Un tatuaggio è per sempre. Anche nei linfonodi

Un tatuaggio è per sempre. Anche nei linfonodi

Avvenire

Lo scorso anno si sono moltiplicati gli studi – che, a dire il vero, non sono mai mancati – sulla pericolosità dei tatuaggi: gran parte delle ricerche ha cercato di scoprire se le persone tatuate hanno una maggiore probabilità di ammalarsi di tumore o di altre patologie. Per esempio, uno studio dell’Università della Danimarca Meridionale ha preso in esame 5.900 coppie di gemelli danesi confrontando i fratelli tatuati con quelli che non lo erano e scoprendo che i primi mostrano tassi più alti di diagnosi di cancro della pelle e linfoma, specie se i tatuaggi sono più grandi di un palmo. Questo perché le particelle di inchiostro migrano dalla pelle ai linfonodi, dove si accumulano provocandone l’infiammazione cronica. Questi risultati trovano conferma in un altro studio, sempre del 2025 ma condotto dall’Università della Svizzera Italiana, che ha indagato come l’inchiostro dei tatuaggi influenza il sistema immunitario e la risposta ai vaccini. I test – in questo caso – sono stati effettuati sui topi e mostrano che l’inchiostro viene trasportato ai linfonodi dove rimane a lungo, raccogliendosi e causando un’infiammazione prolungata. I medici svizzeri hanno anche riscontrato una risposta alterata a diversi vaccini. E sempre in Svizzera – ma presso l’Istituto di Parassitologia, a Bellinzona – hanno capito che gli inchiostri neri e rossi sono particolarmente associati a effetti infiammatori. La tossicità dei pigmenti è al centro delle analisi dei ricercatori dell’Istituto superiore di sanità, a Roma, in collaborazione con altri istituti clinici. Analisi condotte in vitro – cioè effettuate fuori da un organismo vivente, in provetta invece che nel corpo umano o animale – dimostrano la tossicità delle nanoparticelle metalliche degli inchiostri sulle cellule cutanee. In molti inchiostri per tatuaggi presenti sul mercato europeo sono stati trovati nichel, cromo, rame e arsenico… Quindi, bisogna stare alla larga dai tatuaggi? Sarebbe saggio ma, se proprio non si vuole rinunciare, meglio evitare di ricoprire superfici estese della pelle e verificare che il tatuatore usi inchiostri certificati, con ingredienti che rispettino le norme UE, e che nel suo lavoro si attenga a rigidi standard igienici.

La nostra pelle, un posto speciale tra noi e il mondo

La pelle è l’organo più grande e pesante del corpo umano e svolge funzioni vitali: la regolazione termica, la percezione sensoriale ed è una barriera protettiva contro gli agenti esterni (dai virus ai raggi UV). Ma è anche l’organo di interfaccia con il mondo, il confine del nostro io. È un organo di senso, il principale responsabile del tatto, che ci permette di percepire stimoli come contatto, il dolore, il piacere, il prurito… «È luogo di interazione con il mondo esterno e del rapporto con gli altri e testimone del mio posizionamento nel mondo. La pelle – sono parole di Maura Foresti, psicanalista – è un posto speciale tra noi e gli altri. Per questo, ciò che si fa sulla pelle, le modificazioni sulla pelle, dicono qualcosa di me che tutti possono vedere». Da sempre l’uomo usa la pelle come luogo di comunicazione, i tatuaggi – ma anche le scarificazioni – sono stati molto importanti nelle culture primitive: spesso disegni e cicatrici venivano impressi durante i riti che segnavano il passaggio all’età adulta, identificavano i guerrieri o rendevano evidenti le gerarchie. «Modificazioni che segnavano la nascita di un nuovo sé. La psicoanalisi – prosegue Foresti – riconosce tre ragioni principali dietro alla decisione di tatuarsi. La prima e la più tipica è la fantasia di rivendicazione, cioè il corpo è mio, non di mia madre né di mio padre. Segue la fantasia di autocreazione, un po’ più complessa da spiegare. Se modifico il mio corpo, che non mi sono dato e che non ho scelto, almeno un po’ posso pensare di averlo creato da solo, il pezzo che ho cambiato come volevo l’ho autocreato. Infine, c’è la fantasia di corrispondenza perfetta, poter essere come mi sogno. In genere è quella che muove chi non si trova bello, coloro che non si piacciono». Resta il fatto che per farsi tatuare bisogna essere maggiorenni o, se non lo si è, avere il permesso scritto dei genitori: «Mamme e papà non dovrebbero mai cedere alle richieste dei figli minorenni, in questo caso. Bisogna essere abbastanza grandi per decidere consapevolmente di modificare per sempre il proprio corpo. Nella cultura moderna occidentale – prosegue la psicoterapeuta – il tatuaggio è stato sdoganato. È di moda. Spesso quel segno tribale, la lunetta, il gattino che mi faccio disegnare sulla pelle non vogliono dire altro se non che faccio una cosa di tendenza e faccio parte di un gruppo». Il nostro corpo non è solo nostro, è anche un corpo sociale e, necessariamente, lo adeguiamo ai tempi in cui viviamo. Nell’Ottocento, una donna sovrappeso era considerata avvenente: rappresentava il benessere, il cibo abbondante e la ricchezza in un periodo dove la povertà imperava. «In altri casi – prosegue la psicoterapeuta – il tatuaggio racconta una storia, segna un passaggio, magari doloroso, un cambiamento, una rinascita, un monito». Ci sono poi gli eccessi, i corpi tatuati dalla radice dei capelli agli alluci: non è raro che questo total tattoo sia spacciato per una forma d’arte, la pelle per una tela su cui il genio si esibisce: «Non so, parlerei piuttosto di una comunicazione di sofferenza. Perché significa che voglio essere io la forma d’arte e non esprimere l’arte fuori di me… Di tele ce ne sono infinite – è il parere di Foresti – ma di pelle ce n’è una sola». E l’operazione non è indolore e, anzi, ci sono punti in cui gli aghi fanno un male cane: «Già. E chi sopporta il dolore? Chi è eroico. In una società che non offre più ai giovani occasioni per dimostrare il loro coraggio e il loro valore, e che tende a tenerli indefinitamente non padroni di sé, la sedia del tatuatore può diventare una sfida che prova il proprio eroismo».