Medaglia d’argento per la staffetta mista del biathlon.
Il quartetto azzurro composto da Tommaso Giacomel, Lukas Hofer, Dorothea Wierer e Lisa Vittozzi hanno chiuso al secondo posto nella 4X6 km alle spalle della Francia.
Sofia Goggia ha vinto la medaglia di bronzo nella discesa libera di Milano Cortina.
L’olimpionica azzurra ha chiuso al terzo posto scendendo in pista dopo l’interruzione per la caduta choc di Lindsey Vonn, prova olimpica condizionata anche da altri incidenti che hanno causato diversi stop. Oro all’americana Breezy Johnson, argento alla tedesca Emma Aicher.
Sesta Laura Pirovano, decima Federica Brignone, Nicol Delago undicesima.
Le strategie di potenze economiche e militari – ce lo insegna la storia – non danno futuro all’umanità.
Il futuro sta nel rispetto e nella fratellanza tra i popoli”. Lo ha detto il Papa all’Angelus.
Il Papa all’Angelus ha ricordato che oggi si celebra la Giornata mondiale di preghiera e riflessione contro la tratta di persone. “Ringrazio le religiose e tutti coloro che si impegnano per contrastare ed eliminare le attuali forme di schiavitù. Insieme a loro dico: la pace comincia con la dignità”, ha detto Leone XIV.
“Con dolore e preoccupazione ho appreso dei recenti attacchi contro varie comunità in Nigeria che hanno causato gravi perdite di vite umane. Esprimo la mia vicinanza orante a tutte le vittime della violenza e del terrorismo. Auspico che le autorità competenti continuino ad operarsi con determinazione per garantire la sicurezza e la tutela della vita di ogni cittadino”. Lo ha detto il Papa all’Angelus.
La scorsa edizione della Borsa internazionale del Turismo nei padiglioni di Rho Fiera / FOTOGRAMMAAvvenire
Un nuovo format e una coincidenza fanno della Borsa del Turismo che si sta per aprire un’edizione straordinaria e globale. L’evento nell’evento che unirà il mondo nel segno dello sport e del viaggio. È una Bit davvero “olimpica” quella in programma da martedì 10 a giovedì 12 (in una tre giorni aperta ai visitatori e viaggiatori) alla Fiera di Milano Rho. Da una parte le arene che accolgono le competizioni di hockey e di pattinaggio di velocità, dall’altra i padiglioni (9 e 11) con oltre un migliaio di espositori internazionali e da quasi tutte le regioni d’Italia per discutere di turismo e viaggi, di benessere e sostenibilità, di criticità e soluzioni, proporre mete, territori, esperienze e avventure.
Da 46 anni la Bit è l’appuntamento di riferimento per chi ama viaggiare in tutte le sue declinazioni, adattandosi ai cambiamenti – sociali, tecnologici o infrastrutturali – e a volte orientandoli fra tendenze, riflessioni, destinazioni. Se nell’era analogica era il posto in cui andare a informarsi, raccogliere cataloghi e depliant, scoprire nuovi luoghi e accendere l’idea di viaggio, nell’era digitale e della grande rivoluzione della mobilità, le esigenze sono altre. E si modificano velocemente. Lo abbiamo visto durante il Covid e sulla ripartenza del settore, dopo.
I padiglioni della Fiera Milano Rho nell’edizione 2025 della Bit /Ufficio stampa Fieramilano
«Oggi il come conta quanto e forse più del dove. A vincere è l’esperienza che vivi e con chi la vivi. La motivazione con cui pensi e disegni il viaggio. È proprio con questo spirito – sottolinea Emanuele Guido, Head of Home, Fashion and Leisure Exhibitions di Fiera Milano – che Bit 2026 si presenta con un nuovo concept che capovolge e rivoluziona l’approccio al settore: non a partire dal prodotto, ma dalla persona. Meno consumatori e più esploratori. Ragionando così non necessariamente per i grandi numeri – a cui possono pensare i gruppi e tour operator più grossi – ma per nicchie. La Bit come un contenitore capace di aggregare e valorizzare nicchie di un turismo sempre più esperienziale, motivazionale e dei territori. In questo contesto lo sport è un esempio di turismo possibile, sostenibile e alternativo, penso al cicloturismo anche solo per fare un esempio. Senza dimenticare altri filoni come il cineturismo o le vie enogastronomiche, o ancora i cammini. L’idea è quella di andare oltre il semplice b2b o b2c, per realizzare una fiera-festival che sia un autentico laboratorio di discussione sui grandi temi del turismo. Tre giorni durante i quali chi il viaggio lo ama e lo vive possa dialogare e confrontarsi fianco a fianco con chi lo progetta, lo propone e lo racconta. Perché in questo scenario in cui sfumano i confini siamo tutti “Travel Makers”».
Ed ecco che il cuore pulsante di Bit 2026 sarà il Travel Markers Fest, uno spazio culturale e relazionale in cui il viaggio viene esplorato da tutti i punti di vista. Oltre agli stand tradizionali (articolati in un percorso suddiviso in sei distretti tematici – Italy, World, Travel Expert, Hospitality, Transportation e Innovation – che rappresentano l’intera filiera) ci saranno sei arene – quattro delle quali saranno dedicate a tematiche verticali e due main plaza – che ospiteranno centinaia di appuntamenti i tra talk, workshop e momenti di confronto che aiuteranno a scoprire in anteprima non solo verso dove, ma anche in che modo viaggeremo nei prossimi anni. Il filo conduttore sarà “Costruire ponti. Immaginare nuovi ecosistemi”.
“Destination partner” di quest’anno sarà la Polonia, che porterà in manifestazione un racconto che intreccia outdoor, natura e nuove esperienze, mentre Scalo Milano proporrà una shopping experience esclusiva e Trenord accompagnerà il viaggiatore alla scoperta della Lombardia con la mobilità sostenibile. Protagonista di casa la Regione Lombardia, che fra l’altro nei giorni scorsi ha approvato il “Piano per lo sviluppo del turismo e dell’attrattività 2026–2028” voluto dall’assessore al Turismo, Marketing territoriale e Moda, Debora Massari, con un obiettivo che non guarda a «una crescita indiscriminata dei flussi, ma a uno sviluppo equilibrato, sostenibile e duraturo, capace di valorizzare l’intero territorio lombardo: città d’arte, laghi, montagne, borghi e aree meno conosciute». Questo mentre la Lombardia si conferma una delle regioni più dinamiche d’Italia, con oltre 55 milioni di presenze turistiche nel 2024, in crescita del 26,1% rispetto al 2019, e con un posizionamento sempre più rilevante nei segmenti del turismo urbano, culturale, outdoor, luxury e dello shopping internazionale.
Da martedì alla Fiera di Milano Rho il mondo dei viaggi s’incontra per immaginare il futuro. Nel segno e con lo spirito dello sport olimpico.
di Alberto Caprotti, Milano
Forse la più bella Cerimonia inaugurale della storia ha mostrato al mondo chi siamo: dalla “genialata” di Mattarella e Valentino Rossi in tram all’eleganza di un grande spettacolo in cui ha trionfato l’orgoglio di essere italiani
Avvenire
Orgoglio, senza pregiudizio. Tre ore di spettacolo per dire cosa siamo, e per dirlo nel modo più bello che si potesse pensare. Genio, fantasia, eleganza: questa è stata la Cerimoniad’Apertura delle Olimpiadi Invernali di Milano Cortina. Forse la più bella della storia di Giochi. Comunque la più misurata, la più densa. Giocata in contemporanea su luoghi diversi, per la prima volta in assoluto con due bracieri e tre tedofori, in un unico fuoco che ha acceso la notte. E un po’ anche le nostre coscienze intorpidite. Due miliardi di telespettatori in tutto il pianeta hanno visto un’Italia che sa fare e che sa mostrare – per una volta almeno – tutto il meglio che ha. Scoprendo che è tantissimo. Storia, arte, cultura, poesia, classe, tanta classe. L’abile regia di Marco Balich ha dipinto un Paese che canta Volare con la voce di Mariah Carey. Che si inventa il tram simbolo di Milano che passa davanti alla Scala, i musicisti che salgono con i portabandiera, un uomo seduto, inquadrato di spalle, con i capelli bianchi, l’arrivo a San Siro. Il signore che scende, ringrazia e saluta. Lo strepitoso cameo del presidente Mattarella con Valentino Rossi autista è stata una genialata fuori catalogo, ancora meglio della regina Elisabetta che ai Giochi di Londra si prestò a farsi riprendere con l’agente 007 per poi buttarsi con il paracadute.
Il momento più iconico, già diventato virale sui social: Mattarella e Valentino Rossi sul tram
E poi le modelle vestite da bandiera italiana, fascino puro. Il Tricolore nelle mani di Vittoria Ceretti, in abito bianco, omaggio a re Giorgio, ispirato da un vestito da sposa disegnato da Armani prima di morire. Pierfrancesco Favino intabarrato che recita L’Infinito con il sottofondo del violino di Giovanni Andrea Zanon. L’attrice Matilda De Angelis che agitando la bacchetta come un mestolo dirige Rossini, Verdi e Puccini. L’omaggio ai paparazzi che tanto hanno fatto per la Dolce Vita e a Raffaella Carrà che l’ha resa più vivace con “A far l’amore comincia tu”, mentre grandi tubetti di tempera facevano scendere dall’alto il giallo il blu e il rosso in un cerchio tra spartiti che volano. Laura Pausini che canta l’inno, la sfilata gioiosa delle delegazioni degli atleti. Facce belle, giovani entusiasti, quelli dei quali il mondo ha bisogno. La cerimonia inaugurale di Milano Cortina 2026 è stata un racconto imperfetto, stratificato, a tratti persino disordinato. Ma proprio per questo profondamente italiano. Un affresco che non cercava la perfezione patinata, ma ha fotografato la complessità di un Paese che vive di contrasti, di memoria e di slanci improvvisi. Dentro c’era tutto: l’arte alta e il pop, l’ironia e la retorica, la provincia e il mondo, la Scala e San Siro, Leopardi e Celentano. Un’Italia che non si mette in posa, ma si mostra per quella che è, con coraggio e una certa ostinata sincerità.
La sfilata del Tricolore in Armani e lo splendore di Vittoria Ceretti
E poi che bello vedere loro, i protagonisti veri, il pianeta dietro le bandiere. Gli atleti del Benin che le facce gelate, e il Brasile ricoperto da giacconi che fa finta di essere a Copacabana. La Cina che ha più donne che uomini, ma soprattutto non molla il cellulare. Una cerimonia d’apertura così diffusa da mischiare tutto, da Milano a Cortina, Livigno, Predazzo: un caos organizzato e giocoso che si è fatto perdonare tutto. Anche i fischi a Israele, l’Islanda che balla, la divisa surreale di qualche Paese che sembrava più adatta al Palio di Siena, gli Usa che sfilano da terzultimi applauditi e anche molto invidiati per il montgomery bianco mentre il vicepresidente Vance, appena è inquadrato viene sepolto dai fischi. E poi la Francia, con il presidente Macron che non si è degnato di venire, dimenticando che gli assenti non hanno ragione quasi mai.
Gli atleti del Benin: c’è un pezzo d’Africa alle Olimpiadi invernali
Riavvolgendo il nastro di una notte che nessuno avrebbe dovuto perdersi, la genialità della cerimonia è stata nel suo osare composto: nel mischiare Rossini e il “trash”, nell’evitare gli eccessi fuori luogo di Parigi 2024, di passare senza chiedere permesso dall’opera alla televisione generalista, dallo sport alla poesia civile. È stato un inno al nostro modo di stare al mondo, spesso criticato ma inimitabile, capace di far convivere la grazia e il caos. E poi l’orgoglio: quello che esplode nel boato e nella commozione per i grandi campioni del passato che passano il testimone, nella delicatezza di Ghali che canta Rodari («Ci sono cose da non fare mai, né di giorno, né di notte, né per mare, né per terra: per esempio, la guerra»), nella colomba disegnata dai corpi, nella fiaccola che accende nodi leonardeschi come se il futuro dovesse ancora, inevitabilmente, passare dal nostro ingegno.
Ghali e il suo inno alla pace con le parole di Rodari: un momento bellissimo
L’Italia da Paese ospitante, come da copione è arriva per ultima, con il gigante del curling Amos Mosaner che a Cortina si è preso sulle spalle Federica Brignone che aveva già detto di volersi mettere i tacchi perché lui è altissimo. Mentre a Milano ci sono Arianna Fontana, regina dello short track, alla sua seconda volta da portabandiera e Federico Pellegrino molto emozionato e tenero che non sa dove guardare. Belle, anche se un po’ lunghe, le parole di Giovanni Malagò, presidente della Fondazione Milano Cortina: «Queste Olimpiadi appartengono a voi atleti, ora tocca a voi». Ancora migliori quelle della presidente del Cio, Kirsty Coventry, campionessa olimpica di nuoto: «Siate fieri di essere arrivati fino a qui, cercate di divertirvi e di essere gentili. In Africa da dove provengo abbiamo un detto: io sono perché noi siamo. Cerchiamo di essere umani e di dare il meglio di noi». In piedi, il presidente Mattarella, applauditissimo, ha dichiarato aperti i Giochi. E poco importa che li abbia contati male parlando di 15esima Olimpiade quando invece è la 25esima. Sono i terzi invernali per l’Italia, 70 anni dopo Cortina, 20 dopo Torino.
E ancora Bocelli, con il suo “Nessun dorma”: alle sue spalle i tedofori del cuore di Milano, gli storici capitani di Milan e Inter Franco Baresi e Beppe Bergomi
Infine Andrea Bocelli: nessuno ha dormito, sarebbe stato impossibile. E gli ultimi tedofori, la storia dello sport, altre parole di pace da parte dell’attrice Charlize Theron, sempre così perfetta che potrebbe anche recitare le tabelline e risulterebbe lo stesso affascinante. Finale con Cecilia Bartoli e il pianista cinese Lang Lang. E il giuramento degli atleti a Cortina con l’astronauta Samantha Cristoforetti a rendere concreto il sogno di una bambina che guarda il futuro attraverso i pianeti. Prima che Sofia Goggia a Cortina, e Alberto Tomba e Deborah Compagnoni a Milano accendessero il braciere che cita i nodi leonardeschi. Non è stata una notte buia e tempestosa, i fuochi l’hanno illuminata e l’allegria degli sportivi è stata la parte più bella. Forse il mondo non avrà capito tutto di questa Italia. Ma ha visto un Paese vivo, colto, emotivo, che non rinuncia alla propria identità pur aprendosi agli altri. Ha visto un’Italia che sa ancora raccontare storie, che crede nella bellezza come linguaggio universale, e nello sport come spazio umano prima che competitivo. Da oggi, come è giusto che sia, toccherà agli atleti spiegare chi siamo. Ma la scorsa notte, tra luci, musica e memoria, l’Italia ha ricordato prima di tutto a se stessa di saper essere grande.
Infierire, brutta parola. Ma è quella di oggi. Suona male quasi sempre, malissimo dopo aver visto tanta bellezza, l’eleganza con tutti i colori del mondo dentro, in uno stadio agonizzante eppure mai così vivo, moderno, aperto. Ma il segreto della meraviglia è proprio l’imperfezione. Quella degli uomini che sbagliano. E quella di chi, appunto, infierisce sugli errori altrui.
Il secondo giorno di Olimpiade ha ancora negli occhi la meraviglia di una Cerimonia che ha sfiorato la perfezione. Ma nelle parole martella altrove. Prende di mira la telecronaca della Rai che – dice chi l’ha dovuta sopportare in Tv – ha rovinato lo spettacolo di una grande serata. Matilda De Angelis scambiata per Mariah Carey, la presidentessa del CIO, Kirsty Coventry, presentata come la figlia di Mattarella. E poi una serie di gaffe e commenti fuori luogo, con l’aggiunta di amnesie assortire quando ha cantato il rapper Ghali, o il pubblico fischiava Israele e il vicepresidente Usa, Vance. Ma infierire, appunto, non è mai elegante. Specie quando ti pizzica il sospetto che l’indignazione di fronte a certe indubbie storture salga o scenda a seconda del bersaglio, in un Paese in cui persino la neve diventa di destra o di sinistra. E allora mi astengo, anche perché fare diversamente non serve a molto.
Come non serve infierire sulla Svizzera. Che a livello di sentimento popolare di questi tempi non se la passa benissimo. Ora anche ai Giochi. Chiedere per conferma al belga Maximilien Drion. Designato portabandiera dal suo comitato olimpico, venerdì non è arrivato in tempo a Milano a causa di una mancata coincidenza ferroviaria in Svizzera. L’atleta sarebbe dovuto arrivare via Zurigo a Milano solo per la cerimonia, per poi ritornare ad allenarsi in Svizzera in vista delle sue gare a Bormio della seconda settimana. È rimasto bloccato invece da uno dei rarissimi – ovviamente – ritardi sulle linee ferroviarie degli elvetici, quelli sempre precisi e perfetti, quelli che non sbagliano mai.
E nemmeno, infine, serve infierire su chi ha deciso che San Siro dovrà essere abbattuto. Ma qui è difficile astenersi. Perché la Cerimonia d’apertura l’ha confermato: quello non è, non è stato, e non sarà mai semplicemente uno stadio. San Siro è un animale antico che sa di essere arrivato alla fine, ma che non vuole ancora arrendersi. Lo senti nel cemento che trattiene l’umidità, nelle rampe che sembrano scale di un tempio industriale, nell’orgoglio ferito di una balena bianca arpionata dal tempo. Abbandonandolo venerdì notte tra luci e musica ne ho accarezzato gli angoli e l’ho pensato ancora una volta come lo vedeva Gianni Brera: bello e fascinoso, come un favoloso transatlantico in navigazione sull’oceano buio. Quello della nostra coscienza di uomini ingrati.