Presidenza sinodale ed eucaristica

Ghislain Lafont, monaco e teologo benedettino francese (1928-2021), ha insegnato alla Pontificia Università Gregoriana e all’Ateneo sant’Anselmo. Ha scritto opere di riferimento per gli studi teologici, soprattutto in ambito liturgico. Nel suo Piccolo saggio sul tempo di papa Francesco (EDB, 2017), ricordava un episodio riguardante il rapporto tra sinodalità e ordine sacro (pp. 67-68). Lo riprendiamo come contributo al dibattito sul tema (Francesco Strazzari).
Mi trovavo per un anno sabbatico negli Stati Uniti negli anni Settanta, nel momento di piena espansione nel Paese del movimento carismatico. Ero stato invitato a una riunione di responsabili delle comunità carismatiche nella città di Chicago. L’incontro era presieduto da un uomo di circa 40 anni. Da dove gli veniva la sua autorità? Fondamentalmente, penso, dal riconoscimento della presenza in lui di un carisma di presidenza che ne faceva spontaneamente una persona autorizzata.
Come si era espresso questo riconoscimento? Attraverso una discussione orale, un voto, una designazione fatta da un responsabile più anziano, una nomina del vicario generale della diocesi? Non lo so. Si trattava in ogni caso di un’autorità spirituale e questa parola non significava nulla di etereo. Le questioni che venivano poste erano quelle dell’amministrazione di una comunità: le persone, le attività, la preghiera.
Il modo in cui dirigeva la riunione suscitò la mia ammirazione. Dopo aver esposto il punto da discutere nell’ordine del giorno, egli ascoltava molto, stava attento che ciascuno potesse esprimersi, riassumeva i dibattiti indicando la direzione dove andare. Il tutto, si potrebbe dire, con la dolcezza dello Spirito. «Faremo dunque così…».
Una volta completato l’ordine del giorno, si è rivolto verso di me e mi ha detto: «Se lei vuole, padre, presiedere la nostra eucaristia…». L’ho fatto, ovviamente, ma con il sentimento molto chiaro che il vescovo era lui e che la presidenza della celebrazione sacramentale sarebbe dunque normalmente dovuta aspettare a lui alla fine della riunione. Si trattava in effetti di una costruzione sinodale del corpo di Cristo mediante l’opera ordinata dei doni dello Spirito. E colui che aveva in maniera manifesta il carisma della presidenza era di conseguenza veramente ordinato, in linea di principio, alla celebrazione eucaristica che consegnava a questa costruzione sinodale la sua realtà definitiva, quella del sacrificio spirituale di Gesù Cristo reso presente nel sacramento.
Non essendo «prete», questo presidente si è rivolto a me, estraneo sia alla Chiesa di Chicago sia alle sue comunità carismatiche, per presiedere l’eucaristia. A quali condizioni avrebbe potuto presiederla lui stesso o, in futuro, potrà compiere lui questo ultimo atto di presidenza? Per rispondere occorre riflettere su ciò che è l’eucaristia.
Si potrebbe incominciare col farsi la domanda: perché, alla fine della riunione, il responsabile, di cui ho parlato, mi ha chiesto di celebrare l’eucaristia per il gruppo? Si era pregato all’inizio della riunione, si sarebbe potuto pregare per concluderla e non ci sarebbe stato bisogno di un prete. La risposta a questa domanda è legata a un’altra, quella delle abitudini eucaristiche presenti nella Chiesa cattolica.
Attualmente, per il fatto che è lecito celebrare l’eucaristia in qualunque momento della giornata e che il digiuno eucaristico non esiste praticamente più, una celebrazione è sempre possibile, cosa che non è necessariamente un bene. Non converrebbe riflettere un po’ di più su questo argomento e avere alcuni criteri spirituali più chiari sulla relazione tra le riunioni ecclesiali e la celebrazione dell’eucaristia?
Non intendo qui sollevare la questione sull’opportunità della celebrazione eucaristica in ogni circostanza; voglio piuttosto affrontare quella della relazione tra incontro della comunità cristiana ed eucaristia.
settimananews