«Venite a Lourdes: troverete la risposta su fede, fraternità e fine vita»

«Venite a Lourdes: troverete la risposta su fede, fraternità e fine vita»

Avvenire

«La dignità è nella relazione, non in un farmaco somministrato per accelerare una morte solitaria, obbedendo eventualmente a un protocollo medico». Sulla base di un’esperienza nutrita ogni giorno da nuove testimonianze spesso sconvolgenti di malati e altre persone fragili, a ricordarlo è padre Michel Daubanes, rettore del Santuario di Lourdes, invitato quest’anno a Roma in occasione della presentazione del messaggio di Leone XIV per la Giornata mondiale del Malato, che sarà celebrata l’11 febbraio, ricorrenza proprio della Madonna di Lourdes. Il riferimento del sacerdote riguarda pure la riapertura in Francia del dibattito parlamentare sul fine vita, che potrebbe sfociare nell’introduzione dell’eutanasia dietro la nuova nozione di «aiuto a morire». La Chiesa francese ha preso posizione, denunciando il travisamento di valori come la dignità e la fraternità. «Il messaggio del Papa per la Giornata di quest’anno mi ha molto colpito, e sono sicuro che raggiungerà il cuore di tutti coloro che lavorano con me, perché riguarda il nocciolo di ciò che cerchiamo di vivere a Lourdes. Possiamo essere tutti dei buoni samaritani in questo mondo che ne ha tanto bisogno».
Padre Michel Daubanes (foto Sndl – Pierre Vincent)
Padre Michel Daubanes (foto Sndl - Pierre Vincent)
Il messaggio di Leone XIV insiste molto sulla relazione con il malato. Una dimensione che è al centro dell’accoglienza a Lourdes…
Oggi constatiamo a Lourdes anche un numero crescente di malattie, handicap e sofferenze che non sono visibili. Delle ferite psicologiche, morali, spirituali. Fin dalle Apparizioni, la vocazione del Santuario è di accogliere ogni persona, considerandola così com’è. La grazia di quest’accoglienza è il miracolo quotidiano del Santuario di Lourdes.
Per lei, accogliere fino in fondo significa pure andare a cercare i malati invisibili. Cosa intende?
Oltre ai pellegrinaggi organizzati e diocesani, abbiamo tanti pellegrini che vengono a titolo individuale e altri che, come riusciamo talvolta ad apprendere, sono impediti non avendo potuto integrarsi in nessun gruppo. A volte, ci sono pure timori legati a vincoli regolamentari sanitari nazionali. Stiamo cercando in ogni modo di togliere questi vincoli. Personalmente, viaggio molto a livello internazionale anche per ricordare che Lourdes è per tutti.
L’incontro con chi è malato, o ferito interiormente, nutre la nostra umanità?
Prendere coscienza con serietà dell’umanità in queste persone ci obbliga a essere autentici. Nella nostra società, nel nostro mondo, portiamo spesso delle maschere, interpretiamo dei ruoli. Ciò che colpisce nel Santuario di Lourdes, al momento del servizio dei malati, è il fatto di poter essere sé stessi. A Lourdes si può piangere, nel momento della sofferenza, o del lutto per un caro. Ciò è segno di un’umanità ferita alla ricerca di pace e di consolazione. Essere autentici, a Lourdes, è essenziale per avanzare in queste relazioni speciali.
Lourdes è dunque anche una scuola d’umanità?
Sì, una scuola di umanità cristiana, come ci viene chiesto dal Vangelo, anche attraverso la parabola del buon samaritano. Ma tutti, non solo i cristiani, possono trarre profitto dall’attenzione e dall’ascolto verso l’altro. In proposito, a Lourdes è toccante pure che non siano solo cattolici o cristiani a venire nel Santuario. Alcuni professano altre religioni, o non ne rivendicano alcuna.
Lei ha dichiarato che l’abbandono non è una forma di compassione. L’attuale bozza di legge sul fine vita in Francia può divenire la porta aperta all’abbandono dei più fragili?
La fraternità che ci riunisce come esseri umani è un punto essenziale. Per far riflettere su questa bozza di legge dobbiamo tornare al vero senso della fraternità che è una dimensione della nostra umanità. Oggi i promotori della legge pretendono che questa bozza sia una soluzione di fraternità. Ma occorre dire no, perché si tratta di una falsa concezione della fraternità. Non possiamo aderire.
È anche il messaggio di Lourdes a ricordarlo?
Sì, il fatto di poter crescere nella propria umanità solo se si accetta sempre la prossimità con l’altro. In tal modo, scopriamo di essere tutti figli amati da un Padre misericordioso, riconoscendoci dunque in tal modo come fratelli.
La bozza di legge traccia un cammino che allontana da quello del buon samaritano?
L’esperienza mi dice che le fasi terminali di una malattia cronica sono vissute molto meglio da chi ha la fortuna di essere circondato e accompagnato. Il vero dramma è morire da soli. In proposito, le cronache sono costellate di notizie di persone i cui corpi sono ritrovati solo diversi giorni, se non settimane, dopo la morte. Si tratta di segnali di inumanità in cui rischia di scivolare la nostra società.
Lourdes insegna dunque pure l’importanza del tessuto di relazioni per chi è fragile?
Una persona gravemente malata sarà certamente molto più serena se potrà contare sul sostegno umano di chi la circonda. Ma queste persone al suo fianco ricevono a loro volta il dono di poter crescere nella propria umanità, grazie a dei momenti davvero privilegiati. Tutti escono vincitori da questa scelta della prossimità.
Ci sono incontri che hanno cambiato il suo modo di comprendere la fragilità?
Potrei raccontare tante storie che prenderebbero ore. Un incontro mi colpì molto quand’ero ancora un volontario adolescente a Lourdes. Si trattava di una donna che non aveva l’uso né dei quattro arti né della parola. Comunicava solo con gli occhi. Mi dissi che non avrei mai potuto avvicinarmi, talmente mi sembrava difficile, anzi, impossibile. Ero impressionato, provando al contempo un senso di colpa. Ma un giorno mi ritrovai da solo in una camera con lei. Mi dissi “ora o mai più, forza”. Quando mi avvicinai, ricevetti uno sguardo e un sorriso che mi dissero di colpo tutto: la sua gioia per il mio avvicinamento e al contempo la chiara coscienza che lei aveva acquisito della mia precedente distanza prolungata. Fu come un piccolo film con due attori. Un film il cui bel finale mi accompagnerà e mi darà forza per il resto della mia vita. Mi sono reso conto che quel giorno fu lo Spirito Santo a spingermi verso di lei.

Il 42% degli italiani vuole ridurre il tempo sugli smartphone. Ma, in attesa di una legge, i giovani scelgono le app di “social detox” per tornare a «respirare»

«Mi sentivo stanca e appiattita»: perché la Gen Z sta rinunciando ai social

Avvenire

Quasi 5 milioni di account su Instagram, Facebook e TikTok bloccati in poco più di un mese: il bando australiano ai social network per gli under-16 è attivo e ha già innescato un effetto domino in tutta Europa. In Francia è atteso un disegno di legge per la protezione digitale dei minori, che il Parlamento dovrà discutere nei prossimi giorni. Nel Regno Unito, il primo ministro Keir Starmer ha annunciato un inasprimento delle regole, senza aver ancora individuato una soglia di età. I ragazzi britannici, però, potrebbero perfino apprezzare il divieto: il 47% dei giovani inglesi tra i 16 e i 21 anni, secondo un’indagine del British standards institution, dichiara che preferirebbe vivere in un mondo senza internet. E in Italia? Il Governo non ha ancora immaginato una norma per limitare l’uso dei social network ma gli utenti, soprattutto i giovanissimi, hanno già iniziato ad allontanarsi da soli dagli schermi: secondo il report Decoding the digital home study di Ey, che ha intervistato circa mille famiglie in tutto il Paese, il 42% dei consumatori italiani oggi cerca attivamente la disintossicazione digitale. In particolare, il cambio di rotta è evidente tra i ragazzi della Generazione Z, i nati tra il 1997 e il 2012, che tentano di non cadere nella dipendenza da social affidandosi agli stessi smartphone. Chiedendo aiuto, cioè, alle app per il “digital detox”.
I software sono numerosi e contano milioni di download ciascuno, ma c’è un meccanismo che li accomuna e ricorda quello che salvò Ulisse dal fascino delle sirene. L’utente che scarica un’app per la disintossicazione digitale continua a poter accedere ai social network ma, nel momento in cui apre l’applicazione, il software lo lega all’albero maestro ponendo una semplice domanda: «Sei sicuro di voler andare avanti?». «I risultati per me sono stati straordinari – confessa ad Avvenire Eleonora Gonnelli, una giovane lavoratrice di 27 anni che vive a Torino –. Lo scorso anno usavo i social oltre 4 ore al giorno ma oggi, anche grazie alle app di “social detox” ho ridotto l’accesso a Instagram a 50 minuti». A stabilire quanti minuti di social al giorno sono concessi prima che l’app blocchi l’accesso, sono gli utenti stessi. A Gonnelli sono bastati 50 minuti al giorno, divisi in sessioni da dieci minuti l’una: «Ho impostato l’app in questo modo per concedermi qualche minuto di svago e di lettura delle notizie anche sui social – spiega – ma l’app mi ferma comunque ogni volta per dieci secondi, prima di aprire il social, per darmi sempre l’opportunità di ripensarci e chiudere tutto». I motivi che hanno spinto Gonnelli e decine di migliaia di giovani italiani come lei (la sua app di social detox conta attualmente oltre 5 milioni di download sull’app store) a vietarsi autonomamente i social network hanno a che fare con «la noia» e con «il tono dell’umore»: «Quando non limitavo l’accesso, trascorrevo ore del mio pomeriggio su Instagram – racconta -. L’estate scorsa iniziai a stare male: mi sentivo stanca, appiattita e continuavo a vedere persone che mostravano i loro viaggi fantastici online. Non ero a posto. Adesso riesco a limitare queste sensazioni ed è migliorato anche il mio rapporto con il cellulare».
Il tono dell’umore basso, la demotivazione e la noia, però, sono l’effetto che i social network rischiano di produrre su tutti i cervelli in crescita. «È lodevole che i giovani prendano consapevolezza di questi problemi – commenta ad Avvenire Rino Agostiniani, presidente della Società italiana di Pediatria –. L’abuso di social in adolescenza è causa diretta di una maggiore incidenza di forme depressive e isolamento». Per i pediatri una soluzione percorribile, oltre al divieto autoimposto, è la coltivazione di rapporti personali sani: «Le relazioni nel mondo reale – conclude Agostiniani – placano i sintomi di una dipendenza da social network».
Anche per questo molti giovani, tra quelli che limitano i social, sono alla ricerca di nuove strade per intessere relazioni. «Nel nostro club – spiega ad Avvenire Giorgio Secli – entrano solo persone che vogliono fare conoscenze senza filtro digitale. Così, si creano vere e proprie comunità “disintossicate” dai social». Secli parla dell’Offline Club, un progetto nato due anni fa nei Paesi Bassi e ora diffuso in varie città europee, che organizza incontri senza smartphone aperti a tutti. A Milano, il pubblico è composto perlopiù da giovani dai 25 ai 35 anni che si riuniscono, 30-40 per volta, lasciando il cellulare all’ingresso: «Per la prima ora – spiega Secli – li lasciamo in silenzio con la musica in sottofondo. È un tempo che possono impiegare a leggere, riflettere o pregare. Poi, inizia la socializzazione». I risultati, secondo gli organizzatori, sono incoraggianti: «Quando si abbassa la musica – conclude Secli – tutti si godono la socialità senza iperconnessione. Negli anni, si sono creati rapporti stabili e duraturi».

Lettura e Vangelo del giorno 20 Gennaio 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal primo libro di Samuèle
1Sam 16,1-13a

In quei giorni, il Signore disse a Samuèle: «Fino a quando piangerai su Saul, mentre io l’ho ripudiato perché non regni su Israele? Riempi d’olio il tuo corno e parti. Ti mando da Iesse il Betlemmita, perché mi sono scelto tra i suoi figli un re». Samuèle rispose: «Come posso andare? Saul lo verrà a sapere e mi ucciderà». Il Signore soggiunse: «Prenderai con te una giovenca e dirai: “Sono venuto per sacrificare al Signore”. Inviterai quindi Iesse al sacrificio. Allora io ti farò conoscere quello che dovrai fare e ungerai per me colui che io ti dirò».
Samuèle fece quello che il Signore gli aveva comandato e venne a Betlemme; gli anziani della città gli vennero incontro trepidanti e gli chiesero: «È pacifica la tua venuta?». Rispose: «È pacifica. Sono venuto per sacrificare al Signore. Santificatevi, poi venite con me al sacrificio». Fece santificare anche Iesse e i suoi figli e li invitò al sacrificio.
Quando furono entrati, egli vide Eliàb e disse: «Certo, davanti al Signore sta il suo consacrato!». Il Signore replicò a Samuèle: «Non guardare al suo aspetto né alla sua alta statura. Io l’ho scartato, perché non conta quel che vede l’uomo: infatti l’uomo vede l’apparenza, ma il Signore vede il cuore». Iesse chiamò Abinadàb e lo presentò a Samuèle, ma questi disse: «Nemmeno costui il Signore ha scelto». Iesse fece passare Sammà e quegli disse:
«Nemmeno costui il Signore ha scelto». Iesse fece passare davanti a Samuèle i suoi sette figli e Samuèle ripeté a Iesse: «Il Signore non ha scelto nessuno di questi». Samuèle chiese a Iesse: «Sono qui tutti i giovani?». Rispose Iesse: «Rimane ancora il più piccolo, che ora sta a pascolare il gregge». Samuèle disse a Iesse: «Manda a prenderlo, perché non ci metteremo a tavola prima che egli sia venuto qui». Lo mandò a chiamare e lo fece venire. Era fulvo, con begli occhi e bello di aspetto. Disse il Signore: «Àlzati e ungilo: è lui!».
Samuèle prese il corno dell’olio e lo unse in mezzo ai suoi fratelli, e lo spirito del Signore irruppe su Davide da quel giorno in poi.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 88 (89)

R. Ho trovato Davide, mio servo.

Un tempo parlasti in visione ai tuoi fedeli, dicendo:
«Ho portato aiuto a un prode,
ho esaltato un eletto tra il mio popolo. R.

Ho trovato Davide, mio servo,
con il mio santo olio l’ho consacrato;
la mia mano è il suo sostegno,
il mio braccio è la sua forza. R.

Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre,
mio Dio e roccia della mia salvezza”.
Io farò di lui il mio primogenito,
il più alto fra i re della terra». R.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 2,23-28

In quel tempo, di sabato Gesù passava fra campi di grano e i suoi discepoli, mentre camminavano, si misero a cogliere le spighe.
I farisei gli dicevano: «Guarda! Perché fanno in giorno di sabato quello che non è lecito?». Ed egli rispose loro: «Non avete mai letto quello che fece Davide quando si trovò nel bisogno e lui e i suoi compagni ebbero fame? Sotto il sommo sacerdote Abiatàr, entrò nella casa di Dio e mangiò i pani dell’offerta, che non è lecito mangiare se non ai sacerdoti, e ne diede anche ai suoi compagni!».
E diceva loro: «Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato».

Elogio del frisbee, la tortiera divenuta sport. Senza arbitri

Elogio del frisbee, la tortiera divenuta sport. Senza arbitri

avvenire

Un’immagine della partita BFD Redshot-Cus Padova Rangers
C’è sempre un po’ di zucchero sopra alle storie più belle. Lui si chiamava William Russel Frisbie, e faceva il pasticcere. Specialità: torte di mele. Ma mai si sarebbe immaginato di essere l’origine dell’attrezzo indispensabile per uno sport che, magari in spiaggia o su un prato, più o meno tutti abbiamo praticato almeno una volta nella vita.
Qui la questione è tirare un disco volante di plastica per vedere l’effetto che fa. E che ci sono giochi da bambini che vogliamo fare per diventare grandi. Crediamo che siano il biglietto d’ingresso nel mondo. E siamo disposti a lanciare qualunque cosa pur di trovare il nostro posto, e a corrergli dietro fino a che non lo abbiamo raggiunto. C’è un filo di magia in tutto questo: la traiettoria perfetta vale un campionato.
Teolo (Padova), Centro Sportivo Euganeo di Bresseo. Profondo Nord. Provincia che respira facce pulite. Un campo fangoso con le righe segnate in terra più stretto di uno di calcio ospita le finali nazionali di uno sport di nicchia. Quelli che ne sanno tanto lo chiamano Flying Disc. Per tutti gli altri, è solo frisbee. In questo caso specialità Ultimate, categoria mixed, con due squadre a fronteggiarsi: 7 contro 7, uomini e donne insieme. Si corre, si salta, ci si butta. Soprattutto ci si diverte.
All’ignorante che capita lì per scoprire un’altra faccia dello sport occorre qualche minuto per capire. Ma poi non è difficile. L’obiettivo è quello di passarsi il disco, superare la difesa avversaria e fare meta in un’area a fondo campo ricevendo il disco al suo interno. Non ci si può muovere quando si ha in mano il piattello (brutto modo di chiamarlo, lo so, ma è per evitare un’altra ripetizione. E poi quello alla fine è), si può solo usare il piede che fa da perno e lanciare entro 10 secondi senza farlo cadere, il disco s’intende, altrimenti il possesso passa agli avversari.
Per segnare bisogna correre e smarcarsi da quelli che hanno una maglietta diversa dalla tua, ma ogni volta che il disco è in aria loro possono tentare di farlo cadere o prenderlo al volo per guadagnarne il possesso e cercare di andare in meta dall’altro lato del campo.
Il bello di tutta la faccenda è che l’arbitro non fischia mai. Anzi nemmeno si fa notare. Anzi, non c’è proprio. Strana gente, quella del Flying Disc: sono parecchio diversi, giocano senza litigare, senza fingere, e senza tentare di fregarsi a vicenda. Anche quando c’è un titolo nazionale inseguito per una stagione intera in palio. L’Ultimate poi è uno sport senza contatto e senza arbitro. Come fanno? Semplice: quando viene commesso un fallo, sono i giocatori stessi che decidono se è fallo veramente. E come gestire la situazione, e com’è meglio procedere.
Zero proteste, ci si accorda in un amen. Sembra di essere su Marte, invece è solo provincia di Padova, e in campo ci sono ragazzi che sembrano usciti dall’oratorio. Braghe della tuta e sorrisi addosso, voglia di correre, di stare insieme, di giocare un gioco antico ma diverso. Semplice, pulito. Normale. E che ha una storia curiosa alle spalle.
Riavvolgiamo il nastro. Bridgeport, Connetticut, Stati Uniti, Anni ’50 (ma qualcuno dice anche prima): gli studenti dell’Università di Yale che organizzavano feste nel fine settimana compravano i dolci dal signor William Russel Frisbie. Alla Frisbie Pie Company, che serviva le sue torte in teglie di latta rotonde. Poi si sa come vanno queste cose: un po’ l’alcol, un po’ la voglia di scherzare, fatto è che quei piatti sui quali restavano solo le briciole, alla fine se li lanciavano sui prati del campus. Dopo aver scoperto che, rovesciati, volavano bene e avevano una forma aerodinamica perfetta per disegnare belle traiettorie. Non sapevano come chiamarli, ma sopra c’era scritto Frisbie, il nome del pasticcere. Ed era naturale gridare quel nome quando dalle loro mani partivano questi dischi volanti.
Poi, come sempre accade, qualcuno fiutò l’affare. Due imprenditori, Warren Franscioni e Fred Morrison, crearono il primo prototipo di disco in plastica, che chiamarono Flyin-Saucer, sfruttando il nome che i giornali dell’epoca avevano utilizzato per un famoso caso di avvistamento di Ufo. Nel 1952 Franscioni e Morrison si separarono e Morrison si trasferì a Los Angeles: creò una nuova azienda, utilizzò una plastica più morbida e cambiò il nome del disco in Pluto Platter. Nel 1957 firmò un contratto con la ditta di giocattoli Wham-O, diventata famosa da poco per la produzione di un altro attrezzo che avrebbe fatto giocare milioni di ragazzi: l’Hula Hoop. E decise di brevettare l’attrezzo, cambiando il nome da Pluto Platter a Frisbie, che per un errore di pronuncia, fu registrato come Frisbee.
Nacque così il Flying Disc, uno sport che oggi ha cinque discipline diverse e decine di migliaia di praticanti rappresentati da 110 Federazioni, ed è riconosciuto dal Comitato Olimpico Internazionale. In Italia il Flying Disc fa parte della FIGeST, la Federazione Italiana dei giochi e sport tradizionali, affiliata al Coni: ci sono 34 tra società sportive e Associazioni che lo praticano, con circa 2.800 atleti agonistici, un terzo dei quali Junior, cioè con un’età inferiore ai 18 anni.
Per la cronaca, il campionato italiano mixed 2025 nella specialità Ultimate l’ha vinto pochi giorni fa la BFD Redshot, squadra di Bologna. Ha conquistato il tricolore nella finale di Teolo superando i CUS Padova Rangers 15-8 nella partita decisiva. Spettatori? Pochi, ma nessuno li ha contati. E nessuno ha sentito il bisogno di sapere quanti fossero. Erano il numero giusto per bastarsi, e abbastanza per sapere che potevano correre dietro a un disco volante. E continuare a sognare.

Andrea Zorzi: «Troppo business, lo sport ritrovi i sui valori»

Andrea Zorzi: «Troppo business, lo sport ritrovi i sui valori»

Avvenire

L’attrice Barbara Visibelli e l’ex campione di pallavolo Andrea Zorzi in scena
Da ieri sino al 18 gennaio il Teatro delle Spiagge di Firenze ospita la prima nazionale de La magnifica imperfezione. Giro del mondo su una palla in volo, nuova produzione di Teatri d’Imbarco, scritta e diretta da Nicola Zavagli. Sul palco, il fuoriclasse della pallavolo mondiale Andrea Zorzi e l’attrice Beatrice Visibelli accompagnano il pubblico in un viaggio funambolico e ironico attraverso il tempo e lo spazio, inseguendo una palla in volo capace di collegare epoche, culture e continenti, intrecciando la storia della pallavolo alle grandi trasformazioni politiche, sociali ed economiche del mondo contemporaneo. Ce lo racconta Andrea Zorzi, 60 anni, il mitico “Zorro” campione della nazionale italiana di Velasco definita “Generazione di fenomeni” che dominò il panorama mondiale dal 1989 al 1998, oggi giornalista sportivo.
Andrea, il suo incontro con il teatro come nasce?
«Era il 2012, Firenze era Città Europea dello Sport e, insieme a Beatrice Visibelli e a Nicola Zavagli, abbiamo iniziato quasi per gioco a lavorare a uno spettacolo che raccontasse la mia carriera. Ne è nata La leggenda del pallavolista volante, un racconto del ragazzino veneto troppo alto, che vince e perde, che arriva dove non avrebbe mai immaginato. È stato un successo insperato ma bellissimo: oltre trecento repliche. Da lì è nato un dialogo vero, profondo, tra la mia esperienza di atleta e il loro sguardo autoriale e teatrale».
“La magnifica imperfezione” sembra un progetto ancora più ambizioso. Quali sono i suoi pilastri?
«Lo spettacolo si regge su tre pilastri fondamentali. Il primo è storico: raccontiamo la nascita della pallavolo alla fine dell’Ottocento negli Stati Uniti e il suo attraversamento del Novecento, incrociando guerre mondiali, comunismo e capitalismo, fino all’abbraccio sempre più stretto tra sport e business. Guardiamo cosa è successo nel mondo osservandolo da un campo di pallavolo. Il secondo pilastro è autobiografico: i miei viaggi, le mie esperienze sportive, da Tokyo all’Unione Sovietica, dal Brasile all’Europa. Il terzo è forse il più ironico e spiazzante: una sorta di seduta psicanalitica in cui l’ex atleta riflette sui rischi di uno sport diventato modello universale applicato a tutto».
Che cosa intende per “rischi”?
«Viviamo in una società che ha trasformato la logica sportiva in una metafora assoluta della vita: o vinci o sei un fallito. Ma la vita non è una partita, non è divisa in vincitori e perdenti. Questa polarizzazione, spinta dal business, è devastante. Amo profondamente lo sport, ma mi rendo conto che ha imboccato una continua esasperazione: salire, salire, salire, senza mai fermarsi».
Nel racconto storico emerge anche il legame tra pallavolo e missione culturale.
«Sì, la pallavolo nasce grazie alla YMCA, la Young Men’s Christian Association, e si diffonde nel mondo attraverso i missionari americani. In Italia, durante il fascismo, la pallavolo era considerata uno sport poco maschile, marginale. Per fortuna gli oratori hanno avuto un ruolo fondamentale: hanno dato spazio allo sport di squadra, facendo giocare insieme maschi e femmine, aprendo a una dimensione di genere più inclusiva. Da lì nascono anche i successi che conosciamo, fino all’epopea di Velasco».
Lo sguardo si sposta poi all’Unione Sovietica.
«Dopo la Seconda guerra mondiale, la pallavolo diventa uno sport di Stato. L’educazione fisica è obbligatoria, il passaggio ai compagni è un valore politico. Gli atleti sono militari, poliziotti, membri delle grandi società sportive legate al governo. È un sistema che domina il mondo per trent’anni, dal 1960 al 1990».
Arriviamo ai valori. È la parte che le sta più a cuore?
«Assolutamente sì. Viviamo in un mondo iperpolarizzato, pieno di slogan. Negli anni Ottanta le grandi aziende hanno scoperto nello sport una miniera d’oro: “Just do it”, “La sconfitta non è un’opzione”. Ma non è vero che puoi ottenere tutto quello che vuoi. Nello sport le medaglie sono pochissime. Per me, da ex atleta, è importante relativizzare l’importanza dello sport: è un’occasione di confronto con le persone, con il corpo, con i propri limiti, non una misura del valore umano. Mi ha aiutato il confronto con mia moglie, Giulia Staccioli: lei ha fatto due olimpiadi per la ginnastica ritmica, ci siamo conosciuti a Seul. La sua è una disciplina individuale sottoposto al giudizio. Mi ha fatto capire molte cose e mi ha anche avvicinato al teatro da quando lei ha fondato 30 anni fa il gruppo di danza acrobatica Kataklò».
Questo discorso pesa molto sulle nuove generazioni.
«I giovani oggi sono esposti a aspettative folli. Se non sei Sinner o Alcaraz sei un cretino, se perdi sei subito un fallito. Io sono cresciuto in un piccolo paese di campagna: mio padre muratore e autista, mia madre infermiera. Una vita normale. Oggi sembra che se non sei un influencer di successo tu abbia sbagliato tutto. Noi adulti siamo ipocriti: diciamo che conta impegnarsi, poi premiamo solo chi vince».
La pallavolo, però, offre un modello diverso.
«È uno sport di squadra con una peculiarità unica: il regolamento ti obbliga a passare la palla. Il livello di interdipendenza è altissimo. Da solo sei solo un pezzo. Devi fare al meglio quello che ti tocca, dentro un ambiente credibile. È un messaggio potentissimo anche per la società: non basta il talento individuale, serve un contesto che funzioni».
Come era la vostra “generazione di fenomeni”?
«Il nostro allenatore Julio Velasco, straordinario e intelligente, ha saputo trovare una generazione di giovani provenienti da piccoli paesi, ragazzi per i quali nessuno avrebbe immaginato che la pallavolo potesse diventare una vita: motivati, disponibili a mettersi al servizio. La vera specificità di quella squadra è stata la capacità di stare insieme per tantissimo tempo. Dal 1989 al 1998, per dieci anni, siamo rimasti ai massimi livelli: premiata come la miglior squadra del XX secolo, capace di dare sempre il massimo con giocatori e allenatori diversi, rinnovandosi continuamente. Oggi, con la barba bianca, posso dire che questo è il premio più importante perché è ancora più grande di me stesso».
Che momento sta attraversando la pallavolo oggi in Italia?
«È un momento straordinario. È uno sport equilibrato nei generi, con squadre maschili e femminili fenomenali. Tecnicamente è cambiato moltissimo, è moderno, contemporaneo, meraviglioso. Tanti campioni di oggi siano cresciuti guardando il cartone Mila e Shiro.Per questo nel capitolo finale in cui raccontiamo gli ori olimpici del 2024 e i titoli mondiali del 2025 si chiuderà sulle note della sigla del cartoon».