Anversa: viri probati e comunità missionarie

di: Johan Bonny
bonny
Settimana News
Il vescovo di Anversa (Belgio), mons. Johan Bonny, ha firmato una lettera dal titolo Attuazione del processo sinodale nella diocesi di Anversa (19 marzo). In coerenza con le indicazioni sinodali e con la responsabilità propria del pastore affronta i temi che le assemblee sinodali della sua Chiesa hanno evidenziato: un servizio pastorale condiviso e paritario fra uomini e donne, l’apertura a tempi brevi per ordinazioni di uomini sposati (viri probati), la ricerca di un nuovo linguaggio ecclesiale, l’accoglienza dei «nuovi arrivati» e dei ricomincianti, la ridefinizione delle parrocchie e dei territori ecclesiali. Rigoroso e argomentato, il testo apre a decisioni coraggiose.

«E il Sinodo sulla sinodalità? Cosa possiamo aspettarci da esso? Come possiamo partecipare? Sono domande che mi vengono poste spesso. Dopotutto, questo Sinodo è diverso da tutti quelli precedenti. È un processo aperto, non una riunione a porte chiuse. Un esercizio fatto da e per tutti nella Chiesa, su misura per ogni comunità. Un esercizio che richiede tempo, senza però sprecare tempo. Un esercizio condiviso tanto nel processo decisionale quanto nell’assunzione delle decisioni. Come rinnovare la nostra diocesi trasformandola in una comunità sinodale e missionaria? È una sfida che siamo ansiosi di raccogliere, nella e per la nostra diocesi.

Un breve sguardo al passato. Cinque anni fa, il 9 ottobre 2021, papa Francesco ha avviato un processo sinodale per l’intera Chiesa cattolica. La prima fase del processo (2021-2023) è consistito in una consultazione mondiale del Popolo di Dio, dapprima in tutte le diocesi, poi in ogni Paese e, infine, in ogni Continente.

Anche nella nostra diocesi abbiamo tenuto diverse discussioni sinodali durante l’anno pastorale 2021-2022. Abbiamo raccolto le nostre riflessioni in una nota sintetica e l’abbiamo presentata alla Conferenza episcopale belga. A ciò ha fatto seguito un incontro sinodale a livello europeo a Praga. Successivamente, la Segreteria del Sinodo dei Vescovi a Roma ha raccolto le esperienze e le riflessioni più significative provenienti da tutti i continenti in un documento esaustivo intitolato «Allarga lo spazio della tua tenda».

La seconda fase del processo (2023 e 2024) ha previsto due sessioni del Sinodo dei Vescovi a Roma. Insieme ai rappresentanti di tutte le parti della Chiesa, i vescovi di tutto il mondo hanno discusso tutte le questioni e le proposte menzionate durante la prima fase del processo. Al termine della seconda sessione, il Sinodo dei Vescovi ha approvato un Documento Finale (DF) intitolato Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione. Papa Francesco ha fatto proprio questo documento finale, rendendolo parte del magistero della Chiesa e conferendogli forza vincolante.

La terza fase del processo sinodale (2025-2028), la fase di attuazione, è ora in corso. Per questa terza fase, la Segreteria del Sinodo ha pubblicato un manuale intitolato Tracce per la fase di attuazione del Sinodo (Pathways for the implementation phase of the Synod; d’ora innanzi PW).

Lo scopo principale di questa fase è che tutte le diocesi sviluppino nuovi metodi di lavoro e nuove strutture per imprimere alle loro comunità un nuovo slancio sinodale-missionario. «La fase di attuazione mira quindi ad avere un impatto tangibile sulla vita della Chiesa e sul funzionamento delle sue strutture e istituzioni. Se dovesse limitarsi alla formulazione di ipotesi astratte, non raggiungerebbe il suo scopo e, soprattutto, dissiperebbe l’entusiasmo e l’energia che il processo sinodale ha generato finora» (PW 1). Un linguaggio chiaro, a mio avviso.

Il 28 gennaio 2026 tutti i vescovi hanno ricevuto da Roma un sollecito cordiale ma urgente, firmato da quattro cardinali, affinché nominassero un gruppo sinodale ed elaborassero un piano diocesano per la fase di attuazione. Si tratta di un’opportunità e di un dovere che intendo prendere sul serio, insieme al nostro gruppo diocesano.

Il sinodo deve concludersi là dove è iniziato: in ogni diocesi o Chiesa locale. Lì, i responsabili ecclesiali e i fedeli devono unire le forze. Sono loro, infatti, a trovarsi nella posizione migliore per ascoltare, comprendere e rispondere alle specificità della loro situazione concreta. Il vescovo diocesano è quindi il principale responsabile dell’attuazione di questa terza fase.

Le Tracce citano il Documento Finale: «Il primo responsabile della fase attuativa in ogni Chiesa locale è il Vescovo diocesano (…): compete a lui aprirla, indicarne ufficialmente i tempi, i metodi e gli obiettivi, accompagnarne lo svolgimento e concluderla, validandone i risultati. Sarà un’occasione opportuna per praticare un esercizio dell’autorità in stile sinodale, sulla scia di quanto afferma il DF: “Chi è ordinato Vescovo non viene caricato di prerogative e compiti che deve svolgere da solo. Piuttosto riceve la grazia e il compito di riconoscere, discernere e comporre in unità i doni che lo Spirito effonde sui singoli e sulle comunità, operando all’interno del legame sacramentale con i Presbiteri e i Diaconi, con lui corresponsabili del servizio ministeriale nella Chiesa locale” (DF, n. 69)» (PW 2.1).

Il percorso che va dall’ascolto e dallo scambio di idee, passando per la riflessione e la decisione, fino all’attuazione o all’implementazione, non è facile. Non esistono soluzioni in grado di soddisfare le disposizioni o le aspettative di tutti. Ogni scelta comporta dei rischi. Le tensioni sono inevitabili.

Su questo punto, le Tracce si dimostrano straordinariamente realistiche e concrete: «L’attuazione del DF richiede di affrontare e discernere queste tensioni così come si presentano nelle circostanze in cui vive ogni Chiesa locale. La strada non è cercare un impossibile assetto che elimini la tensione a vantaggio di uno dei poli. Piuttosto, nel qui e ora di ciascuna Chiesa locale, occorrerà discernere quale tra i possibili equilibri consente un più dinamico servizio della missione. Verosimilmente in luoghi diversi si arriverà a decisioni diverse. Per questo, in numerosi ambiti il DF apre alcuni spazi di sperimentazione locale, ad esempio in materia di ministeri (cf. DF, nn. 66, 76 e 78), processi decisionali (cf. DF, n. 94), rendiconto e valutazione (cf. DF, n. 101), organismi di partecipazione (cf. DF, n. 104). Le singole Chiese sono invitate ad avvalersene» (PW 3.1). Non dobbiamo sottovalutare l’urgenza di questa sfida.

Leggo questa urgenza anche nel Documento Finale del Sinodo: «Una corretta e risoluta attuazione sinodale dei processi decisionali contribuirà al progresso del Popolo di Dio in una prospettiva partecipativa, in particolare attraverso le mediazioni istituzionali previste dal diritto canonico, in primo luogo gli organismi di partecipazione. Senza cambiamenti concreti a breve termine, la visione di una Chiesa sinodale non sarà credibile e questo allontanerà quei membri del Popolo di Dio che dal cammino sinodale hanno tratto forza e speranza. Spetta alle Chiese locali trovare modalità appropriate per dare attuazione a questi cambiamenti» (DF 94).

L’iniziativa è ora nelle mani dei vescovi e delle Chiese locali. È il loro turno di agire. Dovrebbero evitare che le persone percepiscano il processo sinodale come superfluo o come una ripetizione infinita di «ipotesi astratte» senza risultati. Tale rischio non è infatti improbabile. Ciò che va fatto non può più essere rinviato sine die.

Il DF esorta ad attuare i processi decisionali in modo «corretto e risoluto» e chiede «cambiamenti concreti a breve termine». I vescovi e le Chiese locali sono responsabili di tale attuazione. Non devono continuare a guardarsi intorno e a rimandare. In breve: un invito, di rara udienza, al coraggio e alla risolutezza a livello locale. Vorrei rispondere a questo invito sinodale insieme alla nostra diocesi, per il futuro prossimo e lontano.

Come possiamo mettere in pratica meglio la sinodalità? Perché sì, abbiamo ancora molto da imparare in questo campo.

Nella nostra diocesi non mancano certo i consigli e le commissioni, anzi, è proprio il contrario. Da molti anni ormai disponiamo di un consiglio episcopale ordinario, di un consiglio episcopale allargato, di un consiglio presbiteriale, di una commissione per il diaconato permanente, di una commissione per gli operatori pastorali, di un consiglio pastorale diocesano, di un gruppo di lavoro per il Vicariato di Anversa e di un altro per il Vicariato di Kempen, oltre a numerosi altri organismi partecipativi.

Tuttavia, a causa di un numero di collaboratori notevolmente ridotto, molti devono far parte contemporaneamente di diversi organi consultivi. Inoltre, questi organi deliberano spesso sulle stesse questioni o sfide. Le loro conclusioni mancano facilmente di coerenza o di fattibilità. Oggi, nessuno con un’agenda fitta di impegni chiede ulteriori riunioni, discussioni e consultazioni, spesso a scapito di spostamenti che richiedono molto tempo. Al contrario, molti collaboratori preferirebbero svolgere un lavoro pastorale più utile piuttosto che riunirsi ancora. Oppure preferirebbero leggere un buon libro piuttosto che dover partecipare all’ennesima riunione.

Li capisco perfettamente. La nostra cultura della consultazione ha raggiunto un certo punto di saturazione. Io stesso conosco bene quella sensazione. In qualità di vescovo, dedico proporzionalmente troppe ore agli organi consultivi. Allo stesso tempo, è necessario avere il coraggio di affrontare l’urgenza di decisioni coraggiose. Si avverte la sensazione che non si possa più sprecare tempo. Cosa potrebbe significare questo per la nostra diocesi?

Innanzitutto, vorrei sollevare la questione se i nostri attuali consigli e commissioni potrebbero funzionare o collaborare in modo diverso, con meno perdite di tempo e con risultati migliori.

Durante le ultime due riunioni del Sinodo dei Vescovi a Roma, tutti i partecipanti si sono seduti attorno a tavoli rotondi: fedeli ordinati e non ordinati, uomini e donne, vescovi e laici, anziani e giovani, in rappresentanza di tutti e cinque i continenti. Anche il papa stesso si è seduto a uno di questi tavoli rotondi. Questo modello può ispirarci? Penso di sì, sebbene con un avvertimento. Infatti, non dobbiamo mettere il carro davanti ai buoi.

Dobbiamo anzitutto comprendere che cosa vogliamo significare per le persone e insieme a loro; solo dopo potremo decidere come realizzare questo obiettivo. «Significato per la sopravvivenza», si dice in psicologia. Solo chi sa «perché» fa o dice qualcosa può compiere passi significativi in avanti, superare momenti difficili o resistere alle opposizioni. Molti dei nostri consigli e comitati diocesani si stanno preparando per nuove elezioni nel corso del 2026, in vista della loro nuova composizione. Nei prossimi mesi, valuteremo innanzitutto un nuovo modello di consultazione e solo in seguito organizzeremo nuove elezioni.

Un approccio così rinnovato risponderebbe a quanto espresso nel Documento Finale: «Nella Chiesa sinodale “tutta la comunità, nella libera e ricca diversità dei suoi membri, è convocata per pregare, ascoltare, analizzare, dialogare, discernere e consigliare nel prendere le decisioni” (CTI, n. 68) per la missione. Favorire la più ampia partecipazione possibile di tutto il Popolo di Dio ai processi decisionali è la via più efficace per promuovere una Chiesa sinodale. Se è vero, infatti, che la sinodalità definisce il modo di vivere e operare che qualifica la Chiesa, essa indica al tempo stesso una pratica essenziale nel compimento della sua missione: discernere, raggiungere il consenso, decidere attraverso l’esercizio delle diverse strutture e istituzioni di sinodalità» (DF 87).

Il Documento Finale affronta numerose questioni importanti che si prestano ad esercizi sinodali a livello diocesano, quali la riorganizzazione degli organismi consultivi esistenti (DF 11), o degli organismi di partecipazione (DF 103-107), l’ampliamento della responsabilità condivisa di tutti i battezzati nel popolo di Dio (DF 36, 90), una «conversione relazionale» per rafforzare relazioni autentiche e significative nella comunità ecclesiale (DF 50), la riduzione delle disuguaglianze tra uomini e donne nella Chiesa (DF 54), la creazione di nuovi ministeri ecclesiali (DF 66, 75, 76), la promozione di una maggiore trasparenza, responsabilità e valutazione nella vita della Chiesa (DF 95-102), l’ulteriore sviluppo della Chiesa come «casa» accogliente o «scuola di comunione per tutti i figli e le figlie di Dio» (DF 115), la nuova definizione di parrocchia (DF 117), la formazione di «discepoli missionari» (DF 142.144) o l’ulteriore sviluppo dei «processi di safeguarding» (DF 150). Si tratta di temi importanti per il futuro della Chiesa, temi che meritano davvero un solido esercizio di sinodalità.

Tuttavia, questo esercizio sinodale non significa che siamo ancora al punto di partenza. Anzi, è proprio il contrario. Negli ultimi decenni molte questioni strategiche sono state studiate in dettaglio, discusse e persino attuate. All’interno della nostra comunità ecclesiale esiste un ampio e chiaro consenso su numerosi argomenti.

Nella prima fase del processo sinodale (2021-2022), la nostra diocesi ha organizzato una serie di incontri sinodali. Da queste discussioni abbiamo selezionato i tre temi più ricorrenti e li abbiamo sottoposti alla Conferenza episcopale come nostro contributo al processo sinodale globale. In qualità di vescovo, non posso fingere che questi tre temi non continuino a richiedere la nostra attenzione prioritaria. Non posso metterli da parte a favore di temi provenienti da altri Paesi o Continenti.

La credibilità della Chiesa nella nostra regione è strettamente legata al modo in cui intendiamo affrontare le preoccupazioni della nostra gente. Naturalmente, tutti sanno che non siamo soli in questo e che non tutto può essere fatto in una volta sola. Ogni progetto richiede un piano di sviluppo progressivo. La gente capirà che non possiamo fare adesso il passo finale.

Ciò che non capirà, invece, è se non saremmo disposti o se avremmo paura di compiere il passo successivo. Troppe questioni sono rimaste irrisolte per troppo tempo. Inoltre, un vescovo non può stare ad aspettare e vedere dove soffia il vento ecclesiale. Deve assumersi la responsabilità, qui e ora, senza facili scuse.

In breve, non ritengo che i tre temi della nostra consultazione diocesana (2021-2021) siano superati o messi da parte dal processo sinodale globale. Sono ancora in cima alla nostra agenda.

La questione delle pari opportunità tra uomini e donne nella Chiesa non è un fenomeno esclusivo dell’Occidente o dell’Europa occidentale. Al contrario, lo stesso processo sinodale ha dimostrato come tale questione sia all’ordine del giorno in tutto il mondo. Ovunque nel mondo, le donne chiedono una partecipazione piena e paritaria alla vita della Chiesa. Cosa può significare questo per la nostra diocesi?

In primo luogo, continueremo a porre l’accento sulla partecipazione delle donne a tutti i compiti pastorali e amministrativi, a tutti i livelli della vita ecclesiale. La nostra diocesi ha già maturato numerose esperienze positive in tal senso. Le donne assumono responsabilità nelle parrocchie e nelle unità pastorali, nel settore educativo, nel lavoro, in numerosi organi decisionali e persino nel Consiglio episcopale. Continueremo con determinazione su questa strada, in consultazione sinodale con tutte le parti coinvolte.

Rimane una questione difficile: quella di rendere accessibile alle donne il sacramento dell’ordinazione, a partire dall’ordinazione al diaconato. È doloroso constatare che una commissione speciale, istituita da papa Francesco, abbia nuovamente espresso un parere negativo in merito alla fine del 2025 (cf. qui su SettimanaNews – ndr).

La gente non comprende questa situazione di stallo o di blocco. Vedo due ragioni principali per la loro incomprensione.

Da un lato, perché gli argomenti utilizzati sono teologicamente deboli e antropologicamente superati. Hanno perso il loro potere persuasivo. Appaiono contrari a ciò che lo Spirito sta dicendo alle Chiese oggi. A mio avviso, questa ricezione negativa è irreversibile.

Dall’altro, perché non viene offerta alcuna alternativa adeguata, mentre tutti conoscono e riconoscono i compiti importanti che le donne svolgono, sia nella vita liturgica e sacramentale sia nella responsabilità amministrativa della Chiesa. L’alternativa all’ordinazione non può essere semplicemente la «non ordinazione».

Il fatto che il sacramento dell’ordinazione sia tradizionalmente costituito da tre gradi (diacono, sacerdote, vescovo) indica che fin dai tempi più antichi è stato suscettibile di articolazioni multiple e connessioni flessibili. A differenza degli altri sacramenti, nel ministero ordinato c’è spazio per la diversità. Affermare che non vi sia alcun posto per le donne nella matrice di questo complesso sacramento sembra un giudizio prematuro. Se è vero che le donne non hanno diritto al ministero ordinato, proprio come gli uomini, il ministero ordinato ha diritto alle donne. In che modo dovremmo procedere?

Quale potrebbe essere un passo intermedio provvisorio, pur rimanendo al di fuori del sacramento dell’ordine? Per la nostra diocesi, intraprenderò ulteriori iniziative volte a sviluppare un ministero ecclesiale accessibile in egual misura a uomini e donne, che garantisca loro una partecipazione paritaria sia al servizio pastorale sia a quello amministrativo nella Chiesa. Dal punto di vista terminologico, è più appropriato parlare del ministero di «pastore» (pastor), come è consuetudine nella lingua olandese.

Il Documento Finale prevede la possibilità che i vescovi possano lavorare su nuovi «ministeri formalmente istituiti»: «[questi] ministeri istituiti vengono conferiti dal Vescovo, una volta nella vita, con un rito specifico, dopo un appropriato discernimento e un’adeguata formazione dei candidati. Non si tratta di un semplice mandato o di un’assegnazione di compiti; il conferimento del ministero è un sacramentale che plasma la persona e definisce il suo modo di partecipare alla vita e alla missione della Chiesa» (DF 75).

Il termine «sacramentale» è importante: non un sacramento, ma un segno efficace strettamente correlato a un sacramento (cf. la benedizione abbaziale di un abate o di una badessa). Ciò comporta un atto liturgico o una celebrazione appropriati, con un proprio rituale o simbolismo. Attraverso questa celebrazione, il vescovo rende qualcuno partecipe della triplice o integrale missione della Chiesa: la missione di insegnare, basata sul ruolo di Cristo come profeta; la missione di santificare, basata sul ruolo di Cristo come sacerdote; e la missione di guidare o governare, basata sul ruolo di Cristo come re.

Non tutti gli operatori pastorali hanno bisogno o chiedono un tale rito liturgico. I laici, uomini e donne, possono partecipare pienamente alla missione della Chiesa in virtù del loro battesimo e della loro cresima, senza cerimonie aggiuntive. Tuttavia, per alcuni, tale atto liturgico è importante quale riconoscimento sia della loro vocazione personale sia del loro ministero pastorale.

Sebbene non si tratti di un sacramento, un «sacramentale» del ministero pastorale (a «sacramental» of pastor) potrebbe contribuire in modo significativo a soddisfare l’esigenza di una partecipazione più paritaria di uomini e donne al ministero della Chiesa, oltre che onorare la vocazione che le donne riconoscono in sé stesse.

Ciò non significa che l’ordinazione delle donne venga così messa da parte, al contrario. Tale questione rimarrà una «spina nella carne» per la Chiesa (cf. 2Cor 12,7-10). Nel frattempo, intendo compiere passi significativi.

A tal proposito, intendo procedere. Considero il nostro ministero di «pastore» come un trampolino di lancio per ulteriori sviluppi sia nella teologia sia nella pratica ministeriale. Ci impegneremo in tal senso a breve termine.

Inoltre, sono necessari cambiamenti urgenti nel diritto canonico. Dopotutto, non può continuare una situazione in cui praticamente l’intera organizzazione pastorale di una diocesi si basi su una clausola di eccezione del Codice di Diritto Canonico (can. 517 § 2). Questa clausola di eccezione, che consente di nominare laici come responsabili pastorali in caso di carenza di sacerdoti, sotto la guida di un sacerdote che detiene il potere e l’autorità di un pastore canonico, è diventata quasi la norma nella nostra regione.

Comunque, questo sacerdote-pastore difficilmente può fornire l’assistenza pastorale richiesta dal Codice di Diritto Canonico. Il suo territorio pastorale è diventato troppo vasto per consentirglielo. Inoltre, questa responsabilità lo riduce a un amministratore o a un supervisore lontano, il che non è in linea con la nostra teologia e spiritualità del sacerdozio, basata sulla vicinanza pastorale. Si tratta di una condizione che non rende più felici i nostri preti e non favorisce le vocazioni pastorali. Anche su questo tema regna un silenzio insidioso, per mancanza di alternative migliori.

In ogni discussione sinodale tra i fedeli emerge la questione dell’ordinazione presbiterale degli uomini sposati insieme a quelli celibi. Su questa questione il consenso è pressoché unanime in tutte le componenti del popolo di Dio, soprattutto tra i più fedeli e devoti.

Tale consenso, tra l’altro, non è una novità; esiste ormai da molti anni. La questione non è più se la Chiesa possa ordinare sacerdoti uomini sposati, ma quando lo farà e chi lo farà. Qualsiasi ritardo suona come una scusa.

Diversi sviluppi recenti hanno ulteriormente rafforzato questo consenso. Ne citerò tre.

In primo luogo, in molte diocesi si registra una carenza storica di sacerdoti locali. Il numero di uomini non sposati che desiderano diventare preti è sceso a livelli appena superiori allo zero.

Fortunatamente, la maggior parte delle diocesi può ricorrere a sacerdoti stranieri per colmare in parte questa lacuna. La nostra diocesi è molto grata al folto gruppo di sacerdoti stranieri che sta colmando questa carenza. Essi arricchiscono inoltre la nostra vita ecclesiale con una sana dose di universalità e di cattolicità. Tuttavia, essi non possono soddisfare tutte le nostre esigenze. Sono venuti per aiutarci, non per sostituirci. Inoltre, non sarebbe giusto far ricadere sulle loro spalle il peso delle nostre carenze. Anche loro desiderano ardentemente vedere più confratelli locali, persino confratelli sposati, lavorare al loro fianco.

Inoltre, quasi tutte le diocesi contano oggi su un certo numero di preti cattolici sposati, con grande gioia e apprezzamento da parte di tutti. Alcuni di questi, come nella nostra diocesi, appartengono a una Chiesa cattolica orientale (provenienti, tra l’altro, dalla Romania, dall’Ucraina, dalla Bielorussia o dal Medio Oriente). Sono sposati e padri di (giovani) famiglie. Alcuni sono stati formati nel nostro seminario interdiocesano a Lovanio, insieme agli altri seminaristi. Celebrano i sacramenti sia secondo il loro rito sia secondo il nostro. A poco a poco, la maggior parte dei sacerdoti cattolici orientali sposati in tutto il mondo vive in Occidente, non in Oriente.

Altri sacerdoti sposati sono convertiti; erano vescovi, sacerdoti o ministri in altre tradizioni cristiane, si sono convertiti al cattolicesimo e hanno potuto ricevere l’ordinazione sacerdotale cattolica come convertiti sposati. Nessuno è più in grado di spiegare perché l’ordinazione di uomini sposati sia possibile per i seminaristi cattolici orientali, o per i convertiti al cattolicesimo, ma non per le vocazioni cattoliche autoctone.

Infine, vi è una serie di esperienze legate alla salute psicosociale dei preti e alla trasparenza del loro stile di vita. I cristiani amano i loro preti, ma spesso tacciono sul loro stile di vita, sia per rispetto verso la loro ordinazione sia per altri motivi.

La questione degli abusi sessuali continua a gravare pesantemente. Le sottoculture e gli stili di vita clericali hanno fatto il loro tempo. Dietro quelle mura si nascondeva molto più di quanto fosse permesso vedere o sentire. Lungo il percorso, molti sacerdoti o candidati al sacerdozio di grande valore hanno abbandonato il cammino. Di conseguenza, la fiducia nella Chiesa e nei suoi ministri si è gravemente ridotta.

Come ricostruire tale fiducia? Solo attraverso l’autenticità, la riconoscibilità e la trasparenza, stando vicini alle persone e alla loro vita quotidiana. La gente desidera sacerdoti che, come «pescatori di uomini», o «buoni pastori», sposati o meno, vivano in mezzo al loro villaggio o quartiere, servano con e per la gente e siano pronti ad andare in periferia come missionari. Le «nuove relazioni» di cui la Chiesa ha urgente bisogno e che sono menzionate nel Documento Finale (cf. DF 50-52) si inseriscono perfettamente in questo contesto.

È illusorio pensare che un serio processo sinodale-missionario in Occidente abbia ancora una possibilità senza procedere anche all’ordinazione presbiterale di uomini sposati. Il Documento Finale del Sinodo ritiene che sia compito del vescovo sostenere e riunire tutti i doni dello Spirito (cf. DF 69-71).

Inoltre, sottolinea la necessità di un «discernimento ecclesiale» ampiamente condiviso quando si tratta della missione della Chiesa: «È il discernimento che possiamo qualificare come “ecclesiale” in quanto esercitato dal Popolo di Dio in vista della missione. Lo Spirito, che il Padre ha mandato nel nome di Gesù e che insegna ogni cosa (cf. Gv 14,26), guida in ogni tempo i credenti “a tutta la verità” (Gv 16,13). Per la Sua presenza e la Sua azione continua, la “Tradizione, che viene dagli Apostoli, progredisce nella Chiesa” (DV 8). Invocando la Sua luce, il Popolo di Dio, partecipe della funzione profetica di Cristo (cf. LG 12), “cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio” (GS 11). Tale discernimento si avvale di tutti i doni di saggezza che il Signore distribuisce nella Chiesa e si radica nel sensus fidei comunicato dallo Spirito a tutti i Battezzati. In questo spirito si deve ricomprendere e riorientare la vita della Chiesa sinodale missionaria» (DF 81).

Sarebbe una benedizione per la Chiesa se potessimo applicare questo «discernimento ecclesiale» anche al tipo di sacerdote di cui una comunità ha bisogno, o a chi la comunità considererebbe un candidato idoneo al sacerdozio. Il fatto che quasi nessun candidato locale si presenti per l’ordinazione mi sembra indubbiamente legato all’assenza di discernimento sinodale nella pastorale vocazionale tradizionale. Quando visito parrocchie o unità pastorali, incontro regolarmente persone che la comunità considererebbe un buon sacerdote. Proprio come io stesso conosco diversi collaboratori che sarebbero adatti come candidati all’ordinazione.

Per questi motivi, farò tutto il possibile affinché, entro il 2028, uomini sposati possano essere ordinati presbiteri nella nostra diocesi. Mi rivolgerò a loro personalmente e mi assicurerò che, entro tale data, abbiano acquisito la necessaria formazione teologica e l’esperienza pastorale, paragonabili a quelle degli altri candidati al sacerdozio. Questa preparazione sarà trasparente ma discreta, lontana dai riflettori dei media.

I prossimi due anni serviranno anche a garantire la necessaria comunicazione e gli accordi, sia con la Conferenza episcopale belga che con il Vaticano, poiché possiamo imparare dalle reciproche esperienze e intuizioni. Per molti vescovi, l’ordinazione di uomini sposati è diventata una questione di coscienza. Anche a quel livello, la trasparenza, la responsabilità e la valutazione sono importanti per la credibilità della Chiesa (cf. DF 95-102).

Il linguaggio della buona novella

Nei nostri incontri sinodali diocesani (2021-2022), il terzo tema più importante, accanto all’uguaglianza tra uomini e donne e all’ampliamento dei ministeri ecclesiali, è stato il linguaggio della Chiesa.

Certamente, il linguaggio della nostra liturgia e della nostra predicazione attinge dalla Bibbia e dalla tradizione cristiana. Come la medicina, lo sport, Internet o la politica, anche la Chiesa utilizza un proprio vocabolario. Inoltre, la Chiesa dovrebbe garantire che certe parole non scompaiano dal nostro vocabolario, parole come grazia, misericordia, incarnazione, perdono, redenzione, sacrificio, risurrezione, fedeltà, croce, gioia o compimento.

Sebbene non usiamo queste parole ogni giorno, esse danno significato agli eventi più importanti della nostra vita. Tali parole sono al tempo stesso forti e fragili. Possono morire per mancanza di ossigeno, proprio come gli alberi possono morire a causa delle piogge acide o i pesci possono morire in acque tossiche.

In breve: esiste un linguaggio al quale la Chiesa è vincolata, per fedeltà a Gesù Cristo, il cui messaggio essa proclama. Essa nasce da questo linguaggio ed esiste per diffonderlo ulteriormente. Tuttavia, questa missione solleva una serie di domande e sfide, come è emerso dai nostri incontri sinodali.

Innanzitutto, vi è un crescente bisogno di un’iniziazione per comprendere e utilizzare il «linguaggio del Vangelo» o il «linguaggio del cristianesimo». Dopotutto, molte espressioni cristiane non suscitano quasi più alcuna risonanza. Suscitano poche emozioni e non stimolano nuove intuizioni. Il linguaggio del cristianesimo non è più una lingua madre, acquisita con il latte materno. Non è una prima lingua, ma una seconda o terza lingua. È una lingua da imparare attraverso la pratica e la ripetizione, attraverso la lettura e il dialogo. I nuovi arrivati alla fede cristiana, in particolare, hanno bisogno di tale formazione o guida. Dove possono trovarla? E soprattutto: chi può o vuole aiutarli in questo? «Cercasi narratori», «Cercasi traduttori», «Cercasi mamme lettrici»: questi sono cartelli da appendere sopra la porta di ogni chiesa!

Per quanto i termini tecnici o le espressioni convenzionali possano essere necessari, non possono riempire tutte le nostre conversazioni. Immaginate se le persone parlassero solo usando espressioni mediche, giuridiche o tecniche! Verrebbero presto considerate dei nerd. E, soprattutto, non avrebbero nulla da dire su molti (la maggior parte) degli aspetti della vita.

Lo stesso vale per il linguaggio del Vangelo o per il linguaggio del cristianesimo. Non è destinato a conversazioni convenzionali o formali. È pensato per tradurre e raccontare storie quotidiane, attraverso poesia e immagini, parabole e simboli, con parole del passato e del presente, con canti e inni. L’unica Parola genera costantemente molte parole. La maggior parte dei fedeli oggi si trova alle prese con la stessa domanda: come posso parlare della fede cristiana con i miei figli e nipoti, con i miei vicini o colleghi, con coloro che si preparano alla cresima o al matrimonio, con coloro che sono malati o che affrontano la morte?

Inoltre, «la parola» o «il messaggio» viene oggi diffuso o recepito attraverso molti nuovi media o canali. I tempi in cui le persone dovevano riunirsi fisicamente per ascoltarsi o vedersi sono ormai tramontati per sempre. I moderni mezzi di comunicazione stanno prendendo piede, soprattutto nel mondo digitale. Per le generazioni più anziane – tra le quali mi annovero anch’io – è difficile stare al passo con questa evoluzione. Le generazioni più giovani si guardano e si ascoltano quotidianamente, si scambiano messaggi, trovano interlocutori o stringono amicizie attraverso questi nuovi media. Stanno persino sviluppando un nuovo linguaggio e un nuovo vocabolario a tal fine. Senza una password, non è possibile accedervi.

Quali opportunità offre quel nuovo continente alla «lingua del Vangelo»? Molti cristiani ne hanno fatto esperienza con questi nuovi mezzi di comunicazione. Si trovano perfettamente a loro agio in essi. Si scambiano riflessioni ed esperienze tra loro, spesso in un contesto internazionale. Sta emergendo un nuovo tipo di rete sinodale-missionaria, persino un nuovo tipo di comunità cristiana, attraverso la quale la Buona Novella può espandersi e raggiungere nuovi contesti.

I cristiani non possono esprimere la loro «parola» senza tenere conto delle loro «opere». «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14): è così che l’evangelista Giovanni introduce il suo Vangelo. Le opere dicono davvero più delle parole. Parlano anche senza parole, semplicemente perché le persone le mettono in pratica e le sostengono. Forse l’annuncio del Vangelo oggi richiede più «operatori silenziosi» che «oratori chiassosi».

Il significato dei gesti simbolici va oltre ciò che le parole possono esprimere. Dove possono i cristiani fare una differenza significativa, e per chi possono farla, con o senza parole? «L’hanno semplicemente fatto» è molto più forte di «l’hanno detto con forza». Mi colpisce quanti telefilm, romanzi o film vadano alla ricerca di testimoni significativi. Gli esempi sono innumerevoli.

Chi conosce il Vangelo ne riconosce la statura in molte figure o personaggi emblematici. Questo riconoscimento è una forma di evangelizzazione. Avvicina il Vangelo alla vita umana, conferendogli una sostanza tangibile e realizzabile. Implicita forse, ma non per questo meno chiara. Esprimere il linguaggio del Vangelo inizia e finisce con la traduzione delle parole in azioni.

Nei prossimi anni, dedicheremo un’adeguata attenzione sinodale a questo legame tra le nostre parole e le nostre azioni.

«Sinodale» e «missionaria»: il Documento Finale associa più volte questi due termini. Ad esempio, nella frase: «In una Chiesa sinodale missionaria, sotto la guida dei loro Pastori, le comunità saranno capaci di inviare e sostenere coloro che hanno inviato. Si concepiranno quindi principalmente a servizio della missione che i Fedeli portano avanti all’interno della società, nella vita familiare e lavorativa, senza concentrarsi esclusivamente sulle attività che si svolgono al loro interno e sulle loro necessità organizzative» (DF 59). Oppure nella frase che abbiamo citato sopra: «Tale discernimento si avvale di tutti i doni di saggezza che il Signore distribuisce nella Chiesa e si radica nel sensus fidei comunicato dallo Spirito a tutti i battezzati. In questo spirito si deve ricomprendere e riorientare la vita della Chiesa sinodale missionaria» (DF 81). Gli esercizi sinodali non hanno lo scopo di confermare lo status quo. Essi sono al servizio della vocazione missionaria della Chiesa e della generazione di nuovi cristiani.

Nuovi cristiani? Ce ne sono? Sì, più di quanto potremmo pensare. Ogni anno migliaia di genitori fanno battezzare i propri figli. Inoltre, il numero dei candidati al battesimo e alla cresima tra i giovani adulti e gli adulti è in costante aumento. Questi candidati provengono da contesti diversi, con storie di vita piuttosto variegate. Di solito non provengono da istituzioni o da movimenti cristiani tradizionali. Hanno scoperto o riscoperto il cristianesimo su Internet, nelle conversazioni con amici o colleghi, oppure attraverso circostanze casuali. Inoltre, molti fedeli cattolici di origine straniera continuano a unirsi alle nostre comunità.

Tutti questi «nuovi arrivati» (newcomers) sono un dono per la nostra Chiesa locale. E ci mettono alla prova. Come li accogliamo, li iniziamo e li accompagniamo? In quale comunità possono trovare una nuova casa o stringere nuove amicizie? Cosa possiamo imparare da loro?

Durante la loro consultazione annuale di tre giorni, tenutasi dal 12 al 14 gennaio 2026 ad Averbode, i vescovi belgi hanno deciso di avviare un percorso sinodale-missionario a livello nazionale incentrato sulla molteplicità di tali «nuovi arrivati». Questa esperienza interdiocesana avrà inizio nei prossimi mesi. Si terranno delle «tavole rotonde» per ascoltarsi e imparare gli uni dagli altri, al fine di discernere insieme quale percorso questi «nuovi arrivati» possano intraprendere con noi, e noi con loro.

E che dire delle nostre parrocchie e delle comunità locali così come le conosciamo oggi? Ogni visita parrocchiale mi lascia con sentimenti contrastanti.

Da un lato, nutro sincera gratitudine nei confronti dei fedeli che continuano a riunirsi e a lavorare insieme, con coraggio e fedeltà, nonostante l’età avanzata, spesso a costo di grandi sforzi.

Dall’altro, provo un senso di impotenza, perché la loro cerchia si restringe sempre più e il loro futuro appare sempre più incerto.

Per questo motivo, le nostre parrocchie sono già state riunite in unità pastorali, guidate da un’unica équipe pastorale. Tuttavia, anche le unità pastorali stanno attraversando un periodo difficile. Troppo pochi operatori pastorali devono fornire servizi in troppi luoghi. I giovani collaboratori si perdono in una moltitudine di aspettative e perdono rapidamente il loro entusiasmo iniziale. Soffrono di un senso di «solitudine pastorale». Le giovani famiglie o i nuovi arrivati spesso sentono poco legame con la comunità locale; le loro relazioni si estendono su una regione più ampia. In breve, le nostre parrocchie e le unità pastorali non sono giunte alla loro trasformazione definitiva, anzi.

Il Documento Finale riconosce questa esigenza e invita a «una nuova concezione della parrocchia»: «La comunità parrocchiale, che si incontra nella celebrazione dell’Eucaristia, è luogo privilegiato di relazioni, accoglienza, discernimento e missione. I cambiamenti nella concezione e nel modo di vivere il rapporto con il territorio chiedono di ricomprenderne la configurazione. Ciò che la caratterizza è essere una proposta di comunità su base non elettiva. Vi si radunano persone di diversa generazione, professione, provenienza geografica, classe sociale e condizione di vita. Per rispondere alle nuove esigenze della missione è chiamata ad aprirsi a forme inedite di azione pastorale che tengano conto della mobilità delle persone e del “territorio esistenziale” in cui si sviluppa la loro vita» (DF 117). E no, una parrocchia o un’unità pastorale non dovrebbe più voler fare tutto ciò che si faceva in passato. Possiamo concentrarci sull’essenziale: «Promuovendo in modo particolare l’Iniziazione Cristiana e offrendo accompagnamento e formazione, sarà capace di sostenere le persone nelle diverse fasi della vita e nel compimento della loro missione nel mondo» (DF 117). Frasi del genere sembrano essere state scritte appositamente per la nostra diocesi. Esse possono offrirci una guida per le trasformazioni che attendono ancora le nostre parrocchie.

Come procedere? A lungo termine, le nostre attuali parrocchie si fonderanno in nuove parrocchie dotate di pieno status canonico e civile, di dimensioni simili a quelle delle nostre attuali unità pastorali. Questo è l’orizzonte. Questa è la direzione verso cui ci stiamo dirigendo. Tuttavia, non siamo ancora arrivati a quel punto, per una serie di ragioni pastorali e amministrative.

Come passo intermedio, il nostro consiglio episcopale ha deciso che, entro il 2030, ogni unità pastorale dovrà disporre di una casa comune, una sorta di «stazione missionaria» alla quale tutti gli operatori pastorali saranno collegati e dalla quale svolgeranno la loro missione. In effetti, i nostri missionari hanno dimostrato che le «stazioni missionarie» possono funzionare. I nostri sacerdoti provenienti dall’estero sono cresciuti con esse e ne sono stati plasmati.

Questa transizione costituirà un importante esercizio di processo decisionale sinodale. In ogni unità pastorale avvieremo un dialogo, attraverso tavole rotonde, per consentire ai fedeli convinti e a quelli in ricerca di ascoltarsi a vicenda, per mettere in contatto tra loro gli operatori della «prima» e dell’«ultima» ora, per permettere alle persone più anziane e a quelle più giovani di imparare gli uni dagli altri, garantire il coinvolgimento di uomini e donne, favorire la conoscenza reciproca tra i cristiani di un villaggio e quelli di un altro, avvicinare i fedeli locali e quelli provenienti dall’estero, costruire ponti tra la Chiesa e la società.

Questo percorso sinodale non avverrà dall’oggi al domani. Richiederà creatività e pazienza, oltre che guida e sostegno, nell’arco di diversi anni. I nostri vicariati, i servizi diocesani e i collaboratori pastorali si prepareranno a questo. Abbiamo in mente una tabella di marcia. In modo sinodale, un gruppo di lavoro diocesano definirà la rotta entro il 2028. Successivamente potrà iniziare l’attuazione in tutte le unità pastorali, sempre in modo sinodale.

L’obiettivo è che, entro il 2030, tutte le unità pastorali dispongano di una propria casa di comunità o di una propria «stazione missionaria». È un progetto in cui credo e che desidero sostenere, durante i miei ultimi anni come vescovo di questa diocesi

L’Assunzione della Beata Vergine Maria è la festa patronale della diocesi di Anversa. Nella cattedrale, la statua della Madonna di Anversa occupa un posto d’onore. Vorrei quindi concludere questo testo con una leggera parafrasi del Documento Finale del Sinodo: «Alla Vergine Maria, che porta lo splendido titolo di “Nostra Signora di Anversa”, Colei che indica e guida il cammino, affidiamo i risultati di questo Sinodo. Lei, Madre della Chiesa, che nel Cenacolo ha aiutato la comunità nascente ad aprirsi alla novità di Pentecoste, ci insegni a essere un popolo di discepoli missionari che camminano insieme: una Chiesa sinodale» (DF 155).

L’esempio della Madonna mi porta a una massima solitamente attribuita a san Francesco d’Assisi, di cui quest’anno celebriamo l’800° anniversario della morte (3 ottobre 1226): «Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile, e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile».

Anversa, 19 marzo 2026, Festa di San Giuseppe

+ Johan Bonny

Al cardinale Pizzaballa impedito ingresso al Santo Sepolcro

Santo Sepolcro, Gerusalemme
In una nota il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa denunciano che la polizia israeliana ha impedito al patriarca Pizzaballa e al custode Ielpo di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, per celebrare la Messa della Domenica delle Palme. “La prima volta da secoli: misura grave e irragionevole, un allontanamento dai principi della libertà di culto e rispetto dello Status Quo”. Nel pomeriggio prevista una preghiera per la pace dal Monte degli Ulivi

Roberto Paglialonga – Città delVaticano

Questa mattina, 29 marzo, la polizia israeliana ha impedito al patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, insieme al custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, mentre si recavano a celebrare la Messa della Domenica delle Palme.

Misura irragionevole e sproporzionata

A comunicarlo in una nota congiunta il Patriarcato latino e la Custodia di Terra Santa. Impedire l’ingresso a coloro che “ricoprono le più alte responsabilità ecclesiastiche per la Chiesa cattolica e i Luoghi Santi”, denunciano, costituisce “una misura palesemente irragionevole e gravemente sproporzionata.” Una decisione ritenuta “affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie”, che “rappresenta un grave allontanamento dai principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello Status Quo”.

Il primo impedimento di questo tipo da secoli

Pizzaballa e Ielpo, si spiega, sono stati fermati lungo il percorso, “mentre procedevano in forma privata e senza alcuna caratteristica di processione o atto cerimoniale”. Sono stati costretti dunque a tornare indietro. È “la prima volta da secoli” che ai capi della Chiesa viene “impedito di celebrare la Messa della Domenica delle Palme nella Chiesa del Santo Sepolcro”.

Si tratta – sono le dure parole della nota – di “un grave precedente” con il quale si ignora “la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.

Nel comunicato si evidenzia, poi, come in tutto questo tempo, i capi delle Chiese abbiano sempre rispettato le prescrizioni delle autorità e le restrizioni imposte a causa del conflitto, agendo “con piena responsabilità”. “Gli incontri pubblici sono stati annullati, la partecipazione è stata vietata e sono state prese disposizioni per trasmettere le celebrazioni a centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, che, in questi giorni di Pasqua, rivolgono lo sguardo a Gerusalemme e alla Basilica del Santo Sepolcro”.

Pertanto, il patriarca latino Pizzaballa e il custode di Terra Santa Ielpo “esprimono il loro profondo rammarico ai fedeli cristiani in Terra Santa e in tutto il mondo per il fatto che la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano sia stata così impedita”.

Una preghiera per la pace dal Monte degli Ulivi

Oggi, in occasione della solennità della Domenica delle Palme, secondo quanto diffuso in un comunicato diffuso in precedenza dal Patriarcato, è previsto che il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, conduca un momento di preghiera per la pace dal Santuario del Dominus Flevit sul Monte degli Ulivi, a Gerusalemme. Al termine, la benedizione sulla Città Santa impartita dal cardinale.

La stessa nota precisa inoltre che a causa delle restrizioni imposte dalla guerra in Medio Oriente, non sarà ammessa la presenza della stampa, ma la copertura sarà assicurata da un pool dell’agenzia Reuters.

La cancellazione della processione per la Domenica delle Palme

Per le stesse ragioni legate al conflitto nei giorni scorsi era già stata decisa la cancellazione della tradizionale processione della Domenica delle Palme dal Monte degli ulivi a Gerusalemme.

Nell’occasione, in un comunicato pubblicato sul sito del Patriarcato, il porporato evidenziava come “alla durezza di questo tempo di guerra, che ci coinvolge tutti, si aggiunge oggi anche quella di non poter celebrare degnamente e insieme la Pasqua. Una ferita” che si somma “a tante altre inferte dal conflitto”, e che tuttavia non può fermare la preghiera. Perché – concludeva – “nessuna oscurità, nemmeno quella della guerra, può avere l’ultima parola”.

«Dalla Croce la rivolta contro una società
che cancella le ferite e le “vite indegne”»

Palme A
Per secoli la Chiesa è stata cauta nel mostrare le ferite che Cristo ha subito durante la sua Passione, impegnata com’era a inquadrare a parole il paradosso che costituisce il cuore della proposta cristiana: che in Cristo la divinità e l’umanità sono entrambe integralmente presenti, che quest’uomo «nato dalla Vergine Maria» è al contempo «Dio da Dio, Luce da Luce». Solo quando il Concilio di Calcedonia ebbe affinato il quadro concettuale necessario per salvaguardare questo equilibrio, lo spirito cristiano fu libero di immaginare, non solo a parole ma anche nell’arte, graficamente, l’umiliazione liberamente assunta da Dio fatto uomo.
Il Crocifisso emerse come l’emblema cristiano per eccellenza. Arrivava a occupare il centro della scena nella pratica cultuale, almeno in Occidente, dove le rappresentazioni di un Dio ferito sono diventate il punto focale delle nostre chiese e di altri edifici, formando la coscienza pubblica. Ricordando ai cristiani di Corinto la sua venuta tra loro, Paolo scrisse: «Non mi presentai ad annunciarvi il mistero di Dio con l’eccellenza della parola o della sapienza. Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e Cristo crocifisso». ( 1Cor2, 1-2) La centralità assoluta della Passione salvifica di Gesù ha pervaso la dottrina di questo ineguagliabile predicatore di riconciliazione, misericordia, trasformazione della grazia, gioia e vita eterna. Ci vuole coraggio per seguire il suo esempio in una cultura che ci tenta a diffondere un Vangelo più allegro, prevedibile in termini di procedure fisse e risultati prestabiliti. Intorno a noi, le navate delle antiche cattedrali, oscurate dalle croci, vengono trasformate in campi da minigolf.
I santuari sono usati per scenette secolari progettate per mostrare una supposta “rilevanza”. Nel frattempo, a due passi di distanza, però nell’arena del mondo, i giovani ondeggiano sconsolati, cantando dolcemente che la vita è una ferita aperta e che «non c’è più balsamo in Gilead» (Ger8,22 ). Due tendenze contraddittorie segnano oggi gli sforzi per affrontare le ferite. Da un lato, le persone sono pronte a esibire come marcatori identitari le proprie ferite, acquisite, ereditate o immaginate. Possono avere buone ragioni, motivi fondati su richieste di giustizia. Ma, come ci ha spiegato Bernardo, la prospettiva motivazionale è persa per noi se radichiamo il nostro senso di sé nell’attaccamento a una ferita. Rischiamo di impantanarci nella rabbia, una passione che sostituisce le aspirazioni alla guarigione con affermazioni autoassolutorie.
La rabbia e il suo riflesso, l’amarezza, possono intrappolarci in una disperazione perversamente soddisfatta di sé. Dall’altro lato, ci sono sforzi per cancellare le ferite. Si sente insinuare che le ferite non dovrebbero esistere e che, se esistono, le membra malate verrebbero rimosse. Nelle società diventate transazionali, gli elementi improduttivi non hanno posto, sono visti come anomalie, trattati con durezza. Questo atteggiamento è evidente nelle controversie sull’aborto e l’eutanasia, come nel discorso ricorrente sull’eugenetica. Lo si coglie nei sogni distopici di liberare le società dagli indesiderabili, che alcuni politici confinerebbero in riserve o lascerebbero cadere dal bordo di una scogliera. Si può interpretare questo sviluppo in modi diversi. Sembra difficile negare però che l’eclissi nella coscienza pubblica della figura del Crocifisso, il Ferito-ma-non-vinto, abbia qualcosa a che fare con tutto ciò. Una civiltà che, a un certo livello, cerca la sua misura in un’immagine che afferma l’importanza della pazienza e della sofferenza redentrice si trasforma col tempo: può anche imparare l’empatia, un sentimento non spontaneo per l’umanità decaduta. La riverenza per le ferite di Cristo ha definito la sensibilità cristiana per secoli, manifestata nella devozione alle reliquie della Passione, nella Via Crucis, in poesie e dipinti, in opere musicali, dalle Lamentazioni rinascimentali alle Passioni di Bach fino all’innografia del XIX secolo.
Si è espressa nel culto del Sacro Cuore, diffusosi in tutto il mondo sulla scia delle furie rivoluzionarie. Al centro di tutto questo c’era il rispetto per l’enorme mistero della sofferenza, costitutivo della condizione umana presente. La Croce ci permette di possedere la realtà affermando insieme la non definitività delle ferite, che possono essere guarite e diventare fonti di guarigione. Radicarci in questo mistero della fede significa lavorare a una rivolta costruttiva contro inganni ricorrenti: contro l’inganno politico che la società, e lo stato, dovrebbero essere gestiti su un modello evolutivo in vista della perfettibilità umana; contro l’inganno antropologico di uno standard normativo di “salute”, usato per segnare la divisione tra vite “degne di essere vissute” e vite ritenute “indegne”; contro l’inganno culturale che attribuisce alle ferite un potere fatale e deterministico; e contro l’inganno psicologico che si arrende alla disperazione, ipnotizzato dalla voce sussurrandoci all’orecchio, nel cuore della notte, riguardo a ferite intime: «Sarà sempre così». La Passione di Cristo ci permette di levare lamenti senza collera. Ci apre alla compassione, che è una categoria epistemologica capace di preparare una visione benedetta come quella di Giobbe: «Io ti conoscevo solo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti hanno veduto» (Gb42, 5). Possiamo, con Tommaso, invocare il Crocifisso e Risorto: «Mio Signore e mio Dio!» (Cf.Gv 20, 28). Il Vangelo afferma che le ferite di Cristo, dopo la sua risurrezione, non sono state eliminate, ma rese gloriose. Anche le ferite del mondo possono esserlo, quando l’olio e il vino di Cristo vengono versati su di esse.
La Croce è per i credenti al tempo stesso simbolo e memoria di un evento. Il simbolo della Passione di Cristo non è qualcosa che generiamo noi: ci è stato dato. È lui che ci interpreta, non noi. Vale la pena insistere su questo mentre nuotiamo contro la corrente di un capitalismo simbolico impostato sulla “produzione di conoscenza”. In questo mondo virtuale, i “fatti” sono artefatti. Narrazioni, immagini e dati vengono trafficati per perpetuare il cambiamento , quindi per un ulteriore consumo. È difficile capire qualcosa e cambiarla allo stesso tempo. Di conseguenza, la ricerca di chiarezza svolge un ruolo minore nell’attuale discorso pubblico, la cui retorica sfuggente e i cui simboli irregolari sono piuttosto progettati per confondere (Cf. l’articolo di Costica Bradatan sul Times Literary Supplement del 14 febbraio 2025). Eppure, l’essere umano brama la comprensione. È definito dalla sua necessità di chiedere: “Perché?”; ha bisogno del pensiero chiaro della Chiesa e della speranza centrata su Cristo; ha bisogno del suo sicuro senso dell’orientamento; ha bisogno dei suoi simboli, che sono realistici, diversi da quelli del mondo, incentrati su un corpo storicamente ferito, sulla morte superata, sul destino eterno dell’uomo integrale, composto di anima e di corpo. La sublime prospettiva della nostra fede si fonda su realtà che sono accadute e che, nella comunione del corpo mistico di Cristo, accadono ancora. Professiamo che una Benevolenza trasformante ha saturato la sofferenza umana anche nelle sue manifestazioni più estreme, raggiungendo le profondità stesse dell’inferno, e che nessuna desolazione è pertanto definitiva. Questo è il nostro Vangelo. Il nostro tempo lo richiede a gran voce. I giovani che, nei nostri parchi, cantano con il cuore pesante ne hanno fame: ascoltano quando viene presentato «con autorità» (Cf.Mt 7, 29) da cristiani capaci di esporre e manifestare la verità senza compromessi, mostrando la grazia di Cristo che può rinnovare e trasformare le nostre vite.

Commento Letture Liturgia DOMENICA DELLE PALME (ANNO A)

Domenica delle palme

Grado della Celebrazione: DOMENICA
Colore liturgico: Rosso    APALM ;
DOMENICA DELLE PALME (ANNO A)

LiturgiaÈ allo stesso tempo l’ora della luce e l’ora delle tenebre.
L’ora della luce, poiché il sacramento del Corpo e del Sangue è stato istituito, ed è stato detto: “Io sono il pane della vita… Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me: colui che viene a me non lo respingerò… E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto mi ha dato, ma lo risusciti l’ultimo giorno” (Gv 6,35-39). Come la morte è arrivata dall’uomo così anche la risurrezione è arrivata dall’uomo, il mondo è stato salvato per mezzo di lui. Questa è la luce della Cena.
Al contrario, la tenebra viene da Giuda. Nessuno è penetrato nel suo segreto. Si è visto in lui un mercante di quartiere che aveva un piccolo negozio, e che non ha sopportato il peso della sua vocazione. Egli incarnerebbe il dramma della piccolezza umana. O, ancora, quello di un giocatore freddo e scaltro dalle grandi ambizioni politiche.
Lanza del Vasto ha fatto di lui l’incarnazione demoniaca e disumanizzata del male.
Tuttavia nessuna di queste figure collima con quella del Giuda del Vangelo. Era un brav’uomo, come molti altri. È stato chiamato come gli altri. Non ha capito che cosa gli si faceva fare, ma gli altri lo capivano? Egli era annunciato dai profeti, e quello che doveva accadere è accaduto. Giuda doveva venire, perché altrimenti come si sarebbero compiute le Scritture? Ma sua madre l’ha forse allattato perché si dicesse di lui: “Sarebbe stato meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!”? Pietro ha rinnegato tre volte, e Giuda ha gettato le sue monete d’argento, urlando il suo rimorso per aver tradito un Giusto. Perché la disperazione ha avuto la meglio sul pentimento? Giuda ha tradito, mentre Pietro che ha rinnegato Cristo è diventato la pietra di sostegno della Chiesa. Non restò a Giuda che la corda per impiccarsi. Perché nessuno si è interessato al pentimento di Giuda? Gesù l’ha chiamato “amico”. È veramente lecito pensare che si trattasse di una triste pennellata di stile, affinché sullo sfondo chiaro, il nero apparisse ancora più nero, e il tradimento più ripugnante? Invece, se questa ipotesi sfiora il sacrilegio, che cosa comporta allora l’averlo chiamato “amico”? L’amarezza di una persona tradita? Eppure, se Giuda doveva esserci affinché si compissero le Scritture, quale colpa ha commesso un uomo condannato per essere stato il figlio della perdizione?
Non chiariremo mai il mistero di Giuda, né quello del rimorso che da solo non può cambiare nulla. Giuda Iscariota non sarà più “complice” di nessuno.

Papa Leone: la «testimonianza condivisa» delle religioni è segno di pace e di armonia

Papa Leone: la «testimonianza condivisa» delle religioni è segno di pace e di armonia

Il 25 marzo, Incontrando i membri del Programma per le relazioni cristiano-musulmane in Africa (PROCMURA), con sede in Kenya, in collaborazione con il Dicastero per il Dialogo Interreligioso, Leone XIV ha incoraggiato la promozione della comunione e della cooperazione tra cristiani e musulmani per il bene comune e ha espresso la sua gratitudine per l’impegno di coloro che partecipano.

«La comprensione reciproca e il rispetto verso i seguaci delle altre religioni» è un punto fermo della Chiesa. Essa «non rigetta nulla di ciò che è vero e santo in queste religioni», ha detto poiché spesso «riflettono un barlume di quella verità che illumina tutti gli uomini e le donne». «Ogni autentico cammino verso l’unità e la comunione intrapreso dai cristiani e dalle persone di buona volontà – ha sottolineato – è opera dello Spirito Santo e richiede cuori aperti all’incontro e al dialogo per abbracciarsi reciprocamente in una vera fraternità»: «In un mondo sempre più segnato dalla radicalizzazione religiosa, dalla divisione e dai conflitti, la loro testimonianza condivisa dimostra che è possibile vivere e lavorare insieme in pace e armonia, nonostante le differenze culturali e religiose». Il papa ha poi ricordato il messaggio del 28 febbraio, anniversario della Nostra Aetate, rivolto ai rappresentanti delle religioni del mondo, invitandoli ad «aiutare i nostri popoli a liberarsi dalle catene del pregiudizio, della rabbia e dell’odio». «In questo modo – ha osservato – possiamo guidare il nostro popolo a diventare profeta del nostro tempo, voce che denuncia la violenza e l’ingiustizia, sana le divisioni e proclama la pace per tutti i nostri fratelli e sorelle».

adista