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Liturgia 19 Aprile 2026, III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

Liturgia 19 Aprile 2026 III DOMENICA DI PASQUA (ANNO A)

Colore Liturgico  Bianco

Gesu

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Antifona d’ingresso
Acclamate Dio, voi tutti della terra,
cantate la gloria del suo nome,
dategli gloria con la lode. Alleluia. (Sal 65,1-2)

Si dice il Gloria.

Colletta
Esulti sempre il tuo popolo, o Dio,
per la rinnovata giovinezza dello spirito,
e come ora si allieta per la ritrovata dignità filiale,
così attenda nella speranza il giorno glorioso della risurrezione.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Dio, che in questo giorno santo
raduni la tua Chiesa pellegrina nel mondo,
donaci di riconoscere il Cristo crocifisso e risorto
che apre il nostro cuore all’intelligenza delle Scritture
e si rivela a noi nello spezzare il pane.
Egli è Dio, e vive e regna con te,
nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Prima lettura
At 2,14.22-33
Non era possibile che la morte lo tenesse in suo potere.
Dagli Atti degli Apostoli

[Nel giorno di Pentecoste,] Pietro con gli Undici si alzò in piedi e a voce alta parlò così:
«Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nàzaret – uomo accreditato da Dio presso di voi per mezzo di miracoli, prodigi e segni, che Dio stesso fece tra voi per opera sua, come voi sapete bene –, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi, per mano di pagani, l’avete crocifisso e l’avete ucciso.
Ora Dio lo ha risuscitato, liberandolo dai dolori della morte, perché non era possibile che questa lo tenesse in suo potere. Dice infatti Davide a suo riguardo: “Contemplavo sempre il Signore innanzi a me; egli sta alla mia destra, perché io non vacilli. Per questo si rallegrò il mio cuore ed esultò la mia lingua, e anche la mia carne riposerà nella speranza, perché tu non abbandonerai la mia vita negli inferi né permetterai che il tuo Santo subisca la corruzione. Mi hai fatto conoscere le vie della vita, mi colmerai di gioia con la tua presenza”.
Fratelli, mi sia lecito dirvi francamente, riguardo al patriarca Davide, che egli morì e fu sepolto e il suo sepolcro è ancora oggi fra noi. Ma poiché era profeta e sapeva che Dio gli aveva giurato solennemente di far sedere sul suo trono un suo discendente, previde la risurrezione di Cristo e ne parlò: “questi non fu abbandonato negli inferi, né la sua carne subì la corruzione”.
Questo Gesù, Dio lo ha risuscitato e noi tutti ne siamo testimoni. Innalzato dunque alla destra di Dio e dopo aver ricevuto dal Padre lo Spirito Santo promesso, lo ha effuso, come voi stessi potete vedere e udire».

Parola di Dio

Salmo responsoriale
Sal 15
Mostraci, Signore, il sentiero della vita.

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.
Ho detto al Signore: «Il mio Signore sei tu».
Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:
nelle tue mani è la mia vita.

Benedico il Signore che mi ha dato consiglio;
anche di notte il mio animo mi istruisce.
Io pongo sempre davanti a me il Signore,
sta alla mia destra, non potrò vacillare.

Per questo gioisce il mio cuore
ed esulta la mia anima;
anche il mio corpo riposa al sicuro,
perché non abbandonerai la mia vita negli inferi,
né lascerai che il tuo fedele veda la fossa.

Mi indicherai il sentiero della vita,
gioia piena alla tua presenza,
dolcezza senza fine alla tua destra.

Seconda lettura
1Pt 1,17-21
Foste liberati con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia.
Dalla prima lettera di san Pietro apostolo

Carissimi, se chiamate Padre colui che, senza fare preferenze, giudica ciascuno secondo le proprie opere, comportatevi con timore di Dio nel tempo in cui vivete quaggiù come stranieri.
Voi sapete che non a prezzo di cose effimere, come argento e oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta, ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia.
Egli fu predestinato già prima della fondazione del mondo, ma negli ultimi tempi si è manifestato per voi; e voi per opera sua credete in Dio, che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio.

Parola di Dio

Canto al Vangelo
Lc 24,32

Alleluia, alleluia.

Signore Gesù, facci comprendere le Scritture;
arde il nostro cuore mentre ci parli.

Alleluia.

Vangelo
Lc 24,13-35
Lo riconobbero nello spezzare il pane.

Dal Vangelo secondo Luca

Ed ecco, in quello stesso giorno [il primo della settimana] due dei [discepoli] erano in cammino per un villaggio di nome Èmmaus, distante circa undici chilometri da Gerusalemme, e conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo.
Ed egli disse loro: «Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?». Si fermarono, col volto triste; uno di loro, di nome Clèopa, gli rispose: «Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò loro: «Che cosa?». Gli risposero: «Ciò che riguarda Gesù, il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i capi dei sacerdoti e le nostre autorità lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che egli fosse colui che avrebbe liberato Israele; con tutto ciò, sono passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; si sono recate al mattino alla tomba e, non avendo trovato il suo corpo, sono venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati alla tomba e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto».
Disse loro: «Stolti e lenti di cuore a credere in tutto ciò che hanno detto i profeti! Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». E, cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.
Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. Ma essi insistettero: «Resta con noi, perché si fa sera e il giorno è ormai al tramonto». Egli entrò per rimanere con loro.
Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma egli sparì dalla loro vista. Ed essi dissero l’un l’altro: «Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?».
Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone!». Ed essi narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli
(Dall’Orazionale CEI 2020)
Fratelli e sorelle, come lungo la via di Emmaus, anche i nostri cuori ardono conversando con il Risorto. Trasformiamo l’ascolto della Parola in preghiera e rivolgiamoci con fiducia al Signore Gesù.
Preghiamo insieme e diciamo: Resta con noi, Signore.

1. Per tutti i cristiani che ti riconoscono nella Parola e nel Pane spezzato: sappiano vederti sulle strade del mondo, soccorrerti ferito e bisognoso, accoglierti povero e forestiero. Noi ti preghiamo.
2. Per i giovani in ricerca: come i discepoli di Emmaus, ti scoprano mentre cammini al loro fianco e si lascino condurre da te a scelte di coraggio. Noi ti preghiamo.
3. Per gli operatori di pace: non perdano la speranza e l’umanità da te amata conosca presto un tempo di riconciliazione. Noi ti preghiamo.
4. Per coloro che si dedicano alla ricerca e all’insegnamento: la luce del tuo Vangelo sia sorgente di una cultura capace di sprigionare energie di nuovo umanesimo. Noi ti preghiamo.
5. Per noi qui riuniti in assemblea: attingiamo dalla tua parola e dall’Eucaristia quell’ardore che ci trasforma da sfiduciati in apostoli di speranza. Noi ti preghiamo.

Come i due discepoli del vangelo, ti imploriamo, Signore Gesù: resta con noi! Tu, divino viandante, esperto delle nostre strade e conoscitore del nostro cuore, non lasciarci prigionieri delle ombre della sera. Sostienici nella stanchezza e orienta i nostri passi sulla via del bene. Tu che vivi e regni nei secoli dei secoli.

Preghiera sulle offerte
Accogli, o Signore, i doni della tua Chiesa in festa
e poiché le hai dato il motivo di tanta gioia,
donale anche il frutto di una perenne letizia.
Per Cristo nostro Signore.

Prefazio
PREFAZIO PASQUALE III
Cristo vive per sempre e intercede per noi

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
proclamare sempre la tua gloria, o Signore,
e soprattutto esaltarti in questo tempo
nel quale Cristo, nostra Pasqua, si è immolato.
Egli continua a offrirsi per noi
e intercede come nostro avvocato;
immolato sulla croce, più non muore,
e con i segni della passione vive immortale.
Per questo mistero,
nella pienezza della gioia pasquale,
l’umanità esulta su tutta la terra
e le schiere degli angeli e dei santi
cantano senza fine l’inno della tua gloria: Santo, …

Oppure:
PREFAZI DI PASQUA I-V

Antifona alla comunione
I discepoli riconobbero Gesù,
il Signore, nello spezzare il pane.
Alleluia. (Cf. Lc 24,35)

Preghiera dopo la comunione
Guarda con bontà, O Signore, il tuo popolo,
che ti sei degnato di rinnovare con questi sacramenti di vita eterna,
e donagli di giungere alla risurrezione incorruttibile del corpo,
destinato alla gloria.
Per Cristo nostro Signore.

Benedizione solenne
Dio, che nella risurrezione del suo Figlio unigenito
ci ha donato la grazia della redenzione
e ha fatto di noi i suoi figli,
vi dia la gioia della sua benedizione. R. Amen.

Il Redentore,
che ci ha donato la libertà senza fine,
vi renda partecipi dell’eredità eterna. R. Amen.

E voi, che per la fede in Cristo
siete risorti nel Battesimo,
possiate crescere in santità di vita
per incontrarlo un giorno nella patria del cielo. R. Amen.

E la benedizione di Dio onnipotente,
Padre e Figlio e Spirito Santo,
discenda su di voi e con voi rimanga sempre. R. Amen. 

Filosofia / La traiettoria del trumpismo e la missione del mondo cattolico

La traiettoria del trumpismo e la missione del mondo cattolico

di Stefano Zamagni in Avvenire

Il Trumpismo sta operando come «discorso di un movimento»: una grammatica pubblica capace di unificare lamenti e risentimenti molto diversi sotto una logica comune, quella «del noi contro loro». Le premesse dell’efficacia di questo discorso, volto a stigmatizzare i poveri e le politiche di welfare, sono basicamente due: per un verso, spostare la colpa su un gruppo vulnerabile, presentandolo come causa del disordine sociale, e per l’altro verso, offrire a chi è «dentro» la comunità un senso di innocenza e superiorità morale. Questo schema trasferito su scala nazionale diventa la base di una nostalgia vendicativa: il passato viene evocato come età dell’ordine (implicitamente bianco, cristiano, patriarcale) e il presente come deviazione prodotta da elite e «altri» che starebbero usurpando il paese. Il Trumpismo non ha bisogno che tutti i sostenitori del progetto MAGA siano motivati da razzismo esplicito perché questo funzioni come infrastruttura simbolica; basta che le narrazioni di minaccia, decadimento e assedio forniscono una chiave di lettura che renda «ragionevoli» misure e toni sempre più estremi (dazi, attacchi alle Università, restrizioni di varia natura). In tal modo, il movimento può aggregare «status anxiety», frustrazioni economiche, integralismi religiosi, anti-femminismo e diffidenza verso le istituzioni, senza perdere coerenza, perché ciò che unifica non è un programma ma un modo di nominare nemici e di autorizzare emozioni.
Sorge spontanea una duplice domanda: come si è potuto arrivare ad una situazione come quella sopra sinteticamente descritta e, secondariamente, che fare per avere ragione di una tale profonda crisi di pensiero pensante? Comincio dalla prima domanda. L’architettura ideologica della presente svolta americana affonda le radici nel conservatorismo di Barry Goldwater, badato sulla libertà individuale – intesa quale libertà da ogni coercizione – contro lo Stato assistenziale e del pensiero tradizionalista di Russell Kirk, centrato sulla preservazione dell’identità e della eredità culturale americana contro il livellamento globalista, e la conseguente adozione di un modello di sovranità transnazionale focalizzato sulla lealtà personale al leader.
E’ tuttavia al nutrito gruppo di influenti figure delle big tech californiane (Palantir, Anduril, SpaceX e tanti altri) che si deve il tentativo di ridurre la religione a strumento ideologico del potere: si invoca Dio come sostegno robusto del potere teso a dare vita al progetto volto a realizzare la società post-democratica. Si consideri la recente dichiarazione di Paula White, responsabile dell’Ufficio per la Fede della Casa Bianca, che ha paragonato Trump a Cristo stesso «tradito e falsamente accusato». Per non dire delle preghiere per la riuscita della guerra, nello studio ovale, con le mani imposte dai pastori evangelici sul presidente «unto dal Signore». E ancora i resoconti pubblici di Pete Hengseth, «ministro della guerra», che terminano con i versetti del Salmo 144: «Benedetto sia il Signore, mia roccia, che addestra le mie mani al combattimento e le mie dita alla battaglia». È di Peter Thiel – il più trumpiano dei nuovi oligarchi – l’affermazione secondo cui «la libertà e la democrazia non sono più compatibili» e dunque che è giunto il tempo di dare ali al «post-liberalismo cristiano». (Sic!) Si veda l’imbarazzante articolo di M. Pakaluk, professore alla Pontifical Academy of St. Thomas Aquinas, dal titolo «Leo XIV contra Leo XIII», pubblicato su The Catholic Thing, 23 Ott. 2025 la cui tesi è che Leone XIV si starebbe muovendo su un sentiero pericoloso per le sorti della Cristianità. Sulla medesima lunghezza d’onda si pone il recente manifesto politico di un gruppo di grossi personaggi della Silicon Valley che vedono il futuro in termini di governo tecnologico. (A. Karp, e N. Zamiska, The technological republic, 2025). Non si tratta della solita ingegneria sociale al comando. Piuttosto, la tecnologia deve incorporare una sorta di nuovo umanismo per disegnare il futuro dell’Occidente basato su una precisa «teologia scientifica».
La conseguenza di ordine pratico di una tale linea di pensiero è il capitalismo oligarchico, non più quello democratico, a permettere il progresso socio-economico e la liberazione della società, perché quella democratica è una pratica politica troppo dispendiosa e troppo «wokista». Si leggano documenti quali il «Manifesto del Capitalismo Oligarchico» scritto da P. Theil nel 2009, in California, e firmato da una potente pattuglia di supericchi quali Vance, Bezos, Musk e altri; il Programma Scientifico del Claremont Institute, uno dei più efficaci «think tank» dell’ultraconservatorismo americano; il farneticante «Manifesto Tecno-Ottimista» di M. Andreessen, co-fondatore di Netscape, dell’ottobre 2023, per rendersi conto di quanto sta accadendo in questo tempo. Il linguaggio della liberazione è divenuto preda da parte di poteri che si ammantano per l’appunto di quel linguaggio. Corruptio optimi pessima: siamo di fronte a un sistema che riproduce le parole, i propositi dei liberatori, ma in verità schiaccia le realtà percepite come fragili e vulnerabili in nome di un privilegio di «scorciatoia» in ossequio all’ideologia prestazionale.
Su un punto specifico desidero soffermarmi, pur in breve. Il recente passaggio (fine marzo 2026) a Roma di Peter Theil, per un ciclo di seminari sull’Anticristo (organizzati dalla Associazione Culturale Vincenzo Gioberti di Brescia) destinato ad un pubblico iperselezionato, ci permette di chiarire un errore importante del suo pensiero. Per Thiel l’Anticristo, oggi, è chi sfrutta la paura dell’Apocalisse per imporre una governance globale; chi drammatizza i rischi esistenziali rappresentati dal nucleare, dalle armi biologiche e dalla IA, per rallentare il progresso tecnologico di cui l’umanità ha bisogno per sopravvivere. Il demonio di Thiel prende la forma della regolamentazione tecnologica e della lotta al cambiamento climatico, forme che fingerebbero di dare sicurezza, ma che in realtà tolgono libertà ai cittadini. Definisce papa Leone XIV un papa woke perché si occupa di pace e di IA. (Prossima l’uscita di una enciclica proprio sulle nuove tecnologie del digitale). La sostanza dell’argomento è che il Katèchon (la forza frenante che ritarda la venuta dell’Anticristo, come scrisse S. Paolo) è rappresentato da Trump e dai suoi collaboratori e da entità come il Deep State. D’altro canto, il male sarebbe oggi incarnato dalle ONG che aiutano i migranti e tutti coloro che sono affetti dalla «Anti Trump Derangement Syndrome», una malattia mentale che fa giudicare negativamente ogni cosa che fa Trump.
Come bene spiega E. Mazzarella (Critica della ragion digitale, Castelvecchi, 2026), i motivi della evoluzione tecno-teologica di Thiel – convertito al cattolicesimo da diversi decenni – li si trova nel suo testo del 2007, Il momento straussiano, dove viene esposta la nota tesi di Leo Strauss: l’Impero del bene deve mettere da parte le illusioni delle culture liberal e woke e occuparsi invece della «tecnologia della prosperità» dei gruppi evangelici e dell’Alt Right che sostengono un cristianesimo senza la Croce e senza il perdono. Il povero è tale perché è caduto nel vizio e quindi nel peccato! Ebbene, il punto in questione è che Thiel – laureato in filosofia e in diritto – dichiara di aver attinto l’ispirazione del suo costrutto da Renè Girard (1923-2015), il noto filosofo francese che fu suo docente all’Università di California. Ma non è così, come ha convincentemente mostrato Bernard Perret («I conservatori USA e il pensiero di Renè Girard», Vita e Pensiero, 6, 2025), che si chiede: come può un pensiero – quello di Girard – che ha tra i suoi meriti quello di mettere in guardia contro la violenza e il suo radicamento nel carattere mimetico delle passioni umane – la propensione ad imitare il desiderio altrui e a fare dell’altro un nemico – trovarsi mescolato ad una concezione politica tutta basata sul culto della forza bruta e sul disprezzo del principio democratico?
È questo il nodo gordiano che va tagliato se vogliamo comprendere le radici profonde del progetto trumpista, un progetto filosofico-religioso della libertà senza limiti – cioè del libertarismo che non va confuso con il liberalismo – di cui le Big Tech dovrebbero beneficiare. Libertà anche di «hate speech» e di disinformazione, ma soprattutto di lasciare campo aperto al MUAI (Malicious Use of Artificial Intelligence), cioè l’uso malevolo dell’IA. Che fare, allora? Ebbene, se il mondo cattolico intende rimanere fedele alla sua missione non può limitarsi ad indignarsi e ad avanzare proposte, sia politiche sia economiche, di mera mitigazione e di adattamento alla nuova situazione. Né può chiudersi nel misoneismo, che è l’atteggiamento tipico di chi pensa che non ci sia nulla da fare, perché troppo grosse le sfide in campo, e che l’unica prospettiva sia quella di sperare in tempi migliori. E soprattutto smetterla con la retorica della pazzia umana, perché quanto è sotto i nostri occhi non consegue dalla mente deviata di una persona, ma da una scuola di pensiero che opera indisturbata da oltre un ventennio, anche per colpa della pigrizia mentale è della sottovalutazione culturale di coloro che oggi cercano ripari di vario genere. A ben considerare è questo l’atteggiamento di chi ritiene che il principio di responsabilità consista nel rispondere, nel dare conto delle proprie azioni (respondeo, in latino). Il cristiano invece sa bene qual è il senso della parabola del buon Samaritano, e cioè che la vera responsabilità è prendersi cura del peso delle cose (res pondus), anche se a lui non imputabili. In sostanza, si è responsabili non tanto per quello che si fa, ma per quello che non si fa, mentre si potrebbe farlo.
Concretamente, questo comporta che occorre alzare il livello del discorso, filosofico e teologico, al fine di dimostrare (e non solo asserire) che la linea di pensiero di cui sopra è non solo priva di fondamento scientifico, ma pure contraria alla posizione teologica ufficiale della Chiesa. (Non si dimentichi che il Trumpismo si dichiara cristiano, e in particolare Cattolico!). E’ culturalmente attrezzato e spiritualmente pronto il mondo cattolico per un compito del genere? Ritengo proprio di sì, purchè lo si voglia e a patto che si riprenda la via del pensiero pensante, sciaguratamente posta in disparte nel corso degli ultimi decenni per fare posto al pensiero calcolante. Invero, una lacuna di non poco conto che va presto colmata è quella di pensare che con la sua Ascensione al cielo, andando a sedersi sul trono del Padre, Gesù abbia chiuso la storia, dopo aver compiuto la sua missione: la redenzione del genere umano. Ma questa lettura dell’Ascensione pone un problema teologico: se la storia che ci separa da quell’avvenimento non ha più interesse, se tutto si è già compiuto, perché inviarci lo Spirito Santo? Si legge in Luca, all’inizio degli Atti, laddove gli apostoli domandano al Cristo se ora ristabilirà il Regno di Davide, la risposta che ricevono è: «Non vi spetta conoscere l’ora fissata dal Padre nella sua autorità, ma vi sarà data una forza», lo Spirito Santo appunto, e, detto ciò, scompare in cielo. Gesù lascia dunque vuoto il trono di Davide, per affidare agli uomini una tale missione.
Ce lo rammenta anche D. Bonhoeffer, quando nel suo Resistenza e Resa scrive: «La fede cristiana si distingue da tutte le altre concezioni del mondo perché non conduce l’uomo fuori dal mondo, ma lo rimanda proprio dentro il mondo… Il Cristiano non è dispensato dai compiti terreni, ma proprio in essi è confermato». Nel suo discorso al corpo diplomatico Vaticano del 9 gennaio 2026, papa Leone XIV, rinnovando la visione agostiniana delle due città, lungi dall’opporre eternità e tempo, Chiesa e Stato, insiste, assai opportunamente, che «i cristiani sono chiamati da Dio a dimorare nella città terrena con il cuore e la mente rivolti alla città celeste, la loro vera patria. Allo stesso tempo, i cristiani che vivono nella città terrena non sono estranei al mondo politico e, guidati dalle Scritture, cercano di applicare l’etica cristiana al governo civile… Agostino mette anche in guardia dai gravi pericoli per la vita politica derivanti da false rappresentazioni della Storia, da un nazionalismo eccessivo e dalla distorsione dell’ideale del leader politico».

L’Europa vada in soccorso dell’Iran (nel segno di Kant)

di Tommaso Greco – Avvenire
Il nostro compito è sostenere la popolazione oppressa senza cedere alla logica della forza, ma rilanciando diplomazia, sanzioni, valori democratici coerenti
L'Europa vada in soccorso dell'Iran (nel segno di Kant)
Non sappiamo se abbia ragione il professor Pejman Abdolmohammadi, docente dell’Università di Trento e studioso di origine iraniana molto ascoltato dai nostri organi di informazione, quando afferma che il 90% della popolazione iraniana è schierata contro il regime sanguinario degli ayatollah. Sarebbe davvero una magnifica notizia. Certamente non sono condivisibili, le parole del professore iraniano, quando dice che l’Unione Europea ha la grave responsabilità di non aver appoggiato la guerra statunitense e israeliana contro l’Iran, essendosi limitata a richiamare (“ipocritamente”, dice lo studioso) il rispetto del diritto internazionale. Ora, è verissimo che il richiamo del diritto internazionale da parte dell’Unione Europea è stato ultimamente piuttosto miope, o strabico, certamente parziale, dal momento che è stato del tutto assente, ad esempio, nei confronti del più clamoroso, violento, inaccettabile uso della forza in spregio al diritto che si sta compiendo in Medio Oriente da parte di una nazione come quella israeliana. Ma questo non può essere un argomento per mettere del tutto da parte il diritto internazionale, che invece deve ritornare ad avere la centralità che gli spetta, in un contesto, come quello attuale in cui, secondo le parole pronunciate dal cardinale Pietro Parolin in una recente intervista, «la soluzione bellica viene presentata come risolutiva, quasi inevitabile, piegando il diritto internazionale a proprio piacimento».
Proprio quando alcuni vogliono imporre il diritto della forza occorre fare di tutto per ristabilire la forza del diritto. Ha fatto quindi benissimo l’Unione Europea ad appigliarsi a esso (non senza qualche titubanza, peraltro) nel caso dell’Iran. Piuttosto, bisogna essere consapevoli del fatto che rimane principalmente a noi europei il compito di prendere sul serio i bisogni, il dolore, il pianto del popolo iraniano, stretto tra la violenza interna del regime che lo opprime e la violenza esterna di chi, non solo non ha alcuna vera intenzione di liberarlo, ma pretende di agire impunemente causando ulteriori sofferenze e rinnovati dolori. Nel cercare (e si spera, trovare) i modi e le vie affinché il popolo iraniano non si senta abbandonato ancora una volta, l’Europa può mettere alla prova il suo attaccamento ai valori sui quali dice di fondarsi e che proclama costantemente di voler difendere (ad esempio attraverso il riarmo, e talora persino attraverso la guerra). A chi ispirarsi, in questa opera di pace, se non ad un autore come Immanuel Kant, che appartiene all’anima profonda dell’Europa federale, come ripeteva il recentemente scomparso Jürgen Habermas?
Nell’intervista poc’anzi richiamata, il cardinale Parolin ricordava le parole con cui Kant, nella Pace perpetua, affermava che «la violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti». Nello stesso scritto del 1795 — opera spesso tacciata di utopismo, mentre è invece fin troppo ricca di indicazioni pratiche immediate —, il grande filosofo scriveva anche che il primo modo per preservare la pace consiste nel far sì che le costituzioni interne degli stati siano «repubblicane» (oggi noi diremmo «democratiche e costituzionali»). La ratio di questo argomento è presto detta: se è il popolo a decidere sulla guerra, possiamo sperare che esso «ci pensi a lungo, prima di iniziare un così cattivo gioco», dal momento che è esso stesso a pagare tutte le conseguenze della guerra (uno spunto ripreso anche da papa Leone nell’Angelus del 26 dicembre scorso).
Richiamare questo argomento nel contesto attuale rischia di farlo apparire del tutto inconsistente, dal momento che sono proprio due democrazie — quelle che si considerano e vengono considerate la “più grande democrazia del mondo” e l’“unica democrazia del Medio Oriente” — a essere le principali protagoniste, insieme ad alcune autocrazie come la Russia, della furia bellicista di questi ultimi tempi. Ma l’argomento kantiano è invece imprescindibile e va urgentemente ritrovato e valorizzato. Sia sul piano interno, perché ci invita a “curare” la democrazia, come via privilegiata per custodire la pace (e noi abbiamo un baluardo di questo progetto democratico e pacifista nell’art. 11 della nostra Costituzione); e le vicende di Usa e Israele dimostrano che quando si sceglie la guerra la democrazia arretra ineluttabilmente. Sia sul piano esterno, perché ci spinge a lavorare per fa sì che la democrazia avanzi là dove invece non si è ancora affermata. Lavorare democraticamente per la democrazia, va da sé, e quindi non mediante le bombe.

Oggi lo sciopero dei giornalisti

Giornalisti di tutta Italia in sciopero per la terza volta a causa del mancato rinnovo del contratto

Sciopero dei giornalisti: i diritti non sono privilegi

Le giornaliste e i giornalisti italiani scioperano, oggi, per la terza volta. Non lo facciamo a cuor leggero, ma riteniamo che sia necessario informare i lettori, la società e la politica di ciò che sta accadendo nel nostro settore, tanto fondamentale per la democrazia quanto fragile. Il contratto stipulato con gli editori della Fieg per regolare il lavoro dei giornalisti dipendenti è scaduto da 10 anni, anni in cui gli editori hanno goduto di aiuti pubblici, mentre i nostri stipendi sono stati erosi dall’inflazione. Non esiste alcuna regola per l’uso dell’intelligenza artificiale e per il giusto riconoscimento economico agli autori dei contenuti ceduti agli Over the top. E va anche peggio alle migliaia di colleghe e colleghi collaboratori e a partita Iva che da anni attendono la determinazione dell’equo compenso e che per questo motivo hanno redditi che sono sotto la soglia di povertà. Gli editori si sono garantiti tagli del costo del lavoro ricorrendo a pratiche di dumping contrattuale attraverso l’uso smodato del lavoro precario. Con il nostro lavoro e i nostri sacrifici quotidiani, siamo gli azionisti di maggioranza di molte aziende editoriali. Per la Federazione nazionale della Stampa italiana dignità e futuro dell’informazione passano attraverso il rinnovo contrattuale, il recupero salariale e la difesa dei diritti che non sono privilegi, ma il modo con cui possiamo resistere alle minacce, dentro e fuori dalle redazioni. La dignità del nostro lavoro incide pesantemente sulla qualità dell’informazione che arriva a voi cittadini. Per questo riteniamo anche che il settore debba essere finanziato di più e meglio, che i finanziamenti non possano produrre la distruzione e l’appiattimento dell’informazione, ma riportare ricavi alle testate. Noi giornalisti siamo pronti a parlarne e a confrontarci. Ma gli editori?

La replica della Fieg. Gli editori: un contratto sostenibile per le aziende

Gli editori della Fieg, fin dall’inizio dell’avvio del confronto per il rinnovo contrattuale, hanno rappresentato la necessità di un cambiamento sostanziale delle regole contrattuali per recuperare efficienza e produttività e consentire di affrontare adeguatamente le nuove sfide del mercato, attraversato da un’innovazione tecnologica epocale. Ci si trova infatti a dover applicare un contratto nazionale di lavoro pieno di rigidità, vincoli ed istituti ormai insostenibili che ostacolano la competitività ed aggravano la situazione economica delle aziende, rappresentando peraltro una barriera all’ingresso delle nuove professionalità. Non può certamente essere considerato un fattore di sviluppo un contratto che prevede, a titolo di esempio, 40 giorni all’anno tra ferie e permessi, il pagamento di un’indennità per ex festività soppresse 50 anni fa, maggiorazioni per il lavoro domenicale e festivo ben al disopra della media degli altri contratti nazionali nonché il riconoscimento di scatti di anzianità in percentuale sulla retribuzione che garantiscono ampiamente il recupero dell’inflazione. Gli editori vogliono ritrovare condizioni di sostenibilità economica per non danneggiare ulteriormente tanto le aziende quanto le professionalità. A tal fine si è proposto al sindacato di affrontare la sfida della completa modernizzazione del contratto e dell’introduzione di regole specifiche per favorire l’inserimento di giovani professionisti, come già sperimentato con successo nell’ultimo rinnovo contrattuale firmato con lo stesso sindacato. Gli editori non si sono mai sottratti al confronto né hanno mai abbandonato il tavolo negoziale e ribadiscono la propria disponibilità a proseguire nelle trattative per il rinnovo del contratto.

Lettera dei religiosi cristiani, ebraici e islamici per la Pace

Lettera dei religiosi cristiani, ebraici e islamici per la Pace

Adista

La COREIS-Comunità Reliiosa Islamica Italiana, con il suo Consiglio delle Guide Religiose, condivide e traduce questo appello diffuso da EULEMA (Consiglio dei Saggi musulmani Europei) e Religion for Peace, firmato da oltre 20 rappresentanti da tutto il mondo di Ebraismo, Cristianesimo e Islam i quali, oltre alla richiesta di un cessate il fuoco, chiedono anche il rispetto della “libertà di religione, compresa la celebrazione delle funzioni religiose in Terra Santa e in tutta la regione”.

Noi, leader religiosi e rappresentanti delle tradizioni di fede del mondo, ci esprimiamo qui con un solo cuore. Mentre la famiglia umana si trova sull’orlo di un pericoloso precipizio, le nostre religioni ci chiamano a trovare il coraggio di essere costruttori di pace e noi accogliamo questa chiamata, pur rifiutando i modi in cui alcuni all’interno delle nostre comunità religiose hanno abusato e continuano ad abusare dei propri insegnamenti religiosi per fomentare la violenza.

Il conflitto scoppiato il 28 febbraio 2026 tra Israele, con gli Stati Uniti, e l’Iran – giunto ormai al suo quarantaduesimo giorno – ha già causato migliaia di morti, molti feriti e milioni di sfollati. Cittadini iraniani, israeliani, libanesi e comunità di tutti gli Stati del Golfo hanno subito bombardamenti missilistici, attacchi aerei e operazioni di terra. Gli scontri indiretti in Libano e Yemen si sono riaccesi con rinnovata intensità, mentre gli attacchi hanno preso di mira infrastrutture militari, energetiche, civili e nucleari. Sangue innocente ha macchiato la Terra Santa e l’intera regione. Questa è una profanazione della scintilla sacra che risiede in ogni persona.

Pericoli estremi permangono, sia nell’immediato che a lungo termine. Case, scuole, ospedali, fabbriche, patrimonio culturale e luoghi sacri venerati da miliardi di persone sono stati distrutti o danneggiati. Famiglie in Iran, Israele, Palestina, Libano, Stati del Golfo e altrove seppelliscono i propri cari, mentre i cittadini comuni cercano rifugio nei centri di accoglienza o fuggono come profughi. Si sta consumando una catastrofe umanitaria che rischia di provocare il collasso di servizi essenziali, minacciando milioni di persone.

L’escalation rischia di coinvolgere un numero maggiore di nazioni e di frantumare i fragili legami dell’ordine internazionale. L’interruzione del passaggio per lo Stretto di Hormuz ha sconvolto i mercati petroliferi e le catene di approvvigionamento, minacciando la rovina economica per le popolazioni vulnerabili di tutto il mondo. Gli attacchi in prossimità di impianti nucleari hanno fatto emergere lo spettro di un disastro radiologico e i danni ecologici sono in aumento. Il calo del rispetto per il diritto internazionale ha seriamente compromesso la capacità delle parti di trovare soluzioni.

In questo tragico contesto, accogliamo con favore l’annuncio, avvenuto il 7-8 aprile 2026, di un cessate il fuoco condizionato di due settimane tra Iran, Stati Uniti e Israele, mediato con l’assistenza del Pakistan.

Questa pausa offre una finestra di opportunità cruciale per la de-escalation e il dialogo. Tuttavia, siamo profondamente preoccupati che il cessate il fuoco non sia unanimemente inteso come valido per tutte le parti in conflitto e che ostilità siano attive e persistano su molti fronti.

Insieme, esortiamo al seguente percorso verso una pace giusta e duratura:

Cessate il fuoco immediato e duraturo. Tutte le parti – Israele, Stati Uniti, Iran e i rispettivi alleati e fronti di scontro per procura – devono cessare immediatamente e completamente le operazioni belliche in ogni teatro operativo, compreso il Libano e gli altri scontri indiretti.

L’attuale pausa di due settimane deve essere pienamente rispettata e trasformata in un cessate il fuoco permanente.

Questo deve includere la fine di tutti gli attacchi contro i civili, compresi gli sfollati, le donne, le ragazze e tutti i bambini. Deve inoltre garantire la libertà di religione, compresa la celebrazione delle funzioni religiose in Terra Santa e in tutta la regione, nonché l’apertura di corridoi umanitari per cibo, assistenza medica e carburante.

Negoziati diplomatici inclusivi. I colloqui diretti devono affrontare con urgenza le questioni fondamentali: una regione e un mondo liberi da armi nucleari, garanzie di sicurezza reciproca, la fine delle guerre per procura, la responsabilità per i danni arrecati e le legittime aspirazioni di tutti i popoli alla sicurezza, alla dignità e all’autodeterminazione. I colloqui che si terranno da oggi, 10 aprile, a Islamabad, dovrebbero basarsi sull’attuale cessate il fuoco e promuovere accordi concreti, conformi al diritto internazionale e guidati da esso.

Accelerare gli sforzi umanitari. Una coalizione globale, che collabori con la Croce Rossa, la Mezzaluna Rossa, le agenzie delle Nazioni Unite, le ONG e le organizzazioni religiose di ogni tradizione, deve poter liberamente fornire gli aiuti necessari a far fronte all’emergenza.

Costruire la fiducia e promuovere l’integrazione economica. Prepararsi a promuovere scambi tra le persone che favoriscano la comprensione reciproca, riconoscano il dolore e la paura dell’altro e promuovano la solidarietà tra religioni, stati e culture. La società civile, in particolare i giovani, le donne e gli anziani di tutte le fedi, deve svolgere un ruolo centrale.

Responsabilità morale e giuridica a lungo termine. Istituire tempestivamente un processo di verità, giustizia riparativa, guarigione e riconciliazione, attingendo alla saggezza morale di diverse tradizioni e modelli globali.

Noi, in quanto rappresentanti delle comunità religiose del mondo, ci impegniamo a servire come operatori di pace. Accompagneremo ogni passo con la preghiera, la solidarietà interreligiosa, la testimonianza morale e il servizio concreto. Ci impegniamo a mobilitare le nostre comunità religiose affinché agiscano come costruttori di pace, anche al di là delle linee di conflitto, collaborando con i leader religiosi. Saremo al fianco di tutti coloro che soffrono – palestinesi, iraniani, libanesi, israeliani, popoli degli Stati del Golfo e altri – fino alla fine della violenza e al raggiungimento di una pace giusta.

I nostri giovani non meritano di ereditare un mondo frammentato, lacerato dalla violenza e dalla paura. Cerchiamo invece di tramandare un mondo di pace in cui la dignità umana in ogni relazione sia prioritaria.

La pace è più della semplice assenza di guerra; è prosperità condivisa. Ci dedichiamo a una prosperità condivisa fondata sul sacro, che onori le nostre differenze religiose, riconoscendo al contempo che la vera prosperità ha radice nel sacro ed è intrinsecamente relazionale. Questo è il vero destino della nostra famiglia umana.

Possano i figli della Terra – di ogni fede e cultura – vivere insieme nella giustizia, nella misericordia, nella compassione e in questa pace fondata sul sacro. Possa Colui che è Compassionevole, Giusto e Amorevole, la Realtà Suprema, concederci la saggezza, il coraggio e l’umiltà per volgersi dalla morte alla vita, dall’inimicizia alla solidarietà e dalla rovina al rinnovamento.

Cominciamo subito, ora!

Religions for Peace International Executive Committee Members:

H.E. Shaykh Dr. Abdallah Bin Bayyah, President, Abu Dhabi Forum for Peace; Co-Moderator, Religions for Peace

Rev. Kosho Niwano, President-Designate, Rissho Kosei-Kai; Co-Moderator, Religions for Peace

H.E. Metropolitan Emmanuel, Elder Metropolitan of Chalcedon; Co-Moderator, Religions for Peace

Dr. Kezevino Aram, President, Shanti Ashram; Co-Moderator, Religions for Peace

Hon. Dr. Layla Al-Khafaji, Elected Member of Political Bureau-Alhikmah Movement; Former Member of Iraqi Council of Representatives – Parliament; Former International Relations Director – Al Hakim Foundation; Co-President, Religions for Peace

Dr. Renz C. Argao, President & CEO, Argao Health Inc.; Chief Psychologist, Argao Psych; Coordinator, International Youth Committee, Religions for Peace; Moderator, Asia & the Pacific Interfaith Youth Network

H.E. Cardinal Charles Bo, Archbishop of Yangon, Myanmar; President, Catholic Bishops Conference of Myanmar; Co-President, Religions for Peace

Rev. Sr. Agatha Ogochukwu Chikelue, Co-Chair, Nigerian & African Women of Faith Network; Executive Director, Cardinal Onaiyekan Foundation for Peace (COFP); Co-President, Religions for Peace

Mufti Dr. Nedzad Grabus, Grand Mufti of Sarajevo, Islamic Community in Bosnia and Herzegovina; Co-President, Religions for Peace

H.E. Cardinal Dieudonné Nzapalainga, Archbishop of Bangui, Central African Republic; Co-President, Religions for Peace

Chief Rabbi David Rosen, Special Advisor to the Abrahamic Family House in Abu Dhabi; Co-President, Religions for Peace

Prof. Dr. Nayla Tabbara, Co-Founder, Adyan Foundation; Co-President, Religions for Peace

Dr. Francis Kuria, Secretary General, Religions for Peace

Con:

H.E. Sheikh Al-Mafoudh bin Bayyah, Secretary General, Abu Dhabi Forum for Peace

Ms. Debra Boudreaux, Chief International Affairs Officer, Buddhist Tzu Chi Foundation

Ms. Marianne Ejdersten, Communications Director, World Council of Churches

Dr. Mohamed Elsanousi, Executive Director, Network of Religious and Traditional Peacemakers

Rudelmar Bueno de Faria, General Secretary, ACT Alliance

Pastor Bob Roberts, Jr., Founder, GlocalNet; Co-founder, Multi-Faith Neighbors Network

Rabbi David Saperstein, Director Emeritus, Religious Action Center of Reform Judaism; Former U.S. Ambassador-at-Large for International Religious Freedom

Professor Jim Wallis, Chair and Director of The Center on Faith and Justice, Georgetown University

Dr. William Vendley, President, New Alliance of Virtue

*Immgine generata con IA