Così l’arte ci aiuta a rigenerarci nella pace

Siamo in un tempo difficile. Non solo e non tanto per le tensioni politiche e sociali che agitano il mondo, per le guerre e i contrasti internazionali che gettano un’ombra di inquietudine sulla vita privata e collettiva, ma perché si ha la diffusa sensazione di una crisi di valori che, almeno sul piano ideale, sembravano acquisiti nella società contemporanea, come il rispetto della persona e il senso di giustizia. Ciò sembra indurre un clima di relativismo che genera confusione politica e sociale. Eppure esistono valori che vanno al di là delle stesse ideologie e delle logiche di mercato e di potere. Valori che sono attesi e desiderati da tutti. E sono i valori di libertà e di bene e di pace per tutta l’umanità. Quale uomo non li desidera, al di là dei contesti e dei significati e dei termini stessi della loro applicazione, sul piano personale e collettivo? Eppure sono in tanti oggi a credere che nel mondo presente stia prendendo il sopravvento la parte peggiore di noi, quella dell’egoismo e del male. È un’opinione che personalmente mi rifiuto di accettare e che tuttavia non mi sento di ignorare. Di fronte ad un tale, possibile evenienza, c’è bisogno di riaffermare, come inalienabili, gli obiettivi di un’armonia sociale, oltre che individuale, di una convivenza pacifica tra i Popoli e le Nazioni.
Da studioso d’arte è agli artisti in particolare che vorrei rivolgermi. Gli artisti, i protagonisti di ogni forma d’arte (operatori delle arti visive, musicisti, poeti, scrittori, attori, ecc.), possono fare molto per la pace, più di quanto essi stessi possano immaginare. È la loro stessa natura che li porta a rifiutare ogni imposizione ideologica, ogni condizionamento espressivo. La loro arte è un dono primario di bellezza, di aspirazione ad un destino di ulteriorità, è lo svelamento di una realtà che non si ferma alle apparenze, ma punta al cuore sensibile della vita e della storia.
Nessuno come l’artista sa leggere la vita in un modo da coinvolgere l’uomo nella sua integrità. Un quadro o un film può convincere e prendere l’anima più di ogni pratica iniziativa. È agli artisti di ogni forma d’arte, di ogni Nazione ed esperienza che vorrei dunque chiedere di prendere consapevolezza del tempo attuale, dei suoi pericoli, dei suoi guasti, e di farne, senza rinunciare alla propria libertà, motivo di approfondimento creativo. Non si tratta di assumere un orientamento o una forma espressiva e limitare o circoscrivere la propria capacità inventiva e la propria sensibilità. Si tratta semplicemente di non essere evasivi rispetto al tempo presente: un tempo cruciale, in cui sembra di assistere ad una caduta della idea stessa di umanità. Proprio in virtù del loro dono, si chiede agli artisti di testimoniare un impegno umano oltre che artistico, di alimentare la propria sensibilità come uomini. Certo, non si può dire ad un artista «fai questo» o «fai quello». Egli deve restare libero. Ed è nella libertà che egli trova il suo estro espressivo, la sua così coinvolgente interpretazione del mondo. Indubbiamente: ciascun artista deve restare nel solco del suo registro ispirativo ed espressivo. Si può però invitarlo a non dimenticare la vita e il suo tempo e sentirsi investito di una responsabilità umana, testimoniandola per quello che autenticamente sente e prova.
Che poi è responsabilità che ogni uomo dovrebbe assumere di fronte alla crisi del nostro tempo. Agli artisti si chiede, di fronte all’efferatezza delle guerre in atto, che annullano ogni senso di dignità umana, di aborrire il male, far rivivere il senso della vita, far risorgere la speranza. Sappiamo quanto siano angoscianti le immagini di guerra: come il volto di terrore dell’uomo in procinto di essere fucilato, nel celebre dipinto di Francisco Goya, La fucilazione del 3 maggio 1808, o Il miliziano caduto, la celebre fotografia di Robert Capa, che riprende un militare colpito a morte durante la Guerra Spagnola. Sono opere d’arte che stravolgono il cuore e l’anima più di mille parole. L’artista ha il miracoloso dono di saper cogliere la vita dall’interno, superando lo spazio e il tempo in un modo che la sua opera sia sempre presente, attuale, rispecchiandosi in colui che vuole accoglierla. Come non sentirsi investiti allora di una tale straordinaria occasione di essere lievito umano e sociale? « La bellezza ci salverà», afferma il principe Myškin nell’Idiota di Fëdor Dostoevskij. Non è uno slogan, è l’intuizione profonda che l’arte possa davvero aiutare l’uomo a rigenerare la propria vita e puntare ad una vera gioia di vivere. Bisogna crederci.
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