Assisi, dal 22 febbraio l’ostensione delle spoglie di San Francesco

La cappella delle reliquie di san Francesco ad Assisi

Vatican News

Da domenica fino al 22 marzo, nella chiesa inferiore della Basilica di San Francesco d’Assisi, per la prima volta i pellegrini potranno pregare davanti ai resti del santo. Solenni celebrazioni e iniziative sono dedicate all’universalità e all’attualità del messaggio del “poverello d’Assisi” in occasione degli 800 anni dalla morte. Fra Giulio Cesareo sottolinea ai media vaticani il grande interesse per l’evento: previste 370.000 persone con una presenza giornaliera di 15.000 fedeli
Francesco Ricupero – Città del Vaticano

In un tempo attraversato da incertezze, tensioni sociali e ricerca di senso, l’ostensione delle reliquie di san Francesco d’Assisi, dal 22 febbraio al 22 marzo prossimi, si presenta come un evento che va oltre la dimensione devozionale. Per la Chiesa cattolica rappresenta un momento di forte richiamo spirituale, per i fedeli un’occasione di incontro concreto con la memoria viva di uno dei santi più amati e universali. Nella città di Assisi, cuore del francescanesimo, dove sono previste 370.000 persone, tra le 15 e le 18.000 presenze giornaliere, l’esposizione delle reliquie rinnova un legame profondo tra storia, fede e comunità, rilanciando il messaggio di pace, fraternità e semplicità che continua a parlare al mondo contemporaneo. Ma quale significato assume oggi questo gesto antico? E quale risposta suscita in una società sempre più distante dai segni della tradizione religiosa? Ne abbiamo parlato con fra Giulio Cesareo, direttore dell’Ufficio comunicazione del Sacro Convento di Assisi.

Qual è il significato spirituale e pastorale dell’ostensione delle reliquie di san Francesco per la Chiesa cattolica oggi?

Grazie di questa domanda perché è un dono poter approfondire questo tema: da sempre i cristiani hanno venerato le reliquie perché i santi, in particolare i martiri, sono coloro che hanno testimoniato con la loro vita che l’amore di Dio li ha coinvolti pienamente, come il martire santo che è una persona pienamente coinvolta nell’amore di Dio, e l’amore di Dio non è una cosa astratta è una cosa che coinvolge la carne. Al punto che queste persone servivano i poveri, pregavano, digiunavano, hanno amato le persone e si sono lasciate consumare per l’amore per Cristo. I cristiani da sempre hanno venerato le vite dei santi perché in realtà nelle vite dei santi vedevano l’azione dello Spirito Santo che aveva riempito la loro carne di questo amore. Ed è questo il contesto della venerazione delle reliquie di Francesco, noi abbiamo scelto come chiave di lettura il Vangelo di Giovanni, capitolo XII, al versetto 24, quando Gesù parlando di sé, dice che il chicco di grano caduto in terra, se non muore rimane solo, ma se muore porta molto frutto. Ora, Francesco è davvero questo seme che, alla maniera di Gesù, alla maniera dei santi, alla maniera dei martiri e forse di tutte le persone di buona volontà, si dona nella vita di ogni giorno. E chi si dona si consuma, c’è poco da fare. Però porta frutto!

In che modo l’ostensione delle reliquie rafforza il senso di appartenenza e di comunione tra i fedeli, sia a livello locale che universale?

Si rafforza nella fede, cioè la nostra fede non è una credenza preesistente, ma è la relazione con il Signore che è l’amore. Avere fede è inseparabile, proprio inseparabile dall’esperienza di essere una cosa sola, uniti nell’amore. E in questo senso venerare le reliquie di Francesco significa rafforzarsi, avere la grazia di rinsaldarsi in questa certezza che chi ama, mentre si spende, si consuma, in realtà sta alimentando i vincoli dell’unione, che sono quelli della Chiesa, sono quelli della carità. In questo senso più viviamo nell’amore, più viviamo nel dono di noi, più la nostra umanità diventa il nostro essere uomini. Ciò che ci unisce agli altri non sono le idee, ma sono appunto l’amore che doniamo nelle nostre relazioni. Venerare Francesco è l’occasione per considerare quanto l’amore donato con autenticità porta così tanto frutto, e da 800 anni se ne parla ancora.

Secondo lei che impatto ha questo evento sulla comunità locale di Assisi e sul pellegrinaggio verso la basilica?

Sicuramente, in questo mese che si apre Assisi e il circondario vivono di questo evento. Tutta l’ospitalità da mesi è praticamente esaurita: gli hotel, i ristoranti, tutto è prenotato. Speriamo che ciò possa essere un’opportunità di grazia perché la nostra società ci dice sempre: “pensa a te, non ti donare, non preoccuparti degli altri, abbi cura di te prima di tutto”. Invece, Francesco dice proprio il contrario e le sue ossa testimoniano questo. Sono le ossa di una persona che si è spesa, che si è consumata, di quanto ha camminato, di quanto è stato in ginocchio, di quanto ha vissuto nelle grotte. E lui ci dice proprio questo nel nostro cuore: non aver paura di donarti che così porti frutto. Secondo me questo è bellissimo e fa tanto bene a tutti noi.

Perché la figura di san Francesco continua a parlare anche ai giovani e ai non credenti attraverso segni concreti come le reliquie?

Secondo me è Francesco che parla, le reliquie che sono appartenute a lui sono parte del suo materiale biologico. Come lei può ascoltarmi perché io parlo e quindi ho una voce perché ho un corpo., se non avessi il corpo non avrei voce. Quindi il nostro corpo è il luogo dove avvengono le relazioni, quindi anche le reliquie di Francesco sono la buccia di questo seme di Francesco che è germogliato, ed è una buccia che ci parla di lui. Perché le persone lo cercano? Io sono convinto che le persone cercano Francesco perché Francesco è proprio il Vangelo, in lui vediamo che il Vangelo quando è accolto è una bella notizia per il mondo, per le persone, per gli individui e per la comunità. Ed è questo che attira. Francesco da subito è stato chiamato l’alter Christus non nel senso di un altro Cristo, ma dell’icona di Cristo, no dell’immagine somigliante di Cristo.

Dunque, l’ostensione è solo un momento di devozione popolare o rappresenta anche un atto ecclesiale con una forte valenza teologica e culturale?

Ma che bello! Grazie che lei dica questo. Noi abbiamo fatto tanta formazione sul sito sanfrancescovive.org, sui social della basilica su Facebook e Instagram. Vogliamo tanto nutrire la devozione cioè il nostro amore con un’esperienza ecclesiale che è teologicamente fondata, ma non per questo difficile. La teologia non è nata per essere difficile. E’ nata per dire con le parole la vita che ci abita; in questo senso vediamo in Francesco la buccia di un seme che è germogliato nella carità che attraversa il tempo e lo spazio e questo è un incoraggiamento per tutti noi a vivere con amore la vita di ogni giorno. Questo è quello che Francesco ci invita a vivere.

In un tempo segnato da crisi sociali e conflitti, qual è il messaggio universale che può trasmettere ai fedeli il poverello d’Assisi?

Francesco non ha vissuto in un tempo così tanto migliore del nostro. C’erano guerre di religione, guerre intestine nelle città, grandi conflitti, faide familiari. C’era tanta ingiustizia. Lui non viveva in un momento storico ideale. Però il messaggio che lui ci da è molto bello: se una persona accoglie veramente il Vangelo crea intorno a sé un’altra storia, crea intorno a sé nuove relazioni. Sempre ascoltiamo una voce di sottofondo “Tu non puoi fare niente, tu sei solo, sei inutile. Sono i potenti che governano. Noi non possiamo fare niente”. La sentiamo sempre questa voce. Eppure Francesco testimonia che è una bugia. Perché se una persona accoglie il Vangelo non cambia il mondo, ma intorno a sé le cose cambiano. Sono 800 anni che Francesco continua a toccare i cuori delle persone. Secondo me il messaggio bello è questo: noi non possiamo risolvere ogni problema, però se ognuno di noi fa un passo, questo passo lascia un impatto, ha un effetto ed è una bugia chi sostiene che non possiamo fare niente.

Lettura e Vangelo del giorno 17 Febbraio 2026

Letture del Giorno
Prima lettura

Dalla lettera di san Giacomo apostolo
Gc 1,12-18

Beato l’uomo che resiste alla tentazione perché, dopo averla superata, riceverà la corona della vita, che il Signore ha promesso a quelli che lo amano.
Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio»; perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno. Ciascuno piuttosto è tentato dalle proprie passioni, che lo attraggono e lo seducono; poi le passioni concepiscono e generano il peccato, e il peccato, una volta commesso, produce la morte.
Non ingannatevi, fratelli miei carissimi; ogni buon regalo e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre, creatore della luce: presso di lui non c’è variazione né ombra di cambiamento. Per sua volontà egli ci ha generati per mezzo della parola di verità, per essere una primizia delle sue creature.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 93 (94)

R. Beato l’uomo a cui insegni la tua legge, Signore.

Beato l’uomo che tu castighi, Signore,
e a cui insegni la tua legge,
per dargli riposo nei giorni di sventura. R.

Poiché il Signore non respinge il suo popolo
e non abbandona la sua eredità,
il giudizio ritornerà a essere giusto
e lo seguiranno tutti i retti di cuore. R.

Quando dicevo: «Il mio piede vacilla»,
la tua fedeltà, Signore, mi ha sostenuto.
Nel mio intimo, fra molte preoccupazioni,
il tuo conforto mi ha allietato. R.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 8,14-21

In quel tempo, i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un solo pane. Allora Gesù li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». Ma quelli discutevano fra loro perché non avevano pane.
Si accorse di questo e disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non capite ancora e non comprendete? Avete il cuore indurito? Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». E disse loro: «Non comprendete ancora?».

Treno deraglia per una valanga vicino a Briga: 5 i feriti. Disagi per i frontalieri del Vco

E’stata una valanga a causare questa mattina (lunedì 16), poco dopo le 7, il deragliamento di un treno in transito lungo la linea ferroviaria tra Frutigen e Briga, nei pressi di Goppenstein, nel Canton Vallese. E’ successo all’uscita della «Stockgalerie». La valanga dovrebbe aver bloccato i binari poco prima del passaggio del treno.

Il convoglio coinvolto è il RegioExpress di Bls partito da Spiez alle 6,12, a bordo del quale viaggiavano – secondo quanto riportato dalla polizia cantonale del Vallese – 29 passeggeri. Cinque persone sono rimaste ferite, una delle quali è stata trasportata all’ospedale di Sion. Le altre quattro sono state curate sul posto dai soccorritori e non hanno dovuto essere ricoverate. Tutti gli altri passeggeri sono stati evacuati. È stato istituito un servizio di autobus sostitutivo tra Goppenstein e Gampel per garantire la prosecuzione del viaggio.
La Procura vallesana ha aperto un’inchiesta per chiarire le esatte circostanze dell’incidente.

Linea chiusa fino a domani
Sul posto sono intervenuti i soccorritori, mentre le autorità hanno disposto la chiusura del tratto ferroviario interessato almeno fino alla mattinata di domani, per consentire le operazioni di messa in sicurezza e la rimozione della neve dai binari. Si prevedono anche rallentamenti e ritardi alla circolazione che avranno ripercussioni anche per i frontalieri del Verbano Cusio Ossola che ogni giorno vanno a lavorare nel Vallese.
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È lo sport più fashion delle Olimpiadi 2026: i look più belli del pattinaggio sul ghiaccio a Milano Cortina

La coppia formata da Laurence Fournier Beaudry e Guillaume Cizeron ha deciso di portare sulla pista un omaggio alla...

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Il red carpet è sopravvalutato: questo inverno la vera passerella è la pista di pattinaggio sul ghiaccio delle Olimpiadi invernali Milano Cortina 2026. E tra tutti gli sport olimpici, il pattinaggio è davvero un mondo a sé. Quasi tutti gli altri si praticano in uniforme, una sorta di omologazione tecnica che concede rari momenti di eccentricità, ma per lo più mette la forma al servizio della funzionalità. Nel pattinaggio, al contrario, la moda è (quasi) al primo posto.

Colori sgargianti, cristalli, tessuti che svolazzano e body luccicanti: qui non ci sono regole, l’importante è stupire. La creazione dei costumi del pattinaggio è una vera e propria arte che cerca di far incontrare la perfezione tecnica che è richiesta dall’atleta per muoversi senza impedimenti, e l’inevitabile spinta creativa e la teatralità che questa danza sul ghiaccio non può fare a meno di rincorrere.

L’unità di misura della pace? Sono i bambini

L'unità di misura della pace? Sono i bambini

Nel nostro presente saturo di conflitti, ciò che colpisce con maggiore violenza non è soltanto il numero delle guerre aperte, quanto piuttosto la rapidità sconcertante con cui esse smettono di essere percepite come eventi morali, come scandali che esigono una risposta, e scivolano invece nella categoria opaca dei fatti di contesto, delle circostanze date, di ciò che semplicemente accade mentre il mondo continua a girare. Gaza, l’Ucraina, il Sudan, il Congo: nomi che scorrono nelle cronache come coordinate geografiche, come punti su una mappa del disastro, sempre più raramente come luoghi abitati da vite concrete, da corpi che sentono freddo e fame, da volti che avevano un nome prima di diventare numeri. In questo scorrimento continuo, in questa processione di immagini che si consumano l’una nell’altra senza lasciare traccia, l’infanzia occupa una posizione paradossale e rivelatrice: è ovunque evocata, quasi mai ascoltata; è costantemente mostrata, ma come superficie, come icona del dolore, non come voce capace di parola propria.
I bambini appaiono come immagini, come corpi feriti che attraversano i nostri schermi, come dati statistici che gonfiano i bollettini, ma raramente come soggetti capaci di incrinare davvero il linguaggio con cui la guerra viene raccontata e, di conseguenza, normalizzata, digerita, infine tollerata. Il discorso pubblico sulla guerra resta infatti saldamente ancorato a categorie adulte: sicurezza nazionale, alleanze strategiche, deterrenza, diritto internazionale, equilibri regionali. Tutte categorie che possiedono una loro legittimità analitica, ma che producono un effetto collaterale devastante: tendono a rendere la guerra un fenomeno “spiegabile”, inseribile in una catena di cause e conseguenze, e quindi, in una certa misura che non osiamo confessare a noi stessi, accettabile. In questo quadro concettuale, dove tutto trova una spiegazione e ogni spiegazione funziona come una forma sottile di assoluzione, la sofferenza dei bambini rischia di diventare un rumore di fondo, una tragedia prevista, il costo che si paga perché la storia faccia il suo corso. È qui, in questo punto cieco del nostro sguardo collettivo, che si misura la crisi più profonda della nostra coscienza.
Esiste però un altro modo di guardare alla guerra, un modo che non nasce oggi ma che oggi torna a essere drammaticamente necessario: è lo sguardo che si forma quando la guerra viene raccontata non da chi la governa, né da chi la analizza, ma da chi la subisce senza comprenderne le ragioni, senza condividerne le finalità, senza poterne immaginare la fine. In questa prospettiva, l’esperienza di Sarajevo negli anni Novanta continua a offrirci una chiave di lettura di bruciante attualità: non per analogia meccanica, ma per radicalità etica, per la capacità di riportarci a quella soglia dove ogni giustificazione si arresta e resta solo il fatto nudo della sofferenza.
In Sarajevo (Cacucci, 2025), libro di Franco Giuliano che raccoglie cronache, testimonianze e soprattutto lettere scritte dai bambini della città assediata, la guerra perde ogni residuo di astrattezza. Quelle lettere non spiegano il conflitto, non lo interpretano, non lo giudicano con il vocabolario della morale adulta: dicono semplicemente che cosa significa crescere mentre tutto intorno crolla, che cosa accade quando il desiderio più elementare — giocare, andare a scuola, essere felici — diventa un’eccezione improbabile. È una parola povera, priva di retorica, ma proprio per questo capace di colpire nel punto più scoperto della nostra coscienza. Una frase, in particolare, resta impressa come una soglia morale davanti alla quale ogni discorso adulto vacilla: «Per Natale vorrei tanto essere felice». In quella frase c’è tutto: la sproporzione tra ciò che dovrebbe essere normale e ciò che è diventato irraggiungibile, la trasformazione della felicità in una richiesta straordinaria, la riduzione dell’infanzia a una condizione di attesa e privazione. È una frase che rende la guerra indifendibile, non sul piano politico, ma su quello propriamente umano.
La forza della voce infantile sta proprio in questo: non si oppone alla guerra con un’argomentazione alternativa, ma la rende incompatibile con qualsiasi idea di senso. Ogni guerra costruisce un racconto che la giustifica, una trama di cause e necessità che pretende di renderla inevitabile; i bambini non abitano questo racconto, non ne conoscono la lingua, e così, parlando d’altro — di desideri, di mancanze, di paure quotidiane — ne smascherano l’insostenibilità morale. La loro parola non consola: disturba.
Se riportiamo questo sguardo sull’oggi, è impossibile non pensare ai bambini di Gaza, del Sudan, dell’Ucraina, del Congo — ovunque l’infanzia sia diventata uno dei luoghi centrali della distruzione, non come effetto collaterale, ma come esito strutturale di conflitti che colpiscono in modo sproporzionato chi non ha alcun potere di difesa. Anche lì le immagini dei bambini circolano ovunque, ma le loro voci restano mute, sommerse dal rumore delle giustificazioni, delle contronarrazioni, delle ragioni di Stato. L’esperienza di Sarajevo ci insegna che esiste una continuità nella sofferenza innocente che attraversa le guerre, e che questa continuità deve finalmente diventare criterio di giudizio: non un appello sentimentale, non una retorica dell’innocenza, ma uno spostamento radicale del baricentro nel discorso sulla pace, l’affermazione che essa non può essere valutata solo in base alla cessazione delle ostilità, ma deve essere misurata sulla possibilità concreta che i bambini tornino a vivere un’esistenza degna di questo nome.
Giuliano scrive una frase che risuona come una consegna: «Sarajevo è la prova che le guerre finiscono, e che i bambini possono tornare a sorridere. A patto che il mondo lo voglia. A patto che tutti noi uniti lo si voglia». Non è una frase consolatoria: è condizionale, chiama in causa una responsabilità collettiva, dice che la fine delle guerre non è un automatismo della storia, ma una scelta.
Ripartire dai bambini significa rifiutare l’idea che la guerra possa essere raccontata solo da chi la combatte o la amministra, significa affermare che esiste una soglia morale oltre la quale ogni argomento perde legittimità. Una guerra che non può essere spiegata ai bambini senza vergogna interroga radicalmente la nostra idea di civiltà; e una pace che non comincia da loro, che non si lascia misurare dai loro occhi, resta — comunque la si chiami — una pace incompiuta, la pace di chi ha smesso di ascoltare l’unica domanda che davvero conta.
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