L’attualità del primo concilio ecumenico nel documento della Commissione teologica internazionale

Una raffigurazione del Concilio di Nicea

Andrea Tornielli – Vatican News

Tornare a Nicea 1700 anni dopo, durante il Giubileo 2025, significa innanzitutto ritrovarsi da fratelli con tutti i cristiani del mondo: la confessione di fede scaturita dal primo concilio ecumenico è infatti condivisa non soltanto dalle Chiese orientali, dalle Chiese ortodosse e dalla Chiesa cattolica, ma è comune anche alle comunità ecclesiali nate dalla Riforma. Significa ritrovarsi tra fratelli attorno a ciò che è davvero essenziale, perché ciò che ci unisce è più forte di ciò che ci divide: “Tutti insieme, noi crediamo nel Dio trinitario, nel Cristo vero uomo e vero Dio, nella salvezza in Gesù Cristo, secondo le Scritture lette nella Chiesa e sotto la mozione dello Spirito Santo. Insieme, noi crediamo la Chiesa, il battesimo, la risurrezione dei morti e la vita eterna”. È questo un nodo focale del documento “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore” pubblicato dalla Commissione Teologica Internazionale per fare memoria di Nicea.

Il primo concilio ecumenico aveva, tra i suoi obiettivi, quello di determinare una data comune per la celebrazione della Pasqua, questione controversa già nella Chiesa dei primi secoli: alcuni la celebravano in concomitanza con la Pesah ebraica il 14 del mese di nisan, altri la celebravano la domenica successiva alla Pesah ebraica. Nicea fu determinante per la ricerca di una data comune stabilendo come data per la celebrazione pasquale la domenica successiva al primo plenilunio di primavera. La situazione è mutata nel XVI secolo, con la riforma del calendario di Gregorio XIII: le Chiese in Occidente oggi calcolano la data secondo questo calendario, mentre quelle in Oriente continuano a utilizzare il calendario giuliano usato in tutta la Chiesa prima della riforma gregoriana. Ma è significativo e profetico che proprio nell’anniversario di Nicea quest’anno tutte le Chiese cristiane celebrino la Pasqua lo stesso giorno, domenica 20 aprile. Un segno e una speranza di arrivare quanto prima a stabilire insieme una data accettata da tutti.

Oltre a quello ecumenico, c’è un secondo aspetto che rende attualissimo questo ritorno a Nicea. Già nell’ultimo decennio del secolo scorso, l’allora cardinale Joseph Ratzinger segnalava come vera sfida per il cristianesimo quella di un “nuovo arianesimo” e cioè la crescente difficoltà a riconoscere la divinità di Gesù così come professata nella fede cristologica della Chiesa: lo si considera un grande uomo, un rivoluzionario, un maestro eccezionale, ma non Dio. C’è però un altro rischio, anche questo sottolineato nel nuovo documento, ed è quello esattamente speculare e opposto, che rende cioè difficile ammettere la piena umanità di Cristo. Gesù che può provare la fatica, sentimenti di tristezza e di abbandono, come pure di collera. Il Figlio ha infatti scelto di vivere fino in fondo la nostra umanità. In Lui, nell’umanità espressa in ogni istante, nel suo lasciarsi “ferire” dalla realtà, nel suo commuoversi di fronte alla sofferenza di chi incontrava, nel suo dire di sì alle richieste dei poveri che chiedevano aiuto, vediamo riflesso in potenza che cosa significa essere umani e al tempo stesso vediamo riflessa la potenza di una divinità che ha scelto di abbassarsi e di svuotarsi per farci compagnia e salvarci.

Il Credo di Nicea, carta d’identità del cristiano

Una raffigurazione del Concilio di Nicea

Pubblicato dalla Commissione Teologica Internazionale il documento “Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore – 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025)” dedicato all’assise passata alla storia per il Credo che e proclama la fede nella salvezza in Gesù Cristo e nel Dio Uno, Padre, Figlio e Spirito Santo. Quattro capitoli nel segno della promozione dell’unità dei cristiani e della sinodalità nella Chiesa

Vatican News

Il prossimo 20 maggio il mondo cristiano farà memoria dei 1700 anni dall’apertura del primo Concilio ecumenico, quello svoltosi a Nicea nel 325, passato alla storia principalmente per il Simbolo che raccoglie, definisce e proclama la fede nella salvezza in Gesù Cristo e nel Dio Uno, Padre, Figlio e Spirito Santo. Completato poi dal Concilio di Costantinopoli del 381, il Credo di Nicea è divenuto nella pratica la carta d’identità della fede professata dalla Chiesa. Per questo la Commissione Teologica Internazionale (CTI) ha deciso di dedicare all’assise conciliare che fu convocata dall’imperatore Costantino in Asia Minore un documento di quasi settanta pagine, con il duplice obiettivo di rievocarne il significato fondamentale e di mettere in luce le straordinarie risorse del Credo, rilanciandole nella prospettiva della nuova tappa dell’evangelizzazione che la Chiesa è chiamata a vivere nell’attuale cambiamento d’epoca. Anche perché la ricorrenza avviene durante il Giubileo della speranza e in concomitanza con la coincidenza della data di Pasqua per tutti i cristiani, in Oriente e in Occidente.

Per tali motivi Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore – 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025), questo il titolo del documento uscito oggi, giovedì 3 aprile, non è un semplice testo di teologia accademica, ma si propone come una sintesi che può accompagnare l’approfondimento della fede e la sua testimonianza nella vita della comunità cristiana. Del resto a Nicea per la prima volta l’unità e la missione della Chiesa si espressero a livello universale (da qui la qualifica di “ecumenico”) nella forma sinodale di quel camminare che le è propria, divenendo così pure un punto di riferimento e di ispirazione nel processo sinodale in cui è coinvolta la Chiesa cattolica oggi.

Articolato in 124 punti, il documento è frutto della decisione della CTI di approfondire nel corso del suo decimo quinquennio uno studio sull’attualità dogmatica di Nicea. Il lavoro è stato condotto da una Sottocommissione presieduta dal sacerdote francese Philippe Vallin e composta dai vescovi Antonio Luiz Catelan Ferreira ed Etienne Vetö, dai sacerdoti Mario Angel Flores Ramos, Gaby Alfred Hachem e Karl-Heinz Menke, e dalle professoresse Marianne Schlosser e Robin Darling Young. Il testo è stato votato e approvato in forma specifica all’unanimità nel 2024 e poi sottoposto all’approvazione del cardinale presidente Víctor Manuel Fernández, prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, presso il quale è istituita la Commissione. Il porporato argentino, dopo aver avuto l’approvazione di Papa Francesco, il 16 dicembre scorso ne ha autorizzato la pubblicazione. I quattro capitoli in cui si snoda la riflessione delle teologhe e dei teologi, sono preceduti da un’introduzione intitolata “Dossologia, teologia e annuncio” e seguiti dalla conclusione.

Il primo capitolo “Un Simbolo per la salvezza: dossologia e teologia del dogma di Nicea” (nn. 7-47) è il più corposo. Offre «una lettura dossologica del Simbolo, per metterne in evidenza le risorse soteriologiche e quindi cristologiche, trinitarie e antropologiche», con l’intento di dare «nuovo slancio al cammino verso l’unità dei cristiani». Rimarcando la portata ecumenica della fede di Nicea, il testo esprime la speranza di una data comune per la celebrazione della Pasqua, più volte auspicata dallo stesso Papa Bergoglio. In proposito il n. 43 evidenzia infatti come questo 2025 rappresenti per tutti i cristiani «un’occasione inestimabile per sottolineare che ciò che abbiamo in comune è molto più forte di ciò che ci divide: tutti insieme, noi crediamo nel Dio trinitario, nel Cristo vero uomo e vero Dio, nella salvezza in Gesù Cristo, secondo le Scritture lette nella Chiesa e sotto la mozione dello Spirito Santo. Insieme, noi crediamo la Chiesa, il battesimo, la risurrezione dei morti e la vita eterna». Di conseguenza — mette in guardia la CTI al n. 45 — «la divergenza dei cristiani a proposito della festa più importante del loro calendario crea dei disagi pastorali all’interno delle comunità, al punto da dividere le famiglie, e suscita scandalo presso i non cristiani, danneggiando così la testimonianza resa al Vangelo».

Ma accogliere la ricchezza di Nicea dopo diciassette secoli porta anche a percepire come quel Concilio nutra e guidi l’esistenza cristiana quotidiana: ecco perché il secondo capitolo “Il Simbolo di Nicea nella vita dei credenti” (nn. 48-69), di tenore patristico, esplora come la liturgia e la preghiera siano state fecondate nella Chiesa dopo quell’avvenimento, che costituisce una svolta per la storia del cristianesimo. «Noi crediamo come battezziamo; e preghiamo come crediamo», ricorda il documento, esortando ad attingere oggi e sempre a quella “fonte di acqua viva”, il cui ricco contenuto dogmatico è stato determinante nello stabilire la dottrina cristiana. E in tal senso il documento approfondisce la ricezione del Credo nella pratica liturgica e sacramentale, nella catechesi e nella predicazione, nell’orazione e negli inni del IV secolo.

Il terzo capitolo “Nicea come evento teologico e come evento ecclesiale” (nn. 70-102) approfondisce quindi il modo in cui il Simbolo e il Concilio «rendono testimonianza dello stesso avvenimento di Gesù Cristo, la cui irruzione nella storia offre un accesso inaudito a Dio e introduce una trasformazione del pensiero umano» e come essi rappresentino anche una novità nel modo in cui la Chiesa si struttura e adempie la propria missione. «Convocato dall’imperatore per risolvere una contesa locale che si era estesa a tutte le Chiese dell’Impero romano d’Oriente e a numerose Chiese dell’Occidente — spiega il documento —, per la prima volta vescovi di tutta l’Oikouménè sono riuniti in Sinodo. La sua professione di fede e le sue decisioni canoniche sono promulgate come normative per tutta la Chiesa. La comunione e l’unità inaudite suscitate nella Chiesa dall’evento Gesù Cristo sono rese visibili ed efficaci in modo nuovo da una struttura di portata universale, e l’annuncio della buona notizia di Cristo in tutta la sua immensità riceve anch’esso uno strumento di un’autorità senza precedenti» (Cfr n. 101).

Infine, nel quarto e ultimo capitolo “Custodire una fede accessibile a tutto il popolo di Dio” (103-120) vengono messe in luce «le condizioni di credibilità della fede professata a Nicea in una tappa di teologia fondamentale che mette in luce la natura e l’identità della Chiesa, in quanto essa è interprete autentica della verità normativa della fede mediante il Magistero e custode dei credenti, in special modo dei più piccoli e dei più vulnerabili». Secondo la CTI la fede predicata da Gesù ai semplici non è una fede semplicistica e il cristianesimo non si è mai considerato come una forma di esoterismo riservato a una élite di iniziati, al contrario Nicea sebbene dovuta all’iniziativa di Costantino rappresenta «una pietra miliare nel lungo cammino verso la libertas Ecclesiae, che è dovunque una garanzia di protezione della fede dei più vulnerabili di fronte al potere politico». Nel 325 il bene comune della Rivelazione è realmente messo “a disposizione” di tutti i fedeli, come conferma la dottrina cattolica dell’infallibilità “in credendo” del popolo dei battezzati. I vescovi pur avendo un ruolo specifico nella definizione della fede, non possono assumerlo senza essere nella comunione ecclesiale di tutto il Santo popolo di Dio, tanto caro a Papa Francesco.

Ecco allora le conclusioni del documento con «un pressante invito» ad «annunciare a tutti Gesù nostra Salvezza oggi» a partire dalla fede espressa a Nicea in una molteplicità di significati. Anzitutto la perenne attualità di quel Concilio e del Simbolo da esso scaturito sta  nel continuare a lasciarsi «stupire dall’immensità di Cristo, così che tutti ne siano meravigliati» e a «rianimare il fuoco del nostro amore per lui» perché «in Gesù homooúsios (consustanziale) al Padre… Dio stesso si è legato all’umanità per sempre»; in secondo luogo consiste nel non ignorare «la realtà» né distogliere «dalle sofferenze e dagli scossoni che tormentano il mondo e sembrano compromettere ogni speranza», mettendosi anche in ascolto della cultura e delle culture; in terza istanza vuol dire rendersi «particolarmente attenti ai più piccoli tra i nostri fratelli e le nostre sorelle», perché «questi crocifissi della storia sono il Cristo tra di noi», ovvero «coloro che hanno più bisogno della speranza e della grazia», ma al contempo conoscendo le sofferenze del Crocifisso sono a loro volta «gli apostoli, i maestri e gli evangelizzatori dei ricchi e dei benestanti»; e da ultimo vuol dire annunciare «in quanto Chiesa» ovvero «con la testimonianza della fraternità», mostrando al mondo le cose meravigliose per cui essa “una, santa, cattolica e apostolica” è “sacramento universale di salvezza”, e diffondendo al contempo il tesoro delle Scritture che il Simbolo interpreta, la ricchezza della preghiera, della liturgia e dei sacramenti che derivano dal battesimo professato a Nicea e la luce del Magistero; sempre con lo sguardo fisso verso il Risorto che vince sulla morte e sul peccato e non su degli avversari, non essendovi perdenti nel Mistero Pasquale, se non lo sconfitto escatologico, Satana, il divisore. Non a caso il 28 novembre scorso, ricevendo in udienza i membri della CTI, il Pontefice elogiandone il lavoro aveva parlato dell’utilità di un documento mirante a «illustrare il significato attuale della fede professata a Nicea… per nutrire la fede dei credenti e, a partire dalla figura di Gesù, offrire anche spunti e riflessioni utili a un nuovo paradigma culturale e sociale, ispirato proprio all’umanità di Cristo».

Una giornata di studio su Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore – 1700° anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea (325-2025),  si terrà proprio il 20 maggio, alla Pontificia Università Urbaniana dalle 9 alle 19.30, con la partecipazione dei teologi e delle teologhe che hanno contribuito alla elaborazione del documento e di altri esperti della materia.

Settimana Santa in Cattedrale a Reggio Emilia

Il Crocifisso della Cattedrale di Reggio Emilia

Reso noto il calendario delle celebrazioni liturgiche in Cattedrale a Reggio Emilia per la Settimana Santa che va da domenica 13 aprile a lunedì 21.

Da segnalare gli appuntamenti del Triduo Pasquale presieduti tutti dall’Arcivescovo Giacomo Morandi:

  • Giovedì 17 aprile: Messa in Coena Domini ore 18.30
  • Venerdì 18 aprile: Celebrazione della Passione del Signore ore 18.30; Via Crucis cittadina ore 21
  • Sabato 19 aprile: Veglia pasquale ore 21

scarica il manifesto

Il vescovo Giacomo presiederà anche la Messa Crismale il 17 aprile alle ore 9.30 con diretta streaming su La Libertà Tv.

Nel giorno di Pasqua, monsignor Morandi presiede la Messa in Concattedrale a Guastalla.

laliberta.info

Se l’aguzzino delle donne è il loro compagno. Il potere perduto e la violenza

  Il potere perduto e la violenza   DCM-003

Osservatore Romano

Otto storie che hanno come tema comune la violenza sia fisica sia psicologica perpetrata sulle donne e molto spesso da parte di mariti, compagni, amici dalla doppia personalità: uomini per bene in pubblico, ma aguzzini dentro casa. L’amore rubato (Rizzoli) è la raccolta di racconti in cui Dacia Maraini affrontava già nel 2012 il dramma delle relazioni tossiche, degli abusi non denunciati, dei femminicidi.

Tra le fondatrici del femminismo italiano, fin dagli anni Sessanta in prima linea nelle battaglie per i diritti delle donne, la scrittrice mette in fila un campionario di vittime come la giovane moglie che arriva al pronto soccorso con il braccio rotto dal marito rispettato da tutti ma maniaco del controllo, la liceale violentata a più riprese dai compagni di scuola, l’adolescente abusata e poi uccisa dal pedofilo vicino di casa, la donna che decide di non mettere al mondo il figlio frutto di uno stupro. Sebbene trasfigurate nel linguaggio della letteratura, le varie storie sembrano uscite dalla cronaca nera dei nostri tempi all’insegna dell’emergenza. E nel 2016 sono diventate un film, L’amore rubato, diretto Irish Braschi e interpretato da Elena Sofia Ricci, Stefania Rocca, Gabriella Pession, Chiara Mastalli e altre attrici.

Da cosa è scaturita l’esigenza di scrivere il libro?

Volevo capire e approfondire il difficile, profondo e misterioso rapporto uomo-donna nella società di oggi. Da questa preoccupazione è nato il libro che è una raccolta di racconti che si ispirano proprio alla cronaca.

Sia nelle sue storie sia nella realtà colpisce una costante: le vittime continuano a “giustificare” i maschi violenti ed evitano di denunciarli. Perché hanno questo atteggiamento?

Un po’ perché credono di poter redimere gli uomini attraverso l’amore. Un po’ perché una donna non può immaginare che, dopo averla amata, uomo possa veramente ucciderla. Purtroppo non lo credono possibile nemmeno le forze dell’ordine quando ricevono una denuncia per gesti di violenza. I braccialetti elettronici e le raccomandazioni evidentemente non servono. Ci vuole più decisione alle prime avvisaglie. Non si può aspettare che una donna muoia per cercare di fare giustizia.

Secondo lei, internet ha favorito l’inasprimento della misoginia?

Direi proprio di sì. Quello strumento perverso che è l’anonimato, tipico dei social, ha favorito il cinismo e l’esibizionismo aggressivo destinati a sfociare in un sentimento antifemminista diffuso.

La violenza contro le donne deriva spesso dall’insicurezza dell’uomo che, di fronte all’autonomia femminile, o peggio che mai a un rifiuto, sente il proprio potere in crisi. Non ci sono eccezioni?

Gli uomini saggi e coi piedi per terra. Sono quelli che accettano i cambiamenti, capiscono la voglia di autonomia e libertà delle donne, comprendono la loro voglia di essere riconosciute come professioniste e creatrici. E decidono perfino di perdere, a volte con dolore, alcuni privilegi.

E quelli che non accettano il confronto con la femminilità emancipata?

Sono più fragili e spaventati. Di fronte alle nuove autonomie delle donne, si sentono offesi, traditi, colpiti nel profondo e vengono assaliti dalla voglia di distruggere tutto, la compagna per prima e magari anche sé stessi.

La violenza dell’uomo sulla donna è sempre frutto della cultura patriarcale del possesso?

Anch’io sono convinta, come afferma Simone De Beauvoir, che donne si diventa, non si nasce. E penso si possa dire la stessa cosa dell’uomo: quello che appare oggi è il frutto di tremila anni di storia, del condizionamento culturale e della memoria del passato.

Per contrastare la violenza contro le donne, molti auspicano l’introduzione dell’educazione sentimentale nelle scuole: sarebbe utile, secondo lei?

Certo, ma andrebbe fatto subito, non fra chissà quanti anni dopo averne discusso e ridiscusso tra favorevoli e contrari, come succede sempre da noi. Fin da bambini, tutti dovrebbero imparare che non si può possedere nessuno, nemmeno un figlio appena nato che va nutrito e accudito, certo, ma non va considerato come una proprietà. Il discorso vale ancora di più se riguarda una donna che si è amata.

Dei tanti femminicidi che hanno sconvolto l’opinione pubblica, ce n’è uno che l’ha colpita di più?

Non uno solo, purtroppo, ma tanti. L’uomo che ha ucciso la fidanzata incinta infierendo a coltellate sul feto, il marito che ha ammazzato prima i figli e poi la moglie, e ancora quelli che dopo avere trucidato la compagna fanno finta di niente e partecipano alle ricerche sulla sua scomparsa sostenendo che se n’ è andata volontariamente…Tutti questi casi dimostrano quanto sia in crisi il patriarcato.

Significa che oggi è in atto una guerra tra i sessi?

Spero proprio di no. Ci sono tanti uomini intelligenti, generosi che capiscono e prendono posizione a favore delle donne. La guerra fra i sessi non può che essere uno scontro fra due generi intesi come razze diverse e opposte. Io non credo che esistano le razze, quindi rifiuto questa idea.

La violenza non nasce anche dall’incapacità delle madri nell’educare i figli a rispettare le donne e le figlie a non accettare soprusi?

Si è sempre data la colpa alle madri. Ma non è colpa loro se sono state costrette a fare da poliziotte alle leggi dei padri. A volte consapevolmente, altre senza rendersene conto e quindi con più determinazione, ma sempre all’interno di una concezione androcentrica della società.

A lei è mai capitato di subire, o rischiare, una violenza?

Tante volte, soprattutto quando ero piccola, ma sono scappata come una lepre. Solo dopo ho capito quanto il mondo dei padri sia affascinato e attratto dai corpi indifesi e teneri delle bambine. Ma cedere a questa attrazione è un abuso orribile che contrasta con tutte le regole di convivenza degli affetti e dei diritti civili. Invadere il piccolo e meraviglioso mondo in evoluzione per imporre il proprio egoismo è un atto vile, orrendo.

Nella lotta alla violenza sulle donne, un intellettuale ha dei doveri precisi?

Non darei compiti o doveri agli intellettuali. Da loro cercherei piuttosto una partecipazione emotiva e creativa.

di Gloria Satta

Uomini per bene agli occhi della gente, ma aguzzini tra le mura domestiche.

Nel libro L’amore rubato Dacia Maraini racconta di un mondo diviso fra coloro che vedono nell’altro una persona da rispettare e coloro che considerano l’altro un oggetto da possedere e schiavizzare.

C’è la storia di Marina, diciassettenne che si ostina a cadere dalle scale (così racconta al medico per giustificare i lividi); e quella di Francesca, tredicenne che viene violentata da quattro liceali appartenenti a ricche famiglie, che poi la definiscono frivola e spavalda. C’è il dramma di Ale che sceglie con sofferenza di non far nascere il frutto di una violenza. E la scelta di Angela che si addossa le colpe che una antica misoginia attribuisce alla prima disobbedienza femminile. Nel 2023 sono state uccise 51 mila donne nel mondo,  una media di 140 vittime ogni giorno. Una donna uccisa ogni 10 minuti. Numeri allarmanti, che impressionano.  Il 62,2% degli assassini è un membro della famiglia o un partner, fidanzato, marito o ex.

Con il termine femminicidio ci si riferisce agli omicidi di donne motivati da ragioni di genere. Non si tratta solo dell’uccisione di una persona, ma di un crimine che riflette squilibri di potere, discriminazione e stereotipi profondamente radicati.  Pur se la violenza di genere trascende i confini, secondo il rapporto Onu nel 2023  l’Africa ha registrato il maggior numero di femminicidi con 21.700 donne e ragazze uccise da partner o famigliari, seguita dalle Americhe e dall’Oceania.   Ma ci sono ancora troppi dati mancanti. Nel 2023, il numero di paesi che hanno fornito informazioni è sceso a meno della metà rispetto al picco raggiunto nel 2020, quando erano 75.

Gesù continua a scendere negli inferi di oggi tra guerre e fame

 Gesù continua a scendere negli inferi di oggi tra guerre e fame   QUO-075

Osservatore Romano

«Dio non può passare senza cercare chi è perduto» ed è per questo che continua a scendere «negli inferi di oggi, nei luoghi di guerra, nel dolore degli innocenti, nel cuore delle madri che vedono morire i loro figli, nella fame dei poveri»: è quanto scrive Papa Francesco nella catechesi del mercoledì preparata per oggi, 2 aprile.

Proseguendo il ciclo di riflessioni su «Cristo nostra speranza», il Pontefice — convalescente a Casa Santa Marta dopo il lungo ricovero al Policlinico Gemelli — si sofferma sull’incontro tra Gesù e Zaccheo a Gerico, evidenziando che, nel Vangelo di Luca, il capo dei pubblicani viene presentato «come uno che sembra irrimediabilmente perso», «escluso, disprezzato da tutti», forse perché «ha fatto delle scelte sbagliate o la vita l’ha messo dentro situazioni da cui fatica a uscire». «Forse anche noi a volte ci sentiamo così: senza speranza — aggiunge il vescovo di Roma —. Zaccheo invece scoprirà che il Signore lo stava già cercando».

Lo sguardo di Gesù sul pubblicano, infatti, «non è uno sguardo di rimprovero, ma di misericordia. È quella misericordia che a volte facciamo fatica ad accettare», soprattutto quando «Dio perdona coloro che secondo noi non lo meritano. Mormoriamo perché vorremmo mettere dei limiti all’amore di Dio».

Ma con il Signore, prosegue Papa Francesco, «accade sempre l’inaspettato» e Zaccheo, dopo essere stato «guardato, riconosciuto e soprattutto perdonato» da Gesù, decide di cambiare vita, assumendosi l’impegno di restituire il quadruplo di ciò che ha rubato.

Di qui, l’invito del vescovo di Roma ai fedeli affinché imparino dal pubblicano a «non perdere la speranza», anche se ci si sente «messi da parte o incapaci di cambiare», e a «coltivare il desiderio di vedere Gesù», superando ostacoli e limiti con coraggio e senza vergognarsi, proprio come fa Zaccheo che sale su un albero per seguire meglio il passaggio del Figlio di Dio in città.

Solo così, infatti, senza «preoccuparsi troppo della propria immagine», sarà possibile lasciarsi «trovare dalla misericordia di Dio che sempre viene a cercarci, in qualunque situazione ci siamo persi».

Vent’anni fa la morte di san Giovanni Paolo II. La profezia inascoltata della pace

 La profezia inascoltata della pace  QUO-075

di Andrea Tornielli

Sono passati vent’anni da quella sera di sabato 2 aprile 2005, quando milioni di persone in tutto il mondo piansero la morte di san Giovanni Paolo ii. Due decenni dopo lo si ricorda giustamente come un grande difensore della vita, della dignità umana, della libertà religiosa. E soprattutto si sottolinea con insistenza il suo anticomunismo. Pochi ricordano invece altri suoi profetici insegnamenti, particolarmente attuali in questo oscuro frangente della storia.

Correva l’anno duemila, una parte considerevole del nostro mondo viveva ancora nell’ubriacatura per “la fine della storia” dopo la caduta del Muro di Berlino. Mentre nei Paesi dell’ex Oltrecortina, più che la rinascita della fede, si cominciavano a diffondere consumismo e secolarizzazione, il Pontefice venuto dalla Polonia volle portare in piazza San Pietro la statua della Madonna di Fátima pronunciando parole che allora nessuno comprese: «L’umanità è a un bivio. Essa possiede oggi strumenti d’inaudita potenza: può fare di questo mondo un giardino o ridurlo a un ammasso di macerie». Un anno dopo la tragedia dell’11 settembre faceva ripiombare l’Occidente nella paura.

Giovanni Paolo ii già nel 1991 si era opposto alla prima guerra del Golfo e venne lasciato solo da quei leader occidentali che fino a due anni prima esaltavano il suo ruolo nei confronti dei paesi dell’Est europeo. Il Papa ripeté con ancora più nettezza il suo “no” alla guerra nel 2003, quando sulla base di prove false alcuni Paesi dell’Occidente mossero per la seconda volta guerra all’Iraq. Papa Wojtyła, già malato e provato nel fisico dal morbo di Parkinson, si sentì in dovere di avvertire quei “giovani” capi di governo promotori della nuova campagna militare nel Golfo ricordando loro gli orrori dell’ultimo conflitto mondiale, che lui, l’anziano Successore di Pietro figlio di una nazione martire, aveva vissuto in prima persona. Aggiunse a braccio al testo dell’Angelus questo appello: «Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la seconda Guerra Mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo vi nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile!».

Oggi più che mai, con il mondo che va a fuoco, e gli Stati che corrono a riempire gli arsenali, con la propaganda che crea un clima di allarme e paura per giustificare ingenti investimenti nelle armi, bisogna ricordare quelle profetiche parole del Vescovo di Roma venuto da «un Paese lontano», oggi riecheggiate dal suo successore, anch’egli lasciato solo a gridare contro la follia della guerra.

Osservatore