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L’Europa vada in soccorso dell’Iran (nel segno di Kant)

di Tommaso Greco – Avvenire
Il nostro compito è sostenere la popolazione oppressa senza cedere alla logica della forza, ma rilanciando diplomazia, sanzioni, valori democratici coerenti
L'Europa vada in soccorso dell'Iran (nel segno di Kant)
Non sappiamo se abbia ragione il professor Pejman Abdolmohammadi, docente dell’Università di Trento e studioso di origine iraniana molto ascoltato dai nostri organi di informazione, quando afferma che il 90% della popolazione iraniana è schierata contro il regime sanguinario degli ayatollah. Sarebbe davvero una magnifica notizia. Certamente non sono condivisibili, le parole del professore iraniano, quando dice che l’Unione Europea ha la grave responsabilità di non aver appoggiato la guerra statunitense e israeliana contro l’Iran, essendosi limitata a richiamare (“ipocritamente”, dice lo studioso) il rispetto del diritto internazionale. Ora, è verissimo che il richiamo del diritto internazionale da parte dell’Unione Europea è stato ultimamente piuttosto miope, o strabico, certamente parziale, dal momento che è stato del tutto assente, ad esempio, nei confronti del più clamoroso, violento, inaccettabile uso della forza in spregio al diritto che si sta compiendo in Medio Oriente da parte di una nazione come quella israeliana. Ma questo non può essere un argomento per mettere del tutto da parte il diritto internazionale, che invece deve ritornare ad avere la centralità che gli spetta, in un contesto, come quello attuale in cui, secondo le parole pronunciate dal cardinale Pietro Parolin in una recente intervista, «la soluzione bellica viene presentata come risolutiva, quasi inevitabile, piegando il diritto internazionale a proprio piacimento».
Proprio quando alcuni vogliono imporre il diritto della forza occorre fare di tutto per ristabilire la forza del diritto. Ha fatto quindi benissimo l’Unione Europea ad appigliarsi a esso (non senza qualche titubanza, peraltro) nel caso dell’Iran. Piuttosto, bisogna essere consapevoli del fatto che rimane principalmente a noi europei il compito di prendere sul serio i bisogni, il dolore, il pianto del popolo iraniano, stretto tra la violenza interna del regime che lo opprime e la violenza esterna di chi, non solo non ha alcuna vera intenzione di liberarlo, ma pretende di agire impunemente causando ulteriori sofferenze e rinnovati dolori. Nel cercare (e si spera, trovare) i modi e le vie affinché il popolo iraniano non si senta abbandonato ancora una volta, l’Europa può mettere alla prova il suo attaccamento ai valori sui quali dice di fondarsi e che proclama costantemente di voler difendere (ad esempio attraverso il riarmo, e talora persino attraverso la guerra). A chi ispirarsi, in questa opera di pace, se non ad un autore come Immanuel Kant, che appartiene all’anima profonda dell’Europa federale, come ripeteva il recentemente scomparso Jürgen Habermas?
Nell’intervista poc’anzi richiamata, il cardinale Parolin ricordava le parole con cui Kant, nella Pace perpetua, affermava che «la violazione del diritto avvenuta in un punto della terra è avvertita in tutti i punti». Nello stesso scritto del 1795 — opera spesso tacciata di utopismo, mentre è invece fin troppo ricca di indicazioni pratiche immediate —, il grande filosofo scriveva anche che il primo modo per preservare la pace consiste nel far sì che le costituzioni interne degli stati siano «repubblicane» (oggi noi diremmo «democratiche e costituzionali»). La ratio di questo argomento è presto detta: se è il popolo a decidere sulla guerra, possiamo sperare che esso «ci pensi a lungo, prima di iniziare un così cattivo gioco», dal momento che è esso stesso a pagare tutte le conseguenze della guerra (uno spunto ripreso anche da papa Leone nell’Angelus del 26 dicembre scorso).
Richiamare questo argomento nel contesto attuale rischia di farlo apparire del tutto inconsistente, dal momento che sono proprio due democrazie — quelle che si considerano e vengono considerate la “più grande democrazia del mondo” e l’“unica democrazia del Medio Oriente” — a essere le principali protagoniste, insieme ad alcune autocrazie come la Russia, della furia bellicista di questi ultimi tempi. Ma l’argomento kantiano è invece imprescindibile e va urgentemente ritrovato e valorizzato. Sia sul piano interno, perché ci invita a “curare” la democrazia, come via privilegiata per custodire la pace (e noi abbiamo un baluardo di questo progetto democratico e pacifista nell’art. 11 della nostra Costituzione); e le vicende di Usa e Israele dimostrano che quando si sceglie la guerra la democrazia arretra ineluttabilmente. Sia sul piano esterno, perché ci spinge a lavorare per fa sì che la democrazia avanzi là dove invece non si è ancora affermata. Lavorare democraticamente per la democrazia, va da sé, e quindi non mediante le bombe.

Oggi lo sciopero dei giornalisti

Giornalisti di tutta Italia in sciopero per la terza volta a causa del mancato rinnovo del contratto

Sciopero dei giornalisti: i diritti non sono privilegi

Le giornaliste e i giornalisti italiani scioperano, oggi, per la terza volta. Non lo facciamo a cuor leggero, ma riteniamo che sia necessario informare i lettori, la società e la politica di ciò che sta accadendo nel nostro settore, tanto fondamentale per la democrazia quanto fragile. Il contratto stipulato con gli editori della Fieg per regolare il lavoro dei giornalisti dipendenti è scaduto da 10 anni, anni in cui gli editori hanno goduto di aiuti pubblici, mentre i nostri stipendi sono stati erosi dall’inflazione. Non esiste alcuna regola per l’uso dell’intelligenza artificiale e per il giusto riconoscimento economico agli autori dei contenuti ceduti agli Over the top. E va anche peggio alle migliaia di colleghe e colleghi collaboratori e a partita Iva che da anni attendono la determinazione dell’equo compenso e che per questo motivo hanno redditi che sono sotto la soglia di povertà. Gli editori si sono garantiti tagli del costo del lavoro ricorrendo a pratiche di dumping contrattuale attraverso l’uso smodato del lavoro precario. Con il nostro lavoro e i nostri sacrifici quotidiani, siamo gli azionisti di maggioranza di molte aziende editoriali. Per la Federazione nazionale della Stampa italiana dignità e futuro dell’informazione passano attraverso il rinnovo contrattuale, il recupero salariale e la difesa dei diritti che non sono privilegi, ma il modo con cui possiamo resistere alle minacce, dentro e fuori dalle redazioni. La dignità del nostro lavoro incide pesantemente sulla qualità dell’informazione che arriva a voi cittadini. Per questo riteniamo anche che il settore debba essere finanziato di più e meglio, che i finanziamenti non possano produrre la distruzione e l’appiattimento dell’informazione, ma riportare ricavi alle testate. Noi giornalisti siamo pronti a parlarne e a confrontarci. Ma gli editori?

La replica della Fieg. Gli editori: un contratto sostenibile per le aziende

Gli editori della Fieg, fin dall’inizio dell’avvio del confronto per il rinnovo contrattuale, hanno rappresentato la necessità di un cambiamento sostanziale delle regole contrattuali per recuperare efficienza e produttività e consentire di affrontare adeguatamente le nuove sfide del mercato, attraversato da un’innovazione tecnologica epocale. Ci si trova infatti a dover applicare un contratto nazionale di lavoro pieno di rigidità, vincoli ed istituti ormai insostenibili che ostacolano la competitività ed aggravano la situazione economica delle aziende, rappresentando peraltro una barriera all’ingresso delle nuove professionalità. Non può certamente essere considerato un fattore di sviluppo un contratto che prevede, a titolo di esempio, 40 giorni all’anno tra ferie e permessi, il pagamento di un’indennità per ex festività soppresse 50 anni fa, maggiorazioni per il lavoro domenicale e festivo ben al disopra della media degli altri contratti nazionali nonché il riconoscimento di scatti di anzianità in percentuale sulla retribuzione che garantiscono ampiamente il recupero dell’inflazione. Gli editori vogliono ritrovare condizioni di sostenibilità economica per non danneggiare ulteriormente tanto le aziende quanto le professionalità. A tal fine si è proposto al sindacato di affrontare la sfida della completa modernizzazione del contratto e dell’introduzione di regole specifiche per favorire l’inserimento di giovani professionisti, come già sperimentato con successo nell’ultimo rinnovo contrattuale firmato con lo stesso sindacato. Gli editori non si sono mai sottratti al confronto né hanno mai abbandonato il tavolo negoziale e ribadiscono la propria disponibilità a proseguire nelle trattative per il rinnovo del contratto.

Lettera dei religiosi cristiani, ebraici e islamici per la Pace

Lettera dei religiosi cristiani, ebraici e islamici per la Pace

Adista

La COREIS-Comunità Reliiosa Islamica Italiana, con il suo Consiglio delle Guide Religiose, condivide e traduce questo appello diffuso da EULEMA (Consiglio dei Saggi musulmani Europei) e Religion for Peace, firmato da oltre 20 rappresentanti da tutto il mondo di Ebraismo, Cristianesimo e Islam i quali, oltre alla richiesta di un cessate il fuoco, chiedono anche il rispetto della “libertà di religione, compresa la celebrazione delle funzioni religiose in Terra Santa e in tutta la regione”.

Noi, leader religiosi e rappresentanti delle tradizioni di fede del mondo, ci esprimiamo qui con un solo cuore. Mentre la famiglia umana si trova sull’orlo di un pericoloso precipizio, le nostre religioni ci chiamano a trovare il coraggio di essere costruttori di pace e noi accogliamo questa chiamata, pur rifiutando i modi in cui alcuni all’interno delle nostre comunità religiose hanno abusato e continuano ad abusare dei propri insegnamenti religiosi per fomentare la violenza.

Il conflitto scoppiato il 28 febbraio 2026 tra Israele, con gli Stati Uniti, e l’Iran – giunto ormai al suo quarantaduesimo giorno – ha già causato migliaia di morti, molti feriti e milioni di sfollati. Cittadini iraniani, israeliani, libanesi e comunità di tutti gli Stati del Golfo hanno subito bombardamenti missilistici, attacchi aerei e operazioni di terra. Gli scontri indiretti in Libano e Yemen si sono riaccesi con rinnovata intensità, mentre gli attacchi hanno preso di mira infrastrutture militari, energetiche, civili e nucleari. Sangue innocente ha macchiato la Terra Santa e l’intera regione. Questa è una profanazione della scintilla sacra che risiede in ogni persona.

Pericoli estremi permangono, sia nell’immediato che a lungo termine. Case, scuole, ospedali, fabbriche, patrimonio culturale e luoghi sacri venerati da miliardi di persone sono stati distrutti o danneggiati. Famiglie in Iran, Israele, Palestina, Libano, Stati del Golfo e altrove seppelliscono i propri cari, mentre i cittadini comuni cercano rifugio nei centri di accoglienza o fuggono come profughi. Si sta consumando una catastrofe umanitaria che rischia di provocare il collasso di servizi essenziali, minacciando milioni di persone.

L’escalation rischia di coinvolgere un numero maggiore di nazioni e di frantumare i fragili legami dell’ordine internazionale. L’interruzione del passaggio per lo Stretto di Hormuz ha sconvolto i mercati petroliferi e le catene di approvvigionamento, minacciando la rovina economica per le popolazioni vulnerabili di tutto il mondo. Gli attacchi in prossimità di impianti nucleari hanno fatto emergere lo spettro di un disastro radiologico e i danni ecologici sono in aumento. Il calo del rispetto per il diritto internazionale ha seriamente compromesso la capacità delle parti di trovare soluzioni.

In questo tragico contesto, accogliamo con favore l’annuncio, avvenuto il 7-8 aprile 2026, di un cessate il fuoco condizionato di due settimane tra Iran, Stati Uniti e Israele, mediato con l’assistenza del Pakistan.

Questa pausa offre una finestra di opportunità cruciale per la de-escalation e il dialogo. Tuttavia, siamo profondamente preoccupati che il cessate il fuoco non sia unanimemente inteso come valido per tutte le parti in conflitto e che ostilità siano attive e persistano su molti fronti.

Insieme, esortiamo al seguente percorso verso una pace giusta e duratura:

Cessate il fuoco immediato e duraturo. Tutte le parti – Israele, Stati Uniti, Iran e i rispettivi alleati e fronti di scontro per procura – devono cessare immediatamente e completamente le operazioni belliche in ogni teatro operativo, compreso il Libano e gli altri scontri indiretti.

L’attuale pausa di due settimane deve essere pienamente rispettata e trasformata in un cessate il fuoco permanente.

Questo deve includere la fine di tutti gli attacchi contro i civili, compresi gli sfollati, le donne, le ragazze e tutti i bambini. Deve inoltre garantire la libertà di religione, compresa la celebrazione delle funzioni religiose in Terra Santa e in tutta la regione, nonché l’apertura di corridoi umanitari per cibo, assistenza medica e carburante.

Negoziati diplomatici inclusivi. I colloqui diretti devono affrontare con urgenza le questioni fondamentali: una regione e un mondo liberi da armi nucleari, garanzie di sicurezza reciproca, la fine delle guerre per procura, la responsabilità per i danni arrecati e le legittime aspirazioni di tutti i popoli alla sicurezza, alla dignità e all’autodeterminazione. I colloqui che si terranno da oggi, 10 aprile, a Islamabad, dovrebbero basarsi sull’attuale cessate il fuoco e promuovere accordi concreti, conformi al diritto internazionale e guidati da esso.

Accelerare gli sforzi umanitari. Una coalizione globale, che collabori con la Croce Rossa, la Mezzaluna Rossa, le agenzie delle Nazioni Unite, le ONG e le organizzazioni religiose di ogni tradizione, deve poter liberamente fornire gli aiuti necessari a far fronte all’emergenza.

Costruire la fiducia e promuovere l’integrazione economica. Prepararsi a promuovere scambi tra le persone che favoriscano la comprensione reciproca, riconoscano il dolore e la paura dell’altro e promuovano la solidarietà tra religioni, stati e culture. La società civile, in particolare i giovani, le donne e gli anziani di tutte le fedi, deve svolgere un ruolo centrale.

Responsabilità morale e giuridica a lungo termine. Istituire tempestivamente un processo di verità, giustizia riparativa, guarigione e riconciliazione, attingendo alla saggezza morale di diverse tradizioni e modelli globali.

Noi, in quanto rappresentanti delle comunità religiose del mondo, ci impegniamo a servire come operatori di pace. Accompagneremo ogni passo con la preghiera, la solidarietà interreligiosa, la testimonianza morale e il servizio concreto. Ci impegniamo a mobilitare le nostre comunità religiose affinché agiscano come costruttori di pace, anche al di là delle linee di conflitto, collaborando con i leader religiosi. Saremo al fianco di tutti coloro che soffrono – palestinesi, iraniani, libanesi, israeliani, popoli degli Stati del Golfo e altri – fino alla fine della violenza e al raggiungimento di una pace giusta.

I nostri giovani non meritano di ereditare un mondo frammentato, lacerato dalla violenza e dalla paura. Cerchiamo invece di tramandare un mondo di pace in cui la dignità umana in ogni relazione sia prioritaria.

La pace è più della semplice assenza di guerra; è prosperità condivisa. Ci dedichiamo a una prosperità condivisa fondata sul sacro, che onori le nostre differenze religiose, riconoscendo al contempo che la vera prosperità ha radice nel sacro ed è intrinsecamente relazionale. Questo è il vero destino della nostra famiglia umana.

Possano i figli della Terra – di ogni fede e cultura – vivere insieme nella giustizia, nella misericordia, nella compassione e in questa pace fondata sul sacro. Possa Colui che è Compassionevole, Giusto e Amorevole, la Realtà Suprema, concederci la saggezza, il coraggio e l’umiltà per volgersi dalla morte alla vita, dall’inimicizia alla solidarietà e dalla rovina al rinnovamento.

Cominciamo subito, ora!

Religions for Peace International Executive Committee Members:

H.E. Shaykh Dr. Abdallah Bin Bayyah, President, Abu Dhabi Forum for Peace; Co-Moderator, Religions for Peace

Rev. Kosho Niwano, President-Designate, Rissho Kosei-Kai; Co-Moderator, Religions for Peace

H.E. Metropolitan Emmanuel, Elder Metropolitan of Chalcedon; Co-Moderator, Religions for Peace

Dr. Kezevino Aram, President, Shanti Ashram; Co-Moderator, Religions for Peace

Hon. Dr. Layla Al-Khafaji, Elected Member of Political Bureau-Alhikmah Movement; Former Member of Iraqi Council of Representatives – Parliament; Former International Relations Director – Al Hakim Foundation; Co-President, Religions for Peace

Dr. Renz C. Argao, President & CEO, Argao Health Inc.; Chief Psychologist, Argao Psych; Coordinator, International Youth Committee, Religions for Peace; Moderator, Asia & the Pacific Interfaith Youth Network

H.E. Cardinal Charles Bo, Archbishop of Yangon, Myanmar; President, Catholic Bishops Conference of Myanmar; Co-President, Religions for Peace

Rev. Sr. Agatha Ogochukwu Chikelue, Co-Chair, Nigerian & African Women of Faith Network; Executive Director, Cardinal Onaiyekan Foundation for Peace (COFP); Co-President, Religions for Peace

Mufti Dr. Nedzad Grabus, Grand Mufti of Sarajevo, Islamic Community in Bosnia and Herzegovina; Co-President, Religions for Peace

H.E. Cardinal Dieudonné Nzapalainga, Archbishop of Bangui, Central African Republic; Co-President, Religions for Peace

Chief Rabbi David Rosen, Special Advisor to the Abrahamic Family House in Abu Dhabi; Co-President, Religions for Peace

Prof. Dr. Nayla Tabbara, Co-Founder, Adyan Foundation; Co-President, Religions for Peace

Dr. Francis Kuria, Secretary General, Religions for Peace

Con:

H.E. Sheikh Al-Mafoudh bin Bayyah, Secretary General, Abu Dhabi Forum for Peace

Ms. Debra Boudreaux, Chief International Affairs Officer, Buddhist Tzu Chi Foundation

Ms. Marianne Ejdersten, Communications Director, World Council of Churches

Dr. Mohamed Elsanousi, Executive Director, Network of Religious and Traditional Peacemakers

Rudelmar Bueno de Faria, General Secretary, ACT Alliance

Pastor Bob Roberts, Jr., Founder, GlocalNet; Co-founder, Multi-Faith Neighbors Network

Rabbi David Saperstein, Director Emeritus, Religious Action Center of Reform Judaism; Former U.S. Ambassador-at-Large for International Religious Freedom

Professor Jim Wallis, Chair and Director of The Center on Faith and Justice, Georgetown University

Dr. William Vendley, President, New Alliance of Virtue

*Immgine generata con IA

Minori e social: le soluzioni oltre i divieti. «Alleanza tra famiglie, scuola e medici»

Minori e social: le soluzioni oltre i divieti. «Alleanza tra famiglie, scuola e medici»

Come si può lavorare, in modo integrato e comunitario, per promuovere l’educazione digitale degli adolescenti, ma anche degli adulti che sono i loro punti di riferimento? Una delle risposte possibili – emersa alla Camera dei deputati da un incontro con una serie di specialisti promosso dalla Fondazione Patti digitali – riguarda la costruzione di un’alleanza dal basso e graduale che coinvolga famiglie, scuole e medici e se possibile che trovi anche nel nostro Paese un sostegno a livello normativo.
Nel resto del mondo il modello australiano che vieta l’accesso alle piattaforme social per i minori di 16 anni è ancora sotto osservazione e sulla verifica dell’età degli utenti anche la Commissione europea sta lavorando da mesi per raggiungere una soluzione armonizzata. Al tempo stesso, dagli Stati Uniti, nelle ultime settimane, sono arrivate due sentenze storiche che hanno riconosciuto le responsabilità di Meta Platforms e Google nell’aver creato consapevolmente delle piattaforme dall’addictive design, che hanno contribuito ad arrecare danni alla salute psicofisica degli adolescenti.
A Roma è intervenuta anche la ministra per la famiglia Eugenia Roccella, sottolineando la necessità di una riflessione condivisa, che non sia a partire dagli schieramenti, e che guardi all’obiettivo comune della protezione digitale dei minori. Secondo Roccella, per costruire un ecosistema digitale sicuro e accogliente un divieto di accesso ai social media non è sufficiente: «I pericoli vengono dal dark web, da quei social come telegram resistenti a ogni forma di divieto, ma anche dalle piattaforme di messaggistica, dunque, il divieto dei social è solo parziale, non copre i rischi peggiori, e non può essere considerato come l’unica soluzione».
A poco più di tre mesi dalla sua nascita, la Fondazione Patti digitali, che lavora a stretto contatto con medici specialisti, insegnanti e ha coinvolto oltre 20mila famiglie, ha presentato una recente un’indagine, di cui ha discusso anche alla Camera anche il sociologo e presidente della Fondazione Patti Digitali, Marco Gui. Al centro l’accesso precoce ai social media e la presenza dello smartphone sono tra  «le pratiche più negativamente correlate alle performance scolastiche alle scuole superiori, anche per quanto riguarda la competenza digitale».
Al contrario l’utilizzo del computer personale mostra una correlazione positiva sulle competenze digitali comprovate anche dalle prove Invalsi: «Dunque, non è il digitale il problemaDobbiamo selezionare che cosa c’è di problematico nel contesto che stiamo offrendo ai nostri figli, la sovrastimolazione, il confronto con gli altri, alcune caratteristiche dei social media sono oggi particolarmente problematiche».
Tra i più preoccupati dai rischi digitali ci sono medici e insegnanti che tutti i giorni sono a contatto con gli adolescenti. La pediatra Elena Bozzola, coordinatrice della Commissione Dipendenze digitali della Società Italiana di Pediatria (Sip) consiglia di dare un tablet o uno smartphone in mano ai bambini il più tardi possibile e, soprattutto, di non farlo senza accompagnarli in questo processo, senza offrire loro una specifica un’educazione. «Ogni anno senza un device, è un anno guadagnato in salute per i nostri figli».
Il manifesto di educazione al digitale della Società pediatrica italiana
Il manifesto di educazione al digitale della Società pediatrica italiana
Secondo il professor Gui, i genitori consegnano uno smartphone ai figli tra la quarta primaria e la prima media: se però si chiede ai genitori quale sia l’età opportuna che loro scriverebbero in un documento di linee guida per la comunità l’età sale almeno di 3 anni in media. «Esiste, dunque, un gap tra quello che i genitori che vorrebbero fare e quello che riescono a fare in questo contesto caratterizzato da pressioni commerciali, da pressioni di imitazioni tra pari», viene da chiedersi se una normativa possa in qualche modo sostenere le famiglie? Secondo il presidente del Forum delle Associazioni Familiari, Adriano Bordignon, l’educazione digitale è un’emergenza quotidiana che riguarda tutte le famiglie «Non lasciamole sole».
L’unico interesse delle piattaforme è quello di «estrarre la materia prima dell’umano che è l’attenzione: l’attenzione viene estratta dalle trivelle dei social proprio come si fa con il petrolio – ha aggiunto il professore e scrittore Alessandro D’Avenia -. E questo porta all’esaurimento della vita interiore dei ragazzi, da cui dipende la loro capacità di felicità. Se non sono capace di tenere l’attenzione su qualcosa o qualcuno, non sono capace né di ragionare sulle cose, né di amare le cose. Sono veramente preoccupato che destiniamo i nostri ragazzi all’infelicità». Il punto non è vietare o non vietare l’accesso ai social, ma «restituire la materia prima dello stare al mondo in maniera felice a questi ragazzi» ha concluso lo scrittore.
Avvenire

Ora che si è capito il problema degli smartphone, ripartiamo dai genitori

Ora che si è capito il problema degli smartphone, ripartiamo dai genitori

Avvenire

Il primo vero smartphone, l’iPhone della Apple, ha fatto la sua apparizione nel 2007. Facebook, il capostipite dei social network, era nato tre anni prima, e in Italia arriverà nel 2008. In quel periodo, con l’avvio della Grande Recessione, il mondo entrava ufficialmente nell’era dell’insicurezza globale: dopo l’attacco alle Torri gemelle del 2001 e la crisi dei mutui del 2007, sarebbero arrivati la consapevolezza della crisi climatica, la pandemia di Covid, le guerre. Una stagione per la quale è stato coniato il termine “permacrisi”, crisi permanente, e che ha segnato aspettative e percorsi di vita delle generazioni nate nel Terzo millennio, come ha messo bene in evidenza il demografo Alessandro Rosina nell’ultimo Rapporto Giovani dell’Istituto Toniolo. Il legame tra la fine di un’epoca di solide certezze e l’affermazione di smartphone e social è soltanto una coincidenza temporale, ma diventa più di una suggestione se si tratta di riflettere sul ruolo giocato dalla tecnologia nel determinare il benessere di ragazze e ragazzi.

Un esperimento sociale

Che i telefonini sempre connessi alla rete fossero qualcosa da maneggiare con cautela lo si poteva intuire sin dall’inizio, ma ci sono voluti quasi vent’anni per raggiungere una consapevolezza condivisa. Ad esempio, attorno al fatto che regalarli a bambini e preadolescenti è stato un grande esperimento sociale e neurobiologico di fatto utilizzando giovani cavie umane. Ora tanti sono convinti che qualche forma di divieto sia necessaria. Alcuni governi hanno introdotto limiti di età per l’uso dei social e anche l’Italia, dopo aver proibito l’uso degli smartphone nelle scuole, sta elaborando un piano di divieti. Eppure non è stato facile superare dubbi e resistenze di chi per anni ha difeso la tecnologia da ogni limitazione possibile, persuaso che non sono mai gli strumenti a dover essere temuti, ma l’uso che se ne fa. Argomento ineccepibile, se non fosse che il capitale sociale ed educativo non è sempre equamente distribuito, e che comunque c’è un’età per tutto, perché tra avere 8 anni oppure 14, o 16, la differenza è enorme. E poi, educare non è forse anche porre limiti, argini, saper dire dei “no”?

All’origine dell’ansia

Di certo chi aveva provato ad avvertire del pericolo, oggi si sente meno solo. I guasti correlati alla diffusione degli smartphone sono ormai documentati, tra dipendenza, rischi di isolamento, disturbi dell’attenzione, ansia e depressione, problemi psichici, quello che può generare la visione di porno in tenera età. Di fronte a questa presa di coscienza collettiva, che molto deve alla rivelazione di Jonathan Haidt, il guru della “Generazione ansiosa”, si sta però paventando un nuovo rischio, quello di passare da un eccesso all’altro. Invece è necessario mantenere vivo il dubbio che tanti dei problemi che caratterizzano l’universo giovanile non abbiano negli schermi il loro unico fondamento. Siamo sicuri, cioè, che sia tutta colpa di social e smartphone? Un modo per scalfire qualche certezza c’è. Si tratta di provare a rimanere a letto una mattina appena svegli, scrollare per un paio d’ore video stupidi e divertenti, chattare con i propri contatti, controllare tutte le notifiche social, e poi chiedersi: ma il malessere che si avverte, la sensazione di crepuscolo anticipato, questa forma di ansia da camera oscurata anche se le imposte sono aperte, è un prodotto dell’attività appena svolta, oppure proviene da più lontano, e qui ha trovato una tana confortevole? “Esci da quella stanza”, il titolo dell’ultimo libro dello psicoterapeuta Alberto Pellai, scritto con Barbara Tamborini, è una risposta netta e allo stesso tempo un programma affidato ai genitori. Ci sono relazioni e una prospettiva di speranza da recuperare.

La crisi educativa prima degli schermi

Il sospetto è che oltre allo smartphone vi sia di più. Già dieci, venti anni fa, pedagogisti e psicologi parlavano con preoccupazione di bambini adultizzati, di “piccoli tiranni”, di aumento dei problemi di aggressività e ansia, di disturbi del sonno e della concentrazione. A essere chiamata in causa era anche l’educazione, amorevole ma permissiva, letta come un’abdicazione dal ruolo genitoriale, espressione di padri e madri disorientati, convinti della bontà del confronto paritario, ma poi talmente concentrati su sé stessi da cedere all’inversione dei ruoli con i figli. Genitori pure iper-presenti, decisi a investire tutto nella cura e nell’educazione, ma deboli nel tracciare quei confini che oggi sono addirittura i governi a voler segnare. In un’epoca di madri spazzaneve e di “papà peluche”, come li chiama Daniele Novara, ai quali il pedagogista ha dedicato il suo ultimo saggio, forse dovremmo chiederci quale vuoto stiano riempiendo i social e gli smartphone, e quale crisi rischino di amplificare. Perché se gli effetti della “genitorialità intensiva” coincidono con quelli attribuiti alla tecnologia, la riflessione si amplia. E chi lo sa se nel profondere risorse ed energie per plasmare figli perfetti non sia andata smarrita proprio l’abilità di restare semplicemente accanto. Quando abbiamo incominciato a regalare i telefonini ai figli, l’idea era dotarli di uno strumento di controllo, ma anche di contatto, scoperta, socializzazione, autonomia. Col tempo sono arrivate le sale scommesse, i club a luci rosse, gli apparecchi mangiasonno, la caccia coi richiami. Per questo il dono incondizionato di uno smartphone senza limiti, prima di una certa età, può essere considerato la sintesi di una postura genitoriale carica di aspettative, ma fragile nella testimonianza. Un paradosso, se si pensa che la rinuncia a una famiglia con sorelle e fratelli è anche l’esito di una scelta finalizzata a “massimizzare l’investimento” sul figlio. Nella stagione della denatalità, della permacrisi e dell’insicurezza strutturale, domandiamoci allora cosa possa voler dire nascere in una società prestazionale già gravati da un eccesso di aspettative.

Educare e vigilare

Tempo fa abbiamo sbagliato a non vigilare sugli effetti che l’industria dell’attenzione avrebbe avuto sui giovani attraverso schermi e smartphone. Oggi la corsa ai ripari non dovrebbe far dimenticare il valore centrale della relazione educativa e della sua qualità, anche etica. Evitiamo di riproporre posizioni rigide, superficiali, o di comodo, nel momento in cui, alzando barriere a protezione dei giovani, rischiamo di trascurare il ruolo della famiglia. O di non accorgerci che all’orizzonte si presenta già una nuova sfida, quella dell’Intelligenza artificiale. Ai telefonini abbiamo permesso di rubare la noia, il silenzio, l’attesa, ingredienti di base della crescita, oggi l’IA inizia a intaccare l’immaginazione, il giudizio, il pensiero. Questa volta, cerchiamo di non arrivare divisi e in ritardo.