Santo del giorno 5 Gennaio

Santa Emiliana, vergine
A Roma, commemorazione di santa Emiliana, vergine, zia del papa san Gregorio Magno, che, poco dopo sua sorella Tarsilla, fece anch’ella ritorno al Signore.

A Roma, commemorazione di santa Emiliana, vergine, zia del papa san Gregorio Magno, che, poco dopo sua sorella Tarsilla, fece anch’ella ritorno al Signore.
Colore Liturgico Bianco
Antifona
Battezzato il Signore, si aprirono i cieli
e come una colomba lo Spirito discese su di lui,
e la voce del Padre disse:
«Questi è il mio Figlio, l’amato:
in lui ho posto il mio compiacimento». (Cf. Mt 3,16-17)
Si dice il Gloria.
Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
che dopo il battesimo nel fiume Giordano
proclamasti il Cristo tuo amato Figlio
mentre discendeva su di lui lo Spirito Santo,
concedi ai tuoi figli di adozione,
rinati dall’acqua e dallo Spirito,
di vivere sempre nel tuo amore.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Oppure:
O Padre, il tuo Figlio unigenito
si è manifestato nella nostra carne mortale:
concedi a noi,
che lo abbiamo conosciuto come vero uomo,
di essere interiormente rinnovati a sua immagine.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
Oppure:
Padre santo,
che nel battesimo del tuo amato Figlio
hai manifestato la tua bontà per gli uomini,
concedi a coloro che sono stati rigenerati
nell’acqua e nello Spirito
di vivere con pietà e giustizia in questo mondo
per ricevere in eredità la vita eterna.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.
Prima Lettura
Ecco il mio servo di cui mi compiaccio.
Dal libro del profeta Isaìa
Is 42,1-4.6-7
Così dice il Signore:
«Ecco il mio servo che io sostengo,
il mio eletto di cui mi compiaccio.
Ho posto il mio spirito su di lui;
egli porterà il diritto alle nazioni.
Non griderà né alzerà il tono,
non farà udire in piazza la sua voce,
non spezzerà una canna incrinata,
non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta;
proclamerà il diritto con verità.
Non verrà meno e non si abbatterà,
finché non avrà stabilito il diritto sulla terra,
e le isole attendono il suo insegnamento.
Io, il Signore, ti ho chiamato per la giustizia
e ti ho preso per mano;
ti ho formato e ti ho stabilito
come alleanza del popolo
e luce delle nazioni,
perché tu apra gli occhi ai ciechi
e faccia uscire dal carcere i prigionieri,
dalla reclusione coloro che abitano nelle tenebre».
Parola di Dio.
Salmo Responsoriale
Dal Sal 28 (29)
R. Il Signore benedirà il suo popolo con la pace.
Date al Signore, figli di Dio,
date al Signore gloria e potenza.
Date al Signore la gloria del suo nome,
prostratevi al Signore nel suo atrio santo. R.
La voce del Signore è sopra le acque,
il Signore sulle grandi acque.
La voce del Signore è forza,
la voce del Signore è potenza. R.
Tuona il Dio della gloria,
nel suo tempio tutti dicono: «Gloria!».
Il Signore è seduto sull’oceano del cielo,
il Signore siede re per sempre. R.
Seconda Lettura
Dio consacrò in Spirito Santo Gesù di Nazaret.
Dagli Atti degli Apostoli
At 10,34-38
In quei giorni, Pietro prese la parola e disse: «In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma accoglie chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque nazione appartenga.
Questa è la Parola che egli ha inviato ai figli d’Israele, annunciando la pace per mezzo di Gesù Cristo: questi è il Signore di tutti.
Voi sapete ciò che è accaduto in tutta la Giudea, cominciando dalla Galilea, dopo il battesimo predicato da Giovanni; cioè come Dio consacrò in Spirito Santo e potenza Gesù di Nàzaret, il quale passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».
Parola di Dio.
Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.
Si aprirono i cieli e la voce del Padre disse:
«Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!». (Mc 9,6)
Alleluia.
Vangelo
Appena battezzato, Gesù vide lo Spirito di Dio venire su di lui.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 3,13-17
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
Parola del Signore.
Si dice il Credo.
Sulle offerte
Accogli, o Padre, i doni che la Chiesa ti offre
celebrando la manifestazione del tuo amato Figlio,
e trasformali per noi nel sacrificio perfetto
che ha lavato il mondo da ogni colpa.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Questa è la testimonianza di Giovanni:
«Ho contemplato lo Spirito discendere e rimanere su di lui:
egli è il Figlio di Dio». (Cf. Gv 1,32.34)
* A
Giovanni disse:
«Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te,
e tu vieni da me?».
«Lascia fare per ora – rispose Gesù –
perché conviene che adempiamo ogni giustizia». (Mt 3,14-15)
Dopo la comunione
Padre misericordioso,
che ci hai saziati con il tuo dono,
concedi a noi di ascoltare fedelmente
il tuo Figlio unigenito,
per chiamarci ed essere realmente tuoi figli.
Per Cristo nostro Signore.


La vita consacrata sta attraversando un tempo che non assomiglia a nessuno dei precedenti.
Non siamo davanti a una semplice stagione di diminuzione numerica o di chiusura di opere: ciò che sta avvenendo è un cambiamento di volto, un passaggio antropologico e spirituale che chiede di essere ascoltato senza paura.
Le categorie con cui abbiamo interpretato il passato non bastano più, perché oggi emergono urgenze nuove, più radicali, che toccano l’umano prima ancora che le strutture. Queste urgenze non sono problemi da risolvere, ma luoghi teologici in cui lo Spirito continua a parlare. Sono soglie: fragili, esigenti, ma generative. E forse proprio qui, dove tutto sembra incerto, può nascere qualcosa di nuovo.
La prima urgenza è la più nascosta e la più decisiva: la vulnerabilità. Non quella spiritualizzata, né quella negata, ma quella reale, quotidiana, che attraversa comunità e persone consacrate. Fragilità psicologica, solitudini non dette, stanchezza accumulata, burnout spirituale: non sono eccezioni, ma il nuovo contesto umano in cui la vita consacrata è chiamata a vivere (cf. A. Cencini, Fragilità e grazia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2019, pp. 17-41).
Per troppo tempo abbiamo pensato la vita consacrata come luogo di forza, coerenza, stabilità. Oggi scopriamo che è invece luogo di umanità ferita, e che proprio lì può rivelarsi il Vangelo. Un riferimento autorevole e sicuro è H. Nouwen, che mostra come la ferita possa diventare luogo di rivelazione (cf. H. J. M. Nouwen, La forza della fragilità, Queriniana, Brescia 2018, pp. 11-29).
La vulnerabilità non è un ostacolo alla consacrazione: è il suo grembo generativo. È il punto in cui la vita consacrata smette di essere ideale astratto e diventa carne, storia, verità.
La domanda non è come eliminare la fragilità, ma come abitarla senza esserne travolti, lasciando che diventi spazio di incontro e non di vergogna. Per un fondamento antropologico-teologico solido ci si può utilmente rivolgere a P. Sequeri, L’umano alla prova. Soggetto, identità, limite, Vita e Pensiero, Milano 2002, pp. 103-128.
In questo senso, la vulnerabilità diventa un criterio teologico: misura la qualità evangelica delle relazioni, la maturità delle comunità, la verità della missione. Una vita consacrata che non sa attraversare la vulnerabilità rischia di diventare difensiva, rigida, autoreferenziale. Una vita consacrata che la assume, invece, diventa più umana e più evangelica.
La seconda urgenza è un terremoto silenzioso: la fine del modello opera-centrico.
Per decenni la missione è stata identificata con le opere: scuole, ospedali, case di accoglienza, parrocchie, istituzioni educative. Oggi molte di queste opere chiudono, si trasformano, sono consegnate. Non è un fallimento: è un passaggio necessario (cf. CIVCSVA, Per vino nuovo otri nuovi, LEV, Città del Vaticano 2017, pp. 25-54).
La missione non può più coincidere con ciò che facciamo. È il tempo di passare dalle opere ai processi, dalla gestione alla presenza, dall’efficienza alla prossimità. Un riferimento certo e autorevole sul tema è T. Radcliffe, La missione oggi, EMI, Bologna 2016, pp. 49-86.
La vita consacrata è chiamata a diventare leggera, itinerante, capace di abitare gli interstizi della società, non solo le sue strutture. Questo non significa rinunciare alla missione, ma ritrovarne il nucleo evangelico: la capacità di generare vita senza possederla, di accompagnare senza occupare spazi, di essere presenza che apre possibilità.
In un mondo liquido, dove tutto cambia rapidamente, la vita consacrata è chiamata a una presenza altrettanto flessibile e profetica (cf. Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2002, pp. 1-32).
E qui si vede il legame con la vulnerabilità: una vita consacrata meno protetta dalle opere è una vita più esposta, ma anche più libera.
La terza urgenza è la più dolorosa e la più necessaria: la questione dell’autorità. Gli abusi spirituali, le dinamiche di controllo, le forme sottili di infantilizzazione non sono casi isolati: sono segnali di un immaginario dell’autorità che deve essere ripensato alla radice. Un riferimento certo e autorevole sul tema è H. Zollner, Abusi sessuali nella Chiesa. Comprendere, prevenire, intervenire, Ancora, Milano 2012, pp. 13-48.
Non basta correggere gli eccessi: serve una conversione dell’autorità. L’autorità evangelica non possiede, non trattiene, non controlla. È generativa, libera, adulta. È capace di accompagnare senza sostituirsi, di guidare senza dominare, di custodire senza soffocare. Un testo sicuro e perfettamente pertinente: A. Cencini, Autorità e obbedienza, San Paolo, Cinisello Balsamo 2008, pp. 69-102.
La vita consacrata non può più permettersi comunità che producono dipendenza invece che libertà. La credibilità passa da qui. Per un quadro ecclesiale autorevole cf. CEI, Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, 2019, pp. 7-26.
Non si tratta solo di prevenire abusi, ma di ripensare la forma stessa della vita fraterna: relazioni non gerarchiche, ma generative; autorità non paternalistiche, ma dialogiche; obbedienza non infantile, ma responsabile (cf. Commissione Pontificia per la Tutela dei Minori, Linee guida per la tutela e la prevenzione, LEV, Città del Vaticano 2020, pp. 5-28).
Anche qui il legame con le altre urgenze è evidente: una vita consacrata vulnerabile e non protetta dalle opere richiede forme di autorità più umane, più adulte, più capaci di generare responsabilità.
La quarta urgenza è la più nuova e la più trascurata: la consacrazione nell’era digitale. Il digitale non è un mezzo: è un ambiente antropologico. Cambia il modo di pensare, di relazionarsi, di discernere, di esercitare l’autorità, di vivere la missione (cf. A. Spadaro, Ciberteologia, Vita e Pensiero, Milano 2012, pp. 15-43).
Il digitale modifica la percezione del tempo, la costruzione dell’identità, la qualità delle relazioni. Introduce nuove forme di prossimità e nuove forme di solitudine. Un riferimento certo e contemporaneo: B.-C. Han, Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo, Roma 2015, pp. 91-112.
Anche il magistero recente invita a riconoscere il digitale come ambiente di vita e di evangelizzazione (cf. Papa Francesco, Christus vivit, LEV, Città del Vaticano 2019, nn. 86-90).
Il digitale, inoltre, mette alla prova tutte le altre tre urgenze: amplifica la vulnerabilità, chiede nuove forme di autorità, apre spazi di missione non legati alle opere.
Queste quattro urgenze non sono un elenco di problemi, ma un invito alla rigenerazione. La vita consacrata non è finita: sta cambiando volto. Il futuro non sarà delle opere, ma delle presenze libere. Non delle strutture, ma delle relazioni sane. Non dei numeri, ma della credibilità. Non della forza, ma della vulnerabilità abitata.
È un tempo difficile, ma anche un tempo di grazia. Un kairós da non perdere. La vita consacrata può ancora dire una parola profetica alla Chiesa e al mondo, se accetta di attraversare questo passaggio non come una sconfitta, ma come una nascita.

Riceviamo e pubblichiamo una testimonianza di p. David Glenday, missionario comboniano, dal 1991 al 1997 superiore generale della sua congregazione. P. Glenday ha trascorso 11 anni nelle Filippine e ha ricoperto l’incarico di segretario generale dell’Unione dei superiori generali.
Ho avuto la fortuna, nella mia vita di missionario comboniano, di trascorrere undici anni di servizio nelle Filippine. Ricordo che, un giorno, un giovane laico impegnato mi pose una domanda in modo diretto: «Padre David, voi comboniani parlate spesso con entusiasmo della vostra vocazione e del vostro fondatore, san Daniele Comboni. Condividete i suoi sogni, il suo slancio, i suoi viaggi, le sue speranze e delusioni, la sua eredità e la sua memoria – ed è tutto molto bello e ispirante. Ma ciò che vorrei sapere ora è questo: qual è il cuore, il centro, il motore della missione di Comboni e della vostra missione oggi?».
Domanda davvero molto bella, che in quasi cinquant’anni di vita missionaria ho cercato spesso di affrontare, alla ricerca delle parole giuste e, ancora di più, dei gesti giusti.
Se oggi quel giovane mi ponesse di nuovo la stessa domanda non esiterei a chiedere l’aiuto non di uno, ma di due papi: Francesco e Leone. È infatti sorprendente che l’ultima grande enciclica di papa Francesco, Dilexit nos, sia dedicata all’amore – «l’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo» – e che la prima esortazione apostolica di papa Leone indirizzata a tutta la Chiesa, Dilexi te, parli anch’essa di… amore – «l’amore per i poveri». È chiaro, come afferma papa Francesco: «La missione diventa una questione d’amore» e i missionari sono persone «innamorate che, affascinate da Cristo, sentono il bisogno di condividere questo amore che ha cambiato la loro vita».
Missione come amore: sì, questa è la realtà stupenda e splendida che fa da ponte tra le due lettere dei papi e che ci offre anche la chiave per iniziare a leggere, pregare e vivere Dilexi te – come speriamo di fare nel corso del prossimo anno. E vogliamo farlo non tanto per raccogliere idee interessanti, quanto piuttosto per crescere come missionari, ciascuno nelle proprie concrete circostanze.
Quali scoperte profonde sulla missione possiamo dunque sperare di fare in questo cammino, avendo come guida lo scritto di papa Leone?
La missione è una questione d’amore, e, in definitiva, questo è vero perché la missione nasce da Dio, dalla Trinità d’amore. Tutto ciò che Gesù dice e fa nei Vangeli, nella potenza dello Spirito, lo rende evidente: il nostro Dio non è distante, freddo, indifferente, disimpegnato. No, il nostro Dio è in movimento, è estroverso, coinvolto, interessato, vicino, appassionato.
E noi siamo battezzati nel nome di questo Dio missionario. Con il battesimo, le Tre Persone prendono dimora nel profondo del nostro cuore e si mettono all’opera per formarci come missionari – a loro immagine!
Questo tema, questa realtà della Trinità missionaria, è stata fortemente presente nell’insegnamento e nella testimonianza di papa Francesco (basti pensare alla sua prima esortazione, Evangelii gaudium) ed è stata ripresa con energia da papa Leone. Entrambi esortano la Chiesa a essere là dove le Tre Persone sono già: ai margini, nelle periferie, accanto a coloro che sono ritenuti lontani.
In Dilexit nos papa Francesco insiste sul fatto che il nostro cuore deve essere trasformato nel Cuore di Gesù, un cuore che si china sui feriti e sui deboli, e papa Leone approfondisce e consolida questo appello missionario.
La missione è, dunque, una questione d’amore, perché Dio è amore, e l’amore di Dio è un amore missionario, che esce da sé.
La Trinità dell’Amore ci spinge alla missione, ma ci attende anche lì.
Durante i miei anni nelle Filippine svolgevo il mio ministero in un minuscolo angolo della megalopoli di Manila. Ho avuto la grazia di imparare la lingua nazionale, il tagalog, e di poter così accompagnare in modo particolare una piccola comunità nelle baraccopoli della città.
Con loro ho fatto una scoperta commovente, che è il tesoro di tante vite missionarie: il Dio che è amore ci precede nel nostro cammino missionario, e noi arriviamo a conoscere di nuovo questo Dio nella vita e soprattutto nel cuore dei poveri ai quali siamo inviati.
Nell’esempio della loro vita, la missione diventa una scuola di amore, dove l’amore assume il volto della solidarietà, della gratitudine, del coraggio, della gioia, della perseveranza, del buon senso, della tolleranza.
Nella missione con e verso i poveri, noi missionari impariamo ad amare.
Poiché la missione è una questione d’amore è anche una questione di opere, di lavoro, di azione.
Come dice Gesù in Giovanni: «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (5,17). Ulteriormente chiarito in Giovanni 15, dove ci viene offerta la bella immagine del Padre come vignaiolo. Il Padre gioisce dei nostri frutti abbondanti, ci dice Gesù, e san Giovanni lo ribadisce quando ci esorta ad amare con i fatti e non solo a parole.
Per amore siamo collaboratori di Dio, come insiste san Paolo, e questo è insieme una gioia e una sfida.
È una grande gioia sapere che il Signore desidera che ci uniamo a lui nell’amore per i poveri, che cerca la nostra compagnia e la nostra solidarietà: è un modo nuovo di comprendere la nostra grande dignità e il nostro potenziale nella grazia del battesimo. Ma è anche una sfida, perché significa che dobbiamo prima discernere come Dio stia amando i poveri qui e ora, per poter rispondere a questa iniziativa divina. Dio ama per primo i poveri.
Quando comprendiamo e viviamo la missione come amore in questi diversi modi, accade qualcosa di meraviglioso e potente: veniamo cambiati, trasformati. Poco a poco ci rendiamo conto che ciò che conta davvero nel nostro servizio ai poveri è innanzitutto ciò che siamo, e scopriamo che stiamo diventando un segno, un sacramento della presenza amorosa di Dio.
Sì, noi veniamo trasformati, ma per grazia di Dio lo sono anche coloro ai quali siamo inviati, mentre vengono condotti a una nuova consapevolezza del loro valore e della loro dignità infinita, e del loro potenziale come esseri umani, figli e figlie del Padre che li ama in modo del tutto speciale.
Mentre ci prepariamo a pregare e a studiare Dilexi Te nel corso del prossimo anno, è bene soffermarci sulle parole conclusive di papa Leone:
«L’amore cristiano supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei, rende familiari i nemici, valica abissi umanamente insuperabili, entra nelle pieghe più nascoste della società. Per sua natura, l’amore cristiano è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile. L’amore è soprattutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla. Ebbene, una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno» (n. 120).

di: Nico Dal Molin – in settimananews
L’ultima monografia dell’anno 2025 della rivista Presbyteri (6/2025) è dedicata al tema della amicizia. Anche nella vita del prete l’amicizia «rappresenta una delle forme più importanti, profonde e significative di relazione (…), coinvolgendo il rapporto tra vita personale e servizio ministeriale e chiedendo di riflettere su quanto il ruolo possa, talvolta, condizionare o ostacolare. L’amicizia è uno di quegli aspetti che ci dà occasione di conoscere e coltivare la nostra umanità, manifestando la propria maturità affettiva senza ruoli né etichette. È preziosa palestra per imparare e vivere insieme gratuità, cura reciproca e servizio, aspetti così importanti per la vita e il ministero del prete». Riprendiamo l’editoriale di don Nico Dal Molin
In una straordinaria pagina del Piccolo Principe di A. de Saint‑Exupéry, c’è un passaggio di rara bellezza. Quando egli incontra la volpe, questa furbescamente gli dice: «Non sei di queste parti, tu – disse la volpe – che cosa cerchi?». «Cerco gli uomini» – disse il piccolo principe. «Che cosa vuol dire? Gli uomini – disse la volpe – hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?». «No – disse il piccolo principe – cerco degli amici»[1].
Nei nostri contesti di vita, sempre più invasi da parole di banalità e dalla retorica della paura e dell’odio, questa semplicissima frase esprime uno dei desideri più profondi del cuore umano: trovare amicizia.
L’amicizia è solidarietà degli occhi: l’occhio vede, osserva, percepisce, ma non è detto che le sue percezioni siano sempre corrette. Nell’amicizia ciò che viene visto e percepito può avere una valutazione più oggettiva, una correzione, una modifica per cogliere la realtà nella sua concretezza e verità.
L’amicizia è solidarietà degli orecchi: con l’udito noi ascoltiamo, ma la presenza amica può avere un udito più fine e sensibile del nostro. Per usare una delicata immagine del Card. Martini, è come l’infermiera che di notte sa cogliere, nella corsia di un ospedale, il gemito di un bisogno sussurrato da un malato. Molte realtà della vita non sono gridate, sono appena sussurrate e solo la presenza amica le sa cogliere e trasformare in suoni di vicinanza e di speranza.
L’amicizia è solidarietà della mano: la mano, intesa come espressione del fare, del portare a compimento qualcosa di significativo e concreto, nel dare forma e sostanza a qualcosa di pensato, studiato, capito, intravisto. La presenza amica può aiutare, incoraggiare, smussare, riplasmare tanti aspetti della nostra vita. È la mano amica che ti tiene stretto e ti aiuta a superare momenti di delusione, smarrimento e paura.
L’amicizia è solidarietà del cuore: la presenza amica sa entrare in sintonia con i pensieri e le emozioni più profonde che ciascuno vive, in un’armonia di sentimenti, di condivisione, di con-passione. Un cuore stanco, solo e spesso arrabbiato, a contatto con un altro cuore ospitale e amico, si riaccende di speranza.
Bellezza e fatica dell’amicizia
È quasi ovvio ricordare il capitolo sesto di Siracide: una miniera di suggerimenti per saper valutare e vivere l’amicizia non in modo idealizzato, ma semplice e realistico.
«Un amico fedele è medicina che dà vita: lo troveranno quelli che temono il Signore. Chi teme il Signore sa scegliere gli amici: come è lui, tali saranno i suoi amici» (Sir 6,16-17).
È bello parlare dell’amicizia. È una delle realtà più belle dell’esistenza umana, ma non possiamo scordare che è anche un percorso esigente. Esso richiede un tirocinio robusto e un training efficace e, soprattutto, una libertà interiore senza la quale è difficile, anzi impossibile, parlare di amicizia.
La bellezza dell’amicizia consiste nella sua originalità: non si può essere amici di tutti… ogni amicizia è un’esperienza molto personale, una realtà delicata e fragile. È un grande dono da chiedere al Signore ed è un dono da amare e custodire come si custodisce qualcosa di intimamente prezioso.
Mi permetto un ricordo personale legato alla rivista Presbyteri. Il tema dell’amicizia e della fraternità nella vita del prete è stato affrontato nel numero 10-2020. Eravamo nel tempo della pandemia di Covid 19, disorientati e confusi perché tutti i nostri schemi abituali di riferimento pastorale si sgretolavano uno dopo l’altro. Io stesso stavo scrivendo i primi editoriali subentrando a nomi storici come p. Fabrizio Valletti e soprattutto alla firma impareggiabile di p. Felice Scalia. Rifacendomi proprio a un articolo di p. Scalia, riportavo una sua citazione sul tema dell’amicizia che mi pare troppo preziosa per non ricordarla ancora.
Quando si parla di amicizia tra preti o tra consacrati sembrerebbe una ovvietà, se anche questo tipo di rapporto non fosse piuttosto raro. La verità è che ad uno scambio fraterno, ad una chiarezza di sentimenti e ad un fiducioso abbandono ai gesti e alle premure benevole dell’altro, per svariati motivi, non siamo stati educati. Si temevano così tanto, proprio a salvaguardia della castità, le ‘amicizie particolari’ che si finiva per creare le ‘inimicizie particolari’, come scrive p. Timothy Radcliffe.
E aggiunge: «Se non facilitiamo e incoraggiamo sane e vere amicizie tra preti e futuri preti, ce li sogniamo i presbitèri che siano luoghi di fraternità sacerdotale e luoghi della ricerca di Dio».
Amicizia e libertà di cuore
Sono davvero tanti gli autori, saggisti, romanzieri, poeti che hanno scritto testi meravigliosi sull’amicizia. Possiamo ricordare Cicerone con il De Amicitia o la contemporanea e misteriosa Elena Ferrante con L’amica geniale; Hermann Hesse con Narciso e Boccadoro o Luis Sepúlveda nella straordinaria Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. O poeti come Giovanni Pascoli (Un amico) e Alda Merini (Non ho bisogno di denaro); Pablo Neruda (Amico) e Jorge Luis Borges (Amicizia); Eugenio Montale (Ripenso il tuo sorriso) e Kahlil Gibran Kahlil (Sull’amicizia). Un elenco che potrebbe continuare all’infinito.
Tuttavia, in questo momento, ciò che più mi affascina è un’espressione illuminante di Aristotele: «L’amicizia, quella vera, viene praticata da chi pratica la virtù». Egli ne parla nei libri VIII e IX dell’Etica nicomachea[2], che ancor oggi, in cui si sta tornando a parlare di educazione affettiva, potrebbe essere un vademecum per ogni buon educatore. Per il filosofo la perla della virtù è l’uomo libero, capace di attingere in sé stesso le energie che orientano l’agire a partire dalla propria interiorità. L’uomo libero è innanzitutto colui che vive per l’altro; altrimenti si cade in una mancanza di libertà interiore che coincide con il narcisismo, oggi così evidente e diffuso. La vera libertà interiore ha senso e valore se non è indirizzata su sé stessi; ha senso e valore quando è «per» qualcuno.
È l’essenza stessa dell’antropologia cristiana, che pone a fondamento di ogni persona umana la dimensione relazionale: l’essere con, l’essere per, l’essere in.
Il Signore Gesù saprà poi aggiungere dei colori nuovi alla relazionalità, dicendo: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31-32); e offrendoci un’amicizia totale e disinteressata: la sua.
«Non vi chiamo più servi, ma amici» perché «l’amico è colui che dà la vita per i suoi amici» (cf. Gv 15,13 ss.).
Questo ci propone una traiettoria chiara di come vivere l’amicizia: è la ricerca comune di una vita virtuosa e interiormente libera. Ciò sgombera il terreno da ogni possibile equivoco sull’utilizzo dell’amicizia in maniera da gratificare passioni e bisogni non liberi perché egocentrici.
Necessarissima alla vita
È un’altra straordinaria espressione di Aristotele: l’amicizia è «necessarissima alla vita». Un superlativo che va oltre il dizionario, per dire che non si può vivere senza una o più presenze amiche accanto. Conferma la sua convinzione citando un proverbio noto a quel tempo: «Quando due camminano insieme, aumenta la loro capacità di pensare e di agire».
È un desiderio di sintonia, di voglia di spartire dei beni, che più si spartiscono e più aumentano: una specie di miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Beni che più sono posseduti e più si ha desiderio di condividere con l’altro. Si potrebbe davvero dire: l’amicizia è l’ossigeno indispensabile per ogni vita che cerca la felicità.
Coloro che sono incapaci di un’amicizia che miri al vero bene dell’altro sono persone psicologicamente e spiritualmente inaridite, prive di vitalità, rigide, acide e molto dure nei giudizi e nelle esigenze, soprattutto nei confronti degli altri. Non hanno più il gusto delle relazioni vere, non trovano gioia alcuna nello stare con gli altri e diventano un tormento per chi vive loro accanto. Sono persone che sgretolano la propria vita e quella altrui, perché nessuno può vivere a lungo con chi è solo fonte di rabbia e tristezza.
L’amicizia vera tende alla felicità ma, lo sappiamo per esperienza, la felicità a volte è molto legata alla sofferenza; e proprio da questo dolore l’amicizia risulta purificata e potenziata.
A proposito della sua amicizia con il grande vescovo e teologo San Basilio, San Gregorio di Nazianzo scriveva: «Gli amici sono l’uno all’altro norma e regola per discernere il bene e il male».
L’amicizia è davvero “necessarissima”. Viene da pensare a quella nostalgia che è rimasta nel cuore di ciascuno, provocata dall’avere accolto nella argilla grezza dell’umanità il soffio divino della vita. Quello è il momento di una comunione straordinaria che porta l’essere umano a cercare continuamente una strada per tornarvi. Interpretando questa nostalgia perenne il filosofo austriaco Ferdinand Ebner scrive: «Dio è il vero Tu del vero io dell’uomo».[3]
L’amicizia si fa via di Speranza
Sant’Agostino, di fronte alla morte di un «amico carissimo» conosciuto a Tagaste e di cui non rivela il nome, scrive: «Eccoti strappato a questa vita dopo un anno appena che mi eri amico, a me dolce più di tutte le dolcezze della mia vita di allora (…) L’angoscia avviluppò di tenebre il mio cuore. Ogni oggetto su cui posavo lo sguardo era morte (…) Soltanto le lacrime mi erano dolci e presero il posto del mio amico tra i conforti del mio spirito»[4]. Rivolgendosi poi al Signore Dio, scrive: «Eppure, se non potessimo piangere contro le tue orecchie, non rimarrebbe nulla della nostra speranza»[5].
Come non ricordare, allora, le pagine meravigliose di un libro che vorrei affidare a tutti i lettori di Presbyteri, per comprendere in profondità la bellezza dell’amicizia vera e profonda: è il diario di Raissa Maritain dal titolo emblematico I grandi amici[6].
In questa autobiografia Raissa ripercorre la storia della sua vita con Jacques Maritain, il grande filosofo francese che era anche suo marito, attraverso gli anni inquieti dell’impegno sociale nel mondo. Basta scorrere l’indice dei nomi citati per accorgersi che questo diario si estende su tutti gli aspetti della cultura contemporanea, dalla filosofia alla politica, dalla teologia alla letteratura, dalle arti figurative alla musica. In esso, con la delicatezza e l’acutezza che le sono proprie, Raissa descrive gli incontri con gli amici che hanno segnato in maniera definitiva il cammino della vita sua e di Jacques. Sono nomi importanti, visti nei risvolti degli incontri semplici della vita di tutti i giorni o nell’ansia di una ricerca che inconsciamente portava ad una profonda relazione umana e alla ricerca comune di Dio: Henri Bergson, Léon Bloy, Ernest Psicari, Charles Péguy, Paul Claudel e tanti altri ancora. Che fortuna incontrare sulla propria strada simili personaggi. È ai cuori amanti della verità che Dio riserva queste fortune.
Dal Diario veniamo a conoscere come, nella conclusione di una lettera che Léon Bloy scrive il 25 agosto 1905, egli le manifesta tutta la sua gratitudine perché i momenti di grande sofferenza che egli stava attraversando venivano mitigati dalla comprensione e dall’amicizia di questa sua nuova e insperata amica.
«Ecco, carissima e benedetta Raissa, tutto quello che può scrivervi un uomo veramente infelice, ma pieno della più sublime speranza per sé stesso e per tutti coloro che egli porta nel cuore».
Quando l’amicizia si fa via di una speranza … insperata.
[1] A. De Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, Newton Compton Editori, Roma 2015; cap. 21.
[2] L’Etica Nicomachea è una raccolta basata sulle lezioni tenute da Aristotele ed è considerato il primo trattato sull’etica come argomento filosofico specifico. L’aggettivo «Nicomachea» potrebbe essere una dedica di Aristotele al figlio Nicomaco o al padre del filosofo, che pure si si chiamava Nicomaco.
[3] Ferdinand Ebner (1882-1931) è un filosofo austriaco che, assieme a Martin Buber e Franz Rosenzweig viene annoverato tra i massimi rappresentanti del pensiero dialogico. La filosofia di Ebner, orientata alla relazione «io»-«tu», anticipa l’esistenzialismo cristiano di Gabriel Marcel.
[4] Agostino di Ippona, Confessioni IV, 9.
[5] Ibid., 10.
[6] R. Maritain, I grandi amici, Vita e Pensiero, Milano 1991.

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