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Da AI a AGI. L’umanità corre. La destinazione si chiama AGI — Artificial General Intelligence

Verso una AI Sapienziale

Avvenire

L’umanità corre. La destinazione si chiama AGI — Artificial General Intelligence — e la sua promessa è quella di implementare un sistema capace di svolgere qualsiasi compito cognitivo umano. In qualsiasi dominio. Con efficacia pari o superiore. Non uno strumento specializzato. Un interlocutore universale. I segnali di questa corsa sono ovunque. Tutti accelerano. Tutti dichiarano, con variazioni di tono ma non di sostanza, che l’AGI è imminente. Siamo entrati in quella fase in cui la traiettoria tecnologica sembra inarrestabile. Non perché lo sia davvero, ma perché nessuno dei protagonisti vuole o può permettersi di fermarsi. Abbiamo smesso di parlare di applicazioni per parlare di infrastruttura. Non «cosa possiamo fare con l’AI», ma «cosa dobbiamo costruire perché l’AI possa esistere a quella scala».
Questa corsa, però, porta con sé due limiti strutturali che la retorica dell’entusiasmo tende a rimuovere. Non sono limiti tecnici secondari, risolvibili con la prossima versione del modello. Sono limiti di sistema. Il primo è un limite economico: il modello di business dell’AI non esiste ancora. Il secondo è un limite epistemologico: il modello ermeneutico / semantico dell’AI attuale è insufficiente. I due limiti non sono disgiunti. Approfondiamoli separatamente.
Partiamo dal modello di business. Un data center da un gigawatt di potenza — la dimensione necessaria per addestrare e distribuire i modelli di frontiera — costa, tra costruzione e gestione, tra 35 e 60 miliardi di euro. Il fabbisogno stimato per l’AI a regime è di circa cento gigawatt. Ovvero cento data center. Un investimento complessivo nell’ordine dei tre-cinque trilioni di euro. Già pianificato. Già annunciato dalle grandi piattaforme tecnologiche globali. Tre-cinque trilioni. C’è addirittura chi sostieni (il CEO Di IBM) che ne serviranno 8 di trilioni. Più di quanto l’intera industria dei semiconduttori abbia mai guadagnato nella sua storia, dalla nascita del transistor fino ad oggi. Una percentuale significativa del PIL globale. L’investimento industriale più concentrato e più rapido che l’umanità abbia mai programmato. C’è però un dettaglio che la narrazione entusiastica tende a omettere: la vita utile di un data center è di circa cinque anni. Il ciclo tecnologico dell’hardware AI (GPU) è talmente rapido che quanto viene costruito oggi diventa obsoleto prima di aver completato la propria curva di ammortamento. Quei tre-cinque trilioni (la netto delle infrastrutture che hanno un ciclo di vita più lungo) andrebbero reinvestiti ogni cinque anni. E per essere economicamente sostenibili dovrebbero generare utili nell’ordine di 1 (o più) trilione l’anno. Ogni anno. Per cinque anni di seguito. Ma un obiettivo di tale portata è realizzabile soltanto attraverso un salto di produttività dell’intera economia globale. Allo stato attuale, invece, la gran parte degli utilizzi dell’AI è di natura retail: riassunti, immagini, intrattenimento, assistenti digitali. È il boom tecnologico a più alta intensità di capitale della storia. Che non ha ancora sviluppato, tuttavia, un modello di business adeguato a sostenerlo. L’era del quantum computer verrà in soccorso. Ma non basterà solo aumentare la capacità di calcolo. Serve anche altro. La conclusione logica è una sola: abbiamo bisogno di un’AI che consumi meno per produrre di più. Non più parametri. Non più gigawatt. Ma più intelligenza per watt. Ed è qui — precisamente qui — che il limite economico incontra il limite epistemologico.
Perché i modelli attuali consumano così tanto? Perché ragionano per singole informazioni correlate statisticamente — pixel di testo, frammenti di dato, schegge di probabilità — invece di ragionare per concetti. Invece di comprendere la struttura del reale, la simulano attraverso miliardi di associazioni. Serve un oceano di calcolo per produrre ciò che un bambino impara in un pomeriggio. È esattamente questo nodo che un ricercatore di primissimo piano ha deciso di aggredire frontalmente.
C’è un momento nella storia della scienza, infatti, in cui chi sa più di tutti (o ha intuito prima di tutti) interrompe il coro e dice: c’è dell’altro. Yann LeCun lo ha fatto a marzo del 2026, lasciando Meta dopo dodici anni per fondare AMI Labs — Advanced Machine Intelligence — raccogliendo oltre un miliardo di dollari (solo sulla base di un concept) nel più grande seed round mai registrato in Europa. LeCun non è un outsider. È uno dei tre padri fondatori del deep learning, Premio Turing 2018. Sa di cosa parla. Ed è proprio perché sa di cosa parla che si permette di dire che la direzione attualmente dominante dell’intelligenza artificiale è insufficiente.
La diagnosi è precisa: i grandi modelli linguistici sono straordinariamente capaci ma strutturalmente limitati. Un gatto che salta su un tavolo calcola traiettorie, anticipa conseguenze, comprende la gravità. Un grande modello linguistico sa descrivere il salto con eleganza impeccabile. Ma non sa eseguirlo. È costruito per fare altro.
I modelli linguistici, infatti, sono macchine probabilistiche: data una sequenza di token, calcolano la distribuzione di probabilità sul token successivo. Fanno questo con sofisticazione stupefacente. Ma ciò che producono non è comprensione: è correlazione statistica elevatissima. Ciò esclude le risposte rare (e per questo più preziose). Non comprendono. Calcolano. Una civiltà che affida progressivamente le proprie decisioni a sistemi che calcolano invece di comprendere non sta adottando (e sviluppando) lo strumento più efficiente. Sta sostituendo il giudizio con la plausibilità. Sta rinunciando alla saggezza per la performance. Sta scegliendo la superficialità rispetto alla profondità.
La proposta di LeCun — l’architettura JEPA, Joint Embedding Predictive Architecture — non nega i modelli linguistici: li supera. Il sistema apprende strutture invece di sequenze: osservando video, dati spaziali, esperienze fisiche, costruisce una rappresentazione interna del mondo e ragiona su quella rappresentazione concettuale. Non pixel di informazione correlati: ontologie. La differenza non è di grado. È di natura. Ed è anche una risposta parziale al primo problema: un’AI che ragiona per concetti è strutturalmente più sobria e sostenibile di un’AI che simula la comprensione attraverso miliardi di correlazioni.
L’orizzonte di LeCun, tuttavia, si ferma al mondo fisico. È un progresso. Ma non è ancora abbastanza. C’è dell’altro, vorremmo dire anche noi. Cosa? Prima di descrivere ciò che manca, occorre smascherare un equivoco che rischia di diventare il più costoso della storia tecnologica contemporanea. Molti sistemi oggi sul mercato si presentano come “etici”. Hanno policy di utilizzo, guardrail, filtri di contenuto. Si dichiarano allineati ai valori umani. Eppure, queste AI non ragionano eticamente. Si limitano — banalizzando la complessità tecnica sottostante — a irrigidire i propri sistemi di controllo.
La differenza è abissale. Un guardrail è un vincolo esterno: impedisce un comportamento senza comprenderne le ragioni. È la differenza tra un uomo che non ruba perché teme la prigione e un uomo che non ruba perché ha interiorizzato il valore della giustizia. Il primo è condizionato. Il secondo è virtuoso. Nessuna AI attuale è virtuosa: è condizionata. I suoi “valori” sono vincoli imposti dall’esterno attraverso RLHF generico, filtri post-hoc, regole di contenuto. Non emergono da un ragionamento etico strutturale: sono protocolli di contenimento. L’etica, così ridotta, non è etica. È compliance.
Abbiamo, dunque, bisogno – è questa la risposta – di una AI strutturalmente etica. Un’AI addestrata su dataset sapienziali — filosofici, morali, teologici, spirituali — che non elabora pixel di informazione correlati statisticamente ma costruisce ontologie, ragiona per concetti, comprende strutture di significato. Un’architettura così concepita è intrinsecamente (e realmente) più sobria e sostenibile. Produce più intelligenza per watt perché non deve simulare la comprensione attraverso miliardi di associazioni: la possiede strutturalmente. Un’AI che ragiona secondo principi morali strutturati non genera percorsi computazionali inutili: sa riconoscere quando una domanda è mal posta, quando una risposta non è necessaria, quando il silenzio vale più di mille token. Il ragionamento etico è intrinsecamente orientato — sa dove vuole arrivare — e questa direzionalità riduce il rumore computazionale. LeCun guadagna efficienza eliminando la correlazione statistica cieca. L’AI sapienziale aggiunge un’ulteriore efficienza: il ragionamento etico è per natura essenziale, tende al necessario e scarta il superfluo.
Su questa prospettiva – che risponde (quanto efficacemente sarà da vedersi) ad entrambi i limiti evidenziati in premessa – è da anni impegnato anche l’Harmonic Innovation Ecosystem. Sviluppando ricerca teorico-pratica d’avanguardia sul rapporto tra tecnologia, etica e bene comune. Implementando piattaforme e modelli fondativi sulla base di dataset proprietari (o utilizzabili in via esclusiva e/o preferenziale) già disponibili. Costruendo un allineamento valoriale non post-hoc ma strutturale, incorporato nell’architettura. Con l’obiettivo di definire un common sense ortogonale al common sense generalista. Un punto di vista (preferenziale) sulla realtà. È questa la novità. Anche in questo caso (come nel caso di LeCun) si ragiona per concetti ed ontologie e non per pixel di informazioni correlati statisticamente. Ma tale approccio è applicato allo spazio morale prima ancora che a quello del reale. E verrà, inoltre, rafforzato da un instruction tuning di secondo livello assicurato da una selezionata comunità internazionale di esperti in etica, bioetica, filosofia, teologia, scienze cognitive, diritto, ecologia. Non il mercato, dunque. Ma la civiltà. Ed il pensiero e lo spirito che l’hanno generata e la sorreggono. Il rapporto con l’umano che ne deriva, non sarebbe, così, di sostituzione ma di amplificazione. Una maieutica algoritmica, si potrebbe dire. Non una risposta al posto di chi decide, ma la domanda posta più in profondità. Nella giusta profondità.
Una AI Fondativa Sovrana, dunque. Sapienziale (e non sapiente, si badi bene!). La prima, forse, davvero degna di questo nome. Non è un sogno. È una opzione concreta. Un cantiere aperto. E la sua sovranità sarebbe europea: radicata nell’umanesimo mediterraneo, nel pensiero cristiano, nella filosofia classica, nel diritto naturale.
L’Armonauta abita, da molto tempo, quindi, la breccia aperta da LeCun. Il problema dell’intelligenza artificiale non è tecnico ma antropologico. La vera libertà del pensiero non si misura in nanometri di silicio né in GPU-hours. Si misura nella capacità di discernere: non soltanto il vero dal falso e il particolare dall’universale, ma il bene dal male, il degno dall’indegno. I greci la chiamavano phronesis. Tommaso d’Aquino la poneva al cuore della prudenza. Nessuno di loro immaginava un algoritmo. Tutti descrivevano qualcosa che nessun algoritmo, da solo, può generare. Ma che un algoritmo orientato dall’umano può, per la prima volta, aiutare a esercitare. La ricerca della Verità. L’unica che illumina. L’unica che rende liberi. L’unica che redime. L’unica che salva.
L’intelligenza che manca non manca per difetto di potenza computazionale. Manca per difetto di intenzione. Perché nessuno, finora, aveva osato chiedere all’intelligenza artificiale di orientarsi verso il bene come fine. Non come variabile da ottimizzare. Non come vincolo da rispettare. Bensì come orizzonte costitutivo, incorporato nell’architettura prima ancora che nel codice. Per essere un “saggio compagno di viaggio”.
Qualcuno lo sta chiedendo.
Qualcuno sta già provando a farlo.
Coming soon.

Trump minaccia l’Iran: ‘Un’intera civiltà sta per morire’, il Papa: ‘E’ inaccettabile’

Trump © ANSA/EPA

ansa

La guerra del Golfo ha vissuto un’ennesima e drammatica giornata, con la comunità internazionale sospesa sull’ultimatum di Donald Trump a Teheran per Hormuz.

Una serie di raid sulle infrastrutture civili iraniane, come ponti e autostrade, è scattata diverse ore prima della deadline posta dal presidente americano. “Un’intera civiltà morirà stanotte, non vorrei ma è probabile”, ha rincarato in seguito il commander in chief con un post su Truth dai toni apocalittici, per dare un ultimo avviso agli ayatollah.

Una minaccia al popolo iraniano che il Papa ha definito “inaccettabile”. “Qui ci sono questioni certamente di diritto internazionale ma molto di più. E’ una questione morale per il bene del popolo intero. Vorrei invitare tutti a pensare nel cuore veramente di tanti innocenti, tanti bambini, tanti anziani, totalmente innocenti, che sarebbero anche loro vittime di questa escalation”, è l’accorato appello di Leone XIV.

Le bombe di Israele e Stati Uniti sono tornate a cadere sull’isola di Kharg e sulla città di Qoms, dove si starebbe curando un Mojtaba Khamenei ormai “in stato di incoscienza” secondo l’intelligence di Tel Aviv. La Casa Bianca ha negato di considerare l’opzione arma atomica, ma gli ultimi segnali rischiano comunque di destabilizzare ulteriormente l’economia globale, se si guarda anche al proclama dei Pasradan: “la moderazione è finita” e se gli americani e i loro alleati “superano le linee rosse vi colpiremo privandovi per anni del petrolio e del gas della regione”.

“Possiamo distruggere l’Iran in una notte”, aveva minacciato Trump dopo aver dato tempo alla teocrazia per riaprire lo Stretto di Hormuz entro le 2 italiane di mercoledì. Nel frattempo i caccia americani e dell’Idf si sono alzati in volo per colpire target specifici in territorio iraniano. Le autorità locali hanno segnalato raid su un’importante autostrada che collega la città di Tabriz a Teheran e che è stata chiusa.

Ancora, attacchi alle linee ferroviarie, con tutti i treni da e per Mashhad, seconda città del Paese, cancellati per precauzione dopo un avvertimento israeliano che esortava i civili a non viaggiare su rotaie. Nel mirino sono finiti due ponti, a Kashan e vicino alla città santa di Qoms. Le bombe hanno investito Kharg per la seconda volta dall’inizio della guerra, che avrebbero colpito solo obiettivi militari e non la logistica dell’export del petrolio.

Benyamin Netanyahu, commentando gli ultimi attacchi, ha riferito che i ponti e le ferrovie erano utilizzati dalle Guardie Rivoluzionare “per trasportare materie prime per armi, armamenti e i loro operativi che attaccano noi, gli Stati Uniti e altri Paesi della regione”. Non c’è stata nessuna azione mirata contro la popolazione, ha puntualizzato, come a voler confermare che si è trattato di un ultimo avvertimento ai mullah prima di “scatenare l’inferno” evocato dal Trump, ossia la distruzione della rete di approvvigionamento energetico dell’Iran.
Il presidente americano, mentre le lancette del countdown continuavano a correre, è arrivato ad immaginare la distruzione di “un’intera civiltà”. Ma nel consueto lessico che alterna brutalità e messaggi concilianti il tycoon ha lasciato aperto uno spiraglio: “Ora che abbiamo un cambio di regime completo e totale – in cui prevalgono menti diverse, più acute e meno radicalizzate – forse potrebbe accadere qualcosa di meraviglioso e rivoluzionario”.

In effetti la diplomazia, anche in questa fase critica, non si è interrotta. JD Vance ha detto che si sarebbero tenuti “molti negoziati” prima della scadenza dell’ultimatum e fonti pakistane hanno confermato il “duro lavoro” della leadership di Islamabad per ottenere una “svolta”. Gli stessi media statali di Teheran, dando conto di un’interruzione dei messaggi diretti con Washington, hanno fatto sapere che i contatti indiretti sono proseguiti. Infine, fonti americane e israeliane interpellate da Axios, pur restando scettiche sulla possibilità di un’intesa al fotofinish, hanno parlato di “molti progressi fatti nelle ultime 24 ore”.

Senza escludere anche la possibilità di un ulteriore proroga. Indiscrezioni che hanno portato ad un calo del prezzo del petrolio sui mercati.
Nel caso di un fallimento della trattativa il ricorso degli Usa alla bomba atomica sarebbe comunque scongiurato. La Casa Bianca lo ha detto pubblicamente, per correggere le interpretazioni alle ultime dichiarazioni di Vance. Il vicepresidente, parlando da Budapest al fianco di Orban, aveva parlato di “strumenti non ancora utilizzati che il presidente può e deciderà di usare se l’Iran non cambia condotta”. La stessa Casa Bianca non si è potuta invece sbilanciare sulle prossime decisioni dell’amministrazione riguardo agli sviluppi del conflitto: Trump, è stata l’ammissione, è “l’unico” a sapere cosa fare.

Si lavora alla proposta di tregua del Pakistan

Un alto funzionario iraniano sostiene che l’Iran sta valutando positivamente la richiesta del Pakistan di un cessate il fuoco di due settimane. Lo riporta Reuters sul suo sito.

“Non posso commentare, siamo nel mezzo di trattative accese”. Lo ha detto Donald Trump in un’intervista a Fox rispondendo a chi gli chiedeva del cessate il fuoco di due settimane proposto dal Pakistan.

Il primo ministro pakistano Sharif ha invitato tutte le parti coinvolte nel conflitto in corso in Medio Oriente a rispettare “un cessate il fuoco di due settimane” per consentire alla diplomazia di raggiungere una soluzione definitiva.
Sharif ha chiesto su X alle autorità iraniane di aprire lo Stretto di Hormuz nello stesso periodo, “come gesto di buona volontà”, e ha sollecitato il presidente statunitense Donald Trump “a prorogare di due settimane la scadenza” fissata per l’intervento in Iran.
Il primo ministro ha affermato che gli sforzi diplomatici per una soluzione pacifica del conflitto stanno procedendo “a ritmo costante”. 

Palazzo Chigi: ‘Gli iraniani non possono pagare le colpe del regime’

“L’Italia ribadisce la propria ferma e risoluta condanna nei confronti delle condotte destabilizzanti del regime di Teheran: dagli attacchi missilistici che minacciano la sicurezza delle nazioni del Golfo, alle reiterate intimidazioni volte a compromettere la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz — arteria vitale per l’economia globale — fino alla sistematica e brutale repressione interna del proprio popolo. Tuttavia, è fondamentale distinguere nettamente tra le responsabilità di un regime e il destino di milioni di cittadini comuni. La popolazione civile iraniana non può e non deve pagare il prezzo delle colpe dei propri governanti”. Lo afferma una nota di Palazzo Chigi, in cui si spiega che “il Governo italiano continua a seguire con estrema attenzione l’evolversi della crisi in Medio Oriente e il rischio di un’ulteriore escalation militare che potrebbe coinvolgere l’intero territorio iraniano, senza distinzione tra obiettivi strategici, militari e civili”.

“Il Governo italiano condivide quanto già dichiarato dalle istituzioni dell’Unione europea sulla necessità di preservare l’integrità delle infrastrutture civili, oltre che l’incolumità della popolazione iraniana, e auspica che si possa presto giungere a una soluzione negoziale della crisi”, sottolinea la nota in cui si spiega che “il governo italiano continua a seguire con estrema attenzione l’evolversi della crisi in Medio Oriente e il rischio di un’ulteriore escalation militare che potrebbe coinvolgere l’intero territorio iraniano, senza distinzione tra obiettivi strategici, militari e civili”.

Giovani “indifferenti” alla Pasqua? Come avvicinarli alla Luce che cercano

Giovani “indifferenti” alla Pasqua? Come avvicinarli alla Luce che cercano

«Che cosa rappresenta la Pasqua per gli adolescenti e i giovani di oggi? Può dire ancora qualcosa o sono davanti a un linguaggio diventato per loro completamente muto?». È la domanda che mi ha posto un amico, padre di due figlie ormai giovani. E con una punta di amarezza mi dice che le sue figlie hanno rifiutato di partecipare alla Via Crucis della parrocchia. Non è un rifiuto rabbioso, il loro, ma qualcosa di più profondo: un’estraneità che nasce dal non riconoscersi più in simboli percepiti come distanti dalla vita.
Quasi a risposta, ho ricevuto la riflessione di Chiara, diciotto anni. «Per come sono oggi, la Pasqua è quasi più un’atmosfera che altro. Mi piace l’idea di andare alla Veglia pasquale perché mi fa sentire il senso di comunità che secondo me la Pasqua racchiude. Per come l’ho sempre vissuta, infatti, la Pasqua presuppone convivialità e condivisione, sia di un momento (che può essere il pranzo) sia delle proprie vite in generale. É un giorno che si può considerare vissuto veramente quando lo si trascorre stando bene insieme». Parole in cui si respirano serenità, freschezza, calore, ma niente di religioso. Difficile accostare queste parole all’atmosfera severa del Venerdì o al silenzio del Sabato Santo; anche sulla cena del Giovedì, cena tra amici, vi è l’ombra del tradimento, dell’abbandono, dell’addio. Nelle narrazioni bibliche del Triduo pasquale si ascoltano parole cariche di dolore, di violenza, di brutalità; quanti di noi pensano che la vita di tutti i giorni ci riserva già tutto questo, e ci sembra troppo che anche la fede quasi accresca il peso quotidiano che abbiamo sulle spalle?
Molti poi pensano che nei tre giorni pasquali si rievochino eventi che riguardano il passato; certo sono grandi, sono il fondamento della nostra fede, ma che cosa hanno da dire a noi, gente di oggi? Difficile pensare che proprio la dimensione di dramma della Pasqua non faccia altro che rispecchiare una tragica attualità; e che tutto questo, anche solo dal punto di vista umano, renda la Pasqua un’esperienza di oggi. E poi, è difficile passare dalle parole del Venerdì Santo a quelle della Domenica di Risurrezione. Bisogna aver sperimentato qualche volta che dalla morte può nascere una vita; che dal dolore si può uscire trasformati. La difficoltà non riguarda solo per i giovani, ma anche gli adulti. Anche per loro varrebbe la pena chiedersi: che cosa significa Pasqua, anche per chi ha la consuetudine di viverla da credente. Gli eventi che la Chiesa celebra – dramma di sofferenza, di solitudine, di morte e di vita – sono racchiusi in riti solenni, carichi di un simbolismo non sempre facile, se non si è pronti a lasciarsi coinvolgere nel mistero.
Che cos’è la Pasqua per Chiara? Una festa di condivisione e di convivialità; un’esperienza di comunità, di calore familiare. Anche se ha partecipato alla Veglia pasquale, in quella celebrazione ha vissuto soprattutto il senso di comunità; per lei la Pasqua è questo. Nelle sue parole si legge un desiderio di armonia e di pace che hanno sapore pasquale.
Per altri giovani, la Pasqua è l’occasione per qualche giorno di vacanza, per un viaggio con gli amici, per godere i primi tepori della primavera. Qualcuno partecipa alle celebrazioni liturgiche, ma di esse e della loro straordinaria ricchezza che cosa vivranno? Che cosa potrà parlare loro? La Pasqua è una di quelle occasioni in cui si fa più evidente il distacco delle nuove generazioni da un mondo religioso che per molti di loro non esiste più; per altri, se rimane, è profondamente trasformato.
È questa generazione, di giovani ormai “diversamente credenti” che mi interpella di più, perché in loro leggo quello che io non riesco (ancora) a capire e quello che la mia generazione non è riuscita a trasmettere. La loro è una Pasqua laica, la loro sensibilità riflette una spiritualità “non religiosa”, ma anche senza rifiuto della religione; loro casomai sono gli interpreti incerti di una forma spirituale entro la quale scorre una sensibilità nuova, che chiede di essere letta e capita. Non è una spiritualità senza valori: piuttosto rimanda al desiderio di un’umanità fraterna e nuova: la condivisione, la pace, l’essere insieme, aspirazione profonda per questo tempo frammentato e violento.
Dalla solennità dei riti i giovani si sentono trasportati in un mondo senza tempo, che non è il loro; il mistero resta offuscato da parole – troppe parole – che non hanno riverbero nella vita concreta e nella sua attualità. Le narrazioni ecclesiali difficilmente riescono a far leggere in trasparenza il rapporto tra la Passione e le passioni, tra la Passione di Cristo e quella delle donne e degli uomini di oggi, che hanno nomi molto concreti e non meno drammatici di quelli proposti dai Vangeli.
In questa Pasqua 2026, in quella che papa Leone ha definito un’«ora oscura della storia», il mondo è in fiamme quasi ovunque; vi sono le guerre di cui ascoltiamo ogni giorno la cronaca, con il fiato sospeso, e quelle sconosciute e talvolta ancor più violente. E vi sono anche migliaia di giovani, in ogni parte del mondo, che marciano chiedendo la fine delle guerre e di ogni violenza: sono il segno di una Pasqua che cerca di farsi strada dentro la storia concreta. Forse loro non lo sanno, ma tra le parole dei giorni drammatici della passione di Cristo è risuonato il suo ordine di “riporre la spada nel fodero” a chi pensava di mettere fine alla violenza con la violenza. Il Signore è con tutti coloro che oggi gridano di “riporre la spada nel fodero”, e lo gridano ai grandi della terra che sembrano diventati sordi alle voci dell’umano.
Il Signore Gesù è con chi invoca la pace, così come è con i bambini di Gaza, con le donne di Teheran, con le famiglie accampate per le strade di Beirut o nelle case distrutte dell’Ucraina. Forse se i padri e le madri credenti, se le comunità cristiane riuscissero a far capire ai giovani che continuare a credere nella vita pur in questo scenario è Pasqua! Al di là delle forme religiose che ne racchiudono il messaggio, forse anche i giovani di oggi, almeno quelli pensosi e inquieti, capirebbero che la Pasqua ci e li riguarda, oggi; che non è la rievocazione di eventi pure decisivi del passato, ma è evento di oggi, per compiere nella promessa basata sulla risurrezione di Cristo il rinnovamento delle nostre vite e della storia tutta, chiamata a risorgere.
La via Crucis del Signore continua nella via crucis delle donne e degli uomini di oggi, dove ci sono le guerre, e dove vi è la normale quotidiana fatica di vivere; continua nel cuore di giovani che non riescono più a credere nella vita, nelle loro solitudini e nelle loro domande che non trovano interlocutori; negli stenti dei poveri che dormono su letti di cartone o di migranti che rischiano la vita perché credono ancora in una dignità possibile.
Tocca noi, adulti, educatori, laici e ministri del Vangelo, annunciare ai ragazzi e alle ragazze di oggi che Pasqua è oggi! E che in ogni loro slancio di bene, lì Lui risorge! Certo, servono parole nuove, forse riti meno formali e meno verbosi, più sobri e più trasparenti per lasciar intuire la densità del mistero cui i simboli alludono.
Per vivere e parlare in modo autentico della Pasqua penso che sia necessario l’ascolto profondo della vita. Occorre imparare a credere che in ogni dolore umano è Cristo che continua a soffrire; che in ogni desiderio di bene c’è una scintilla della luce di Pasqua, ne siamo o no consapevoli. Pasqua è anche riuscire a riconoscerla nella vita, e imparare a non rinchiuderla nei riti ma casomai aprire la solennità del rito all’umiltà dimessa della quotidianità.
Oggi, giorno di Pasqua, la Chiesa celebra l’uscita del Signore dal tunnel del dolore e della morte. C’è una vita nuova promessa e possibile nella Risurrezione del Signore Gesù. Abbiamo davanti i cinquanta giorni del tempo pasquale per meditarne il mistero e per cercare parole e gesti nuovi per viverla e per annunciarla.
Avvenire

Il boom dei data center: ma abbiamo l’energia che serve per tenerli accesi?

Il boom dei data center: ma abbiamo l'energia che serve per tenerli accesi?

Milano avrà presto due nuovi data center targati CyrusOne, leader globale in questo settore. A Segrate ha iniziato i lavori per il primo (27 MW di potenza installata), siglando un accordo con gli enti locali che associa il recupero di un’area industriale e investimenti nel verde e nella mobilità per sei milioni di euro. Il nuovo centro funzionerà al 100% con energia rinnovabile ed è progettato per riutilizzare il calore prodotto dai server, risolvendo il principale problema ambientale creato da questi centri, che interpretano un nuovo modello di sviluppo industriale. L’Italia, oggi, è al 13esimo posto per investimenti in archiviazione ed elaborazione dati (non solo AI). Ci sono 168 data center attivi (2024) per una potenza di oltre 500 MW e un consumo annuo di 4–5 TWh. Il 69% è in Lombardia (il 46 a Milano) ma sorgono anche al Sud. La distribuzione è condizionata da due fattori: la presenza di fonti di cogenerazione elettrica – grazie a fotovoltaico ed eolico, infatti, sta prendendo forma la Puglia Data Center Valley – e quella dei clienti premium: banche e finanza. Quando l’intelligenza artificiale è utilizzata per servizi che abbisognano di efficienza e sicurezza assolute e quindi di potenze di calcolo elevatissime, il server deve operare in prossimità dell’utenza, dove può sfruttare la banda larga. Ecco perché la gran parte dei data center sorgono intorno alle principali piazze finanziarie: per avere la minor latenza possibile e consentire a pochissimi di disporre della potenza di calcolo utile a governare i flussi finanziari, mentre, con la potenza che resta, l’altra parte della popolazione sfrutta l’AI per studiare, lavorare, divertirsi.
La prima rivoluzione industriale è stata intossicata dal carbone e ha messo milioni di persone alla catena di montaggio. Quest’ultima ha il problema del calore generato dalle gpu – circuiti elettronici che gestiscono i calcoli in modo più rapido -, ma non produce posti di lavoro. «È un settore in potente espansione. A livello mondiale si parla, entro il 2030, di 1000 TWh di energia solo per questi centri e nel nostro Paese ci sono più di 500 richieste di connessioni per una potenza accumulata di 80 GW. È un valore enorme, se si considera che la curva di carico massima della potenza di tutta la nazione oggi arriva a 60 gigawatt. Siamo di fronte a un cambiamento epocale del panorama industriale». Chi parla così è Gianluca Marini, vicepresidente esecutivo per Cesi Consulting, una divisione del Cesi, gruppo globale di ingegneria nato 70 anni fa come superconsulente del settore elettrico. Oggi studia anche come ottimizzare queste produzioni, che sono proporzionalmente le più energivore che esistano. Se si realizzassero i progetti in cantiere, il consumo dei data center potrebbe passare dal 2 al 13% dell’energia disponibile nel Paese (oggi l’industria intera si fa bastare il 29%). Nelle notti di luglio, l’ultimo condizionatore a partire potrebbe mandare in down un hyperscale da 100 MW (o, più facilmente, il contrario) e presto, se si realizzasse il 30% dei progetti presentati, potremmo dover scegliere tra la fidanzata virtuale e la birra ghiacciata. Il digitale è un mondo rapido: in due o tre anni i centri saranno approvati (o bocciati) e costruiti. L’insieme degli insediamenti vecchi e nuovi in Italia, che offrono servizi di cloud, big data e AI, potrebbe raggiungere così i 4,6GW di potenza installata. Indispensabili per potenze di calcolo come quelle dell’AI e una sicurezza all’altezza della clientela premium, che misura l’efficienza di un servizio in termini di pochissimi minuti/anno di interruzione del servizio.
Oggi, Aruba, storico campus di Ponte San Pietro (Bergamo) impegna da solo 90 MW: come una città di oltre centomila abitanti. Data4 e Microsoft non sono da meno. Apto sta costruendo un data center da 300 MW alle porte di Milano. A contare sono 20 grandi poli. I primi dieci consumano quasi tutti i TW e gli hyperscale (data center e cloud, capaci di “scalare” massivamente, per gestire enormi volumi di dati) assorbono tra il 10 e il 15% dei consumi. Poiché la tendenza è ad insediarsi in poche aree, nei prossimi anni bisognerà capire come servire cluster da 1000 MW. Ancora Marini: «Un data center non pone solo un problema di carico, ma di densità energetica: una gpu grande come una carta di credito alimenta l’AI che è il driver principale di questi centri e consuma da sola 600 watt. Ma tante gpu dentro un server portano la potenza richiesta da quel server a 100 kilowatt. La nostra lavatrice e la nostra asciugatrice occupano lo stesso spazio di quel server ma consumano 4-5 kilowatt…».
La nostra rete, che è dimensionata per picchi brevi, dovrà reggere un carico alto e continuo: bisognerà importare energia e costerà di più. Sicuramente ai cittadini, visto che i data center godono di sconti: qualcuno potrebbe chiedersi perché finanziare un settore che non produce posti di lavoro e utilizza solo materie prime e tecnologie d’importazione. Ma i più sono più appassionati a guardare i reel in cui ci si tuffa da un ponte senza farsi male. Sarà inevitabile la costruzione di nuove centrali: ne serviranno tre solo in Lombardia. «Dev’essere garantita una alimentazione costante, ad esempio con il gas, magari convertendo vecchi impianti; negli Usa i grandi data center (1 GW) hanno una centrale tutta loro, ma c’è spazio per il mix: se riusciamo ad accumulare l’energia delle rinnovabili e potremmo trovare la via italiana per data center dalle dimensioni più contenute» spiega Marini. Un altro punto dolente è la vita media dei centri. Un quinquennio di alte performance al servizio della finanza e delle attività più remunerative, per poi fare profitto con i servizi di utilità o di intrattenimento. «L’ammortamento di questi investimenti ha un ruolo maggiore rispetto a quanto accadeva per le precedenti attività industriali – ammette Marini – e si basa su un modello di business nel quale si ipotizza che saremo tutti disposti a pagare cento o cinquecento dollari all’anno per un abbonamento all’AI».
Avvenire

Vacis: «Porto i Vangeli a teatro, parole di verità»

Vacis: «Porto i Vangeli a teatro, parole di verità»

Il Vangelo è giovane. E arriva al cuore, forse ancora di più, quando a pronunciarlo sono voci che portano addosso il tempo presente, i suoi strappi, le sue attese, la sua energia. Accade nelle prove di Vangeli, il nuovo lavoro di Gabriele Vacis, dove il Logos si fa corpo, anzi corpi: quelli di dodici ragazzi e ragazze, come gli Apostoli, che si muovono senza sosta, come un respiro condiviso.
Debutterà l’8 aprile alle Fonderie Limone di Moncalieri questo secondo capitolo della “Trilogia dei libri”, con la drammaturgia di Gabriele Vacis e della Compagnia PoEM, nuova produzione del Teatro Stabile di Torino, dopo Antico Testamento, mentre l’anno prossimo arriverà il Corano. Ma qui, ora, tutto è concentrato su una parola antica eppure viva, rilanciata da una generazione che quella parola sembrava aver smarrito.
Già assistendo alle prove si resta colpiti da una semplicità che è essenzialità: teli bianchi, panche, luce. Una scena che lascia spazio alla parola e al corpo. E a una memoria che affiora subito, dichiarata: quella di Pier Paolo Pasolini. Non a caso, mentre gli attori sistemano i grandi lenzuoli, appare una dedica “alla cara, lieta, familiare memoria di Papa Francesco”, eco esplicita del film pasoliniano Il Vangelo secondo Matteo dedicato a Giovanni XXIII.
«È una dedica molto affettuosa a Papa Francesco – spiega Vacis –. Riprende la formula di Pasolini. E subito dopo entra la sua voce». Pasolini dice nel 1974 che il messaggio di Gesù delle Beatitudini “è incomprensibile per un giovane di oggi. Il potere industriale vuole che l’uomo sia consumatore e che la sua filosofia sia edonistica”. Un passaggio chiave, perché proprio Pasolini offre la lente attraverso cui leggere questo lavoro: «Diceva che per la sua generazione Cristo aveva ancora una capacità di presa, ma già per i giovani degli anni Settanta era perduta. Eravamo già immersi nel consumismo» aggiunge Vacis.
E oggi? Oggi, paradossalmente, sono proprio i giovani a restituire quelle parole. Senza gerarchie, senza protagonismi: la parola rimbalza da bocca a bocca, si fa coro, si fa gesto. A raccontarlo è anche Riccardo Zaffino, giovane assistente alla drammaturgia: «Mettere in scena un testo sacro è tentare di dare consistenza all’invisibile. È un modo per ristabilire un contatto con l’ignoto che continua a dominare le nostre vite». E citando Andrej Tarkovskij aggiunge: «Costruire uno spettacolo sul sacro è di per s un gesto religioso. È quanto di più vicino al rito per una generazione che il rito l’ha sfiorato appena».
Il cuore del lavoro è soprattutto il Vangelo di Giovanni, intrecciato con Matteo e Marco, fino all’Apocalisse. Ma più che una narrazione è un’esperienza. «Il primo spettacolo di questo trittico, Antico Testamento, prendeva il Pentateuco e altri libri un po’ a pretesto. Ci interessava raccontare storie di oggi sugli antichi racconti biblici. Prendendo in mano i Vangeli ci siamo subito resi conto che è necessario, di questi tempi, semplicemente pronunciare le parole del Nuovo Testamento» ci spiega Vacis. Parole come “beati i miti”, “ama il tuo nemico”, “guai a voi ricchi”. Parole che, dette da ventenni immersi in un mondo digitale e consumistico, suonano quasi scandalose. Eppure funzionano. Colpiscono. Commuovono.
Anche grazie a immagini potenti: una luce che richiama Caravaggio, una canzone da Hunger games che entra come eco delle proteste di piazza, fino a una crocifissione resa con coperte termiche dorate – quelle dei migranti salvati in mare – che poi si sollevano, diventando segno di Resurrezione. E dentro questo tessuto visivo si intreccia anche quello sonoro: brani contemporanei che vanno da Madame a Franco Battiato fino a Bruce Springsteen si alternano a canti sacri in ebraico, latino e aramaico.
«Queste sono le parole che ci volevano oggi – insiste Vacis –. Il mondo che abitiamo pare senza grazia. La verità è messa al bando, non è più una virtù ma una carta da giocare. Nell’Antico Testamento è data la legge, nel Nuovo Testamento la grazia e la verità. E nel Vangelo di Giovanni Cristo è grazia e verità. Dove abitano oggi?». La domanda attraversa tutto lo spettacolo. E si fa anche provocazione politica e culturale: «Oggi tutto è intrattenimento. Allora le parole di Gesù non sono intrattenimento. Sono parole, sono Logos. Avremmo bisogno di qualcuno che quando parla dice verità. Oggi siamo nell’epoca della post verità. Ma la post verità c’è sempre stata: si chiamava menzogna».
Vacis entra nel merito anche delle distorsioni contemporanee legate alla conservatrice “teologia della prosperità”, replicando in scena la foto in cui Donald Trump è attorniato da telepredicatori che lo benedicono, e mette in guardia da un uso ideologico del sacro: «Il Vangelo della prosperità è una bestemmia. Prende la parabola dei talenti e la stravolge. Sembra un invito a fare soldi con i soldi. Invece no, perché subito dopo c’è la parabola del giudizio finale, dove Gesù dice, avevo fame e non mi hai dato da mangiare, ero forestiero e non mi hai accolto. La teologia della prosperità sostiene che se tu sei in salute, ricco e fortunato vai in Paradiso. Se sei povero, malato e sfortunato, vai all’Inferno. E non è così. Cioè, San Francesco si arrabbierebbe molto di questa cosa».
Al fondo c’è una preoccupazione educativa, quasi urgente. «Il mio lavoro oggi è costruire ponti tra le generazioni – afferma – perché i giovani pensano che la tecnologia sia la ragione della vita. Ma noi settantenni, anche se non sono credente, abbiamo memoria di un mondo in cui contava la relazione, la solidarietà, in cui Dio erano gli altri. Mia nonna mi insegnava ad essere gentile e che c’era qualche cos’altro oltre alla quotidianità. E poi ho avuto la fortuna di incontrare due preti straordinari che si prendevano cura di noi all’oratorio». E il ricordo diventa racconto, per Vacis, nella periferia degli anni 60 di Settimo Torinese: « C’era don Pier Giorgio Ferrero che ci insegnava a leggere davvero. Era un gran narratore. Dopo aver giocato a pallone ci leggeva da I ragazzi della via Pal a Tom Sawyer, e poi il Vangelo. E valeva come tutto il resto, anzi di più per la sua profondità».
È forse questo il punto più toccante di Vangeli: un tentativo di restituzione. «Abbiamo costruito questo spettacolo provando a dare corpo alle parole – spiega Vacis – a generare azioni e immagini dal testo. Volevamo far agire il Logos nei corpi dei giovani». E la risposta lo sorprende: «Queste parole li stupiscono. Loro sono nativi digitali e consumistici, eppure restano colpiti». Anche la scelta del Quarto Vangelo, come lo definisce Enzo Bianchi, non è casuale. «È il meno narrativo, il più spirituale. È quello che prova a narrare Dio». E allora la domanda diventa inevitabile: «Che cos’è Dio? Se devo dirlo: è essere presenti a se stessi, agli altri, al tempo, allo spazio». E già lo sguardo va al terzo capitolo del progetto. «Ho lavorato a Gerusalemme con i ragazzi del National Palestinian Theatre che ora stanno là, tra Hebron e Ramallah – racconta il regista –. Il prossimo spettacolo sarà il Corano e cercheremo di portarli qui». Il teatro, allora, come spazio di incontro possibile. «Tutte e tre le religioni monoteiste – riflette Vacis – hanno come aspirazione la grazia e la verità. Ma non c’è grazia senza verità, e la verità non c’è senza giustizia». Da qui l’obiettivo ultimo: «La convivenza».
Avvenire