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Giovedì Santo: Don Tonino Bello e la Chiesa col grembiule – marzo 31, 2021

Nel giovedì santo, insieme alla Cena del Signore, celebriamo l’atto di Gesù, che si alza da tavola, si toglie il mantello (sarebbe la giacca, per noi), si lega alla vita un grembiule, o un asciugamano per i piedi, versa acqua in un catino, lava i piedi dei suoi discepoli e li asciuga. È il lavoro abituale del servo, quando il suo padrone arriva da un viaggio.

Il Vangelo di Giovanni  non racconta l’ultima Cena, già raccontata negli altri Vangeli, ma racconta la lavatura dei piedi. Segno che, per Giovanni, questo gesto ha lo stesso valore del donarsi di Gesù nel pane e nel vino, come cibo di vita. Gesù si dona come umile servitore nostro. Pietro si scandalizza, non vorrebbe farsi servire dal Maestro, ma Gesù lo avverte: «Se non ti lasci lavare i piedi non sei con me. Quello che ora non capisci, lo capirai un giorno».  Ora noi cerchiamo di capirlo.

Giovanni comincia questo cap. 13 del suo Vangelo così: «Sapendo Gesù che era venuta la sua ora per passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine, fino in fondo». Gesù dimostra la pienezza del suo amore in due modi: accettando di morire per fedeltà alla verità del Vangelo, e esprimendo, col lavare i piedi dei suoi amici,  l’umiltà e la concretezza del suo amore per noi.

Don Tonino Bello volle sottolineare molto questo atto di Gesù. Era il Vescovo di Molfetta. Vescovo degli ultimi, e della pace, cioè per la vita dei flagellati dalle guerre.

Negli ultimi mesi della sua vita, (già malato di cancro, morì cinque mesi dopo, il 20 aprile 1993, nei giorni pasquali), nel dicembre 1992 andò pellegrino di pace a Sarajevo assediata e bombardata dalla guerra, insieme a cinquecento altri, giovani e vecchi, per tentare di essere portatori di pace dentro la guerra, vicini alla popolazione sotto le bombe. Il suo posto di Vescovo era tra gli ultimi dell’umanità, in quel momento.

Qualche anno prima, nella quaresima del 1988, dedicò tutti gli otto Scritti quaresimali … ai piedi! I piedi di Pietro, di Giuda, di Giovanni, di Bartolomeo, degli altri, i piedi del Risorto. Nulla di più basso e di più fondamentale dei piedi.

Riguardo a Pietro, don Tonino scriveva: «A furia di difendere la tesi del “primato” di Pietro, abbiamo perso di vista che egli è il capostipite di quell’”ultimato” di poveri verso cui Gesù ha sempre espresso un amore preferenziale». Primato e “ultimato”. «I piedi dei poveri sono il traguardo di ogni serio cammino spirituale» .

Come Gesù, don Tonino onora i piedi. I piedi degli ultimi, che Gesù chiede anche a noi di lavare, con gesto sacramentale, sono la mèta dell’elevazione spirituale: «Anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri».  Sono le stesse parole dell’eucarestia: «Fate questo in memoria di me».

        L’immagine alto-basso, il basso che è il vero alto, è stata usata tante volte come metafora di una rivoluzione, del raddrizzamento di qualcosa che è capovolto, sbagliato. L’allusione è a tutte le gerarchie mondane, le potenze, gerarchie sconvolte da Gesù, l’Uomo mandato dall’Altissimo, abbassatosi come un servo ai piedi dei suoi poveri deboli amici, calpestato dalla coalizione dei poteri religioso e politico, risorto ad inaugurare da primogenito la posizione definitiva a cui ci chiama e conduce, eretti in piedi, col cuore in alto.

         Perciò, don Tonino Bello parlava della «chiesa del grembiule», vestita come Gesù dell’asciugamano dei piedi, non di piviali e casule e paramenti preziosi, e templi costosi. Gesù, nell’ultima cena e nell’ultima sera di quel giovedì, dà il suo modello di comunità ai discepoli, a noi: aiutarci l’un l’altro, servirci come possiamo, come sappiamo. Non ci sono chieste grandi opere. Cominciamo semplicemente, chinandoci fino ai piedi degli altri.

Enrico Peyretti

incamminodialogando.blogspot.com

La Pasqua è un invito che non chiede meriti. E ha ricette invisibili

La Pasqua è una tavola allargata, un invito che non chiede meriti. Forse è questa la sua verità più profonda: non siamo fatti per consumarci da soli, ma per diventare nutrimento gli uni per gli altri.

La Pasqua è un invito che non chiede meriti. E ha ricette invisibili

Avvenire

Ci sono ricette che non si trovano nei libri, né scritte a margine di quaderni ingialliti, né tramandate con precisione millimetrica tra le generazioni. Sono quelle che si imparano vivendo, sbagliando, aspettandoLa Pasqua, forse più di ogni altra festa, è una di queste ricette invisibili: non si prepara in un giorno, ma richiede un tempo lungo, paziente, quasi ostinato. Un tempo “A fuoco lento”. Siamo abituati a pensare alla Pasqua come a un trionfo: la tavola apparecchiata, il profumo dei dolci, la luce che entra dalle finestre, ma ogni ricetta pasquale porta con sé una preparazione nascosta, lenta, premurosa, fatta di passaggi che non si vedono. Nessuno serve a tavola l’impasto crudo, nessuno celebra il lievito mentre ancora lavora in silenzio. Eppure è lì che accade il miracolo. Forse la nostra vita assomiglia più a quella fase che al momento finale. Siamo spesso impasti in attesa, mescolati con ingredienti che non abbiamo scelto: una perdita, una delusione, un cambiamento improvviso. Ci sentiamo incompiuti, a volte persino sbagliati. Ma ognuno di noi sa che l’impasto ha bisogno di tempo, di calore, di fiducia. Se lo si apre troppo presto, se lo si espone all’aria fredda del dubbio, non crescerà.
Le ricette pasquali parlano di trasformazione. L’uovo, simbolo fragile e chiuso, custodisce una vita che deve rompere il guscio per nascere. Il pane lievitato attraversa una fase di apparente immobilità, eppure dentro accade una rivoluzione silenziosa. Anche noi, nelle nostre attese, siamo attraversati da qualcosa che lavora oltre la superficie. C’è poi un altro segreto delle ricette: la misura. Non tutto si può accelerare. Viviamo in un tempo che ama il “subito”, il risultato immediato, la soluzione rapida. Ma la Pasqua ci disarma: ci costringe a rallentare, a sostare nella settimana santa, tempo sospeso in cui tutto significa qualcosa che va al di là della percezione umana, ma sembra accadere, in un’altra dimensione. E infine c’è la condivisione. Nessuna ricetta pasquale è pensata per uno solo. Si cucina sempre “in più”, si apparecchia per qualcuno, si lascia spazio a chi può arrivare all’ultimo momento. La Pasqua è una tavola allargata, un invito che non chiede meriti. Forse è questa la sua verità più profonda: non siamo fatti per consumarci da soli, ma per diventare nutrimento gli uni per gli altri, per essere tempo e pasto sempre condiviso, che tiene insieme tutti, nessuno escluso. Allora, mentre prepariamo le nostre tavole e scegliamo con cura gli ingredienti, possiamo chiederci: quale parte della mia vita è ancora in attesa di lievitare? Dove ho fretta di vedere il risultato, senza rispettare i tempi? E per chi sto cucinando, davvero?
La Pasqua non è una ricetta perfetta. È una ricetta viva. E come tutte le cose vive, chiede pazienza, cura e il coraggio di fidarsi della Pasqua. Buona Pasqua a tutti, da “A fuoco lento”.

Artemis 2, verso la Luna il vettore che riporta l’umanità nello spazio

Artemis 2, verso la Luna il vettore che riporta l'umanità nello spazio

Partita la missione Artemis 2, che segna il ritorno alla Luna a 54 anni dalla chiusura del programma Apollo. Il razzo Space Launch System è stato lanciato puntualmente e sta portando la navetta Orion verso l’orbita lunare. A bordo ci sono il comandante Reid Wiseman insieme a Victor Glover, primo uomo di colore a superare l’orbita terrestre, a Christina Koch, prima donna a orbitare intorno alla Luna, e Jeremy Hansen dell’Agenzia spaziale canadese Csa, primo non americano a spingersi così lontano nello spazio. Per dieci giorni lavoreranno sulla navetta, alimentata da un modulo costruito dall’Agenzia Spaziale Europea
A circa otto minuti dal lancio, i motori del primo stadio del razzo Sls si sono spenti e in seguito è avvenuta la separazione dallo stadio superiore. In quel momento la navetta Orion ha dispiegato i suoi quattro pannelli solari per caricare le batterie e, con il suo equipaggio, ha iniziato a navigare nello spazio. Quindi la navetta continuerà a percorrere la sua orbita intorno alla Terra finché, circa 49 minuti dopo il lancio, il motore si accenderà per portare la navetta al perigeo, ovvero nel punto più vicino alla Terra, alla quota di160 chilometri. Circa un’ora più tardi il motore si accenderà di nuovo per continuare a portare la navetta su un’orbita ellittica più alta, dove resterà per circa 23 ore. Questo sarà il tempo che gli astronauti avranno a disposizione per sperimentare i sistemi di bordo. Quindi, una volta raggiunto il punto dell’orbita più vicino alla Terra, piloteranno Orion manualmente per circa due ore, in quella che viene chiamata “dimostrazione di operazioni di prossimità”.
La missione Artemis 2 non è quindi un allunaggio, ma qualcosa di più radicale: il primo volo umano nello spazio profondo dell’era contemporanea. I quattro astronauti percorreranno una traiettoria circumlunare, spingendosi fino a circa 370 mila chilometri dalla Terra, oltre il lato nascosto della Luna. Il cuore tecnologico della missione è la capsula Orion, alimentata dal Service Module europeo realizzato dall’Agenzia Spaziale Europea con un contributo industriale decisivo dell’Italia, attraverso Thales Alenia Space. Un elemento che rende Artemis II non solo una missione americana, ma un progetto realmente internazionale.
Dal punto di vista scientifico, Artemis 2 è un test. Tutti i sistemi verranno messi alla prova con esseri umani a bordo: navigazione nello spazio cislunare, comunicazioni ritardate, gestione autonoma dell’equipaggio, rientro atmosferico ad altissima velocità. Ma il dato più rilevante riguarda l’ambiente: uscendo dalla magnetosfera terrestre, gli astronauti torneranno a esporsi alle radiazioni cosmiche, una condizione che non si verificava dalle missioni Apollo. È proprio questo uno degli obiettivi principali: comprendere se e come l’uomo possa vivere e lavorare oltre la protezione naturale della Terra. Artemis II non costruisce ancora basi né promette colonie, ma riapre una soglia. È il passaggio necessario per Artemis 3, che prevede il ritorno sulla superficie lunare, e per le future missioni verso Marte. In questo senso, più che una missione di conquista, Artemis 2 è una missione di misura. Misura la distanza tra l’uomo e il suo ambiente naturale, tra la tecnologia e il corpo, tra la possibilità e il limite. Dopo decenni in cui lo spazio è stato abitato in prossimità della Terra, si torna a esplorare ciò che sta oltre. Non per nostalgia dell’Apollo, ma per ridefinire cosa significhi, oggi, andare lontano.
avvenire

La lavanda dei piedi del Papa a 12 sacerdoti

I sacerdoti ordinati lo scorso anno da Papa Leone XIV nella Basilica di San Pietro
Si tratta di undici presbiteri ordinati lo scorso anno dallo stesso Pontefice e del direttore spirituale del Pontificio Seminario Romano Maggiore

Vatican News

Don Andrea Alessi, don Gabriele Di Menno Di Bucchianico, don Renzo Chiesa, don Francesco Melone, don Clody Merfalen, don Federico Pelosio, don Marco Petrolo, don Pietro Hieu Nguyen Huai, don Matteo Renzi, don Giuseppe Terranova, don Simone Troilo, don Enrico Maria Trusiani.

Sono questi i 12 sacerdoti – come riferito in un comunicato della Diocesi di Roma – a cui Papa Leone XIV laverà i piedi domani, Giovedì Santo, durante la Messa in Coena Domini. La liturgia avrà inizio alle ore 17.30 nella Basilica di San Giovanni in Laterano.

Undici di loro sono i presbiteri che, lo scorso anno, sono stati ordinati da Papa Leone XIV. Don Renzo Chiesa, invece, è direttore spirituale del Pontificio Seminario Romano Maggiore.

Al termine della liturgia, il Pontefice porterà il Santissimo Sacramento al luogo della reposizione, presso la Cappella di San Francesco.

L’auto che non è un’auto viene da Torino e piace a Elon Musk

L'auto che non è un'auto viene da Torino e piace a Elon Musk

E’ priva di volante e di pedali, non ha display e nemmeno quei maxischermi che vanno tanto di moda oggi e dominano i cruscotti delle auto raccogliendo info, navigazione e funzioni sovente inesplorate. Il concept avveniristico si chiama Time, è la visione di come si potrebbe confezionare l’automobile di un futuro a guida completamente autonoma, in cui si sale a bordo e non si guida, ma ci si guarda attorno o ci si dedica ad altro in pieno relax e sicurezza. Un salotto viaggiante senza supporti fisici (salvo i sedili) perché eventuali funzioni sono proiettate a richiesta sui vetri. Il progetto è firmato da un gruppo di studenti dello IED di Torino (l’Istituto Europeo del Design) come tesi del Master in Transportation Design ed è stato sviluppato in collaborazione con Tesla, passando sotto lo sguardo attento di Elon Musk: anche se c’è il riserbo assoluto infatti, l’imprenditore ha visionato più volte il lavoro di tecnici e staff negli impianti di Tesla.
Il progetto firmato IED rivela come i giovani vedano nella mobilità a guida autonoma una fonte di risorse: lo spostamento da un punto di partenza a quello di arrivo è un recupero di tempo, “una venticinquesima ora a disposizione” in uno spazio flessibile, soffuso, morbido e accogliente per svolgere attività o rilassarsi.
Time è “l’auto che non è un’auto” per l’assenza dei riferimenti tradizionali e soprattutto per le forme anticonvenzionali che l’avvicinano a una cyber-capsula dinamica, con un profilo da impianto stereo (come se avesse dei tondi diffusori di suono) e apertura ad ali di farfalla. La collaborazione con Tesla non è stata un comodo viaggio ma un continuo richiamo agli studenti per osare di più sviluppando un modello meno automotive, come ha spiegato Michele Albera coordinatore del Master (con Masato Inoue per il progetto di Tesi)
Tesla Time IED pur concedendo richiami ai modelli attuali del brand americano (firma luminosa) stravolge i canoni per sorprendere: le ruote come elemento continuo della carrozzeria entrano a filo nella fiancata, volumi compatti, superfici continue e una forma a cuneo che unisce tetto, parabrezza e lunotto e ricorda la scuola degli stilisti italiani Anni 70. All’interno, flessibilità, nuovi materiali e soluzioni di comodità: un ambiente soft che emana calore e accoglienza, uno spazio fluido in cui “la tecnologia arretra per lasciare spazio all’esperienza”.
I magnifici 13 sono studenti che non hanno confini, arrivano da più Paesi per esplorare il futuro del design nella fattispecie automobilistico con il Master di Torino. IED è diventato un istituto di riferimento a livello mondiale: “Dopo la conclusione degli studi – spiega la direttrice Paola Zini – l’80% di chi frequenta il nostro Master trova lavoro entro 4 mesi e ha grandi prospettive”. Lavorare con un vero Centro Stile automobilistico è una grande opportunità per gli studenti, per lo IED è un prestigioso riconoscimento. Ogni anno il Master propone un modello derivato da un Costruttore diverso, recentemente Ferrari, Pagani, Mitsubishi, Alpine, Suzuki, Italdesign, ma con Tesla è nato un progetto che segna “un anno di… rottura e di esplorazione”: il prossimo Master tornerà a una scelta più legata all’attualità. Il progetto Time è esposto al Mauto di Torino fino al 3 maggio.
Avvenire