Antonia Arslan: perché non diamo più fiducia ai bambini?

Antonia Arslan: perché non diamo più fiducia ai bambini?

Domenica 1° febbraio Avvenire esce con un inserto speciale di 24 pagine a colori (a soli 30 centesimi in più del prezzo di copertina) dedicato alla 48esima Giornata nazionale per la Vita indetta dalla Chiesa italiana e che quest’anno ha per tema “Prima i bambini!”. Tra gli articoli dello speciale, a cura di alcune delle più note firme di Avvenire, anche quello della scrittrice Antonia Arslan.
«I bambini ci guardano», si usava dire una volta nelle famiglie, quando fra i grandi erompeva un feroce bisticcio o una litigata di quelle serie, corredate da piatti rotti o brutte minacce: in quel momento l’atmosfera di casa si surriscaldava e i piccoli spalancavano gli occhi, ben consapevoli – come sono tutti coloro che si sentono inermi e si spaventano di fronte alla violenza delle forze scatenate dall’ira – di essere senza difesa se quell’ira si rivolge contro di loro.
I bambini ci guardano: spesso questa frase bastava a calmare i litiganti e a «riportarli a più miti consigli» (era subito dopo che veniva usata questa seconda frase correlata alla prima: anch’essa – a quel tempo – abituale…). Noi bambini (anzi, io bambina, nei miei ricordi) non eravamo abituati alla violenza verbale, alle urlate senza controllo, ed effettivamente spalancavamo gli occhi e ci rifugiavamo negli angoli più bui delle stanze: volevamo nasconderci agli occhi degli adulti, vergognandoci di vederli urlare “come bambini”. Le due categorie erano infatti ben distinte, nella nostra mente infantile: l’adulto proteggeva, nutriva e rispondeva ai tuoi bisogni, tu bambino eri padrone dei tuoi giochi, facevi le tue piccole ma preziose esperienze personali e potevi piangere e anche gridare.
C’era la guerra, allora. E io avevo imparato a vestirmi da sola, e in fretta, e a scendere poi subito nell’atrio per andare al rifugio. Avevo sei anni, ma sapevo benissimo che di certe cose non si doveva parlare. E così una sera dopo cena, quando mio padre mi disse, come al solito: «Adesso vai di là a giocare», io risposi, molto felice di mostrare che avevo capito tutto: «Ma io lo so già che adesso voi ascoltate Radio Londra, e che questo è un segreto». E allora tutti (nonno Yerwant, zia Enrica e i miei genitori) ne furono contenti: mi fecero i loro complimenti e io mi sentii molto soddisfatta.
Non c’è stato grande progresso in seguito nella cura dei bambini. Sono molto spesso inquieti e insoddisfatti, oggigiorno; il rumore insulso e pervasivo e la violenza assurda che ci circondano ne alterano la crescita equilibrata, e i loro occhi spesso sembrano opachi, non riflettono più luce. Ci viene detto, tuttavia, che oggi i bambini sono molto più protetti e accuditi: legioni di “esperti” sono affaccendati a seguirli già fin dai primi mesi della gravidanza, quello stato fisico femminile che non è più considerato con tranquillità, come una tappa possibile – e spesso frequente – nella vita di una donna giovane, ma come una condizione di estrema fragilità (se non di malattia…), cui provvedere con un numero pressoché infinito di consigli, prescrizioni, e infine divieti.
Dopo la nascita della creatura, è un delirio. Mi è capitato di recente di incontrare giovani madri prostrate dai sensi di colpa che, confuse e smarrite nella marea di suggerimenti e diktat più o meno fondati, si rifugiano in un’obbedienza cieca e assoluta al pediatra, psicologo o specialista di turno: le povere ragazze non guardano più davvero in faccia i loro bambini, e nel dubbio (qualsiasi dubbio o incertezza) semplicemente rinunciano, non ascoltando più né se stesse, né il loro bambino e i messaggi che – con lo sguardo, la voce e i gesti – egli tenta di comunicare.
E così succede che anche i nostri bambini – apparentemente dei privilegiati cui non manca nulla – sono delle piccole vittime: di mode che vengono imposte come verità cui è obbligatorio credere, e che poi si appannano per dar luogo alla verità successiva (basti pensare alla questione del latte materno); e di madri in continua apprensione che non credono in sé stesse e nello strettissimo rapporto “naturale” col loro bambino, rapporto al quale sono indotte a non dare nessun credito – e questo, ricordiamolo, mina profondamente non solo la loro serenità e fiducia in sé stesse, ma anche purtroppo il benessere del piccolo, per il quale la fiducia nella madre è vitale elemento di crescita equilibrata.
E poi succede che i figli vengono nervosamente protetti da ogni esperienza che sia anche minimamente faticosa o dolorosa, dalla sbucciatura di un ginocchio al compitino di scuola: ma maestri e professori sono lì a testimoniare come il continuo intervenire dei genitori di oggi nel normale andamento scolastico sia diventata una vera e propria emergenza, una malattia del comportamento che si esprime in un diluvio di email, messaggi via Whatsapp, chat di classe ed estenuanti chiacchiere senza fine: nonché nell’insidiosa tentazione dei genitori di sostituirsi alla scuola, col pretesto di sapere meglio di chiunque come trattare il proprio figlioletto (di solito purtroppo con deplorevole indulgenza).
Nel corso delle mie ventennali peregrinazioni attraverso l’Italia al seguito della Masseria delle Allodole, da tanti professori angustiati mi sono stati raccontati episodi e fatterelli che vanno dal divertente all’allucinante. A parte i collegamenti mai interrotti col cellulare, pretesi da madri ansiose e ansiogene, c’è chi, a casa, corregge il correttore, immaginando di segnalare errori dell’insegnante (e invece aggiungendone di propri); altri sdottoreggiano, chiedendosi se è giusto… «riempire la testa del mio bambino di inutili informazioni»; c’è poi chi serenamente sostiene che la matematica, o la fisica, o la geografia, o la storia, sono materie inutili, perché a lui (o lei) genitore non sono servite, ha fatto carriera lo stesso. E tutti continuamente intervengono.
Non è di questo che hanno bisogno i nostri bambini. Lasciamoli crescere usando saggezza e rispetto, queste creature apparentemente tanto fortunate, in realtà spesso infelici, fragili, insicure: piantine che ricevono troppa acqua, soffocate da genitori altrettanto infelici, che non riusciranno ad aiutarle a crescere secondo come natura – e cura – comandano..
Non siamo esseri perfetti – e non dobbiamo crederci tali. Siamo esseri imperfetti, siamo legno storto, che ha nel cuore il sogno – e la visione – dell’infinito. Il Signore ha detto «lasciate che i bambini vengano a me»: ma non ha detto che non siano anch’essi toccati dal male, che ci colpisce tutti – proprio perché siamo uomini, e perciò imperfetti. Il famoso racconto del 1898 Il giro di vite di Henry James, nella sua geniale ambiguità, lo mette in scena con cristallina chiarezza.
Neanche i bambini sono perfetti: sanno molto bene – e presto – cos’è il male. E vanno aiutati a conoscerlo e a evitarlo, con fatica e fiducia. E certo, sono tanti nel mondo i bambini che soffrono, di fame, di freddo, di abbandono, di guerra: e la loro angoscia grida verso di noi. È giusto cercare di amarli, di aiutarli, e combattere per loro.
Ma l’angoscia inespressa di questi nostri ben nutriti e viziati bambini dai cuori abbandonati, insidiati da predatori astuti che li assaporano come bocconi prelibati, approfittando del loro innocente desiderio di ascolto e di vera guida, possiamo davvero ignorarla? Possiamo davvero voltarci dall’altra parte quando – e se – ci capita di poter aiutare loro, o i loro genitori, sperduti in un mondo molto più profondamente ostile all’infanzia di quello che ci si vuol far credere?
Avvenire

In America si sta facendo strada un nuovo fascismo?

In America si sta facendo strada un nuovo fascismo?

Gli Stati Uniti sono al bivio, tra uno scenario di “democrazia minima” e i rischi di un neo-autoritarismo a stelle e strisce. Il messaggio che il gennaio gelido di Minneapolis ha inviato al mondo è chiaro: la legge del più forte non vale solo in politica estera, prima di tutto si mette in pratica sulle vie di casa. L’intimidazione di Stato, la violenza come sistema di potere, le milizie private che agiscono al di sopra delle regole: siamo all’anticamera del fascismo in salsa trumpiana? E fino a che punto la deriva nazionalista si potrà contenere sulla sponda occidentale dell’Atlantico, senza che esondi anche nella vecchia Europa?

«È in corso uno scivolamento, che sta spingendo il Paese verso un autoritarismo elettorale preoccupante» sostiene il politologo Marco Valbruzzi, che insegna all’Università Federico II di Napoli. Passo dopo passo, abbiamo assistito allo sgretolamento delle certezze, ideali e giuridiche, che la retorica occidentale aveva accompagnato alla creazione del sogno americano. «Si diceva una volta: può accadere ovunque, non qui – continua Valbruzzi –. Invece è diventato possibile il parallelo tra l’alba di un regime autoritario e ciò che successe un secolo fa in Italia e in Europa. Oggi Trump in termini di comando è soltanto un gradino sotto Putin, il suo modello». Tra poteri straordinari, ordini esecutivi, oscuramento del dissenso, Donald Trump ha consapevolmente intrapreso una via pericolosa. «Quello col fascismo è un paragone possibile perché effettivamente esiste un’istanza sovversiva che è riuscita già a prendere le redini del potere statuale» osserva lo storico Domenico Guzzo, docente all’Università di Bologna. Se per Valbruzzi «gli agenti anti-immigrazione dell’Ice effettivamente ricordano le squadracce di stampo mussoliniano», per Guzzo «inquieta la difesa e la promozione della violenza contro gli oppositori politici». Vanno fatti però dei distinguo: il presidente americano, per quanto leader carismatico e accentratore, non è il dominus assoluto né della sua parte politica (il partito repubblicano, più che il movimento “Maga”) né tanto meno del Paese; in secondo luogo, «deve tenere conto che il sistema Usa è policentrico ed esiste una frattura profonda tra lo Stato federale e lo Stato locale, tra la contea e Washington, come ha dimostrato in Minnesota la resistenza attuata dal sindaco di Minneapolis e dal governatore» precisa Guzzo. Senza dubbio, anche il celebre sistema di contrappesi americano è alla prova, perché profondamente scosso alle fondamenta. «Democracy erodes from the top, la democrazia si erode dall’alto» ripete Valbruzzi citando un noto saggio sul tema e Trump è l’innegabile protagonista di questa stagione, nella complicità dei poteri forti. Anche questo ricorda gli anni Venti dell’Europa, con gli interessi economici e il capitale all’epoca pronti a spingere a favore della destra radicale.
È la stessa onda che da tempo ha investito anche i governi del Vecchio continente, in una deriva contraddittoria che spinge in modo ambiguo tra esiti conservatori e moderati di governo e sirene estreme dentro l’opinione pubblica. Chi vincerà, all’interno di questa dicotomia che in modo diverso accompagna Italia, Francia e Germania? «C’è un rapporto ambivalente tra queste destre e l’America di Trump – risponde Mattia Zulianello, professore associato di Scienza politica all’Università di Trieste -. Mentre la Casa Bianca si sposta sempre più verso posizioni estreme, con una retorica quasi militarista, i nazionalismi europei non possono disconoscere la difesa dei propri popoli e rimangono per ora a metà del guado». Il riferimento è alle teorie del “nativismo”, secondo cui gli interessi dei “nativi”, gli abitanti originari di un territorio, vengono prima dei diritti degli altri. «Lo scontro tra l’internazionale imperialista di Trump e la destra nativista europea alla lunga può diventare inevitabile, eppure oggi c’è un tema ricorrente su cui tutti si ritrovano: la remigrazione». Lo spostamento, meglio sarebbe dire la deportazione, di migranti dallo Stato in cui si trovano adesso al proprio Paese può rappresentare, secondo Zulianello, «il collante tra questi radicalismi, che paiono essere solo all’inizio della loro traiettoria storica. Va ricordato peraltro che questi venti soffiano da tempo nel Vecchio continente, ben prima dell’avvento del movimento “Maga” negli Usa».
Soltanto da qualche mese in America il dibattito sulla deriva trumpiana si è aperto, come testimonia un recente articolo apparso sulla rivista The Atlantic dal titolo evocativo “Sì, è fascismo”. Per Guzzo, «siamo in un regime di “democrazia minima” nella quale chi comanda esercita sull’opinione pubblica momenti di pressione tattica più o meno intensi, arrivando a usare addirittura i bambini per colpire i migranti. In realtà, il tema è sempre lo stesso: crearsi un nemico interno per accentuare una visione dualistica della società. Noi contro di loro». Siamo oltre l’iniziale populismo, che l’Europa ha conosciuto ormai due, tre decenni fa e per un certo periodo sembrava poter diventare egemone. «È nazionalismo duro e puro, soprattutto nella sostanza» sottolinea Valbruzzi. «Non si tratta nemmeno più di essere pro o contro la democrazia – dice Zulianello -. Negli Stati Uniti sembra prevalere l’idea di ridestare lo spirito della nazione. È un calcolo rischioso dal punto di vista elettorale, tanto che il gradimento dei repubblicani è dato in calo. Ma c’è un’idea di palingenesi mai vista prima, che porta con sé l’ambizione di rifare l’uomo. E questa cosa assomiglia molto al fascismo».
Avvenire

“Trattenere la mano”, il senso antico della tregua olimpica

Anfora panatenaica a figure nere attribuita al Pittore di Euphiletos, con un auriga su quadriga (tethrippon), 550- 540 circa a.C., L’anfora era il premio ufficiale dei Giochi Panatenaici di Atene. Conteneva olio d'oliva sacro. Museo archeologico nazionale di Firenze

Nel tempo che precede i Giochi invernali di Milano Cortina 2026, un’antica consuetudine riemerge nel dibattito pubblico. La sospensione simbolica dei conflitti che accompagna le Olimpiadi affonda le sue radici nel mondo greco, dove il rispetto dei tempi sacri e degli spazi comuni rendeva possibile l’incontro anche tra città in guerra. Ripercorrerne la storia significa interrogarsi sul valore dei limiti, ieri come oggi
Maria Milvia Morciano – Città del Vaticano – Vatican News

Tucidide osserva che anche in guerra gli uomini ricorrono ad accordi quando la necessità lo impone (Guerra del Peloponneso V, 26). Il conflitto non cancella ogni regola: nemmeno la violenza, sembra suggerire lo storico ateniese, è priva di limiti. È da questa consapevolezza – dura, concreta, priva di illusioni – che nasce nel mondo greco antico la tregua olimpica. Non come promessa di pace, ma come riconoscimento di un confine: un tempo sottratto allo scontro, necessario perché la vita comune possa continuare.

Una parola antica che torna nel presente
Nel tempo che precede l’avvio dei Giochi olimpici invernali di Milano Cortina 2026, un’espressione che viene da lontano riemerge nel linguaggio pubblico: la cosiddetta tregua olimpica. Non è uno slogan né una formula rituale. È un richiamo che accompagna ogni edizione dei Giochi e che, anche oggi, interroga il rapporto fra sport, politica e responsabilità collettiva.
Per il Comitato Olimpico Internazionale, la tregua olimpica per Milano Cortina 2026 ha inizio il 30 gennaio 2026, sette giorni prima della cerimonia di apertura dei Giochi, ed è destinata a protrarsi fino al settimo giorno dopo la chiusura delle Paralimpiadi invernali. Nel novembre 2025 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione che invita gli Stati membri a rispettare questo principio nel periodo che circonda Olimpiadi e Paralimpiadi. Un invito privo di forza coercitiva, ma non per questo privo di significato: perché affidato alla parola, e alla sua capacità di orientare il comportamento degli Stati.
La tregua oggi
Nel mondo contemporaneo la tregua olimpica non coincide con un cessate il fuoco formale. Non produce obblighi giuridici né meccanismi di sanzione. È piuttosto una sospensione simbolica, una richiesta esplicita di protezione – degli atleti, delle delegazioni, dei civili – in un tempo segnato da conflitti aperti. La sua forza risiede nel gesto: ricordare che esistono momenti in cui la competizione deve arrestarsi, e che anche la violenza può essere chiamata a fermarsi, almeno per un tempo limitato.

Una radice greca
Questa parola, tuttavia, non nasce oggi. Affonda le sue radici nel mondo greco, dove la tregua olimpica era conosciuta come ekecheiria. Il termine deriva dal verbo ἔχειν (échein, “tenere”) e dal sostantivo χείρ (cheir, “mano”): letteralmente, “trattenere la mano, tenere ferma la mano”. Non un’assenza di conflitto, ma un gesto concreto di sospensione, il segno visibile di un accordo che impedisce, per un tempo determinato, di impugnare le armi. In questa immagine si condensa il senso più profondo della tregua olimpica: non la negazione della guerra, ma la scelta condivisa di arrestarla.
Quando nasce la tregua
Secondo la tradizione antica, l’istituzione della tregua olimpica risalirebbe all’VIII secolo a.C., nel momento stesso in cui i Giochi assumono una forma stabile e panellenica. Pausania ricorda che Ifito di Elide, dopo aver consultato il dio, ristabilì i Giochi olimpici e la tregua, con l’accordo di Licurgo di Sparta e di Cleostene di Pisa. Il patto, secondo l’autore, era inciso su un disco di bronzo conservato nel santuario di Hera a Olimpia, con le lettere disposte in cerchio (Periegesi della Grecia, V, 20, 1-2), una forma che può essere letta come immagine di un accordo destinato a racchiudere e proteggere.

Le fonti antiche
Oltre alle testimonianze già richiamate, altre voci del mondo antico contribuiscono a restituire, in controluce, il senso dei Giochi e il loro significato. Non descrivono direttamente la tregua olimpica, ma aiutano a comprendere il contesto culturale e simbolico in cui essa prende forma. Pindaro, poeta delle vittorie olimpiche, celebra i Giochi come un tempo sottratto all’ordinario. Nelle Olimpiche la competizione non è mai ridotta a prova di forza, ma inscritta in un ordine più ampio, affidato agli dèi, nel quale la gloria dell’atleta è possibile solo perché esiste una misura che la precede. La festa olimpica appare così come un momento di equilibrio, prima ancora che di confronto. Anche Erodoto, nella sua riflessione storica, lascia intravedere l’esistenza di legami capaci di resistere al conflitto. Nel racconto delle guerre persiane ricorda come pratiche condivise – lingua, culti, costumi – contribuiscano a mantenere un orizzonte comune (Storie VIII, 144). Non un’idea di identità chiusa, ma la consapevolezza che la vita collettiva si fonda su elementi riconosciuti, tra cui rientrano anche le grandi feste panelleniche. Letti insieme, questi testi non offrono una definizione della tregua olimpica, ma ne illuminano il presupposto più profondo: l’idea che esistano tempi e spazi in cui la comunità è chiamata a riconoscersi, anche quando il conflitto attraversa la storia.
Una norma condivisa
L’ekecheiria non era un ideale astratto. Era un’istituzione riconosciuta, proclamata prima dei Giochi e fondata sull’autorità religiosa del santuario. Durante quel periodo, l’accesso a Olimpia doveva restare libero e la violenza sospesa almeno lungo i percorsi e nello spazio sacro. Tucidide ricorda che la tregua poteva essere infranta – e che proprio per questo aveva valore politico. Nel racconto del conflitto tra Elide e Sparta, lo storico menziona l’accusa rivolta agli Spartani di aver violato l’ekecheiria con operazioni militari in territorio eleo (Guerra del Peloponneso, V, 49–50). Il fatto stesso che una violazione potesse essere denunciata e discussa mostra che la tregua funzionava come una norma condivisa: un riferimento concreto nei rapporti tra le città greche, sul quale si misuravano responsabilità e legittimità.

Il tempo del sacro
A rendere possibile la tregua era il santuario stesso. I Giochi olimpici erano, prima di tutto, una celebrazione religiosa. Zeus garantiva l’ordine del tempo e dello spazio, e il suo culto imponeva un limite all’azione umana. Per la durata della festa, la guerra doveva “restare fuori”. Non cessare, ma arretrare. È in questo spazio delimitato che la tregua prendeva forma: un tempo sottratto alla violenza, protetto non da eserciti, ma dal riconoscimento condiviso del sacro.

Un’eredità che interroga il presente
Quando oggi le Nazioni Unite riprendono il linguaggio della tregua olimpica, non recuperano un’illusione di armonia. Recuperano un’idea antica: che la convivenza umana abbia bisogno di limiti riconosciuti. La tregua non promette la pace. Chiede piuttosto di riconoscere un limite. E nel suo carattere fragile, temporaneo, incompiuto, continua a dire qualcosa di essenziale sul modo in cui le società – antiche e moderne – provano a convivere con il conflitto senza arrendersi ad esso.

Quali strumenti per “una pace disarmata e disarmante”

Un momento del convegno di questa mattina presso la sede ACI all'Istituto Domus Mariae

Approfondire le implicazioni politiche, culturali e sociali di una pace che non si limiti all’assenza di guerra. È stato questo l’obiettivo del convegno promosso dall’Istituto di diritto internazionale della pace Giuseppe Toniolo, dall’Azione Cattolica Italiana, dalla Pontificia Università Lateranense e dal Forum Internazionale di Azione Cattolica

Vatican News

«La pace sia con tutti voi: verso una pace disarmata e disarmante»: è questo l’orizzonte indicato da Papa Leone XIV nel suo Messaggio per la LIX Giornata mondiale della Pace. Ma come realizzarlo, in un tempo segnato dal ritorno della guerra come strumento ordinario di regolazione dei conflitti, dall’indebolimento delle istituzioni multilaterali e da una crescente spinta al riarmo?

Il convegno odierno

È attorno a questa domanda che si è sviluppato oggi il convegno promosso dall’Istituto di diritto internazionale della pace Giuseppe Toniolo, dall’Azione Cattolica Italiana, dalla Pontificia Università Lateranense e dal Forum Internazionale di Azione Cattolica, dedicato ad approfondire le implicazioni politiche, culturali e sociali di una pace che non si limiti all’assenza di guerra, ma assuma il disarmo come criterio dell’agire pubblico e delle relazioni internazionali. Ambizioni forti e coraggiose se si pensa all’epoca contemporanea segnata da almeno 56 conflitti attivi nel mondo, come osservato nell’introduzione da Giuseppe Notarstefano, presidente nazionale dell’Aci, e da Sandro Calvani, presidente del Consiglio scientifico dell’Istituto di diritto internazionale della pace “Giuseppe Toniolo”. Citando Giorgio La Pira, Notarstefano ha osservato come «ci troviamo di fronte a un tornante della storia, il che ci provoca inevitabilmente un senso di vertigine: non sappiamo dove andiamo». Eppure, ha concluso «non voglio tornare indietro. Anzi, vogliamo attraversare questo tempo drammatico facendo ciò che l’associazionismo cattolico sa fare meglio: aiutare le persone a non disimpegnarsi».

La pace disarmata, stile e organizzazione

Da questa certezza ha preso forma la prima sessione del convegno, “La pace disarmata: stile e organizzazione”, ha poi affrontato le radici culturali e giuridiche della pace. Debora Tonelli, rappresentante della Georgetown University a Roma, ha proposto una riflessione sulla non violenza come stile personale e politico. Perché, ha sottolineato, «dobbiamo smettere di osservare gli eventi con una logica esclusivamente umana: Dio abita la nostra storia. E, in base a questo, traccia dei percorsi inediti, ci fa discernere, apre nuovi orizzonti e, quindi, alla fiducia. Questo è importante perché la fiducia ci permette di escogitare alternative». Ecco dunque emergere il concetto di non violenza che, secondo Tonelli, «è da intendersi come sostantivo nuovo: significa aprire qualcosa di positivo, in pieno spirito con personaggi come Ghandi, Aldo Capitini, Madre Teresa di Calcutta. Di più, non violenza significa stabilire una narrazione di senso comune della storia. Ciascuno di noi può contribuire a creare uno stile di vita diverso, che non eliminerà il male, certo, ma ci aiuterà a scandire il manuale della storia all’insegna della fiducia e della speranza».

Critica radicale della ragion bellica

Tommaso Greco, docente di Filosofia del diritto all’Università di Pisa, ha invece offerto una critica radicale della “ragion bellica” che ancora permea il discorso pubblico: «Questa critica parte dal messaggio di Papa Leone, che è davvero radicale, e si alimenta su tre punti. Anzitutto, c’è una negazione della negazione: attaccare la narrazione circa l’ineluttabilità della guerra». Poi, ha proseguito, «bisogna cogliere l’invito del Pontefice a saper non costruire bensì curare la pace. In questo senso, infine, bisogna saper valorizzare gli strumenti, a partire dal diritto internazionale così come dal comportamento dei singoli che riconoscono il diritto». Gli ha fatto eco Gabriele Della Morte, docente di Diritto internazionale all’Università Cattolica del Sacro Cuore, che nel suo intervento si è concentrato «sul ruolo del multilateralismo, della negoziazione e della certezza del diritto internazionale come architravi di un ordine di pace, a partire da esempi quotidiani ma che in realtà provengono da convenzioni internazionali: i cinque anelli delle olimpiadi, il cyberspazio, la dimensione umanitaria, ma persino i fusorari e il linguaggio usato nei voli aerei».

Lettura e Vangelo del giorno 1 Febbraio 2026

Letture del Giorno
Prima Lettura

Dal libro del profeta Sofonìa
Sof 2,3; 3,12-13

Cercate il Signore
voi tutti, poveri della terra,
che eseguite i suoi ordini,
cercate la giustizia,
cercate l’umiltà;
forse potrete trovarvi al riparo
nel giorno dell’ira del Signore.
«Lascerò in mezzo a te
un popolo umile e povero».

Confiderà nel nome del Signore
il resto d’Israele.
Non commetteranno più iniquità
e non proferiranno menzogna;
non si troverà più nella loro bocca
una lingua fraudolenta.
Potranno pascolare e riposare
senza che alcuno li molesti.

Salmo Responsoriale

Dal Sal 145 (146)

R. Beati i poveri in spirito.

Il Signore rimane fedele per sempre
rende giustizia agli oppressi,
dà il pane agli affamati.
Il Signore libera i prigionieri. R.

Il Signore ridona la vista ai ciechi,
il Signore rialza chi è caduto,
il Signore ama i giusti,
il Signore protegge i forestieri. R.

Egli sostiene l’orfano e la vedova,
ma sconvolge le vie dei malvagi.
Il Signore regna per sempre,
il tuo Dio, o Sion, di generazione in generazione. R.

Seconda Lettura

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi
1Cor 1,26-31

Considerate la vostra chiamata, fratelli: non ci sono fra voi molti sapienti dal punto di vista umano, né molti potenti, né molti nobili.
Ma quello che è stolto per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i sapienti; quello che è debole per il mondo, Dio lo ha scelto per confondere i forti; quello che è ignobile e disprezzato per il mondo, quello che è nulla, Dio lo ha scelto per ridurre al nulla le cose che sono, perché nessuno possa vantarsi di fronte a Dio.
Grazie a lui voi siete in Cristo Gesù, il quale per noi è diventato sapienza per opera di Dio, giustizia, santificazione e redenzione, perché, come sta scritto, chi si vanta, si vanti nel Signore.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Matteo
Mt 5,1-12a

In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti perseguitarono i profeti che furono prima di voi».