ZeroArmi, cresce l’esposizione delle banche italiane nel settore delle armi

Esercitazioni NATO a Bergen, Germania

Pubblicato il secondo rapporto elaborato da Fondazione Finanza Etica insieme alla Rete Italiana Pace e Disarmo, che analizza 24 gruppi bancari sulla base del loro grado di esposizione all’industria militare. Simone Siliani, direttore di Fondazione Finanza Etica: “Il nostro compito è informare i risparmiatori. Spesso non sono pienamente consapevoli”
Guglielmo Gallone – Città del Vaticano

Quanto sono coinvolte le banche italiane nel settore degli armamenti? È da questa domanda che parte la seconda edizione di ZeroArmi, il rapporto elaborato da Fondazione Finanza Etica insieme alla Rete Italiana Pace e Disarmo, che analizza 24 gruppi bancari sulla base del loro grado di esposizione all’industria militare.

Il report di ZeroArmi
La valutazione si fonda su tre indicatori: partecipazioni azionarie in aziende del comparto bellico, finanziamenti a imprese o programmi militari e servizi finanziari connessi all’export di armamenti. «Il nostro obiettivo è offrire una panoramica complessiva del rapporto tra sistema bancario e industria delle armi», spiega Simone Siliani, direttore di Fondazione Finanza Etica. «Non ci limitiamo all’export, come avviene nella relazione annuale del governo al Parlamento prevista dalla legge 185/90, ma analizziamo tutte le modalità attraverso cui una banca può sostenere il settore». La metodologia si basa su una matrice di valutazione e su un percorso di confronto diretto con gli istituti. «Le banche hanno la possibilità di dialogare con noi, fornire documentazione, chiarire dati. Quando accettano l’engagement, il risultato finale è un quadro verificato e fondato su informazioni oggettive».

Il modello di Banca Etica
Quest’anno 17 banche su 24 hanno partecipato al confronto; in otto casi sono stati sottoscritti accordi di riservatezza che hanno consentito di analizzare informazioni non pubbliche. Il risultato finale assegna un punteggio sintetico: più è alto, maggiore è il coinvolgimento o minore la trasparenza. Una sola banca ottiene un punteggio pari a zero, risultando priva di coinvolgimenti diretti nel settore degli armamenti secondo i criteri adottati dal rapporto. Banca Etica. «Si tratta di una scelta costitutiva», osserva Siliani. «Banca Etica, come altre banche etiche europee, ha inserito nello statuto e nelle proprie policy l’esclusione completa del settore militare, così come dei fossili o del gioco d’azzardo. È una scelta identitaria, ma dimostra che si può essere una banca sana, operativa e capace di remunerare gli investimenti pur restando fuori dagli armamenti». Accanto agli indicatori tradizionali, l’edizione 2025 introduce in via sperimentale l’analisi delle policy di investimento sui fondi collocati dalle banche. «Su 24 istituti, 11 hanno una policy che abbiamo potuto esaminare. Per ora non incide sul punteggio, ma potrebbe farlo in futuro. Avere una policy chiara significa dichiarare in modo trasparente quali scelte si compiono nella costruzione degli strumenti di investimento».
Il perimetro della difesa
Il rapporto non entra nel merito delle singole strategie industriali né ridefinisce autonomamente il perimetro del concetto di difesa, oggi molto più ampio rispetto alla produzione tradizionale di armamenti. Ancor più dopo l’aggressione russa all’Ucraina nel 2022, questo settore può includere ambiti come intelligence, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture critiche, difesa da minacce ibride e tecnologie dual use, sempre più centrali nelle politiche di sicurezza europee. ZeroArmi non stabilisce una propria classificazione teorica di questi ambiti, ma si attiene ai dati dichiarati dalle imprese stesse e agli elenchi riconosciuti a livello internazionale. «Ci basiamo sulle informazioni fornite nei bilanci e nei report societari, oltre che su liste consolidate come quelle delle principali aziende del comparto militare», spiega Siliani. «Se un’impresa presenta una quota significativa o prevalente del proprio fatturato nel settore militare, la consideriamo tale. Noi non ridefiniamo il concetto di difesa: misuriamo il rapporto tra le banche e imprese che si auto-identificano, o sono riconosciute, come appartenenti a quel comparto».

L’allarme per i risparmiatori
In questo senso, il rapporto fotografa il legame finanziario tra sistema bancario e industria della difesa così come essa si configura oggi, senza entrare nel dibattito – politico e strategico – su dove debba essere tracciato il confine tra sicurezza, difesa e armamento. Questa è, in fondo, una scelta in linea con l’essenza stessa che anima Banca Etica. «Anche se il comparto militare oggi gode di un favore particolare – osserva Siliani -, è indicato come strategico e, secondo le nuove interpretazioni della tassonomia europea, può persino rientrare nei fondi classificati come sostenibili, noi questa scelta non la condividiamo per niente». Anzi, conclude il direttore di Fondazione Finanza Etica, «riarmarsi può essere una pericolosissima illusione. Le corse agli armamenti nella storia hanno spesso preceduto conflitti devastanti. Pensiamo alla prima guerra mondiale. Il nostro compito è informare i risparmiatori, anzitutto sulle scelte delle banche ma poi anche su possibili rischi. Ogni qualvolta sembra che si moltiplichino le voci di un possibile accordo sull’Ucraina, i titoli delle aziende della difesa traballano sui mercati. Abbiamo visto cali immediati del 3 o 4 per cento. Questo significa che sono imprese fortemente orientate a una monocultura produttiva e quindi esposte a una dinamica che le rende strutturalmente vulnerabili se il contesto cambia. Se i risparmiatori che si affidano alle banche fossero pienamente consapevoli delle dinamiche finanziarie ed aziendali in gioco, potrebbero assumere decisioni diverse».

Un caso non solo italiano
E infine bisogna considerare il contesto nel quale questa relazione s’inserisce, cioè quello di una crescita strutturale della spesa militare globale, confermata anche dall’International Institute for Strategic Studies, secondo cui nel 2025 la spesa mondiale per la difesa ha raggiunto i 2.630 miliardi di dollari, in aumento rispetto ai 2.480 del 2024. In Europa l’incremento reale è stato del 12,6%, con una quota che supera il 21% della spesa globale. Dal 2014 il continente registra una crescita reale consecutiva della spesa per la difesa, segno che il riarmo non appare più una reazione temporanea ma una tendenza consolidata.
Vatican News

#sanremo2026 la voce di Papa Francesco per la pace

A Sanremo la voce di Papa Francesco per la pace
Al Festival di Sanremo irrompe la voce di Papa Francesco. E lo fa come un sussurro che diventa monito, nella cornice scintillante del Teatro Ariston. «Non rassegniamoci alla guerra». Parole che risuonano a sorpresa, a chiusura dell’originale rilettura proposta da Dargen D’Amico nella serata delle cover. Non una semplice operazione musicale, ma un manifesto pacifista cucito su misura per uno dei palchi più popolari del Paese.
Dargen, insieme a un complice Pupo, costruisce un mash-up denso di rimandi. Sulla melodia di Su di noi si innestano le parole de Il disertore, il brano scritto nel 1954 da Boris Vian, feroce atto d’accusa contro l’assurdità dei conflitti. A Pupo il compito di restituire il ritornello del suo successo, mentre Dargen intreccia strofe che trasformano la nostalgia in presa di posizione, accompagnati dalla tromba di Fabrizio Bosso.
L’operazione si fa ancora più simbolica con l’inserto strumentale di Gam Gam, canto ebraico scritto negli anni Ottanta da Elie Botbol su testo biblico e reso popolare in versione elettronica nel 1994 dai dj Mauro Pilato e Max Monti. Un richiamo al Salmo 23 che attraversa culture e generazioni, diventando preghiera laica contro ogni violenza.
Il culmine emotivo arriva nel finale. Prima un frammento del monologo conclusivo de Il grande dittatore di Charlie Chaplin: «Più che macchinari ci serve umanità». Poi la voce di Papa Francesco. In una festa della musica che non dimentica le ferite del mondo, l’appello del Pontefice si fa eco di un’urgenza collettiva.
Gli inni alla pace attraversano l’intera serata. J-Ax si presenta con una spilla della pace sul cappello per cantare La vita l’è bela insieme ai Cochi e Renato, a Paolo Rossi, Paolo Jannacci e al duo Ale e Franz.
Ad aprire la serata è Laura Pausini, che entra all’Ariston accompagnata da sbandieratori con bandiere arancioni. «Make music not war» si legge nel tripudio finale di colori. Da Ritorno ad amare il medley passa a Immensamente e a Io canto. «Io canto. È la cosa che mi fa sentire più libera. Ognuno di noi ha diritto di sentirsi libero, di essere ascoltato», dice dal palco. Parole che si intrecciano idealmente con quelle del Papa.
In una serata così, “calza a pennello” la presenza di Bianca Balti, tornata a condurre a un anno dalla sua testimonianza più forte. «È passato un anno ma sembra un giorno. E si vede dai miei capelli!», sorride la top model che lo scorso anno si presentò calva, mostrando le cicatrici degli interventi per il tumore. «Mi rendo conto di rappresentare qualcosa di più quest’anno. La malattia è una cosa che vivono in tantissimi. Questo palco mi ha dato la possibilità di lanciare un messaggio bellissimo. Sono qui per godermela non solo per me, ma per tutte le persone che hanno sofferto». La sua presenza diventa segno di resilienza e speranza.
Toccanti e importanti anche le parole del professore Schettini che invita i genitori ad ascoltare i figli. “Siete il campo magnetico piu’ importante per i vostri figli. Non dovere lasciarli soli”.
La musica scorre tra emozioni e sorprese. Un commosso Gianni Morandi appare a sorpresa per duettare con il figlio Tredici Pietro sulle note di Vita, brano portato al successo con Lucio Dalla. «Quando mi ha chiesto di essere con lui a Sanremo ero incredulo», scrive Morandi sui social. «Mi ha detto che sarebbe stato uno dei momenti più belli della sua vita».
Omaggio a Dalla anche dagli Stadio con Tommaso Paradiso in La prima luna. A Mina e Alberto Lupo guardano Fulminacci e Francesca Fagnani con una divertita Parole parole a ruoli invertiti. Enrico Nigiotti e Alfa commuovono con En e Xanax di Samuele Bersani, dedicata alla salute mentale. Arisa coinvolge il Coro del Regio di Parma in Quello che le donne non dicono, Nayt e Johan Thiele affascinano con una versione pulita de La canzone dell’amore perduto di De André.
Alla fine, la vittoria della serata delle cover va a Ditonellapiaga e Tonypitony con una travolgente e ironica versione di The lady is a tramp. Ma al di là della classifica, resta l’eco di un appello che supera la gara: non rassegnarsi alla guerra, scegliere l’umanità. Anche – e forse soprattutto – in una sera di festa.
Avvenire

Il deragliamento del tram a Milano. La prima ricostruzione dei fatti e il video choc


Due morti e trentotto feriti. Il mezzo, anziché andare dritto, avrebbe imboccato una svolta dopo non essersi fermato alla stazione precedente. L’ipotesi di uno scambio rimasto aperto. Alcune persone sono rimaste incastrate, sul posto sono accorse numerose ambulanze. La linea in questione è la numero 9. Restano 6 persone in codice giallo. Si indaga per omicidio colposo

Un tram della linea 9 è deragliato a Milano, finendo la sua corsa fuori dai binari contro un edificio e investendo delle persone, che si trovano al momento incastrate sotto il mezzo. È accaduto poco dopo le 16 in viale Vittorio Veneto con il tram che stava procedendo da piazza Repubblica verso Porta Venezia.
Ci sono 2 vittime. Il bilancio dell’incidente è ancora provvisorio. I feriti sono 38: 6 sono i codici gialli e 32 quelli verdi. Lo rendono noto i vigili del fuoco, che stanno operando con cinque mezzi e 25 uomini. Sul posto anche le forze dell’ordine e il 118. Stanno intervenendo numerose ambulanze, dato che alcune persone sono ancora incastrate sotto il tram. Non è chiaro se stessero attraversando la strada e il mezzo abbia dovuto fare una brusca frenata o una manovra improvvisa per evitarle. Il tram, che procedeva ad alta velocità, è uscito dai binari ed è finito contro un edificio.
Un tram della linea 9 deragliato a Milano in zona Porta Venezia, che ha travolto delle persone e colpito un edificio dopo essere uscito dai binari. Milano, 27 febbraio 2026, ANSA/Davide Canella
Un tram della linea 9 deragliato a Milano in zona Porta Venezia, che ha travolto delle persone e colpito un edificio dopo essere uscito dai binari. Milano, 27 febbraio 2026, ANSA/Davide Canella
Il procuratore di Milano Marcello Viola si sta recando sul luogo dove è deragliato il tram, in zona porta Venezia. Da quanto si è saputo, nelle prossime ore sarà aperto un fascicolo per omicidio colposo e lesioni colpose per ricostruire quanto è avvenuto. Sul posto sono subito accorsi anche il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, e l’assessora alla Mobilità del Comune, Arianna Censi.
Secondo le prime ricostruzioni, il tram non si sarebbe fermato alla stazione precedente. La lanterna (il semaforo dei tram) all’incrocio tra corso di porta vittoria e via lazzaretto segnava a sinistra. Lo scambio era aperto a sinistra, il 9 andava dritto in via vittorio veneto, da piazza repubblica, verso porta Venezia. Il mezzo avrebbe preso lo scambio a sinistra a 20-40 all’ora ed è deragliato. C’è un video in cui si vede il tram che letteralmente si inclina uscendo dai binari, taglia l’incrocio e si schianta contro il palazzo di fronte. Lo scambio era aperto a sinistra perché evidentemente il tram prima ha girato a sinistra. Ticca al tramviere manovrare lo scambio e.la lanterna ti segnala com’è girato.
Avvenire

Don Giuseppe Rossi, parroco e martire

di: Roberto Cutaia (a cura) in Settimana News

giuseppe rossi

Il 26 febbraio ricorre la memoria liturgica del beato Giuseppe Rossi (1912-1945), il parroco martire piemontese. Il 26 febbraio 1945, pur avendo la possibilità di fuggire, non volle abbandonare la sua popolazione e venne ucciso dai fascisti, nella frazione Colombetti di Castiglione Ossola (Verbania). Sepolto a Castiglione Ossola. Beatificato dal delegato pontificio card. Marcello Semeraro (Prefetto del Dicastero per le cause dei Santi) il 26 maggio 2024.

«Di don Giuseppe Rossi − scrive don Marco Canali, delegato vescovile per la causa di beatificazione −, nonostante la sua riservatezza caratteriale e il suo ministero pastorale, svolto totalmente in una piccola località montana, lontana forse ma non così distante dalle vicende della grande storia, conserviamo un numero discreto di scritti, che ci aprono una finestra importante sulla sua poliedrica capacità di esprimere la vita quotidiana come “un quadro a vari colori e dalle molteplici sfumature”»[1].

Nacque a Varallo Pombia (Novara) il 3 novembre 1912, in una famiglia povera e religiosa.

Entrato nel 1925 in Seminario, il 29 giugno 1937 fu ordinato sacerdote. L’anno successivo divenne parroco a Castiglione Ossola, piccolo paese montano, dove svolse l’apostolato per circa sei anni. Qui si dedicò in particolare alla formazione dei giovani, alla direzione spirituale dell’Azione Cattolica femminile e delle Conferenze di San Vincenzo, all’assistenza dei poveri e malati.

Scoppiata la Seconda Guerra Mondiale, la Val d’Ossola divenne teatro di scontri tra i partigiani e le formazioni fasciste. Il 26 febbraio 1945 i militi della Brigata Nera Ravenna ebbero uno scontro con i partigiani accanto a Castiglione, riportando due morti e una ventina di feriti. Questo provocò un’immediata rappresaglia contro la popolazione, in cui furono bruciate delle case e vennero presi degli ostaggi, tra cui don Giuseppe, che però vennero rilasciati lo stesso giorno. Ritornato a casa, durante la cena, fu ripreso dai militi fascisti che lo portarono fuori il paese, dove fu brutalmente percosso e ucciso.

Riguardo al martirio materiale, egli venne nuovamente prelevato verso le 20 del 26 febbraio 1945 da due militi fascisti e portato nel Vallone dei Colombetti, nei pressi di Castiglione Ossola. In quel luogo, dopo essere stato costretto a scavarsi la fossa a mani nude, fu ripetutamente percosso, colpito alla testa con un masso di 7 chili, che gli provocò lo sfondamento del cranio, quindi finito con una coltellata e un colpo di arma da fuoco.

Circa il martirio «ex parte persecutorum», la morte di don Giuseppe fu conseguenza del clima di odio nei confronti della Chiesa e dei presbiteri da parte del regime fascista. Le Brigate Nere erano l’espressione violenta della mentalità del regime. In particolare, la 29a, intitolata a Ettore Muti e protagonista dell’uccisione di Giuseppe Rossi, fu tra le più feroci. L’esempio del presbitero era da loro considerato pericoloso al punto da procedere alla sua eliminazione.

In riferimento al martirio «ex parte victimae», egli, come molti altri suoi confratelli, non prese posizione in merito alla politica ma, pur essendo consapevole del pericolo che correva, cercò di donarsi con la massima carità, ascoltando tutti e cercando di soccorrere chiunque si trovasse in una situazione di difficoltà.

Scrive di lui il Vescovo di Novara, mons. Franco Giulio Brambilla:

La figura di sacerdote, che don Rossi incarnava, era quella del parroco «per tutti». Oggi, forse, è più facile essere preti solo «per pochi, per gruppi scelti», vivendo la parrocchia come una comunità di adozione o di elezione. Si curano prevalentemente quelli che stanno nei paraggi della parrocchia, si sta volentieri tra chi è già dei nostri, non si sente molto lo slancio per avventurarsi nel mare aperto. Questo rafforza il pericolo tipico del mondo attuale che corre il rischio di vivere senza prossimità: abbiamo tanti vicini e pochi prossimi. Senza prossimità il mondo va verso il gelo assoluto dell’individualismo.

La parrocchia d’oggi dovrà cambiare molte forme con cui vive il suo agire pastorale, ma non potrà perdere l’elemento decisivo, che a suo modo caratterizzò il tempo di don Rossi, dovrà cioè essere una comunità «per tutti».

Nella seconda lettera pastorale, Come sogni la Chiesa di domani? (2013-2014), l’ho scritto chiaramente: non c’è equivalenza tra vicinanza e prossimità. Si possono avere molti vicini (pensiamo a una stazione, a un supermercato, a una festa di quartiere), ma sovente vi sono pochi prossimi. La parrocchia come comunità di vicinato, in cui si abita in ragione del lavoro e della casa, deve diventare una comunità di prossimità. Infatti, la porta della Chiesa è ancor oggi la soglia più bassa, la porta più accessibile: è un segno bello di apertura della comunità a tutti.

Questa è la prima cosa che dobbiamo salvare, anzi promuovere. Il parroco, e i cristiani con lui, devono essere maestri di prossimità. Non devono perdere l’odore delle pecore, come dice papa Francesco, cioè la vicinanza alle persone, alla vita quotidiana delle famiglie. Don Rossi è stato certamente un parroco per tutti, anzi ha dato la sua vita per non perdere nessuno. È stato l’icona dell’universalità delle fede cristiana.

Scriveva don Giuseppe Rossi nel 1943:

«La vita è un quadro a vari colori e dalle molteplici sfumature. La vita è un quadro a vari colori e dalle molteplici sfumature: ogni uomo è a sé e non fa serie. Però vi sono espressioni che appartengono all’umanità e non all’individuo. Gli effetti possono essere diversi, ma la causa è sempre identica. L’uomo in ogni azione cerca il benessere, la felicità. L’indagine è affidata all’individuo, e, se pur è mosso dallo stesso anelito comune, può percorrere diverse vie secondo l’essere individuo. Chi vede la propria felicità nelle ricchezze; chi nella soddisfazione degli istinti più bassi; chi nella perfezione della propria arte; e infine chi nel possesso di Dio. Vari pellegrini su strade diverse si illudono di arrivare alla stessa meta. Alcuni dopo una corsa affannosa si trovano in un vicolo cieco: s’accorgono di aver perso tempo e forze. Bisogna indietreggiare, battere altra strada, forse meno facile, più accidentata ma la vera: quella dei Santi. È un vero peccato che non tutti arrivino a tempo al vicolo cieco: sono attratti nella affannosa corsa dal fenomeno della fata morgana e neppure dubitano della loro illusione» (21 gennaio 1943, Agenda).


[1] Tu ci rialzi con la tua mano, Antologia di testi di don Giuseppe Rossi, a cura di Marco Canali, 15 aprile 2024, pag. 1. (cf. archivio digitale degli scritti).

Nel mondo uccisi 129 giornalisti, quasi la metà a Gaza

La fotocamera della giornalista di Ap Mariam Dagga uccisa a Khan Yunis il 25 agosto 2025

Nel suo 35esimo rapporto annuale il Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj) denuncia la morte di 129 giornalisti nel 2025 durante lo svolgimento del loro lavoro. Di questi quasi la metà sarebbero stati uccisi a Gaza dalle truppe dell’Idf. Intanto ancora violenze in Cisgiordania, dove alcuni coloni israeliani hanno dato fuoco a strutture agricole appartenenti a palestinesi a nord-est di Gerusalemme
Roberto Paglialonga – Città del Vaticano – Vatican News

Nel 2025, secondo l’ultimo rapporto del Comitato per la protezione dei giornalisti (Cpj), dei 129 reporter che hanno perso la vita nel mondo nello svolgimento del loro lavoro, quasi la metà sono stati uccisi a Gaza. Un record purtroppo drammatico, quello totale, che segna il secondo picco annuale consecutivo dal 1992, ovvero da quando il Cpj tiene questo conteggio: già nel 2024 le vittime erano state 124.

A Gaza uccisa quasi la metà dei giornalisti colpiti nel mondo
“L’esercito israeliano”, si legge nel 35° rapporto, “ha commesso più omicidi mirati di membri della stampa di qualsiasi altro esercito governativo fino a oggi, e la stragrande maggioranza delle vittime sono giornalisti e operatori dei media palestinesi a Gaza”. Oltre il 60% degli 86 giornalisti, la cui uccisione viene attribuita alle Forze di difesa israeliane (Idf) nel 2025, era palestinese e lavorava a Gaza. Il Cpj ha poi rilevato un aumento nell’uso dei droni per gli attacchi. L’Idf avrebbe la responsabilità della morte di 28 giornalisti uccisi a Gaza sui 39 totali morti a causa di raid condotti con droni. Il Cpj documenta nel suo dossier casi in cui i giornalisti presi di mira da Israele a Gaza erano noti per aver riportato in modo approfondito evidenti crimini di guerra, come la fame o gli attacchi agli ospedali. “Utilizzando questa tattica, le forze israeliane hanno aggravato le violazioni del diritto internazionale, mettendo al contempo a tacere le critiche sul campo”, dice l’Ong.

L’uso di accuse infondate per colpire i media
Inoltre, il rapporto sostiene come l’uso di accuse infondate di attività criminali contro i giornalisti sia una caratteristica degli attacchi alla stampa in generale negli ultimi anni. Questa è una tendenza riscontrabile sia nell’elevato numero di giornalisti detenuti per il loro lavoro sia nella giustificazione delle loro uccisioni. “Israele, in particolare, ha ripetutamente ucciso giornalisti che successivamente — e in alcuni casi preventivamente — ha accusato di essere militanti, senza fornire prove credibili a sostegno delle sue affermazioni”, dice il Cpj. E cita ad esempio il caso di Anas Al-Sharif, il reporter di Al Jazeera ucciso il 10 agosto 2025 assieme ad altri colleghi in una tenda per i media, che più volte aveva pubblicamente avvertito come la sua vita fosse in pericolo “dopo ripetute e infondate” accuse da parte di Israele. Caso simile a quello accaduto il 25 agosto successivo, quando le truppe israeliane hanno attaccato l’ospedale Nasser di Khan Yunis (nel sud della Striscia), uccidendo 5 giornalisti tra le 20 vittime registrate. «Un’indagine della Reuters», evidenzia il rapporto, “ha poi rivelato che l’obiettivo era la telecamera di un giornalista posizionata lì da mesi, con l’assenso dell’Idf, per fornire alla Reuters un feed di notizie in diretta”.

Ancora tensioni in Cisgiordania
La pressione delle truppe israeliane e dei coloni è aumentata negli ultimi mesi anche in Cisgiordania, nello Stato di Palestina. Ieri, riferisce la Wafa citando l’organizzazione per i diritti umani Al-Baydar, un nuovo episodio di violenza, quando settlers violenti hanno incendiato strutture agricole di proprietà palestinese nella zona di Al-Shamis, a nord est di Gerusalemme.

Knesset: primo ok alla legge sull’obbligo del rito ortodosso al Muro del pianto
All’interno di Israele un’ulteriore stretta starebbe arrivando anche in materia religiosa. La plenaria della Knesset ha approvato in lettura preliminare (56 i voti a favore, 47 i contrari) la cosiddetta “legge sul Muro occidentale”, che di fatto proibirebbe ai gruppi ebraici non ortodossi e più laici di pregare nel sito. In base al progetto legislativo, la preghiera dovrebbe essere condotta esclusivamente secondo le prescrizioni dell’ebraismo ortodosso, che prevedono per esempio la rigida separazione tra uomini e donne. Il disegno di legge mira a aggirare la sentenza dell’Alta Corte di giustizia di giovedì scorso, secondo cui lo Stato deve procedere con l’ampliamento della cosiddetta “area egalitaria” del Muro Occidentale, una porzione meno utilizzata del luogo sacro, dove è concesso pregare agli ebrei “non ortodossi”. L’ampliamento, rimasto finora bloccato, faceva parte del “Compromesso sul Muro Occidentale”, concordato dal governo Netanyahu un decennio fa, che prevedeva una piattaforma di preghiera pluralista nel sito. Il nuovo disegno di legge conferirebbe ai due rabbini capo del Paese, entrambi ortodossi, l’autorità ultima su tutta l’estensione dei luoghi sacri ebraici, inclusa l’area utilizzata finora come zona di “preghiera egalitaria”, e definirebbe come “profanazione” qualsiasi attività nel sito contraria alle loro istruzioni, come ad esempio il culto non ortodosso. Perché la proposta diventi legge servono ora altre tre votazioni.

Sanremo, Antoniano e Pausini: «Vogliamo un mondo senza guerre»

Sanremo, Antoniano e Pausini: «Vogliamo un mondo senza guerre»

Avvenire

Un pianoforte, una sessantina di bambini biancovestiti e una scritta alle spalle che non lascia spazio a equivoci: “Make Music Not War”. Mentre scorrono le immagini drammatiche dei conflitti a Gaza e in Ucraina, l’Ariston si raccoglie in silenzio. Poi partono le note di Heal the World e la voce di Laura Pausini si intreccia con quella dei piccoli cantori del Piccolo Coro dell’Antoniano e del Coro di Caivano. «Vogliamo tutti un mondo senza guerre e lo vogliamo per loro», dice l’artista. È un inno alla pace che attraversa il teatro e arriva oltre lo schermo.
Il brano, scritto e composto nel 1992 da Michael Jackson, resta uno dei manifesti musicali più intensi contro la violenza. A Sanremo diventa preghiera laica e responsabilità condivisa. I bambini, tutti vestiti di bianco, scendono in platea tra gli applausi. Sono 59 le voci dirette da Margherita Gamberini: tra loro una rappresentanza del Piccolo Coro di Caivano, progetto promosso dal Ministero della Cultura con Antoniano-Opere Francescane. «Portiamo sul palco dell’Ariston un canto di speranza – spiega fra Giampaolo Cavalli –. La musica ci richiama alla responsabilità dell’ascolto, soprattutto verso i più piccoli, perché nei loro sogni si costruisce il futuro di tutti».
È la terza volta per il Coro dell’Antoniano al Festival di Sanremo, il “Sanremo dei piccoli” che in parte ha ispirato lo Zecchino d’Oro. E infatti scatta anche il karaoke: dalle Tagliatelle di Nonna Pina a i 44 gatti, l’Ariston si scopre famiglia.
La serata del direttore artistico Carlo Conti alterna musica e coscienza civile. Commuove il collegamento con Paolo Sarullo, 25enne di Albenga rimasto tetraplegico dopo un’aggressione per rapina da parte di un gruppo di ragazzi. «Non deve accadere a nessuno», dice. Alla domanda se abbia perdonato i suoi aggressori, risponde di sì. Il pubblico si alza in piedi. Il suo cantante preferito è Olly: intona Balorda Nostalgia e l’Ariston lo accompagna in coro. «Non mollare», lo esorta Conti. E lui sorride, con una battuta decisa dimostra tutta la sua forza.
Altro momento di respiro internazionale: il duetto tra Eros Ramazzotti e Alicia Keys. Ramazzotti torna con Adesso tu, a quarant’anni dalla vittoria, e confida: «Sappiamo quello che accade nel mondo, speriamo che le cose cambino». Poi il teatro trattiene il fiato per il duetto in anteprima mondiale su L’Aurora: un momento straordinario, intenso e solenne, con Keys al pianoforte che canta per la prima volta in italiano accanto a Ramazzotti, in un intreccio di voci fenomenale nella nuova versione del brano, uscita a novembre in Una Storia Importante, l’ultimo disco di Ramazzotti. L’interpretazione, potente e delicatissima insieme, viene accolta da una standing ovation. E non è finita: Alicia Keys regala anche una versione solo piano e voce di Empire State of Mind.
Senza dimenticare la gara: tra le Nuove Proposte vince il 19enne Nicolò Filippucci con Laguna, mentre Angelica Bove conquista il premio della critica Mia Martini e quello della Sala Stampa “Lucio Dalla”. A fine serata vengono svelate le prime cinque posizioni della terza serata degli artisti votati da Televoto e Giuria radio e tv, in ordine sparso: Arisa, Sayf, Luché, Serena Brancale e Sal Da Vinci.
Ma il senso resta tutto in quell’immagine iniziale: bambini in bianco, un pianoforte e una promessa. Fare musica, non guerra. Perché la pace non è un ritornello: è un impegno da consegnare al domani.