Le guerre fratricide mettono in crisi la fede di chi crede in Dio

Perché oggi digiuniamo e preghiamo per la pace

Le guerre fratricide mettono in crisi la fede di chi crede in Dio. Il pensiero di chiunque, anche del più acerrimo ateo o agnostico, nel sentire pronunciare il nome di Dio va alla pace, alla giustizia, alla tolleranza, al perdono, alla solidarietà, alla pietà, alla misericordia. Le bombe assassine sono un inno alla violenza e alla morte. Che possiamo fare, noi poveri esseri umani, davanti a uno scempio di queste dimensioni? Chi sono io, prete di periferia, di fronte a coloro che con un solo, cinico pollice alzato possono decretare la mia fine e quella di milioni di uomini e donne? Non pochi, in questi mesi, sono caduti nella disperazione, aggiungendo sofferenza a sofferenza.
La Chiesa oggi prega, digiuna, condivide, soffre e offrePerché la preghiera? Siamo, dunque, più misericordiosi del Padre della misericordia, da pensare di impietosirlo con le nostre suppliche? Qualcuno davvero crede che, come un grande vecchio, Lui se ne stia assiso su un trono d’oro, aspettando che i suoi figli, impauriti e depressi, lo implorino? Perché pregare, dunque? Innanzitutto, perché ce lo ha chiesto Gesù. Che cosa accade quando un’anima, o meglio, una comunità parrocchiale, o un’intera nazione prega, nessuno, nemmeno il più santo dei mistici, potrà mai dirlo con assoluta certezza. Obbediamo ed entriamo nell’alone del mistero. Godendo noi per primi del frutto della nostra obbedienza. Il muratore che aggiunge mattone a mattone non conosce il progetto del fabbricato come l’architetto. Solo alla fine si accorgerà di aver contribuito a innalzare una cattedrale nella quale risuoneranno le melodie liturgiche. Per adesso deve solo obbedire al mastro. Ecco, oggi, ci viene chiesto di fare proprio così.  Bussare con la certezza che la porta sbarrata sarà aperta. Come pellegrini, continuare a cercare; come pezzenti, insistere nel tendere la mano.
Pregare è un atto di fiducia immenso. Non è facile credere che il deserto, arido e assolato, verrà ricoperto di fiori profumati. Eppure, davanti a una bara con dentro la salma di Raffaele, mio nipote, la settimana scorsa, con le lacrime agli occhi e il cuore a lutto, ho cantato: «Io credo risorgerò, questo mio corpo vedrà il Salvatore». La fede è questo: sperare contro ogni speranza. Chi prega sta mettendo in atto una rivoluzione. In un mondo dove tutto ha un prezzo, dove si è tentati di non credere più a nessuno, dove poche decine di persone possono – se vogliono – decretare la fine della vita su questa meravigliosa pallina chiamata Terra, un popolo che sa prostrarsi davanti a Dio sta mettendo un cuneo nel cuore del male.
La preghiera è gettare a piene mani chicchi di grano senza la pretesa di voler sentire il profumo del pane cotto al forno. Prego perché ha pregato Gesù; prego perché hanno pregato i santi; prego perché, nei secoli, hanno pregato milioni di credenti. Prego perché ogni volta che lo faccio sento dentro di me il desiderio di donarmi totalmente a Dio e ai fratelli; perché avverto il terrore di fare male al prossimo, fosse anche solo per una sola parola cattiva pronunciata.
E il digiuno? Mi sovviene il ricordo di una pagina letta anni fa. Cito a memoria. Il giovane frate Davide Maria Turoldo, durante la Seconda guerra mondiale, era convalescente in ospedale. Un soldato, suo vicino di letto, aveva la febbre altissima. Si lamentò tutta la notte. Delirava. La mattina seguente, un giovane prete, riposato, sbarbato, pulito, profumato, entrò nella stanza. Si chinò amorevolmente sul paziente che non aveva nemmeno la forza di aprire gli occhi. Gli disse parole belle, di conforto. Gli parlò della croce e del Crocifisso. L’uomo ascoltava, poi, con un fil di voce gli rispose: «Reverendo, lei ha mai sofferto quel che sto soffrendo io? No? Allora, se ne vada». «Da quel giorno – dirà l’ormai famoso padre Turoldo – non mi sono mai più permesso di aprire la bocca davanti a un ammalato grave o a un moribondo». Confesso che accade anche a me. Nella vita delle persone si entra in punta di piedi, in silenzio, con rispetto, come in un reparto di rianimazione.
Oggi non mangiamo, o ci accontenteremo solo di un pasto frugale. Perché? Che cosa potrà ottenere il nostro piccolo sacrificio? Lo facciamo per sentirci Chiesa, casa, famiglia. Per condividere, almeno per poche ore, la sorte dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, che desidererebbero gustare anche solo una zuppa di patate calde, con serenità, senza il terrore che la casa gli crolli in testa. Digiuniamo per meglio assaporare e apprezzare tutto quel ben di Dio che, sovente, dalle tavole finisce nella spazzatura. Preghiamo e digiuniamo per gridare ai fratelli e alle sorelle sotto le bombe: non siete soli. Siamo con voi. Perdonateci. Il vostro dolore è il nostro dolore. La vostra gioia è la nostra gioia. La vostra speranza è la speranza della Chiesa e di tutte le persone di buona volontà. Digiuniamo perché digiunò Gesù; perché lo hanno fatto i santi; perché lo faceva la mia mamma in Quaresima. Preghiera e digiuno. Insieme. Per spalancare il nostro animo alla misericordia. Per rimanere umili e obbedienti. Per essere profeti di pace in un mondo che non sa più vivere e sognare.
avvenire

In Iran il massacro è invisibile: «Migliaia di uccisi»

Una nave mercantile thailandese in fiamme nello Stretto di Hormuz foto Royal Thai Navy

Le città iraniane hanno continuato a vivere ore di terrore tra esplosioni, missili e caccia militari che sorvolavano i cieli del Paese. Le notizie, giunte attraverso testimoni oculari, messaggi e immagini condivise sui social media, raccontano attacchi che coinvolgono largamente infrastrutture civili su tutto il territorio nazionale.

«Il piano di Trump e Netanyahu è molto chiaro – dice Payman, sindacalista vissuto a lungo nel mirino degli apparati punitivi della Repubblica islamica – Eliminare le leadership, istigare le minoranze curde e baluci per destabilizzare lo Stato, sostenere la ribellione popolare per affrontare l’apparato della sicurezza e prendere i centri del potere. Ma il piano è fallito: ora stanno colpendo in modo massiccio la popolazione e le infrastrutture civili per punire il sostegno interno al regime. È successa la stessa cosa a Gaza e in Libano».

IL NUMERO DELLE VITTIME e la dimensione della distruzione, specialmente a Teheran, sarebbero molto più alti di quelli dichiarati. Fonti locali parlano di decine di migliaia di vittime e feriti. Ieri, il Comando centrale degli Stati uniti ha dichiarato di aver condotto oltre 5.500 attacchi aerei, mentre la Mezzaluna rossa iraniana ha riportato la distruzione parziale o totale di 19.734 strutture. Considerando questi dati, è probabile che le vittime siano molte più delle 1.337 ufficialmente dichiarate.

A Bushehr, città portuale nel sud-ovest, l’ospedale Shohada-ye Khalij-e Fars, 280 posti letto, è stato colpito da esplosioni. L’ospedale è stato evacuato. Non è un caso isolato: secondo le autorità iraniane, dall’inizio delle ostilità almeno nove ospedali nel paese hanno subito danni, alcuni dei quali gravi.

A migliaia di chilometri di distanza, a Chabahar – porto strategico affacciato sul Mare d’Oman, snodo cruciale per i commerci e la proiezione militare iraniana verso est – tre missili colpiscono nel tardo pomeriggio. Tra i bersagli, secondo fonti non confermate, anche una villetta appartenente a uno scienziato.

A TEHERAN, la mattinata di ieri è scandita da una sequenza di boati che semina panico tra i residenti della zona ovest. Alle 13.27 due esplosioni scuotono il quartiere di via Azadi. Tre minuti dopo, un colpo centra l’ultimo piano di un edificio vicino alla metro di Ostad Moein. I messaggi degli abitanti si accavallano: cinque esplosioni a Janat Abad, quattro nella zona Yadegar-Azadi, un’altra fortissima nei pressi di Piazza Azadi. Tra i bersagli militari colpiti c’è l’Università militare degli Ufficiali Imam Hossein.

Nel Kurdistan iraniano, la città di Marivan vive ore di fuoco. A partire dalle 14.00, messaggi e immagini documentano un’offensiva sistematica contro le infrastrutture: basi militari, radar, torri di osservazione, quartieri generali della guardia di frontiera. Gli attacchi si estendono fino ai centri minori circostanti. Pare una campagna che punta a smantellare la presenza militare capillare nel territorio curdo.

Le telecamere riprendono esplosioni nei pressi dell’aeroporto Mehrabad; da Karaj giungono segnalazioni di dieci forti detonazioni. L’Iran brucia da nord a sud e l’alba del giorno successivo si annuncia carica di incertezza. Ieri il comando operativo centrale di Khatam Al-Anbiya dell’esercito iraniano ha intimato: qualsiasi nave carica di petrolio o appartenente agli Usa o Israele sarà considerata «obiettivo legittimo». E ha ribadito: «Non permetteremmo il transito di un solo litro di petrolio» attraverso Hormuz.

La nave mercantile thailandese Mayuree Naree è stata colpita, prendendo fuoco mentre era ormeggiata nello stretto. Ventuno membri dell’equipaggio sono stati tratti in salvo, tre risultano dispersi. Secondo il ministero degli esteri thailandese, l’equipaggio è stato evacuato a Khasab, in Oman.

Reuters ha riferito che l’Iran ha posato nello stretto di Hormuz una decina di mine. La notizia ha fatto tremare il mercato; poi sono arrivate una serie di smentite. Intanto, nelle solite «azioni preventive», il Centcom Usa ha riferito di aver eliminato 16 navi posamine iraniane nei pressi dello stretto. L’Iran ha lanciato missili e droni verso Israele e infrastrutture petrolifere in Arabia saudita. Kuwait e Bahrein hanno detto di aver intercettato e abbattuto diversi droni iraniani.

LA GUERRA ha provocato una reazione diplomatica immediata nella regione. Il sultano dell’Oman, Haitham bin Tariq, ha espresso al presidente iraniano Masoud Pezeshkian la condanna per gli attacchi contro il territorio omanita, ribadendone la neutralità. L’Iraq, tramite il primo ministro Mohammed Shia al-Sudani, ha condannato il conflitto, promettendo che il suo territorio non sarà usato come base per attacchi contro l’Iran.

L’ambasciatore iraniano a Cipro, Alireza Salarian, ha ribadito che il nuovo leader supremo del Paese, Mojtaba Khamenei, è rimasto ferito nell’attentato americano del 28 febbraio, in cui hanno perso la vita sei membri della sua famiglia. L’ambasciatore ha confermato ferite alle gambe, al braccio e alla mano, spiegando che Khamenei non si sente a suo agio nel tenere discorsi pubblici e non ha ancora rilasciato dichiarazioni ufficiali.

Sullo sfondo, il figlio dell’ex scià, Reza Pahlavi, ha invitato gli iraniani a rimanere in casa e a prepararsi «alla fase decisiva della nostra lotta finale», invitando a mantenersi lontani da banche e obiettivi economici considerati a rischio.

Il Manifesto

Consiglio Supremo di Difesa: l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra

Il Presidente Sergio Mattarella in occasione della riunione del Consiglio Supremo di Difesa

euronews.com

Concluso il Consiglio Supremo di Difesa al Quirinale, presieduto dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.

“Il Consiglio Supremo di Difesa ha analizzato lo scenario di crisi che si è determinato con la nuova guerra in corso a seguito dell’azione militare degli Stati Uniti e di Israele contro l’Iran, manifestando grande preoccupazione per i gravi effetti destabilizzanti che questa crisi sta producendo nell’intera regione del vicino medio Oriente e nell’area del Mediterraneo”, si legge nella nota diffusa dal Quirinale.

Il Consiglio, da quanto si apprende, ha constatato con preoccupazione che la crisi dell’ordine internazionale, incentrato sull’Onu, con la moltiplicazione delle iniziative unilaterali indebolisce il sistema multilaterale anche di fronte a sfide comuni come le effettive ragioni di sicurezza legate al rischio di realizzazione di armi nucleari da parte dell’Iran, quelle relative alla sicurezza di Israele e dei suoi cittadini, alla condanna del regime di Teheran e delle sue disumane repressioni.

“Nell’attuale contesto di instabilità – irresponsabilmente aperto dall’aggressione della Russia all’Ucraina – con le progressive lacerazioni della pacifica convivenza internazionale, l’indebolimento delle istituzioni multilaterali e le numerose violazioni del diritto internazionale, l’Italia è impegnata a ricercare e sostenere ogni sforzo che riporti in primo piano la via negoziale e diplomatica”, prosegue la nota.

“Il Consiglio, nel pieno rispetto dell’Articolo 11 della Costituzione, esprime forte preoccupazione per il moltiplicarsi di conflitti, in particolare nell’area mediterranea e nel Medio Oriente, dove sono in gioco nostri interessi strategici vitali. Attacchi a civili, di cui troppo sovente sono vittime bambini come nel caso della strage della scuola di Minab, sono sempre inaccettabili”, si legge ancora e poi: ” Il Consiglio sottolinea come l’estensione del conflitto ad opera dell’Iran rischia anche di aprire spazi a forme di guerra ibrida e a gravissime iniziative di organizzazioni terroristiche”.

Per l’insieme di queste ragioni, spiega il Quirinale, l’Italia non partecipa e non prenderà parte alla guerra, come ha ribadito la presidente del Consiglio in Parlamento.

“Il Consiglio ha preso atto favorevolmente che, con propria risoluzione, il parlamento si è già espresso sulle richieste ricevute da parte dei Paesi amici ed alleati di assistenza nella loro difesa nonché sulla necessità che l’utilizzo delle infrastrutture militari presenti sul territorio nazionale e concesse alle forze statunitensi avvenga nel rispetto del quadro giuridico definito dagli accordi internazionali vigenti che include fra l’altro attività addestrativa e di supporto tecnico-logistico”, si legge ancora e prosegue:”Il Consiglio ha inoltre preso atto che eventuali richieste che dovessero eccedere il perimetro delle attività già disciplinate dagli accordi citati saranno sottoposte al parlamento”.

Il Consiglio ha approfondito le linee già illustrate dal governo in parlamento per affrontare la crisi in atto nel Mediterraneo, in Medio Oriente e nei Paesi del Golfo, a partire dall’impegno per la messa in sicurezza delle migliaia di cittadini italiani presenti nella regione e della decisione di fornire sostegno e assistenza ai Paesi del Golfo, amici e importanti partner strategici dell’Italia, a tutela dei numerosi militari italiani presenti in quelle aree, in base a missioni in atto e già autorizzate dal parlamento.

“Il Consiglio ha sottolineato l’importanza dell’iniziativa assunta dal governo di operare insieme ai principali alleati europei, in particolare Francia, Germania e Regno Unito, per coordinare le iniziative sul piano della difesa degli interessi comuni e su quello più generale della sicurezza. Ciò anche in considerazione dell’allarme per i missili lanciati verso Cipro – territorio dell’Unione Europea – e verso la Turchia – territorio dell’Alleanza Atlantica – e intercettati dalle difese Nato nel Mediterraneo orientale nonché dei rischi che il conflitto in Iran sta producendo sul piano della sicurezza economica ed energetica, sia a livello nazionale che internazionale”, prosegue la nota.

Poi la condanna al blocco nel Golfo Persico e la preoccupazione per la situazione in Libano: ” Il Consiglio valuta gravi le azioni dell’Iran per ostacolare la libera navigazione nello Stretto di Hormuz. Il Consiglio ha preso in esame con particolare attenzione anche la situazione in Libano e chiede a Israele di astenersi da reazioni spropositate alle comunque inaccettabili azioni di Hezbollah che hanno trascinato il Libano in un nuovo drammatico conflitto. Come sempre il prezzo più alto lo pagano le popolazioni civili, con numerose vittime e centinaia di migliaia di cittadini evacuati dal Sud del Libano e altrettanti dalle aree sciite di Beirut”.

Il Consiglio, riporta il Quirinale, ritiene allarmanti le continue gravi violazioni della risoluzione n. 1701 del 2006 e il ripetersi di inammissibili attacchi da parte israeliana al contingente di Unifil, attualmente a guida italiana.

Anche in relazione alle decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu di concludere la missione Unifil, resta ineludibile garantire la sicurezza della Linea Blu, favorendo l’incremento delle capacità delle Forze Armate Libanesi.

Il Consiglio esprime condanna per l’aggressione ai militari italiani a Erbil in Iraq.

“Il Consiglio, al termine dei lavori, ha rivolto sentimenti di intensa vicinanza e gratitudine a tutti i militari impegnati nelle varie operazioni in Italia e all’estero e, in particolare, per i militari italiani impegnati nella missione UNIFIL nel sud del Libano e in quelli nei Paesi del Golfo, per l’esemplare professionalità manifestata nell’assolvimento del loro compito”, conclude la nota.

Alla riunione hanno partecipato: la presidente del Consiglio dei ministri, Giorgia Meloni; il Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale, Antonio Tajani; il Ministro dell’interno, Matteo Piantedosi; il Ministro della difesa, Guido Crosetto; il Ministro dell’economia e delle finanze, Giancarlo Giorgetti; il Ministro delle imprese e del made in Italy, Adolfo Urso; il Capo di Stato maggiore della difesa, Generale Luciano Portolano.

Erano presenti poi il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano; il Segretario generale della Presidenza della Repubblica, Ugo Zampetti; il Consigliere del Presidente della Repubblica per gli Affari del Consiglio supremo di difesa e Segretario del Consiglio, Francesco Saverio Garofani.

Albania verso la designazione dell’Iran come Stato sponsor del terrorismo

L’Albania si prepara a proclamare la Repubblica islamica dell’Iran come “Stato sponsor del terrorismo”. Lo ha annunciato il premier Edi Rama, spiegando che la decisione sarà formalizzata dal Parlamento la prossima settimana con un’apposita risoluzione.

Il testo della risoluzione, diffuso dall’emittente albanese Report Tv, prevede anche la richiesta di classificare come “organizzazioni terroristiche” il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica e Hezbollah, considerati proxy dell’Iran.

Tirana ha interrotto le relazioni diplomatiche con Teheran nel settembre 2022, accusandolo di essere il mandante di un massiccio attacco cibernetico che aveva paralizzato i sistemi informativi del Paese. Solo due giorni fa, un nuovo attacco informatico, rivendicato dal gruppo di hacker Homeland Justice – sospettato di avere legami con l’Iran – ha colpito l’intera infrastruttura tecnologica del Parlamento albanese. Nella foto il premier albanese Rama

euronews.com

#Guerra Libano meridionale, nuovi raid israeliani nella notte: almeno sei vittime

Beirut

Prosegue l’offensiva aerea israeliana nel sud del Libano, dove i bombardamenti effettuati durante la notte hanno causato la morte di almeno sei persone. Secondo quanto riferito dal Ministero della Salute Pubblica libanese tramite l’Agenzia di Stampa Nazionale (NNA), un primo attacco ha colpito la città di Ain Ebel, provocando tre vittime.

Un secondo raid condotto dalle Forze di Difesa Israeliane (IDF) ha interessato la località di Barish, situata nel distretto di Tiro, dove si registrano altri tre decessi. Il bilancio delle operazioni notturne aggrava ulteriormente la situazione umanitaria nell’area, mentre le autorità locali continuano a monitorare i danni e l’eventuale presenza di feriti tra le macerie degli edifici colpiti.

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#Guerra Qatar condanna i raid in Libano: “Violazione palese del diritto internazionale”

Qatar ha espresso una ferma condanna nei confronti degli attacchi condotti dalle forze israeliane nel sud del Libano, definendoli una palese violazione del diritto internazionale umanitario. Attraverso una nota diffusa dal ministero degli Affari Esteri, il governo di Doha ha rivolto un appello alla comunità internazionale affinché si assuma le proprie responsabilità, costringendo Israele a cessare le ostilità e a rispettare le convenzioni internazionali. Ribadendo un sostegno incrollabile alla sovranità e all’integrità territoriale del Libano, il Qatar ha confermato il proprio impegno a favore della stabilità del Paese. L’offensiva, iniziata lunedì scorso, ha già prodotto conseguenze umanitarie devastanti: secondo i dati più recenti, il numero delle vittime ha raggiunto quota 687, includendo 98 minori, mentre circa 750mila persone sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa dei continui bombardamenti.

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