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Leone in Africa, un messaggio al mondo

leone xiv

di: Antonio Spadaro – settimananews.it

Riprendiamo il commento di p. Antonio Spadaro al viaggio internazionale di papa Leone XIV in terra africana (13-23 aprile 2026) dalla sua rubrica «Waypoints» sul portale UCA News (24 aprile 2026, originale inglese)

Il primo grande viaggio apostolico di Papa Leone XIV — undici giorni, quattro paesi, un intero continente come orizzonte — è stato ben più di un pellegrinaggio pastorale.

Dallo sbarco ad Algeri il 13 aprile alla partenza da Malabo il 23 aprile, Leone XIV ha costruito un discorso organico e accuratamente articolato sullo stato del mondo contemporaneo, un discorso in cui l’Africa è protagonista, punto di osservazione privilegiato dal quale giudicare le patologie della politica internazionale. Pace, guerra, tirannia, corruzione, neocolonialismo, estrattivismo, esclusione, fondamentalismo: ciascuno di questi temi è stato affrontato dal Papa con una franchezza e una coerenza che rivelano un progetto pastorale di ambiziosa portata.

Algeria: il pellegrino di pace nella terra di Agostino
Leone XIV ha voluto che l’Africa fosse la destinazione del suo primo viaggio internazionale. E ha voluto che quel viaggio cominciasse in Algeria, patria del suo padre spirituale, sant’Agostino, dove era già stato due volte — nel 2004 e nel 2013 — come religioso agostiniano.

Al Centro congressi Djamaa el Djazair di Algeri, rivolgendosi al presidente, alle autorità di Governo e al corpo diplomatico, il Papa si è presentato come «pellegrino di pace», affermando che in un mondo pieno di conflitti e incomprensioni il semplice atto di riconoscerci come un’unica famiglia è la chiave capace di aprire molte porte sbarrate. Questa semplicità programmatica — il primato dell’incontro sulla strategia — è il tratto caratteristico del suo magistero.

Ma il discorso algerino non si è fermato alla retorica della fraternità. Leone XIV ha affrontato di petto la questione degli squilibri globali di potere, parlando da un Paese la cui storia coloniale e post-coloniale gli conferisce una prospettiva particolarmente acuta sulle dinamiche internazionali.

Ha parlato di «continue violazioni del diritto internazionale» e di «tentazioni neocoloniali», invitando l’Algeria a diventare protagonista di un nuovo capitolo della storia, fondato sul rispetto della dignità di ogni persona e sulla solidarietà con le sofferenze dei popoli vicini e lontani.

Ha citato Benedetto XVI sulla globalizzazione che, se mal orientata, genera povertà e disuguaglianza, e Papa Francesco sulla necessità di includere i movimenti popolari nella governance.

Il messaggio era chiaro: la politica internazionale non può essere decisa unicamente nei centri del potere; le periferie del mondo — e l’Africa è la prima tra esse — hanno qualcosa da dire e da insegnare.

Al monumento ai martiri algerini, il Maqam Echahid, Leone XIV ha consegnato una riflessione densa su libertà e pace. Ha affermato che Dio desidera la pace per ogni nazione — non la mera assenza di conflitto, ma una pace che sia espressione di giustizia e dignità.

Ha aggiunto che una tale pace è possibile solo attraverso il perdono, riconoscendo quanto sia difficile perdonare, ma insistendo che il futuro appartiene agli uomini e alle donne di pace, e che la giustizia finirà per prevalere sull’ingiustizia, mentre la violenza — nonostante le apparenze — non avrà mai l’ultima parola. Parole rivolte, con ogni evidenza, non solo alla memoria storica dell’Algeria, ma a ogni conflitto che insanguina il mondo di oggi.

La visita alla Grande Moschea di Algeri ha poi confermato la centralità del dialogo interreligioso nel pontificato leonino. Il Papa ha collegato la ricerca di Dio alla ricerca della dignità di ogni essere umano, pregando per la pace e la giustizia del Regno di Dio tra tutti i popoli della terra.

Camerun: la pace disarmata e la denuncia dei signori della guerra
La tappa camerunese è stata il cuore politico del viaggio. A Yaoundé, al Palazzo presidenziale, Leone ha pronunciato un discorso che vale come un vero e proprio manifesto sulla pace e il buon governo.

Ha descritto il Camerun come «l’Africa in miniatura» per la ricchezza delle sue culture e delle sue lingue, ma ha subito chiarito che questa varietà «non è una fragilità: è un tesoro» e che «costituisce una promessa di fraternità e un solido fondamento per costruire una pace duratura».

Il Papa non ha esitato a denunciare le gravi situazioni del Paese — le tensioni e le violenze nel Nord-Ovest, nel Sud-Ovest e nell’Estremo Nord — e le loro conseguenze: vite spezzate, famiglie sfollate, bambini privati della scuola, giovani senza futuro. Ha invocato una pace che sia «disarmata» — non fondata sul timore, sulle minacce o sugli armamenti — e «disarmante» — capace di risolvere i conflitti, aprire i cuori e generare fiducia ed empatia.

Ha ripetuto il grido lanciato nell’ottobre 2025 all’Incontro mondiale per la pace: basta guerre, con le loro strazianti accumulazioni di morti, distruzioni ed esuli.

Ma il discorso di Yaoundé contiene anche una formidabile lezione sul potere e la corruzione, ispirata ad Agostino. Leone XIV ha citato il passo del De civitate Dei in cui Agostino afferma che chi comanda è al servizio di coloro che apparentemente vengono comandati, e che il potere si esercita non nella brama di dominare ma nel dovere di provvedere, non nell’orgoglio di imporsi ma nella compassione del prendersi cura.

Ha poi invitato i governanti a spezzare le catene della corruzione, che deturpa l’autorità svuotandola di ogni credibilità morale, e a liberare il cuore dalla sete di profitto, che è «idolatria». Il vero profitto, ha detto, è lo sviluppo umano integrale.

Questo discorso contiene anche un passaggio di grande rilievo sulle donne: il Papa ha sottolineato, con gratitudine, il loro ruolo di artefici di pace e il loro impegno nell’educazione, nella mediazione e nella ricostruzione del tessuto sociale, descrivendolo come capace di fungere da freno alla corruzione e agli abusi di potere. Per questa ragione, ha detto, la loro voce deve essere «pienamente riconosciuta nei processi decisionali».

A Bamenda, nella cattedrale di San Giuseppe, il momento più intenso del viaggio: l’incontro per la pace con la comunità devastata dalla crisi anglofona. Leone XIV ha pronunciato parole roventi contro i signori della guerra, denunciando che «basta un attimo a distruggere, ma spesso non basta una vita a ricostruire», e che «occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, a educare, a risollevare».

Ha descritto la spirale perversa dell’estrattivismo: chi saccheggia le risorse dell’Africa investe una larga parte dei propri profitti in armi, alimentando una spirale senza fine di destabilizzazione e morte. Ha concluso con un’affermazione che risuona come un principio di filosofia politica: «Il mondo è distrutto da pochi dominatori ed è tenuto in piedi da una miriade di fratelli e sorelle solidali!».

L’elogio della collaborazione tra le comunità cristiane e musulmane di Bamenda, che si sono avvicinate durante la crisi e hanno fondato un Movimento per la Pace, è stato offerto al mondo come modello. Il Papa ha esclamato che guai a chi piega la religione e lo stesso nome di Dio ai propri fini militari, economici o politici, trascinando ciò che è santo in ciò che è più fangoso e oscuro.

All’Università Cattolica dell’Africa Centrale, infine, Leone XIV ha parlato ai giovani e al mondo accademico, sfidandoli a diventare «pionieri di un nuovo umanesimo nel contesto della rivoluzione digitale» — un continente che conosce bene non solo gli aspetti seducenti della tecnologia, ma anche il lato oscuro della devastazione ambientale e sociale prodotta dalla frenetica ricerca di materie prime e terre rare.

Angola: la gioia e la speranza come virtù politiche
Il discorso alle autorità angolane a Luanda ha introdotto un concetto originale: la gioia e la speranza come virtù «politiche». Leone XIV ha definito l’Africa «riserva di gioia e speranza» per il mondo intero, perché i suoi giovani e i suoi poveri sognano e sperano ancora, rifiutano di rassegnarsi alle cose così come stanno e desiderano rialzarsi.

La saggezza di un popolo non può essere spenta da alcuna ideologia, e il desiderio di infinito che abita il cuore umano è un principio di trasformazione sociale più profondo di qualsiasi programma politico o culturale.

Da questa premessa è scaturita la denuncia della «logica estrattiva» che causa sofferenza, morte e catastrofe sociale e ambientale, e che si impone come unico modello possibile di sviluppo.

Leone XIV ha ripreso il j’accuse di Paolo VI, formulato sessant’anni fa, sul carattere senile e del tutto anacronistico di una civiltà commerciale, edonista e materialista che pretende di spacciarsi per portatrice del futuro.

Ma il passaggio più radicale del discorso di Luanda riguarda la tirannia. Il Papa ha descritto i meccanismi del dispotismo con una lucidità che evoca la grande tradizione del pensiero politico cristiano:

«Despoti e tiranni del corpo e dello spirito vogliono rendere le anime passive e le passioni tristi, inclini all’inerzia, docili e asservite al potere. Nella tristezza siamo infatti in balia delle nostre paure e dei nostri fantasmi, ci rifugiamo nel fanatismo, nella sottomissione, nel frastuono mediatico, nel miraggio dell’oro, nel mito identitario».

Ha citato nuovamente Francesco sulla strategia di chi domina: «Il modo migliore per dominare e avanzare senza limiti è seminare la mancanza di speranza e suscitare la sfiducia costante, benché mascherata con la difesa di alcuni valori». La gioia autentica — dono dello Spirito, frutto della relazione e della solidarietà — è stata presentata come forza di liberazione dall’alienazione politica.

Nell’omelia a Saurimo il tono si è fatto più intimo: Leone XIV ha parlato alla Chiesa angolana nel suo cuore più profondo, chiedendole di rimanere fedele alle proprie radici cristiane per continuare a contribuire alla costruzione della giustizia e della pace in Africa e nel mondo intero.

Guinea Equatoriale: la città di Dio e la città della pace
L’ultima tappa a Malabo ha offerto a Leone XIV l’occasione di una riflessione teologico-politica di ampio respiro, radicata nell’agostiniana teoria delle due città. Il Papa ha ricordato che la città terrena è centrata sull’amor proprio superbo, sulla brama di potere e di gloria mondana che conducono alla rovina; la Città di Dio, al contrario, è fondata sull’amore incondizionato e sull’amore del prossimo.

Rivolgendosi alle autorità di un Paese che ha appena costruito una nuova capitale chiamata Ciudad de la Paz, Leone XIV ha chiesto che questo nome interroghi ogni coscienza sul tipo di città che desidera servire.

Il discorso di Malabo è anche quello in cui Leone XIV ha formulato le sue denunce più precise della politica internazionale contemporanea.

Ha parlato dell’esclusione come «nuovo volto dell’ingiustizia sociale», del drammatico divario tra l’uno per cento della popolazione e la grande maggioranza, del paradosso per cui la mancanza di terra, cibo, alloggio e lavoro coesiste con l’accesso alle nuove tecnologie.

Ha denunciato la speculazione legata alla domanda di materie prime, l’incuria per la salvaguardia del creato, i diritti delle comunità locali e la dignità del lavoro. Ha affermato senza perifrasi che la proliferazione dei conflitti armati ha tra le sue principali motivazioni la colonizzazione dei giacimenti petroliferi e minerari, senza alcun riguardo per il diritto internazionale e l’autodeterminazione dei popoli.

Riguardo alle nuove tecnologie, Leone XIV ha osservato che esse sembrano concepite e impiegate principalmente per scopi militari e all’interno di quadri di significato che non promettono opportunità ampliate per tutti.

Ha avvertito che senza una correzione di rotta verso l’assunzione di responsabilità politica e il rispetto delle istituzioni e degli accordi internazionali, il destino dell’umanità rischia di essere tragicamente compromesso.

Ha concluso: «Dio non vuole questo. Il suo Nome santo non può essere profanato dalla volontà di dominio, dalla prepotenza e dalla discriminazione: soprattutto, mai dev’essere invocato per giustificare scelte e azioni di morte».

Allo Stadio di Bata, il 22 aprile, il Papa ha incontrato i giovani e le famiglie in uno degli eventi più vibranti e commoventi dell’intero viaggio. L’incontro è diventato una dichiarazione di intenti: decine di migliaia di giovani equatoguineani, con le loro danze, i costumi e i simboli — una rete da pesca, una statua della Vergine Maria, un modellino di barca e un bastone — hanno testimoniato il patrimonio vivo delle loro culture e la gioia di una fede non importata ma incarnata.

Leone XIV ha accolto questa energia per articolare una teologia della giovinezza e della famiglia insieme pastorale e politica. Ha detto ai giovani che il futuro appartiene a loro, ma ha subito fondato quest’affermazione su un’etica esigente: non l’inseguimento del successo facile, ma la cultura della fatica, della disciplina e del lavoro ben fatto.

Ha elogiato la vocazione dei giovani uomini e donne che si donano interamente a Dio, esortando quanti si sentono chiamati al sacerdozio o alla vita consacrata a non aver paura, e promettendo loro — con le parole di Cristo — il centuplo in cambio.

Il discorso alle famiglie è stato ugualmente incisivo. Attingendo alle testimonianze di giovani coppie in preparazione al matrimonio e alle coraggiose parole di un adolescente di nome Victor Antonio — il cui racconto delle difficoltà della vita familiare, nelle parole del Papa, «è caduto come macigno in mezzo a noi, non per distruggere ma per spingerci a costruire un mondo migliore» — Leone XIV ha insistito che accogliere la vita richiede amore, impegno e cura, e che la famiglia rimane il terreno fertile dove l’albero della crescita umana e cristiana affonda le sue radici.

Ha citato la Amoris laetitia di Papa Francesco sulla coppia come vera «”scultura” vivente (…) capace di manifestare il Dio Creatore», e ha invitato i fedeli a resistere ai giudizi, ai pregiudizi e agli stereotipi che tentano di sminuire il valore della famiglia.

La luce della carità, coltivata nelle case e vissuta nella fede, ha detto, può davvero trasformare il mondo, comprese le sue strutture e istituzioni, affinché ogni persona trovi rispetto e nessuno venga dimenticato.

L’atto pubblico conclusivo del viaggio è stata la Messa celebrata allo Stadio di Malabo il 23 aprile, con un’omelia di notevole densità scritturistica.

Leone XIV ha scelto l’episodio dell’incontro tra l’eunuco etiope e il diacono Filippo (At 8,26-40) come chiave di lettura dell’intero viaggio africano. La figura dell’eunuco — ricco eppure schiavo, intelligente eppure non pienamente libero, le cui energie sono consumate da un potere che lo controlla e lo domina — è diventata nelle mani del Papa una parabola dell’Africa stessa: un continente di risorse immense la cui ricchezza serve gli altri, il cui lavoro avvantaggia padroni stranieri.

Eppure è proprio quest’uomo, mentre torna in patria, a essere liberato dall’annuncio del Vangelo. Leone XIV ha tracciato il parallelismo con forza: attraverso il Battesimo, lo schiavo senza discendenti rinasce a una vita nuova e libera. Il testo scritto diventa gesto vissuto; il lettore diventa protagonista.

La teologia eucaristica dell’omelia ha poi dilatato l’orizzonte politico in chiave escatologica. Leone XIV ha connesso la manna dell’Esodo — prova, benedizione e promessa — all’Eucaristia come sacramento dell’alleanza nuova ed eterna, pane di Colui che è disceso dal cielo per farsi nostro nutrimento.

Ha contrapposto a questo ciò che Francesco aveva chiamato «la tristezza individualista nata da un cuore comodo e avaro», avvertendo che quando la vita interiore si chiude sui propri interessi, non c’è più spazio per i poveri, la voce di Dio non si ode più e la dolce gioia del suo amore non si assapora più.

L’omelia si era aperta, peraltro, con un momento di schietta franchezza pastorale: Leone XIV ha espresso le sue condoglianze per la recente morte del Vicario Generale di Malabo, Monsignor Fortunato Nsue Esono. Ha poi incoraggiato la Chiesa della Guinea Equatoriale a continuare con gioia la missione dei primi discepoli di Gesù, leggendo insieme il Vangelo e annunciandolo con passione, affinché la parola di Dio diventi «pane buono per tutti».

Il messaggio alla politica internazionale: una sintesi
Letto nella sua interezza, il viaggio africano di Leone XIV consegna un messaggio potente alla politica internazionale. Va ricordato che è stato segnato da una contesa con il presidente americano Donald Trump, che alla vigilia della partenza del Papa lo aveva attaccato definendolo «debole» e «terribile in politica estera».

Ogni parola pronunciata dal Pontefice è stata letta come risposta alla Casa Bianca. Leone XIV ha chiarito, sul volo per Luanda, che i discorsi erano stati preparati settimane prima e che polemizzare con Trump «non è affatto nel mio interesse».

I testi papali sono, di fatto, il frutto di un lungo processo redazionale che precede la partenza. Eppure, quando il Papa denuncia «despoti e tiranni» che rendono le anime «passive e schiave del potere», o la «colonizzazione dei giacimenti petroliferi e minerari senza alcun riguardo per il diritto internazionale», queste parole attraversano ogni frontiera.

La Dottrina sociale della Chiesa parla in termini universali ma risuona in molteplici direzioni. Sarebbe riduttivo affermare che non hanno nulla a che fare con Trump; altrettanto riduttivo dire che riguardano solo lui. Leone XIV non nomina i Governi: opera con il raffinato strumentario della diplomazia vaticana. Il riferimento africano è diretto; quello globale, ineludibile. Nessun Paese è escluso.

Un messaggio fondato su cinque pilastri
Il primo è il ripudio della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti, accompagnato dall’idea di una pace non meramente negativa (assenza di conflitto) ma positiva (giustizia, dignità, perdono). Il Papa ha invocato una pace «disarmata e disarmante», capace di sciogliere i nodi del conflitto invece di reciderli con la violenza.

Il secondo è la denuncia del neo-colonialismo e dell’estrattivismo come forme contemporanee di dominazione. Leone XIV ha parlato duramente delle potenze e degli interessi che continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo, usando i profitti per alimentare la produzione di armamenti e la destabilizzazione.

Il terzo è la critica della tirannia e della corruzione, affrontate non come vizi individuali ma come patologie strutturali del potere. Il Papa ha mostrato come il dispotismo operi attraverso la tristezza, la paura, la polarizzazione, la sfiducia e la passività delle coscienze. A questa logica ha contrapposto la gioia, la speranza, la relazione e la solidarietà come forze di liberazione.

Il quarto è l’appello al diritto internazionale e al multilateralismo, con il rifiuto della logica del più forte. Leone XIV ha denunciato le violazioni del diritto internazionale, la colonizzazione dei giacimenti minerari senza rispetto per l’autodeterminazione dei popoli, l’uso militare delle nuove tecnologie e l’assenza di una responsabilità politica globale.

Il quinto è l’affermazione dell’Africa come soggetto politico e culturale, non come oggetto di aiuto o di sfruttamento. Il Papa ha presentato il continente come portatore di una saggezza e di una gioia che la civiltà dominante ha perduto, e ha chiesto ai suoi popoli di non rassegnarsi e di non lasciarsi omologare.

Nel primo anniversario della morte di Papa Francesco — ricordato sul volo per Malabo con profonda commozione — Leone XIV ha dimostrato di aver raccolto e rilanciato l’eredità del suo predecessore, fondandola nella tradizione agostiniana e nella Dottrina Sociale della Chiesa, e portandola a confrontarsi con le sfide specifiche del 2026: l’intelligenza artificiale impiegata a fini militari, la speculazione sulle terre rare, la crisi climatica, l’esclusione digitale e la polarizzazione politica globale.

Il viaggio in Africa è stato, in questo senso, il primo grande atto di un pontificato che intende parlare al mondo.

Scoperte a Megiddo nuove tracce della Bibbia

Scoperte a Megiddo nuove tracce della Bibbia

Per la prima volta, l’archeologia sembra avvicinarsi in modo concreto a uno degli episodi più drammatici della storia biblica: la battaglia di Megiddo, lo scontro in cui perse la vita il re Giosia, narrato nel Secondo libro dei Re e nel Secondo libro delle Cronache.
Gli scavi condotti negli ultimi anni nel sito, che si trova nella piana di Yezreel, nel nord di Israele, hanno restituito una quantità senza precedenti di ceramiche egiziane databili al VII secolo a.C. Un dato che, come spiega ad Avvenire l’archeologo Israel Finkelstein, condirettore del progetto di ricerca avviato negli anni Novanta (e tuttora in corso) dall’Università di Tel Aviv, «rappresenta un collegamento concreto con il breve periodo di dominio egiziano nella regione durante la XXVI dinastia saitica». Sull’argomento Finkelstein, insieme ai colleghi Matthew J. Adams, Alexander Fantalkin e Assaf Kleiman, ha pubblicato di recente un importante studio sullo “Scandinavian Journal of the Old Testament” (Josiah at Megiddo: New Evidence from the Field).
Il contesto storico è quello della tarda età del Ferro, una fase cruciale per il Vicino Oriente antico. Nel VII secolo a.C. l’impero assiro, che aveva dominato la regione per oltre un secolo, stava rapidamente collassando. Questo vuoto di potere aprì la strada alla competizione tra le grandi potenze del tempo: da un lato l’Egitto faraonico, dall’altro la Babilonia emergente. È in questo scenario che si colloca il regno di Giosia, sedicesimo sovrano di Giuda, ricordato dai testi biblici come modello di re giusto e fedele.
Secondo il racconto biblico, Giosia salì al trono da giovanissimo e si distinse come un sovrano profondamente devoto. I capitoli 22 e 23 del Secondo libro dei Re e i capitoli 34 e 35 del Secondo libro delle Cronache descrivono le sue riforme religiose: l’eliminazione dei culti non yahwisti, la centralizzazione del culto a Gerusalemme, la distruzione dei santuari locali, la cancellazione di ogni forma d’idolatria e la riscoperta del «libro della Legge», identificato da molti studiosi con una forma primitiva del Deuteronomio. Giosia incarna, nella teologia biblica, la fedeltà all’alleanza davidica
Tuttavia, nonostante la sua pietà, il destino del regno di Giuda appare segnato. La Bibbia racconta che l’ira divina non si placò a causa dei peccati commessi nei secoli precedenti. È in questo clima che avviene lo scontro con il faraone Necao II. Nel 609 a.C. il sovrano egizio marciava verso nord per soccorrere gli ultimi resti dell’impero assiro contro l’avanzata babilonese. Giosia decise di affrontarlo a Megiddo, probabilmente nel tentativo di bloccare il passaggio egiziano attraverso una delle principali vie strategiche della regione. Lo scontro fu fatale: il re di Giuda venne ucciso in circostanze oscure. Nel Secondo libro dei Re si legge solo che Giosia andò incontro a Necao (forse per tentare una qualche mediazione), ma il faraone «lo uccise appena lo vide». Di fatto la sua morte segnò l’inizio della fine dell’autonomia di Giuda.
Per lungo tempo, la storicità di questo episodio è stata discussa quasi esclusivamente sulla base dei testi biblici, senza il conforto di fonti extra-bibliche. Oggi però i nuovi dati archeologici offrono un importante riscontro materiale. «I ritrovamenti – osserva Finkelstein – gettano una luce indiretta sull’evento del 609 a.C., indicando la presenza di una guarnigione egiziana nel sito».
Gli archeologi, nei pressi di quella che viene identificata come Area X, non lontano dal cosiddetto Palazzo assiro meridionale, hanno rinvenuto infatti oltre un centinaio di frammenti di ceramica egiziana: recipienti grezzi, destinati alla vita quotidiana, prodotti con tecniche tipiche del Nilo e confermati da analisi petrografiche. «Si potrebbe ipotizzare la presenza di mercanti – precisa lo studioso – ma l’insieme dei dati è più coerente con un contesto militare».
A rafforzare questa interpretazione contribuiscono altri elementi: ceramiche dell’Egeo orientale databili tra il 630 e il 610 a.C. e perfino una scaglia d’armatura rinvenuta nello stesso contesto. Indizi che aprono alla possibilità della presenza di mercenari greci. «L’ipotesi è supportata da diversi fattori – spiega Finkelstein –: studi petrografici collegano alcuni materiali all’area di Mileto e fonti extra-bibliche attestano l’impiego di milizie provenienti dalla Lidia e dalla Grecia a servizio dell’Egitto». Evidenze simili sono state individuate anche in un piccolo forte costiero tra l’odierna Tel Aviv e Ashdod, suggerendo un modello più ampio di presenza militare egiziana nella regione.
Le nuove scoperte, insomma, contribuiscono a collocare i racconti biblici in un quadro storico più realistico. «Il testo del Libro dei Re – sottolinea Finkelstein – è generalmente più affidabile, mentre i brani di Cronache riflettono elaborazioni più tarde, legate all’ideologia dell’autore».
Megiddo, del resto, non è un sito qualsiasi. È l’unico luogo citato sia nella Bibbia sia nelle grandi cronache del Vicino Oriente antico. La sua identificazione con l’Armageddon dell’Apocalisse (dal greco Har Megiddo, «monte di Megiddo») ne ha fatto un simbolo universale dello scontro finale tra il bene e il male. Secondo Finkelstein, «l’idea apocalittica potrebbe derivare proprio dalla memoria della morte di Giosia, considerato il più giusto dei re davidici: il luogo della sua fine sarebbe stato reinterpretato come scenario dell’ultima battaglia della storia».
Dal punto di vista metodologico gli scavi si avvalgono di un uso sempre più raffinato degli strumenti tecnici disponibili. «Le analisi petrografiche – conclude l’archeologo – hanno permesso di identificare con precisione l’origine dei materiali. In altri contesti utilizziamo anche indagini sul Dna, analisi dei residui organici e datazioni al radiocarbonio».
Quanto al rapporto tra archeologia e testi biblici, la cautela resta d’obbligo: «Non esiste una regola generale – avverte Finkelstein -. Ogni caso deve essere valutato nel contesto dei dati archeologici, dell’esegesi moderna e delle fonti del Vicino Oriente antico». Eppure, proprio a Megiddo, per un momento, questi diversi piani sembrano dialogare. E illuminare, insieme, uno dei passaggi più tragici e densi di significato dell’Antico Testamento.
Avvenire

Nel 2025 il record di spesa mondiale per gli armamenti: sono 2.887 miliardi

Nel 2025 il record di spesa mondiale per gli armamenti: sono 2.887 miliardi Avvenire

«Gli Stati hanno risposto a un altro anno di guerre, incertezza e sconvolgimenti geopolitici con massicci programmi di riarmo»: così Xiao Liang, ricercatore del programma sulla spesa militare e la produzione di armi dell’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma (Sipri) ha dato una lettura dei nuovi dati diffusi ieri dall’Istituto sulla spesa militare globale, che nel 2025 è aumentata nuovamente – del 2,9% in termini reali rispetto al 2024 –, arrivando a un nuovo record storico: 2.887 miliardi di dollari complessivi. Più della metà li hanno spesi Stati Uniti, Cina e Russia. «Considerata la portata delle crisi attuali – continua Liang –, nonché gli obiettivi di spesa militare a lungo termine di molti Stati, è probabile che questa crescita continui fino al 2026 e oltre». La spesa è cresciuta, ma meno dell’anno scorso (quando era stata di +9,7%) soprattutto per la frenata del 7,5% negli Stati Uniti, che nel corso dell’anno non ha approvato alcun nuovo aiuto finanziario militare per l’Ucraina. Gli Usa hanno speso comunque più di tutti, 954 miliardi di dollari, e «il calo sarà probabilmente di breve durata – avverte già Nan Tian, direttore del programma sulla spesa militare e la produzione di armi del Sipri –. La spesa approvata dal Congresso degli Stati Uniti per il 2026 è salita a oltre mille miliardi di dollari, un aumento sostanziale rispetto al 2025, e potrebbe salire ulteriormente a 1.500 miliardi nel 2027 se l’ultima proposta di bilancio del presidente Trump venisse accettata».
Ad alimentare l’incremento troviamo invece in testa l’Europa, dove globalmente la spesa in armamenti è aumentata del 14% e ha raggiunto 864 miliardi di dollari. Si tratta della crescita annua più marcata nell’Europa centrale e occidentale dalla fine della guerra fredda. In particolare, «la spesa militare dei membri europei della Nato è aumentata più rapidamente che in qualsiasi altro momento dal 1953, riflettendo la continua ricerca dell’autosufficienza europea e la crescente pressione da parte degli Stati Uniti per rafforzare la condivisione degli oneri all’interno dell’alleanza», ha specificato Jade Guiberteau Ricard, ricercatrice del Sipri. I 29 membri europei della Nato hanno speso complessivamente 559 miliardi di dollari nel 2025 e 22 di essi hanno registrato una spesa militare pari ad almeno il 2% del Pil: tra questi per la prima volta dal 1990 c’è la Germania. Nella lista anche l’Italia, che però ha raggiunto questa soglia solo formalmente grazie a un’operazione contabile e non per l’aumento della spesa in armamenti, nonostante questa sia cresciuta del 20%. L’Italia è dunque tra i principali attori della spirale militarista europea, rientrando stabilmente nel gruppo dei primi 15 Paesi della classifica.
Spicca poi l’incremento del 20% in Ucraina – che arriva a 84,1 miliardi di dollari, ben il 40% del suo Pil – e in parallelo lo sforzo per il riarmo in Russia, dove con una crescita del 5,9%, la spesa militare raggiunge i 190 miliardi di dollari. L’impegno militarista tocca anche Asia e Oceania, che con +8,1% arrivano a spendere 681 miliardi di dollari. È infatti la Cina il secondo Paese al mondo per spesa militare: con un aumento del 7,4%, quest’anno arriva a toccare 336 miliardi di dollari. In Medio Oriente, invece, nonostante i conflitti in corso, i Paesi nel 2025 non hanno aumentato il proprio sforzo bellico. La spesa israeliana è diminuita con la riduzione dell’intensità del conflitto a Gaza, così come quella iraniana, principalmente a causa delle difficoltà economiche. Tuttavia, secondo i ricercatori, è quasi certo che le cifre ufficiali sottostimino il livello reale, dato che l’Iran utilizza anche le entrate petrolifere extra-bilancio per finanziare le sue forze armate.
I numeri del Sipri sono l’ulteriore prova di un’amara contraddizione per la Rete Italiana Pace e Disarmo, che commenta: «Questa spirale di riarmo non sta producendo un mondo più sicuro. Nel 2026 assistiamo alla continuazione e all’allargamento di numerosi conflitti armati violenti attivi, il cui numero totale è ai massimi dalla fine della Seconda guerra mondiale. Conflitti che a loro volta alimenteranno ulteriori aumenti di spesa militare negli anni a venire, in un ciclo vizioso che non ha nulla a che fare con la costruzione della pace».

Alla Biennale 24 artisti per “L’orecchio è l’occhio dell’anima”

Avvenire
«La logica degli algoritmi tende a ripetere ciò che “funziona” ma l’arte apre a ciò che è possibile. Non tutto dev’essere immediato e prevedibile». È da questa frase di Papa Leone XIV che prende avvio il Padiglione della Santa Sede alla 61ª Mostra Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, presentata oggi e intitolata “L’orecchio è l’occhio dell’anima”. Commissario del Padiglione è il cardinale José Tolentino de Mendonça, curatori Hans Ulrich Obrist, Direttore Artistico della Serpentine e Senior Advisor presso Luma Arles, e Ben Vickers, curatore, editore e tecnologo (attualmente sta sviluppando New Water, un ritiro nella natura e campus di ricerca nel New Hampshire, ovvero uno spazio dedicato al futuro della tecnologia e dello spirito, profondamente radicato nel paesaggio).
Il progetto del Padiglione, ispirato a Santa Ildegarda di Bingen, badessa medievale, poetessa, guaritrice e compositrice, ufficialmente proclamata Santa e Dottore della Chiesa Cattolica da Papa Benedetto XVI nel 2012, si svilupperà in due sedi: il Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi, a Cannaregio, e il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice, a Castello. Al centro, l’ascolto come atto contemplativo e come forma di conoscenza. Per Tolentino, Ildegarda è infatti «una voce fortemente contemporanea», capace di parlare a «un tempo di accelerazione che confina con l’immediatezza». E il padiglione, ha detto, vuole «unire le energie morali e spirituali del nostro tempo proprio intorno alla categoria dell’ascolto». In questo senso, ha aggiunto, «l’arte ha la capacità di aiutarci a vedere anche le dimensioni invisibili del presente».
Nel Giardino Mistico, Soundwalk Collective costruirà uno spazio sonoro con nuove opere di venti compositori (all’interno di un padiglione che riunisce ventiquattro artisti, musicisti e poeti contemporanei), in dialogo con i canti, gli scritti e le visioni di Ildegarda. L’esperienza avverrà in cuffia, individualmente (previste circa 280 persone al giorno per il Giardino Mistico, con accesso su prenotazione, per garantire un’esperienza individuale e contemplativa; per questo i numeri sono volutamente limitati), e coinvolgerà anche il giardino stesso: uno strumento sonoro appositamente creato ascolterà in tempo reale piante, vento, acqua, insetti, suolo, trasformando bioelettricità e micro-acustiche naturali in una composizione in continua evoluzione. Come ha spiegato Ben Vickers: «Abbiamo scelto di andare oltre il visivo e oltre il linguaggio: il suono e la voce sono qualcosa che si può solo sentire e abitare». Tra gli artisti coinvolti compaiono Patti Smith, Jim Jarmusch, Brian Eno, Meredith Monk, Caterina Barbieri e molti altri. Obrist nel corso della conferenza stampa di presentazione ha spiegato che il progetto è nato in un modo molto organico: «Non c’è – ha detto – un master iniziale, si tratta di un processo di dialogo». Per lui, il suono in Ildegarda è una forma di sapere e «la musica diventa un legame fra il corpo e il mondo, fra il microcosmo e il macrocosmo». In un presente segnato da fratture, ha aggiunto, «è molto importante creare insieme». Da qui l’idea di una mostra non solo da vedere, ma da attraversare, rallentando.
A Castello, Santa Maria Ausiliatrice diventerà invece uno scriptorium contemporaneo, con un archivio vivente, la liturgia sonora delle monache dell’Abbazia di Eibingen e l’ultima opera di Alexander Kluge, conclusa prima della morte, il 25 marzo 2026: dodici stazioni di film e immagini. È a Kluge che si deve anche il titolo del Padiglione. Il tema della sostenibilità del Padiglione, inoltre, non è accessorio. Obrist lo ha legato alla scelta di non rimuovere ma continuare e sviluppare il padiglione, per «lasciarlo evolvere». Sostenibile è anche la natura sonora del progetto: trattandosi di una mostra di “suono”, il progetto è pensato per proseguire oltre Venezia: non comportando trasporti materiali, potrà essere riattivato in altri contesti – anche in altri giardini – e continuare a crescere nel tempo. Tra le ipotesi emerse, anche la realizzazione di un’edizione su vinile. Un padiglione, dunque, che non si esaurisce nell’evento, ma cerca una lunga durata: come ascolto, memoria e possibilità.

Incontro fra un leader musulmano e un evangelico per un percorso multireligioso verso la pace in Medio-Oriente

Incontro fra un leader musulmano e un evangelico per un percorso multireligioso verso la pace in Medio-Oriente
Il 16 aprile si è svolto a Jakarta, in videoconferenza (durata 80 minuti), un incontro fra il presidente di Nahdlatul Ulama (conosciuta anche con l’abbreviazione di NU, è la più grande organizzazione musulmana del mondo con 100 milioni di membri e sede in Indonesia), KH. Yahya Cholil Staquf, e il reverendo Botrus Mansour, segretario generale dell’Alleanza Evangelica Mondiale (WEA in sigla inglese, la più vasta rete internazionale di cristiani evangelici: rappresenta 650 milioni di protestanti evangelici in tutto il mondo).
Mansour, avvocato, membro di una chiesa battista a Nazareth, cittadina nella quale è nato e in parte vissuto (oltre che a Gerusalemme e Oxford), è stato nominato lo scorso agosto come segretario generale della WEA.
Yahya Cholil Staquf, soprannominato Gus Yahya, politico e religioso indonesiano è stato nominato alla presidenza della NU nel 2021. Va ricordato che il 10 giugno 2018, Yahya ha visitato Israele come ospite dell’American Jewish Committee, un gruppo di pressione statunitense, a un’importante conferenza a Gerusalemme. Ciò ha causato controversie tra gli indonesiani perché l’Indonesia non ha relazioni diplomatiche con Israele e il sostegno ai palestinesi è molto forte.
Le due autorità si sono riunite per discutere dei conflitti che scuotono il Medio Oriente e del loro impatto globale e hanno concordato di perseguire linee di cooperazione concrete per affrontare le urgenti sfide religiose, regionali e globali del momento attuale. Qui il comunicato finale.
A fare una relazione, per l’Italia, sull’andamento dell’incontro è il vicepresidente della COREIS (Comunità religiosa islamica italiana), Imam Yahya Pallavicini, consigliere per l’Europa di Nahdlatul Ulama, che ha diffuso un comunicato anteponendovi un breve positivo commento: «Ci colpisce – ha afferma – questo dialogo che unisce estremo Oriente ed estremo Occidente, tra musulmani in Europa e Indonesia, e i cristiani presenti in Terra Santa e in tutto il mondo. La vicinanza naturale tra i religiosi, sostenuta dai leader di queste tra le maggiori organizzazioni religiose internazionali, ci sembra un segno positivo per arginare i continui e quotidiani abusi della dottrina, della storia e dei simboli delle nostre tradizioni monoteiste a cui stiamo assistendo».

Il testo del comunicato della Coreis.
Il 16 aprile 2026, prima del cessate il fuoco temporaneo in Libano, i leader di Nahdlatul Ulama, la più grande organizzazione musulmana del mondo, e della World Evangelical Alliance, la più vasta rete internazionale di cristiani evangelici si sono incontrati per discutere dei conflitti che scuotono il Medio Oriente e del loro impatto globale.
Il presidente di Nahdlatul Ulama, Yahya Cholil Staquf, e il reverendo Botrus Mansour, Segretario generale della World Evangelical Alliance, durante una videoconferenza, hanno concordato di perseguire specifiche linee di cooperazione per affrontare le sfide urgenti che riguardano le loro comunità religiose e il mondo nel suo complesso.
Il reverendo Mansour è un cristiano arabo, cittadino israeliano nato a Nazareth. La World Evangelical Alliance, l’organizzazione da lui presieduta, rappresenta 650 milioni di protestanti evangelici nel mondo.
Attraverso il gruppo di lavoro congiunto Humanitarian Islam/WEA, istituito nel 2020, Nahdlatul Ulama e la World Evangelical Alliance hanno portato avanti numerose iniziative di successo in regioni diverse come l’Africa subsahariana, l’Europa, il Nord America e l’Asia.
Alla conversazione hanno partecipato anche Holland Taylor, CEO del Center for Shared Civilizational Values e consigliere speciale per gli affari internazionali di Staquf e il reverendo Thomas K. Johnson, inviato speciale della WEA presso il Vaticano e per il dialogo con Humanitarian Islam. Entrambi sono co-presidenti del gruppo di lavoro congiunto Humanitarian Islam/WEA, mentre Johnson è inviato speciale della WEA presso il Vaticano e per il dialogo con Humanitarian Islam.
Durante la conversazione, Staquf e Mansour hanno condiviso la loro profonda preoccupazione per la problematica ingerenza del nazionalismo e della guerra nelle dinamiche religiose oltre che per altre questioni che incidono sul futuro delle comunità religiose e dell’umanità nel suo insieme.
I due leader hanno concordato che una delle esigenze più urgenti del nostro tempo è la necessità di nuove forme di cooperazione tra le guide religiose e le loro comunità, per favorire comprensione reciproca e pace in un contesto globale in rapido cambiamento.
Staquf ha illustrato gli sforzi di Nahdlatul Ulama per costruire armonia tra le diverse comunità religiose e le nazioni del mondo, al fine di garantire sicurezza reciproca e favorire l’adattamento dottrinale ai tempi che cambiano e preservarlo dalla manipolazione indebita e ignorante.
Il segretario generale della WEA ha espresso profonda preoccupazione e dolore per il declino della popolazione cristiana autoctona del Medio Oriente, inclusa l’emigrazione di molti cristiani da Gerusalemme e dalla Galilea.

Il reverendo Mansour ha raccontato la propria storia personale: cresciuto in una famiglia cristiana multiconfessionale, ha maturato la propria fede durante l’adolescenza. Suo padre fu il primo palestinese a lavorare come giornalista per un quotidiano israeliano, a partire dal 1954. Mansour ha parlato con emozione della sua infanzia, trascorsa accanto ad amici e concittadini musulmani ed ebrei.
Il presidente Staquf ha invece illustrato come, da generazioni, Nahdlatul Ulama abbia coltivato deliberatamente relazioni armoniose e costruttive con le comunità protestanti in Indonesia, dove i cristiani e le altre minoranze religiose godono del diritto alla piena cittadinanza e alla libertà religiosa, costituzionalmente garantito.
I cristiani che vivono in Occidente potrebbero sorprendersi nello scoprire che i musulmani nutrono generalmente grande rispetto per Gesù e per sua madre, poiché il Corano presenta Gesù come un profeta nato dalla Vergine Maria.

Staquf e Mansour hanno concluso il loro incontro con un fermo impegno ad approfondire ed espandere le linee di cooperazione esistenti tra Nahdlatul Ulama e la World Evangelical Alliance, attraverso il gruppo di lavoro Humanitarian Islam/WEA e il forum religioso del G20 (R20). Tra le principali iniziative congiunte figurano il prossimo vertice internazionale delle autorità religiose (R20 ISORA), che si terrà a Washington D.C. nell’autunno del 2026, e il progetto The Road Not Yet Taken Initiative: A Multi-Religious Path Towards Middle East Peace. Quest’ultimo mira a mobilitare leader religiosi e comunità per promuovere riconciliazione e pace, invece di odio, violenza e vendetta, nella terra che ha dato origine all’Ebraismo, al Cristianesimo e all’Islam.
Adista