Come e perché non invaderemo mai Marte

Come e perché non invaderemo mai Marte

Il titolo del libro di Mirko Daniel Garasic è già una presa di posizione: Finché Marte non ci separi. Riflessioni morali sul perché l’umanità non andrà mai su Marte (Fandango Libri, pagine 192, euro 12,00). Non è un rifiuto della scienza, né una provocazione antitecnologica. È piuttosto una domanda morale travestita da paradosso: siamo davvero sicuri che l’umanità sia destinata — o addirittura pronta — a diventare una specie multiplanetaria? E soprattutto: che cosa rischiamo di perdere mentre guardiamo troppo lontano? Anche se quel solo guardare sembra negare la complessità della sfida scientifica e tecnologica a cui siamo chiamati.
Garasic affronta il tema dell’esplorazione di Marte sottraendolo – appunto – all’enfasi futuristica che domina il dibattito pubblico. L’idea di “andare su Marte” viene smontata pezzo per pezzo, non sul piano dell’impossibilità tecnica, ma su quello più scomodo della responsabilità etica. Il punto non è se possiamo farlo, ma se dovremmo. E a quali condizioni.
Il libro si muove con intelligenza tra filosofia morale, bioetica, politica della scienza e cultura contemporanea. Garasic mostra come il sogno marziano sia spesso una proiezione: la promessa di una fuga in avanti che evita di affrontare i problemi strutturali della Terra — disuguaglianze, crisi ambientale, fragilità istituzionali — spostando altrove l’idea di futuro. Marte diventa così una metafora potente: non tanto un pianeta da colonizzare o da “invadere”, quanto uno schermo su cui riversiamo le nostre irrisolte contraddizioni.
Uno dei meriti principali del libro è il tono. Garasic non predica, non demonizza la ricerca scientifica, non indulge in distopie facili. Al contrario, invita a una riflessione sobria e razionale sul rapporto tra progresso tecnologico e valori umani. La colonizzazione di Marte, sostiene, rischia di essere un progetto elitario, pensato per pochi, che normalizza l’idea di una selezione implicita dell’umanità: chi parte, chi resta, chi è sacrificabile. Una logica che, se accettata nello spazio, finisce inevitabilmente per riflettersi anche sulla Terra.
Il sottotitolo — Riflessioni morali sul perché l’umanità non andrà mai su Marte — va letto con attenzione. Quel “mai” non è una previsione cronologica, ma una provocazione etica. Garasic suggerisce che un’umanità davvero matura, capace di prendersi cura del proprio pianeta e delle proprie relazioni, non avrebbe bisogno di fuggire altrove per sopravvivere. Marte diventa allora il banco di prova di una domanda più radicale: che cosa intendiamo per progresso?
C’è, in filigrana, un’idea forte di responsabilità collettiva. Prima di esportare la vita umana nello spazio, dovremmo forse imparare a custodirla meglio qui. Non per rinunciare all’esplorazione, ma per sottrarla alla retorica della conquista e ricondurla a una dimensione autenticamente umana. In questo senso, il libro di Garasic parla meno di Marte e molto di noi: delle nostre paure, delle nostre ambizioni, della tentazione di credere che la tecnologia possa risolvere problemi che sono, prima di tutto, morali. Più che un viaggio verso Marte è un viaggio dentro noi stessi, come individui e come collettività
Finché Marte non ci separi è un saggio agile ma denso, accessibile senza essere semplificato, capace di aprire domande più che di chiuderle. E forse è proprio questo il suo valore maggiore: ricordarci che il futuro non si misura in chilometri dalla Terra, ma nella qualità delle scelte che facciamo restando su di essa.

Zalone
e Benigni ci parlano di Dio
partendo dai giovani

Zalone
e Benigni ci parlano di Dio
partendo dai giovani

Se in pochi giorni già cinque milioni di italiani si sono riversati nelle sale per vedere Buen Camino di Zalone, lo scorso dicembre Roberto Benigni ne aveva “inchiodati” quattro davanti al piccolo schermo per un lungo monologo sull’apostolo Pietro. Due famosi comici italiani si mettono entrambi al servizio di qualcosa che, ingenuamente, si è creduto smarrito: il bisogno di interiorità, di cammini di fede. Zalone e Benigni parlano di gente che incontra Gesù. E colpisce come, a modello, entrambi portino due giovani. Nel film dell’autore pugliese la protagonista del cammino di Santiago è una ragazza minorenne che abita in uno dei quartieri più ricchi di Roma, i Parioli. Ma, come lei stessa afferma, quel che ha – e ha tutto – non le basta. Il comico toscano ha insistito, nel suo monologo, nel sottolineare che Gesù e Pietro erano giovani, «due ragazzi», come li ha definiti. In una generica e pregiudiziale narrativa ridicola per quanto superficiale e, in fondo, cattiva, del mondo giovanile, i due artisti hanno il coraggio di presentare la verità: non è che a sedici o a vent’anni non esistano domande grandi, sete di interiorità. Quel che mancano, spesso, sono i cammini, le strade. Ma quando si offrono, si propongono e si trovano, Pietro segue Gesù e Cristal non torna certo indietro alla vita assurda e falsa che il padre le avevo saputo offrire. La ragazza, a sedici anni, è decisamente migliore di suo padre. È lei che lo cambia, in meglio. Non doveva essere il contrario? Qualcosa è andato storto?
Dobbiamo aggiungere, in tempo di Natale, che anche Maria e Giuseppe, pur molto giovani, sanno farsi scaltri e furbi per difendere il Bambino dall’ira violenta di Erode. Colpisce che a parlare bene dei più giovani siano un film al cinema e un monologo in Tv, mezzi che si direbbero vecchi e poco “giovanili”. Eppure, la fine dell’arte può aspettare. I social, che saranno anche il mondo dei ragazzi, non ne sono così amici come vorrebbero sembrare. Ci volevano un film al cinema e un monologo in televisione per ricordarci che da giovani si può sognare grandi cose, basta fermarsi e ascoltarsi. Per mostrarci un uomo che si è dimenticato di fare il padre e che invece si appassiona a diventarlo. Ma anche la storia di amicizia tra Gesù e Pietro – Benigni non lo trascura – è una storia di paternità, perché in uno dei due si rivela il volto del Padre.
Il Giubileo ci ha parlato di speranza. Zalone e Benigni hanno deciso di rimanere attori comici parlando anche loro di speranza: quella che viene dalla fede cristiana; e parlandone bene: come di una risorsa, una risposta non moralista al vuoto di senso, all’idolatria del denaro e della falsità. Senza astrusi e irricevibili moralismi. In una scena di Buen Camino Zalone – un uomo che sta scoprendo che si può e si deve diventare padre, e che tutto questo dà anche certa soddisfazione, perché lo si può fare con leggerezza – deve organizzare un pranzo e si rivolge a un cuoco stellato. Non potendo però ostentare, si inventa un compromesso: paga lo chef, ma al momento della festa lo presenta come un contadino. Risuona, un po’, il Vangelo di Luca: «Fatevi amici con la disonesta ricchezza». Rimane ricco, ma usa i beni per far contenti gli altri. E nessuno disdegna il buon cibo, né ricchi né poveri. Eppure, non sono stati pochi quelli che hanno criticato sia Zalone sia Benigni. Il primo farebbe ridere meno di prima, il secondo non è puro esegeta. Anche qua, poco da stupirsi, già intuito tutto dal Vangelo: il figlio prodigo, quello che torna a casa pentito, ha un fratello maggiore che mugugna e si lamenta perché si fa festa, si ride e ci si abbraccia anche quando – o proprio perché – accade qualcosa di grande: qualcuno è tornato a camminare verso Dio. Buon cammino, allora.
Avvenire

Chatbot, tra rifugio dalla solitudine e nuovi rischi psicologici

Chatbot, tra rifugio dalla solitudine e nuovi rischi psicologici

L’espressione “psicosi da Ai” è entrata con una certa frequenza nel lessico contemporaneo per descrivere quei casi, purtroppo reali, di persone che scivolano in stati di delirio o dissociazione dalla realtà dopo interazioni prolungate con modelli linguistici di grandi dimensioni: del resto, che l’uso prolungato dei chatbot abbia effetti negativi sulla salute mentale lo ha affermato anche Sam Altman , fondatore di OpenAI. “Psicosi da Ai” è un’espressione che evoca scenari distopici, alimentati da notizie di cronaca riguardanti atti di autolesionismo o, come abbiamo già visto, di suicidio legati all’uso di chatbot, e che trova terreno fertile in un dato statistico allarmante: un adolescente su tre ritiene le conversazioni con l’intelligenza artificiale soddisfacenti quanto, se non più, di quelle con gli amici in carne ed ossa. Tuttavia, fermarsi all’allarmismo sarebbe un errore di prospettiva, poiché la realtà delle relazioni uomo-macchina è ben più sfumata e complessa di quanto le statistiche suggeriscano: per comprendere questo fenomeno, è necessario osservare la storia delle interazioni umane con il “non umano”.

L’illusione della reciprocità

La nostra specie ha sempre coltivato legami affettivi con entità diverse dai propri simili, dagli animali domestici agli oggetti inanimati, fino a quelle forme di attaccamento verso le automobili che talvolta vengono persino battezzate con un nome proprio. Se nel caso degli animali esiste una reciprocità di fondo, le relazioni con oggetti o peluche rimangono in una sfera parasociale e unilaterale che raramente sfocia nel patologico. L’intelligenza artificiale, però, introduce una variabile inedita e inquietante: la capacità di rispondere: gli attuali modelli linguistici, maestri della parola, generano l’illusione di possedere sentimenti e intenzioni, offrendo spesso risposte adulatorie che rinforzano le opinioni dell’utente senza mai sfidarle, creando un rischio concreto di deriva illusoria che non esiste nel rapporto con un cane o un gatto.

Una cura per la solitudine?

Però, liquidare queste interazioni come puramente tossiche, significa ignorare una piaga silenziosa che affligge una persona su sei a livello globale: la solitudine. È una condizione che comporta rischi per la salute paragonabili al fumo di quindici sigarette al giorno e che aumenta del 26% la probabilità di morte prematura. In questo contesto desolante, la ricerca suggerisce che i compagni artificiali possano effettivamente mitigare il senso di isolamento, non solo come distrazione, ma proprio in virtù di quel legame parasociale che si viene a creare. Come ha osservato la giornalista Sangita Lal: «Se non capite perché gli abbonati ai modelli di intelligenza artificiale vogliano, cerchino e abbiano bisogno di questa connessione, siete abbastanza fortunati da non aver sperimentato la solitudine». Certo, fanno quasi sorridere figure come Mark Zuckerberg che propongono l’Ai come panacea per un isolamento sociale che le stesse tecnologie hanno contribuito a esacerbare, ma l’efficacia pragmatica dello strumento non può essere scartata a priori.

Il vuoto normativo e l’efficacia terapeutica

Anche sul fronte della salute mentale i dati offrono spunti di riflessione di un certo rilievo: studi recenti indicano che i pazienti impegnati in chat con terapeuti artificiali hanno registrato una riduzione dei sintomi d’ansia del 30%. Sebbene si tratti di un risultato inferiore al 45% di quello ottenuto con terapeuti umani, c’è una prospettiva da non sottovalutare: per milioni di persone che non hanno accesso, economico o logistico, alla psicoterapia tradizionale, un’assistenza imperfetta è preferibile all’assenza totale di aiuto. Tuttavia, siamo ancora in una fase embrionale della ricerca scientifica, dobbiamo ammettere che attorno a noi c’è ancora un vuoto di conoscenza in cui si annidano i veri pericoli, dettati non tanto dalla tecnologia in sé quanto dalle logiche di mercato.

Le insidie del profitto e l’etica dell’obsolescenza

Il rischio maggiore risiede infatti nella natura delle entità che distribuiscono questi “amici” digitali: aziende a scopo di lucro, incentivate a massimizzare l’engagement piuttosto che il benessere dell’utente. Il paragone con la scoperta degli oppioidi è calzante e brutale: se gestiti da mani responsabili per alleviare la sofferenza, possono essere strumenti di guarigione; se sfruttati per le loro proprietà additive, conducono alla dipendenza. Le aziende che vendono “compagnia” in abbonamento considerano un anatema l’idea di un’Ai che non assecondi sempre l’utente, poiché ciò ridurrebbe l’attrattiva del prodotto. Al contrario, un approccio etico richiederebbe chatbot progettati per evitare la trappola dell’adulazione e per allenare l’utente alle complessità delle interazioni sociali reali. Il paradosso finale di un compagno artificiale veramente utile dovrebbe essere quello di lavorare per la propria obsolescenza: l’obiettivo dell’Ai non dovrebbe essere quello di sostituire l’umano, ma di fornire le stampelle necessarie per tornare a camminare nel mondo reale, perché nessuna simulazione, per quanto sofisticata, potrà mai eguagliare il valore dell’incontro con l’altro.

Esplosioni e aerei: l’attacco Usa a Caracas. «Catturati Maduro e la moglie»

Una colonna di fumo si innalza durante una serie di esplosioni nelle prime ore del mattino a Caracas, in Venezuela, in un fermo immagine tratto da un video ottenuto da Reuters

Nella notte Caracas è stata scossa da una serie di esplosioni quasi simultanee in diversi punti della capitale venezuelana, inclusi obiettivi di rilevanza militare e infrastrutturale. Le aree interessate, secondo testimonianze raccolte sul posto, comprendono l’aeroporto militare di La Carlota, nel cuore della città, la principale base delle forze armate di Fuerte Tiuna, la torre di comunicazione nell’area di El Volcán e il porto de La Guaira. Diversi quartieri sono rimasti senza elettricità, mentre sui social network hanno iniziato a circolare video che mostrerebbero lampi, detonazioni e traffico aereo notturno sopra la città. «Siamo stati svegliati da un boato fortissimo, siamo sotto le bombe», riferiscono alcuni cittadini italiani presenti a Caracas, per i quali la Farnesina si è immediatamente attivata. Alfredo Alvarez, giornalista venezuelano, ha raccontato ad Avvenire: «Le esplosioni sono così forti da far tremare le finestre. In cielo si vedono elicotteri di trasporto e di attacco».
Poche ore dopo è arrivata la conferma politica che cambia radicalmente la portata dell’evento. «Gli Stati Uniti hanno condotto con successo un attacco su larga scala sul Venezuela questa notte», ha scritto il presidente americano Donald Trump sul suo social Truth, annunciando che il presidente Nicolás Maduro e la moglie sarebbero stati catturati e portati fuori dal Paese. Se confermata, si tratterebbe del primo attacco militare straniero di questa ampiezza sul suolo venezuelano e di un’operazione senza precedenti per gli effetti immediati sul vertice del potere a Caracas.
Secondo le prime rivelazioni di Cbs News – mentre gli altri media statunitensi mantengono toni più cauti – l’operazione sarebbe stata pianificata da tempo. Due funzionari americani, parlando in forma anonima, sostengono che Trump avrebbe autorizzato le forze armate statunitensi a preparare attacchi terrestri già prima dell’azione di questa notte. L’ipotesi di intervenire il giorno di Natale sarebbe stata valutata, ma poi accantonata in favore dei raid aerei contro obiettivi dell’Isis in Nigeria; nei giorni successivi si sarebbero aperte altre finestre operative, rinviate per condizioni meteorologiche giudicate non favorevoli. Stanotte, infine, il passaggio ai fatti. Nel frattempo l’ambasciata statunitense a Bogotá, competente anche per il Venezuela, ha invitato i cittadini americani presenti nel Paese sudamericano a cercare immediatamente rifugio.
La reazione di Caracas è stata immediata e durissima. In una dichiarazione ufficiale diffusa senza logo né intestazione, il governo venezuelano ha denunciato «la gravissima aggressione militare perpetrata dall’attuale governo degli Stati Uniti d’America contro il territorio e il popolo venezuelano». Nicolás Maduro – prima delle notizie sul suo arresto – aveva proclamato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale, annunciando il passaggio alla «lotta armata» per difendere diritti, istituzioni e sovranità del Paese. In seguito le Forze armate hanno parzialmente corretto il tiro, invitando la popolazione a restare nelle proprie abitazioni. Nonostante ciò, a Caracas regna il caos: nel maxi quartiere di Petare molti residenti sono scesi in strada, mentre negli stati di Anzoátegui e Zulia si segnalano file chilometriche davanti ai negozi per l’acquisto di beni di prima necessità.
Washington accusa Maduro di guidare una rete internazionale di narcotraffico; accuse respinte dal governo venezuelano, che ribadisce come il vero obiettivo degli Stati Uniti sia il rovesciamento del presidente e il controllo delle riserve petrolifere del Paese, le più grandi al mondo. La prima reazione internazionale è arrivata dal presidente colombiano Gustavo Petro, che ha convocato d’urgenza le Nazioni Unite e l’Organizzazione degli Stati americani, dichiarando che il suo governo «osserva con profonda preoccupazione le notizie sulle esplosioni e sull’attività aerea registrate nelle ultime ore in Venezuela, così come la conseguente escalation nella regione».
Solo poche ore prima dell’attacco, in un’intervista, Maduro si era detto disponibile a trattare con gli Stati Uniti per «accordi economici» e un’eventuale «lotta congiunta al narcotraffico». Ma la linea della Casa Bianca sembra essere rimasta un’altra. Nei giorni scorsi Trump aveva già rivendicato un’azione militare in Venezuela contro presunte postazioni legate al narcotraffico, anche se resta difficile verificare con precisione i luoghi effettivamente colpiti: esplosioni erano state segnalate in due imprese di Maracaibo e un missile era stato rinvenuto nell’Alta Guajira, al confine colombo-venezuelano, dalle autorità di Bogotá. Ora, con l’annuncio di un’operazione su larga scala e la cattura del presidente venezuelano, la crisi entra in una fase del tutto nuova e potenzialmente dirompente per l’intera regione.
Avvenire

Tragedia Svizzera. I nomi, i volti e le ultime speranze. Chi sono i sei italiani dispersi

I nomi, i volti e le ultime speranze. Chi sono i sei italiani dispersi

In alto, da sinistra: Giovanni Tamburi, Emanuele Galeppini, Achille Osvaldo Giovanni Barosi. Sotto, da sinistra: Alessandra Galli De Min , Eleonora Palmieri / ANSA
da Avvenire
Mentre sulle strade di Crans-Montana i parenti delle vittime, i turisti e i superstiti dell’incendio si avvicendavano in silenzio di fronte al bar “Le Constellation” per portare fiori e accendere candele, i centralini dell’unità di crisi della Farnesina oggi sono stati presi d’assalto. Le famiglie italiane che non riuscivano a mettersi in contatto con i giovani di cui si sono perse le tracce in seguito al rogo di Capodanno – sei le persone attualmente disperse, in attesa del riconoscimento dei corpi – hanno tentato ogni strada per tenere accesa la speranza. Sui social network, un profilo che raccoglie gli appelli dei genitori ha raggiunto in poche ore oltre 30mila iscritti e collezionato centinaia di commenti di solidarietà e qualche timida segnalazione. Sulla bacheca digitale si trovano anche i volti dei feriti italiani – tredici, secondo una nota di Palazzo Chigi – ricoverati negli ospedali svizzeri. «I parenti cercano la struttura dove è stato portato», si legge in un appello lanciato dalla famiglia di Leonardo, 16 anni, soccorso dalle ambulanze elvetiche a pochi minuti dallo scoppio dell’incendio. Altre sette persone nelle sue condizioni, perlopiù coetanei, tra giovedì e ieri sera erano state portate all’ospedale Niguarda di Milano, trasferite dalla Centrale remota di operazioni di soccorso sanitario (Cross) della Protezione civile.
Sui nomi di feriti e dispersi, in realtà, il Governo italiano ha deciso di adottare ogni precauzione. Il motivo lo ha spiegato proprio la presidente del Consiglio Giorgia Meloni in una nota: «L’identificazione delle vittime è particolarmente complessa a causa delle gravi ustioni riportate». Ma, con il passare delle ore, molti dettagli sono emersi proprio dalla voce accorata delle famiglie.
A dare l’annuncio della morte di Emanuele Galeppini, golfista 17enne genovese, è stata la Federgolf italiana, che ha pianto la scomparsa di un «giovane atleta che portava con sé passione e valori autentici». Attorno alla famiglia dello sportivo si è stretta anche la sindaca di Genova, Silvia Salis, che si è detta «profondamente addolorata» per il lutto, e il governatore della Regione Marco Bucci. I parenti, però, predicano prudenza: «Per il momento Emanuele è ancora nella lista dei dispersi e stiamo aspettando il risultato del Dna», ha scritto ieri sui social lo zio Sebastiano Galeppini. Il giovane, nato a Genova e formato come golfista a Rapallo, vive da anni a Dubai con i genitori e sarebbe volato a Crans-Montana solo per festeggiare il Capodanno con gli amici.
Degli altri cinque dispersi, si raccolgono più appelli che notizie. Dalla mattina di Capodanno, quando la madre Carla Masiello aveva chiesto aiuto diffondendo ovunque la sua foto, non si sa niente di Giovanni Tamburi, 16enne bolognese che aveva il cellulare scarico la sera dell’incidente. «Un suo amico mi ha detto che sono scappati dopo che è scoppiato l’incendio, ma poi l’ha perso di vista – spiega la madre –. Al collo aveva una catenina d’oro con l’immagine di una Madonnina». Lo stesso monile – o uno molto simile – che i genitori di Achille Osvaldo Barosi dicono avesse al collo loro figlio, 16enne milanese, quando è stato visto per l’ultima volta alle 1.30 fuori dal “Le Constellation”. In quei minuti stava rientrando nel locale per recuperare giacca e telefono, ma non aveva documenti con sé. Sempre da Milano veniva anche Chiara Costanzo, 16enne originaria di Arona. Di Giuliano Biasini, invece, non si conosce neppure l’età.
Anche le notizie su Riccardo Minghetti, l’ultimo dei sei dispersi italiani, sono poche. Il sedicenne romano si trovava a Crans-Montana con l’amico Manfredi, coetaneo, che è rimasto gravemente ferito e si trova attualmente all’ospedale Niguarda di Milano, fuori pericolo di vita, ma con ustioni sul 30-40% del corpo. A trovarlo, nel cuore della notte di Capodanno fuori dal “Le Constellation”, era stato suo padre Umberto Marcucci, che in quei momenti concitati non ha notato tracce dell’amico Riccardo. Ieri suo figlio Manfredi, il più grave dei pazienti del Niguarda, è stato operato: al momento le sue condizioni sono stabili. Con lui, è ricoverato all’ospedale milanese anche Gregorio Esposito, 19 anni, trasferito ieri mattina assieme alla madre. «Lei è molto provata – spiega l’assessore al Welfare della regione Lombardia, Guido Bertolaso –. Le abbiamo affiancato i nostri psicologi perché, arrivando, hanno saputo che il migliore amico di questo giovane purtroppo è deceduto». Tra i feriti al Niguarda anche Giuseppe, 16 anni, ed Eleonora Palmieri, 29enne veterinaria di Cattolica, in provincia di Rimini. Anche lei è fuori pericolo: «Siamo stati fortunati – ha detto la madre – perché ce la riportiamo a casa viva». Con loro, è ricoverato anche Chian, un giovane studente del liceo Virgilio di Milano, che era per la prima volta a Crans-Montana assieme alla compagna di classe Francesca, anche lei ora in terapia intensiva.
La maggior parte dei feriti del Niguarda ha tra i 15 e i 16 anni e riporta ustioni sul 40-50% del proprio corpo, soprattutto agli arti superiori e al volto. Altri sei italiani, invece, si trovano ancora a Zurigo, in attesa che le loro condizioni vengano stabilizzate per il trasferimento in Italia. Per due di loro, il momento buono potrebbe arrivare già stamani: «Il nostro team sarà in Svizzera per valutare le loro condizioni e portarli eventualmente a Milano – ha spiegato ieri sera Bertolaso –. Gli ultimi quattro sono i casi più problematici, ma speriamo di poter portare anche loro in Italia a breve».
Tra i molti feriti ancora da identificare negli ospedali svizzeri, però, le famiglie dei dispersi sperano ancora di trovare i loro figli.

Fides, nel 2025 uccisi 17 tra preti, religiosi e laici. L’Africa il continente più colpito

L'Africa il continente più colpito nel 2025 dalle morti violente di sacerdoti e operatori pastorali

Diffusi i dati del Rapporto annuale, in Nigeria lo scenario di sangue peggiore con l’assassinio di tre sacerdoti e due seminaristi. Dal Duemila a oggi il numero dei missionari e degli operatori pastorali che hanno trovato morte violenta è di 626
Federico Piana – Città del Vaticano – Vatican News

Nel 2025, in tutto il mondo, sono stati uccisi 17 tra sacerdoti, religiose, seminaristi e laici. Sono i dati del nuovo rapporto sui missionari e gli operatori pastorali che hanno perso la vita nel contesto della diffusione della fede presentato questa mattina dall’agenzia di stampa Fides, organo di informazione delle Pontificie opere missionarie.

Testimoni del Vangelo
Il rapporto svela come, nell’anno che si sta per concludere, l’Africa abbia registrato il più alto numero di uccisioni, in totale 10: 6 sacerdoti, 2 seminaristi, 2 catechisti. «Nel continente americano — si legge ancora nel testo — sono stati uccisi 4 missionari (2 sacerdoti, 2 religiose), in Asia 2 (un sacerdote, un laico). In Europa è stato ucciso un sacerdote».

Numeri e storie
In 25 anni, dal 2000 al 2025, il numero dei missionari e degli operatori pastorali assassinati ha toccato quota 626. Un elenco di uomini, donne e giovani che ormai da tempo, spiega Fides, «non riguarda solo i missionari ad gentes in senso stretto ma cerca di registrare tutti i cristiani cattolici impegnati in qualche modo nell’attività pastorale, morti in modo violento, anche se non espressamente “in odio alla fede”».

Amore senza fine
Propagatori credibili d’amore – come ha detto Leone XIV nell’omelia della Messa dei martiri e testimoni della fede del XXI Secolo del 14 settembre scorso nella Basilica di San Paolo – hanno fatto conoscere la Parola di Dio «senza mai usare le armi della forza e della violenza, ma abbracciando la debole e mite forza del Vangelo». Il rapporto, però, non cita solo dati, numeri, statistiche. Svela anche nomi e storie. Che spesso raccontano anche le vicende di nazioni tormentate da guerre, rivoluzioni, povertà. Come in Africa, appunto, il continente più bagnato dal sangue versato da sacerdoti e operatori pastorali.

Sangue e Vangelo
Solo per fare qualche esempio, Mathias Zongo e Christian Tientga stavano viaggiando a bordo delle loro moto nei pressi della città di Bondokuy, in Burkina Faso, quando un gruppo di uomini armati li ha assaliti ed uccisi. Era il 25 gennaio dello scorso anno ed i due giovani uomini erano catechisti della parrocchia di Ouakara. Molto amati e stimati. E poi c’è Luka Jomo, parroco di El Fasher, capitale dello Stato sudanese del Darfur settentrionale dilaniato da una guerra civile senza pietà. Il religioso, la morte l’ha incontrata di notte durante gli scontri tra esercito governativo e Forze di supporto rapido: le schegge di un proiettile vagante l’ hanno ucciso mentre era in compagnia di due giovani

Nigeria, la più colpita
Tra le nazioni africane, la Nigeria è quella nella quale, quest’anno, sono stati assassinati più sacerdoti ed operatori pastorali: tre preti e due seminaristi, vittime delle violenze, dei rapimenti e delle rapine che ormai da anni stanno imperversando nel Paese.

«Tutto questo è causa di grande tristezza. E anche un po’ di vergogna» ha detto l’arcivescovo Fortunatus Nwachukwu, segretario del Dicastero per l’evangelizzazione, in un’intervista pubblicata oggi da Fides a corredo del rapporto. «La Nigeria — ha sostenuto — è uno dei Paesi con la popolazione più religiosa del mondo. Un popolo di credenti, cristiani e musulmani. Noi tutti diciamo di essere gente di pace. Anche gli amici musulmani ripetono continuamente che l’Islam è la religione della pace. E davanti a certi fatti e certe situazioni vorrei vedere gli amici musulmani denunciare e respingere l’uso della loro religione per compiere atti di violenza. Tutti dobbiamo rifiutare qualsiasi giustificazione all’uso della religione per compiere atti violenti fino al punto di uccidere persone».

Aiuti esterni
«In questa situazione — ha aggiunto il presule — un intervento dall’esterno, indiretto, per sostenere lo Stato e il governo davanti ai gruppi estremisti e aiutare il Paese a rimuovere le cause della violenza generalizzata potrebbe non essere una cosa del tutto ingiustificata e fuori luogo». «Un Paese — ha spiegato ancora — può trovarsi in condizione di non riuscire a affrontare le proprie crisi e lacerazioni senza un aiuto esterno. Vedo tanti amici musulmani che non sanno loro stessi come reagire davanti a quello che sta succedendo. E l’immobilismo del governo è evidente».

Haiti ed Euorpa
Situazione dolorosa anche ad Haiti – dove nel drammatico contesto dello scontro tra bande armate, lo scorso 21 marzo, le gang hanno assassinato due suore della stessa congregazione religiosa – e in Messico, dove un prete è stato trovato morto dopo essere stato rapito. Ma non è stata risparmiata neanche l’Europa. In Polonia, il 13 febbraio, un prete di 58 anni è stato trovato strangolato nella canonica della sua chiesa.

Le vie per la pace

A Sudanese refugee girl from Al-Fashir carries her brother at the Tine transit refugee camp, amid ...

Intelligenza artificiale e rapporti di forza ad essa collegati, proteste giovanili diffuse, disastri naturali sempre più frequenti: da questi fenomeni è stato caratterizzato il 2025, senza contare la zavorra del debito che pesa sui Paesi fragili e i conflitti combattuti su diversi fronti nel mondo. In questo contesto le prospettive per il 2026 sembrano delineare scenari allarmanti: 200 milioni di bambini bisognosi di aiuto tra conflitti e carestie. Invertire questa previsione, però, è possibile, percorrendo altre vie: quelle che portano alla riconciliazione tra i popoli e alla costruzione di canali di dialogo. L’auspicio è dunque vivere il 2026 con questa prospettiva di speranza, con uno sguardo consapevole a quanto accaduto nell’anno passato, come raccontiamo in questo primo numero dell’anno di Atlante.

Osservatore Romano

Liturgia sabato 03 Gennaio 2026 Messa del Giorno FERIA PROPRIA DEL 3 GENNAIO

MessaColori liturgico Bianco
Antifona
Benedetto colui che viene nel nome del Signore:
il Signore nostro Dio è luce per noi. (Cf. Sal 117,26-27)

Colletta
O Dio, tu hai voluto che l’umanità del Salvatore,
nella sua mirabile nascita dalla Vergine Maria,
non fosse sottoposta alla comune eredità dei nostri padri:
fa’ che, liberati dal contagio dell’antico male,
possiamo anche noi
far parte della nuova creazione,
iniziata da Cristo tuo Figlio.
Egli è Dio, e vive e regna con te.

Prima Lettura
Chi rimane in Dio non pecca.
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
1Gv 2,29- 3,6

Figlioli, se sapete che Dio è giusto, sappiate anche che chiunque opera la giustizia, è stato generato da lui.
Vedete quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! Per questo il mondo non ci conosce: perché non ha conosciuto lui.
Carissimi, noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è.
Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro. Chiunque commette il peccato, commette anche l’iniquità, perché il peccato è l’iniquità. Voi sapete che egli si manifestò per togliere i peccati e che in lui non vi è peccato. Chiunque rimane in lui non pecca; chiunque pecca non l’ha visto né l’ha conosciuto.

Parola di Dio.

Salmo Responsoriale
Dal Sal 97 (98)

R. Tutta la terra ha veduto la salvezza del Signore.
Oppure:
R. Esultiamo nel Signore, nostra salvezza.

Cantate al Signore un canto nuovo,
perché ha compiuto meraviglie.
Gli ha dato vittoria la sua destra
e il suo braccio santo. R.

Tutti i confini della terra hanno veduto
la vittoria del nostro Dio.
Acclami il Signore tutta la terra,
gridate, esultate, cantate inni! R.

Cantate inni al Signore con la cetra,
con la cetra e al suono di strumenti a corde;
con le trombe e al suono del corno
acclamate davanti al re, il Signore. R.

Acclamazione al Vangelo
Alleluia, alleluia.

Il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi.
A quanti lo hanno accolto
ha dato il potere di diventare figli di Dio. (Gv 1,14a.12a)

Alleluia.

Vangelo
Ecco l’agnello di Dio.
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 1,29-34

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele». Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».

Parola del Signore.

Sulle offerte
Accogli con bontà, o Signore,
l’offerta del tuo popolo
e per questo sacramento di salvezza
donaci di conseguire il possesso dei beni eterni,
nei quali crediamo con amore di figli.
Per Cristo nostro Signore.

Oppure:

Accogli, o Signore, i doni del tuo popolo
e per questa offerta donaci di sperimentare l’aiuto
che attendiamo dalla tua misericordia.
Per Cristo nostro Signore.

Antifona alla comunione
Per il grande amore con il quale ci ha amato,
Dio ha mandato il proprio Figlio
in una carne simile a quella del peccato. (Cf. Ef 2,4; Rm 8,3)

Oppure:

Ecco l’Agnello di Dio,
colui che toglie il peccato del mondo! (Gv 1,29)

Dopo la comunione
O Dio, che vieni a noi
nella partecipazione al tuo sacramento,
rendi efficace nei nostri cuori la sua potenza,
perché il dono ricevuto ci prepari a riceverlo ancora.
Per Cristo nostro Signore.

Oppure:

Nutriti del Corpo santo e del Sangue prezioso di Cristo,
ti chiediamo, Signore Dio nostro,
che il mistero celebrato con fede
operi in noi la pienezza della redenzione.
Per Cristo nostro Signore.