzone di incoraggiamento e accettazione, che parla di cicatrici e tutto il resto, con un colpo di scena. Resurrection Song parla di un pellegrinaggio, un viaggio verso l’ignoto con un’amante o un amico. Easter Parade è un brano devozionale, una celebrazione della resurrezione (“Adorerò sempre ciò che non posso conservare / E non ogni canzone sarà una preghiera / In un giorno come quello / Qualcosa in me è morto / Ma non avevo più paura / Easter Parade / Kyrie eleison”). COEXIST (I Will Bless The Lord At All Times?) è una ninna nanna per i genitori dei bambini coinvolti nella guerra, con un’ambientazione sonora di Brian Eno.
L’EP Easter Lily è accompagnato da unaa edizione speciale digitale della rivista online, intitolata “U2 – Propaganda – Easter Lily”. La rivista contiene contributi dei quattro membri della band, tra cui le note di copertina di The Edge in cui si legge: «Perché queste canzoni di trascendenza ora? La nostra sensazione è che il nostro pubblico sia desideroso quanto noi di trovare qualcosa a cui aggrapparsi in questi tempi difficili. Non scriviamo canzoni che evitino di raccontare un mondo nel pieno del suo trauma, della sua rabbia e del suo dolore; in questi brani più spirituali rendiamo testimonianza alla fonte della forza che abbiamo trovato per affrontare questo mondo». Seguono uno scritto di Adam Clayton sul dipinto Processsion with Lilies dell’artista irlandese Louis le Brocquy e sul senso di comunità, le foto di Larry Mullen jr, e infine una conversazione tra Bono e il frate francescano Richard Rohr sui temi della fede, dei limiti e delle risorse della Chiesa, dell’esperienza religiosa: «Non riesco a parlare d’altro che di questo Gesù, di questo messaggio radicale che ancora oggi è difficile persino da comprendere: che siamo tutti uguali. Nessuno è più uguale di un altro. Siamo tutti uguali agli occhi di Dio».
avvenire

La Croce: collocazione provvisoria

Omelie e scritti quaresimali

Tonino Bello, Il parcheggio del calvario, in Omelie e scritti quaresimali, vol. 2, p. 307, Luce e Vita

Nel Duomo vecchio di Molfetta c’è un grande crocifisso di terracotta. Il parroco, in attesa di sistemarlo definitivamente, l’ha addossato alla parete della sagrestia e vi ha apposto un cartoncino con la scritta: collocazione provvisoria.

La scritta, che in un primo momento avevo scambiato come intitolazione dell’opera, mi è parsa provvidenzialmente ispirata, al punto che ho pregato il parroco di non rimuovere per nessuna ragione il crocifisso di lì, da quella parete nuda, da quella posizione precaria, con quel cartoncino ingiallito.

Collocazione provvisoria. Penso che non ci sia formula migliore per definire la Croce. La mia, la tua croce, non solo quella di Cristo.

Coraggio, allora, tu che soffri inchiodato su una carrozzella. Animo, tu che provi i morsi della solitudine. Abbi fiducia, tu che bevi al calice amaro dell’abbandono. Non ti disperare, madre dolcissima che hai partorito un figlio focomelico. Non imprecare, sorella, che ti vedi distruggere giorno dopo giorno da un male che non perdona. Asciugati le lacrime, fratello, che sei stato pugnalato alle spalle da coloro che ritenevi tuoi amici. Non tirare i remi in barca, tu che sei stanco di lottare e hai accumulato delusioni a non finire. Non abbatterti, fratello povero, che non sei calcolato da nessuno, che non sei creduto dalla gente e che, invece del pane, sei costretto a ingoiare bocconi di amarezza. Non avvilirti, amico sfortunato, che nella vita hai visto partire tanti bastimenti, e tu sei rimasto sempre a terra.

Coraggio. La tua Croce, anche se durasse tutta la vita, è sempre “collocazione provvisoria”. Il calvario, dove essa è piantata, non è zona residenziale. E il terreno di questa collina, dove si consuma la tua sofferenza, non si venderà mai come suolo edificatorio. Anche il Vangelo ci invita a considerare la provvisorietà della Croce.

“Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, si fece buio su tutta la terra”. Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Ecco le sponde che delimitano il fiume delle lacrime umane.

Da mezzogiorno alle tre del pomeriggio. Solo allora è consentita la sosta sul Golgota. Al di fuori di quell’orario c’è divieto assoluto di parcheggio. Dopo tre ore, ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci. Una permanenza più lunga sarà considerata abusiva anche da Dio.

Coraggio, fratello che soffri. C’è anche per te una deposizione dalla croce. Coraggio, tra poco, il buio cederà il posto alla luce, la terra riacquisterà i suoi colori verginali, e il sole della Pasqua irromperà tra le nuvole in fuga.

qumram2.net

La bigenitorialità diritto incompiuto. Educare in due si può, anche da separati

La bigenitorialità diritto incompiuto. Educare in due si può, anche da separati

Un “Libro bianco sulla bigenitorialità” è stato presentato nei giorni scorsi a Milano nell’ambito di un confronto a Palazzo Lombardia che ha messo al centro l’urgenza di riprendere il percorso incompiuto della legge 54 del 2006. Avvocati, psicologi, rappresentanti delle associazioni hanno offerto riflessioni e testimonianze sulla tutela dei minori nelle relazioni conflittuali e sulla necessità di garantire ai figli la presenza di entrambi i genitori. È la buona occasione per tornare a parlare del tema.
Educare in due, anche quando la coppia si disgrega, non è solo uno slogan che tacita l’ansia genitoriale dei padri separati, ma un’evidenza scientifica e un punto fermo della giurisprudenza. La bigenitorialità – cioè il diritto-dovere di entrambi i genitori a educare insieme su un piano di parità dopo la separazione – è al centro di un quadro normativo formato da oltre cinquanta interventi, tra Codice civile, Cassazione, Convenzione Onu sui diritti dei fanciulli, Cedu e altri strumenti internazionali. Ma anche gli studi scientifici parlano chiaro. Tra gli studiosi il consenso è ampio. L’impatto sistemico della bigenitorialità sul benessere psico-fisico e sociale dei minori è significativo. Mettere insieme gli studi internazionali che solo nell’ultimo decennio si sono occupati della questione – e ci sono centinaia di relazioni autorevoli – permette di accertare i vantaggi della presenza costante di entrambi i genitori nell’impegno educativo. Se i genitori sono messi nelle condizioni di stare accanto ai figli in maniera stabile e continuativa si riduce l’incidenza di disturbi d’ansia e dei sintomi depressivi, si diminuisce il rischio di dispersione scolastica, si rafforzano l’autostima e le competenze sociali, si favorisce una maggiore resilienza nei contesti di conflittualità familiare. Al contrario, quando uno dei due genitori viene marginalizzato e ridotto a una presenza episodica, magari costretto a incontrare i figli in contesti altamente regolati come gli “incontri protetti”, i fattori di rischio psicologico-sociali aumentano sensibilmente e si apre la strada a difficoltà di equilibrio e a comportamenti disfunzionali.
Ma quante persone potenzialmente sono coinvolte in queste situazioni? I genitori separati sfiorano i due milioni, i figli coinvolti nella separazione dei genitori sarebbero circa 2,8 milioni. Non tutti, certamente, vivono le sofferenze di vedere un genitore marginalizzato o “alienato”, ma si calcola che almeno un terzo dei figli di genitori separati abbia sperimentato, in modo più o meno grave, l’effetto strutturalmente discriminatorio nei confronti del genitore “non collocatario”. Abbiamo messo tra virgolette due espressioni – alienato e non collocatario – proprio per segnalare la persistenza di due derive psicologico-sociali tutt’altro che scomparse dalla prassi giuridica, che continuano a far discutere e su cui sarà il caso di fare chiarezza, mettendo da parte ideologismi e difese corporative. Tutto questo e molto altro è sintetizzato in un documento in divenire, il “Libro bianco della genitorialità”, presentato qualche giorno fa a Milano da una rete di associazioni di genitori separati di cui sono capofila l’associazione Vita e Papà separati Aps. Al momento sono disponibili i capitoli della parte giuridica, con sentenze e pronunciamenti sull’argomento, e i titoli degli studi internazionali nella parte psicologico-sociale, accompagnati da una prima serie di grafici. Il lavoro dovrà essere approfondito nella stesura definitiva con la raccolta anche di testimonianze e casi concreti, compresi nomi e cognomi dei protagonisti. Centinaia di situazioni drammatiche che dimostrano come la bigenitorialità, al di là delle evidenze giuridiche e scientifiche, rappresenti una questione che incide sulla struttura profonda delle relazioni e determina la qualità della vita di migliaia di bambini e ragazzi.
Perché allora non intervenire con una legge specifica a difesa della bigenitorialità? Il dato paradossale è che in Italia una legge sull’educazione dei figli nella separazione esiste già da vent’anni, ineccepibile nei principi ma spesso carente nella sua applicazione. Lo riconoscono molte delle parti in causa: magistrati, avvocati, esperti del settore e, soprattutto, i genitori separati. Così da anni si moltiplicano le proposte per modificare la legge 54 del 2006 che afferma la parità di doveri e diritti nell’accudimento, cura ed educazione della prole, ma non ne indica le modalità. Si parla così di affido spesso “formalmente” condiviso, mentre si dovrebbe arrivare a una prassi in cui l’affido sia concretamente condiviso, con indicazioni precise su tempi e modalità. Negli anni le proposte di modifica della legge sono state numerose – almeno una quindicina – ma nessuna ha realizzato l’obiettivo. I motivi? Da una parte un interesse politico intermittente. L’ormai abusato “superiore interesse del minore” rischia di diventare uno strumento retorico, richiamato più facilmente nei contesti di maggiore visibilità pubblica che nelle situazioni quotidiane, molto più numerose e meno esposte mediaticamente. Dall’altra, la presenza di orientamenti culturali differenti e talvolta contrapposti sul ruolo dei genitori dopo la separazione, che rendono difficile una sintesi condivisa. Si spiega così anche il mancato avanzamento delle ultime due proposte di legge, il ddl 832 a prima firma Alberto Balboni – «Modifiche al codice civile, di procedura civile e al codice penale in materia di affido condiviso» – giunto all’esame della Commissione Giustizia del Senato e poi fermatosi, e la proposta di legge popolare sull’affido condiviso depositata ad aprile presso la Cassazione dal Comitato genitori per i figli, di cui si sono progressivamente perse le tracce nel dibattito pubblico.
Così tutto scorre come se, in questi vent’anni dall’entrata in vigore della legge 54, nulla fosse avvenuto. I genitori separati, almeno quel terzo abbondante che la psicologia definisce conflittuali, continuano a usare i figli come strumenti all’interno della loro dinamica relazionale, influenzandone i rapporti e rendendo più difficile una frequentazione equilibrata con entrambi i genitori. L’appello lanciato con l’annuncio del “Libro bianco della bigenitorialità” nasce dall’esperienza diretta di molti genitori separati, spesso estenuati da confronti giudiziari che si protraggono per anni, ma anche dai dati. Secondo le statistiche Istat la conflittualità coniugale è destinata a crescere e il rapporto tra madri e padri separati non subirà variazioni rilevanti. Oggi, di fronte al 79% di madri sole con i figli, i padri soli con prole sono il 21%. Nel 2050 si ipotizza che arriveranno al 25%, con uno spostamento percentuale contenuto. Questo significa che, anche nei prossimi decenni, i tribunali continueranno in larga misura a collocare i figli minorenni presso le madri, riservando ai padri tempi e spazi più limitati nella quotidianità educativa. Una dinamica che non può essere letta in modo univoco, ma che richiama una riflessione su modelli culturali ancora radicati, nei quali la distribuzione dei ruoli genitoriali tende a riprodurre schemi tradizionali: alle madri una presenza prevalente nella cura, ai padri un ruolo più frequentemente associato al sostegno economico. Ma è possibile continuare così?
Nel frattempo la famiglia è cambiata, la maggior parte dei padri separati vorrebbe continuare a rappresentare una presenza significativa nella vita dei propri figli, ma i tribunali, al di là delle affermazioni di principio, faticano a tradurre questo orientamento in prassi diffuse. Il divario tra la prassi giuridica ordinaria e le sentenze raccolte nel “Libro bianco” resta significativo. Soltanto un anno fa, per citare uno degli ultimi interventi, la Cassazione (ordinanza n.1486 del 21 gennaio 2025) ha affermato che «non è legittimo fondare il collocamento prevalente presso la madre sulla sola tenera età dei bambini; non è conforme al diritto vigente l’automatismo che richiama la maggiore idoneità materna in età prescolare; la compressione dei tempi di permanenza del padre dev’essere giustificata da specifiche e motivate ragioni, non potendo tradursi in una drastica riduzione della relazione genitoriale». Inutile pretendere di più. Forse bisognerebbe interrogarsi sulle radici culturali e professionali che ancora oggi, in alcuni contesti, rendono difficile riconoscere fino in fondo il valore di una presenza equilibrata e significativa di entrambe le figure genitoriali nell’educazione dei figli. Sarebbe uno studio interessante. Attendiamo di leggerlo nei prossimi capitoli del “Libro bianco della bigenitorialità”, con l’auspicio che il confronto resti aperto e capace di produrre soluzioni concrete, nell’interesse primario dei figli.

Dopo i saluti del Garante per l’infanzia della Regione Lombardia, Riccardo Bettiga e del presidente di Papa separati Aps, Ernesto Emanuele, il pediatra Vittorio Vezzetti, autore di numerosi saggi sul tema, ha messo in luce come nei figli di separati a cui non viene offerta la possibilità di contare sulla presenza paritetica di entrambi i genitori, l’incidenza di disturbi organici, soprattutto polmonari, cardiaci, neoplastici e comportamentale sia quattro volte superiore alla media. Studi internazionali recenti hanno permesso di individuare anche un danno cromosomico ai bambini a cui viene vietato di incontrare il padre. Giovanni Camerini, neuropsichiatra infantile, ha messo in guardia dal rischio di trasformare la giusta battaglia per la bigenitorialità in una competizione tra mamme e papà e ha spiegato il motivo per cui nell’educazione dei figli occorra superare il divario tra il “genitore ludico” che con il figlio – quando va bene – trascorre solo il week-end, e il “genitore normativo” che stabilisce tempi, luoghi e regole dell’educazione. Il primo, quasi sempre il padre, sarà inevitabilmente un genitore di serie B. Anche Alessandra Cova, psicologa clinica e giuridica, ha evidenziato i danni prodotti nei bambini dalle guerre tra genitori e ha spiegato i meccanismi che inducono i bambini, sottoposti a una narrazione negativa continua, a sviluppare quei falsi ricordi, determinanti per alimentare il rifiuto di vedere il genitore “allontanato” dalla prassi giuridica e dalle relazioni dei servizi sociali. Il quadro giuridico della questione – nel dibattito moderato da Nicola Saluzzi – è stato tracciato da Arturo Maniaci, docente di diritto privato alla Statale di Milano.

Avvenire

Giovedì Santo: Don Tonino Bello e la Chiesa col grembiule – marzo 31, 2021

Nel giovedì santo, insieme alla Cena del Signore, celebriamo l’atto di Gesù, che si alza da tavola, si toglie il mantello (sarebbe la giacca, per noi), si lega alla vita un grembiule, o un asciugamano per i piedi, versa acqua in un catino, lava i piedi dei suoi discepoli e li asciuga. È il lavoro abituale del servo, quando il suo padrone arriva da un viaggio.

Il Vangelo di Giovanni  non racconta l’ultima Cena, già raccontata negli altri Vangeli, ma racconta la lavatura dei piedi. Segno che, per Giovanni, questo gesto ha lo stesso valore del donarsi di Gesù nel pane e nel vino, come cibo di vita. Gesù si dona come umile servitore nostro. Pietro si scandalizza, non vorrebbe farsi servire dal Maestro, ma Gesù lo avverte: «Se non ti lasci lavare i piedi non sei con me. Quello che ora non capisci, lo capirai un giorno».  Ora noi cerchiamo di capirlo.

Giovanni comincia questo cap. 13 del suo Vangelo così: «Sapendo Gesù che era venuta la sua ora per passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine, fino in fondo». Gesù dimostra la pienezza del suo amore in due modi: accettando di morire per fedeltà alla verità del Vangelo, e esprimendo, col lavare i piedi dei suoi amici,  l’umiltà e la concretezza del suo amore per noi.

Don Tonino Bello volle sottolineare molto questo atto di Gesù. Era il Vescovo di Molfetta. Vescovo degli ultimi, e della pace, cioè per la vita dei flagellati dalle guerre.

Negli ultimi mesi della sua vita, (già malato di cancro, morì cinque mesi dopo, il 20 aprile 1993, nei giorni pasquali), nel dicembre 1992 andò pellegrino di pace a Sarajevo assediata e bombardata dalla guerra, insieme a cinquecento altri, giovani e vecchi, per tentare di essere portatori di pace dentro la guerra, vicini alla popolazione sotto le bombe. Il suo posto di Vescovo era tra gli ultimi dell’umanità, in quel momento.

Qualche anno prima, nella quaresima del 1988, dedicò tutti gli otto Scritti quaresimali … ai piedi! I piedi di Pietro, di Giuda, di Giovanni, di Bartolomeo, degli altri, i piedi del Risorto. Nulla di più basso e di più fondamentale dei piedi.

Riguardo a Pietro, don Tonino scriveva: «A furia di difendere la tesi del “primato” di Pietro, abbiamo perso di vista che egli è il capostipite di quell’”ultimato” di poveri verso cui Gesù ha sempre espresso un amore preferenziale». Primato e “ultimato”. «I piedi dei poveri sono il traguardo di ogni serio cammino spirituale» .

Come Gesù, don Tonino onora i piedi. I piedi degli ultimi, che Gesù chiede anche a noi di lavare, con gesto sacramentale, sono la mèta dell’elevazione spirituale: «Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri».  Sono le stesse parole dell’eucarestia: «Fate questo in memoria di me».

        L’immagine alto-basso, il basso che è il vero alto, è stata usata tante volte come metafora di una rivoluzione, del raddrizzamento di qualcosa che è capovolto, sbagliato. L’allusione è a tutte le gerarchie mondane, le potenze, gerarchie sconvolte da Gesù, l’Uomo mandato dall’Altissimo, abbassatosi come un servo ai piedi dei suoi poveri deboli amici, calpestato dalla coalizione dei poteri religioso e politico, risorto ad inaugurare da primogenito la posizione definitiva a cui ci chiama e conduce, eretti in piedi, col cuore in alto.

         Perciò, don Tonino Bello parlava della «chiesa del grembiule», vestita come Gesù dell’asciugamano dei piedi, non di piviali e casule e paramenti preziosi, e templi costosi. Gesù, nell’ultima cena e nell’ultima sera di quel giovedì, dà il suo modello di comunità ai discepoli, a noi: aiutarci l’un l’altro, servirci come possiamo, come sappiamo. Non ci sono chieste grandi opere. Cominciamo semplicemente, chinandoci fino ai piedi degli altri.

Enrico Peyretti

incamminodialogando.blogspot.com