Coppa d’Asia, le calciatrici della nazionale iraniana si rifiutano di cantare l’inno (e di indossare l’hijab nel modo corretto)

Guerra in Iran, le ultime notizie in diretta | Colpita l'ambasciata Usa a Riad, furia di Washington. Trump: «Vogliono parlare ma è troppo tardi». Teheran: «Azioni difensive da Paesi europei un atto di guerra»
(di Simona Marchetti) È stato un silenzio che ha fatto più rumore di tante parole quello adottato dalle calciatrici della nazionale iraniana nella gara d’esordio della Coppa d’Asia, che ha appena preso il via in Australia. Prima della sfida contro la Corea del Sud, al momento degli inni nazionali, le ragazze allenate da Marziyeh Jafari sono infatti rimaste mute, rifiutandosi di aprire bocca per cantare l’inno di quella Repubblica Islamica che ha massacrato migliaia di persone e che ogni giorno viola i diritti delle donne nel loro paese. (…)

corriere.it

Doccia gelata sul deficit ed effetto-guerra: l’economia italiana nel 2026 parte in frenata

Doccia gelata sul deficit ed effetto-guerra: l'economia italiana nel 2026 parte in frenata

Avvenire

Per l’Istat il disavanzo “provvisorio” del 2025 è al 3,1%: non basterebbe per uscire dalla procedura Ue. Gli altri dati parlano di una crescita del Pil solo dello 0,5% e di una pressione fiscale al 43,1%. Il ministro Giorgetti: colpa del superbonus. Le opposizioni: solo scuse

Il più importante obiettivo di politica macroeconomica di Meloni e Giorgetti – il ritorno del deficit sotto il 3% e l’uscita dalla procedura di infrazione europea – non è ancora stato raggiunto. A gelare il Governo i dati Istat comunicati ieri: l’Italia nel 2025 è al 3,1%. Tuttavia, specifica l’istituto, il dato non è definitivo: il “numerino” che sarà comunicato ufficialmente a Bruxelles sarà disponibile in primavera, dopo il conto consolidato delle amministrazioni pubbliche.
La data cerchiata in rosso è il 21 aprile. Ci sono ancora margini per sperare, dunque. E di incassare un risultato che non è soltanto simbolico, perché uscendo dalla procedure per deficit l’Italia potrebbe chiedere la deroga per gli investimenti finalizzati a riarmo e sicurezza, che diversamente dovrebbero essere finanziati – per mantenere i patti stipulati in sede Nato – attraverso tagli e tasse. Non solo: l’uscita dalla procedura Ue libererebbe risorse per affrontare i probabili contraccolpi del conflitto in Medioriente, che preoccupano Governo e Mef soprattutto per l’impatto su bollette di famiglie e imprese e carburante.
Mastica amaro il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti: «È un dato provvisorio – ricorda il titolare del Mef -, prima delle comunicazioni che l’Italia farà all’Ue. Cercheremo di capire le valutazioni Istat. Peccato per il colpo di coda del Superbonus condomini, causa principale del dato di oggi». Insomma, per il ministro dell’Economia senza l’onda lunga del 110% varato dal governo Conte il deficit sarebbe già sotto il 3%. Una lettura subito rintuzzata dai pentastellati: «Caro Giancarlo – risponde il vicepresidente M5s Stefano Patuanelli -, come tu ben sai il Superbonus non influisce sul deficit. Significa che nonostante la folle austerità che avete imposto e il record di pressione fiscale che avete raggiunto, non siete nemmeno riusciti a portare il deficit sotto il 3%. Sapete perché? Perché l’Italia è a crescita zero da quando siete al Governo. Basta scuse puerili, avete portato il Paese sull’orlo del baratro».
Ma più della dialettica interna l’attenzione è rivolta alle reazioni di Bruxelles. Si scrutano i segnali per capire se in primavera i conti italiani saranno analizzati in modo politico – premiando la riduzione del deficit – o numerico. Ma dalla Commissione sono prudenti: «Abbiamo preso atto della diffusione preliminare dei dati sul disavanzo e sul debito pubblico del 2025. Tali dati saranno ora trasmessi a Eurostat, che li valuterà e pubblicherà le statistiche validate sulla finanza pubblica il 22 aprile 2026. La Commissione valuterà la situazione del disavanzo dell’Italia nell’ambito del Pacchetto di primavera del Semestre europeo 2026, sulla base dei dati di consuntivo 2025». Il Pacchetto di primavera sarà comunicato il 3 giugno. È come non dire nulla. Intanto la dura replica di Patuanelli è condivisa anche dai colleghi di opposizione. Per il responsabile economico del Pd, Antonio Misiani, i risultati del Governo sono «assolutamente insoddisfacenti, senza il Pnrr l’Italia avrebbe chiuso l’anno in recessione». Misiani insomma parla di «semistagnazione» e di «Paese che arranca».
I dati Istat sul 2025 in effetti hanno più ombre che luci. L’anno scorso il Pil è cresciuto solo dello 0,5%Mentre la pressione fiscale complessiva è risultata pari al 43,1%, in aumento rispetto all’anno precedente (era al 42,4%), per effetto di una crescita delle entrate fiscali e contributive (+4,2%) superiore a quella del Pil a prezzi correnti (+2,5%). Il tema della pressione fiscale è cavalcato soprattutto da Matteo Renzi, che da mesi chiede conto a Meloni del peso delle tasse e invita la minoranza a mettere in difficoltà il Governo su quello che doveva essere uno dei cavalli di battaglia della legislatura. Non a caso il renziano Faraone parla di «governo Dracula». Ancora il dem Misiani ricorda che a inizio legislatura il Governo ereditò una pressione fiscale del 41,7%: «Di fatto, l’anno passato le famiglie e le imprese italiane hanno versato oltre 31 miliardi di euro di tasse e contributi in più rispetto a quanto avrebbero pagato se la pressione fiscale fosse rimasta al livello di tre anni prima».
Tornando al deficit, il risultato del 3,1% segna un miglioramento rispetto al 2024, quando si fermò al 3,4%. Ciò nonostante, il debito pubblico è salito al 137,1% (era al 134,7% nel 2024). Come detto, è una evoluzione del quadro macroeconomico che potrebbe mettere in discussione l’uscita dalla procedura Ue per deficit eccessivo, rinviando la “normalizzazione” dei conti pubblici al 2027. Un problema anche politico, perché anche la manovra pre-elettorale sarebbe condizionata dall’obiettivo primario di rientrare sotto il 3%. Per il momento le forze di maggioranza provano a vedere il bicchiere mezzo pieno: per Ylenja Lucaselli, viceresponsabile economica di FdI, il dato sul deficit «è una buona notizia per l’Italia e conferma la serietà delle scelte compiute da questo Governo in materia di conti pubblici».
Tornando alla fotografia dell’Istat, in riferimento alla domanda interna l’istituto ha registrato un incremento in volume del 3,5% degli investimenti fissi lordi e dello 0,9% dei consumi finali nazionali rispetto al 2024. Infine capitolo flussi con l’estero: le importazioni di beni e servizi sono salite del 3,6% e le esportazioni dell’1,2%.
L’Istat ieri ha anche rivisto i dati del Pil degli anni precedenti. Il tasso di crescita del 2024 passa +0,7 a +0,8%. Per il 2023 il tasso di crescita è stato invece rivisto al ribasso (da +1 a +0,9%).
Il quadro complessivo preoccupa la Cgil. Per il segretario confederale Christian Ferrari si tratta di «un fallimento su tutta la linea, che pesa soprattutto su salari e pensioni che, dopo aver subito un’altissima inflazione da profitti che li ha brutalmente impoveriti, pagano decine di miliardi di imposte non dovute a causa del drenaggio fiscale che l’esecutivo ha scelto deliberatamente di non neutralizzare e di non restituire, garantendosi così entrate fiscali da record».
Pochi giorni fa, Confindustria aveva invece preso atto in modo positivo del «segnale» registrato dall’Istat sul recupero del fatturato, con prospettive di miglioramento nel 2026. La doccia gelata sul deficit e la nuova situazione internazionale potrebbero raffreddare anche le aspettative delle imprese.

Le voci degli iraniani che vivono in Italia: «Difficile credere alla caduta del regime»

Le voci degli iraniani che vivono in Italia: «Difficile credere alla caduta del regime»

«Vedere tutte quelle immagini delle esplosioni non mi fa dormire la notte. Vivo con angoscia all’idea che le bombe stiano cadendo sulla mia città, dove c’è la mia famiglia, i miei connazionali», a parlare è Parisa Nazari, farmacista di origine iraniana, che in Italia, dove risiede da 30 anni, fa anche la mediatrice culturale e la volontaria in associazioni che difendono i diritti umani. I suoi parenti, tra i quali anche la madre, vivono a Teheran. Dall’Iran arrivano pochissime notizie a causa di una sorta di blackout informatico che rallenta o rende del tutto impossibili le comunicazioni: «Ho saputo solo che i miei si sono spostati come tanti altri in una casa al mare, dove si ritiene sia meno pericoloso». Gli iraniani, spiega, in questo momento fanno fatica anche a dire la propria e persino a sapere che cosa sta succedendo esattamente nel loro Paese. «Molte persone pensano che questa potrebbe essere una guerra di liberazione. Hanno provato di tutto e sentono che non ci sia più niente che possano fare da soli», aggiunge, precisando che è segno della mancanza di prospettiva in cui vivono. Il timore però è che «rimangano solo delle macerie». A Nazari, da qui, non resta dunque che provare a tenere i riflettori accesi anche per chi è dall’altra parte. La prima iniziativa di cui ci parla, domani a Roma, è un flashmob: «Lo scopo è non far dimenticare i difensori dei diritti umani e la condizione dei prigionieri politici in Iran, la cui voce rischia di essere soffocata dai rumori della guerra». In Piazza di Montecitorio chiederanno ai parlamentari di concedere il patrocinio politico ai prigionieri politici arrestati in Iran dopo le ultime ondate di protesta: «Le loro condizioni sono già gravi e temiamo nuove esecuzioni capitali su larga scala».
Anche Shady Alizadeh è preoccupata sia per i propri cari «che si trovano in una città bombardata, ma per fortuna per ora stanno bene» sia «per i prigionieri, molti dei quali ancora minorenni». Avvocata di origine iraniana, sarà tra gli attivisti al flashmob per ricordare che questa guerra mette ancora più in pericolo le loro vite: «Se la pace e la libertà si potessero portare con le bombe allora l’Iran dovrebbe essere la terra più libera e pacifica. Mi auguro, invece, che nasca uno Stato libero e democratico autoderminato dal popolo». Tra le persone in allerta c’è anche il professore e primario di Cardiologia Kamran Paknegad, in asilo politico in Italia e lontano dall’Iran da 46 anni. In queste ore ha provato a contattare fratelli e nipoti lì, ma senza alcuna risposta. «Sono molto preoccupato perché abitano in una zona vicina a una base militare del regime», confessa. Da qui, fa fatica a credere al crollo del regime: «Il mio timore è che non ci sia ancora un’alternativa ben strutturata per condurre il Paese fino a delle elezioni democratiche».
Lo scenario geopolitico in cui oscilla il presente dell’Iran lo descrive infine Farian Sabahi, professoressa associata in Storia contemporanea all’Università degli Studi dell’Insubria: «Di certo non possiamo affermare che l’uccisione del leader supremo Khamenei abbia portato alla fine della dittatura. Nelle prossime settimane l’Assemblea degli Esperti, composta da 88 esperti di diritto islamico, nominerà il nuovo leader supremo. In una situazione di guerra, saranno però probabilmente i pasdaran a guidare la scelta di questi membri del clero sciita. Si prospetta quindi un regime sempre più dei pasdaran». La professoressa, come tutti gli iraniani lontani, ha provato a mettersi in contatto con i propri cari: «Sabato sono riuscita ad avere notizie di parenti e amici a Teheran, ma oggi più nulla. Nella guerra dei 12 giorni, lo scorso giugno, mio cugino era riuscito a scappare dal confine con la Turchia, ma ora le autorità di Ankara hanno chiuso quel posto di frontiera». Di fatto, conclude, «gli iraniani sono chiusi in una gabbia, vittime al tempo stesso di un regime repressivo e dei bombardamenti decisi dal premier israeliano Netanyahu, a cui il presidente statunitense Trump si è accodato».
Avvenire

Politica Crosetto e Tajani alle Camere, è scontro. Meloni: «L’Iran non attacchi o sarà peggio»

Crosetto e Tajani alle Camere, è scontro. Meloni: «L'Iran non attacchi o sarà peggio»

Avvenire

«Nessuno sa cosa accadrà» nelle prossime ore. Tanto più che «nessun Paese era stato informato» dell’operazione “Ruggito del leone”, certamente non sui tempi e le modalità con cui si è dispiegata. Quel che è certo è che Roma condivide da sempre la preoccupazione di Israele e Stati Uniti rispetto al programma nucleare iraniano, ma si muoverà esclusivamente nell’ambito di una strategia comune dell’Unione Europea e con tutta la «prudenza» richiesta dal caso. Resta un interrogativo, posto con insistenza dalle opposizioni: l’esecutivo condivide l’azione unilaterale di Washington e Tel Aviv? Una domanda che la movimentata informativa di lunedì di Guido Crosetto e Antonio Tajani alle commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato, di fatto, lascia inevasa. Come pure, in buona sostanza, l’intervento serale di Giorgia Meloni ai microfoni del Tg5.
La premier prende atto – e sembra voler evidenziare – che l’attacco di Trump e Netanyahu è arrivato «senza il coinvolgimento dei partner europei», ma non per questo lo condanna. Allo stesso tempo non nasconde la propria preoccupazione per un contesto globale dominato da «una crisi del diritto internazionale», che però, osserva, «è inevitabilmente figlia» dell’aggressione russa all’Ucraina. Ciò detto, il Governo «è ovviamente impegnato a dare assistenza alle migliaia di italiani bloccati nell’area», ma la situazione non potrà migliorare «se l’Iran non ferma i suoi attacchi totalmente ingiustificati nei confronti dei Paesi del Golfo».
Tornando all’informativa, Tajani, almeno in un primo momento, cerca di mantenere i binari del suo intervento su una traiettoria neutra, offrendo un resoconto degli attacchi e della rappresaglia della Repubblica islamica. Soprattutto, dando rassicurazioni sull’impegno del Governo per salvaguardare la sicurezza dei 70mila italiani bloccati dai raid («una priorità assoluta»). La Farnesina, assicura, sta «lavorando per portare all’aeroporto di Riad gli italiani che vogliono partire dal Qatar e dal Bahrain». I primi voli partiranno già oggi, nel frattempo c’è già una «buona notizia»: nessun connazionale è rimasto ferito. Tajani chiarisce anche che Roma ha provato «fino all’ultimo» a percorrere la via del dialogo. Ma Teheran ha impedito che le negoziazioni portassero a una conclusione soddisfacente e l’attacco americano ha messo la parola fine a ogni possibilità di mediazione. A questo punto l’auspicio dell’esecutivo è che quanto sta avvenendo possa portare a un «nuovo Medio Oriente», nella consapevolezza che «la crisi potrebbe durare ancora molti giorni».
A preoccupare, e molto, sono anche le ricadute commerciali, visto che per il Mar Rosso passa il 40% del nostro export e che dallo stretto di Hormuz transita circa il 20% del petrolio mondiale e più del 30% del gas liquefatto.
Da parte sua, Crosetto invoca «una riflessione sugli strumenti normativi che disciplinano le partecipazioni alle missioni internazionali», perché «le crisi contemporanee evolvono a una velocità tale da richiedere la possibilità di adeguare tempestivamente la presenza dei nostri soldati in funzione delle esigenze». In questo senso l’attacco contro una base inglese a Cipro dimostra la bontà dell’argomento, visto che «ha colpito un Paese che non è direttamente coinvolto». Su un punto però il ministro è categorico: per ora non c’è stata nessuna domanda di utilizzo delle nostre basi, in particolare Sigonella, e al momento sono in programma «solo spostamenti standard». Se poi arriveranno richieste, aggiunge il titolare della Difesa a margine dell’informativa, si farà una «valutazione in ambito europeo». Crosetto replica anche sul caso del suo rientro a Roma da Dubai con un volo di Stato: «Ero lì in ferie, ma seguivo anche i miei impegni. Sono rimasto un giorno in più per non lasciare i miei fgli, che rientreranno nelle modalità previste per tutti».
Sponda opposizioni, la leader dem Elly Schlein rivendica il posizionamento del suo partito contro il regime islamico, ma chiede al Governo di lavorare «per ottenere un cessate il fuoco» e alla premier di intervenire in Aula (richiesta messa poi nero su bianco in una lettera unitaria firmata da tutta la minoranza). A pungere, però, è soprattutto il presidente 5s Giuseppe Conte: «Sottoscriviamo tutto quel che ci viene chiesto da Washington? Il tricolore ve lo siete dimenticato?». Un’uscita non gradita a Tajani, che replica stuzzicando: «A me Trump non mi ha mai chiamato Tony. A lei la chiamava Giuseppi, quindi un rapporto particolare ce l’aveva lei». A quel punto scoppia un putiferio. La presidente della commissione, Stefania Craxi, stenta a placare gli animi. «Vergogna», urla qualcuno dall’opposizione, mentre Conte evoca il cappellino “Maga” fatto trovare al capo della Farnesina alla prima riunione del Board. Tajani però non molla e alza i decibel: «Era un regalo. Io non sono andato in ginocchio dalla Merkel come ha fatto lei». Altre urla. Craxi minaccia di sospendere i lavori. Crosetto assiste senza intervenire. Poi torna la calma, seppure a fatica. I due coportavoce nazionali di Avs, Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, insistono sulla linea di Conte: «Il Governo dica se approva l’attacco». «La nostra posizione è quella del documento europeo firmato ieri», risponde a più riprese Tajani agitando il testo davanti a sé. Ma la risposta non convince le opposizioni.

Medio Oriente Dall’Iran al Libano fino a Cipro: il fronte della guerra si sta allargando

Bombe e raid sul Libano

di Lucia Capuzzi, inviata a Gerusalemme – in Avvenire
Il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Teheran si allarga al Golfo e sfiora la Nato. Trump annuncia una «grande ondata», Londra e Atene rafforzano le difese nel Mediterraneo orientale

La porta di Damasco è sprangata. Una coppia mostra ripetutamente la carta di identità ai poliziotti. Alla fine li convince: come residenti sono gli unici ad avere accesso alla Città vecchia, considerata un luogo ad alto rischio in quanto priva di rifugi. Il sigillo, in realtà va ben oltre le mura. Israele ha chiuso tutto il chiudibile: scuole, uffici, monumenti. Ad Est come ad Ovest, Gerusalemme è una fila ininterrotta di saracinesche abbassate e strade deserte. Un “déjá vu” di giugno, sperano israeliani e palestinesi. Forse per questo le persone rispondono scaramanticamente che lo stato di emergenza resterà in vigore fino a giovedì prossimo. Dodici giorni, la durata della guerra precedente con l’Iran. A dire il vero, le misure scadono già questo sabato. Ma nessuno, a partire dagli artefici dell’intervento – Benjamin Netanyahu e Donald Trump – crede che sarà così breve. Dopo le dichiarazioni dei comandi di Tel Aviv e del Pentagono, il capo della Casa Bianca, ieri, lo ha detto senza mezzi termini: «Possiamo andare avanti più di quattro settimane». Oltre ad allargarsi a macchia d’olio nella regione – dal Libano a Cipro –, il conflitto sembra destinato ad allungarsi. Sono trascorse 24 ore dalle affermazioni fiduciose del presidente Usa su contatti imminenti con gli ayatollah orfani di Khamenei. Ma pare trascorsa una stagione. «Sono certo che vorranno dialogare con me», aveva detto appena confermata l’uccisione della Guida suprema. Da allora, però, i fatti hanno preso un’altra piega, le vittime sono ormai oltre seicento e la convinzione di ripetere il “modello venezuelano” – decapitazione del vertice e accordo con i successori – sbiadisce, ora dopo ora. Sempre che mai abbia avuto un fondamento. Del resto anche gli obiettivi appaiono confusi. Se a gennaio il tycoon era pronto a correre in aiuto dei cittadini oppressi dalla Repubblica islamica, ora la priorità è di nuovo l’eliminazione della minaccia atomica. «Sono loro a non avere voluto raggiungere un accordo sul programma nucleare», ha detto il presidente. E ha aggiunto che i missili di Teheran avrebbero avuto la capacità di raggiungere l’America o l’Europa. A riprova, gli aerei di Washington e Tel Aviv hanno colpito i siti Ishfan e Natanz: gli stessi che, meno di nove mesi fa, nella notte tra il 23 e il 24 giugno, Trump aveva assicurato di avere raso al suolo, rimuovendo il pericolo «per generazioni». Forse la sua frase di ieri – «Dicono che mi annoierò della guerra ma non credo» – non è solo una battuta.
Da Teheran, nel frattempo, i superstiti del regime mostrano i muscoli. «Il nemico non sarà più sicuro nemmeno a casa sua», hanno detto le Forze al-Quds, corpo d’élite dei Guardiani della rivoluzione. Prima era stato Ali Larijani, responsabile della sicurezza e i fra i candidati a succedere a Khamaenei, a rilanciare: «Non negozieremo mai, si pentiranno» mentre il regime ha “convocato” la piazza per «mostrare al mondo il proprio sostegno». L’aggressività verbale è accompagnata da quella militare. L’aviazione israeliana ha martellato Teheran mentre gli aerei Usa hanno colpito nel resto del Paese, dove i morti sono arrivati almeno a quota 555, secondo la Mezzaluna rossa. I pasdaran, da parte loro, hanno rivendicato attacchi su «cinquecento obiettivi» legati agli «aggressori» e allargato il raggio d’azione nel Golfo. Nel mirino non sono più solo le basi statunitensi – e perfino quella britannica di Akrotiri a Cipro –, dove sono stati uccisi finora quattro soldati, bensì gli impianti energetici, motore nevralgico della regione. Un drone ha attaccato la raffineria di petrolio di Ras Tanura, in Arabia Saudita, una delle più grandi in Medio Oriente, costringendo le autorità del Regno a chiuderla mentre il Qatar ha interrotto la produzione del maggior impianto di gnl a livello globale. Doha ha risposto ai raid abbattendo due caccia di Teheran e le difese aeree del Kuwait, per respingere i velivoli nemici, hanno centrato per errore tre F-15E Strike Eagle Usa. L’equipaggio è riuscito a salvarsi abbandonando le cabine prima dello schianto. La reazione fa temere un’ulteriore escalation: Riad, Manama, Amman, Doha, Kuwait City ed Abu Dhabi, in un documento congiunto con Washington, hanno affermato «il diritto di autodifesa», evocando una «rappresaglia». Hezbollah, ancora provato dalla sconfitta inflitta da Israele nel novembre 2024 e “sotto vigilanza” da parte del governo di Beirut, ha provato a sostenere l’alleato iraniano scagliando una selva di razzi e droni su Haifa e il nord dello Stato ebraico.
Quest’ultimo ha risposto con bombardamenti diffusi nel sud del Libano, nella valle della Bekaa e perfino sulla capitale, con un bilancio di almeno 52 uccisi. Tra questi, il capo dell’intelligence delle milizie sciite, Hussein Makled. Alcune indiscrezioni non confermate danno per morto anche il leader del movimento, Naim Qassem. Il portavoce dell’esercito israeliano, Eyal Zamir, ha detto di avere intenzione di continuare ad attaccare fino a quando Hezbollah non deporrà le armi. Nel mentre i militari si stanno preparando per la possibile creazione di una possibile “zona cuscinetto” tra Israele e Libano. Il che significherebbe la riapertura fronte settentrionale con una nuova azione di terra. Prospettiva, del resto, evocata dallo stesso Trump a proposito dell’Iran. Il fantasma di un nuovo Iraq – quella «guerra eterna» tanto criticata dal tycoon in campagna elettorale – aleggia sinistro nella regione. Come il suono dei passi nei vicoli della Città vecchia di Gerusalemme, svuotati ancora una volta dalla guerra. Sembra di essere tornati a giugno. Allora, però, il fuoco non era arrivato così vicino alle sue imponenti mura di pietra. Meno di quarantotto ore fa, frammenti di missile sono caduti a qualche centinaio di metri dalla Porta di Giaffa e dal Muro del Pianto.

Attacco Iran, Teheran risponde si missili. Israele colpisce il Libano, drone su Cipro

Iran.2.marzo2026
Fuoco incrociato nel secondo giorno della guerra in Iran, con tutta la regione in fiamme. Usa e Israele continuano a colpire nonostante la morte di Khamenei mentre la reazione di Teheran contro lo Stato ebraico e le basi americane nella regione miete le prime vittime. Trump: “Ho tre ottime scelte per la guida del Paese, il conflitto potrebbe durare quattro settimane”. Il capo della sicurezza iraniana Larijani afferma che l’Iran “non negozierà” con gli Stati Uniti.

Nella notte l’aviazione israeliana colpisce obiettivi nel sud del Libano, in risposta al lancio di razzi e droni verso il nord d’Israele. Almeno 10 morti a Beirut.

L’Iran annuncia la nomina della nuova Guida Suprema della teocrazia ‘in 1-2 giorni’.
Trump: “Tutti uccisi i candidati per il controllo dell’Iran”
Il presidente americano Donald Trump “mi ha detto stasera che gli Usa avevano identificato possibili candidati per prendere il controllo dell’Iran, ma sono stati uccisi nell’attacco iniziale”. Lo riporta Jonathan Karl di Abc News, in un post su X, secondo cui Trump ha detto che “l’attacco ha avuto un tale successo che ha eliminato la maggior parte dei candidati. Non sarà nessuno di quelli a cui avevamo pensato perché sono tutti morti”. Sulla morte di Khamenei e l’ipotesi di complotto contro il tycoon: “L’ho preso prima che lui prendesse me. Ci hanno provato due volte. Beh, l’ho preso prima io”.
Il capo della sicurezza iraniana Larijani afferma che l’Iran “non negozierà” con gli Stati Uniti
Attacchi israeliani a Beirut: ‘almeno dieci morti’
Almeno 10 persone sono state uccise negli attacchi israeliani alla periferia sud di Beirut. Lo afferma una fonte medica citata dalla versione online della Reuters

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