Giornata del Seminario a Reggio Emilia

Comunità del Seminario di Reggio Emilia, 8 novembre 2025. Foto Codazzi.

Reggio Emilia, 2 dicembre 2025

Carissimi fratelli e sorelle,

vi raggiungo con queste righe per affidarvi un’intenzione che sta molto a cuore alla nostra Chiesa: il sostegno al nostro Seminario Diocesano.

Il Signore continua a donarci segni di speranza, chiamando alcuni giovani a seguirlo nella via del ministero ordinato. È un dono grande per tutta la comunità, e per questo desidero rinnovare in ciascuno di noi la consapevolezza di quanto sia importante accompagnare i nostri seminaristi nel loro cammino di discernimento. Hanno bisogno della nostra vicinanza, della nostra preghiera e del nostro affetto, perché possano dire il loro “sì” al Signore con serenità e libertà.

Accanto alla preghiera, vi chiedo anche un gesto concreto: un contributo economico, secondo le possibilità di ciascuno. È un atto di autentica carità che permette al Seminario di continuare a offrire ai futuri sacerdoti un ambiente di vita, di studio e di formazione adeguato. In vista delle prossime feste, vi invito — se potete — a sostenere questa importante missione della nostra diocesi.

Grazie di cuore per ciò che farete. Su tutti voi invoco la benedizione del Signore, perché doni pace e gioia alle vostre famiglie.

+ Arcivescovo Giacomo Morandi

Arriva la prima nomina vescovile in Italia di papa Leone. L’assistente regionale dell’Azione cattolica pugliese succede a monsignor Cornacchia nella diocesi che fu di don Tonino Bello

Attento all’ascolto e impegnato nell’accompagnamento delle persone, in particolare i giovani e i seminaristi. Monsignor Domenico Basile, vicario generale della diocesi di Andria e assistente regionale dell’Azione cattolica pugliese, è stato nominato, da papa Leone, nuovo vescovo di Molfetta. Succede a monsignor Domenico Cornacchia, che lascia per limiti di età.

Nato il 3 giugno 1966 ad Andria, ha studiato Filosofia e Teologia presso il Seminario vescovile della sua diocesi e poi presso il Pontificio Seminario Regionale Pugliese Pio XI di Molfetta.

Ordinato sacerdote il 14 settembre 1991 si è licenziato in teologia pastorale presso la Pontificia Università Lateranense di Roma- è stato vicario Parrocchiale di San Giuseppe Artigiano, ad Andria (1991-1993); Educatore presso il Pontificio Seminario Regionale Pugliese Pio XI (1993-2000); Direttore del servizio di Pastorale giovanile diocesano (1996-2000); Parroco del Cuore Immacolato di Maria di Andria (2000-2017); Direttore della biblioteca e dell’archivio diocesano (dal 2015); Padre Spirituale presso il Pontificio Seminario Regionale Pugliese Pio XI (2017-2021); Direttore dell’Ufficio beni culturali ecclesiastici e l’edilizia di culto (dal 2019). Dal 2021 è Vicario Generale della Diocesi di Andria e dal 2024 assistente regionale dell’Azione cattolica.

«Mentre mi preparavo al momento dell’annuncio», ci dice raggiunto al telefono, «ho pensato molto alla consegna che il Giubileo ci lascia: quella della speranza. Credo che ci siano tanti uomini e donne oggi che cercano speranza e senso alla propria vita e quindi credo che il ministero episcopale e lo stesso servizio della Chiesa siano importanti da questo punto di vista. L’ho sottolineato anche nella lettera che ho rivolto alla diocesi». Lettera nella quale esprime «il desiderio di stare in mezzo a voi come un viandante, perché non venga meno l’impegno ad essere “pellegrini di speranza”, insieme agli uomini e alle donne del nostro tempo che, in vari modi, cercano il senso del loro vivere quotidiano e anelano alla salvezza».

Ha rivolto un pensiero a don Tonino Bello «che con l’eloquenza di parole e gesti profetici ha consumato la sua vita per il Signore, vivendo fino in fondo il desiderio di essere “un Vescovo fatto popolo”. Possa la sua testimonianza illuminare il mio ministero in mezzo a voi e il cammino della nostra Chiesa!». E, dopo il saluto al suo predecessore, monsignor Cornacchia, si è rivolto «alle laiche e ai laici della nostra Chiesa», ai diaconi e ai presbiteri, alle religiose e ai religiosi, alle autorità civili e militari , all’intera comunità del Seminario Regionale«a tutti voi, carissimi fratelli e sorelle della Chiesa che è in Molfetta, Ruvo, Giovinazzo e Terlizzi». E chiede «il dono di una preghiera di cui sento particolarmente bisogno in quest’ora: domandate al Signore che mi benedica, accompagnandomi con la sua grazia nel ministero episcopale, e affidatemi a Maria, Madre di Dio e discepola pronta nel pronunciare il suo fiat».

La presidenza nazionale dell’Azione cattolica, esprimendo gioia e gratitudine per la nomina si è detta certa che «l’esperienza maturata negli anni – nel servizio ai giovani, nella formazione nei seminari, nella guida delle comunità parrocchiali e nella responsabilità di governo come Vicario generale – sarà un prezioso patrimonio messo ora a servizio della Chiesa diocesana affidata alle sue cure pastorali». E la delegazione regionale dell’Azione cattolica, salutando il suo assistente gli ha assicurato: «Continueremo a pregare per te, carissimo don Mimmo, con tutto il nostro affetto e la nostra fedeltà ecclesiale, certi che il legame costruito nel congiunto servizio all’Azione cattolica continuerà nell’indissolubile fraterna reciprocità a generare comunione e speranza nel cammino della Chiesa regionale e universale».

Una preghiera che il neo vescovo di Molfetta accoglie volentieri e che, anzi, sollecita. Perché, insieme alla gioia «se penso ai limiti, alle mie sole forze, può prevalere qualche timore. Ma ho detto il mio sì fidandomi di Dio. C’è un di più di fiducia e di speranza che viene dalla grazia del Signore, a cui mi sono sempre affidato».

FAmiglia Cristiana

Venezuela, il colloquio Vaticano-Usa per salvare Maduro e l’offerta di Putin: la ricostruzione

Maduro e la moglie

adnkronos

Secondo il Washington Post, prima di Natale colloquio tra il cardinale Parolin e l’ambasciatore americano presso la Santa Sede. Il leader venezuelano avrebbe rifiutato l’esilio in Russia

Un summit in Vaticano prima di Natale, l’offerta della Russia per accogliere Nicolas Maduro. L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela, ordinato da Donald Trump e concluso il 3 gennaio con la cattura di Maduro, è stato preceduto da una frenetica attività diplomatica che – secondo il Washington Post – ha coinvolto anche il Vaticano. Alla vigilia di Natale, scrive il quotidiano americano sulla base di documenti governativi, il cardinale Pietro Parolin “ha convocato d’urgenza Brian Burch, ambasciatore degli Stati Uniti presso la Santa Sede, per sollecitare dettagli sui piani americani in Venezuela”.

Gli Stati Uniti avrebbero preso di mira solo i narcotrafficanti, ha chiesto Parolin, o l’amministrazione Trump era davvero interessata a un cambio di regime? Il cardinale, secondo i documenti, avrebbe esortato gli Stati Uniti a offrire una via d’uscita al leader di Caracas.

L’incontro

Il Washington Post scrive che “per giorni, l’influente cardinale italiano – nunzio apostolico a Caracas dal 2009 al 2014 – aveva cercato di contattare il Segretario di Stato Marco Rubio… nel disperato tentativo di evitare spargimenti di sangue e destabilizzazione in Venezuela”. In particolare, nel colloquio con l’ambasciatore Burch, una figura vicina al presidente Trump, Parolin avrebbe affermato che “la Russia era pronta a concedere asilo a Maduro e ha chiesto gli americani di avere pazienza per convincere” il presidente venezuelano ad accettare.

Il no di Maduro alla Russia

A Maduro è stato proposto l’esilio con la possibilità di “godersi i suoi soldi”, ha detto una persona a conoscenza dell’offerta russa, secondo il WP. “Parte di quella richiesta era che Putin garantisse la sicurezza”. La soluzione diplomatica non è decollata: nella notte tra il 2 e il 3 gennaio, Maduro e sua moglie sono stati catturati dalle forze speciali americane in un raid che ha causato la morte di circa 75 persone. Il presidente e la consorte sono stati trasferiti a New York, dove è iniziato il processo a loro carico con accuse di narcotraffico.

La nota del Vaticano

Il Washington Post riporta anche la nota stampa con cui il Vaticano replica all’articolo: “È deludente che siano state divulgate parti di una conversazione riservata che non riflettono accuratamente il contenuto della conversazione stessa, avvenuta durante il periodo natalizio”. Il quotidiano della capitale riferisce che il Dipartimento di Stato non ha commentato la vicenda. Nessuna risposta da Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino. L’articolo è stato prodotto con le informazioni raccolte nei colloqui con quasi 20 persone. Molte hanno parlato a condizione di rimanere anonime, visti i temi legati all’intelligence.

Il Washington Post evidenzia che i tentativi di trovare una soluzione diplomatica con Maduro sono stati condotti fino all’immediata vigilia dell’attacco. Il New York Times, nei giorni scorsi, ha affermato che il leader venezuelano ha rifiutato il 23 dicembre l’offerta di riparare in Turchia. Washington ha confermato che la decisione di attaccare Caracas è stata presa a Natale e l’azione è stata ritardata di alcuni giorni in attesa delle condizioni meteo più favorevoli.

Battesimo del Signore

Battesimo del Signore

Leggendo e meditando il racconto del Battesimo di Gesù, possiamo rimanere sorpresi. Dopo trent’anni di silenzio e normalità, il Figlio di Dio atteso dalle genti non inizia il suo ministero pubblico con un solenne discorso nella piazza centrale di Gerusalemme o con un miracolo portentoso per lasciare tutti a bocca aperta, ma si mette in fila con i peccatori per farsi battezzare! Fin dai primi passi il Maestro svela il suo stile: la solidarietà totale e irreversibile con ogni uomo.
Gesù svela il volto della solidarietà di Dio che cammina con il suo popolo, di un Dio che si mette in fila senza corsie preferenziali, di un Dio che ha fame e sete, si stanca e ha sonno, piange per un amico, si commuove e si appassiona, ama e perdona. Troppo spesso corriamo il rischio di pensare a Dio come un essere perfetto e distante, freddo e calcolatore, seduto su una nuvola a dettare comandamenti e sentenze. Gesù frantuma questa immagine di Dio, la fa a pezzi. L’unico modo per sapere com’è Dio è guardare Gesù, la sua vita, le sue parole e le sue scelte. Lui, e solo Lui, è immagine del Dio invisibile, ci ricorda San Paolo nella lettera ai Colossesi.
Noi che siamo la sua Chiesa dobbiamo continuare questa missione: scendere dalle cattedre, stare con la gente, sporcarci le scarpe, ascoltare, accompagnare e accendere speranza nei cuori frantumati dal dolore o dalla povertà. Noi che siamo la sua Chiesa dobbiamo essere un riflesso incandescente della sua misericordia e della sua tenerezza, siamo chiamati ad essere accoglienti come il grembo di una madre e disarmanti come il sorriso di un bambino.
Questo è un cammino impegnativo di conversione, di spogliazione e di umiltà. Che lo Spirito Santo ci infiammi di passione e ci faccia volare leggeri sulle ali della grazia.

 

Manifestazioni a Teheran contro la repubblica islamica, la rete è bloccata da più di 60 ore. Tel Aviv in massima allerta per la possibilità di un intervento degli Stati Uniti a Teheran

Le proteste a Tehran - RIPRODUZIONE RISERVATA

Ansa

lmeno 192 persone” sono state uccise in due settimane di proteste contro il governo in Iran: lo sostiene l’organizzazione per i diritti umani Iran Human Rights.

“Dall’inizio delle proteste, Iran Human Rights ha confermato l’uccisione di almeno 192 manifestanti”, ha affermato l’ong con sede in Norvegia, avvertendo che il bilancio potrebbe essere molto più alto poiché un blackout di Internet che dura da giorni ostacola le verifiche.

Nella notte di sabato, gli slogan antigovernativi hanno riempito le strade della capitale iraniana Teheran, mentre i manifestanti incitavano al più grande movimento contro la repubblica islamica degli ultimi tre anni, nonostante una repressione forte sotto la copertura di un blackout di Internet, secondo quanto riporta Afp. L’Iran ha attribuito agli Stati Uniti la responsabilità delle manifestazioni scoppiate due settimane fa nella capitale a causa delle difficoltà economiche e da allora alimentate in tutto il paese con richieste di estromissione delle autorità religiose

La maggior parte delle persone è stata uccisa da munizioni vere o da colpi di arma da fuoco a pallini, prevalentemente da distanza ravvicinata, sostiene l’ong, secondo cui 37 delle vittime sarebbero membri delle forze armate o di sicurezza, mentre una di loro è un pubblico ministero. L’Hrana ha anche riferito che 2.638 persone sono state arrestate.

Sardar Radan, comandante in capo della polizia nazionale iraniana, ha dichiarato questa mattina che “il livello di scontro con i rivoltosi è aumentato” e ha celebrato quelli che ha definito “arresti importanti” sottolineando che “i principali elementi dei disordini di ieri sera sono stati arrestati”. Lo riporta Sky News

I gruppi per i diritti umani avevano già segnalato decine di morti e, sabato, hanno espresso preoccupazione per l’intensificazione della repressione da parte delle autorità. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che il suo Paese era “pronto ad aiutare” il movimento, dopo aver avvertito che l’Iran era in “grossi guai” per i suoi sforzi nel reprimere le proteste.

Ma Teheran avverte che “qualsiasi attacco statunitense porterebbe Teheran a reagire contro Israele e le basi militari statunitensi” nella regione, definiti “obiettivi legittimi”: lo ha detto il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Baqer Qalibaf, rivolgendosi ai deputati.

Il blocco di internet in Iran, imposto a seguito delle proteste, rimane in vigore e dura ormai da oltre 60 ore: lo stima Netblocks. “La misura di censura rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza e al benessere degli iraniani in un momento chiave per il futuro del Paese”, scrive il monitor su X, aggiungendo che il blackout “ha ormai superato le 60 ore”.

Le guerre sono troppe, impossibile seguirle tutte, ma non ci si può concentrare solo su quelle che appaiono più importanti, per poi traslocare su un’altra ritenuta più “attrattiva”

di: Riccardo Cristiano

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Le guerre sono troppe, impossibile seguirle tutte, ma non ci si può concentrare solo su quelle che appaiono più importanti, per poi traslocare su un’altra ritenuta più “attrattiva”. Forse bisogna cercare il filo nel caos. Mentre resta enorme il dubbio su come evolverà in queste ore la guerra in Iran, dove il popolo combatte a mani nude, è importante prestare attenzione ai territori all’Iran limitrofi e che furono ottomani.

Si può vedere che il divide et impera imposto come criterio di governo dalle potenze coloniali non ha prodotto quegli “Stati moderni” che a parole era il compito affidato loro dalla Società delle Nazioni. Nel mondo arabo-islamico emerse a quel tempo una posizione sostenuta da molti intellettuali cristiani: o si dà vita ad uno stato arabo pluralista etnicamente e religiosamente nello spazio più ampio possibile o saremo travolti da interessi nazionali contrastanti.

Sebbene non è più possibile non notare che poco dopo proprio le forze e i governi pan-arabisti hanno fatto del nazionalismo, della cleptocrazia e del totalitarismo le loro arme principali, non si può dire che quegli intellettuali, in buona parte cristiani, avessero torto. Dunque dobbiamo agglutinare alcuni conflitti per cercare di capire. Direi che sono in corso guerre per definire nuove aree di influenza.

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Comincerei dalla Siria, dove colpisce che gli sforzi di Donald Trump non producono gli effetti sperati: l’investimento trumpiano non è stato certo poco rilevante.  Il fatto è che nonostante Trump e la sua scelta di togliere le sanzioni alla Siria, questa non riunisce a rinunificarsi. Il punto è questo: il governo centrale, sostenuto dai turchi, è in mano all’islamista al-Sharaa e lui vuole governare su tutta la Siria. Ma nel nord-est ci sono i curdi, che hanno una sorta di governo autonomo che si sono conquistati in cambio dell’impegno a combattere l’Isis per conto degli Stati Uniti e della coalizione internazionale: e siccome infondo al loro cuore si ritiene sempre che ci sia l’indipendenza, non convince che vogliano restare in Siria con un loro esercito e un loro governo autonomo, su un territorio che include aree e città a maggioranza araba.

Le due posizioni sono oltre che incompatibili anche illogiche: la Siria è un Paese plurale e al-Sharaa farebbe bene a differenziarsi dal centralismo degli Assad che ha prodotto solo disastri. Il decentramento dovrebbe però essere territoriale, non etnico o confessionale: le etnie e le confessioni andrebbero rispettate ma non trasformate in gabbie.

Così i curdi non possono chiedere l’impossibile, il territorio non è solo loro, e nessuno Stato accetterebbe di convivere con un esercito autonomo. Ecco che il compromesso, possibile, passa per il sangue: quello che scorre in queste ore ad Aleppo, dove il governo centrale con l’appoggio dei turchi, vuole assumere il controllo dei quartieri curdi per indurre questi a più miti pretese.

O i curdi lasciano il nord-ovest, si aggrumano nel nord-est, perdendo le città arabe di Raqqa e Deir az-Zoor, o si tratta di una loro “autonomia limitata” con ingresso non compatto nell’esercito nazionale.  L’inviato americano tenta di convincere i curdi a sposare una linea meno rigida, ma sin qui non sfonda, sebbene alcune voci ragionevoli dicano che lo scontro produrrà due perdenti.

Accontentare la Turchia, che vuole emergere come un nuovo domino regionale, può aiutare a rendere più stabile la regione. Controllando al-Sharaa, Ankara vuole proporsi come potenza di riferimento di un’area molto più ampia, che si estenderebbe a oriente e con la Siria si consoliderebbe sul Mediterraneo e con altri introno al Mar Rosso.

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E proprio qui risulta evidente un accavallamento con la guerra in corso nello Yemen, cioè al capo meridionale della penisola arabica, questa volta tra due ex amici, Arabia Saudita ed Emirati Uniti che si contendono il ruolo di domino del Mar Rosso e dell’attiguo Golfo di Aden, cioè di controllore di una delle principali arterie marittime globali? Molti lo sostengono.

E l’accavallamento tra il conflitto siriano e questo conflitto è reso evidente dall’investimento emiratino di quasi un miliardo di dollari nel porto siriano di Tartus. Forse gli emiratini sono quelli che hanno un progetto dal Nord al Sud, dal Mediterraneo orientale al Mar Rosso? Proprio in queste ore i nuovi nemici degli emiratini, i sauditi, hanno ottenuto lo scioglimento del Southern Transitional Council (STC) dello Yemen, che ha combattuto con loro contro gli Houti, ma ora è insorto per ottenere l’indipendenza della parte meridionale dello Yemen.

I sauditi invece vogliono mantenere l’unità dello Yemen, avendo il controllo del governo internazionalmente riconosciuto. Dunque i separatisti sono sostenuti dagli Emirati Arabi Uniti, gli unionisti dall’Arabia Saudita. Erano da anni le due colonne portanti della scelta anti-estremista, anti-fondamentalista, dell’apertura all’Occidente, che ora si combattono.

Quando i colloqui di pace per lo Yemen sono stati convocati a Riyadh per l’8 gennaio, il capo dei separatisti ha dato armi emiratine ai suoi e poi è fuggito nella capitale degli Emirati Arabi Uniti, Abu Dhabi. I sauditi lo hanno subito definito un traditore. Lui ha fatto capire che temeva che invece di negoziare lo volessero arrestare. Forse non aveva proprio torto: il 9 gennaio i suoi colleghi che a Riyadh ci sono andati hanno ceduto e sciolto il  consiglio separatista.

Tutto questo covava da tempo, ma è venuto alla luce del sole alla fine dello scorso anno, quando i sauditi hanno bombardato la città portuale yemenita di Mukalla. Riyadh aveva appena accusato Abu Dhabi di inviare armi ai separatisti yemeniti: “Abu Dhabi così facendo minaccia la nostra sicurezza nazionale”. Gli emiratini hanno ritirato qualche “esperto” di antiterrorismo, negato tutto, nessuna loro arma sarebbe stata spedita tramite Mukalla ai separatisti del Southern Transitional Council (STC), che dopo aver combattuto gli Houti vuole l’indipendenza dello Yemen meridionale, ma in confini più ampi di quelli del passato, quando il bipolarismo mondiale determinò la divisione tra Yemen del Sud e Yemen del Nord.

Ma la divisione dello Yemen sarebbe un colpo al cuore dell’Arabia Saudita. Mantenendo lo Yemen unito e sotto il controllo dell’attuale governo l’Arabia saudita controllerebbe l’accesso al Golfo di Aden ed a Bab al Mandeb, se li perdesse in favore di una pedina di Abu Dhabi si troverebbe rinserrata nel deserto. Bab al Mandeb è quello stretto corso d’acqua che collega il Golfo di Aden al Mar Rosso e che fiancheggia la costa yemenita.

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Si può pensare che una partita del genere si possa risolvere in nome “degli interessi comuni”. A invitare entrambi alla prudenza infatti c’è al-Qaida. In una situazione di scontro tra i due nemici è ovvio che il terzo possa godere, anche perché così viene meno il coordinamento tra le diverse intelligence. Il rischio è alto per entrambi. Questa minaccia ritenuta esistenziale da entrambi, li ha uniti per anni. Ma il piano emiratino, il loro obiettivo di prendere il controllo del fianco meridionale dello Yemen, è antico.

La vicenda dei turisti bloccati nell’arcipelago di Socotra ci dice che gli emiratini non si sono fermati sulla costa: sulle isole di Socotra si va con visto emiratino. I sauditi dunque avevano accettato, o trangugiato, questo calice abbastanza amaro, ma gli emiratini non si sono fermati, i loro alleati hanno preso il controllo di un’altra area strategica, che confina per centinaia di chilometri con l’Arabia Saudita. E proprio da lì gli amici di Abu Dhabi hanno annunciato la loro intenzione di dichiararsi indipendenti aderendo ai Patti di Abramo, come ha fatto Abu Dhabi.

I sauditi invece devono attendere, per la questione palestinese che chiedono di risolvere prima della loro adesione ai patti di Abramo, e non gradiscono che altri li scavalchino riducendo il loro peso negoziale. Per i sauditi dunque la misura era colma e questa spiega la loro azione militare contro gli armamenti emiratini  nello Yemen. Quando ciò è emerso, è risultato impossibile non collegare il sostegno alla secessione dello Yemen meridionale e il fatto che dall’altra parte del Mar Rosso, in Sudan, è proprio Abu Dhabi che sta sostenendo con forza i ribelli delle Rapid Support Forces, accusati di crimini di guerra nel Darfur. Vogliono arrivare proprio sul Mar Rosso.

E sul Mar Rosso è anche il Somaliland, che è stato riconosciuto da Israele, mossa bocciata dagli arabi ad eccezione degli emiratini. Colleghiamo tutto questo all’investimento emiratino per il porto siriano di Tartus e forse abbiamo un quadro, nell’attesa di sapere cosa accadrà in Iran i grandi attori cercano di definire chi ha influenza e fin dove?

Settimana News

Dorothy Day, quale che sia il nemico la risposta è la pace

La giornalista, attivista, serva di Dio, Dorothy Day

In anni in cui il mondo occidentale andava in tutt’altra direzione, l’impegno della giornalista statunitense, serva di Dio, Dorothy Day contro l’antisemitismo è stato una costante. Ma neppure la consapevolezza di quanto il nazismo fosse il male riuscì a portarla su posizioni interventiste

Giulia Galeotti – Città del Vaticano – Vatican News

“Alla radio Elie Wiesel ha parlato dell’Olocausto e del fatto che nessuno avesse protestato. Ma il Catholic Worker Commonweal protestarono”: così scrive Dorothy Day nel suo diario il 31 gennaio 1979, ed effettivamente ogni volta che sente Wiesel affermare che nessuno ha urlato contro la Shoah in atto, Day ricorda invece come la voce del Worker si sia levata, anche se è convinta che non abbiano fatto abbastanza. L’impegno di Dorothy Day contro l’antisemitismo è chiaro e netto da prima della sua conversione al cattolicesimo. Ed è un impegno che crescerà nel movimento e giornale omonimi da lei fondati con Peter Maurin.

Aprire le porte

Nel luglio 1935, ad esempio, il Catholic Worker partecipa alla protesta davanti al consolato tedesco a Battery Park, a New York: nel mirino la politica antisemita di Hitler e l’apertura del primo campo di concentramento, nel 1933, notizia che ricevono da un prete fuggito dalla Germania. Ade Bethune, l’illustratrice del giornale, prepara i cartelli; citando Pio XI, Peter Maurin dice che spiritualmente siamo tutti ebrei. La protesta avviene in occasione dell’arrivo in porto della nave Bremen, mentre un appello sul giornale invita gli Stati Uniti ad aprire le porte a “tutti gli ebrei che desiderano libero accesso all’ospitalità americana”.
L’antisemitismo viene denunciato sia nella società – si parla della persecuzione degli ebrei e dei sentimenti antiebraici non solo in Germania ma anche negli Stati Uniti – che nella Chiesa. Dorothy Day esprime più volte il suo sdegno nei confronti di quei sacerdoti, che incontra ovunque nel Paese, antisemiti e simpatizzanti per i fascisti, un antisemitismo che gradualmente cresce, come dimostra ad esempio la rivista Social Justice di padre Charles Coughlin, famoso per essere stato uno dei primi a utilizzare la radio per raggiungere un pubblico di massa, bombardandolo però con le sue idee filofasciste contro capitalismo, comunismo ed ebrei.

Denuncia, azione, negoziato

Denunciare e fare: nella primavera del 1939, insieme ad altri cattolici, Day fonda il Committee of Catholics to Fight Anti-Semitism, guidato dal filosofo Emanuel Chapman, docente della Fordham e convertito dall’ebraismo da Jacques Maritain, con loro George Shuster, Catherine de Hueck, padre H.A. Reinhold e padre LaFarge. Chapmann sarà colui che pagherà maggiormente la partecipazione al comitato: nel 1942 a fine anno accademico viene licenziato. “Le sue attività per gli ebrei in America sono diventate fonte di fastidio e imbarazzo”: gli comunica il preside Robert Gannon, dandogli il benservito.
Da subito, insomma, Dorothy Day comprende le dimensioni della persecuzione antiebraica, convinta che solo una pace negoziata potrà salvare le comunità ebraiche d’Europa. Da subito, vede nel nazismo e in Adolf Hitler il male assoluto.

Una coerenza totale

Eppure, quando negli Stati Uniti cresce il fronte degli interventisti al fianco degli alleati, Dorothy Day non ha dubbi.
Mentre Hitler guadagna terreno, cresce – anche tra i cattolici, e anche all’interno dello stesso Catholic Worker – il numero di quanti ritengono ormai giunto il tempo della battaglia. In una nota non datata, scritta forse a fine anni Cinquanta, mentre riflette “sul tragico futuro del pacifismo”, Day ricorda che durante la guerra circa l’80 per cento dei giovani del Worker “tradirono”, spostandosi su posizioni interventiste, imbracciando le armi. È la posizione maggioritaria: per il suo pacifismo radicale negli anni del Secondo conflitto mondiale il Catholic Worker vedrà un crollo negli abbonamenti e tantissimi lasceranno il movimento. Sono numeri talmente alti che avrebbero destabilizzato chiunque. Ma non lei.

Pacifismo e perseveranza

Dorothy Day non demorde. “Dio dà a ognuno il proprio carattere, e malgrado il mio pacifismo, è nella mia indole perseverare […] usando come armi le opere di misericordia quali mezzi immediati per dimostrare il nostro valore e alleviare le sofferenze”.
Nell’assoluta fedeltà al Vangelo, nemmeno tutto il male e l’antisemitismo del nazismo riescono a farle accettare la guerra contro Hitler. È il non uccidere, che vale sempre e comunque; è il discorso della montagna applicato in modo assoluto e radicale, come predicato da Gesù. Sempre e comunque, a prescindere da chi sia il malvagio che ci sta davanti.

A Betlemme il ritorno dei pellegrini è una luce di speranza

Il Caritas Baby Hospital di Betlemme e l'incontro con la comunità cristiana alla Basilica della Natività

La comunità cristiana locale vive di turismo religioso, che sta cercando di ripartire dopo la pandemia e la guerra a Gaza. La difficoltà di movimento verso Israele e all’interno della stessa Cisgiordania ha aumentato la disoccupazione. Crollo di accessi all’ospedale pediatrico. La responsabile della comunicazione: “La guerra ha colpito tutti”

Michele Raviart – Betlemme – Vatican News

“Betlemme non siamo solo noi. Anche voi ne siete parte”. Lo afferma ai pellegrini portati in Terra Santa dall’Opera Romana Pellegrinaggi, uno degli storici commercianti di souvenir della comunità cristiana della città dove è nato Gesù, ricevendoli insieme ad altri fedeli e ai francescani della Custodia di Terra nel monastero adiacente alla Basilica della Natività. Con la sua bottega dà lavoro a 25 famiglie che producono oggetti artigianali. In un luogo in cui il turismo religioso è la prima fonte di reddito, il crollo degli arrivi a causa della pandemia prima e della guerra a Gaza poi, rischia di minare la stessa sopravvivenza della comunità cristiana di Betlemme, che conta circa il 25% di una popolazione di circa 30 mila abitanti.

 

Iniziata l’emissione speciale contratto scuola. Arretrati pagati a oltre 1.300.000 dipendenti

Arretrati Scuola in arrivo a Gennaio: Importi netti più bassi con Doppie Trattenute fiscali [DOCUMENTO]

Nel tardo pomeriggio di venerdì 9 ottobre è iniziata una lunga emissione speciale che, entro martedì 13 gennaio, porterà all’elaborazione di oltre 1.300.000 cedolini stipendiali di arretrati in applicazione del CCNL Comparto Scuola firmato definitivamente il 23 dicembre scorso.

Pagamento arretrati Contratto Scuola il 23 gennaio

Gli arretrati saranno pagati con un cedolino a parte il 23 gennaio e riguarderanno i seguenti periodi:

  • anno 2024 (a tassazione separata)
  • anno 2025 (a tassazione separata)

Si tratta di due anni di arretrati, e precisamente per gli anni solari 2024 e 2025. Gli arretrati coprono pertanto un orizzonte temporale di 24 mesi più due tredicesime mensilità.

Dagli arretrati lordi verranno tolti gli acconti ricevuti a titolo di:

  • indennità vacanza contrattuale 2022-2024 (codice NoiPA 119);
  • Anticipo contratto (codice NoiPA 975)
  • anticipo contratto ricevuto a dicembre 2023 (codice NoiPA 976) in un’unica soluzione (cd. Decreto Anticipi).

Stipendi Scuola Gennaio 2026, gli importi sono aggiornati

Per quanto riguarda gli stipendi del mese di gennaio, gli importi sono stati aggiornati con gli incrementi previsti dal nuovo contratto.

La Stipendio del mese di Gennaio è pertanto composto da:

  • stipendio tabellare
  • IIS conglobata
  • RPD o CIA
  • IVC 2025/2027

Le tabelle con gli arretrati del Contratto Scuola aggiornati

Ecco le tabelle con gli arretrati aggiornati al lordo e al netto:

Importi spettanti ai Docenti:

Iniziata l’Emissione Speciale Contratto Scuola. Arretrati pagati a oltre 1.300.000 dipendenti

Questi invece gli arretrati del personale ATA

Arretrati Contratto Scuola Pagati il 23 Gennaio: : Ecco gli Importi Netti [TABELLA]

Gli arretrati spettano anche al personale dei Conservatori e istituti di alta formazione

Questi, invece, gli arretrati del comparto AFAM:

Arretrati Contratto Scuola Pagati il 23 Gennaio: : Ecco gli Importi Netti [TABELLA]

Sarà Rivalutata l’Indennità Vacanza Contrattuale 2025-2027

NoiPA liquiderà gli arretrati anche per l’IVC 2025-2027.

L’IVC sarà dunque rivalutata per un importo pari all’1% degli incrementi contrattuali da luglio 2025.

Gli arretrati saranno pagati anche al personale cessato per pensionamento

Sempre in data 23 gennaio, saranno liquidati gli arretrati anche personale cessato, vale a dire:

  • dipendenti collocati a riposo dal 1/9/2024 e 1/9/2025;
  • dispensati dal servizio;
  • personale a tempo determinato con contratto non rinnovato.

Arretrati maggiori a chi ha fatto ore eccedenti

Per i docenti che hanno effettuato ore eccedenti istituzionali, alternative alla religione cattolica e su spezzoni di cattedra, avranno anche rivalutati gli arretrati per ore eccedenti in quanto le ore eccedenti devono essere rivalutate con i nuovi stipendi tabellari.

Saranno elaborati gli arretrati delle ore eccedenti con i seguenti codici:

  • 792 (ore eccedenti istituzionali o alternative alla religione cattolica)
  • 692 (ore eccedenti su spezzoni di cattedra)

in TuttoLavoro24

Il Papa: San Francesco ci parla ancora di pace in quest’epoca di guerre e divisioni

San Francesco di Assisi

Lettera di Leone XIV ai ministri generali della Conferenza della Famiglia Francescana, in occasione dell’apertura delle celebrazioni per l’VIII centenario del transito di San Francesco: “La pace è la somma di tutti i beni di Dio, un dono che scende dall’Alto. Che illusione sarebbe pensare di costruirla con le sole forze umane”. Il Pontefice assicura di unirsi a quanti prenderanno parte alle manifestazioni commemorative e consegna una preghiera dedicata al Poverello

Vatican News

“Il Signore ti dia pace”. Papa Leone XIV ricorda le “parole essenziali” che San Francesco consegnò ai suoi Frati e a ogni credente per ribadire l’importanza della pace, “somma di tutti i beni di Dio” e “dono che scende dall’Alto”. “Che illusione sarebbe pensare di costruirla con le sole forze umane! E tuttavia è un dono attivo, da accogliere e vivere ogni giorno”, scrive il Pontefice in una lettera ai ministri generali della Conferenza della Famiglia francescana, in occasione dell’apertura solenne oggi, sabato 10 gennaio, ad Assisi delle celebrazioni per l’VIII Centenario del transito di San Francesco.

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Guerre, divisioni e un Creato che geme

Nel testo il Papa guarda a quest’epoca, “segnata da tante guerre che sembrano interminabili” e “da divisioni interiori e sociali che creano sfiducia e paura”, in cui tuttavia Cristo “continua a parlare”, non perché offra “soluzioni tecniche”, ma perché “la sua vita indica la sorgente autentica della pace”.

“La pace con Dio, la pace tra gli uomini e con il Creato sono dimensioni inseparabili di un’unica chiamata alla riconciliazione universale”, sottolinea il Papa. Ricorda poi che “la visione francescana della pace non si limita alle relazioni tra gli esseri umani, ma abbraccia l’intero creato”. Francesco, che chiama il sole “fratello” e la luna “sorella” e che “riconosce in ogni creatura un riflesso della bellezza divina”, ci rammenta che “la pace deve estendersi a tutta la famiglia del Creato”.

“Tale intuizione risuona con particolare urgenza nel nostro tempo, quando la casa comune è minacciata e geme sotto lo sfruttamento”, rimarca Papa Leone. Auspica quindi che “l’esempio e l’eredità spirituale” di San Francesco possa “suscitare in tutti l’importanza di confidare nel Signore, di spendersi in una esistenza fedele al Vangelo, di accettare e illuminare con la fede e con la preghiera ogni circostanza e azione della vita”.

La preghiera consegnata da Leone

A conclusione della missiva, Leone XIV assicura di unirsi “spiritualmente” all’intera Famiglia Francescana e a quanti prenderanno parte alle manifestazioni commemorative, auspicando che “il messaggio di pace possa trovare eco profonda nell’oggi della Chiesa e della società”. Infine, consegna una preghiera “affinché San Francesco d’Assisi continui a infondere in tutti noi la perfetta letizia e la concordia”.

San Francesco, fratello nostro, tu che ottocento anni or sono
andavi incontro a sorella morte come un uomo pacificato,
intercedi per noi presso il Signore.

Tu nel Crocifisso di San Damiano hai riconosciuto la pace vera,
insegnaci a cercare in Lui la sorgente di ogni riconciliazione
che abbatte ogni muro.

Tu che, disarmato, hai attraversato le linee di guerra
e di incomprensione,
donaci il coraggio di costruire ponti
dove il mondo erige confini,

In questo tempo afflitto da conflitti e divisioni,
intercedi perché diventiamo operatori di pace:
testimoni disarmati e disarmanti della pace che viene da Cristo.
Amen

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