Così Gesù incontrò i greci in carne e logos

di Roberto Righetto
Un saggio di Guglielmo Forni Rosa analizza l’intreccio tra metafisica, ebraismo e nascente cristianesimo. Un approccio necessario nell’anniversario del Concilio di Nicea e mentre alcuni studiosi contrappongono figura storica e Cristo.
Così Gesù incontrò i greci in carne e logos
Avvenire
L’aveva già detto papa Leone XIV nell’omelia ai cardinali riuniti nella Cappella Sistina subito dopo il Conclave. Alla domanda che Gesù rivolge ai discepoli, «La gente chi dice che sia il Figlio dell’uomo?» (Mt 16,13), vi sono di solito due atteggiamenti prevalenti. «C’è prima di tutto – ha sostenuto il Pontefice – la risposta del mondo. Matteo sottolinea che la conversazione fra Gesù e i suoi circa la sua identità avviene nella bellissima cittadina di Cesarea di Filippo, ricca di palazzi lussuosi, incastonata in uno scenario naturale incantevole, alle falde dell’Hermon, ma anche sede di circoli di potere crudeli e teatro di tradimenti e di infedeltà. Questa immagine ci parla di un mondo che considera Gesù una persona totalmente priva d’importanza, al massimo un personaggio curioso, che può suscitare meraviglia con il suo modo insolito di parlare e di agire. E così, quando la sua presenza diventerà fastidiosa per le istanze di onestà e le esigenze morali che richiama, questo “mondo” non esiterà a respingerlo e a eliminarlo». Poi c’è la risposta della gente comune, che vede in Gesù un uomo retto e giusto, certamente non un ciarlatano: «Per questo lo seguono, almeno finché possono farlo senza troppi rischi e inconvenienti. Però lo considerano solo un uomo, e perciò, nel momento del pericolo, durante la Passione, anch’essi lo abbandonano e se ne vanno, delusi». Il Papa ha poi aggiunto che «anche oggi non mancano i contesti in cui Gesù, pur apprezzato come uomo, è ridotto solamente a una specie di leader carismatico o di superuomo, e ciò non solo tra i non credenti, ma anche tra molti battezzati, che finiscono così col vivere, a questo livello, in un ateismo di fatto».
Più recentemente, nella cattedrale dello Spirito Santo ad Istanbul, ricordando l’importanza del Concilio di Nicea del 325, ha invitato i credenti a riscoprire il volto di Gesù: «Nicea afferma la divinità di Gesù e la sua uguaglianza con il Padre. In Gesù noi troviamo il vero volto di Dio e la sua parola definitiva sull’umanità e sulla storia. Questa verità mette costantemente in crisi le nostre rappresentazioni di Dio, quando non corrispondono a quanto Gesù ci ha rivelato». Accennando poi a un’altra sfida, che ha definito come «un arianesimo di ritorno», ha messo in guardia da questa tendenza «presente nella cultura odierna e a volte tra gli stessi credenti: quando si guarda a Gesù con ammirazione umana, magari anche con spirito religioso, ma senza considerarlo davvero come il Dio vivo e vero presente in mezzo a noi. Il suo essere Dio, Signore della storia, viene in qualche modo oscurato e ci si limita a considerarlo un grande personaggio storico, un maestro sapiente, un profeta che ha lottato per la giustizia, ma niente di più. Nicea ce lo ricorda: Cristo Gesù non è un personaggio del passato, è il Figlio di Dio presente in mezzo a noi, che guida la storia verso il futuro che Dio ci ha promesso».
In questo periodo in cui si celebra l’anniversario del Concilio di Nicea, e mentre molti studiosi si cimentano in maniera inappropriata e fintamente eretica sul presunto contrasto fra il Gesù storico e il Cristo della fede, giunge quanto mai opportuna la pubblicazione del volume Il logos cristiano. Saggio sul Gesù metafisico di Guglielmo Forni Rosa (Mimesis, pagine 128, euro 12,00).
Si tratta di una riflessione sul significato del logos fra l’antica Grecia, la cultura ebraica e l’allora nascente cristianesimo, con approfondimenti che, spaziando da Filone al prologo di Giovanni a san Paolo, da Giustino a Ireneo di Lione, da Clemente Alessandrino a Origene fino a Gregorio di Nissa, toccano varie questioni, come il rapporto fra la natura divina e quella umana di Cristo o la resurrezione della carne. Approfondimenti che nei primi Padri della Chiesa vengono trattati con rilievi a volte differenti in attesa della formulazione definitiva in termini dottrinali da parte della Chiesa; alcuni si spingono fra l’altro a immaginare come saranno i corpi dei risorti dopo la fine del mondo e la parusìa.
Sin dalle prime pagine – ad esempio nella prefazione di Curzio Cavicchioli e nell’introduzione dell’autore – emerge quella che Ratzinger chiamava «la necessità intrinseca di un avvicinamento fra la fede biblica e l’interrogarsi greco». Una concordanza che vede nel logos greco una prefigurazione del logos evangelico, pensando alle formulazioni del pensiero stoico e platonico-plotiniano. Le grandi figure della patristica hanno affrontato seriamente la relazione fra Cristo e il logos, così come si sono chiesti in che modo Gesù è uguale o subordinato al Padre, ma come precisa Cavicchioli questa ricerca, ieri come oggi, non può mai prescindere «dalla considerazione che per il cristiano ciò che è noto ed evidente è Cristo, in base al quale egli si sforza di capire che cosa è il logos, nella sua potente forza d’astrazione e simbolizzatrice».
Quanto al tema delle resurrezione della carne, per Clemente Alessandrino – osserva Forni Rosa – «il corpo di Gesù era un corpo spirituale simile a quello che avremo tutti nella resurrezione». Mentre Gregorio di Nissa si spinge più in là nella descrizione: sarà «un corpo più sottile o aereo, privo del rivestimento animale (le “tuniche della pelle”), quindi anche della mortalità».

Vita consacrata: quattro istanze di cambiamento

di: Maurizio Buioni

religiosi

La vita consacrata sta attraversando un tempo che non assomiglia a nessuno dei precedenti.

Non siamo davanti a una semplice stagione di diminuzione numerica o di chiusura di opere: ciò che sta avvenendo è un cambiamento di volto, un passaggio antropologico e spirituale che chiede di essere ascoltato senza paura.

Le categorie con cui abbiamo interpretato il passato non bastano più, perché oggi emergono urgenze nuove, più radicali, che toccano l’umano prima ancora che le strutture. Queste urgenze non sono problemi da risolvere, ma luoghi teologici in cui lo Spirito continua a parlare. Sono soglie: fragili, esigenti, ma generative. E forse proprio qui, dove tutto sembra incerto, può nascere qualcosa di nuovo.

La vulnerabilità come luogo teologico

La prima urgenza è la più nascosta e la più decisiva: la vulnerabilità. Non quella spiritualizzata, né quella negata, ma quella reale, quotidiana, che attraversa comunità e persone consacrate. Fragilità psicologica, solitudini non dette, stanchezza accumulata, burnout spirituale: non sono eccezioni, ma il nuovo contesto umano in cui la vita consacrata è chiamata a vivere (cf. A. Cencini, Fragilità e grazia, San Paolo, Cinisello Balsamo 2019, pp. 17-41).

Per troppo tempo abbiamo pensato la vita consacrata come luogo di forza, coerenza, stabilità. Oggi scopriamo che è invece luogo di umanità ferita, e che proprio lì può rivelarsi il Vangelo. Un riferimento autorevole e sicuro è H. Nouwen, che mostra come la ferita possa diventare luogo di rivelazione (cf. H. J. M. Nouwen, La forza della fragilità, Queriniana, Brescia 2018, pp. 11-29).

La vulnerabilità non è un ostacolo alla consacrazione: è il suo grembo generativo. È il punto in cui la vita consacrata smette di essere ideale astratto e diventa carne, storia, verità.

La domanda non è come eliminare la fragilità, ma come abitarla senza esserne travolti, lasciando che diventi spazio di incontro e non di vergogna. Per un fondamento antropologico-teologico solido ci si può utilmente rivolgere a P. Sequeri, L’umano alla prova. Soggetto, identità, limite, Vita e Pensiero, Milano 2002, pp. 103-128.

In questo senso, la vulnerabilità diventa un criterio teologico: misura la qualità evangelica delle relazioni, la maturità delle comunità, la verità della missione. Una vita consacrata che non sa attraversare la vulnerabilità rischia di diventare difensiva, rigida, autoreferenziale. Una vita consacrata che la assume, invece, diventa più umana e più evangelica.

La fine del modello opera-centrico

La seconda urgenza è un terremoto silenzioso: la fine del modello opera-centrico.

Per decenni la missione è stata identificata con le opere: scuole, ospedali, case di accoglienza, parrocchie, istituzioni educative. Oggi molte di queste opere chiudono, si trasformano, sono consegnate. Non è un fallimento: è un passaggio necessario (cf. CIVCSVA, Per vino nuovo otri nuovi, LEV, Città del Vaticano 2017, pp. 25-54).

La missione non può più coincidere con ciò che facciamo. È il tempo di passare dalle opere ai processi, dalla gestione alla presenza, dall’efficienza alla prossimità. Un riferimento certo e autorevole sul tema è T. Radcliffe, La missione oggi, EMI, Bologna 2016, pp. 49-86.

La vita consacrata è chiamata a diventare leggera, itinerante, capace di abitare gli interstizi della società, non solo le sue strutture. Questo non significa rinunciare alla missione, ma ritrovarne il nucleo evangelico: la capacità di generare vita senza possederla, di accompagnare senza occupare spazi, di essere presenza che apre possibilità.

In un mondo liquido, dove tutto cambia rapidamente, la vita consacrata è chiamata a una presenza altrettanto flessibile e profetica (cf. Z. Bauman, Modernità liquida, Laterza, Roma-Bari 2002, pp. 1-32).

E qui si vede il legame con la vulnerabilità: una vita consacrata meno protetta dalle opere è una vita più esposta, ma anche più libera.

Autorità, potere e libertà: una questione non più rinviabile

La terza urgenza è la più dolorosa e la più necessaria: la questione dell’autorità. Gli abusi spirituali, le dinamiche di controllo, le forme sottili di infantilizzazione non sono casi isolati: sono segnali di un immaginario dell’autorità che deve essere ripensato alla radice. Un riferimento certo e autorevole sul tema è H. Zollner, Abusi sessuali nella Chiesa. Comprendere, prevenire, intervenire, Ancora, Milano 2012, pp. 13-48.

Non basta correggere gli eccessi: serve una conversione dell’autorità. L’autorità evangelica non possiede, non trattiene, non controlla. È generativa, libera, adulta. È capace di accompagnare senza sostituirsi, di guidare senza dominare, di custodire senza soffocare. Un testo sicuro e perfettamente pertinente: A. Cencini, Autorità e obbedienza, San Paolo, Cinisello Balsamo 2008, pp. 69-102.

La vita consacrata non può più permettersi comunità che producono dipendenza invece che libertà. La credibilità passa da qui. Per un quadro ecclesiale autorevole cf. CEI, Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili, 2019, pp. 7-26.

Non si tratta solo di prevenire abusi, ma di ripensare la forma stessa della vita fraterna: relazioni non gerarchiche, ma generative; autorità non paternalistiche, ma dialogiche; obbedienza non infantile, ma responsabile (cf. Commissione Pontificia per la Tutela dei Minori, Linee guida per la tutela e la prevenzione, LEV, Città del Vaticano 2020, pp. 5-28).

Anche qui il legame con le altre urgenze è evidente: una vita consacrata vulnerabile e non protetta dalle opere richiede forme di autorità più umane, più adulte, più capaci di generare responsabilità.

La consacrazione nell’era digitale

La quarta urgenza è la più nuova e la più trascurata: la consacrazione nell’era digitale. Il digitale non è un mezzo: è un ambiente antropologico. Cambia il modo di pensare, di relazionarsi, di discernere, di esercitare l’autorità, di vivere la missione (cf. A. Spadaro, Ciberteologia, Vita e Pensiero, Milano 2012, pp. 15-43).

Il digitale modifica la percezione del tempo, la costruzione dell’identità, la qualità delle relazioni. Introduce nuove forme di prossimità e nuove forme di solitudine. Un riferimento certo e contemporaneo: B.-C. Han, Nello sciame. Visioni del digitale, Nottetempo, Roma 2015, pp. 91-112.

Anche il magistero recente invita a riconoscere il digitale come ambiente di vita e di evangelizzazione (cf. Papa Francesco, Christus vivit, LEV, Città del Vaticano 2019, nn. 86-90).

Il digitale, inoltre, mette alla prova tutte le altre tre urgenze: amplifica la vulnerabilità, chiede nuove forme di autorità, apre spazi di missione non legati alle opere.

Conclusione

Queste quattro urgenze non sono un elenco di problemi, ma un invito alla rigenerazione. La vita consacrata non è finita: sta cambiando volto. Il futuro non sarà delle opere, ma delle presenze libere. Non delle strutture, ma delle relazioni sane. Non dei numeri, ma della credibilità. Non della forza, ma della vulnerabilità abitata.

È un tempo difficile, ma anche un tempo di grazia. Un kairós da non perdere. La vita consacrata può ancora dire una parola profetica alla Chiesa e al mondo, se accetta di attraversare questo passaggio non come una sconfitta, ma come una nascita.

La missione, una questione d’amore

di: David Glenday – settimananews

missione

Riceviamo e pubblichiamo una testimonianza di p. David Glenday, missionario comboniano, dal 1991 al 1997 superiore generale della sua congregazione. P. Glenday ha trascorso 11 anni nelle Filippine e ha ricoperto l’incarico di segretario generale dell’Unione dei superiori generali.

Ho avuto la fortuna, nella mia vita di missionario comboniano, di trascorrere undici anni di servizio nelle Filippine. Ricordo che, un giorno, un giovane laico impegnato mi pose una domanda in modo diretto: «Padre David, voi comboniani parlate spesso con entusiasmo della vostra vocazione e del vostro fondatore, san Daniele Comboni. Condividete i suoi sogni, il suo slancio, i suoi viaggi, le sue speranze e delusioni, la sua eredità e la sua memoria – ed è tutto molto bello e ispirante. Ma ciò che vorrei sapere ora è questo: qual è il cuore, il centro, il motore della missione di Comboni e della vostra missione oggi?».

Domanda davvero molto bella, che in quasi cinquant’anni di vita missionaria ho cercato spesso di affrontare, alla ricerca delle parole giuste e, ancora di più, dei gesti giusti.

Se oggi quel giovane mi ponesse di nuovo la stessa domanda non esiterei a chiedere l’aiuto non di uno, ma di due papi: Francesco e Leone. È infatti sorprendente che l’ultima grande enciclica di papa Francesco, Dilexit nos, sia dedicata all’amore – «l’amore umano e divino del Cuore di Gesù Cristo» – e che la prima esortazione apostolica di papa Leone indirizzata a tutta la Chiesa, Dilexi te, parli anch’essa di… amore – «l’amore per i poveri». È chiaro, come afferma papa Francesco: «La missione diventa una questione d’amore» e i missionari sono persone «innamorate che, affascinate da Cristo, sentono il bisogno di condividere questo amore che ha cambiato la loro vita».

Missione come amore: sì, questa è la realtà stupenda e splendida che fa da ponte tra le due lettere dei papi e che ci offre anche la chiave per iniziare a leggere, pregare e vivere Dilexi te – come speriamo di fare nel corso del prossimo anno. E vogliamo farlo non tanto per raccogliere idee interessanti, quanto piuttosto per crescere come missionari, ciascuno nelle proprie concrete circostanze.

Quali scoperte profonde sulla missione possiamo dunque sperare di fare in questo cammino, avendo come guida lo scritto di papa Leone?

La missione è una questione d’amore, e, in definitiva, questo è vero perché la missione nasce da Dio, dalla Trinità d’amore. Tutto ciò che Gesù dice e fa nei Vangeli, nella potenza dello Spirito, lo rende evidente: il nostro Dio non è distante, freddo, indifferente, disimpegnato. No, il nostro Dio è in movimento, è estroverso, coinvolto, interessato, vicino, appassionato.

E noi siamo battezzati nel nome di questo Dio missionario. Con il battesimo, le Tre Persone prendono dimora nel profondo del nostro cuore e si mettono all’opera per formarci come missionari – a loro immagine!

Questo tema, questa realtà della Trinità missionaria, è stata fortemente presente nell’insegnamento e nella testimonianza di papa Francesco (basti pensare alla sua prima esortazione, Evangelii gaudium) ed è stata ripresa con energia da papa Leone. Entrambi esortano la Chiesa a essere là dove le Tre Persone sono già: ai margini, nelle periferie, accanto a coloro che sono ritenuti lontani.

In Dilexit nos papa Francesco insiste sul fatto che il nostro cuore deve essere trasformato nel Cuore di Gesù, un cuore che si china sui feriti e sui deboli, e papa Leone approfondisce e consolida questo appello missionario.

La missione è, dunque, una questione d’amore, perché Dio è amore, e l’amore di Dio è un amore missionario, che esce da sé.

La Trinità dell’Amore ci spinge alla missione, ma ci attende anche lì.

Durante i miei anni nelle Filippine svolgevo il mio ministero in un minuscolo angolo della megalopoli di Manila. Ho avuto la grazia di imparare la lingua nazionale, il tagalog, e di poter così accompagnare in modo particolare una piccola comunità nelle baraccopoli della città.

Con loro ho fatto una scoperta commovente, che è il tesoro di tante vite missionarie: il Dio che è amore ci precede nel nostro cammino missionario, e noi arriviamo a conoscere di nuovo questo Dio nella vita e soprattutto nel cuore dei poveri ai quali siamo inviati.

Nell’esempio della loro vita, la missione diventa una scuola di amore, dove l’amore assume il volto della solidarietà, della gratitudine, del coraggio, della gioia, della perseveranza, del buon senso, della tolleranza.

Nella missione con e verso i poveri, noi missionari impariamo ad amare.

Poiché la missione è una questione d’amore è anche una questione di opere, di lavoro, di azione.

Come dice Gesù in Giovanni: «Il Padre mio opera sempre e anch’io opero» (5,17). Ulteriormente chiarito in Giovanni 15, dove ci viene offerta la bella immagine del Padre come vignaiolo. Il Padre gioisce dei nostri frutti abbondanti, ci dice Gesù, e san Giovanni lo ribadisce quando ci esorta ad amare con i fatti e non solo a parole.

Per amore siamo collaboratori di Dio, come insiste san Paolo, e questo è insieme una gioia e una sfida.

È una grande gioia sapere che il Signore desidera che ci uniamo a lui nell’amore per i poveri, che cerca la nostra compagnia e la nostra solidarietà: è un modo nuovo di comprendere la nostra grande dignità e il nostro potenziale nella grazia del battesimo. Ma è anche una sfida, perché significa che dobbiamo prima discernere come Dio stia amando i poveri qui e ora, per poter rispondere a questa iniziativa divina. Dio ama per primo i poveri.

Quando comprendiamo e viviamo la missione come amore in questi diversi modi, accade qualcosa di meraviglioso e potente: veniamo cambiati, trasformati. Poco a poco ci rendiamo conto che ciò che conta davvero nel nostro servizio ai poveri è innanzitutto ciò che siamo, e scopriamo che stiamo diventando un segno, un sacramento della presenza amorosa di Dio.

Sì, noi veniamo trasformati, ma per grazia di Dio lo sono anche coloro ai quali siamo inviati, mentre vengono condotti a una nuova consapevolezza del loro valore e della loro dignità infinita, e del loro potenziale come esseri umani, figli e figlie del Padre che li ama in modo del tutto speciale.

Mentre ci prepariamo a pregare e a studiare Dilexi Te nel corso del prossimo anno, è bene soffermarci sulle parole conclusive di papa Leone:

«L’amore cristiano supera ogni barriera, avvicina i lontani, accomuna gli estranei, rende familiari i nemici, valica abissi umanamente insuperabili, entra nelle pieghe più nascoste della società. Per sua natura, l’amore cristiano è profetico, compie miracoli, non ha limiti: è per l’impossibile. L’amore è soprattutto un modo di concepire la vita, un modo di viverla. Ebbene, una Chiesa che non mette limiti all’amore, che non conosce nemici da combattere, ma solo uomini e donne da amare, è la Chiesa di cui oggi il mondo ha bisogno» (n. 120).

Il prete e l’amicizia

prete

di: Nico Dal Molin – in settimananews

L’ultima monografia dell’anno 2025 della rivista Presbyteri (6/2025) è dedicata al tema della amicizia. Anche nella vita del prete l’amicizia «rappresenta una delle forme più importanti, profonde e significative di relazione (…), coinvolgendo il rapporto tra vita personale e servizio ministeriale e chiedendo di riflettere su quanto il ruolo possa, talvolta, condizionare o ostacolare. L’amicizia è uno di quegli aspetti che ci dà occasione di conoscere e coltivare la nostra umanità, manifestando la propria maturità affettiva senza ruoli né etichette. È preziosa palestra per imparare e vivere insieme gratuità, cura reciproca e servizio, aspetti così importanti per la vita e il ministero del prete». Riprendiamo l’editoriale di don Nico Dal Molin

In una straordinaria pagina del Piccolo Principe di A. de Saint‑Exupéry, c’è un passaggio di rara bellezza. Quando egli incontra la volpe, questa furbescamente gli dice: «Non sei di queste parti, tu – disse la volpe – che cosa cerchi?». «Cerco gli uomini» – disse il piccolo principe. «Che cosa vuol dire? Gli uomini – disse la volpe – hanno dei fucili e cacciano. È molto noioso! Allevano anche delle galline. È il loro solo interesse. Tu cerchi delle galline?». «No – disse il piccolo principe – cerco degli amici»[1].

Nei nostri contesti di vita, sempre più invasi da parole di banalità e dalla retorica della paura e dell’odio, questa semplicissima frase esprime uno dei desideri più profondi del cuore umano: trovare amicizia.

L’amicizia è solidarietà degli occhi: l’occhio vede, osserva, percepisce, ma non è detto che le sue percezioni siano sempre corrette. Nell’amicizia ciò che viene visto e percepito può avere una valutazione più oggettiva, una correzione, una modifica per cogliere la realtà nella sua concretezza e verità.

L’amicizia è solidarietà degli orecchi: con l’udito noi ascoltiamo, ma la presenza amica può avere un udito più fine e sensibile del nostro. Per usare una delicata immagine del Card. Martini, è come l’infermiera che di notte sa cogliere, nella corsia di un ospedale, il gemito di un bisogno sussurrato da un malato. Molte realtà della vita non sono gridate, sono appena sussurrate e solo la presenza amica le sa cogliere e trasformare in suoni di vicinanza e di speranza.

L’amicizia è solidarietà della mano: la mano, intesa come espressione del fare, del portare a compimento qualcosa di significativo e concreto, nel dare forma e sostanza a qualcosa di pensato, studiato, capito, intravisto. La presenza amica può aiutare, incoraggiare, smussare, riplasmare tanti aspetti della nostra vita. È la mano amica che ti tiene stretto e ti aiuta a superare momenti di delusione, smarrimento e paura.

L’amicizia è solidarietà del cuore: la presenza amica sa entrare in sintonia con i pensieri e le emozioni più profonde che ciascuno vive, in un’armonia di sentimenti, di condivisione, di con-passione. Un cuore stanco, solo e spesso arrabbiato, a contatto con un altro cuore ospitale e amico, si riaccende di speranza.

Bellezza e fatica dell’amicizia
È quasi ovvio ricordare il capitolo sesto di Siracide: una miniera di suggerimenti per saper valutare e vivere l’amicizia non in modo idealizzato, ma semplice e realistico.

«Un amico fedele è medicina che dà vita: lo troveranno quelli che temono il Signore. Chi teme il Signore sa scegliere gli amici: come è lui, tali saranno i suoi amici» (Sir 6,16-17).

È bello parlare dell’amicizia. È una delle realtà più belle dell’esistenza umana, ma non possiamo scordare che è anche un percorso esigente. Esso richiede un tirocinio robusto e un training efficace e, soprattutto, una libertà interiore senza la quale è difficile, anzi impossibile, parlare di amicizia.

La bellezza dell’amicizia consiste nella sua originalità: non si può essere amici di tutti… ogni amicizia è un’esperienza molto personale, una realtà delicata e fragile. È un grande dono da chiedere al Signore ed è un dono da amare e custodire come si custodisce qualcosa di intimamente prezioso.

Mi permetto un ricordo personale legato alla rivista Presbyteri. Il tema dell’amicizia e della fraternità nella vita del prete è stato affrontato nel numero 10-2020. Eravamo nel tempo della pandemia di Covid 19, disorientati e confusi perché tutti i nostri schemi abituali di riferimento pastorale si sgretolavano uno dopo l’altro. Io stesso stavo scrivendo i primi editoriali subentrando a nomi storici come p. Fabrizio Valletti e soprattutto alla firma impareggiabile di p. Felice Scalia. Rifacendomi proprio a un articolo di p. Scalia, riportavo una sua citazione sul tema dell’amicizia che mi pare troppo preziosa per non ricordarla ancora.

Quando si parla di amicizia tra preti o tra consacrati sembrerebbe una ovvietà, se anche questo tipo di rapporto non fosse piuttosto raro. La verità è che ad uno scambio fraterno, ad una chiarezza di sentimenti e ad un fiducioso abbandono ai gesti e alle premure benevole dell’altro, per svariati motivi, non siamo stati educati. Si temevano così tanto, proprio a salvaguardia della castità, le ‘amicizie particolari’ che si finiva per creare le ‘inimicizie particolari’, come scrive p. Timothy Radcliffe.

E aggiunge: «Se non facilitiamo e incoraggiamo sane e vere amicizie tra preti e futuri preti, ce li sogniamo i presbitèri che siano luoghi di fraternità sacerdotale e luoghi della ricerca di Dio».

Amicizia e libertà di cuore
Sono davvero tanti gli autori, saggisti, romanzieri, poeti che hanno scritto testi meravigliosi sull’amicizia. Possiamo ricordare Cicerone con il De Amicitia o la contemporanea e misteriosa Elena Ferrante con L’amica geniale; Hermann Hesse con Narciso e Boccadoro o Luis Sepúlveda nella straordinaria Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. O poeti come Giovanni Pascoli (Un amico) e Alda Merini (Non ho bisogno di denaro); Pablo Neruda (Amico) e Jorge Luis Borges (Amicizia); Eugenio Montale (Ripenso il tuo sorriso) e Kahlil Gibran Kahlil (Sull’amicizia). Un elenco che potrebbe continuare all’infinito.

Tuttavia, in questo momento, ciò che più mi affascina è un’espressione illuminante di Aristotele: «L’amicizia, quella vera, viene praticata da chi pratica la virtù». Egli ne parla nei libri VIII e IX dell’Etica nicomachea[2], che ancor oggi, in cui si sta tornando a parlare di educazione affettiva, potrebbe essere un vademecum per ogni buon educatore. Per il filosofo la perla della virtù è l’uomo libero, capace di attingere in sé stesso le energie che orientano l’agire a partire dalla propria interiorità. L’uomo libero è innanzitutto colui che vive per l’altro; altrimenti si cade in una mancanza di libertà interiore che coincide con il narcisismo, oggi così evidente e diffuso. La vera libertà interiore ha senso e valore se non è indirizzata su sé stessi; ha senso e valore quando è «per» qualcuno.

È l’essenza stessa dell’antropologia cristiana, che pone a fondamento di ogni persona umana la dimensione relazionale: l’essere con, l’essere per, l’essere in.

Il Signore Gesù saprà poi aggiungere dei colori nuovi alla relazionalità, dicendo: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31-32); e offrendoci un’amicizia totale e disinteressata: la sua.

«Non vi chiamo più servi, ma amici» perché «l’amico è colui che dà la vita per i suoi amici» (cf. Gv 15,13 ss.).

Questo ci propone una traiettoria chiara di come vivere l’amicizia: è la ricerca comune di una vita virtuosa e interiormente libera. Ciò sgombera il terreno da ogni possibile equivoco sull’utilizzo dell’amicizia in maniera da gratificare passioni e bisogni non liberi perché egocentrici.

Necessarissima alla vita
È un’altra straordinaria espressione di Aristotele: l’amicizia è «necessarissima alla vita». Un superlativo che va oltre il dizionario, per dire che non si può vivere senza una o più presenze amiche accanto. Conferma la sua convinzione citando un proverbio noto a quel tempo: «Quando due camminano insieme, aumenta la loro capacità di pensare e di agire».

È un desiderio di sintonia, di voglia di spartire dei beni, che più si spartiscono e più aumentano: una specie di miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci. Beni che più sono posseduti e più si ha desiderio di condividere con l’altro. Si potrebbe davvero dire: l’amicizia è l’ossigeno indispensabile per ogni vita che cerca la felicità.

Coloro che sono incapaci di un’amicizia che miri al vero bene dell’altro sono persone psicologicamente e spiritualmente inaridite, prive di vitalità, rigide, acide e molto dure nei giudizi e nelle esigenze, soprattutto nei confronti degli altri. Non hanno più il gusto delle relazioni vere, non trovano gioia alcuna nello stare con gli altri e diventano un tormento per chi vive loro accanto. Sono persone che sgretolano la propria vita e quella altrui, perché nessuno può vivere a lungo con chi è solo fonte di rabbia e tristezza.

L’amicizia vera tende alla felicità ma, lo sappiamo per esperienza, la felicità a volte è molto legata alla sofferenza; e proprio da questo dolore l’amicizia risulta purificata e potenziata.

A proposito della sua amicizia con il grande vescovo e teologo San Basilio, San Gregorio di Nazianzo scriveva: «Gli amici sono l’uno all’altro norma e regola per discernere il bene e il male».

L’amicizia è davvero “necessarissima”. Viene da pensare a quella nostalgia che è rimasta nel cuore di ciascuno, provocata dall’avere accolto nella argilla grezza dell’umanità il soffio divino della vita. Quello è il momento di una comunione straordinaria che porta l’essere umano a cercare continuamente una strada per tornarvi. Interpretando questa nostalgia perenne il filosofo austriaco Ferdinand Ebner scrive: «Dio è il vero Tu del vero io dell’uomo».[3]

L’amicizia si fa via di Speranza
Sant’Agostino, di fronte alla morte di un «amico carissimo» conosciuto a Tagaste e di cui non rivela il nome, scrive: «Eccoti strappato a questa vita dopo un anno appena che mi eri amico, a me dolce più di tutte le dolcezze della mia vita di allora (…) L’angoscia avviluppò di tenebre il mio cuore. Ogni oggetto su cui posavo lo sguardo era morte (…) Soltanto le lacrime mi erano dolci e presero il posto del mio amico tra i conforti del mio spirito»[4]. Rivolgendosi poi al Signore Dio, scrive: «Eppure, se non potessimo piangere contro le tue orecchie, non rimarrebbe nulla della nostra speranza»[5].

Come non ricordare, allora, le pagine meravigliose di un libro che vorrei affidare a tutti i lettori di Presbyteri, per comprendere in profondità la bellezza dell’amicizia vera e profonda: è il diario di Raissa Maritain dal titolo emblematico I grandi amici[6].

In questa autobiografia Raissa ripercorre la storia della sua vita con Jacques Maritain, il grande filosofo francese che era anche suo marito, attraverso gli anni inquieti dell’impegno sociale nel mondo. Basta scorrere l’indice dei nomi citati per accorgersi che questo diario si estende su tutti gli aspetti della cultura contemporanea, dalla filosofia alla politica, dalla teologia alla letteratura, dalle arti figurative alla musica. In esso, con la delicatezza e l’acutezza che le sono proprie, Raissa descrive gli incontri con gli amici che hanno segnato in maniera definitiva il cammino della vita sua e di Jacques. Sono nomi importanti, visti nei risvolti degli incontri semplici della vita di tutti i giorni o nell’ansia di una ricerca che inconsciamente portava ad una profonda relazione umana e alla ricerca comune di Dio: Henri Bergson, Léon Bloy, Ernest Psicari, Charles Péguy, Paul Claudel e tanti altri ancora. Che fortuna incontrare sulla propria strada simili personaggi. È ai cuori amanti della verità che Dio riserva queste fortune.

Dal Diario veniamo a conoscere come, nella conclusione di una lettera che Léon Bloy scrive il 25 agosto 1905, egli le manifesta tutta la sua gratitudine perché i momenti di grande sofferenza che egli stava attraversando venivano mitigati dalla comprensione e dall’amicizia di questa sua nuova e insperata amica.

«Ecco, carissima e benedetta Raissa, tutto quello che può scrivervi un uomo veramente infelice, ma pieno della più sublime speranza per sé stesso e per tutti coloro che egli porta nel cuore».

Quando l’amicizia si fa via di una speranza … insperata.

[1] A. De Saint-Exupéry, Il Piccolo Principe, Newton Compton Editori, Roma 2015; cap. 21.

[2] L’Etica Nicomachea è una raccolta basata sulle lezioni tenute da Aristotele ed è considerato il primo trattato sull’etica come argomento filosofico specifico. L’aggettivo «Nicomachea» potrebbe essere una dedica di Aristotele al figlio Nicomaco o al padre del filosofo, che pure si si chiamava Nicomaco.

[3] Ferdinand Ebner (1882-1931) è un filosofo austriaco che, assieme a Martin Buber e Franz Rosenzweig viene annoverato tra i massimi rappresentanti del pensiero dialogico. La filosofia di Ebner, orientata alla relazione «io»-«tu», anticipa l’esistenzialismo cristiano di Gabriel Marcel.

[4] Agostino di Ippona, Confessioni IV, 9.

[5] Ibid., 10.

[6] R. Maritain, I grandi amici, Vita e Pensiero, Milano 1991.

Nel 2026 si può ancora parlare di Dio? La sfida della teologia

Nel 2026 si può ancora parlare di Dio? La sfida della teologia

Avvenire

Si parlerà ancora di Dio in questo 2026 appena cominciato? O meglio, coloro che parlano di Dio troveranno ancora in questo tempo, apparentemente perso dietro ad altre priorità, qualcuno che li ascolti e li comprenda? La domanda è stata in parte provocata dallo stesso Leone XIV, che a cavallo tra l’ultimo giorno dell’anno e l’inizio del 2026, ha più volte insistito sullo stile cristiano nella costruzione di un mondo privo di violenza. Appelli tenuti assieme da un filo rosso ben preciso: ai credenti spetta il compito di dare forma al «disegno di Dio» nella storia, un progetto ben lontano dalle logiche del mondo, spesso «ammantate di discorsi ipocriti, di proclami ideologici». Indagare, capire e comunicare questo «disegno divino» è da sempre, nella Chiesa, un impegno primario affidato alla teologia, vera e propria scienza, chiamata a “dire Dio” usando un linguaggio comprensibile a tutti. Una sfida tra rigore e chiarezza che accompagna da sempre i teologi nel loro lavoro: già Tommaso d’Aquino, all’inizio della Summa Theologiae, raccomandava «brevità e chiarezza», pur nella consapevolezza che il rigore concettuale richiede talvolta un lessico tecnico. Oggi la questione è tutt’altro che risolta. A dare una risposta ci prova Marco Vergottini, docente di teologia alla Facoltà teologica di Sicilia.
Come può oggi la teologia tenere insieme chiarezza e rigore?
«La teologia non nasce anzitutto da definizioni astratte, ma dal racconto dell’evento cristiano. Per questo il suo linguaggio è chiamato a tenere insieme narrazione e concetto, esperienza e pensiero. Il rischio, da evitare, è duplice: da un lato la riduzione moralistica o semplificata; dall’altro l’astrazione sistematica o una esposizione dottrinale puramente deduttiva. La sfida è restituire la forma concreta della fede senza tradirne la densità».
Quali parole deve usare, allora, la teologia come sapere della fede?
«Il rinnovamento conciliare ha insegnato a riconoscere il carattere “mediato” del teologare. La fede cristiana non si dà mai in forma immediata: passa attraverso narrazioni, simboli, concetti, pratiche. Il linguaggio teologico è una mediazione responsabile: deve custodire il contenuto senza trasformarlo in un gergo esoterico. La difficoltà, di per sé, non è un difetto. Lo diventa quando si perde il contatto con l’esperienza credente e con la vita concreta della Chiesa».
Perché il linguaggio teologico risulta spesso ostico ai non specialisti?
«Perché la teologia è una disciplina scientifica, con una lunga storia concettuale e un proprio lessico tecnico. Accade lo stesso in filosofia, in medicina o nel diritto: alcuni termini non sono facilmente sostituibili senza perdere precisione. Il problema nasce quando il linguaggio specialistico viene usato indiscriminatamente, anche là dove sarebbe possibile – e doveroso – uno sforzo di traduzione».
Si parla spesso di “teologhese”. È una critica fondata?
«In parte sì, se con questo termine si intende l’uso non necessario di formule autoreferenziali e ricercate. Il rischio non è il tecnicismo in sé, ma l’abitudine a parlare solo per gli addetti ai lavori, dimenticando che la teologia nasce al servizio della fede della Chiesa, non di una cerchia ristretta».
C’è anche chi parla di “narcisismo linguistico”…
«Può accadere che alcuni teologi – una minoranza, va detto – finiscano per compiacersi dell’oscurità. Ricordo un collega che tentava di scrivere intere pagine senza punteggiatura: un esercizio spericolato, più vicino all’esibizionismo che alla chiarezza del pensiero. Ma sono derive marginali, non la regola».
Però il linguaggio complesso non è, di per sé, un difetto, giusto?
«Esatto. Alcune questioni che toccano il mistero cristiano richiedono categorie precise e un linguaggio rigoroso. La complessità non va demonizzata. Diventa un problema quando non corrisponde più alla complessità dell’oggetto, ma si trasforma in uno stile automatico, poco sorvegliato sul piano concettuale».
Le è mai capitato di cadere in questo rischio?
«Sì, soprattutto negli anni della formazione. Rileggendo oggi certi miei testi giovanili, riconosco un linguaggio più appesantito del necessario. Col tempo ho imparato che la chiarezza non abbassa il livello del pensiero: al contrario, lo affina».
Cosa ha favorito questo cambiamento?
«Il confronto con contesti diversi. L’esperienza nell’Associazione teologica italiana, ad esempio, mi ha insegnato a modulare il linguaggio su interlocutori differenti e a dialogare con colleghi provenienti da altre tradizioni rispetto alla scuola teologica di Milano. Decisivo è stato anche l’incontro con il cardinale Carlo Maria Martini: la sua capacità di dire cose complesse con parole semplici resta per me un modello raro».
Altri esempi di teologi che hanno saputo parlare al loro tempo?
«Karl Barth, polemizzando con certe mode heideggeriane, osservava che un po’ di dialetto di Canaan e un po’ di positivismo della rivelazione fanno bene alla teologia. Don Bruno Maggioni, dal canto suo, diceva: “Prima di scrivere devo es-sere sicuro di aver capito io. Chi parla difficile, spesso, non ha capito davvero”».
E gli studenti, come vivono questa tensione?
«Con fatica, com’è naturale. Studiare teologia richiede un apprendistato linguistico e concettuale. Non tutto può risultare subito semplice. Ma è compito del docente accompagnare questo processo, senza rinunciare alla precisione né indulgere in oscurità inutili».
Il linguaggio teologico dovrebbe allora diventare più “popolare”?
«Preferisco parlare di teologia “contestuale”. Un articolo scientifico, una lezione universitaria, una conferenza divulgativa o un intervento pastorale richiedono registri diversi. Non si tratta di una gerarchia di valore, ma di adeguatezza comunicativa. L’unità della teologia non sta nell’uniformità del linguaggio, bensì nella coerenza dell’atto teologico».
Non c’è il rischio che per farsi comprendere si cada nella banalizzazione?
«La banalizzazione non nasce dal desiderio di farsi capire, ma dalla perdita del nucleo essenziale. Nella sua prima Critica così recitava Kant: “I pensieri senza contenuto sono vuoti; le intuizioni senza concetti sono cieche”. Anche se va detto che nella seconda metà dell’espressione Kant errava: l’esperienza della fede non è cieca, ma ricca, creativa, piena di simboli e racconti, per questo ha bisogno del pensiero per essere compresa e comunicata. Tuttavia resta sempre inesauribile e perciò il pensiero deve sempre attingere alla fede».
In conclusione che “forma” deve avere la teologia?
«Una teologia senza esperienza ecclesiale e storica è vuota; una fede senza elaborazione concettuale è cieca. Non a caso, Dei Verbum ha insistito sulla forma storica e narrativa della rivelazione e, insieme, sulla responsabilità dell’intelligenza credente nel comprenderla e interpretarla. Il concetto teologico non crea la rivelazione, ma ne custodisce l’intelligibilità; rende la fede in Gesù Cristo comunicabile, critica e condivisibile nella Chiesa».

La Parola
si fa carne
e Dio abita
tra di noi. Commento Vangelo II Domenica dopo Natale – Anno A

Commentoletture

In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era in principio presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l’hanno accolta. Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto. A quanti però l’hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
All’inizio, quando tutto ancora non esisteva, non c’era il cupo silenzio: vibrava una Parola, come una nota o una musica di sottofondo. Il termine ebraico “dabar” che traduciamo con “Verbo” o “Parola”, ha in sé un significato molto più ampio, che comprende non solo il suono della parola, ma anche quella forza che riesce a creare, ad agire, quell’energia cioè da cui si crea e scaturisce un fatto o un avvenimento. È infatti con il dire di Dio, “Sia la luce” che dal caos tutto ebbe inizio. Quella stessa Parola oggi ha scelto di farsi carne, di entrare nella polvere delle nostre strade, di conoscere la nostra fame, la nostra paura, il nostro bisogno di abbraccio. La Parola si fa carne, non teoria, ma presenza, vicinanza, una tenda piantata accanto alla nostra, fragile come la nostra: si può strappare, può essere portata via dal vento. Ci abita accanto il nostro Dio, non altrove, non inaccessibile nei cieli, ma vicino di casa, compagno di viaggio pronto ad accorrere. Abita nel provvisorio come noi, nel quotidiano come noi, nel respiro della vita come noi; non parla da lontano il nostro Dio, non ha bisogno di megafoni per farsi ascoltare, ma entra nella nostra storia, nei nostri gesti, nelle nostre ferite. Un Dio viandante e pellegrino, come noi. Quella Parola ha scelto il linguaggio della fragilità, il nostro. E Giovanni ci dice che è luce, una luce che non cancella la notte, ma la attraversa: non una luce che abbaglia, ma che si rivela dolcemente e che per i Magi prende forma di cometa: loro, stranieri e sapienti, non sono i visitatori curiosi, ma rappresentano la ricerca umana di senso. Guardano il cielo, leggono i segni e non si accontentano di interpretarli, ma si mettono in cammino con una fiducia fatta di domande, fatta di polvere e di stelle. Guardano il cielo e partono, con i loro dubbi, con la loro sete, quasi a rappresentare tutte le nostre domande che si sono messe in cammino. Troveranno una mangiatoia e un volto di bambino indifeso e in quello sguardo incroceranno una verità morbida che si lascia toccare, fatta di pelle, di respiro, di lacrime, di vita. È questa l’Epifania: uno svelarsi di luce. Non ci vuole perfetti il nostro Dio, solo un po’ più trasparenti affinché quella luce possa passare e riflettersi. Una stella attraversa il cielo, guarda bene: è proprio là, nel cielo che è in te.
Letture: Sir 24,1-4.12-16; Sal 147; Ef 1,3-6.15-18; Gv 1,1-18
Avvenire

A Santiago nel 2025 è record di pellegrini. Che ci vanno per motivi religiosi

Anche sui media spagnoli si parla del Cammino di Santiago, ma non per il successo del film di Checco Zalone. Al centro dell’attenzione ci sono i dati appena diffusi dall’Ufficio Accoglienza Pellegrini di Santiago de Compostela, relativi al 2025. Lo scorso anno sono stati 530.730 i pellegrini che hanno raggiunto a piedi, in bicicletta o a cavallo la tomba dell’apostolo san Giacomo il Maggiore, completando uno dei percorsi ufficiali: un nuovo record. Nel 2024 erano stati infatti 499.180, l’incremento è stato del 6%. Prima della pandemia, nel 2019, i pellegrini erano stati 347.566; dopo la ripresa, nel 2022, erano saliti a 438.307, diventati 446.092 nel 2023. Una crescita costante.

Per quanto riguarda la composizione di questo popolo prevalentemente di camminatori, lo scorso anno 228.408 provenivano dalla Spagna (in particolare da Andalusia, Madrid e Comunità Valenciana) pari al 43,44% del totale, mentre la maggioranza, 297.428, arrivava dall’estero. Gli Stati Uniti sono stati il Paese più rappresentato con 43.980 pellegrini, a seguire Italia (26.680), Germania (24.356), Portogallo (22.821), Regno Unito (14.650), Messico (12.090), Irlanda (10.794), Francia (10.008), Australia (9.410) e Canada (8.843), per citare i primi dieci in classifica. Rispetto all’anno precedente gli statunitensi sono cresciuti di circa quattromila unità, mentre gli italiani sono diminuiti di un numero analogo (sarà interessante capire se il film di Checco Zalone avrà un impatto sulla partecipazione dal nostro Paese nel corso del 2026). Segnali significativi arrivano dall’Asia, con 7.483 pellegrini dalla Corea del Sud, 5.361 da Taiwan, 4.441 dalla Cina e 1.651 dal Giappone, che ha superato le Filippine.
Le donne sono risultate più numerose degli uomini (53,44% contro 46,56%). Quanto all’età, il 40,45% rientrava nella fascia tra i 18 e i 45 anni, mentre il 39,41% aveva un’età compresa tra i 46 e i 65 anni.
Ma il dato forse più interessante riguarda le motivazioni dei pellegrini. Il 46,6% ha dichiarato di aver percorso il Cammino per una motivazione strettamente religiosa, il 33,8% ha indicato una motivazione religiosa abbinata ad altro, come interessi culturali o questioni personali. Solo il 19,56% ha dichiarato di aver compiuto il Cammino senza alcuna motivazione religiosa.

Quanti agli itinerari, il Cammino Francese – nella sua versione più breve, con partenza da Sarria in Galizia – si conferma il più frequentato, con 242.175 pellegrini (45,7%). Seguono il Cammino Portoghese (19%), il Cammino Portoghese della Costa (17%) e gli altri itinerari minori. Tra questi si segnala il Cammino Inglese, che per la prima volta ha visto superare la soglia dei 30mila pellegrini.

Giovanni, 16 anni, la prima vittima italiana identificata. La preghiera della sua Bologna

Giovanni, 16 anni, la prima vittima italiana identificata. La preghiera della sua Bologna

Avvenire

Il filo esilissimo di speranza di tutta Bologna per la sorte di Giovanni Tamburi, sedicenne liceale del “Righi” dato per disperso dopo il rogo di Crans-Montana, si è spezzato quando il suo nome è stato associato a una delle prime tre vittime italiane identificate ufficialmente. E il dolore della città e della diocesi che aveva invitato tutti a pregare per lui si è unito a quello, immenso, della famiglia di questo «ragazzo simpatico, educato, allegro – come lo ha ricordato don Vincenzo Passarelli, il sacerdote che lo ha avuto per due anni nell’Ora di Religione allo Scientifico –. Nelle mie lezioni è sempre stato molto partecipe. Poneva domande serie e importanti mettendosi in gioco, con interventi belli e profondi, che dimostrano le profonde domande esistenziali che si poneva». Il sacerdote aveva organizzato un momento di preghiera per Giovanni e la sua famiglia oggi alle 18 nella chiesa di Sant’Isaia (via De’ Marchi, 33): una veglia che ora leverà la sua preghiera per un ragazzo strappato alla vita in una notte che doveva essere di gioia.
Nelle ore della speranza per un miracolo la Chiesa di Bologna aveva espresso «vicinanza alla madre e alla famiglia», sottolineando che «l’arcivescovo Matteo Zuppi prega» per Giovanni. Una vicinanza piena di commozione e di affetto che è diventata l’abbraccio di tutta la diocesi attraverso il suo pastore. Un altro sacerdote che conosceva bene Giovanni è monsignor Stefano Ottani, parroco dei Santi Bartolomeo e Gaetano e già vicario generale per la Sinodalità, che l’ha seguito in parrocchia. «Mi trovo in questi giorni in Terra Santa con il Pellegrinaggio di Comunione e Pace – spiega – e insieme agli altri pellegrini bolognesi preghiamo per il mio giovane parrocchiano e la sua famiglia. La lontananza geografica mi fa sentire ancora più forte l’angoscia della sua famiglia e in particolare della madre, che era molto partecipe e contenta della crescita di Giovanni in parrocchia, soprattutto nel catechismo».

Liturgia domenica 04 Gennaio 2026 Messa del Giorno II DOMENICA DOPO NATALE

Colore Liturgico  Bianco

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Antifona
Mentre un profondo silenzio avvolgeva tutte le cose
e la notte era a metà del suo rapido corso,
la tua parola onnipotente, o Signore,
è scesa dai cieli, dal tuo trono regale. (Sap 18,14-15)

Si dice il Gloria.

Colletta
Dio onnipotente ed eterno,
luce dei credenti,
riempi della tua gloria il mondo intero,
e rivelati a tutti i popoli
nello splendore della tua luce.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Oppure:

O Dio, nostro Padre,
che nel Verbo venuto ad abitare in mezzo a noi
riveli al mondo la tua gloria,
illumina gli occhi del nostro cuore,
perché, credendo nel tuo Figlio unigenito,
gustiamo la gioia di essere tuoi figli.
Per il nostro Signore Gesù Cristo.

Prima Lettura
La sapienza di Dio è venuta ad abitare nel popolo eletto.
Dal libro del Siràcide
Sir 24,1-4.12-16 (NV) [gr. 24,1-2.8-12]

La sapienza fa il proprio elogio,
in Dio trova il proprio vanto,
in mezzo al suo popolo proclama la sua gloria.
Nell’assemblea dell’Altissimo apre la bocca,
dinanzi alle sue schiere proclama la sua gloria,
in mezzo al suo popolo viene esaltata,
nella santa assemblea viene ammirata,
nella moltitudine degli eletti trova la sua lode
e tra i benedetti è benedetta, mentre dice:
«Allora il creatore dell’universo mi diede un ordine,
colui che mi ha creato mi fece piantare la tenda
e mi disse: “Fissa la tenda in Giacobbe
e prendi eredità in Israele,
affonda le tue radici tra i miei eletti” .
Prima dei secoli, fin dal principio, egli mi ha creata,
per tutta l’eternità non verrò meno.
Nella tenda santa davanti a lui ho officiato
e così mi sono stabilita in Sion.
Nella città che egli ama mi ha fatto abitare
e in Gerusalemme è il mio potere.
Ho posto le radici in mezzo a un popolo glorioso,
nella porzione del Signore è la mia eredità,
nell’assemblea dei santi ho preso dimora».

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale
Dal Sal 147

R. Il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua dimora in mezzo a noi.

Celebra il Signore, Gerusalemme,
loda il tuo Dio, Sion,
perché ha rinforzato le sbarre delle tue porte,
in mezzo a te ha benedetto i tuoi figli. R.

Egli mette pace nei tuoi confini
e ti sazia con fiore di frumento.
Manda sulla terra il suo messaggio:
la sua parola corre veloce. R.

Annuncia a Giacobbe la sua parola,
i suoi decreti e i suoi giudizi a Israele.
Così non ha fatto con nessun’altra nazione,
non ha fatto conoscere loro i suoi giudizi. R.

Seconda Lettura
Mediante Gesù, Dio ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi.
Dalla lettera di san Paolo apostolo agli Efesini
Ef 1,3-6.15-18

Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
In lui ci ha scelti prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità,
predestinandoci a essere per lui figli adottivi
mediante Gesù Cristo,
secondo il disegno d’amore della sua volontà,
a lode dello splendore della sua grazia,
di cui ci ha gratificati nel Figlio amato.
Perciò anch’io [Paolo], avendo avuto notizia della vostra fede nel Signore Gesù e dell’amore che avete verso tutti i santi, continuamente rendo grazie per voi ricordandovi nelle mie preghiere, affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi.

Parola di Dio.

Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.

Gloria a te, o Cristo, annunciato a tutte le genti;
gloria a te, o Cristo, creduto nel mondo. (Cf. 1Tm 3,16)

Alleluia.

Vangelo
Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,1-18

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
Giovanni gli dà testimonianza e proclama:
«Era di lui che io dissi:
Colui che viene dopo di me
è avanti a me,
perché era prima di me».
Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto:
grazia su grazia.
Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
Dio, nessuno lo ha mai visto:
il Figlio unigenito, che è Dio
ed è nel seno del Padre,
è lui che lo ha rivelato.

Parola del Signore.

Forma breve:

Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi.

Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,1-5.9-14

In principio era il Verbo,
e il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
Egli era, in principio, presso Dio:
tutto è stato fatto per mezzo di lui
e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste.
In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
la luce splende nelle tenebre
e le tenebre non l’hanno vinta.
Veniva nel mondo la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;
eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
i quali, non da sangue
né da volere di carne
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria,
gloria come del Figlio unigenito
che viene dal Padre,
pieno di grazia e di verità.

Parola del Signore.

Si dice il Credo.

Sulle offerte
Accogli, o Signore,
i doni che ti offriamo
e santificali per la nascita del tuo Figlio unigenito,
che ci indica la via della verità
e promette la vita eterna.
Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Antifona alla comunione
A quanti lo hanno accolto
il Verbo incarnato ha dato potere di diventare figli di Dio. (Cf. Gv 1,12)

Dopo la comunione
Signore Dio nostro,
questo sacramento agisca in noi,
ci purifichi dal male
e compia le nostre giuste aspirazioni.
Per Cristo nostro Signore.