
Avvenire
«La Chiesa anche in questa occasione ha preso posizione per il bene e la salvezza dell’umanità, difendendo i bambini e con essi il domani. Forse anche in sede politica si potrebbero ancora salvare le cose se ci fosse il convincimento che “la salvezza dei bambini” è il valore assoluto da difendere oggi». Così scriveva Giorgio La Pira a Paolo VI, 49 anni fa, il 27 gennaio 1977.
Il contesto delle parole di La Pira era quello del dibattito sulla legalizzazione dell’aborto che poi ha portato alla legge 194 del 1978. I bambini a cui si riferiva il “sindaco santo” sono quelli non ancora nati. Il collegamento con la Giornata per la Vita è immediato. Essa, infatti, fu ufficialmente istituita dalla Conferenza episcopale italiana all’indomani dell’approvazione della legge sull’aborto, per esprimere tutta la forza della non rassegnazione da parte della Chiesa italiana di fronte a una legge «intrinsecamente e gravemente immorale» (Cei, “La comunità cristiana e l’accoglienza della vita umana nascente”, 8 dicembre 1978) e per tenere sveglie le coscienze rispetto al possibile prevalere dell’assuefazione. Ancor più stringente è il collegamento con il tema della Giornata per la Vita di quest’anno: “Prima i bambini”!.
Si viene abbracciati dalla profonda tenerezza, illuminata dal Vangelo, con cui si guarda ai bambini il cui «atteggiamento, infatti, “riflette il primato dell’amore di Dio, che prende sempre l’iniziativa, perché i figli sono amati prima di aver fatto qualsiasi cosa per meritarlo”». Si avverte un fremito quando vengono elencate le molteplici violazioni, dirette o indirette, inferte all’infanzia. Violazioni fisiche, psicologiche, morali. Davvero un abominio. Ogni comportamento lesivo dei diritti dei bambini – suggerisce il messaggio – non solo fa regredire la civiltà ma avvilisce anche l’umanità degli adulti e compromette il futuro. I bambini non sono oggetti o mezzi, ma soggetti, persone. La storia avanza verso un maggiore livello di civiltà tutte le volte che abbraccia nel riconoscimento della piena, intrinseca e uguale dignità di categorie di esseri umani prima esclusi. Così è stato per i bambini. La strada percorsa può essere misurata leggendo le carte e i trattati internazionali che hanno applicato ai fanciulli la più vasta enunciazione dei diritti dell’uomo. Nella Dichiarazione universale dei diritti del fanciullo del 1959 si legge che «l’umanità deve dare al bambino il meglio di sé stessa». Lo afferma a chiare note anche la Convenzione del 1989 sui diritti del bambino, che all’art. 3 afferma: «In tutte le azioni riguardanti i bambini, se avviate da istituzioni di assistenza sociale, private o pubbliche, tribunali, autorità amministrative o corpi legislativi, i maggiori interessi del bambino devono costituire oggetto di primaria considerazione». Da una posizione periferica e subalterna il figlio ha acquistato nel pensiero della modernità una posizione centrale, tanto più nella famiglia.
C’è un passaggio nel Messaggio dei vescovi che è intimamente coerente con le parole di Giorgio La Pira, che giustamente aveva collocato i concepiti nella categoria dei bambini: «Pensiamo ai bambini “fabbricati” in laboratorio per soddisfare i desideri degli adulti: a loro viene negato di poter mai conoscere uno dei genitori biologici o la madre che li ha portati in grembo. Pensiamo ai bambini cui viene sottratto il fondamentale diritto di nascere, probabilmente perché non risultano perfetti in seguito a qualche esame prenatale».
Il linguaggio è fondamentale, le parole veicolano la verità o la menzogna; dunque parlare di bambini a proposito di quanti non sono ancora nati significa dargli voce e renderli visibili rispetto alla mentalità dello scarto che invece non vuole neanche parlarne perché ne ha “paura”: riconoscere ciascuno di loro come “uno di noi” disturba, infatti, quella falsa costruzione dei diritti fondata sull’utile o sull’autodeterminazione piuttosto che sull’uguale valore di ogni essere umano. Per questo è importante dire che sono bambini anche i non nati.
Nell’udienza generale del 25 novembre scorso, papa Leone XIV ha esortato tutti a testimoniare con le opere che «Dio è l’amante della vita», e ha aggiunto: «Non abbiate paura di accogliere e difendere ogni bambino concepito». Il 20 settembre 2013 papa Francesco aveva detto: «Ogni bambino non nato, ma condannato ingiustamente a essere abortito, ha il volto di Gesù Cristo, ha il volto del Signore». A Cuba, insieme al Patriarca ortodosso di Mosca Kirill, sottoscrisse un documento comune dove, al punto 21, si legge un’invocazione: «Chiediamo a tutti di rispettare il diritto inalienabile alla vita. Milioni di bambini sono privati della possibilità stessa di nascere al mondo. La voce del sangue di bambini non nati grida verso Dio». Rivolgendosi al Parlamento Europeo, a Strasburgo il 25 novembre 2014, qualificò poi l’aborto come una uccisione che manifesta la cultura dello “scarto”: «L’essere umano rischia di essere ridotto a semplice ingranaggio di un meccanismo che lo tratta alla stregua di un bene di consumo da utilizzare, cosicché – lo notiamo purtroppo spesso – quando la vita non è funzionale a tale meccanismo viene scartata senza troppe remore, come nel caso dei malati, dei malati terminali, degli anziani abbandonati e senza cura, o dei bambini uccisi prima di nascere». San Giovanni Paolo II chiude l’enciclica Evangelium vitae – che ha compiuto trent’anni nel 2025 ma resta sempre attualissima – con una preghiera a «Maria, aurora di un mondo nuovo, madre dei viventi» e le affida «la causa della vita» a partire dall’attenzione al «numero sconfinato di bambini cui viene impedito di nascere».
Sia chiaro: ogni forma di violenza e di abuso dell’uomo adulto sull’uomo bambino è sempre di una gravità inaudita, e giustamente è – e deve essere – forte l’indignazione. Tuttavia, mentre – giustamente! – nessuna legge veicola e organizza una società per realizzare comportamenti che tolgono la vita ai bambini nati, per i bambini non ancora nati, invece, il discorso è diverso, rovesciato: sopprimerli può addirittura essere considerato “doveroso”. Il presupposto è la negazione della piena umanità di chi non è ancora nato. Allora, dobbiamo dirlo con franchezza e amore: non “grumi di cellule”, ma bambini; non “pre-embrioni”, ma bambini; non “progetti di vita”, ma bambini; non uomini in potenza, ma uomini-bambini in atto… I più bambini dei bambini, possiamo dire. Posizione bigotta, oscurantista, reazionaria, conservatrice? Tutt’altro. La Chiesa quando ci sono di mezzo i più poveri dei poveri, i più emarginati, i più dimenticati, i più espulsi dalla società, è più avanti di tutti i cosiddetti “progressisti” perché è la punta di diamante del più nobile pensiero laico. Il Messaggio dei vescovi risuona forte anche per dare voce a questi bambini.
E allora, non si può ora cambiare la legge 194? Che si dica almeno che il non ancora nato è un bambino e che lo Stato dimostri con i suoi strumenti di volerlo proteggere sul serio. Che si favorisca almeno una preferenza per la nascita, che si aiutino le madri in difficoltà, i padri, le famiglie a non impedire la nascita dei loro bambini. Che si costruisca tutti insieme una difesa del diritto a nascere che passa attraverso la mente, il cuore e il coraggio delle donne abbracciate e non lasciate sole. Né “diritto di aborto”, né “diritto al figlio”: perché – ha detto benissimo papa Leone parlando al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede (9 gennaio 2026) – «l’impianto stesso dei diritti umani perde vigore, lasciando spazio alla forza e alla sopraffazione. Ciò avviene quando ciascun diritto diventa autoreferenziale e soprattutto quando perde la sua connessione con la realtà delle cose, la loro natura e la verità». Non si tratta di condannare, ma di «ribadire con forza che la tutela del diritto alla vita costituisce il fondamento imprescindibile di ogni altro diritto umano. Una società è sana e progredita solo quando tutela la sacralità della vita umana e si adopera attivamente per promuoverla».
Per questo la Giornata per la Vita è l’occasione «per coltivare il senso di un autentico primato dei diritti dei bambini sugli interessi e le ideologie degli adulti», come ci dicono i vescovi.