Così l’arte ci aiuta a rigenerarci nella pace

Immagina la pace | Arcipelago Educativo

Siamo in un tempo difficile. Non solo e non tanto per le tensioni politiche e sociali che agitano il mondo, per le guerre e i contrasti internazionali che gettano un’ombra di inquietudine sulla vita privata e collettiva, ma perché si ha la diffusa sensazione di una crisi di valori che, almeno sul piano ideale, sembravano acquisiti nella società contemporanea, come il rispetto della persona e il senso di giustizia. Ciò sembra indurre un clima di relativismo che genera confusione politica e sociale. Eppure esistono valori che vanno al di là delle stesse ideologie e delle logiche di mercato e di potere. Valori che sono attesi e desiderati da tutti. E sono i valori di libertà e di bene e di pace per tutta l’umanità. Quale uomo non li desidera, al di là dei contesti e dei significati e dei termini stessi della loro applicazione, sul piano personale e collettivo? Eppure sono in tanti oggi a credere che nel mondo presente stia prendendo il sopravvento la parte peggiore di noi, quella dell’egoismo e del male. È un’opinione che personalmente mi rifiuto di accettare e che tuttavia non mi sento di ignorare. Di fronte ad un tale, possibile evenienza, c’è bisogno di riaffermare, come inalienabili, gli obiettivi di un’armonia sociale, oltre che individuale, di una convivenza pacifica tra i Popoli e le Nazioni.

Da studioso d’arte è agli artisti in particolare che vorrei rivolgermi. Gli artisti, i protagonisti di ogni forma d’arte (operatori delle arti visive, musicisti, poeti, scrittori, attori, ecc.), possono fare molto per la pace, più di quanto essi stessi possano immaginare. È la loro stessa natura che li porta a rifiutare ogni imposizione ideologica, ogni condizionamento espressivo. La loro arte è un dono primario di bellezza, di aspirazione ad un destino di ulteriorità, è lo svelamento di una realtà che non si ferma alle apparenze, ma punta al cuore sensibile della vita e della storia.

Nessuno come l’artista sa leggere la vita in un modo da coinvolgere l’uomo nella sua integrità. Un quadro o un film può convincere e prendere l’anima più di ogni pratica iniziativa. È agli artisti di ogni forma d’arte, di ogni Nazione ed esperienza che vorrei dunque chiedere di prendere consapevolezza del tempo attuale, dei suoi pericoli, dei suoi guasti, e di farne, senza rinunciare alla propria libertà, motivo di approfondimento creativo. Non si tratta di assumere un orientamento o una forma espressiva e limitare o circoscrivere la propria capacità inventiva e la propria sensibilità. Si tratta semplicemente di non essere evasivi rispetto al tempo presente: un tempo cruciale, in cui sembra di assistere ad una caduta della idea stessa di umanità. Proprio in virtù del loro dono, si chiede agli artisti di testimoniare un impegno umano oltre che artistico, di alimentare la propria sensibilità come uomini. Certo, non si può dire ad un artista «fai questo» o «fai quello». Egli deve restare libero. Ed è nella libertà che egli trova il suo estro espressivo, la sua così coinvolgente interpretazione del mondo. Indubbiamente: ciascun artista deve restare nel solco del suo registro ispirativo ed espressivo. Si può però invitarlo a non dimenticare la vita e il suo tempo e sentirsi investito di una responsabilità umana, testimoniandola per quello che autenticamente sente e prova.

Che poi è responsabilità che ogni uomo dovrebbe assumere di fronte alla crisi del nostro tempo. Agli artisti si chiede, di fronte all’efferatezza delle guerre in atto, che annullano ogni senso di dignità umana, di aborrire il male, far rivivere il senso della vita, far risorgere la speranza. Sappiamo quanto siano angoscianti le immagini di guerra: come il volto di terrore dell’uomo in procinto di essere fucilato, nel celebre dipinto di Francisco Goya, La fucilazione del 3 maggio 1808, o Il miliziano caduto, la celebre fotografia di Robert Capa, che riprende un militare colpito a morte durante la Guerra Spagnola. Sono opere d’arte che stravolgono il cuore e l’anima più di mille parole. L’artista ha il miracoloso dono di saper cogliere la vita dall’interno, superando lo spazio e il tempo in un modo che la sua opera sia sempre presente, attuale, rispecchiandosi in colui che vuole accoglierla. Come non sentirsi investiti allora di una tale straordinaria occasione di essere lievito umano e sociale? « La bellezza ci salverà», afferma il principe Myškin nell’Idiota di Fëdor Dostoevskij. Non è uno slogan, è l’intuizione profonda che l’arte possa davvero aiutare l’uomo a rigenerare la propria vita e puntare ad una vera gioia di vivere. Bisogna crederci.

Avvenre

«Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati»: è tratto dalla Lettera agli Efesini il tema dell’iniziativa ecumenica che si terrà dal 18 al 25 gennaio nelle Chiese di tutto il mondo

Settimana di Preghiera per l'Unità dei Cristiani 2025 • Istituto Figlie di  Maria Ausiliatrice

«Uno solo è il corpo, uno solo è lo Spirito come una sola è la speranza alla quale Dio vi ha chiamati». È questo versetto tratto dall’Epistola agli Efesini (4, 4) a fare da tema alla prossima Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani, che si terrà dal 18 al 25 gennaio 2026 – e i cui testi sono disponibili, entrando nel sito della Conferenza episcopale italiana, nelle pagine dell’Ufficio nazionale per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso.

Il Dicastero vaticano per la promozione dell’unità dei cristiani (Dpuc) e la Commissione Fede e costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec) hanno affidato la stesura dei materiali per la Settimana 2026 al Dipartimento per le relazioni interconfessionali della Chiesa apostolica armena. Il Dipartimento ha coordinato il gruppo ecumenico di cristiani armeni che hanno elaborato la prima bozza dei testi. Dal 13 al 18 ottobre 2024, presso la Santa Sede di Etchmiadzin, in Armenia, la Commissione internazionale nominata congiuntamente dal Dpuc e dal Cec, assieme al gruppo ecumenico armeno, hanno elaborato la versione definitiva dei testi. Così l’ormai imminente Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani farà risuonare in tutto il mondo le voci degli armeni.

Un popolo che ha sofferto tanto, con una storia travagliata, segnata da tante vicende dolorose: varie fasi di dominazione straniera da parte degli imperi arabo, mongolo, persiano e ottomano, il terribile genocidio del 1915, la durezza del potere sovietico. E in tempi più recenti, il conflitto nel Nagorno- Karabakh e lo sfollamento della popolazione dell’Artsakh. In questo difficile contesto, la Chiesa apostolica armena, che fa parte della tradizione ortodossa orientale, ha svolto un ruolo prezioso a sostegno della fede, della spiritualità, della cultura e della resilienza del suo popolo. Fondata all’inizio del IV secolo, con radici che risalgono all’epoca apostolica, agli insegnamenti degli apostoli Taddeo e Bartolomeo, la Chiesa apostolica armena diede un contributo fondamentale alla creazione dell’alfabeto armeno e alla nascita della letteratura e dell’arte. Grazie all’incisiva azione evangelizzatrice di san Gregorio l’Illuminatore, il primo Catholicòs (Patriarca) ufficiale dell’Armenia, il cristianesimo iniziò a fiorire. Nel 301, sotto il re Tiridate III, l’Armenia fu la prima nazione a adottare il cristianesimo come religione di Stato.

Nel corso dei secoli, si rivelò particolarmente feconda l’influenza spirituale e culturale dei monasteri, che furono anche centri di apprendimento, custodi dei manoscritti, promotori dell’arte sacra. Il sussidio sottolinea quanto fu importante l’opera della Chiesa apostolica armena durante il genocidio del 1915 e poi durante l’era sovietica: « La Chiesa divenne un rifugio per coloro che soffrivano, offrendo conforto e alimentando la speranza di un futuro più luminoso. Ogni anno, la Chiesa armena commemora questo tragico evento, onorando la memoria dei martiri e facendosi portavoce della necessità di tributare loro riconoscimento e giustizia […]. Anche sotto l’ateismo sovietico, la Chiesa ha mantenuto una presenza silenziosa ma incrollabile, sostenendo le necessità spirituali e culturali del popolo armeno». La liturgia e i rituali della Chiesa apostolica armena, che rielaborano in modo originale sia antiche usanze cristiane sia influssi culturali armeni, sono pieni di bellezza e irradiano una profonda spiritualità. Con la liturgia ecumenica proposta per il 2026, gli armeni hanno voluto condividere la ricchezza della loro tradizione. Infatti, la celebrazione ecumenica, tutta incentrata sul tema “Luce da Luce per la Luce”, è un adattamento della “Celebrazione all’alba”, una delle ore di preghiera quotidiane della Chiesa armena, composta dal grande Catholicòs, teologo, innografo e riformatore liturgico san Narsete il Grazioso di Gla (†1173). Nelle meditazioni per l’ottavario, di giorno in giorno, con abbondanza di spunti e di preghiere, vengono analizzati i singoli versetti del brano biblico proposto in questa Settimana 2026 ( Efesini 4, 1-13).

Nelle battute finali, gli estensori del sussidio scrivono: « I fedeli della Chiesa armena sono grati per le preghiere che tutte le chiese eleveranno durante l’anno 2026. Possa lo Spirito Santo spalancare i nostri cuori per percepire più vividamente la luce radiosa dell’amore di Dio onnipotente per i suoi figli, la triste vergogna della nostra divisione e l’ardente e urgente necessità di riaccendere la luce della riconciliazione cristiana; dal canto nostro, noi continueremo a rendere grazie a Dio per la compassione e la misericordia senza limiti che provengono dalla “Luce da Luce”».

Avvenire

 

 

 

Vite digitali. Educare a non cadere nelle trappole dell’odio

Rage Bait Monkey - Original Painting

Rage bait, “esca della rabbia”: contenuti pensati per suscitare rabbia o indignazione. Provocatori o offensivi, vengono pubblicati con un obiettivo preciso: aumentare traffico e coinvolgimento su pagine web e profili social. È la parola del 2025 secondo la Oxford University Press.

L’accostamento con la parola del 2024 è rivelatore: brain rot, “putrefazione del cervello”, definita come «il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale» causato da un consumo eccessivo di materiale superficiale o poco stimolante, soprattutto online. Se allora l’attenzione era sulla fruizione, oggi la lente si sposta sulla regia delle emozioni: la rabbia come scorciatoia che accelera reazioni e schieramenti. La cornice è una quotidianità onlife, in cui la distinzione tra online e offline si assottiglia.

Con il social web, segnato dalla coautorialità dei contenuti, siamo insieme spettatori e produttori e l’online diventa uno spazio di socialità decisivo. In questo contesto le fiammate d’odio possono nascere e crescere in intensità con grande rapidità. Acuite dalla produzione di foto e video falsi creati dall’intelligenza artificiale, ormai veramente difficili da distinguere dal reale. C’è l’impulsività di chi agisce «senza pensarci», senza valutare le conseguenze: come il quindicenne che mette un like a un post che invita allo stupro di una coetanea.

E c’è l’azione di odiatori strutturati, professionisti che usano il digitale per raggiungere nuovi tipi pubblico e prendere di mira singoli gruppi, per propaganda o per lucro. I rage bait catturano l’attenzione scatenando polarizzazione su ostilità favorendo aggregazioni basate su sentimenti simili. Ad esempio, negli ultimi due anni, il conflitto israelo-palestinese è tra i temi su cui più si sono concentrate polarizzazioni opposte, certe volte solo su presupposti puramente emotivi. Come arginare l’indignazione ed evitare che sfoci in odio? Serve educare gli utenti, ma anche responsabilizzare le piattaforme che, negli ultimi anni, hanno sempre più sfruttato il fenomeno invece di governarlo. I social, nel sovraccarico informativo, spingono a scegliere in fretta e a schierarsi “di pancia”.

Gli algoritmi sono tutt’altro che neutri: memorizzano i gusti pregressi e, quando esprimiamo una preferenza spinti da un sentimento negativo, lo rinforzano subito con contenuti simili, finendo per normalizzare la rabbia. È così che un’ondata d’odio diventa accettabile e un contenuto può assumere il ruolo di “esca della rabbia”.

Le parole dell’anno raccontano un tempo postdigitale: non la fine del digitale, ma la sua integrazione piena nelle nostre vite. Per dirla con il pedagogista Stefano Pasta, oggi le sfide sono due. La prima è la “cittadinanza onlife”: archiviare il determinismo dei “nativi digitali” e concentrarsi su come stiamo insieme. La seconda è cambiare prospettiva, passando dal contrasto al “divario digitale” alla lotta alla “povertà educativa digitale”. Perché la competenza digitale è davvero un’opportunità soltanto quando è accompagnata da un intervento pedagogico e da una responsabilità collettiva.
Avvenire

La speranza è un fiore delicato, con petali fragili in grado di aprirsi a volte solo nel silenzio

Avvenire

IL FATTO La notizia dal presidente del Parlamento Rodriguez. La tela del Governo di Roma e della Chiesa

Caracas apre le porte

L’annuncio della liberazione dei prigionieri politici: cinque spagnoli i primi a uscire In serata fuori Burlò, Gasperin e Pilieri, fiato sospeso per Trentini e gli altri 24 italiani

Avvenire
La speranza è un fiore delicato, con petali fragili in grado di aprirsi a volte solo nel silenzio. Ieri sera, il fiore della liberazione dalle carceri venezuelane è sbocciato per l’imprenditore Luigi Gasperin e – ma si attendono conferme ufficiali – per altri due detenuti, Mario Burlò e Biagio Pilieri. Solo le prossime ore confermeranno se ciò accadrà pure per il cooperante Alberto Trentini e per gli altri nomi inclusi nella lista di 28 connazionali trattenuti per ragioni “politiche” dal regime di Caracas . Lo lasciano intendere, a sera, fonti qualificate delle istituzioni italiane interpellate da Avvenire: «Le procedure sono in corso e stiamo compiendo verifiche attraverso i canali diplomatici presenti sul posto…». La svolta in serata, quando il presidente del Parlamento venezuelano Rodriguez ha annunciato la liberazione di un «numero importante» di prigionieri “politici” rilasciati come gesto «unitaterale » per la pace. Liberi anche cinque spagnoli.

Il Papa ai cardinali: non portatemi le agende personali ma le voci della gente

Il Papa ai cardinali: non portatemi le agende personali ma le voci della gente

La Messa presieduta stamani da papa Leone XIV nella Basilica di San Pietro con i cardinali partecipanti al Concistoro straordinario / VATICAN MEDIA
Non un incontro per «promuovere “agende” personali o di gruppo». E neppure il raduno di «un team di esperti». Il primo Concistoro straordinario di Leone XIV che ha radunato a Roma i cardinali di tutto il mondo è stato un «momento di grazia in cui si esprime il nostro essere uniti al servizio della Chiesa», ha ricordato ieri mattina il Papa durante la Messa nella Basilica di San Pietro che ha aperto la seconda e ultima giornata di lavori. E un’occasione per portare di fronte al Pontefice le istanze “dal basso”. Come ha chiesto lo stesso Leone XIV dicendo ai porporati di «farci voce, attraverso la condivisione, di tutti coloro che il Signore ha affidato alla nostra sollecitudine di pastori, nelle più svariate parti del mondo».
Papa Leone XIV durante i lavori di gruppo ieri al Concistoro nell’Aula Paolo VI /VATICAN MEDIA
Papa Leone XIV durante i lavori di gruppo ieri al Concistoro nell'Aula Paolo VI /VATICAN MEDIA
Centosettanta i cardinali che hanno partecipato, su 245 in totale. Due i temi di riflessione: “Sinodo e sinodalità” ed “Evangelizzazione e missionarietà nella Chiesa nella lettura di Evangelii gaudium”. Temi scelti a netta maggioranza delle stesse berrette all’inizio dei lavori, rispetto ai quattro che aveva suggerito il Papa nella lettera di convocazione. “Rinviata” quindi la discussione su liturgia e Curia Romana (in particolare riguardo al rapporto fra Santa Sede e diocesi). «Per ragioni di tempo e per favorire un reale approfondimento», ha chiarito Leone XIV. Anche se poi si è premurato di aggiungere: «Gli altri temi non vanno perduti. Ci sono questioni molto concrete, specifiche, che ancora dobbiamo vedere. Spero che ognuno di voi si senta veramente libero di comunicare con me o con altri, e continueremo questo processo di dialogo». Del resto, secondo le parole del Papa, l’obiettivo del Concistoro non è «arrivare a un testo», ma «portare avanti una conversazione che mi aiuti nel mio servizio».
La Messa presieduta stamani da papa Leone XIV nella Basilica di San Pietro con i cardinali partecipanti al Concistoro straordinario / VATICAN MEDIA
La Messa presieduta stamani da papa Leone XIV nella Basilica di San Pietro con i cardinali partecipanti al Concistoro straordinario / VATICAN MEDIA
Concistoro che, ha sottolineato nella Messa di oggi all’altare della Cattedra, richiama il verbo «consistere, cioè “fermarsi”». Per «ritrovarci insieme a discernere ciò che il Signore ci chiede per il bene del suo popolo». «Insieme», ha ripetuto il Papa più volte nei suoi interventi delle due giornate. Per ribadire il «cammino collegiale», come lo ha definito, che Leone XIV intende compiere, consigliato e supportato dal Collegio cardinalizio. Attraverso un appuntamento che il Papa si è impegnato a valorizzare dopo le sporadiche convocazioni sotto Francesco che allo “strumento” del Concistoro aveva preferito il Consiglio dei cardinali, il C9. Con un approccio, però, rivisto. Mercoledì e oggi si sono alternati momenti assembleari e gruppi di lavoro. In un “mix” che ha ripreso, da un lato, il metodo “classico” del Concistoro con le riflessioni del Papa e gli interventi liberi davanti a tutti i partecipanti nell’Aula Nuova del Sinodo; e, dall’altro, l’impostazione degli ultimi due Sinodi dei vescovi sulla sinodalità. Venti i tavoli nell’Aula Paolo VI per altrettanti gruppi di cardinali suddivisi in base alla lingua: i primi nove gruppi composti da porporati che guidano diocesi nel mondo; gli altri undici con berrette di Curia, residenti a Roma e non più elettori, ossia con oltre 80 anni di età.  Pranzo anche con il Pontefice, nell’atrio dell’Aula Paolo VI. Nel pomeriggio di oggi sono previste le relazioni dei gruppi e poi il discorso conclusivo del Papa. Termine del Concistoro: intorno alle 19. Proprio il rapporto fra Sinodo e sinodalità è uno dei lasciti di papa Francesco da approfondire: se Leone XIV ha appena rimarcato «il nostro apprezzamento condiviso per la sinodalità», va precisato il ruolo del Sinodo dei vescovi, come più cardinali hanno lasciato intendere. E poi l’urgenza di rilanciare l’annuncio. «Non è la Chiesa che attrae ma Cristo», ha affermato Leone XIV all’inizio dei lavori. E a braccio ha indicato una rotta: «Vogliamo essere una Chiesa che non guarda solo a sé stessa, che è missionaria, che guarda più in là». A fare da cornice la «prospettiva conciliare» che Leone XIV ha appena declinato incentrando sul Vaticano II il nuovo ciclo di catechesi delle udienze generali del mercoledì.
Papa Leone XIV ieri all’apertura del Concistoro nell’Aula Nuova del Sinodo /VATICAN MEDIA
Papa Leone XIV ieri all'apertura del Concistoro nell'Aula Nuova del Sinodo /VATICAN MEDIA
L’unità ecclesiale è una delle “preoccupazioni” del Pontefice statunitense. Parola-chiave del ministero di Robert Francis Prevost: sia da vescovo, come racconta il suo motto episcopale; sia adesso da Papa. «L’unità attrae, la divisione disperde», ha detto Leone XIV all’inizio del Concistoro. Consapevole che «siamo un gruppo molto variegato, arricchito da molteplici provenienze, culture, tradizioni ecclesiali e sociali, percorsi formativi e accademici, esperienze pastorali e, naturalmente, caratteri e tratti personali», ha sottolineato. E ben conscio, come si comprende dalla sua riflessione a braccio al termine della prima giornata, che «ci può essere qualcosa che ci fa paura; c’è il dubbio: ma dove andiamo? come andremo a finire?». Da qui il richiamo: «Penso che sia importante che lavoriamo insieme». E ancora: «Quanto è bello trovarci insieme nella barca». Concistoro nel segno dell’ascolto, ha puntualizzato. E Concistoro per «crescere nella comunione». Un modello che è «prefigurazione del nostro cammino futuro», ha assicurato il Papa.
Papa Leone XIV durante i lavori di gruppo ieri al Concistoro nell’Aula Paolo VI /VATICAN MEDIA
Papa Leone XIV durante i lavori di gruppo ieri al Concistoro nell'Aula Paolo VI /VATICAN MEDIA
L’appuntamento è stato voluto subito dopo la conclusione del Giubileo della speranza. E va letto come uno snodo del primo tratto di pontificato di Leone XIV: sia per «focalizzare sempre meglio lo sguardo sulla meta per non rischiare di correre alla cieca », ha osservato nella Messa; sia per confrontarsi in vista delle decisioni che il Pontefice assumerà: a cominciare dalle nomine nella Curia Romana e nelle diocesi del mondo, comprese quelle italiane. Certo, ha precisato, non si tratta di trovare «soluzioni immediate ai problemi», ma di «aiutarci reciprocamente – e in particolare aiutare il Papa – a trovare i “cinque pani e due pesci” che la Provvidenza non fa mai mancare là dove i suoi figli chiedono aiuto», ha proseguito. Con lo stile «di chi desidera che nel Corpo mistico di Cristo ogni membro cooperi ordinatamente al bene di tutti». E soprattutto «davanti alla “grande folla” di una umanità affamata di bene e di pace, in un mondo in cui sazietà e fame, abbondanza e miseria, lotta per la sopravvivenza e disperato vuoto esistenziale continuano a dividere e ferire le persone».
Avvenire

Il monastero bizantino perduto riemerge dalle sabbie del deserto

Una missione archeologica egiziana del Consiglio Supremo delle Antichità ha scoperto a a Sohag i resti di un complesso monastico bizantino ben conservato, offrendo nuove informazioni sulla vita monastica cristiana primitiva nell’Alto Egitto.
in Avvenire
Gli scavi hanno riportato alla luce le fondamenta di alcuni edifici in mattoni crudi, segno dell’esistenza di una comunità autosufficiente. Le strutture comprendono edifici rettangolari orientati da ovest e est, con dimensioni variabili tra 8×7 e 14×8 metri, dotati di sale con absidi destinate al culto, piccole celle voltate per i monaci e cortili interni. Le pareti conservano inoltre tracce di intonaco, nicchie e pavimentazioni rifinite.
Sono stati poi identificati anche resti di strutture circolari interpretate come tavoli comuni e vasche in mattoni rossi e calcare, probabilmente usate per la conservazione dell’acqua o attività artigianali. La scoperta più rilevante però è un grande edificio di 14×10 metri ritenuto la chiesa principale, composto da navata, coro e santuario semicircolare, con resti di pilastri che suggeriscono una copertura a cupola.
Tra i reperti figurano infine anfore, utensili domestici e frammenti architettonici incisi, che arricchiscono il quadro della vita quotidiana e spirituale del sito. Le autorità egiziane sottolineano l’importanza scientifica e culturale della scoperta, che contribuisce a valorizzare Sohag come area archeologica di crescente rilievo e a promuovere il turismo culturale verso siti meno conosciuti dell’Egitto, attirando l’attenzione su destinazioni meno conosciute e contribuendo in questo modo ad attrarre sia visitatori che ricercatori interessati alla storia delle civiltà e delle religioni.

La rotta di papa Leone XIV: ogni anno un Concistoro con tutti i cardinali a Roma

Un momento della sessione conclusiva del Concistoro straordinario nell'Aula del Sinodo

di Giacomo Gambassi, Roma – avvenire
Chiuso il primo Concistoro straordinario del pontificato. Nuovo incontro con i porporati già a giugno. Parlano i cardinali intervenuti. Il Pontefice: «La situazione del mondo 
ci richiede una risposta urgente. Preoccupano guerre e violenze»

(Nella foto Un momento della sessione conclusiva del Concistoro straordinario nell’Aula del Sinodo / VATICAN MEDIA9
Il Papa che «si presenta con un quaderno in mano e prende appunti». Il cardinale Pablo Virgilio Siongco David, vescovo di Kalookan nelle Filippine, racconta davanti alla stampa Leone XIV durante il primo Concistoro straordinario del suo pontificato. Riunione dei cardinali di tutto il mondo «in continuità con le richieste delle Congregazioni generali» che hanno preceduto il Conclave e con le indicazioni scaturite nei giorni successivi alla sua elezione, ha spiegato lo stesso Pontefice nell’intervento conclusivo delle due giornate di confronto tenutesi ieri e oggi. Appuntamento voluto dal «Papa per ascoltarci», spiega il cardinale Luis José Rueda Aparicio, arcivescovo di Bogotá in Colombia, durante il briefing serale nella Sala Stampa vaticana. E appuntamento per «conoscerci perché noi cardinali veniamo da parti diverse del mondo e siamo chiamati ad aiutare il successore di Pietro», aggiunge il cardinale Stephen Brislin, arcivescovo di Johannesburg in Sud Africa. Ecco quindi l’annuncio di Leone XIV al termine dei lavori: lo “strumento” del Concistoro sarà prassi del pontificato. Il Papa ha già dato appuntamento ai porporati «per due giorni nella prossimità della solennità dei Santi Pietro e Paolo, patroni di Roma», fa sapere il “portavoce” Matteo Bruni. Probabilmente il 27 e 29 giugno. Due Concistori per il 2026: brevi stavolta. Mentre dal 2027 l’incontro si svolgerà una volta all’anno e sarà più lungo: di almeno «tre o quattro giorni», dice Bruni. Il Concistoro per consigliare il Pontefice nella sua azione di governo e per «camminare e discernere insieme», come ha spiegato lo stesso Papa, diventa cifra del ministero petrino targato Prevost. «La decisione di proseguire su questa strada è molto importante», commenta il cardinale Brislin.
Rivista la struttura del Concistoro: accanto ai momenti assembleari, si sono aggiunti i lavori di gruppo. «Una metodologia per conoscerci meglio», ha detto Leone XIV. E nel segno della «sinodalità per crescere nelle relazioni», ha precisato. Formula apprezzata, fa sapere il cardinale Pablo Virgilio Siongco David. «Ci siamo sentiti a nostro agio. I tavoli hanno dato a tutti la possibilità di esprimersi. È stato il primo Concistoro con uno stile sinodale». Anche se Brislin ammette che «c’erano preoccupazioni sui tavoli di lavoro ma tutto ciò ha funzionato grazie a come tutto è stato organizzato».
«La situazione del mondo richiede risposte urgenti da parte della Chiesa», ha affermato il Pontefice. E ha ringraziato i cardinali per la «partecipazione» e il «sostegno», compresi quelli più anziani. Nelle riflessioni conclusive ha descritto il Concistoro «in continuità con il cammino del Concilio Vaticano II» che è la base della «conversione della Chiesa». E ha confermato l’Assemblea sinodale del 2028 “approvata” da papa Francesco nelle sue ultime settimane. Due i temi affrontati dai cardinali: “Sinodo e sinodalità” ed “Evangelizzazione e missionarietà nella Chiesa nella lettura di Evangelii gaudium”. Argomenti scelti a netta maggioranza dalle stesse berrette all’inizio dei lavori, sui quattro che aveva suggerito il Papa. Gli altri due erano liturgia e Curia Romana. «Non saranno dimenticati», ha assicurato Leone XIV. E ha ribadito la sua «preoccupazione per le situazioni di sofferenza, guerre e violenze che affliggono anche tante Chiese locali».
Due giornate intense. Come quella di oggi iniziata alle 7.30 del mattino con la Messa nella Basilica Vaticana e conclusa dopo le 19. «Ci sentiamo come cellulari con la batteria un po’ scarica», sorride il cardinale Luis José Rueda Aparicio. Il Concistoro è arrivato al termine dell’Anno Santo della speranza. «Il Papa ha avuto un’agenda piena nel Giubileo– sottolinea Siongco David –. Non ha avuto il tempo di scrivere un documento programmatico: ce lo aspettiamo, anche se non siamo in grado di dire che cosa accadrà».
Il binomio Sinodo-sinodalità ha interessato la prima parte della giornata di oggi. Dai gruppi, riferisce Bruni, è emerso che la «sinodalità è ancora nella sua infanzia», che serve «approfondire la spiritualità dell’ascolto», che «non si modifica la struttura gerarchica della Chiesa ma si aggiunge la corresponsabilità di tutti i fedeli». E nei dieci interventi liberi si è parlato del ruolo delle Chiese locali e del coinvolgimento dei laici. «Nessuna critica a papa Francesco ma la necessità di approfondire alcuni aspetti di questo tema», spiega in Sala Stampa il cardinale David. Guardando all’eredità di Evangelii gaudium, osserva Bruni, i porporati hanno ribadito la «freschezza del documento», l’urgenza di «coinvolgere tutti i cristiani in uscita», il bisogno di non puntare solo sulla «dottrina fredda». E nei quindici interventi liberi è stato ribadito come «l’evangelizzazione sia il primo compito», come occorra «rispondere alla sete spirituale con parole che le persone capiscono» e come sia sempre da evitare che «il linguaggio della fede sia trascinato nella sfera della politica».

Abusi, in Spagna accordo tra Chiesa e governo per tutele e risarcimenti alle vittime

Spagna, accordo tra Chiesa e governo per tutela e risarcimento alle vittime di abuso
Siglata l’intesa tra lo Stato, la Conferenza Episcopale Spagnola e la Conferenza dei religiosi per l’assistenza a tutti coloro che hanno subito abusi da parte di membri del clero e non desiderano rivolgersi direttamente alla Commissione istituita dalla Chiesa. Il presidente dei vescovi spagnoli, monsignor Argüello: un nuovo passo, l’obiettivo è che “splendano la verità e la giustizia” per le vittime

Vatican News

È stata firmata oggi, giovedì 8 gennaio, un’intesa tra il governo e la Chiesa cattolica della Spagna per il risarcimento delle vittime di abusi sessuali da parte del clero. Più nel dettaglio, si è deciso di aprire, attraverso il difensore civico, un canale per l’assistenza alle vittime che non desiderano rivolgersi direttamente alla Commissione PRIVA (Piano di Risarcimento per le Vittime di Abusi) istituita dalla Chiesa nel settembre 2024. L’accordo è stato firmato da Felix Bolanos, ministro della Giustizia e dei Rapporti con il Parlamento, da monsignor Luis Argüello, presidente della Conferenza Episcopale spagnola, e da Jesus Diaz Sariego, presidente della Confer, la Conferenza dei religiosi, formata dai superiori maggiori degli Istituti Religiosi e delle Società di Vita Apostolica in Spagna.

Riparazione integrale

Con questa firma, il governo di Madrid si è impegnato – come richiesto dalla Chiesa – ad affrontare la questione della “riparazione integrale” di tutti i minori vittime di abusi sessuali in qualsiasi ambito della vita pubblica. Inoltre, i risarcimenti finanziari saranno esenti dall’imposta sul reddito. Questo sistema concordato di riconoscimento e riparazione avrà i criteri tecnici dell’Ufficio del Difensore civico, la valutazione della Commissione Priva, il consenso della Chiesa cattolica e lo Stato e la partecipazione delle vittime. L’Ufficio del Difensore civico esaminerà i casi in modo omogeneo presentati di volta in volta e proporrà un canale di risarcimento che sarà studiato e valutato dalla Commissione PRIVA. In caso però di discrepanza nella valutazione, una commissione mista esaminerà il caso che, in ultima istanza, sarà risolto dal Difensore civico dopo aver ascoltato il presidente della CEE o della Confer. Inoltre, il governo ha accettato che i risarcimenti economici siano esenti da tassazione, in particolare dall’imposta sul reddito. Il sistema istituito non si basa sull’imposizione di un obbligo giuridico, ma sull’impegno morale della Chiesa e sul reciproco accordo delle parti. Si tratta di una soluzione temporanea della durata di un anno (eventualmente prorogabile di un altro anno) per quei casi che non hanno avuto e non possono avere un iter giudiziario a causa della prescrizione del reato o della morte di chi ha commesso il reato.

Un nuovo passo

Il presidente della Conferenza Episcopale spagnola ha definito questo accordo un “nuovo passo” nel lungo percorso che la Chiesa in Spagna sta compiendo negli ultimi anni, per il quale ha espresso la sua soddisfazione, perché – ha detto – “ciò comporta l’inclusione di vittime di altri ambiti, come l’istruzione o lo sport”, bene anche l’esenzione fiscale sui risarcimenti alle vittime. Importante sarà anche il sostegno alla Commissione PRIVA, che prenderà le decisioni, anche se, in caso di disaccordo, queste passeranno alla revisione della Commissione mista. Non si tratta di una via parallela, ma complementare, “un’altra porta d’accesso”, ha precisato il presule sottolineando che il diritto canonico consente, in casi gravi, di revocare la prescrizione dei reati, cosa che non avviene nella vita civile. Il presidente della CEE ha poi sottolineato che il lavoro che la Chiesa sta svolgendo in Spagna ha il sostegno del Vaticano, come è emerso chiaramente nell’ultima riunione degli uffici per la protezione dei minori, alla quale ha partecipato il servizio della Santa Sede, con una valutazione positiva. Infine, monsignor Argüello ha sottolineato che, nonostante il dolore che comporta per la Chiesa riconoscere queste situazioni, l’obiettivo è che “splendano la verità e la giustizia” per le vittime di abusi.

L’impegno morale della Chiesa

Da parte sua, il presidente della Confer ha sottolineato che il sistema funziona molto bene, oltre a evidenziare l’impegno morale della Chiesa. Jesús Díaz Sariego ha voluto sottolineare che la Chiesa è l’unica istituzione nel Paese che si assume la responsabilità di reati di questo tipo, ormai prescritti. Ha anche sottolineato il lavoro svolto in questi anni sia nella prevenzione che nella formazione nelle scuole e in altri ambiti e il buon coordinamento con la Conferenza Episcopale in questo lavoro congiunto a favore delle vittime. Riguardo all’accordo, ha commentato che oggi è un giorno importante “perché si apre una nuova strada”. Tuttavia, ha sottolineato la necessità di riconoscere l’importanza della Commissione consultiva per il risarcimento integrale dei minori e delle persone con pari diritti, vittime di abusi sessuali.

Formazione, accompagnamento, prevenzione

Un altro passo importante in direzione della tutela delle vittime è stata infatti la creazione, nel settembre 2024, della Commissione consultiva del Piano di risarcimento integrale per i minori e le persone con pari diritti, vittime di abusi sessuali, già incentrata sulle vittime i cui casi non hanno potuto essere trattati in ambito giuridico perché prescritti o perché l’autore del reato è deceduto. In questo periodo è stato possibile assistere più di un centinaio di vittime e sono stati effettuati risarcimenti per circa due milioni di euro. Nell’ambito del processo avviato dalla Chiesa in Spagna anni fa, sono stati inoltre creati 70 uffici diocesani per l’assistenza alle vittime, oltre a quelli nati nelle congregazioni religiose. In questi uffici, oltre alla ricezione delle denunce, sono stati compiuti progressi importanti nella formazione per un migliore accompagnamento e per la prevenzione.

 

Lettura e Vangelo del giorno 9 Gennaio 2026

Letture del Giorno
Dalla prima lettera di san Giovanni apostolo
1Gv 4,11-18

Carissimi, se Dio ci ha amati così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.
In questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito. E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui.
In questo l’amore ha raggiunto tra noi la sua perfezione: che abbiamo fiducia nel giorno del giudizio, perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.

Vangelo del Giorno
Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6,45-52

[Dopo che i cinquemila uomini furono saziati], Gesù subito costrinse i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, a Betsàida, finché non avesse congedato la folla. Quando li ebbe congedati, andò sul monte a pregare.
Venuta la sera, la barca era in mezzo al mare ed egli, da solo, a terra. Vedendoli però affaticati nel remare, perché avevano il vento contrario, sul finire della notte egli andò verso di loro camminando sul mare, e voleva oltrepassarli.
Essi, vedendolo camminare sul mare, pensarono: «È un fantasma!», e si misero a gridare, perché tutti lo avevano visto e ne erano rimasti sconvolti. Ma egli subito parlò loro e disse: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». E salì sulla barca con loro e il vento cessò.
E dentro di sé erano fortemente meravigliati, perché non avevano compreso il fatto dei pani: il loro cuore era indurito.