Liturgia domenica 22 Febbraio 2026 Messa del Giorno I DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A

Colore Liturgico  Viola

Gesu

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Antifona d’ingresso

Mi invocherà e io gli darò risposta;
nell’angoscia io sarò con lui, lo libererò e lo renderò glorioso.
Lo sazierò di lunghi giorni e gli farò vedere la mia salvezza. (Sal 90,15-16)

Non si dice il Gloria.

Colletta

O Dio, nostro Padre,
con la celebrazione di questa Quaresima,
segno sacramentale della nostra conversione,
concedi a noi tuoi fedeli
di crescere nella conoscenza del mistero di Cristo
e di testimoniarlo con una degna condotta di vita.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Oppure (Anno A):
O Dio, che conosci la fragilità della natura umana
ferita dal peccato,
concedi al tuo popolo
di intraprendere con la forza della tua parola
il cammino quaresimale,
per vincere le tentazioni del maligno
e giungere alla Pasqua rigenerato nello Spirito.
Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio,
e vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo,
per tutti i secoli dei secoli.

Prima lettura
Gen 2,7-9; 3,1-7
La creazione dei progenitori e il loro peccato.

Dal libro della Gènesi

Il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente.
Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a oriente, e vi collocò l’uomo che aveva plasmato. Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, e l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male.
Il serpente era il più astuto di tutti gli animali selvatici che Dio aveva fatto e disse alla donna: «È vero che Dio ha detto: “Non dovete mangiare di alcun albero del giardino”?». Rispose la donna al serpente: «Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: “Non dovete mangiarne e non lo dovete toccare, altrimenti morirete”». Ma il serpente disse alla donna: «Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscendo il bene e il male».
Allora la donna vide che l’albero era buono da mangiare, gradevole agli occhi e desiderabile per acquistare saggezza; prese del suo frutto e ne mangiò, poi ne diede anche al marito, che era con lei, e anch’egli ne mangiò. Allora si aprirono gli occhi di tutti e due e conobbero di essere nudi; intrecciarono foglie di fico e se ne fecero cinture.

Parola di Dio

Salmo responsoriale

Perdonaci, Signore: abbiamo peccato.

Pietà di me, o Dio, nel tuo amore;
nella tua grande misericordia
cancella la mia iniquità.
Lavami tutto dalla mia colpa,
dal mio peccato rendimi puro.

Sì, le mie iniquità io le riconosco,
il mio peccato mi sta sempre dinanzi.
Contro di te, contro te solo ho peccato,
quello che è male ai tuoi occhi, io l’ho fatto.

Crea in me, o Dio, un cuore puro,
rinnova in me uno spirito saldo.
Non scacciarmi dalla tua presenza
e non privarmi del tuo santo spirito.

Rendimi la gioia della tua salvezza,
sostienimi con uno spirito generoso.
Signore, apri le mie labbra
e la mia bocca proclami la tua lode.

Seconda lettura
Rm 5,12-19
Dove ha abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia.

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.
Fino alla Legge infatti c’era il peccato nel mondo e, anche se il peccato non può essere imputato quando manca la Legge, la morte regnò da Adamo fino a Mosè anche su quelli che non avevano peccato a somiglianza della trasgressione di Adamo, il quale è figura di colui che doveva venire.
Ma il dono di grazia non è come la caduta: se infatti per la caduta di uno solo tutti morirono, molto di più la grazia di Dio, e il dono concesso in grazia del solo uomo Gesù Cristo, si sono riversati in abbondanza su tutti. E nel caso del dono non è come nel caso di quel solo che ha peccato: il giudizio infatti viene da uno solo, ed è per la condanna, il dono di grazia invece da molte cadute, ed è per la giustificazione. Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

Parola di Dio.

Forma breve (Rm 5,12.17-19):

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani

Fratelli, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e, con il peccato, la morte, così in tutti gli uomini si è propagata la morte, poiché tutti hanno peccato.
Infatti se per la caduta di uno solo la morte ha regnato a causa di quel solo uomo, molto di più quelli che ricevono l’abbondanza della grazia e del dono della giustizia regneranno nella vita per mezzo del solo Gesù Cristo.
Come dunque per la caduta di uno solo si è riversata su tutti gli uomini la condanna, così anche per l’opera giusta di uno solo si riversa su tutti gli uomini la giustificazione, che dà vita. Infatti, come per la disobbedienza di un solo uomo tutti sono stati costituiti peccatori, così anche per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti.

Parola di Dio

Canto al Vangelo

Mt 4,4b

Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!
Non di solo pane vivrà l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio.
Lode a te, o Cristo, re di eterna gloria!

Vangelo

Mt 4,1-11
Gesù digiuna per quaranta giorni nel deserto ed è tentato.

Dal Vangelo secondo Matteo

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

Parola del Signore

Preghiera dei fedeli

(Dall’Orazionale CEI 2020)
Fratelli e sorelle, abbiamo intrapreso il cammino della Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione. Chiediamo di essere docili al messaggio di salvezza per giungere pienamente trasformati alla santa Pasqua.
Preghiamo insieme e diciamo: Guidaci, Padre, con il tuo Spirito.

1. Per tutti i battezzati: sorretti dallo Spirito di fortezza, seguano Cristo nel deserto della prova per superare con la forza della fede ogni tentazione. Preghiamo.
2. Per papa N. e tutti i pastori della Chiesa: illuminati dallo Spirito di sapienza, con la parola e con la vita aiutino i fratelli a perseverare nell’adorazione dell’unico Dio. Preghiamo.
3. Per i catecumeni: sostenuti dallo Spirito di intelletto, in questi quaranta giorni si dedichino alla preghiera e alla meditazione della Parola. Preghiamo.
4. Per le nostre famiglie: guidate dallo Spirito di amore, riscoprano la dimensione domestica della fede nell’ascolto del Vangelo, nella preghiera e nell’accoglienza reciproca. Preghiamo.
5. Per noi qui riuniti in assemblea: rivestiti dello Spirito di santità, attingiamo da Cristo, vincitore del maligno, la forza per non lasciarci sedurre dagli idoli del mondo e obbedire unicamente alla Parola che salva. Preghiamo.

Colma delle tue benedizioni, Signore, questo popolo in cammino verso la Pasqua; tu che provvedi ai tuoi figli il pane quotidiano, fa’ che non si stanchino mai di cercare il Pane vivo disceso dal cielo, Gesù Cristo, tuo Figlio. Egli vive e regna nei secoli dei secoli.

Preghiera sulle offerte

Si rinnovi, o Signore, la nostra vita
e con il tuo aiuto si ispiri sempre più
al sacrificio che santifica l’inizio della Quaresima,
tempo favorevole per la nostra salvezza.
Per Cristo nostro Signore.

Prefazio

PREFAZIO
Le tentazioni del Signore

È veramente cosa buona e giusta,
nostro dovere e fonte di salvezza,
rendere grazie sempre e in ogni luogo
a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno,
per Cristo Signore nostro.
Astenendosi per quaranta giorni dagli alimenti terreni,
egli dedicò questo tempo quaresimale
all’osservanza del digiuno
e, vincendo tutte le insidie dell’antico tentatore,
ci insegnò a dominare le suggestioni del male,
perché, celebrando con spirito rinnovato il mistero pasquale,
possiamo giungere alla Pasqua eterna.
E noi, uniti alla moltitudine degli angeli e dei santi,
cantiamo senza fine l’inno della tua lode: Santo, …

Antifona alla comunione

Non di solo pane vivrà l’uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. (Mt 4,4)

Preghiera dopo la comunione

Ci hai saziati, o Signore, con il pane del cielo
che alimenta la fede,
accresce la speranza e rafforza la carità:
insegnaci ad aver fame di Cristo, pane vivo e vero,
e a nutrirci di ogni parola che esce dalla tua bocca.
Per Cristo nostro Signore.

Orazione sul popolo
Scenda, o Signore, sul tuo popolo
l’abbondanza della tua benedizione,
perché cresca la sua speranza nella prova,
sia rafforzato il suo vigore nella tentazione
e gli sia donata la salvezza eterna.
Per Cristo nostro Signore.

lachiesa.it

Quando Gobetti
chiamava a difendere l’ideale di un mondo civile

Quando Gobetti
chiamava a difendere l’ideale di un mondo civile

Nelle (non molte) fotografie rimaste che lo ritraggono, Piero Gobetti è un ragazzo alto e sottile, con gli occhialini ovali da intellettuale, «i lunghi capelli arruffati dai riflessi rossi che gli ombreggiavano la fronte» (così Carlo Levi): un’immagine senza tempo, giovane per sempre, quasi un’icona pop. E la giovinezza, con tutto ciò che le inerisce, è rimasta la sua cifra inalterabile. Non solo perché la sua vita si è fermata a 24 anni e otto mesi, a Parigi, il 15 febbraio di cento anni fa. Nove giorni prima aveva lasciato Torino, la giovanissima sposa, il figlio appena nato, in fuga dalla persecuzione, dagli arresti, dalle botte e dai sequestri che gli erano inflitti dal regime fascista: «Farò l’editore francese, ossia il mio mestiere che in Italia mi è stato interdetto» aveva spiegato in una lettera. «Vorrei fare un’opera di cultura, nel senso del liberalismo europeo e della democrazia moderna». Ma una terribile bronchite aveva rapidamente avuto ragione del suo fisico segnato dalle violenze squadriste e dallo scompenso cardiaco che nell’autunno precedente lo aveva tenuto a letto per un mese.
Un «prodigioso giovinetto» lo definì Norberto Bobbio, che al liceo D’Azeglio di Torino aveva avuto come professore quello stesso Umberto Cosmo che pochi anni prima era stato l’insegnante di Gobetti al liceo Gioberti. Ma la giovinezza di Gobetti – un miracolo di eccezionali doti intellettuali sgorgato da una modesta famiglia di commercianti originari della collina – non è soltanto un accidente anagrafico: è il presupposto della sua radicalità, del febbrile attivismo, dello slancio entusiasta, del coraggio un po’ incosciente, del modo di porsi di fronte alla realtà senza reticenze, senza compromessi, senza indulgere ai sentimentalismi, al vecchiume di cui l’Italia rigurgitava e alla vuota retorica di cui aveva fatto indigestione durante l’età giolittiana e che si stava risolvendo nella torpida acquiescenza di fronte al saldarsi del regime.
Un modo di essere e di autorappresentarsi all’insegna della “aridità”, intesa come rifiuto dell’emotività, severità estrema verso sé stesso e verso gli altri, disciplina interiore e sobrietà morale. Anche nel rapporto con l’amata sposa Ada, complice e sodale, vissuto senza debolezze nel perseguimento della costruzione reciproca. Anche con i maestri e gli amici, come Salvemini e Prezzolini, senza negarsi al confronto e alla critica. È in questo ethos di vita e di pensiero che la giovinezza di Gobetti si traduce in una totale modernità, manifesta in ogni aspetto della sua attività multiforme: giornalista, fondatore di riviste, studioso di arte, letteratura, storia (con un interesse particolare per la Rivoluzione russa), critico teatrale (per l’Ordine nuovo di Gramsci), traduttore dal russo e dal francese, editore, animatore politico, infaticabile organizzatore culturale. Un misto in apparenza confuso, ma non incoerente, di liberalismo e liberismo, di ammirazione per Lenin e Trockij e di adesione simpatetica alle rivendicazioni operaie del “biennio rosso”.
«Penso a un editore come a un creatore», aveva scritto nei suoi appunti. Moderno (e quanto mai attuale) anche nell’additare i mali dell’editoria italiana nella sostituzione di tipografi e stampatori (oggi potremmo dire: finanziarie e holding industriali) al posto degli editori veri e propri. Moderno nonché di grande apertura e straordinario intuito: nel centinaio di libri che pubblicò in un paio di anni, dal 1923, con la casa editrice che portava il suo nome e aveva nel logo il motto alfieriano (scritto in greco) «Che ho a che fare io con gli schiavi?», figurano saggi di Luigi Einaudi, Francesco Ruffini, Mario Missiroli, Rodolfo Mondolfo, ma anche di fascisti di talento come Curzio Malaparte, nonché le opere d’esordio di Luigi Sturzo, Francesco Nitti, Giacomo Debenedetti e gli Ossi di seppia di Eugenio Montale.
Metodologicamente moderno è il manifesto con cui nel primo numero della Rivoluzione liberale presenta il programma della rivista: «Contro l’astrattismo dei demagoghi e dei falsi realisti esamina i problemi presenti nella loro genesi e nelle loro relazioni con gli elementi tradizionali della vita italiana» per affermare «una coscienza moderna dello Stato». L’obiettivo è quello di formare una nuova classe dirigente, superando gli equivoci di un Risorgimento che non ha saputo coinvolgere il popolo e quindi colmando il deficit di partecipazione democratica che ne è derivato. Il momento è propizio: «Dopo secoli di compromessi e di riformismo, dopo 50 anni di pace sociale, [la guerra europea] ci precipita in una crisi disordinata che è finalmente operoso esercizio di libertà. La guerra civile presente, ponendo a cimento tutti i partiti e tutte le forze, è l’espressione massima di nuovi bisogni e di nuova attività». Per questo valeva la pena di impegnarsi in prima persona, ed è emblematico che nella Nota finale della Rivoluzione liberale (il saggio, del 1924) Gobetti dicesse di non attendersi «dei lettori ma dei collaboratori». Mentre nel settembre dell’anno dopo, quando intorno a lui e all’Italia la morsa del regime si stringeva sempre più, in un articolo sulla rivista esortava «l’uomo di libri e di scienza» a cercar di «tenere lontane le tenebre del nuovo medioevo continuando a lavorare come se fosse in un mondo civile». Il mondo non era (non è più, oggi) civile, ma bisognava (bisogna) continuare a fare “come se” lo fosse. In questo kantiano “come se”, e nei comportamenti che vi si ispirano, oggi come allora risiede la speranza che torni a esserlo.
Avvenire

Marie Chouinard: «Il Magnificat dà voce a tutte le donne»

C'è una scuola che aiuta i bambini malati di cancro: «Studiare ci fa sentire “normali”»

«Maestra, perché sto iniziando una nuova lezione se tra poco morirò?». Tra le stanze dell’Associazione ligure del bambino emopatico e oncologico (Abeo) di Genova, Claudio (nome di fantasia) rivolge questa domanda alla sua docente, «senza mai sembrare triste». Ha solo 8 anni, ma è consapevole che il suo tumore sta raggiungendo uno stadio terminale. La maestra Giovanna Astaldi, che da anni insegna ai giovani pazienti dell’ospedale Gaslini, gli risponde con i fatti più che con le parole. «Gli ho detto che finché siamo qua dobbiamo prenderci ogni momento per imparare – racconta ad Avvenire –, ma poi abbiamo iniziato a giocare ed è in quel momento che gli è tornato il sorriso». Claudio è solo uno dei circa 2.500 bambini che ogni anno ricevono una diagnosi di tumore in Italia, come segnala la federazione dei genitori di bambini oncologici Fiagop. Circa l’80% di loro oggi può guarire grazie ai progressi della ricerca medica, ma per tutti i pazienti pediatrici oncologici cura è anche sinonimo di allontanamento da casa, dalla propria città e dai propri amici. «Succede qualcosa di molto semplice – spiega la pedagogista Barbara Urdanch, docente all’università di Torino –: il bambino perde i punti fermi. La scuola, gli orari, la classe, la maestra. Quando ritrova una lezione, una voce che spiega con calma in ospedale, si riaccende qualcosa. Non è retorica». Per questo, in occasione della Giornata mondiale contro il cancro infantile di oggi, la casa editrice digitale MyEdu ha donato tablet e accessi gratuiti alla propria piattaforma per la didattica digitale ai pazienti pediatrici oncologici dell’Istituto Gaslini di Genova assistiti dall’Abeo Liguria e dell’ospedale Maggiore tramite l’associazione Ugi di Novara. Il portale – già attivo in reparti e associazioni a Roma, Bergamo e Milano – offre materiali per lezioni di ogni disciplina per scuole primarie e secondarie di primo grado. «Con queste tecnologie – continua Urdanch – l’apprendimento torna a essere “a misura di energia”, un passo alla volta».
I dispositivi sono già arrivati nei reparti degli ospedali e le maestre hanno iniziato a raccogliere i primi frutti. Secondo Astaldi, le piattaforme digitali sono più utili con gli studenti che non parlano italiano: «Attingo a lezioni per studenti di ogni età – spiega –. Se ho un alunno di 12 anni con un livello linguistico più basso, trovo subito un gioco o un testo da leggere adatto alle sue abilità». Non solo. La piattaforma di MyEdu offre lezioni adatte anche alle disabilità dei pazienti oncologici: alcuni bambini in cura perdono la voce, altri smettono di usare le mani e altri ancora non riescono a camminare. «Sono molti gli impedimenti – continua la maestra – ma la piattaforma consente anche di usare immagini, video e podcast. Insomma, di adattare l’insegnamento a ogni stile di apprendimento». Quella in ospedale, del resto, non è una scuola tradizionale. Alcuni studenti restano in reparto solo una giornata, altri per settimane e altri ancora sono sempre costretti a letto. Per questo, i primi obiettivi dei docenti sono «normalizzare e alleggerire». «Se non posso andare a scuola, la scuola viene da me. Questo è il principio – sintetizza Daniela Gerlo, coordinatrice della scuola in ospedale “Marcella Balconi” di Novara –. Solo quando i bambini sono troppo deboli, non ci fanno avvicinare». Negli altri casi, a tutte le età, si cerca di farli giocare. «Puzzle e disegni, tutto è utile – continua la docente –. Con i grandi, facciamo anche i compiti per tenerli legati alla scuola». A questo scopo, vengono in soccorso le piattaforme digitali: «A volte ci colleghiamo in diretta con le loro classi – racconta Patrizia Virtuoso, maestra a Novara –. Tutto serve ad alleggerire dal peso della terapia». La connessione con le scuole di provenienza, permessa a Novara e a Genova anche dai dispositivi MyEdu, consente alle famiglie di «mantenere accesa la speranza». «C’è la prospettiva del ritorno – spiega la pedagogista Urdanch –. Il bambino non deve tornare a scuola ricominciando da zero». Quando invece la malattia ostacola il rientro, l’obiettivo dei maestri è preservare la dignità degli studenti. «Capita che i genitori di studenti con tumori terminali mi chiedano perché fare lezione fino agli ultimi giorni – conclude Astaldi –. Quando vedono sorridere i loro figli, però, si ricredono: finché siamo vivi, dobbiamo continuare».
Avvenire

Marie Chouinard: «Il Magnificat dà voce a tutte le donne»

Marie Chouinard: «Il Magnificat dà voce a tutte le donne»

Avvenire

Sulle note del Magnificat di Johann Sebastian Bach si è aperta a Vicenza la nona edizione di Danza in Rete Festival, evento diffuso promosso dalla Fondazione Teatro Comunale Città di Vicenza fino al 24 maggio. In prima nazionale, unica data italiana, ieri sera al Teatro Comunale di Vicenza, il nuovo lavoro di Marie Chouinard, Magnificat, abbinato a Le Sacre du Printemps di Igor Stravinskij. Un ritorno a Bach, dopo la folgorazione delle Goldberg Variations, che per la coreografa canadese non è solo confronto musicale, ma immersione spirituale. Il suo sguardo è laico, ma profondamente attratto dal mistero.
Fondata nel 1990, la Compagnie Marie Chouinard ha imposto nel mondo una cifra radicale e riconoscibile. Chouinard è anche regista, autrice, artista visiva ed è stata direttrice della sezione danza alla Biennale di Venezia.
Signora Chouinard, voi vi chiamate Marie. Era inevitabile che prima o poi arrivasse a questo Magnificat?
«In realtà ha poco rapporto con il mio nome – sorride -. Non credo che il nome sia così importante. Il Magnificat parla di una donna che riceve una visita soprannaturale e il suo destino cambia per sempre. Questo mi interessa: il momento della trasformazione».
Non è credente, eppure affronta uno dei testi più densi della tradizione cristiana. Perché?
«Non sono credente, anche se sono stata battezzata. La religione in sé non è il mio ambito di interesse. Ma mi ispira tutto ciò che riguarda il mistero, il mistico, la spiritualità. Il Magnificat di Bach è una gioia per l’anima. È la voce di una donna incinta che canta la sua esultanza. Questa forza mi tocca profondamente, al di là della fede».
Che figura è Maria per lei?
«Maria per me è una delle donne. Non è necessario essere la migliore, la grazia non va al merito. Questo è straordinario: la grazia è dono, non conquista. E poi c’è un fatto raro nella Bibbia: qui una donna parla in prima persona. La sua è una testimonianza diretta. Questa donna appartiene a tutte le culture e a tutte le donne».
Quando però le donne parlano nella Bibbia, le loro parole hanno una importanza sostanziale. Come nel Magnificat.
«Sì. Sono parole di potenza. Non c’è sottomissione, ma consapevolezza. È una donna che si sente benedetta, colmata, e nel suo sguardo il mondo è liberato dall’oppressione. È un’immagine di forza femminile che attraversa i secoli».
Parole esaltate dalla musica di Bach e poi dalle sue coreografie?
«La musica di Bach è esultante. È un compositore straordinario: crea un sentimento di gioia e di esaltazione assolute. Nel Magnificat questa gioia è evidente, quasi travolgente. È una musica che trovo dentro di me, come se fosse sempre stata lì. E lavorare alla coreografia è stato un processo di elevazione. È questa elevazione dell’anima che vogliamo condividere con il pubblico. La coreografia alterna grandi sequenze di gruppo a trii, duetti, assoli più intimi».
La messa in scena espone ad egual modo i corpi di danzatori e danzatrici aureolati. Una visione radicale?
«Volevo che uomini e donne fossero semplicemente esseri umani. Ho scelto lo stesso costume per tutti, uno short color carne, e un’aureola. Nella loro umanità volevo la rappresentazione più semplice possibile: perché l’umanità è sacra. È attraverso la carne che questa musica ci tocca. E, in questa storia, l’angelo tocca Maria nella sua carne. Se c’è qualcosa di radicale, è l’angelo. La mia scelta è un ritorno all’essenziale. Ma non c’è provocazione fine a se stessa. C’è una logica precisa: restituire al corpo la sua dignità originaria. Il corpo non è scandalo, è luogo di rivelazione».
A Vicenza il Magnificat è abbinato a Le Sacre du Printemps: ma c’è un dialogo fra queste due opere?
«Sono opere indipendenti, scelte dal Festival per mostrare due volti del mio lavoro. Le Sacre è un rito pagano mentre il Magnificat è un canto di esultanza».
Qual è oggi il suo rapporto con l’Italia dopo l’esperienza alla Biennale?
«Sono stati quattro anni magnifici a Venezia. Ho amato poter offrire un festival in cui ogni edizione fosse un amalgama di visioni diverse dell’arte e della danza. È stata la prima volta che mi veniva affidato un ruolo di commissaria: un dono prezioso E Biennale College è stata un’esperienza fondamentale. Scegliere giovani danzatori da tutto il mondo, metterli in dialogo con i maestri, aiutarli a cercare la relazione tra tempo e spazio. La danza è un’arte assolutamente attuale: parla del nostro oggi, delle relazioni con la vita, con la morte, con l’amore. È un contatto diretto con la totalità dell’essere, con ciò che è organico».
Quanto è importante l’arte per i giovani, in un mondo così complesso e ferito dalle guerre?
«Il contributo della danza oggi è lo stesso di sempre: creare vita, amicizia, amore. La nostra comprensione di ciò che facciamo su questo pianeta passa attraverso la cultura. L’arte fa un reset del cuore. Ci riporta all’esperienza primordiale di far parte di qualcosa di più grande».
Questa unione con il tutto è una chiave delle sue coreografie. Come ci è arrivata?
«Ho studiato danza, certo, ma è stato il nuoto ad aprirmi gli occhi. Da ragazza nuotavo per chilometri. La respirazione, le bolle nell’acqua, la solitudine, il benessere di essere immersa… tutto questo mi faceva sentire unificata con il mondo. Ho cercato di trasferire quella sensazione nella danza: l’unificazione dell’essere in movimento».
Lei è una delle coreografe che hanno segnato la storia della danza contemporanea. Per che cosa vorrebbe essere ricordata?
Si commuove. «Continuo a lavorare perché sento di non essere ancora riuscita a esprimere pienamente ciò che vorrei. Non so se ci riuscirò. Sto preparando una grande esposizione a Montréal, una mostra che riunirà le mie opere visive, video, performance, realtà virtuale. Ma ciò che conta è continuare a cercare: il tentativo, attraverso il corpo, di trovare qualcosa di più grande di noi».