Simpson filosofi tra Hegel e Marx

Simpson filosofi tra Hegel e Marx

di Gianni Vacchelli
In un saggio l’analisi della serie animata di Matt Groening in cui la società Usa viene rappresentata con i suoi tic e i suoi cliché
Avvenire

Può una serie animata e “di culto” come I Simpson diventare luogo di autentica riflessione filosofica, senza scadere nello snobismo intellettuale o nel gioco pop? Per i filosofi statunitensi William Irwin, Mark T. Conard e Aeon J. Skoble, curatori del volume I Simpson e la filosofia (Blackie Edizioni, pagine 410, € 15,90, 2025, nuova edizione italiana), la risposta è sì, a patto di chiarire subito un equivoco di fondo: «Qui non trattiamo “La filosofia dei Simpson” o “I Simpson come filosofia”: trattiamo invece I Simpson e la filosofia».
Non si trova certo nella serie un pensiero sistematico, ma pure vi affiorano questioni classiche del pensiero etico e politico: la virtù e il vizio, il lavoro, la famiglia, la vita comune e le sue forme di potere. Si ricordi che Matt Groening, creatore della serie, è laureato in filosofia, anche se non esiste una “filosofia-Groening” propriamente detta.
L’antologia raccoglie diciotto saggi di filosofi accademici che prendono sul serio la cultura popolare senza mitizzarla. «È lecito scrivere saggi filosofici sulla cultura popolare?», si chiedono i curatori, ricordando che Sofocle e Shakespeare furono, ai loro tempi, autori “popolari”. In questo senso va rivendicata la qualità intellettuale della serie, definita «una delle commedie più intelligenti e articolate trasmesse oggi in televisione», anche se I Simpson in nessun modo sono «l’equivalente delle maggiori opere letterarie della storia». Eppure Springfield diventa a suo modo una piccola polis deformata, specchio satirico delle nostre contraddizioni: il conformismo culturale, la sfiducia verso il sapere, la crisi dell’autorità, l’alienazione del lavoro, la difficoltà di pensare una vita buona in un contesto impoverito di senso.
Il volume si articola per personaggi e per temi. Tra i saggi più interessanti spicca l’analisi di Homer Simpson alla luce dell’etica aristotelica. Homer incarna l’intemperanza e la debolezza di volontà, ma non è solo un vizioso: in lui sopravvive una «intossicante brama di vivere», un amore immediato della vita che, pur non configurandosi come virtù, mantiene una sua forza esistenziale. Non un modello, dunque, ma una figura che costringe a interrogarsi su che cosa significhi vivere bene. Accanto a lui, Lisa rappresenta invece l’intelligenza e il rigore morale, consentendo al volume di affrontare il tema dell’anti-intellettualismo e del sospetto verso la competenza.
Altri saggi ampliano il quadro: la famiglia come istituzione fragile ma necessaria, la politica ridotta a spettacolo, il lavoro come alienazione, la religione come pratica svuotata ma non priva di nostalgia del senso. La satira dei Simpson non conduce a una qualche liberazione, ma neppure a un nichilismo assoluto: mette in scena una moralità minima, imperfetta, costretta a misurarsi con il fallimento.
Ma il pregio maggiore del volume sta forse nel metodo complessivo. I Simpson e la filosofia non riduce la filosofia a intrattenimento leggero, né la “traduce” in slogan. Al contrario, come dichiarano apertamente i curatori, «non abbiamo alcun progetto di abbassarne il livello». I Simpson insomma sono un ponte, uno strumento per avvicinare il lettore non specialista ad Aristotele, Kant, Nietzsche o Marx senza tradirne la complessità.
In questo senso, il libro richiama una lezione che va da Gramsci a Hegel: la filosofia non è il monopolio dei filosofi di professione, ma l’elaborazione critica di un pensiero che appartiene potenzialmente a tutti. Se ogni uomo è almeno in senso lato filosofo, allora anche una sitcom animata può diventare una palestra del pensiero. E persino un homeriano “D’oh!”, se preso sul serio, può diventare “un’occasione filosofica”.

Nadia, Angela, Nicola: la Spoon river dei bambini uccisi dalla mafia

Nadia, Angela, Nicola: la Spoon river dei bambini uccisi dalla mafia

di Marco Birolini – Avvenire
Nel Legnanese, in un ristorante confiscato, è stato presentato un libro che racconta gli omicidi di 31 piccole vittime dei clan. Lo hanno scritto i ragazzi delle scuole

Se non fossi stata uccisa avrei potuto correre nel giardino dei miei desideri con mia sorella al calar del sole, per poterci perdere in dolci, infinite poesie». Nadia Nencioni amava scrivere versi. La sera del 24 maggio 1993, due giorni prima di morire con i genitori e la piccola Caterina (che aveva 1 mese e mezzo) a causa della bomba mafiosa in via dei Georgofili, a Firenze, scrisse il suo ultimo componimento intitolato “Tramonto”. Il testo fu trovato tra le macerie della sua casa, disintegrata dall’attentato. In onore di Nadia, i carabinieri diedero lo stesso nome all’operazione che nel 2023 portò all’arresto di Matteo Messina Denaro, uno dei mandanti della strage. Gli studenti della prima B dell’istituto Volta di Inveruno le hanno voluto restituire la voce, lasciandole raccontare le emozioni di una bambina di 9 anni, troppo giovane per morire senza nemmeno sapere perché.
La sua storia, insieme a quella di altre 30 giovanissime vittime della criminalità (ma sono state ben 117 negli ultimi 80 anni), riemerge dal libro La mafia porta via vite innocenti (Edizioni InDialogo): una raccolta dei lavori degli studenti di 10 scuole del Legnanese, che per mesi si sono impegnati nella ricerca di piccole esistenze andate perdute, anche nella memoria collettiva. Una Spoon river che mette i brividi, se si pensa che tra le vittime c’è anche Angela Talluto, che aveva solo un anno quando nel 1945 morì in un agguato del bandito Giuliano.
Un collage del dolore che ribadisce, se mai ce ne fosse il bisogno, che il motto “la mafia non tocca i bambini” è solo un falso, vergognoso mito, come rileva il capo della Dda milanese Alessandra Dolci nella prefazione. Un’opera collettiva che strappa all’oblio chi chiedeva solo di diventare grande, possibilmente felice. «Tutti questi bambini e ragazzi si sono trovati al posto sbagliato nel momento sbagliato» riflette Gloria Filippozzi, la studentessa che insieme ai compagni ha vinto il concorso ricordando Emanuela Sansone, la prima minorenne assassinata per volere dei boss, addirittura nel 1896, a 17 anni. I sicari volevano colpire la mamma, che aveva trovato il coraggio di denunciare, ma ammazzarono anche lei.
Dietro questo coro fatto di parole, disegni e fumetti c’è l’intuito di Giovanni Arzuffi, presidente della cooperativa La Tela di Rescaldina, che da sei anni gestisce l’omonima “osteria sociale” ricavata in un ristorante, il Re9, confiscato alla ‘ndrangheta nel 2010. A parte qualche restauro, il locale è rimasto com’era, ci sono ancora i vetri antiproiettile. Ma dentro è cambiato tutto. «Abbiamo voluto continuare l’attività di prima, cioè fare da mangiare. Ritrovando però il gusto della legalità…» sorride Arzuffi, che ha trasformato un covo dei clan in un presidio di antimafia quotidiana, in puro stile “pane e salame”. Bergamasco tanto vulcanico quanto pragmatico, migrato nel Legnanese «per amore»” a soli 20 anni, si dice allergico alla retorica. «Pensare e discutere va bene, ma poi bisogna darsi da fare». Ecco perché ha piantato una trattoria di resistenza civica e gastronomica (usa solo prodotti della zona) in un territorio avvelenato dalla presenza ingombrante delle cosche. «Qui la ‘ndrangheta non si vede ma c’è, come dimostra il recente processo Hydra. Non danno fastidio, non minacciano, perché non conviene. Si muovono con discrezione». Come quando uno dei vecchi titolari del Re9 «si sedette proprio a questo tavolo, dicendo: una volta qui era tutto mio…» Ma fu una frase senza rancore, perché tanto, come sentirono i carabinieri in un’intercettazione, «abbiamo aperto un altro locale qui vicino…». È la normalità mafiosa imposta nel profondo Nord, dove, dice il sindaco Gilles Ielo, «sembra che il problema sia lontano, e invece a Rescaldina, in pochi km quadrati, abbiamo ben due beni confiscati…» È stato lui a «tirare fuori il progetto dal cassetto» e assegnare l’ex ristorante alla Tela. «Ma l’iniziativa non piace a tutti – sottolinea il sindaco di centrosinistra – perché le si dà una connotazione politica. Senza rendersi conto che è un valore per tutta la cittadinanza». Ad Arzuffi danno del “comunista”, forse perché ostenta sopra il bancone del bar l’amaro “del partigiano, per forza di parte”. Una militanza forte, la sua, soprattutto sul fronte sociale. L’osteria impiega anche persone svantaggiate, propone cene al buio in cui si viene serviti da un cameriere cieco, vende prodotti dei terreni confiscati. E ancora ospita atelier artistici per ragazzi down, organizza incontri culturali, riserva una sala giochi ai figli dei clienti e la intitola ai gemellini Giuseppe e Salvatore Asta, uccisi nell’attentato del 1985 contro il giudice Carlo Palermo, sopravvissuto ma segnato per sempre nell’anima. Memoria e testimonianza si intrecciano ogni giorno, tra risate e piatti di squisito bruscitt milanese. Un progetto sostanzioso, proprio come piace da queste parti. Tanto da avere il sostegno della Bcc di Busto Garolfo e Buguggione. «Unire le forze e trasformare le difficoltà in occasioni di crescita comune è lo spirito che distingue chi restituisce un bene confiscato alla collettività, come segno concreto di rinascita» osserva Roberto Scazzosi, presidente della banca. Guardare avanti, senza lasciare indietro le ferite del passato. Un valore condiviso dagli studenti-scrittori, che hanno strappato al dimenticatoio anche la storia di Vincenzino Mulè, ucciso in un agguato a 12 anni il 9 febbraio 1981. Persino il suo paese, Cattolica Eraclea, l’aveva dimenticato. Grazie all’interesse degli allievi dell’istituto Dell’Acqua di Legnano, il borgo siciliano gli ha reso finalmente onore, dedicandogli l’aula magna della scuola. Perché nessun dolore vada perduto.

Via i libri di poetesse e saggiste: alle donne in Afghanistan ora è vietato anche scrivere

Una donna afghana legge un libro

Leila, docente universitaria nell’Afghanistan occidentale, ha impiegato due anni a scrivere il suo manuale: verteva sul “project management”, cioè su come utilizzare in modo efficiente risorse come il tempo, il capitale e la manodopera. Il suo libro, così come quelli firmati da altre decine di donne, sono sono stati vietati sotto il regime talebano. «Avevo tradotto diverse fonti in inglese per completare il mio libro, che riguarda l’applicazione di standard di qualità grazie a strumenti e tecniche scientifiche finalizzati al successo di progetti nazionali e commerciali». Il libro era utilizzato come testo per gli studenti universitari. Ma dopo che i talebani hanno preso il potere, è arrivato l’ordinato di ritirarlo. «Quando ho chiesto il motivo, mi hanno risposto che, poiché l’autore era una donna, doveva essere ritirato», racconta Leila. Da quando, nel dicembre 2022, è stata privata della sua cattedra all’università, dopo che i talebani hanno vietato la formazione alle ragazze, Leila è riuscita a pubblicare solo un articolo accademico su una rivista internazionale. Oggi confessa di non avere più la forza di scrivere: «Avrei uno studio da completare, ma non ho più motivazioni. Immaginate di trovarvi a un bivio buio, senza informazioni su quale strada prendere; in qualsiasi direzione guardiate, c’è solo oscurità».

Nella lista nera dei taleban ricercatrici e accademiche

Nell’agosto 2025 il Ministero dell’Istruzione Superiore dei talebani ha emanato due diverse direttive per le università di tutto il Paese, ordinando loro di interrompere l’insegnamento di 18 materie accademiche e di non utilizzare più 640 libri di testo e altri materiali didattici. Più di 140 titoli sono stati vietati solo perché le loro autrici erano donne. Una delle ordinanze afferma che le materie vietate «sono state ritenute contrarie alla sharia e alle politiche del governo e sono state quindi rimosse dal programma di studi». Tra le autrici inserite nella lista nera figurano accademiche con oltre 30 anni di esperienza nell’insegnamento e una lunga carriera nella ricerca. Molti attivisti sostengono che si tratti di un altro tentativo sistematico da parte dei talebani di cancellare la voce delle donne dalla vita pubblica. I libri di testo scritti da donne sfidano l’ideologia dei talebani, osserva un professore, a causa della loro stessa esistenza: «Come si può proibire a una donna di insegnare o di studiare, e nello stesso tempo consentire agli allievi di studiare su un so libro?”.
Zohra (nome di fantasia, come tutti gli altri in questo articolo) ha 37 anni e scrive libri per bambini dal 2017. «Il mio obiettivo è aiutare i bambini afghani a prepararsi mentalmente ed emotivamente all’apprendimento di diverse materie prima di andare a scuola», racconta. I suoi libri utilizzano immagini di bambini e cartoni animati per rendere più facile l’approccio a materie come la matematica. Ma quando nel novembre dello scorso anno si è rivolta al ministero dell’Informazione e della Cultura, gestito dai taleban, per ottenere una licenza di stampa, le è stata negata. «Mi hanno detto che non potevo usare immagini di esseri viventi, in particolare di ragazze – ricorda -. Mi hanno detto che se avessi inserito l’immagine di una ragazza, questa avrebbe dovuto indossare l’hijab islamico. Altrimenti, i miei libri non sarebbero stati stampati in Afghanistan». Nonostante i divieti e le limitazioni, Zohra continua a lavorare a nuove pubblicazioni. «Credo che questi libri rimarranno come eredità della resistenza delle donne nella storia dell’Afghanistan», conclude.
Nell’ottobre 2024 i taleban hanno distribuito ai librai un altro elenco di 433 libri vietati. Tra questi, 18 titoli sono stati scritti da donne, di cui nove da autrici afghane. Tra le scrittrici afghane vietate figurano Saeqa Hadiya Yazdanwali, Atifa Tayeb, Fatema Jafari, Marzia Mohammadzada, Shakiba Hashemi, Sohaila Aman, Sediqa Hosseini, Nawida Khushbo e Aqila Nargis Rahmani. Indipendentemente dall’argomento trattato, per ora i talebani hanno ritenuto le loro opere «contrarie agli interessi nazionali e alla sharia». Il divieto include anche libri di autrici internazionali come Rachel Hollis, Reshma Saujani e la biografia di Malala Yousafzai, “I am Malala”. In Afghanistan alcune donne continuano a scrivere, spesso correndo grandi rischi. Nazanin, 25 anni, vive in una provincia vicino a Kabul e scrive racconti brevi e saggi. «A volte mi sembra che la canna del fucile dei taleban sia puntata direttamente alla mia gola», dice. «La città è così militarizzata che incontriamo uomini armati ad ogni passo. Per me, scrivere è resistenza, è rimanere salda. La mia situazione è molto difficile, ma voglio usare la scrittura per documentare per il futuro ciò che sta accadendo». Nel novembre 2024, il giornale online indipendente “Hasht e Subh Daily” (8 am Daily) ha riportato che i funzionari talebani della provincia di Kapisa avevano raccolto i libri scritti da donne dalle biblioteche delle scuole femminili.

Mana, 34 anni: il mio romanzo prende forma nel silenzio

Suraya, un’insegnante di 34 anni, conferma ciò che è accaduto un anno e mezzo fa: «Sì, i taleban hanno dato l’ordine di far sparire tutti i libri scritti da donne». In città come Kandahar (il cuore religioso integralista del Paese, da dove origina il potere dei taleban), le librerie raramente hanno in magazzino opere di scrittrici. «Nella nostra libreria, i libri scritti da donne sono quasi zero», dice un libraio che rimane anonimo per ragioni di sicurezza. «Anche la foto di una donna sulla copertina di una rivista può causare problemi». Mana, 34 anni, poetessa e scrittrice che vive nell’Afghanistan occidentale, non ha smesso di lavorare nonostante i rischi. «Quando ho deciso di pubblicare il mio primo libro, non ho mai preso in considerazione gli editori afghani», dice. «Sotto il regime taleban, per una autrice stampare un libro donna è pericoloso». Ora sta scrivendo il suo secondo romanzo, ma afferma che anche se il suo libro non è politico, «il solo fatto di essere una donna che scrive può costare caro». Per ora preferisce «continuare a scrivere in un angolo silenzioso». Le donne cancellate dalla storia.
testo realizzato da “Zan Times”, ha collaborato Arya
Avvenire

Beni ecclesiastici sottoutilizzati o chiusi… valorizzarli al massimo

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Un corso promosso da Facoltà e ISSR di Vicenza guarda alle strutture parrocchiali sottoutilizzate o chiuse (cinema, scuole, patronati, canoniche) per fornire alle comunità qualche pista operativa che restituisca il coraggio di innovare rimanendo fedeli all’originaria funzione educativa, sociale, di servizio del bene.

Formare le persone, rispondere a bisogni locali e rinforzare il legame comunitario: per questo nelle parrocchie sono sorte scuole, cinema, patronati; beni immobili “minori” che, da qualche tempo ormai, stanno conoscendo stagioni difficili.

Si prospetta un futuro di dismissione o è possibile una rinascita, un ritorno alla funzione comunitaria e sociale per cui i nostri avi li avevano costruiti? Come innovare restando fedeli al principio? Che cosa aiuta le persone e le comunità a ragionare ancora come un “noi”? Quali rappresentazioni di comunità sono in gioco?

Provocata da queste domande la ricerca accademica si mette al servizio del territorio con l’intento di comprendere i processi in atto. È così che la Facoltà teologica del Triveneto e l’Istituto superiore di Scienze religiose “Mons. A. Onisto” con la diocesi di Vicenza hanno avviato il seminario di ricerca “Beni della Chiesa e futuro delle comunità. Un laboratorio di ricerca e progettazione” che ha avuto una prima tappa a febbraio 2025, cui è seguita una pubblicazione open access edita da Triveneto Theology Press.

Da febbraio a maggio 2026 l’approfondimento si amplia con un corso, nella sede dell’Issr di Vicenza, articolato in otto incontri che si soffermeranno sulle analisi delle ricadute pratiche nella gestione dei beni immobili comunitari. Ne abbiamo parlato con Davide Lago, che guiderà la proposta assieme ad Assunta Steccanella.

  • Professor Lago, esattamente un anno fa è stato avviato un percorso di riflessione e di discernimento che ha cercato di contaminare alcune buone pratiche presenti nel territorio con spunti provenienti dalle dimensioni biblica, ecclesiologica e magisteriale. Che bilancio possiamo trarre da questo primo approccio?

Si tratta ovviamente di un primo bilancio provvisorio e parziale, che dimostra però l’interesse forte su questi temi. Partiamo da un dato. Il percorso compiuto negli ultimi anni in merito alla creazione delle unità pastorali è consolidato e le resistenze non sembrano più così forti. Anche perché la carenza numerica del clero rende inimmaginabile un ritorno a modelli precedenti, stante l’attuale modello di governo delle parrocchie. Di più, si sono sperimentati, nel frattempo, tutti i vantaggi della collaborazione, il che rende oggi auspicabile lavorare insieme.

Sul versante dei beni immobili di proprietà delle parrocchie, invece, siamo ancora agli inizi. Certo, non mancano casi di scelte innovative già rodate, ma, se le riportiamo su scala diocesana o triveneta, rappresentano ancora delle eccezioni.

  • Il tema però si sta imponendo in tutta la sua portata.

Certamente, sia su un versante simbolico sia su un versante più prosaico. Nel primo includo gli interrogativi che la presenza di tanti beni come canoniche, patronati, scuole, circoli, teatri, campi sportivi apre sull’idea di comunità che stiamo alimentando. Parliamo qui di beni “minori”, perché in prima battuta non abbiamo considerato le chiese, volutamente.

Ora, se l’idea di comunità che ci muove è solo quella della parrocchia di un tempo, probabilmente faticheremo a gestire e far vivere questi spazi. Se la parrocchia si apre però al territorio, non svendendo la propria identità ma individuando gli interlocutori che consentano di porsi anche oggi a servizio dei bisogni degli ultimi, allora alcuni spazi potrebbero fornire un tetto a centri multifunzionali a servizio dell’età anziana, della genitorialità o di varie forme di fragilità personale e sociale.

C’è poi anche il versante prosaico, perché i beni immobili prima o poi “chiedono il conto” in termini di ristrutturazione e messa a norma. Ma su tutto rimane una domanda di fondo. Per cosa sono stati creati questi beni immobili “minori”? In estrema sintesi e con un linguaggio forse piuttosto laico: per formare le persone, per rispondere a bisogni locali e per rinforzare il legame comunitario.

  • Le tre esperienze esaminate in prima battuta (Patronato San Carlo a Padova, Villa Angaran San Giuseppe a Bassano del Grappa, Centro della famiglia di Treviso) si sono rivelate accomunate dal fatto di avere adottato criteri che aprono prospettive feconde: possiamo indicare queste coordinate generali?

Abbiamo scelto queste tre esperienze perché sono già strutturate e operative. In tutti e tre i casi si tratta di strutture molto grandi e tutte hanno adottato uno stile proattivo, nel senso che non hanno atteso l’inevitabile declino per mettersi in ricerca e trasformarsi. In sostanza, non c’è stato alcun periodo di chiusura o di gestione trascinata e stanca.

Ora, però, vorremmo guardare proprio alle strutture sottoutilizzate o addirittura chiuse, per fornire alle comunità qualche pista operativa che ridia il coraggio di innovare. Ci potranno anche essere delle dismissioni, non lo neghiamo, ma anche queste vanno sempre ricondotte all’idea di concentrarsi su ciò che è essenziale per una comunità cristiana e sull’attenzione affinché nessuno resti indietro.

  • Un passaggio successivo, che potrebbe essere intrapreso dal nuovo corso proposto a Vicenza, è favorire una sorta di mappatura dei beni: qual è il valore di questa operazione? Come saranno coinvolti i partecipanti?

Il nostro obiettivo non è di svolgere una mappatura sistematica di tipo quantitativo. Scegliamo piuttosto un approccio qualitativo, coinvolgendo gli studenti che parteciperanno al corso. A ciascuno di loro chiederemo di individuare un bene “minore” nella propria unità pastorale che sia già oggetto di discernimento comunitario in merito al suo utilizzo e di andare sul campo per comprendere i processi in atto, con umiltà e apertura mentale.

L’idea è di riportare, poi, negli incontri del corso alcuni casi di studio “allo stato nascente” e magari, in un secondo tempo, di poterne seguire gli sviluppi. Ovviamente il corso è aperto anche a chi non è studente Issr, ma è sensibile al tema e vuole dotarsi di strumenti teorici e metodologici adeguati. Aspettiamo chiunque sia mosso dal desiderio di accomunare spirito comunitario e innovazione sociale.

  • Le strutture “minori” delle parrocchie quasi sempre si trovano al centro dei nostri paesi, esprimono un’idea di comunità, e hanno ricoperto per decenni una funzione anche sociale, oggi tutta da reinventare. Quali sono i partner che devono sentirsi coinvolti nel ripensamento e nella gestione dei beni della Chiesa oggi in disuso? Enti civili? Associazionismo? Enti ecclesiali?

Tutti questi enti sono interlocutori possibili. Personalmente, credo solo che vadano evitate svendite, reali o ideologiche. Mi spiego meglio. Se io non riesco più a mantenere la grande casa ereditata dalla mia numerosa famiglia di origine, posso aprirmi alle molteplici istanze del territorio ma non fino al punto di sentirmi ospite a casa mia. In quel caso, è forse meglio che provi a vendere per acquistare magari un piccolo appartamento che meglio risponda alle attuali esigenze mie e dei miei cari.

Con questo, non è detto si debbano tentare necessariamente tutte le strade. Se un bene è oggettivamente ingestibile e rischia di dissanguare una comunità, può diventare necessario dismetterlo. Si vivrà senz’altro un’esperienza di lutto, ma sono esperienze già accadute in passato.

Anche oggi ci capita di entrare in un edificio pubblico che magari ha un bellissimo chiostro, il che ci ricorda che un tempo lì viveva una comunità monastica. Ci sarà stato un lutto anche in quel caso, magari anche traumatico (pensiamo alle soppressioni napoleoniche), ma ancor oggi possiamo vivere quegli spazi, attraversarli, lasciarci accompagnare dalla loro bellezza. Non è poca cosa.

  • Talvolta si vedono trasformazioni che fanno male al cuore…

Dispiace di più quando alcuni beni vengono alienati e diventano spazi privati di lusso, visibili e fruibili da pochi.

Da questo punto di vista, i primi interlocutori possono essere gli enti locali e gli enti del terzo settore, che – come noi – conoscono i bisogni talvolta nascosti delle persone e sperimentano risposte possibili. Le diocesi in questo senso hanno uffici preposti che accompagnano, consigliano e intervengono.

Il corso all’ISSR non intende creare un doppione, ma alimentare, con la ricerca accademica, uno spazio attualmente non presidiato, che è quello della comprensione dei processi in atto. Cosa aiuta le persone a ragionare ancora come un “noi”? Quali prassi favoriscono oggi l’annuncio cristiano? Come innovare onorando, al contempo, i nostri avi, che questi beni li hanno fisicamente costruiti? Quali rappresentazioni di comunità sono in gioco?

settimananews

Che la difesa della legittimità dell’obiezione di coscienza venga avanzata dall’interno dell’ambiente militare, invece che dal di fuori, come sempre avviene, rappresenta un salto di qualità nel discorso sulla guerra e sui doveri dei cittadini in caso di guerra

di: Severino Dianich
groenlandia

Esercitazione di truppe americane in Groenlandia

L’arcivescovo dei militari degli Stati Uniti, Timothy P. Broglio, il 18 gennaio, in un’intervista alla BBC, riferendosi a possibili azioni militari statunitensi contro la Groenlandia, ha detto che i militari statunitensi potrebbero trovarsi «in situazioni in cui venga ordinato loro di fare qualcosa che è moralmente discutibile» (cf. qui). In tali casi – egli ha sostenuto –, pur riconoscendo quanto sia difficile per un soldato disobbedire a un ordine diretto, «per quanto riguarda la propria coscienza, sarebbe moralmente accettabile disobbedire a quell’ordine».

Il riferimento alla gravità delle difficoltà da affrontare sta lì a giustificare che egli abbia preferito limitarsi a dichiarare la liceità morale dell’obiezione di coscienza, piuttosto che sostenere l’obbligo morale di avanzare l’obiezione di coscienza.

In ogni modo, che il vescovo Ordinario militare di una grande nazione dichiari a priori ingiusta la guerra che il suo presidente minaccia di intraprendere contro un Paese pacifico, libero e democraticamente governato, sembra segnare, nel giudizio della coscienza cattolica sulla guerra, un punto di non ritorno. E questo negli Stati Uniti che hanno sempre tenuto un atteggiamento disinvolto nei confronti degli armamenti.

Non mancano motivi di perplessità sull’impostazione del discorso del vescovo Broglio: «La Groenlandia è un territorio della Danimarca, un alleato. Non sembra davvero ragionevole che gli Stati Uniti attacchino e occupino una nazione amica». Perché – è inevitabile chiedergli – se non fosse una nazione amica, sarebbe stato lecito progettare di aggredirla? Sempre guerra di aggressione sarebbe e, come tale, assolutamente ingiustificabile.

Ciò non toglie che l’evento sia dirompente. Broglio è l’arcivescovo di quasi due milioni di cattolici implicati, in un modo o nell’altro, nell’organizzazione delle forze armate degli Stati Uniti, dai militari ai loro familiari, agli studenti delle accademie militari, ai pazienti degli ospedali militari, al personale governativo in servizio all’estero.

Il suo intento è risvegliare la coscienza dei suoi fedeli, affinché non sia il MAGA, nell’attuale situazione politica, ma il Vangelo, a determinare il discernimento. Che la difesa della legittimità dell’obiezione di coscienza venga avanzata dall’interno dell’ambiente militare, invece che dal di fuori, come sempre avviene, rappresenta un salto di qualità nel discorso sulla guerra e sui doveri dei cittadini in caso di guerra. Per il National Catholic Reporter la presa di posizione dell’arcivescovo Broglio dev’essere considerata come una tappa nello sviluppo della dottrina della Chiesa sulla guerra e sulla pace: dal piano della valutazione etica si passa alla provocazione profetica.

È il superamento dell’impostazione tradizionale della questione della guerra giusta, in quanto, al di là di un generale discernimento politico, ci si appella al giudizio personale della coscienza e lo si ritiene imperativo del comportamento da assumere. Quanto sia dirompente l’appello all’imperativo della coscienza rispetto a quello dell’obbedienza − nel quadro dell’ordinamento militare che ha nell’obbedienza il suo pilastro portante − non c’è chi non lo veda. Ricordando gli anni in cui su questi temi era vivace il dibattito nella società e nella Chiesa, vien da dire: «Don Milani ha raggiunto finalmente anche l’America».

Nella sua Lettera ai giudici, quando il diritto all’obiezione di coscienza non era ancora stato riconosciuto in Italia, nel difendersi dall’accusa di apologia di reato, poiché aveva difeso gli obiettori di coscienza, egli diceva: «Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto».

Insegnava, senza tentennamenti, il dovere dell’osservanza della legge civile, ma non di meno il dovere di ogni uomo di esercitare il discernimento morale su tutto ciò che gli viene comandato e di agire di conseguenza.

«La scuola è diversa dall’aula del tribunale – scriveva ancora ai giudici –. Per voi magistrati vale solo ciò che è legge stabilita. La scuola invece siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi». Nulla di meglio si potrebbe dire della Chiesa: «La Chiesa siede fra il passato e il futuro e deve averli presenti entrambi».

È così che la Chiesa recupera il vero senso della sua missione sul piano politico, quello dell’esercizio critico. Johannes Baptist Metz, lungo il trentennio della sua più importante produzione teologica, dagli anni Sessanta ai Novanta del secolo scorso, a proposito del compito della Chiesa di proporre di fronte al mondo e ai suoi potentati la memoria di Cristo, parlava di «memoria sovversiva».

La memoria di Cristo obbliga a porsi dalla parte degli sconfitti della storia e, di fronte agli infiniti tentativi di giustificare la guerra, non può che stare dalla parte delle vittime, e in loro nome elevare alto il diniego imponente della coscienza.

Settimana News

Come parlare della Shoah dopo Gaza?

di: Laura Destro

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Il 15 gennaio scorso, l’associazione di insegnanti e ricercatori sulla didattica della storia Clio ‘92, che ringraziamo, ha organizzato il webinar Mai indifferenti. Il Giorno della Memoria al tempo di Gaza. Sono intervenuti Anna Foa e David Bidussa.

Settimana News

L’incontro è stato preceduto da un questionario, al quale hanno partecipato 12 insegnanti di vario ordine e grado, volto a comprendere se, all’indomani dell’attentato del 7 ottobre 2023 e alla conseguente guerra del governo di Israele contro la Palestina, è ancora possibile “fare lezione” sulla Shoah in occasione della Giornata della memoria, o se è cambiato l’approccio al tema; quale dovrebbe essere il ruolo della scuola, in particolare dell’insegnante di storia, di fronte agli eventi drammatici del presente, con quali difficoltà?

Ad Anna Foa e a David Bidussa è stato chiesto di approfondire il senso da dare, oggi, quindi, alla Giornata.

Parlare di Shoah ancora si deve – rispondono gli interpellati – per ricordare qualcosa di fondamentale che è avvenuto nel XX secolo, per comprendere le conseguenze dell’odio, dell’indifferenza e della discriminazione; e perché la memoria serve per la crescita e lo sviluppo intellettuale di tutti noi, e ha valore universale.

Se pure, rispetto al genocidio di Gaza, occorre operare distinzioni, la didattica sulla Shoah non può esimersi dal confrontarsi con tali eventi. Se, da parte delle istituzioni e dei promotori della Giornata, l’approccio non è cambiato, è sicuramente cambiato l’interesse e l’atteggiamento pubblico.

L’insegnante di storia – ma non solo – deve saper fornire strumenti storiografici e interpretativi, che siano chiavi di lettura utili ad uscire da pregiudizi e modelli precostituiti.

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Parlare della memoria oggi è difficile – dice Anna Foa[1] –, alla luce di ciò che sta succedendo nel mondo e del conflitto israelo-palestinese in particolare.

La Giornata della Memoria è un evento civile comune a tutti i paesi europei, un pilastro su cui si regge il loro impianto ideologico e storico e un monito perché l’orrore della Shoah non si ripeta. La sua funzione è, dunque, importante per il legame con la natura stessa dell’Europa, ma non va perpetuata così com’è.

Un’analisi storica, che faccia emergere il piano dei diritti civili e umani, al fine di dare all’idea di genocidio un valore più universale che in passato, è fondamentale, perché la memoria è rivolta a tutti, non solo agli ebrei. Ma, per poterne parlare e poterla conservare, sono necessari mutamenti che superino difficoltà ed equivoci strutturali.

Innanzitutto, l’idea di memoria non si è formata in maniera uguale in tutti i paesi: nell’Israele costituitosi nel ’48 con l’opposizione di tutto il mondo arabo, ad esempio, il suo percorso è segnato dalla Shoah.

Tom Segev in Settimo milione racconta del conflitto fra i 700mila ebrei entrati in Israele, reduci dall’Europa e dai campi di concentramento, e i sionisti già presenti nel territorio prima della fondazione dello Stato che, con disprezzo, giudicavano “pecore” coloro che erano vissuti sotto il nazismo, come si legge nelle opere del poeta lituano Abba Kovner.

Solo dopo il processo Eichmann, grazie al centinaio di testimonianze sull’orrore dei campi, Ben Gurion riuscì a conciliare l’integralismo sionista con la diaspora, e a mettere fine all’idea di “ignavia” – ad essa collegata – di fronte all’aggressione nazista.

In Europa la memoria della Shoah, ostacolata dal bisogno di dimenticare, si connotò come lotta all’antisemitismo, tralasciando il concetto di razzismo, a differenza di quanto celebra la Giornata.

In Italia il processo memoriale fu meno complicato. Dal ’45 al ’48 numerosi furono gli scritti pubblicati sui campi: Se questo è un uomo di Primo Levi e Sette memorie di donne ebree deportate costituiscono un esempio significativo della volontà di scrivere per dare chiarezza ai fatti e trovarvi conforto.

Tuttavia, il doloroso ricordo del ritorno, collegato all’insensato e crudele percorso verso Oriente per arrivare in Occidente a cui – come racconta Primo Levi ne La tregua – furono sottoposti i sopravvissuti, con la tragica graduatoria che favoriva i cosiddetti “politici” rispetto ai “razziali” per penalizzare gli ebrei, contribuirono, insieme agli echi del processo Eichmann, a leggere il passato in modo diverso: «la Shoah, cioè, andava concepita come un evento distinto dal resto della guerra».

Nel ’61, iniziò l’era del testimone attraverso la quale si consegnava, in una sorta di staffetta, la tragedia ebraica alle giovani generazioni.

Questo modo di fare memoria, che ha attraversato tutti gli anni ’70, raggiungendo il suo culmine negli anni ’80 e ’90, si concentrò esclusivamente sulle vittime. A questo periodo risale, attraverso il titolo del film di C. Lanzmann Shoah, la scelta di un nome più dirompente rispetto ai termini “sterminio” e “olocausto” – utilizzati fino ad allora in Europa – in quanto identificava un oggetto di studio e isolava l’aggressione agli ebrei da parte di Hitler dal resto della guerra.

Questa nuova definizione, insieme al dibattito che si tenne a New York nel ’67 sulla rivista Judaism, in cui si confrontarono intellettuali, storici e filosofi sul valore da attribuire alla Shoah, portò alla definizione di due posizioni contrapposte: per Steiner e Popkin essa aveva valore universale e di monito; per Weisel e Fackenheim, invece, si trattava di un’esperienza riguardante i soli ebrei, «cosa che segnò uno spartiacque nel modo di considerare la storia ebraica».

Da allora, infatti, si fece strada l’idea di un “antisemitismo eterno” collegato all’ebraismo tout court, che portò a considerare la Shoah in termini di “unicità”, perché nulla di simile era accaduto prima e nulla dopo. E non per la modalità dello sterminio – o per gli ebrei come nemici da eliminare – ma per qualcosa di “impercettibile”, di “non concreto” riguardante il mondo ebraico; cosa che ha fatto sì che, come in passato, i nemici si scatenassero per distruggerla.

Quello della persecuzione – per molti autori ebrei – è il filo che tiene insieme la storia ebraica: rifiutarlo significa banalizzarne il valore, negare un’identità, costruita proprio sulla distinzione fra l’eccezionalità del genocidio degli ebrei rispetto a tutti gli altri.

Per superare, allora, questa interpretazione “mitica” che – a fini identitari – “si appiattisce sulle date”, perdendo di vista la dimensione storica, si rende necessaria una storia comparata, che affronti illuministicamente l’evento.

Negli ultimi vent’anni, questa narrazione ha distinto l’antisemitismo – che esiste da sempre – dal razzismo, in quanto non confrontabile con gli altri genocidi. Di qui l’idea di una “supremazia ebraica”, nel senso che le vittime ebree sono superiori a tutte le altre, concezione che, dal 2018, è drammaticamente dominante in Israele.

Per ciò, anche in Italia, a livello legislativo, la lotta all’antisemitismo, in base alle proposte di “legge Delrio” e della Lega, viene separata oggi da quella contro gli altri razzismi.

Ma come pensare oggi l’antisemitismo in termini di unicità, a fronte delle manifestazioni dei giovani scesi in piazza in difesa dei palestinesi di Gaza e contro il loro massacro da parte degli israeliani?

La risposta sta forse nel primo numero della Difesa della razza e nelle leggi razziali del ’38, ove, secondo una graduatoria di merito, sono collocati nel posto più infimo i neri, poi gli ebrei e, infine, gli ariani; graduatoria che, al tempo, non destò alcuna reazione nell’opinione pubblica, a parte quelle di Benedetto Croce e di Cesare Battisti.

A distanza di 50 anni – dopo essere state, queste leggi, offuscate a lungo nella storia e nella percezione comune per giustificare il fascismo del primo ventennio – la storiografia, che per decenni si è concentrata sui campi, è tornata ad occuparsene, riscattando dall’oblio quelle disposizioni che – vietando l’accesso alle scuole, alle attività e alle cariche pubbliche – erano ancora ben impresse nella memoria degli ebrei.

Tanti sono, quindi, i vuoti nel percorso della memoria: per cui è necessario oggi ritornare al diritto internazionale, ossia al concetto di crimine contro l’umanità, affinché la Shoah sia monito e non solo ricordo, ricucendo il rapporto con il razzismo.

Questa separazione, risalente al 1850 e nata dall’idea che il razzismo non si confacesse agli ebrei – come emerge nel libro Razzismo in Europa di George Mosse –, è gravida di conseguenze, perché ricordare la Shoah – conclude Anna Foa – significa poterla confrontare con altri genocidi, come quello armeno, ad esempio.

Solo così la memoria può diventare monito e non “cassaforte” in cui rinchiudere l’identità ebraica contro ogni minaccia.

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Celebrare oggi la Giornata della Memoria pone problemi seri – esordisce David Bidussa.[2] Indipendentemente da Gaza, è difficile comprenderne il senso, perché, a partire dal’8 ottobre 2023, si impone una memoria “lunga” più di due anni. Il 27 gennaio è una data che genera inquietudine.

Istituita in Italia con una legge del 2000, anticipando di cinque anni la legge europea, essa è collegata ad alcune immagini presenti nella memoria collettiva alla fine degli anni ’90: il cancello del campo di Auschwitz, la fotografia di guerra di Robert Capa, il crollo del muro di Berlino, il ragazzo cinese immobile davanti al carrarmato in piazza Tienanmen il 3 giugno del 1989. Quattro immagini che segnano un “pezzo” di ciò che rimane della fine del 900, un condensato dei valori di quel secolo, di cui prendersi cura perché “si portano dentro”.

Ma sono gli stessi di oggi? Valgono per le generazioni nate dopo il 2000?

Ne Il mito del bravo italiano del 1993, sullo sfondo di Tangentopoli, ci si interrogava sulla “verginità” dell’italiano rispetto agli atti della politica: il cittadino è stato estraneo alla corruzione oppure ha dato il suo consenso? Il racconto sulla sua mancanza di responsabilità è “mito” che, in realtà, cela “sudditanza e rapporto clientelare” con essa.

Un gruppo di studenti, nati fra il ’68 e il ’71, desiderosi di sapere come fosse possibile ripercorrere in maniera documentaria la storia di un’Italia razzista, nel 1994 allestì una mostra dal titolo La menzogna della razza, una sorta di “anti-manuale” dei manuali della storia del ’900. Dalle immagini e dai temi, su cui i giovani ebbero a lavorare, emergeva che è una menzogna credere che gli italiani si siano scoperti razzisti nel 1930: già alla fine del’800, esisteva un vocabolario razzista e una vignettistica che plaudeva al colonialismo italiano di fine ’800 e di inizi ’900, preludio della legislazione antisemita del ’38.

Confrontarsi con tali documenti, ha permesso loro di ragionare su come funziona la memoria e su come essa fa compiere percorsi di storia. Per questo è importante fornire non il “prodotto finito”, ma gli strumenti per un’attività laboratoriale, che consenta il processo di costruzione dei fatti perché essi si trasformino in storia.

Allo stesso modo, il lavoro dello storico lo si comprende non attraverso la sua ricostruzione degli eventi, ma “entrando nella mentalità”, cogliendo quali immagini egli abbia in testa e con quali problemi ci si confronti.

Nell’era del cosiddetto “odio virtuoso”, nella quale ci troviamo a vivere, saranno, allora, funzionali quelle immagini che permettono di attribuire all’odio dei “valori”; e per fare questo – come ben ha messo in evidenza Michel Foucault nel suo libro Archeologia del sapere – si riesumano dagli archivi “pezzi” di storia, organizzati secondo le logiche del loro tempo, e li si monta secondo quelle attualiNon si tratta di un meccanismo di verità, ma di una modalità attraverso la quale «poter arrivare a dire che la violenza oggi è necessaria perché isola il male».

Perciò, parlare di unicità della Shoah è problematico: bisognerebbe, piuttosto, chiedersi che cosa di essa sia rimasto nella testa delle persone e nei modelli comportamentali.

Zygmunt Bauman in Modernità e olocausto (1988) afferma che lo sterminio ebraico non è stato un incidente di percorso, «una deviazione sulla via della civilizzazione», perché, come dimostra anche un esperimento attuato negli Stati Uniti nel 1959 dallo psicologo Milgram,[3] se, in nome di un’autorità, si ha il potere di vita e di morte su qualcuno che non si conosce, per una sorta di onnipotenza, l’atto viene compiuto.

È quanto accadde l’11 settembre: l’attentatore ha agito, condividendone il valore, meccanismo che si ripete ogni volta che, nella violenza, si vedono realizzate rivendicazioni personali e si ha la possibilità di riscattarsi e di fare ciò che è sempre stato negato.

Se, fino al ’39, l’atto violento era tenuto a freno dalla morale, dopo il ’45 le modificazioni culturali e di mentalità hanno indotto, in maniera irreversibile, ad attribuirgli valore, e a tale scopo si costruiscono immagini che lo giustificano. Basti pensare a come, per mantenere vivo il ricordo della strage alla stazione di Bologna, si decise di fermare le lancette dell’orologio – che aveva funzionato fino al 1996 – sull’ora esatta dell’attentato. Si fissò un “segno” che, vero o no, permettesse di «fare un ragionamento sull’evento e di comunicarlo».

Per tornare, dunque, alla Giornata della Memoria: che significato può avere oggi, all’interno del calendario scolastico, per i giovani nati dopo il 2000? Per un giovane di oggi tale data, più che alla Shoah, è connessa a Gaza. E se, come fa la politica, si continuerà a celebrarla in senso “riparativo” – per chiudere cioè una situazione – essa risulterà incomprensibile.

Solo in senso “ricostruttivo”, riconoscendo, cioè, dei diritti – non solo ai palestinesi sterminati a Gaza – ma a tutti coloro a cui sono stati negati oggi e ieri, come i migranti in attesa di rimpatrio in Albania o i diversamente abili, o gli omosessuali e i sinti, tutte vittime dello sterminio nazista, il 27 gennaio avrà valore. Questo è il lessico da usare, in maniera che possa diventare un «pezzo di lessico collettivo», da far agire oggi.


[1] Anna Foa (Università di Roma La Sapienza) è una storica italiana, autrice di numerosi studi di storia culturale della prima età moderna e di opere sulla storia degli ebrei in Italia e in Europa. Da sempre impegnata sul fronte della memoria, della didattica della storia e della sensibilizzazione delle giovani generazioni alla conoscenza storica dei fatti riguardanti la Shoah e la deportazione nei campi di concentramento e di sterminio. Fra le sue pubblicazioni: Ebrei in Europa. Dalla peste nera all’emancipazione; Diaspora. Storia degli Ebrei nel Novecento; Donne e Shoah; Il suicidio di Israele.

[2] David Bidussa (Fondazione Feltrinelli), storico sociale delle idee, si occupa di storia contemporanea, storia sociale, semiotica, teoria della letteratura, storia delle dottrine politiche, dei partiti e movimenti politici. Tra le sue pubblicazioni: Il mito del bravo italiano; La mentalità totalitaria, Storia e antropologia; Siamo stati fascisti. Il laboratorio dell’antidemocrazia. Italia 1900–1922, in collaborazione con Giulia Albanese; Pensare stanca. Passato, presente e futuro degli intellettuali.

[3] L’esperimento nasceva dall’esigenza di comprendere le ragioni addotte da Eichmann in giustificazione dei suoi atti violenti, al processo che si celebrava a Gerusalemme contro di lui.