Angelus 1 Febbraio 2026 e commento letture IV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO A
a cura di Giuseppe Serrone, teologo e giornalista free lance…

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Nel tempo che precede i Giochi invernali di Milano Cortina 2026, un’antica consuetudine riemerge nel dibattito pubblico. La sospensione simbolica dei conflitti che accompagna le Olimpiadi affonda le sue radici nel mondo greco, dove il rispetto dei tempi sacri e degli spazi comuni rendeva possibile l’incontro anche tra città in guerra. Ripercorrerne la storia significa interrogarsi sul valore dei limiti, ieri come oggi
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano – Vatican News
Tucidide osserva che anche in guerra gli uomini ricorrono ad accordi quando la necessità lo impone (Guerra del Peloponneso V, 26). Il conflitto non cancella ogni regola: nemmeno la violenza, sembra suggerire lo storico ateniese, è priva di limiti. È da questa consapevolezza – dura, concreta, priva di illusioni – che nasce nel mondo greco antico la tregua olimpica. Non come promessa di pace, ma come riconoscimento di un confine: un tempo sottratto allo scontro, necessario perché la vita comune possa continuare.
Una parola antica che torna nel presente
Nel tempo che precede l’avvio dei Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026, un’espressione che viene da lontano riemerge nel linguaggio pubblico: la cosiddetta tregua olimpica. Non è uno slogan né una formula rituale. È un richiamo che accompagna ogni edizione dei Giochi e che, anche oggi, interroga il rapporto fra sport, politica e responsabilità collettiva.
Per il Comitato Olimpico Internazionale, la tregua olimpica per Milano Cortina 2026 ha inizio il 30 gennaio 2026, sette giorni prima della cerimonia di apertura dei Giochi, ed è destinata a protrarsi fino al settimo giorno dopo la chiusura delle Paralimpiadi invernali. Nel novembre 2025 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che invita gli Stati membri a rispettare questo principio nel periodo che circonda Olimpiadi e Paralimpiadi. Un invito privo di forza coercitiva, ma non per questo privo di significato: perché affidato alla parola, e alla sua capacità di orientare il comportamento degli Stati.
La tregua oggi
Nel mondo contemporaneo la tregua olimpica non coincide con un cessate il fuoco formale. Non produce obblighi giuridici né meccanismi di sanzione. È piuttosto una sospensione simbolica, una richiesta esplicita di protezione – degli atleti, delle delegazioni, dei civili – in un tempo segnato da conflitti aperti. La sua forza risiede nel gesto: ricordare che esistono momenti in cui la competizione deve arrestarsi, e che anche la violenza può essere chiamata a fermarsi, almeno per un tempo limitato.
Una radice greca
Questa parola, tuttavia, non nasce oggi. Affonda le sue radici nel mondo greco, dove la tregua olimpica era conosciuta come ekecheiria. Il termine deriva dal verbo ἔχειν (échein, “tenere”) e dal sostantivo χείρ (cheir, “mano”): letteralmente, “trattenere la mano, tenere ferma la mano”. Non un’assenza di conflitto, ma un gesto concreto di sospensione, il segno visibile di un accordo che impedisce, per un tempo determinato, di impugnare le armi. In questa immagine si condensa il senso più profondo della tregua olimpica: non la negazione della guerra, ma la scelta condivisa di arrestarla.
Quando nasce la tregua
Secondo la tradizione antica, l’istituzione della tregua olimpica risalirebbe all’VIII secolo a.C., nel momento stesso in cui i Giochi assumono una forma stabile e panellenica. Pausania ricorda che Ifito di Elide, dopo aver consultato il dio, ristabilì i Giochi olimpici e la tregua, con l’accordo di Licurgo di Sparta e di Cleostene di Pisa. Il patto, secondo l’autore, era inciso su un disco di bronzo conservato nel santuario di Hera a Olimpia, con le lettere disposte in cerchio (Periegesi della Grecia, V, 20, 1-2), una forma che può essere letta come immagine di un accordo destinato a racchiudere e proteggere.
Le fonti antiche
Oltre alle testimonianze già richiamate, altre voci del mondo antico contribuiscono a restituire, in controluce, il senso dei Giochi e il loro significato. Non descrivono direttamente la tregua olimpica, ma aiutano a comprendere il contesto culturale e simbolico in cui essa prende forma. Pindaro, poeta delle vittorie olimpiche, celebra i Giochi come un tempo sottratto all’ordinario. Nelle Olimpiche la competizione non è mai ridotta a prova di forza, ma inscritta in un ordine più ampio, affidato agli dèi, nel quale la gloria dell’atleta è possibile solo perché esiste una misura che la precede. La festa olimpica appare così come un momento di equilibrio, prima ancora che di confronto. Anche Erodoto, nella sua riflessione storica, lascia intravedere l’esistenza di legami capaci di resistere al conflitto. Nel racconto delle guerre persiane ricorda come pratiche condivise – lingua, culti, costumi – contribuiscano a mantenere un orizzonte comune (Storie VIII, 144). Non un’idea di identità chiusa, ma la consapevolezza che la vita collettiva si fonda su elementi riconosciuti, tra cui rientrano anche le grandi feste panelleniche. Letti insieme, questi testi non offrono una definizione della tregua olimpica, ma ne illuminano il presupposto più profondo: l’idea che esistano tempi e spazi in cui la comunità è chiamata a riconoscersi, anche quando il conflitto attraversa la storia.
Una norma condivisa
L’ekecheiria non era un ideale astratto. Era un’istituzione riconosciuta, proclamata prima dei Giochi e fondata sull’autorità religiosa del santuario. Durante quel periodo, l’accesso a Olimpia doveva restare libero e la violenza sospesa almeno lungo i percorsi e nello spazio sacro. Tucidide ricorda che la tregua poteva essere infranta – e che proprio per questo aveva valore politico. Nel racconto del conflitto tra Elide e Sparta, lo storico menziona l’accusa rivolta agli Spartani di aver violato l’ekecheiria con operazioni militari in territorio eleo (Guerra del Peloponneso, V, 49–50). Il fatto stesso che una violazione potesse essere denunciata e discussa mostra che la tregua funzionava come una norma condivisa: un riferimento concreto nei rapporti tra le città greche, sul quale si misuravano responsabilità e legittimità.
Il tempo del sacro
A rendere possibile la tregua era il santuario stesso. I Giochi olimpici erano, prima di tutto, una celebrazione religiosa. Zeus garantiva l’ordine del tempo e dello spazio, e il suo culto imponeva un limite all’azione umana. Per la durata della festa, la guerra doveva “restare fuori”. Non cessare, ma arretrare. È in questo spazio delimitato che la tregua prendeva forma: un tempo sottratto alla violenza, protetto non da eserciti, ma dal riconoscimento condiviso del sacro.
Un’eredità che interroga il presente
Quando oggi le Nazioni Unite riprendono il linguaggio della tregua olimpica, non recuperano un’illusione di armonia. Recuperano un’idea antica: che la convivenza umana abbia bisogno di limiti riconosciuti. La tregua non promette la pace. Chiede piuttosto di riconoscere un limite. E nel suo carattere fragile, temporaneo, incompiuto, continua a dire qualcosa di essenziale sul modo in cui le società – antiche e moderne – provano a convivere con il conflitto senza arrendersi ad esso.
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Approfondire le implicazioni politiche, culturali e sociali di una pace che non si limiti all’assenza di guerra. È stato questo l’obiettivo del convegno promosso dall’Istituto di diritto internazionale della pace Giuseppe Toniolo, dall’Azione Cattolica Italiana, dalla Pontificia Università Lateranense e dal Forum Internazionale di Azione Cattolica
Vatican News
«La pace sia con tutti voi: verso una pace disarmata e disarmante»: è questo l’orizzonte indicato da Papa Leone XIV nel suo Messaggio per la LIX Giornata mondiale della Pace. Ma come realizzarlo, in un tempo segnato dal ritorno della guerra come strumento ordinario di regolazione dei conflitti, dall’indebolimento delle istituzioni multilaterali e da una crescente spinta al riarmo?
Il convegno odierno
È attorno a questa domanda che si è sviluppato oggi il convegno promosso dall’Istituto di diritto internazionale della pace Giuseppe Toniolo, dall’Azione Cattolica Italiana, dalla Pontificia Università Lateranense e dal Forum Internazionale di Azione Cattolica, dedicato ad approfondire le implicazioni politiche, culturali e sociali di una pace che non si limiti all’assenza di guerra, ma assuma il disarmo come criterio dell’agire pubblico e delle relazioni internazionali. Ambizioni forti e coraggiose se si pensa all’epoca contemporanea segnata da almeno 56 conflitti attivi nel mondo, come osservato nell’introduzione da Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Aci, e da Sandro Calvani, presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”. Citando Giorgio La Pira, Notarstefano ha osservato come «ci troviamo di fronte a un tornante della storia, il che ci provoca inevitabilmente un senso di vertigine: non sappiamo dove andiamo». Eppure, ha concluso «non voglio tornare indietro. Anzi, vogliamo attraversare questo tempo drammatico facendo ciò che l’associazionismo cattolico sa fare meglio: aiutare le persone a non disimpegnarsi».
La pace disarmata, stile e organizzazione
Da questa certezza ha preso forma la prima sessione del convegno, “La pace disarmata: stile e organizzazione”, ha poi affrontato le radici culturali e giuridiche della pace. Debora Tonelli, rappresentante della Georgetown University a Roma, ha proposto una riflessione sulla non violenza come stile personale e politico. Perché, ha sottolineato, «dobbiamo smettere di osservare gli eventi con una logica esclusivamente umana: Dio abita la nostra storia. E, in base a questo, traccia dei percorsi inediti, ci fa discernere, apre nuovi orizzonti e, quindi, alla fiducia. Questo è importante perché la fiducia ci permette di escogitare alternative». Ecco dunque emergere il concetto di non violenza che, secondo Tonelli, «è da intendersi come sostantivo nuovo: significa aprire qualcosa di positivo, in pieno spirito con personaggi come Ghandi, Aldo Capitini, Madre Teresa di Calcutta. Di più, non violenza significa stabilire una narrazione di senso comune della storia. Ciascuno di noi può contribuire a creare uno stile di vita diverso, che non eliminerà il male, certo, ma ci aiuterà a scandire il manuale della storia all’insegna della fiducia e della speranza».
Critica radicale della ragion bellica
Tommaso Greco, docente di Filosofia del diritto all’Università di Pisa, ha invece offerto una critica radicale della “ragion bellica” che ancora permea il discorso pubblico: «Questa critica parte dal messaggio di Papa Leone, che è davvero radicale, e si alimenta su tre punti. Anzitutto, c’è una negazione della negazione: attaccare la narrazione circa l’ineluttabilità della guerra». Poi, ha proseguito, «bisogna cogliere l’invito del Pontefice a saper non costruire bensì curare la pace. In questo senso, infine, bisogna saper valorizzare gli strumenti, a partire dal diritto internazionale così come dal comportamento dei singoli che riconoscono il diritto». Gli ha fatto eco Gabriele Della Morte, docente di Diritto internazionale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, che nel suo intervento si è concentrato «sul ruolo del multilateralismo, della negoziazione e della certezza del diritto internazionale come architravi di un ordine di pace, a partire da esempi quotidiani ma che in realtà provengono da convenzioni internazionali: i cinque anelli delle olimpiadi, il cyberspazio, la dimensione umanitaria, ma persino i fusorari e il linguaggio usato nei voli aerei».
Letture del Giorno
Prima Lettura
Dal libro del profeta Sofonìa
Sof 2,3; 3,12-13
Cercate il Signore
voi tutti, poveri della terra,
che eseguite i suoi ordini,
cercate la giustizia,
cercate l’umiltà;
forse potrete trovarvi al riparo
nel giorno dell’ira del Signore.
«Lascerò in mezzo a te
un popolo umile e povero».
Confiderà nel nome del Signore
il resto d’Israele.
Non commetteranno più iniquità
e non proferiranno menzogna;
non si troverà più nella loro bocca
una lingua fraudolenta.
Potranno pascolare e riposare
senza che alcuno li molesti.
Salmo Responsoriale
Dal Sal 145 (146)
R. Beati i poveri in spirito.
Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri. R.
Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri. R.
Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione. R.
Seconda Lettura
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 1,26-31
Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili.
Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.
Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.
Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».
Colore Liturgico Verde
Antifona
Salvaci, Signore Dio nostro,
radunaci dalle genti,
perché ringraziamo il tuo nome santo:
lodarti sarà la nostra gloria. (Sal 105,47)
Si dice il Gloria.
Colletta
Signore Dio nostro,
concedi a noi tuoi fedeli
di adorarti con tutta l’anima
e di amare tutti gli uomini con la carità di Cristo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
Oppure:
O Dio, che hai promesso ai poveri e agli umili
la gioia del tuo regno,
dona alla tua Chiesa
di seguire con fiducia il suo Maestro e Signore
sulla via delle beatitudini evangeliche.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
Prima Lettura
Lascerò in mezzo a te un popolo umile e povero.
Dal libro del profeta Sofonìa
Sof 2,3; 3,12-13
Cercate il Signore
voi tutti, poveri della terra,
che eseguite i suoi ordini,
cercate la giustizia,
cercate l’umiltà;
forse potrete trovarvi al riparo
nel giorno dell’ira del Signore.
«Lascerò in mezzo a te
un popolo umile e povero».
Confiderà nel nome del Signore
il resto d’Israele.
Non commetteranno più iniquità
e non proferiranno menzogna;
non si troverà più nella loro bocca
una lingua fraudolenta.
Potranno pascolare e riposare
senza che alcuno li molesti.
Parola di Dio.
Salmo Responsoriale
Dal Sal 145 (146)
R. Beati i poveri in spirito.
Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri. R.
Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri. R.
Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione. R.
Seconda Lettura
Dio ha scelto ciò che è debole per il mondo.
Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 1,26-31
Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili.
Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.
Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.
Parola di Dio.
Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.
Rallegratevi ed esultate,
perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. (Mt 5,12a)
Alleluia.
Vangelo
Beati i poveri in spirito.
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».
Parola del Signore.
Si dice il Credo.
Sulle offerte
Accogli con bontà, o Signore,
i doni del nostro servizio sacerdotale:
li deponiamo sull’altare
perché diventino sacramento della nostra redenzione.
Per Cristo nostro Signore.
Antifona alla comunione
Sul tuo servo fa’ splendere il tuo volto,
salvami per la tua misericordia.
Signore, che io non debba vergognarmi
per averti invocato. (Cf. Sal 30,17-18)
*A
Beati i poveri in spirito: di essi è il regno dei cieli.
Beati i miti: avranno in eredità la terra. (Mt 5,3-5)
Dopo la comunione
O Signore, che ci hai nutriti con il dono della redenzione,
fa’ che per la forza di questo sacramento di eterna salvezza
cresca sempre più la vera fede.
Per Cristo nostro Signore.
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