Cosa ha detto il Papa nel messaggio per la Giornata mondiale delle missioni

Cosa ha detto il Papa nel messaggio per la Giornata mondiale delle missioni

Avvenire

Un momento della Messa presieduta da Leone XIV in piazza San Pietro per il Giubileo dei migranti e dei missionari, 5 ottobre 2025 – (Vatican Media)
Il cammino missionario richiede «cuori unificati in Cristo», «comunità riconciliate» e «disponibilità a collaborare con generosità e fiducia». Corrono lungo questi tre binari le esortazioni che papa Leone XIV ha proposto nel messaggio per la 100° Giornata missionaria mondiale, che si celebrerà il prossimo 18 ottobre 2026, con il tema: «Uno in Cristo, uniti nella missione». Riprendendo le parole della sua omelia nella Messa del Giubileo del mondo missionario e dei migranti, nell’autunno scorso, il Pontefice ha ribadito prima di tutto che occorre rinnovare «il fuoco della vocazione missionaria» e «avanzare insieme nell’impegno di evangelizzazione», in «un’epoca missionaria nuova» nella storia della Chiesa. Un tempo che ha bisogno, oggi più che mai, di evangelizzatori costruttori di pace, comunità e comunione. «Nessun battezzato, infatti, è estraneo o indifferente alla missione:», ha precisato Leone XIV, «tutti, ciascuno secondo la propria vocazione e condizione di vita, partecipano alla grande opera che Cristo affida alla sua Chiesa».

Una vita in unione con Cristo

Al «centro della missione», ha scritto il Pontefice all’inizio del messaggio, «c’è il mistero dell’unione con Cristo». Nelle parole del Signore che, prima della sua Passione, prega il Padre affinché «tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi» (Gv 17,21), si «svela il desiderio più profondo di Gesù e, al tempo stesso, l’identità della Chiesa, comunità dei suoi discepoli», ha sottolineato Prevost. Per questo occorre «vivere una comunione che nasce dalla Trinità e che vive della e nella Trinità, a servizio della fraternità tra tutti gli esseri umani e dell’armonia con tutte le creature». Essere cristiani, si legge nel messaggio, «non è anzitutto un insieme di pratiche o idee» ma «una vita in unione con Cristo, nella quale siamo resi partecipi della relazione filiale che Egli vive con il Padre nello Spirito Santo». È proprio da questa “unione” con il Signore, dunque, che «scaturisce la comunione reciproca tra i credenti e nasce ogni fecondità missionaria».

Unità dei credenti nella missione

Per questo, ha sottolineato il Papa, «la prima responsabilità missionaria della Chiesa è rinnovare e mantenere viva l’unità spirituale e fraterna fra i suoi membri». La presenza di «conflitti, polarizzazioni, incomprensioni, sfiducia reciproca» anche all’interno delle comunità cristiane, infatti, non fa che indebolirne «la testimonianza». Le parole “pace” e “riconciliazione” devono essere sempre al centro, poiché la «missione evangelizzatrice, che Cristo ha affidato ai discepoli, richiede anzitutto cuori riconciliati e desiderosi di comunione». Questo impegno, ha ribadito ancora Prevost, va profuso anche nell’intensificazione dei rapporti ecumenici con le altre Chiese cristiane. Certamente, alla sorgente di tutto, c’è l’essere «uno in Cristo», che chiede «di tenere sempre lo sguardo rivolto al Signore».
L’«unità» dei discepoli non si esaurisce in sé stessa, come ha spiegato Leone XIV, ma «è ordinata alla missione», ed è proprio «nella testimonianza di una comunità riconciliata, fraterna e solidale che l’annuncio del Vangelo trova la sua piena forza comunicativa». Dunque, subito dopo l’unità con Cristo, il Papa ha ricordato l’importanza delle «essere uniti nella missione» come comunità. «Crescendo ogni giorno in tale atteggiamento, impariamo con la grazia divina a guardare i nostri fratelli e sorelle sempre di più con occhi di fede, – ha spiegato – a riconoscere con gioia il bene che lo Spirito suscita in ciascuno, ad accogliere la diversità come ricchezza, a portare i pesi gli uni degli altri e a cercare sempre l’unità che viene dall’Alto». Questa unità missionaria, però, ha specificato ancora, «non va intesa come uniformità, ma come convergenza dei diversi carismi per lo stesso scopo: rendere visibile l’amore di Cristo e invitare tutti all’incontro con Lui». Da qui l’incoraggiamento alle istituzioni e realtà ecclesiali ad «irrobustire il senso di comunione ecclesiale» e «a sviluppare con creatività le vie concrete di collaborazione tra loro e nella missione».

Una missione che nasce dall’amore

La motivazione e la sostanza di questa unità, però, hanno radici nell’amore. «La Buona Novella che siamo inviati ad annunciare al mondo – ha ribadito il Pontefice – non è un’ideale astratto: è il Vangelo dell’amore fedele di Dio, incarnato nel volto e nella vita di Gesù Cristo». Una missione, quella dei discepoli e della Chiesa stessa, che «è il prolungamento, nello Spirito Santo, di quella di Cristo: una missione che nasce dall’amore, si vive nell’amore e conduce all’amore», si legge nell’ultima parte del messaggio. Un amore “divino” che molti discepoli hanno desiderato annunciare anche fino al dono della vita stessa, come tanti martiri, ha ricordato il Pontefice, ringraziando in modo particolare «i missionari e le missionarie ad gentes di oggi». Persone, queste, che «hanno lasciato la propria terra, la propria famiglia e ogni sicurezza per annunciare il Vangelo, portando Cristo e il suo amore in luoghi spesso difficili, poveri, segnati da conflitti o lontani culturalmente». Il Papa ha ribadito poi che «il mondo ha ancora bisogno di questi testimoni coraggiosi di Cristo», e «le comunità ecclesiali hanno ancora bisogno di nuove vocazioni missionarie», per cui occorre pregare senza sosta. Poi ha lanciato «un appello speciale alla Chiesa intera», affinché ci si unisca tutti a loro «nella missione evangelizzatrice tramite la testimonianza della vita in Cristo, la preghiera e il contributo per le missioni.

Preghiera per le missioni

A conclusione del messaggio per la Giornata missionaria il Pontefice ha proposto una sua preghiera personale:
«Padre santo, donaci di essere uno in Cristo, radicati nel suo amore che unisce e rinnova. Fa’ che tutti i membri della Chiesa siano uniti nella missione, docili allo Spirito Santo, coraggiosi nel testimoniare il Vangelo, annunciando e incarnando ogni giorno il tuo amore fedele per ogni creatura. Benedici i missionari e le missionarie, sostienili nella fatica, custodiscili nella speranza! Maria, Regina delle missioni, accompagna la nostra opera evangelizzatrice in ogni angolo della terra: rendici strumenti di pace, e fa’ che il mondo intero riconosca in Cristo la luce che salva». Amen

La scuola non è propaganda. La scuola è confronto, autonomia e libertà.

Referendum:

La Rete della Conoscenza – struttura che unisce singolɜ, collettivi e organizzazioni giovanili e studentesche che condividono valori democratici, antifascisti, anticapitalisti, ecosocialisti, transfemministi e antirazzisti – denuncia «la manipolazione ideologica» che si sta verificando nelle scuole di Catanzaro per convincere gli studenti a votare Sì al referendum sulla “separazione delle carriere” in ambito giudiziario. Di seguito il testo diffuso il 25 gennaio.

È recente la notizia del progetto di iniziative dedicate al referendum nelle scuole di Catanzaro, sottoscritto dall’Osservatorio MIUR e dalla Camera Penale. Nel documento si fa esplicito riferimento a “campagne pubblicitarie e slogan che mettano in luce le ragioni per il SÌ al referendum sulla giustizia”.
Ancora una volta le scuole vengono trasformate in un terreno di manipolazione ideologica, piegate agli obiettivi politici del Ministero e del Governo. Quando i luoghi della formazione e del pensiero critico diventano strumenti di propaganda istituzionale, viene messa in discussione la credibilità dell’informazione pubblica

«È inaccettabile che la scuola venga usata per promuovere una sola posizione politica», dichiara l’Unione degli Studenti. «La scuola dovrebbe essere uno spazio libero, in cui si costruisce coscienza critica, non un megafono per le scelte del Governo».

Di fronte a iniziative come queste non arretriamo. Se il Governo decide di fare campagna per il SÌ nelle scuole, saranno le studentesse e gli studenti a organizzarsi per garantire un vero confronto democratico.
«Non permetteremo che il referendum venga raccontato in modo unilaterale», continua l’Unione degli Studenti. «Ci organizzeremo per portare le ragioni del NO al referendum del 22 e 23 marzo. La partecipazione e la democrazia non si impongono dall’alto: si costruiscono dal basso».
La scuola non è propaganda. La scuola è confronto, autonomia e libertà.

Adista

Perché il Papa ha donato alla Turchia un calice creato a Reggio Emilia

La presentazione al Papa, alla presenza del cardinale Gambetti, del calice per la Messa a Istanbul, opera realizzata dall'orafo Giuliano Tincani

Avvenire

La presentazione al Papa, alla presenza del cardinale Gambetti, del calice per la Messa a Istanbul, opera realizzata dall’orafo Giuliano Tincani
Il pellegrinaggio di Leone XIV in Turchia, in occasione dei 1700 anni del Concilio di Nicea, è intessuto di coscienza del presente, di consapevolezza delle urgenti sfide di un domani ormai prossimo, ma anche della vitalità della memoria storica. Tanti i segni di una attenzione discreta e generosa, come della speranza di un non fittizio sentire comune e condiviso, che il Papa ha lasciato in quella terra. Primo dono di Leone XIV è stata di certo la sua presenza: l’aver ripercorso le strade antiche, ma sempre attuali, della fede che nasce dalla rivelazione di sé che Dio fa in Cristo.
E, poi, tangibile e permanente segno di comunione con la comunità cattolica turca è stato anche il dono da parte di Leone XIV dei vasi liturgici utilizzati durante la solenne Eucarestia celebrata nella Volkswagen Arena di Istanbul la sera del 29 novembre. Quel calice e quella patena sono depositari di una storia, di un afflato, di una preghiera, di una comunione. Commissionati dal parroco della Basilica papale di San Pietro, il francescano conventuale Agnello Stoia, con il supporto del Capitolo Vaticano e del cardinale arciprete Mauro Gambetti, per diventare dono papale ai cattolici in Turchia, essi fanno memoria dei 1700 anni del Concilio di Nicea. Pezzi esclusivi, usciti dalle mani sapienti dell’orafo reggiano Giuliano Tincani su ideazione di Fernando Miele dell’Ufficio beni culturali della diocesi di Reggio Emilia-Guastalla, gli oggetti liturgici sono in oro, argento e cristallo di rocca. “Monumento” al Concilio niceno nel XVII centenario dell’evento, il calice, dalla linea laboriosamente conseguita, semplice nella sua solennità, ha la peculiarità di riportare sulla coppa, in andamento cocleare dal basso verso l’alto, il testo del Simbolo di fede stabilito dai Padri nel 325: oltre 500 lettere in oro, disegnate, tagliate e saldate singolarmente secondo antico artigianato.
Accompagna gli oggetti liturgici una pubblicazione dalla grafica accattivante. In essa sono ripercorse le fasi di lavorazione di calice e patena e le istanze che danno loro forma. La narrazione delle fasi di gestazione e di realizzazione degli oggetti è preceduta da un rapidissimo excursus (conscio della sua parzialità) sulle molteplici espressioni del “Credo” che si possono riscontrare nella storia della Chiesa: la professione di fede di Pietro a Cesarea rappresentata in significative opere d’arte vaticane; i Simboli di Nicea, di Costantinopoli, degli Apostoli; il Credo del Popolo di Dio, pronunciato solennemente da Paolo VI il 30 giugno 1968 al termine dell’Anno della Fede. La pubblicazione, curata da Fernando Miele, contiene densi testi a firma del cardinale Gambetti, di fra Stoia e di monsignor Tiziano Ghirelli, canonico della Basilica vaticana di San Pietro. Il testo in lingua italiana è accompagnato dalla traduzione inglese curata da monsignor Jan Maria Chun Yean Choong, della Segreteria di Stato. La stampa del volume è promossa da Gruppo Credem.

Domenica 1 febbraio la Chiesa italiana celebra la 48ª edizione (sul tema “Prima i bambini!”)

La Giornata per la Vita? «Tiene sveglie le nostre coscienze»

Avvenire

«La Chiesa anche in questa occasione ha preso posizione per il bene e la salvezza dell’umanità, difendendo i bambini e con essi il domani. Forse anche in sede politica si potrebbero ancora salvare le cose se ci fosse il convincimento che “la salvezza dei bambini” è il valore assoluto da difendere oggi». Così scriveva Giorgio La Pira a Paolo VI, 49 anni fa, il 27 gennaio 1977.
Il contesto delle parole di La Pira era quello del dibattito sulla legalizzazione dell’aborto che poi ha portato alla legge 194 del 1978. I bambini a cui si riferiva il “sindaco santo” sono quelli non ancora nati. Il collegamento con la Giornata per la Vita è immediato. Essa, infatti, fu ufficialmente istituita dalla Conferenza episcopale italiana all’indomani dell’approvazione della legge sull’aborto, per esprimere tutta la forza della non rassegnazione da parte della Chiesa italiana di fronte a una legge «intrinsecamente e gravemente immorale» (Cei, “La comunità cristiana e l’accoglienza della vita umana nascente”, 8 dicembre 1978) e per tenere sveglie le coscienze rispetto al possibile prevalere dell’assuefazione. Ancor più stringente è il collegamento con il tema della Giornata per la Vita di quest’anno: “Prima i bambini”!.
Si viene abbracciati dalla profonda tenerezza, illuminata dal Vangelo, con cui si guarda ai bambini il cui «atteggiamento, infatti, “riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo”». Si avverte un fremito quando vengono elencate le molteplici violazioni, dirette o indirette, inferte all’infanzia. Violazioni fisiche, psicologiche, morali. Davvero un abominio. Ogni comportamento lesivo dei diritti dei bambini – suggerisce il messaggio – non solo fa regredire la civiltà ma avvilisce anche l’umanità degli adulti e compromette il futuro. I bambini non sono oggetti o mezzi, ma soggetti, persone. La storia avanza verso un maggiore livello di civiltà tutte le volte che abbraccia nel riconoscimento della piena, intrinseca e uguale dignità di categorie di esseri umani prima esclusi. Così è stato per i bambini. La strada percorsa può essere misurata leggendo le carte e i trattati internazionali che hanno applicato ai fanciulli la più vasta enunciazione dei diritti dell’uomo. Nella Dichiarazione universale dei diritti del fanciullo del 1959 si legge che «l’umanità deve dare al bambino il meglio di sé stessa». Lo afferma a chiare note anche la Convenzione del 1989 sui diritti del bambino, che all’art. 3 afferma: «In tutte le azioni riguardanti i bambini, se avviate da istituzioni di assistenza sociale, private o pubbliche, tribunali, autorità amministrative o corpi legislativi, i maggiori interessi del bambino devono costituire oggetto di primaria considerazione». Da una posizione periferica e subalterna il figlio ha acquistato nel pensiero della modernità una posizione centrale, tanto più nella famiglia.
C’è un passaggio nel Messaggio dei vescovi che è intimamente coerente con le parole di Giorgio La Pira, che giustamente aveva collocato i concepiti nella categoria dei bambini: «Pensiamo ai bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo. Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale».
Il linguaggio è fondamentale, le parole veicolano la verità o la menzogna; dunque parlare di bambini a proposito di quanti non sono ancora nati significa dargli voce e renderli visibili rispetto alla mentalità dello scarto che invece non vuole neanche parlarne perché ne ha “paura”: riconoscere ciascuno di loro come “uno di noi” disturba, infatti, quella falsa costruzione dei diritti fondata sull’utile o sull’autodeterminazione piuttosto che sull’uguale valore di ogni essere umano. Per questo è importante dire che sono bambini anche i non nati.
Nell’udienza generale del 25 novembre scorso, papa Leone XIV ha esortato tutti a testimoniare con le opere che «Dio è l’amante della vita», e ha aggiunto: «Non abbiate paura di accogliere e difendere ogni bambino concepito». Il 20 settembre 2013 papa Francesco aveva detto: «Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente a essere abortito, ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore». A Cuba, insieme al Patriarca ortodosso di Mosca Kirill, sottoscrisse un documento comune dove, al punto 21, si legge un’invocazione: «Chiediamo a tutti di rispettare il diritto inalienabile alla vita. Milioni di bambini sono privati della possibilità stessa di nascere al mondo. La voce del sangue di bambini non nati grida verso Dio». Rivolgendosi al Parlamento Europeo, a Strasburgo il 25 novembre 2014, qualificò poi l’aborto come una uccisione che manifesta la cultura dello “scarto”: «L’essere umano rischia di essere ridotto a semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare, cosicché – lo notiamo purtroppo spesso – quando la vita non è funzionale a tale meccanismo viene scartata senza troppe remore, come nel caso dei malati, dei malati terminali, degli anziani abbandonati e senza cura, o dei bambini uccisi prima di nascere». San Giovanni Paolo II chiude l’enciclica Evangelium vitae – che ha compiuto trent’anni nel 2025 ma resta sempre attualissima – con una preghiera a «Maria, aurora di un mondo nuovo, madre dei viventi» e le affida «la causa della vita» a partire dall’attenzione al «numero sconfinato di bambini cui viene impedito di nascere».
Sia chiaro: ogni forma di violenza e di abuso dell’uomo adulto sull’uomo bambino è sempre di una gravità inaudita, e giustamente è – e deve essere – forte l’indignazione. Tuttavia, mentre – giustamente! – nessuna legge veicola e organizza una società per realizzare comportamenti che tolgono la vita ai bambini nati, per i bambini non ancora nati, invece, il discorso è diverso, rovesciato: sopprimerli può addirittura essere considerato “doveroso”. Il presupposto è la negazione della piena umanità di chi non è ancora nato. Allora, dobbiamo dirlo con franchezza e amore: non “grumi di cellule”, ma bambini; non “pre-embrioni”, ma bambini; non “progetti di vita”, ma bambini; non uomini in potenza, ma uomini-bambini in atto… I più bambini dei bambini, possiamo dire. Posizione bigotta, oscurantista, reazionaria, conservatrice? Tutt’altro. La Chiesa quando ci sono di mezzo i più poveri dei poveri, i più emarginati, i più dimenticati, i più espulsi dalla società, è più avanti di tutti i cosiddetti “progressisti” perché è la punta di diamante del più nobile pensiero laico. Il Messaggio dei vescovi risuona forte anche per dare voce a questi bambini.
E allora, non si può ora cambiare la legge 194? Che si dica almeno che il non ancora nato è un bambino e che lo Stato dimostri con i suoi strumenti di volerlo proteggere sul serio. Che si favorisca almeno una preferenza per la nascita, che si aiutino le madri in difficoltà, i padri, le famiglie a non impedire la nascita dei loro bambini. Che si costruisca tutti insieme una difesa del diritto a nascere che passa attraverso la mente, il cuore e il coraggio delle donne abbracciate e non lasciate sole. Né “diritto di aborto”, né “diritto al figlio”: perché – ha detto benissimo papa Leone parlando al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede (9 gennaio 2026) – «l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità». Non si tratta di condannare, ma di «ribadire con forza che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano. Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana e si adopera attivamente per promuoverla».
Per questo la Giornata per la Vita è l’occasione «per coltivare il senso di un autentico primato dei diritti dei bambini sugli interessi e le ideologie degli adulti», come ci dicono i vescovi.

Si può arrivare a Dio con la ragione?

Diego Velazquez, San Tommaso d'Aquino sorretto dagli Angeli, dipinto del 1631

Diego Velazquez, San Tommaso d’Aquino sorretto dagli Angeli, dipinto del 1631
Avvenire
Un santo singolare entrato nella memoria collettiva per il suo sapere universale, per essere il patrono di studenti, teologi, librai e fabbricanti di matite: così, nel giorno della memoria liturgica, viene ricordato il santo domenicano Tommaso d’Aquino (1225-1274). A questo santo si deve tra l’altro, la composizione nel 1264 dell’inno eucaristico Pange lingua. Fu infatti un pensatore, il Divus Thomas con il suo capolavoro la Summa Theologiae, capace di fare sintesi tra fede e ragione e studiato a fondo e ammirato, forse anche per questo, da due personaggi lontani tra loro come Dante e Umberto Eco. La data della sua commemorazione liturgica, fissata al 28 gennaio, è quella della traslazione delle sue reliquie alla città di Tolosa in Francia.
Chi si dice convinto dell’attualità e universalità di questo santo (che è dottore della Chiesa, per volere di san Pio V, dal 1567) è un confratello dell’Aquinate: il teologo domenicano Antonio Olmi. Il religioso, classe 1958, ha dedicato tante ricerche a Tommaso, e – strano a dirsi per un frate predicatore –, anche al gesuita missionario in Cina e oggi venerabile Matteo Ricci (1552-1610). «La memoria di san Tommaso d’Aquino ha un valore simbolico così alto, per noi domenicani e per la Chiesa cattolica in generale. Nel mondo contemporaneo, che predilige la “post-verità” e il primato del sentimento su quello della ragione “mossa dalla volontà guidata da Dio per mezzo della grazia”, la figura e l’opera dell’Aquinate – argomenta Olmi – ricordano che quella da lui indicata non è una via tra le tante, ma la più idonea a riconoscere Gesù Cristo e a seguirlo nella nostra vita».
Ecco perché, quindi, Tommaso ha un posto privilegiato nel magistero di Chiesa e Papi.
«Nella storia della Chiesa colui che ha fatto il miglior uso della “ragione naturale” (costante antropologica comune a tutti gli esseri umani di ogni tempo, luogo e cultura) nella ricerca della verità, e che meglio ha insegnato ad usarla, è stato san Tommaso d’Aquino. Il magistero ecclesiastico ha ripetutamente sottolineato il “posto del tutto particolare” che egli occupa tra i maestri del pensiero cattolico; numerosi Pontefici, tra cui in particolare san Pio V e Leone XIII (mi viene in mente il documento Aeterni Patris del 1879), ma anche san Giovanni Paolo II (basti pensare all’enciclica Fides et Ratio del 1998) e Benedetto XVI, hanno reso solenne omaggio alla sua persona e alla sua dottrina; papa Pio XI in un discorso del 1923, ha confermato l’appellativo, attribuitogli dalla tradizione, di “più santo dei dotti, più dotto dei santi”».
E tanto amato da uno scrittore così originale come Gilbert Keith Chesterton.
«Per Chesterton, san Tommaso è stato il difensore del buon senso, del realismo, dell’equilibrio tra fede e ragione; valorizzando in prospettiva cristiana il corpo e tutte le realtà create».
L’anno che abbiamo appena lasciato è stato l’occasione per riscoprire, a 800 anni dalla sua nascita, la grandezza di questo gigante della teologia. Quale bilancio si può fare di questo giubileo?
«Le commemorazioni giubilari in onore del santo hanno avuto, a mio giudizio, come obiettivo principale il neutralizzare quella che è stata una vera e propria “rimozione” della figura e dell’opera dell’Aquinate dal panorama culturale e formativo della Chiesa cattolica: la quale ha portato, soprattutto nel periodo successivo al Concilio Vaticano II, a considerarlo sì una grande icona del passato, di fatto però ignorandone il ruolo di “dottore universale”, e di guida perenne all’uso della “retta ragione” nel pensiero cristiano. Come affermato da papa Francesco, è oggi necessario ritornare a un tomismo “vivo” (“sapienziale” più che “scientifico”, potremmo aggiungere), non solo oggetto di studi filologici e storico-critici ma esempio concreto, e sempre attuale, dell’uso della ragione naturale posta alla ricerca delle cause prime dell’essere, e quindi della verità suprema: condizione preliminare per il ben vivere e il ben operare, e per l’attuazione di un “cristianesimo integrale”».
Papa Leone XIV, tra l’altro vostro ex allievo dell’università Angelicum di Roma, nel 2025 dopo aver dichiarato dottore della Chiesa san John Henry Newman lo ha associato come co-patrono della missione educativa assieme a Tommaso d’Aquino. Qual è, a suo giudizio, il filo rosso tra i due pensatori? E come leggere il senso di questo patronato?
Anche John Henry Newman, come san Tommaso d’Aquino (e Aristotele prima di lui), ha dato grande valore al retto uso della ragione naturale, demitizzando la razionalità scientifica in favore della ragionevolezza della vita quotidiana. L’Aquinate insegna che la verità è universale e che la ragione trova la sua pienezza nella fede; Newman, in continuità con lui, mostra che la coscienza non è il luogo della soggettività, ma il santuario interiore dove Dio parla all’uomo. La scelta di papa Leone XIV di affiancare san John Henry Newman a san Tommaso d’Aquino nel patronato della missione educativa significa, quindi, proporre un modello educativo che non si limiti a comprendere la realtà, ma ad orientarsi in essa verso Dio».
Un santo, dunque, che parla all’uomo di oggi anche per il suo essere un mistico?
«Direi proprio di sì. “Contemplare, e trasmettere agli altri i frutti della contemplazione”. In questa celebre frase, divenuta anch’essa un motto dell’Ordine domenicano, si riassume l’eredità di san Tommaso d’Aquino: la “carità della verità” con cui egli si è santificato, e ha indicato alla Chiesa una via di santificazione che nessuna moda culturale, o influenza dello spirito del mondo, potrà rendere impercorribile od obsoleta».

L’Italia dei dialetti sta scomparendo: meno di un italiano su 10 lo parla in famiglia

L'Italia dei dialetti sta scomparendo: meno di un italiano su 10 lo parla in famiglia

avvenire

I dialetti stanno scomparendo, assieme ai loro parlanti, in tutta Italia. C’è chi tenta di archiviarli per consegnarli ai posteri, come in una macchina del tempo: è il caso dei Comuni di Casacalenda, Larino e Civitacampomarano in Molise, che hanno iniziato a registrare le parlate degli anziani di paese per conservarle in un futuro museo del suono digitale. Ma si tratta di sforzi che non sono in grado di invertire una tendenza ormai tracciata: negli ultimi quarant’anni, l’uso esclusivo o prevalente del dialetto nelle famiglie italiane si è ridotto di oltre due terzi, dal 32% nel 1988 al 9,6% nel 2024. Quasi una persona su due (48,4%), oggi, parla solo o prevalentemente italiano in ogni contesto relazionale: l’8% in più rispetto a soli dieci anni fa. A confermare il declino della varietà linguistica italiana, compensato in parte dalla diffusione delle lingue straniere, è il report pubblicato ieri da Istat intitolato “L’uso della lingua italiana, dei dialetti e delle lingue straniere” che, a distanza di quasi dieci anni dall’ultima pubblicazione, aggiorna i dati sulle abitudini linguistiche degli italiani.
Il dialetto, da decenni, è patrimonio perlopiù esclusivo dei contesti familiari e delle generazioni più anziane. Per questo, l’inverno demografico sta accelerando la sua scomparsa. Dopo quasi trent’anni – tra il 1987/88 e il 2015 – in cui l’uso prevalente dell’italiano nelle famiglie e nelle amicizie si è mantenuto a livelli pressoché stabili, nell’ultimo decennio, quello in cui la popolazione è più invecchiata e diminuita, l’italiano “standard” ha fatto registrare la crescita più significativa.
Il termometro di questo cambiamento sono le nuove generazioni, che parlano quasi solo italiano: la quota di persone di 6 anni che usa principalmente la lingua “standard” in famiglia è passata dal 45,6% nel 2015 al 53,6% nel 2024 e, nelle amicizie, è cresciuta dal 49,6% al 58,7%. Al contrario, l’impiego del dialetto da parte dei bambini sta calando vertiginosamente in ogni contesto: tra il 1988 e il 2024 la quota di persone di 6 anni che lo usa in famiglia si è ridotta dal 32% al 9,6%. Di pari passo, crolla anche il numero di piccolissimi che parla dialetto con gli amici (dal 26,6% all’8%) e con gli estranei (dal 13,9% al 2,6%). Usare l’italiano correttamente e frequentemente, però, è anche una questione di reddito e istruzione. Il 20% di chi ha una licenza media o inferiore ricorre quasi esclusivamente al dialetto per parlare con i familiari, contro il 2,7% dei laureati. E con gli amici è lo stesso, con quote rispettivamente al 16,8% e al 2%.
Ma sull’altro piatto della bilancia linguistica, a compensare la scomparsa dei dialetti, si trovano le lingue straniere: in crescita da anni e parlate soprattutto tra i più giovani. Negli ultimi dieci anni a fare la differenza non è stata la crescita della popolazione straniera, nonostante una persona su dieci in Italia parli una lingua madre diversa dall’italiano: se tra il 2006 e il 2015 l’incidenza della popolazione straniera in Italia è più che raddoppiata, infatti, tra il 2015 e il 2024 l’incremento è stato molto più contenuto (+0,5 punti percentuali). Il numero di cittadini italiani con background migratorio, invece, supera attualmente i 2 milioni. Nella larga maggioranza dei casi, perciò, le lingue straniere parlate in Italia sono eredità degli studi scolastici: il risultato è che, oggi, quasi sette persone su dieci dichiarano di conoscere una lingua straniera (9,4 punti percentuali in più rispetto a dieci anni fa). Le prime tre sono tutte più diffuse rispetto a dieci anni fa: l’inglese in testa (dal 48,1% nel 2015 al 58,6% nel 2024), seguito dal francese (dal 29,5% al 33,7%) e dallo spagnolo (dall’11,1% al 16,9%). I livelli di conoscenza delle lingue straniere restano comunque bassi: oltre la metà della popolazione (56,2%) dichiara un livello al massimo sufficiente della lingua straniera che conosce meglio.
Le persone di madrelingua straniera, invece, sono più diffuse nella fascia di popolazione più giovane: tra i 25 e i 44 anni (18,4%) e tra i 35 e i 44 anni (20,3%). Le loro abitudini sono molto diverse dal resto d’Italia: la maggioranza dei madrelingua stranieri (61,5%) non parla affatto italiano in famiglia mentre quattro su dieci non lo parlano neppure con gli amici. C’è, infine, un dato che è sintomatico della lunga strada che l’Italia deve ancora percorrere per integrare le persone migranti: quasi due madrelingua stranieri su dieci non riescono ancora a parlare italiano neppure con gli estranei. Secondo gli autori del report di Istat, si tratta di «un ostacolo rilevante alla piena partecipazione alla vita sociale e culturale nei contesti territoriali in cui vivono» gli stranieri.