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Il malinteso di Giuda e la Passione come errore

Il malinteso di Giuda e la Passione come errore

Avvenire

Ci sono molti modi di raccontare la Passione di Cristo. Il più consueto segue la traiettoria che conduce dall’ultima cena alla croce, fino alla risurrezione. Più raro è scegliere l’angolatura di chi non capisce ciò che sta accadendo. È questa la strada percorsa da Giulio Base nel film Il Vangelo di Giuda, che entra nella storia evangelica assumendo il punto di vista del discepolo destinato a precipitare nell’equivoco. Base riduce al minimo il dialogo tradizionale e affida gran parte della narrazione a una voce che attraversa il film come un flusso interiore. Giuda, più che un personaggio visibile, diventa una coscienza che racconta, che dubita e interpreta i fatti. In questo contesto, l’austera colonna sonora, composta da Checco Pallone, assume il ruolo di tessuto invisibile che unisce le scene restituendo una dimensione quasi rituale. Base, attore, sceneggiatore e regista, ha attraversato negli anni territori molto diversi del cinema italiano, alternano commedia, cinema storico e lavori televisivi di ampio respiro. Direttore artistico del Torino Film Festival, nel suo percorso si riconosce una costante: l’interesse per personaggi attraversati da conflitti morali e per storie che mettono in tensione destino individuale e responsabilità. Il Vangelo di Giuda rappresenta forse il punto più radicale di questo itinerario. Presentato con grande attenzione al 78° Festival del Cinema di Locarno, è in uscita nelle sale italiane il 2 aprile. Il racconto restituisce anzitutto la concretezza della piccola comunità che circonda Gesù. Gli apostoli sono uomini esposti al dubbio, alla rivalità, alla paura. Le loro conversazioni sono spezzate, i gesti sono esitanti, le relazioni attraversate da tensioni sotterranee. Compongono una comunità fragile, che procede senza capire pienamente il senso degli eventi che si stanno preparando. Le loro presenze, immerse nella luce e nei paesaggi calabresi dove il film è stato girato, funzionano come icone narrative. Dentro questo scenario prende forma il Giuda immaginato da Base, costruito come una figura stratificata.
Il primo livello è quello dell’amministratore. Giuda è il custode della borsa comune, colui che gestisce il denaro e si occupa delle necessità pratiche del gruppo. È un tratto ricordato nei Vangeli ma raramente sviluppato sul piano narrativo. Qui diventa decisivo. Giuda procura le vesti, organizza i movimenti, fa entrare il cibo nella vita itinerante dei discepoli. La sua avidità non viene cancellata – in alcune scene usa i soldi comuni per piccoli piaceri personali – ma non è l’unico elemento che definisce il personaggio. È l’uomo che tenta di sostenere una missione spirituale con strumenti molto terrestri. Su questo primo strato se ne innesta un secondo, più inquieto: il Giuda interprete. Il suo rapporto con Gesù è fatto soprattutto di sguardi e di frasi enigmatiche. Le parole del Maestro arrivano come indizi che chiedono di essere decifrati. Giuda si convince di essere uno dei pochi in grado di comprenderne il significato nascosto. Una scena destinata a far discutere rende evidente questa tensione. Gesù scrive per terra davanti a lui: «Non morirò mai». Il gesto richiama l’episodio evangelico della donna adultera, ma qui assume un’altra funzione narrativa. Giuda legge in quelle parole la conferma che la Passione non sia altro che una fase provvisoria di un disegno più grande. È da qui che nasce l’equivoco. Quando durante l’ultima cena Gesù pronuncia l’imperativo «quello che devi fare fallo presto», Giuda lo interpreta come un ordine. Non un gesto di consegna definitiva, ma l’avvio di una strategia. Arriva a convincersi che il Maestro voglia essere arrestato per evitare uno scontro violento con le autorità e che la prigione rappresenti una soluzione temporanea. L’avidità resta presente, ma viene intrecciata a questo fraintendimento affettivo e teologico: Giuda agisce perché pensa di avere capito. La tragedia consiste nel fatto che questa interpretazione è completamente sbagliata. Quando la realtà irrompe – l’arresto nel Getsemani, il processo, la condanna – il personaggio entra nel terzo strato della sua costruzione: il Giuda tragico.
Il momento della restituzione delle monete diventa una scena di grande intensità visiva. Le trenta monete vengono scagliate e disperse mentre la consapevolezza della colpa si impone con una brutalità improvvisa. Giuda confessa: «Ti ho ucciso io». Ma quasi subito la confessione si rovescia in accusa. «Sei tu il traditore». È il meccanismo profondo della tragedia: chi non riesce a reggere il peso del proprio errore cerca un colpevole più grande. Il film dialoga implicitamente con molte rappresentazioni precedenti della figura di Giuda. L’ombra di Dante, naturalmente, è inevitabile. Nell’Inferno Giuda è il traditore assoluto, inchiodato per sempre nel ghiaccio dell’ultimo cerchio. Base compie un movimento opposto: restituisce al personaggio una soggettività tormentata. In questo senso il film entra in risonanza anche con alcune ipotesi letterarie moderne, come le celebri Tre versioni di Giuda di Jorge Luis Borges, dove il tradimento appare come un elemento necessario al compimento della storia della salvezza. Base non esplicita mai una simile tesi, ma la sua narrazione lascia intravedere la tensione tra colpa e destino. La costruzione del personaggio dialoga anche con altre tradizioni di rilettura del Vangelo, da Kazantzakis fino alle interpretazioni cinematografiche contemporanee, e in particolare quella di Scorsese ne L’ultima tentazione di Cristo. Uno dei momenti più intensi del film è la scena del bacio nel Getsemani. Non è un semplice segnale convenzionale per indicare ai soldati chi arrestare. Diventa un gesto di prossimità drammatica. Giuda si avvicina a Gesù, gli prende le mani, lo bacia, viene stretto dal Maestro. Il tradimento passa attraverso una forma di intimità che rende l’atto ancora più lacerante.
La regia insiste molto sulla forza simbolica dei gesti. Il lavarsi le mani di Pilato assume la forma di un atto teatrale di deresponsabilizzazione politica. Le monete che rimbalzano sul pavimento diventano il suono metallico della colpa. E soprattutto resta impressa l’immagine finale: il corpo di Giuda sospeso, mentre sullo sfondo la storia del mondo cambia direzione. Naturalmente un’operazione narrativa di questo tipo comporta un rischio. Lo spettatore potrebbe pensare che Giuda sia stato soltanto uno strumento inconsapevole, quasi una pedina necessaria nel compimento della Scrittura. Il film sfiora questa possibilità ma non la trasforma mai in una tesi definitiva. Attraverso il montaggio parallelo tra il Golgota e il cosiddetto Campo di sangue, Base suggerisce piuttosto che la percezione di essere stato ingannato appartenga allo sguardo disperato di un uomo che non riesce più a sostenere ciò che ha fatto. Il film non riscrive la Passione contro i Vangeli. Più che raccontarla, la interroga. Ma soprattutto la attraversa assumendo la prospettiva di chi cade. In questo senso Il Vangelo di Giuda è un’opera ambiziosa e inquieta. È forse questa l’intuizione più forte del film: il tradimento non nasce soltanto dall’odio o dalla cupidigia. Può nascere anche dall’illusione di avere capito tutto. Laddove Scorsese vedeva un patto tra Gesù e Giuda, Base vede un malinteso. In Scorsese il tradimento è un’obbedienza; in Base è un errore di traduzione. È un ribaltamento tragico: Giuda non tradisce per odio, ma per un eccesso di interpretazione, convinto di agire per il bene del Maestro in un gioco di cui non comprende le regole ultime. Soprattutto Giuda non è più una figura simbolica congelata nella colpa: è un uomo che si è sentito parte di un disegno più grande, e che alla fine scopre di non averne compreso il senso. Il film – scritto e diretto da Base – riunisce un cast internazionale che comprende, tra gli altri, Giancarlo Giannini, Rupert Everett e Abel Ferrara. Il progetto nasce dalla collaborazione tra Agnus Dei Production, Minerva Pictures e Rai Cinema, in coproduzione con Agresywna Banda.

Qui Gesù è morto e risorto: perché il Santo Sepolcro è così importante

La Pietra dell'unzione nel Santo Sepolcro. Su questa pietra si ritiene che sia stato adagiato il corpo di Gesù e preparato per la sepoltura

Non è una chiesa come le altre, ma uno dei luoghi più importanti per i cristiani di ogni confessione, l’edificio sotto il cui tetto secondo la tradizione avvennero i fatti più importanti da cui nasce la storia della Chiesa, di tutte le Chiese: la morte e la risurrezione di Gesù. È la chiesa del Santo Sepolcro, che sorge nel cuore della Città Vecchia di Gerusalemme. Qui si trovano il Calvario e la Tomba vuota, i due poli inseparabili, appunto, del mistero della morte e della risurrezione di Gesù, quel mistero che ogni anno viene celebrato durante la Settimana Santa, il tempo liturgico più importante per la Chiesa. Il Santo Sepolcro è un punto d’incontro tra storia e fede che richiama da sempre pellegrini da ogni parte del mondo, perché in queste pietre la Chiesa riconosce le radici stesse della propria missione. Per questo il divieto imposto ieri al cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini e al custode di Terra Santa Francesco Ielpo, ha un peso enorme non solo sul piano religioso ma anche su quello dei rapporti tra le grandi religioni che hanno nella Città Santa un punto di riferimento.

Scrigno di fede e storia per il mondo

Le testimonianze antiche collocano in quest’area la collina del Golgota, dove Cristo fu crocifisso, e il sepolcro acquistato da Giuseppe d’Arimatea, nel quale il corpo di Gesù fu deposto in fretta alla vigilia del Sabato. Fin dal IV secolo, quando Costantino decise la costruzione di una basilica per custodire questi luoghi santi, l’edificio è divenuto meta di pellegrinaggio ininterrotto, pur attraversando distruzioni, ricostruzioni e fasi di profondo rinnovamento. L’aspetto attuale mostra una stratificazione di stili e interventi che racconta non solo la resilienza del luogo, ma anche la continuità della fede dei cristiani lungo i secoli.
La presenza quotidiana di fedeli provenienti da ogni continente dona alla basilica un ritmo liturgico intenso. Le diverse confessioni cristiane portano qui la propria tradizione di preghiera, in un ambiente che richiede attenzione e rispetto reciproco. Celebrano nella stessa casa cattolici, greco‑ortodossi, armeni e rappresentanti di altre Chiese orientali, ciascuno con riti e spazi definiti, ma uniti dalla comune venerazione per il Sepolcro vuoto. Nonostante la complessità che nasce da questa pluralità, la vita del Santuario rimane un segno concreto di dialogo possibile, sostenuto dalla devozione condivisa e dal riferimento costante al mistero pasquale.

Il delicato ma prezioso equilibrio dello “status quo”

A rendere stabile questa convivenza contribuisce lo “status quo”, l’accordo che dal XVIII secolo regola con precisione la gestione del complesso. Nulla può essere modificato, neppure un dettaglio, senza il consenso di tutte le comunità coinvolte. I Frati Minori della Custodia di Terra Santa, presenti da otto secoli per conto della Chiesa cattolica, condividono la responsabilità della basilica con la Chiesa greco‑ortodossa e con la Chiesa apostolica armena. Anche le altre comunità presenti dispongono di aree e diritti specifici, in una struttura che, pur rigida, ha garantito lungo il tempo la continuità del culto e la preservazione del sito. Lo status quo rimane uno strumento decisivo per mantenere la pace in un luogo esposto a tensioni religiose e politiche, e nello stesso tempo rappresenta un esempio unico di gestione condivisa nel cuore di una città simbolo delle appartenenze religiose del mondo.
Il percorso dei pellegrini, all’interno della basilica, attraversa anche alcune delle ultime stazioni della Via Dolorosa: dalla crocifissione al luogo in cui il corpo di Cristo fu deposto, fino all’edicola che custodisce il sepolcro. Qui si concentra la preghiera di quanti cercano un contatto diretto con la memoria della Passione, un gesto semplice e antico che continua a parlare al cuore di chi arriva in questo santuario. Nonostante le incertezze e le fragilità del contesto in cui sorge, il Santo Sepolcro resta un segno di unità per i cristiani e una sorgente di speranza che attraversa le epoche. Ecco perché, soprattutto nel contesto attuale dove il conflitto armato pare essere l’unico mezzo per risolvere le questioni internazionali, custodire e valorizzare un luogo come il Santo Sepolcro ha un valore profetico dal significato universale.
Avvenire

10 100 1000 piazze per la pace

di: Anita Prati

pace

Dopo giorni di vento impetuoso, sabato è una giornata bellissima di cielo azzurro e di luce che il lago restituisce in chiarità cristallina. Sulla piazza davanti al porticciolo ci si affaccenda già dal mattino. Un tavolino, delle sedie, un cavalletto per appendere gli striscioni, e poi astucci con aghi e forbicine e spolette di cotone colorato.

Un mese o poco più è bastato per rispondere e dare forma all’iniziativa 10, 100, 1000 piazze di donne per la pace: tante, tantissime donne, hanno contribuito a realizzare il centinaio di mattonelle di stoffa – misura 75 cm per 75 – che, in questo sabato di fine marzo, a coronamento di un meraviglioso lavoro di creatività collettiva, vengono assemblate fra loro a formare un grande tappeto di pace.

In questo mese le donne si sono incontrate per ritagliare mattonelle di stoffa da vecchie lenzuola ormai inutilizzate e i pezzi di tela, affidati a mani sapienti e fantasiose, sono stati ricamati e dipinti. Qualche donna ha lavorato da sola, altre hanno coinvolto gruppi di knitting e associazioni di volontariato; maestre ed educatrici delle scuole materne e primarie hanno disegnato futuri di pace insieme ai loro bambini e alle loro bambine.

E poi sabato, eccoci lì, in piazza, tutte e tutti insieme, donne e uomini di compassione e passione che ancora, testardamente, in direzione ostinata e contraria, mentre nel mondo soffiano apparentemente inesorabili i venti di guerra, continuano a credere e testimoniare che la pace è, per tutti e per ciascuno, un bene doveroso e possibile.

Qualcuno qua e là nel mondo continua a raccontare la solita vecchia storia della guerra giusta, della guerra male necessario, della guerra bella, sola igiene del mondo. Qualcuno fa conto di un’apatia globalizzata, del silenzio, se non accondiscendente quanto meno indifferente, che permette e protegge, ad ogni latitudine, l’economia della guerra. Qualcuno è convinto che sia sufficiente continuare a garantirci lo shopping settimanale con connesso passeggio e aperitivo per impedirci di pensare.

Ma noi, sabato, eravamo lì, nelle nostre piazze, con i nostri corpi, le nostre mani e le nostre parole, a tessere altri racconti, a cucire altri futuri. Più di centocinquanta piazze in Italia hanno raccolto l’invito a realizzare una grande installazione tessile per dire no alla guerra. Il gesto del cucire sottende una metafora potente: mentre la guerra è lacerazione e distruzione di vite, di mondo, di futuro, il filo che cuce, rammenda e ricama si fa simbolo della vita che sostiene e ripara ciò che il male distrugge.

La forza simbolica del gesto del cucire è amplificata dal suo farsi gesto pubblico, e perciò politico: tenere insieme persone diverse, anche sconosciute fra loro, in una comune azione creativa e di cura; occupare spazi della collettività in modo nonviolento, ma evidente e visibile; lasciare tracce durature.

I tappeti di pace realizzati sabato 28 marzo in tante piazze d’Italia verranno portati a Roma il prossimo 20 giugno per la grande manifestazione nazionale Disarmare le città, per dire ancora e sempre no a tutte le guerre, perché la pace è quella cosa che si fa insieme, ciascuna e ciascuno a partire da sé.

Trovo bella la vita, e mi sento libera. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore, La vita è difficile, ma non è grave.  Dobbiamo cominciare a prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e «lavorare a sé stessi» non è proprio una forma d’individualismo malaticcio. Una pace futura potrà essere veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in sé stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. È l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto di eternità che ci portiamo dentro può essere espresso in una parola come in dieci volumi. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo proprio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra (Etty Hillesum, Diario 1941-1943, Adelphi, p. 127).

Settimana News

Anversa: viri probati e comunità missionarie

di: Johan Bonny
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Settimana News
Il vescovo di Anversa (Belgio), mons. Johan Bonny, ha firmato una lettera dal titolo Attuazione del processo sinodale nella diocesi di Anversa (19 marzo). In coerenza con le indicazioni sinodali e con la responsabilità propria del pastore affronta i temi che le assemblee sinodali della sua Chiesa hanno evidenziato: un servizio pastorale condiviso e paritario fra uomini e donne, l’apertura a tempi brevi per ordinazioni di uomini sposati (viri probati), la ricerca di un nuovo linguaggio ecclesiale, l’accoglienza dei «nuovi arrivati» e dei ricomincianti, la ridefinizione delle parrocchie e dei territori ecclesiali. Rigoroso e argomentato, il testo apre a decisioni coraggiose.

«E il Sinodo sulla sinodalità? Cosa possiamo aspettarci da esso? Come possiamo partecipare? Sono domande che mi vengono poste spesso. Dopotutto, questo Sinodo è diverso da tutti quelli precedenti. È un processo aperto, non una riunione a porte chiuse. Un esercizio fatto da e per tutti nella Chiesa, su misura per ogni comunità. Un esercizio che richiede tempo, senza però sprecare tempo. Un esercizio condiviso tanto nel processo decisionale quanto nell’assunzione delle decisioni. Come rinnovare la nostra diocesi trasformandola in una comunità sinodale e missionaria? È una sfida che siamo ansiosi di raccogliere, nella e per la nostra diocesi.

Un breve sguardo al passato. Cinque anni fa, il 9 ottobre 2021, papa Francesco ha avviato un processo sinodale per l’intera Chiesa cattolica. La prima fase del processo (2021-2023) è consistito in una consultazione mondiale del Popolo di Dio, dapprima in tutte le diocesi, poi in ogni Paese e, infine, in ogni Continente.

Anche nella nostra diocesi abbiamo tenuto diverse discussioni sinodali durante l’anno pastorale 2021-2022. Abbiamo raccolto le nostre riflessioni in una nota sintetica e l’abbiamo presentata alla Conferenza episcopale belga. A ciò ha fatto seguito un incontro sinodale a livello europeo a Praga. Successivamente, la Segreteria del Sinodo dei Vescovi a Roma ha raccolto le esperienze e le riflessioni più significative provenienti da tutti i continenti in un documento esaustivo intitolato «Allarga lo spazio della tua tenda».

La seconda fase del processo (2023 e 2024) ha previsto due sessioni del Sinodo dei Vescovi a Roma. Insieme ai rappresentanti di tutte le parti della Chiesa, i vescovi di tutto il mondo hanno discusso tutte le questioni e le proposte menzionate durante la prima fase del processo. Al termine della seconda sessione, il Sinodo dei Vescovi ha approvato un Documento Finale (DF) intitolato Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione. Papa Francesco ha fatto proprio questo documento finale, rendendolo parte del magistero della Chiesa e conferendogli forza vincolante.

La terza fase del processo sinodale (2025-2028), la fase di attuazione, è ora in corso. Per questa terza fase, la Segreteria del Sinodo ha pubblicato un manuale intitolato Tracce per la fase di attuazione del Sinodo (Pathways for the implementation phase of the Synod; d’ora innanzi PW).

Lo scopo principale di questa fase è che tutte le diocesi sviluppino nuovi metodi di lavoro e nuove strutture per imprimere alle loro comunità un nuovo slancio sinodale-missionario. «La fase di attuazione mira quindi ad avere un impatto tangibile sulla vita della Chiesa e sul funzionamento delle sue strutture e istituzioni. Se dovesse limitarsi alla formulazione di ipotesi astratte, non raggiungerebbe il suo scopo e, soprattutto, dissiperebbe l’entusiasmo e l’energia che il processo sinodale ha generato finora» (PW 1). Un linguaggio chiaro, a mio avviso.

Il 28 gennaio 2026 tutti i vescovi hanno ricevuto da Roma un sollecito cordiale ma urgente, firmato da quattro cardinali, affinché nominassero un gruppo sinodale ed elaborassero un piano diocesano per la fase di attuazione. Si tratta di un’opportunità e di un dovere che intendo prendere sul serio, insieme al nostro gruppo diocesano.

Il sinodo deve concludersi là dove è iniziato: in ogni diocesi o Chiesa locale. Lì, i responsabili ecclesiali e i fedeli devono unire le forze. Sono loro, infatti, a trovarsi nella posizione migliore per ascoltare, comprendere e rispondere alle specificità della loro situazione concreta. Il vescovo diocesano è quindi il principale responsabile dell’attuazione di questa terza fase.

Le Tracce citano il Documento Finale: «Il primo responsabile della fase attuativa in ogni Chiesa locale è il Vescovo diocesano (…): compete a lui aprirla, indicarne ufficialmente i tempi, i metodi e gli obiettivi, accompagnarne lo svolgimento e concluderla, validandone i risultati. Sarà un’occasione opportuna per praticare un esercizio dell’autorità in stile sinodale, sulla scia di quanto afferma il DF: “Chi è ordinato Vescovo non viene caricato di prerogative e compiti che deve svolgere da solo. Piuttosto riceve la grazia e il compito di riconoscere, discernere e comporre in unità i doni che lo Spirito effonde sui singoli e sulle comunità, operando all’interno del legame sacramentale con i Presbiteri e i Diaconi, con lui corresponsabili del servizio ministeriale nella Chiesa locale” (DF, n. 69)» (PW 2.1).

Il percorso che va dall’ascolto e dallo scambio di idee, passando per la riflessione e la decisione, fino all’attuazione o all’implementazione, non è facile. Non esistono soluzioni in grado di soddisfare le disposizioni o le aspettative di tutti. Ogni scelta comporta dei rischi. Le tensioni sono inevitabili.

Su questo punto, le Tracce si dimostrano straordinariamente realistiche e concrete: «L’attuazione del DF richiede di affrontare e discernere queste tensioni così come si presentano nelle circostanze in cui vive ogni Chiesa locale. La strada non è cercare un impossibile assetto che elimini la tensione a vantaggio di uno dei poli. Piuttosto, nel qui e ora di ciascuna Chiesa locale, occorrerà discernere quale tra i possibili equilibri consente un più dinamico servizio della missione. Verosimilmente in luoghi diversi si arriverà a decisioni diverse. Per questo, in numerosi ambiti il DF apre alcuni spazi di sperimentazione locale, ad esempio in materia di ministeri (cf. DF, nn. 66, 76 e 78), processi decisionali (cf. DF, n. 94), rendiconto e valutazione (cf. DF, n. 101), organismi di partecipazione (cf. DF, n. 104). Le singole Chiese sono invitate ad avvalersene» (PW 3.1). Non dobbiamo sottovalutare l’urgenza di questa sfida.

Leggo questa urgenza anche nel Documento Finale del Sinodo: «Una corretta e risoluta attuazione sinodale dei processi decisionali contribuirà al progresso del Popolo di Dio in una prospettiva partecipativa, in particolare attraverso le mediazioni istituzionali previste dal diritto canonico, in primo luogo gli organismi di partecipazione. Senza cambiamenti concreti a breve termine, la visione di una Chiesa sinodale non sarà credibile e questo allontanerà quei membri del Popolo di Dio che dal cammino sinodale hanno tratto forza e speranza. Spetta alle Chiese locali trovare modalità appropriate per dare attuazione a questi cambiamenti» (DF 94).

L’iniziativa è ora nelle mani dei vescovi e delle Chiese locali. È il loro turno di agire. Dovrebbero evitare che le persone percepiscano il processo sinodale come superfluo o come una ripetizione infinita di «ipotesi astratte» senza risultati. Tale rischio non è infatti improbabile. Ciò che va fatto non può più essere rinviato sine die.

Il DF esorta ad attuare i processi decisionali in modo «corretto e risoluto» e chiede «cambiamenti concreti a breve termine». I vescovi e le Chiese locali sono responsabili di tale attuazione. Non devono continuare a guardarsi intorno e a rimandare. In breve: un invito, di rara udienza, al coraggio e alla risolutezza a livello locale. Vorrei rispondere a questo invito sinodale insieme alla nostra diocesi, per il futuro prossimo e lontano.

Come possiamo mettere in pratica meglio la sinodalità? Perché sì, abbiamo ancora molto da imparare in questo campo.

Nella nostra diocesi non mancano certo i consigli e le commissioni, anzi, è proprio il contrario. Da molti anni ormai disponiamo di un consiglio episcopale ordinario, di un consiglio episcopale allargato, di un consiglio presbiteriale, di una commissione per il diaconato permanente, di una commissione per gli operatori pastorali, di un consiglio pastorale diocesano, di un gruppo di lavoro per il Vicariato di Anversa e di un altro per il Vicariato di Kempen, oltre a numerosi altri organismi partecipativi.

Tuttavia, a causa di un numero di collaboratori notevolmente ridotto, molti devono far parte contemporaneamente di diversi organi consultivi. Inoltre, questi organi deliberano spesso sulle stesse questioni o sfide. Le loro conclusioni mancano facilmente di coerenza o di fattibilità. Oggi, nessuno con un’agenda fitta di impegni chiede ulteriori riunioni, discussioni e consultazioni, spesso a scapito di spostamenti che richiedono molto tempo. Al contrario, molti collaboratori preferirebbero svolgere un lavoro pastorale più utile piuttosto che riunirsi ancora. Oppure preferirebbero leggere un buon libro piuttosto che dover partecipare all’ennesima riunione.

Li capisco perfettamente. La nostra cultura della consultazione ha raggiunto un certo punto di saturazione. Io stesso conosco bene quella sensazione. In qualità di vescovo, dedico proporzionalmente troppe ore agli organi consultivi. Allo stesso tempo, è necessario avere il coraggio di affrontare l’urgenza di decisioni coraggiose. Si avverte la sensazione che non si possa più sprecare tempo. Cosa potrebbe significare questo per la nostra diocesi?

Innanzitutto, vorrei sollevare la questione se i nostri attuali consigli e commissioni potrebbero funzionare o collaborare in modo diverso, con meno perdite di tempo e con risultati migliori.

Durante le ultime due riunioni del Sinodo dei Vescovi a Roma, tutti i partecipanti si sono seduti attorno a tavoli rotondi: fedeli ordinati e non ordinati, uomini e donne, vescovi e laici, anziani e giovani, in rappresentanza di tutti e cinque i continenti. Anche il papa stesso si è seduto a uno di questi tavoli rotondi. Questo modello può ispirarci? Penso di sì, sebbene con un avvertimento. Infatti, non dobbiamo mettere il carro davanti ai buoi.

Dobbiamo anzitutto comprendere che cosa vogliamo significare per le persone e insieme a loro; solo dopo potremo decidere come realizzare questo obiettivo. «Significato per la sopravvivenza», si dice in psicologia. Solo chi sa «perché» fa o dice qualcosa può compiere passi significativi in avanti, superare momenti difficili o resistere alle opposizioni. Molti dei nostri consigli e comitati diocesani si stanno preparando per nuove elezioni nel corso del 2026, in vista della loro nuova composizione. Nei prossimi mesi, valuteremo innanzitutto un nuovo modello di consultazione e solo in seguito organizzeremo nuove elezioni.

Un approccio così rinnovato risponderebbe a quanto espresso nel Documento Finale: «Nella Chiesa sinodale “tutta la comunità, nella libera e ricca diversità dei suoi membri, è convocata per pregare, ascoltare, analizzare, dialogare, discernere e consigliare nel prendere le decisioni” (CTI, n. 68) per la missione. Favorire la più ampia partecipazione possibile di tutto il Popolo di Dio ai processi decisionali è la via più efficace per promuovere una Chiesa sinodale. Se è vero, infatti, che la sinodalità definisce il modo di vivere e operare che qualifica la Chiesa, essa indica al tempo stesso una pratica essenziale nel compimento della sua missione: discernere, raggiungere il consenso, decidere attraverso l’esercizio delle diverse strutture e istituzioni di sinodalità» (DF 87).

Il Documento Finale affronta numerose questioni importanti che si prestano ad esercizi sinodali a livello diocesano, quali la riorganizzazione degli organismi consultivi esistenti (DF 11), o degli organismi di partecipazione (DF 103-107), l’ampliamento della responsabilità condivisa di tutti i battezzati nel popolo di Dio (DF 36, 90), una «conversione relazionale» per rafforzare relazioni autentiche e significative nella comunità ecclesiale (DF 50), la riduzione delle disuguaglianze tra uomini e donne nella Chiesa (DF 54), la creazione di nuovi ministeri ecclesiali (DF 66, 75, 76), la promozione di una maggiore trasparenza, responsabilità e valutazione nella vita della Chiesa (DF 95-102), l’ulteriore sviluppo della Chiesa come «casa» accogliente o «scuola di comunione per tutti i figli e le figlie di Dio» (DF 115), la nuova definizione di parrocchia (DF 117), la formazione di «discepoli missionari» (DF 142.144) o l’ulteriore sviluppo dei «processi di safeguarding» (DF 150). Si tratta di temi importanti per il futuro della Chiesa, temi che meritano davvero un solido esercizio di sinodalità.

Tuttavia, questo esercizio sinodale non significa che siamo ancora al punto di partenza. Anzi, è proprio il contrario. Negli ultimi decenni molte questioni strategiche sono state studiate in dettaglio, discusse e persino attuate. All’interno della nostra comunità ecclesiale esiste un ampio e chiaro consenso su numerosi argomenti.

Nella prima fase del processo sinodale (2021-2022), la nostra diocesi ha organizzato una serie di incontri sinodali. Da queste discussioni abbiamo selezionato i tre temi più ricorrenti e li abbiamo sottoposti alla Conferenza episcopale come nostro contributo al processo sinodale globale. In qualità di vescovo, non posso fingere che questi tre temi non continuino a richiedere la nostra attenzione prioritaria. Non posso metterli da parte a favore di temi provenienti da altri Paesi o Continenti.

La credibilità della Chiesa nella nostra regione è strettamente legata al modo in cui intendiamo affrontare le preoccupazioni della nostra gente. Naturalmente, tutti sanno che non siamo soli in questo e che non tutto può essere fatto in una volta sola. Ogni progetto richiede un piano di sviluppo progressivo. La gente capirà che non possiamo fare adesso il passo finale.

Ciò che non capirà, invece, è se non saremmo disposti o se avremmo paura di compiere il passo successivo. Troppe questioni sono rimaste irrisolte per troppo tempo. Inoltre, un vescovo non può stare ad aspettare e vedere dove soffia il vento ecclesiale. Deve assumersi la responsabilità, qui e ora, senza facili scuse.

In breve, non ritengo che i tre temi della nostra consultazione diocesana (2021-2021) siano superati o messi da parte dal processo sinodale globale. Sono ancora in cima alla nostra agenda.

La questione delle pari opportunità tra uomini e donne nella Chiesa non è un fenomeno esclusivo dell’Occidente o dell’Europa occidentale. Al contrario, lo stesso processo sinodale ha dimostrato come tale questione sia all’ordine del giorno in tutto il mondo. Ovunque nel mondo, le donne chiedono una partecipazione piena e paritaria alla vita della Chiesa. Cosa può significare questo per la nostra diocesi?

In primo luogo, continueremo a porre l’accento sulla partecipazione delle donne a tutti i compiti pastorali e amministrativi, a tutti i livelli della vita ecclesiale. La nostra diocesi ha già maturato numerose esperienze positive in tal senso. Le donne assumono responsabilità nelle parrocchie e nelle unità pastorali, nel settore educativo, nel lavoro, in numerosi organi decisionali e persino nel Consiglio episcopale. Continueremo con determinazione su questa strada, in consultazione sinodale con tutte le parti coinvolte.

Rimane una questione difficile: quella di rendere accessibile alle donne il sacramento dell’ordinazione, a partire dall’ordinazione al diaconato. È doloroso constatare che una commissione speciale, istituita da papa Francesco, abbia nuovamente espresso un parere negativo in merito alla fine del 2025 (cf. qui su SettimanaNews – ndr).

La gente non comprende questa situazione di stallo o di blocco. Vedo due ragioni principali per la loro incomprensione.

Da un lato, perché gli argomenti utilizzati sono teologicamente deboli e antropologicamente superati. Hanno perso il loro potere persuasivo. Appaiono contrari a ciò che lo Spirito sta dicendo alle Chiese oggi. A mio avviso, questa ricezione negativa è irreversibile.

Dall’altro, perché non viene offerta alcuna alternativa adeguata, mentre tutti conoscono e riconoscono i compiti importanti che le donne svolgono, sia nella vita liturgica e sacramentale sia nella responsabilità amministrativa della Chiesa. L’alternativa all’ordinazione non può essere semplicemente la «non ordinazione».

Il fatto che il sacramento dell’ordinazione sia tradizionalmente costituito da tre gradi (diacono, sacerdote, vescovo) indica che fin dai tempi più antichi è stato suscettibile di articolazioni multiple e connessioni flessibili. A differenza degli altri sacramenti, nel ministero ordinato c’è spazio per la diversità. Affermare che non vi sia alcun posto per le donne nella matrice di questo complesso sacramento sembra un giudizio prematuro. Se è vero che le donne non hanno diritto al ministero ordinato, proprio come gli uomini, il ministero ordinato ha diritto alle donne. In che modo dovremmo procedere?

Quale potrebbe essere un passo intermedio provvisorio, pur rimanendo al di fuori del sacramento dell’ordine? Per la nostra diocesi, intraprenderò ulteriori iniziative volte a sviluppare un ministero ecclesiale accessibile in egual misura a uomini e donne, che garantisca loro una partecipazione paritaria sia al servizio pastorale sia a quello amministrativo nella Chiesa. Dal punto di vista terminologico, è più appropriato parlare del ministero di «pastore» (pastor), come è consuetudine nella lingua olandese.

Il Documento Finale prevede la possibilità che i vescovi possano lavorare su nuovi «ministeri formalmente istituiti»: «[questi] ministeri istituiti vengono conferiti dal Vescovo, una volta nella vita, con un rito specifico, dopo un appropriato discernimento e un’adeguata formazione dei candidati. Non si tratta di un semplice mandato o di un’assegnazione di compiti; il conferimento del ministero è un sacramentale che plasma la persona e definisce il suo modo di partecipare alla vita e alla missione della Chiesa» (DF 75).

Il termine «sacramentale» è importante: non un sacramento, ma un segno efficace strettamente correlato a un sacramento (cf. la benedizione abbaziale di un abate o di una badessa). Ciò comporta un atto liturgico o una celebrazione appropriati, con un proprio rituale o simbolismo. Attraverso questa celebrazione, il vescovo rende qualcuno partecipe della triplice o integrale missione della Chiesa: la missione di insegnare, basata sul ruolo di Cristo come profeta; la missione di santificare, basata sul ruolo di Cristo come sacerdote; e la missione di guidare o governare, basata sul ruolo di Cristo come re.

Non tutti gli operatori pastorali hanno bisogno o chiedono un tale rito liturgico. I laici, uomini e donne, possono partecipare pienamente alla missione della Chiesa in virtù del loro battesimo e della loro cresima, senza cerimonie aggiuntive. Tuttavia, per alcuni, tale atto liturgico è importante quale riconoscimento sia della loro vocazione personale sia del loro ministero pastorale.

Sebbene non si tratti di un sacramento, un «sacramentale» del ministero pastorale (a «sacramental» of pastor) potrebbe contribuire in modo significativo a soddisfare l’esigenza di una partecipazione più paritaria di uomini e donne al ministero della Chiesa, oltre che onorare la vocazione che le donne riconoscono in sé stesse.

Ciò non significa che l’ordinazione delle donne venga così messa da parte, al contrario. Tale questione rimarrà una «spina nella carne» per la Chiesa (cf. 2Cor 12,7-10). Nel frattempo, intendo compiere passi significativi.

A tal proposito, intendo procedere. Considero il nostro ministero di «pastore» come un trampolino di lancio per ulteriori sviluppi sia nella teologia sia nella pratica ministeriale. Ci impegneremo in tal senso a breve termine.

Inoltre, sono necessari cambiamenti urgenti nel diritto canonico. Dopotutto, non può continuare una situazione in cui praticamente l’intera organizzazione pastorale di una diocesi si basi su una clausola di eccezione del Codice di Diritto Canonico (can. 517 § 2). Questa clausola di eccezione, che consente di nominare laici come responsabili pastorali in caso di carenza di sacerdoti, sotto la guida di un sacerdote che detiene il potere e l’autorità di un pastore canonico, è diventata quasi la norma nella nostra regione.

Comunque, questo sacerdote-pastore difficilmente può fornire l’assistenza pastorale richiesta dal Codice di Diritto Canonico. Il suo territorio pastorale è diventato troppo vasto per consentirglielo. Inoltre, questa responsabilità lo riduce a un amministratore o a un supervisore lontano, il che non è in linea con la nostra teologia e spiritualità del sacerdozio, basata sulla vicinanza pastorale. Si tratta di una condizione che non rende più felici i nostri preti e non favorisce le vocazioni pastorali. Anche su questo tema regna un silenzio insidioso, per mancanza di alternative migliori.

In ogni discussione sinodale tra i fedeli emerge la questione dell’ordinazione presbiterale degli uomini sposati insieme a quelli celibi. Su questa questione il consenso è pressoché unanime in tutte le componenti del popolo di Dio, soprattutto tra i più fedeli e devoti.

Tale consenso, tra l’altro, non è una novità; esiste ormai da molti anni. La questione non è più se la Chiesa possa ordinare sacerdoti uomini sposati, ma quando lo farà e chi lo farà. Qualsiasi ritardo suona come una scusa.

Diversi sviluppi recenti hanno ulteriormente rafforzato questo consenso. Ne citerò tre.

In primo luogo, in molte diocesi si registra una carenza storica di sacerdoti locali. Il numero di uomini non sposati che desiderano diventare preti è sceso a livelli appena superiori allo zero.

Fortunatamente, la maggior parte delle diocesi può ricorrere a sacerdoti stranieri per colmare in parte questa lacuna. La nostra diocesi è molto grata al folto gruppo di sacerdoti stranieri che sta colmando questa carenza. Essi arricchiscono inoltre la nostra vita ecclesiale con una sana dose di universalità e di cattolicità. Tuttavia, essi non possono soddisfare tutte le nostre esigenze. Sono venuti per aiutarci, non per sostituirci. Inoltre, non sarebbe giusto far ricadere sulle loro spalle il peso delle nostre carenze. Anche loro desiderano ardentemente vedere più confratelli locali, persino confratelli sposati, lavorare al loro fianco.

Inoltre, quasi tutte le diocesi contano oggi su un certo numero di preti cattolici sposati, con grande gioia e apprezzamento da parte di tutti. Alcuni di questi, come nella nostra diocesi, appartengono a una Chiesa cattolica orientale (provenienti, tra l’altro, dalla Romania, dall’Ucraina, dalla Bielorussia o dal Medio Oriente). Sono sposati e padri di (giovani) famiglie. Alcuni sono stati formati nel nostro seminario interdiocesano a Lovanio, insieme agli altri seminaristi. Celebrano i sacramenti sia secondo il loro rito sia secondo il nostro. A poco a poco, la maggior parte dei sacerdoti cattolici orientali sposati in tutto il mondo vive in Occidente, non in Oriente.

Altri sacerdoti sposati sono convertiti; erano vescovi, sacerdoti o ministri in altre tradizioni cristiane, si sono convertiti al cattolicesimo e hanno potuto ricevere l’ordinazione sacerdotale cattolica come convertiti sposati. Nessuno è più in grado di spiegare perché l’ordinazione di uomini sposati sia possibile per i seminaristi cattolici orientali, o per i convertiti al cattolicesimo, ma non per le vocazioni cattoliche autoctone.

Infine, vi è una serie di esperienze legate alla salute psicosociale dei preti e alla trasparenza del loro stile di vita. I cristiani amano i loro preti, ma spesso tacciono sul loro stile di vita, sia per rispetto verso la loro ordinazione sia per altri motivi.

La questione degli abusi sessuali continua a gravare pesantemente. Le sottoculture e gli stili di vita clericali hanno fatto il loro tempo. Dietro quelle mura si nascondeva molto più di quanto fosse permesso vedere o sentire. Lungo il percorso, molti sacerdoti o candidati al sacerdozio di grande valore hanno abbandonato il cammino. Di conseguenza, la fiducia nella Chiesa e nei suoi ministri si è gravemente ridotta.

Come ricostruire tale fiducia? Solo attraverso l’autenticità, la riconoscibilità e la trasparenza, stando vicini alle persone e alla loro vita quotidiana. La gente desidera sacerdoti che, come «pescatori di uomini», o «buoni pastori», sposati o meno, vivano in mezzo al loro villaggio o quartiere, servano con e per la gente e siano pronti ad andare in periferia come missionari. Le «nuove relazioni» di cui la Chiesa ha urgente bisogno e che sono menzionate nel Documento Finale (cf. DF 50-52) si inseriscono perfettamente in questo contesto.

È illusorio pensare che un serio processo sinodale-missionario in Occidente abbia ancora una possibilità senza procedere anche all’ordinazione presbiterale di uomini sposati. Il Documento Finale del Sinodo ritiene che sia compito del vescovo sostenere e riunire tutti i doni dello Spirito (cf. DF 69-71).

Inoltre, sottolinea la necessità di un «discernimento ecclesiale» ampiamente condiviso quando si tratta della missione della Chiesa: «È il discernimento che possiamo qualificare come “ecclesiale” in quanto esercitato dal Popolo di Dio in vista della missione. Lo Spirito, che il Padre ha mandato nel nome di Gesù e che insegna ogni cosa (cf. Gv 14,26), guida in ogni tempo i credenti “a tutta la verità” (Gv 16,13). Per la Sua presenza e la Sua azione continua, la “Tradizione, che viene dagli Apostoli, progredisce nella Chiesa” (DV 8). Invocando la Sua luce, il Popolo di Dio, partecipe della funzione profetica di Cristo (cf. LG 12), “cerca di discernere negli avvenimenti, nelle richieste e nelle aspirazioni, cui prende parte insieme con gli altri uomini del nostro tempo, quali siano i veri segni della presenza o del disegno di Dio” (GS 11). Tale discernimento si avvale di tutti i doni di saggezza che il Signore distribuisce nella Chiesa e si radica nel sensus fidei comunicato dallo Spirito a tutti i Battezzati. In questo spirito si deve ricomprendere e riorientare la vita della Chiesa sinodale missionaria» (DF 81).

Sarebbe una benedizione per la Chiesa se potessimo applicare questo «discernimento ecclesiale» anche al tipo di sacerdote di cui una comunità ha bisogno, o a chi la comunità considererebbe un candidato idoneo al sacerdozio. Il fatto che quasi nessun candidato locale si presenti per l’ordinazione mi sembra indubbiamente legato all’assenza di discernimento sinodale nella pastorale vocazionale tradizionale. Quando visito parrocchie o unità pastorali, incontro regolarmente persone che la comunità considererebbe un buon sacerdote. Proprio come io stesso conosco diversi collaboratori che sarebbero adatti come candidati all’ordinazione.

Per questi motivi, farò tutto il possibile affinché, entro il 2028, uomini sposati possano essere ordinati presbiteri nella nostra diocesi. Mi rivolgerò a loro personalmente e mi assicurerò che, entro tale data, abbiano acquisito la necessaria formazione teologica e l’esperienza pastorale, paragonabili a quelle degli altri candidati al sacerdozio. Questa preparazione sarà trasparente ma discreta, lontana dai riflettori dei media.

I prossimi due anni serviranno anche a garantire la necessaria comunicazione e gli accordi, sia con la Conferenza episcopale belga che con il Vaticano, poiché possiamo imparare dalle reciproche esperienze e intuizioni. Per molti vescovi, l’ordinazione di uomini sposati è diventata una questione di coscienza. Anche a quel livello, la trasparenza, la responsabilità e la valutazione sono importanti per la credibilità della Chiesa (cf. DF 95-102).

Il linguaggio della buona novella

Nei nostri incontri sinodali diocesani (2021-2022), il terzo tema più importante, accanto all’uguaglianza tra uomini e donne e all’ampliamento dei ministeri ecclesiali, è stato il linguaggio della Chiesa.

Certamente, il linguaggio della nostra liturgia e della nostra predicazione attinge dalla Bibbia e dalla tradizione cristiana. Come la medicina, lo sport, Internet o la politica, anche la Chiesa utilizza un proprio vocabolario. Inoltre, la Chiesa dovrebbe garantire che certe parole non scompaiano dal nostro vocabolario, parole come grazia, misericordia, incarnazione, perdono, redenzione, sacrificio, risurrezione, fedeltà, croce, gioia o compimento.

Sebbene non usiamo queste parole ogni giorno, esse danno significato agli eventi più importanti della nostra vita. Tali parole sono al tempo stesso forti e fragili. Possono morire per mancanza di ossigeno, proprio come gli alberi possono morire a causa delle piogge acide o i pesci possono morire in acque tossiche.

In breve: esiste un linguaggio al quale la Chiesa è vincolata, per fedeltà a Gesù Cristo, il cui messaggio essa proclama. Essa nasce da questo linguaggio ed esiste per diffonderlo ulteriormente. Tuttavia, questa missione solleva una serie di domande e sfide, come è emerso dai nostri incontri sinodali.

Innanzitutto, vi è un crescente bisogno di un’iniziazione per comprendere e utilizzare il «linguaggio del Vangelo» o il «linguaggio del cristianesimo». Dopotutto, molte espressioni cristiane non suscitano quasi più alcuna risonanza. Suscitano poche emozioni e non stimolano nuove intuizioni. Il linguaggio del cristianesimo non è più una lingua madre, acquisita con il latte materno. Non è una prima lingua, ma una seconda o terza lingua. È una lingua da imparare attraverso la pratica e la ripetizione, attraverso la lettura e il dialogo. I nuovi arrivati alla fede cristiana, in particolare, hanno bisogno di tale formazione o guida. Dove possono trovarla? E soprattutto: chi può o vuole aiutarli in questo? «Cercasi narratori», «Cercasi traduttori», «Cercasi mamme lettrici»: questi sono cartelli da appendere sopra la porta di ogni chiesa!

Per quanto i termini tecnici o le espressioni convenzionali possano essere necessari, non possono riempire tutte le nostre conversazioni. Immaginate se le persone parlassero solo usando espressioni mediche, giuridiche o tecniche! Verrebbero presto considerate dei nerd. E, soprattutto, non avrebbero nulla da dire su molti (la maggior parte) degli aspetti della vita.

Lo stesso vale per il linguaggio del Vangelo o per il linguaggio del cristianesimo. Non è destinato a conversazioni convenzionali o formali. È pensato per tradurre e raccontare storie quotidiane, attraverso poesia e immagini, parabole e simboli, con parole del passato e del presente, con canti e inni. L’unica Parola genera costantemente molte parole. La maggior parte dei fedeli oggi si trova alle prese con la stessa domanda: come posso parlare della fede cristiana con i miei figli e nipoti, con i miei vicini o colleghi, con coloro che si preparano alla cresima o al matrimonio, con coloro che sono malati o che affrontano la morte?

Inoltre, «la parola» o «il messaggio» viene oggi diffuso o recepito attraverso molti nuovi media o canali. I tempi in cui le persone dovevano riunirsi fisicamente per ascoltarsi o vedersi sono ormai tramontati per sempre. I moderni mezzi di comunicazione stanno prendendo piede, soprattutto nel mondo digitale. Per le generazioni più anziane – tra le quali mi annovero anch’io – è difficile stare al passo con questa evoluzione. Le generazioni più giovani si guardano e si ascoltano quotidianamente, si scambiano messaggi, trovano interlocutori o stringono amicizie attraverso questi nuovi media. Stanno persino sviluppando un nuovo linguaggio e un nuovo vocabolario a tal fine. Senza una password, non è possibile accedervi.

Quali opportunità offre quel nuovo continente alla «lingua del Vangelo»? Molti cristiani ne hanno fatto esperienza con questi nuovi mezzi di comunicazione. Si trovano perfettamente a loro agio in essi. Si scambiano riflessioni ed esperienze tra loro, spesso in un contesto internazionale. Sta emergendo un nuovo tipo di rete sinodale-missionaria, persino un nuovo tipo di comunità cristiana, attraverso la quale la Buona Novella può espandersi e raggiungere nuovi contesti.

I cristiani non possono esprimere la loro «parola» senza tenere conto delle loro «opere». «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14): è così che l’evangelista Giovanni introduce il suo Vangelo. Le opere dicono davvero più delle parole. Parlano anche senza parole, semplicemente perché le persone le mettono in pratica e le sostengono. Forse l’annuncio del Vangelo oggi richiede più «operatori silenziosi» che «oratori chiassosi».

Il significato dei gesti simbolici va oltre ciò che le parole possono esprimere. Dove possono i cristiani fare una differenza significativa, e per chi possono farla, con o senza parole? «L’hanno semplicemente fatto» è molto più forte di «l’hanno detto con forza». Mi colpisce quanti telefilm, romanzi o film vadano alla ricerca di testimoni significativi. Gli esempi sono innumerevoli.

Chi conosce il Vangelo ne riconosce la statura in molte figure o personaggi emblematici. Questo riconoscimento è una forma di evangelizzazione. Avvicina il Vangelo alla vita umana, conferendogli una sostanza tangibile e realizzabile. Implicita forse, ma non per questo meno chiara. Esprimere il linguaggio del Vangelo inizia e finisce con la traduzione delle parole in azioni.

Nei prossimi anni, dedicheremo un’adeguata attenzione sinodale a questo legame tra le nostre parole e le nostre azioni.

«Sinodale» e «missionaria»: il Documento Finale associa più volte questi due termini. Ad esempio, nella frase: «In una Chiesa sinodale missionaria, sotto la guida dei loro Pastori, le comunità saranno capaci di inviare e sostenere coloro che hanno inviato. Si concepiranno quindi principalmente a servizio della missione che i Fedeli portano avanti all’interno della società, nella vita familiare e lavorativa, senza concentrarsi esclusivamente sulle attività che si svolgono al loro interno e sulle loro necessità organizzative» (DF 59). Oppure nella frase che abbiamo citato sopra: «Tale discernimento si avvale di tutti i doni di saggezza che il Signore distribuisce nella Chiesa e si radica nel sensus fidei comunicato dallo Spirito a tutti i battezzati. In questo spirito si deve ricomprendere e riorientare la vita della Chiesa sinodale missionaria» (DF 81). Gli esercizi sinodali non hanno lo scopo di confermare lo status quo. Essi sono al servizio della vocazione missionaria della Chiesa e della generazione di nuovi cristiani.

Nuovi cristiani? Ce ne sono? Sì, più di quanto potremmo pensare. Ogni anno migliaia di genitori fanno battezzare i propri figli. Inoltre, il numero dei candidati al battesimo e alla cresima tra i giovani adulti e gli adulti è in costante aumento. Questi candidati provengono da contesti diversi, con storie di vita piuttosto variegate. Di solito non provengono da istituzioni o da movimenti cristiani tradizionali. Hanno scoperto o riscoperto il cristianesimo su Internet, nelle conversazioni con amici o colleghi, oppure attraverso circostanze casuali. Inoltre, molti fedeli cattolici di origine straniera continuano a unirsi alle nostre comunità.

Tutti questi «nuovi arrivati» (newcomers) sono un dono per la nostra Chiesa locale. E ci mettono alla prova. Come li accogliamo, li iniziamo e li accompagniamo? In quale comunità possono trovare una nuova casa o stringere nuove amicizie? Cosa possiamo imparare da loro?

Durante la loro consultazione annuale di tre giorni, tenutasi dal 12 al 14 gennaio 2026 ad Averbode, i vescovi belgi hanno deciso di avviare un percorso sinodale-missionario a livello nazionale incentrato sulla molteplicità di tali «nuovi arrivati». Questa esperienza interdiocesana avrà inizio nei prossimi mesi. Si terranno delle «tavole rotonde» per ascoltarsi e imparare gli uni dagli altri, al fine di discernere insieme quale percorso questi «nuovi arrivati» possano intraprendere con noi, e noi con loro.

E che dire delle nostre parrocchie e delle comunità locali così come le conosciamo oggi? Ogni visita parrocchiale mi lascia con sentimenti contrastanti.

Da un lato, nutro sincera gratitudine nei confronti dei fedeli che continuano a riunirsi e a lavorare insieme, con coraggio e fedeltà, nonostante l’età avanzata, spesso a costo di grandi sforzi.

Dall’altro, provo un senso di impotenza, perché la loro cerchia si restringe sempre più e il loro futuro appare sempre più incerto.

Per questo motivo, le nostre parrocchie sono già state riunite in unità pastorali, guidate da un’unica équipe pastorale. Tuttavia, anche le unità pastorali stanno attraversando un periodo difficile. Troppo pochi operatori pastorali devono fornire servizi in troppi luoghi. I giovani collaboratori si perdono in una moltitudine di aspettative e perdono rapidamente il loro entusiasmo iniziale. Soffrono di un senso di «solitudine pastorale». Le giovani famiglie o i nuovi arrivati spesso sentono poco legame con la comunità locale; le loro relazioni si estendono su una regione più ampia. In breve, le nostre parrocchie e le unità pastorali non sono giunte alla loro trasformazione definitiva, anzi.

Il Documento Finale riconosce questa esigenza e invita a «una nuova concezione della parrocchia»: «La comunità parrocchiale, che si incontra nella celebrazione dell’Eucaristia, è luogo privilegiato di relazioni, accoglienza, discernimento e missione. I cambiamenti nella concezione e nel modo di vivere il rapporto con il territorio chiedono di ricomprenderne la configurazione. Ciò che la caratterizza è essere una proposta di comunità su base non elettiva. Vi si radunano persone di diversa generazione, professione, provenienza geografica, classe sociale e condizione di vita. Per rispondere alle nuove esigenze della missione è chiamata ad aprirsi a forme inedite di azione pastorale che tengano conto della mobilità delle persone e del “territorio esistenziale” in cui si sviluppa la loro vita» (DF 117). E no, una parrocchia o un’unità pastorale non dovrebbe più voler fare tutto ciò che si faceva in passato. Possiamo concentrarci sull’essenziale: «Promuovendo in modo particolare l’Iniziazione Cristiana e offrendo accompagnamento e formazione, sarà capace di sostenere le persone nelle diverse fasi della vita e nel compimento della loro missione nel mondo» (DF 117). Frasi del genere sembrano essere state scritte appositamente per la nostra diocesi. Esse possono offrirci una guida per le trasformazioni che attendono ancora le nostre parrocchie.

Come procedere? A lungo termine, le nostre attuali parrocchie si fonderanno in nuove parrocchie dotate di pieno status canonico e civile, di dimensioni simili a quelle delle nostre attuali unità pastorali. Questo è l’orizzonte. Questa è la direzione verso cui ci stiamo dirigendo. Tuttavia, non siamo ancora arrivati a quel punto, per una serie di ragioni pastorali e amministrative.

Come passo intermedio, il nostro consiglio episcopale ha deciso che, entro il 2030, ogni unità pastorale dovrà disporre di una casa comune, una sorta di «stazione missionaria» alla quale tutti gli operatori pastorali saranno collegati e dalla quale svolgeranno la loro missione. In effetti, i nostri missionari hanno dimostrato che le «stazioni missionarie» possono funzionare. I nostri sacerdoti provenienti dall’estero sono cresciuti con esse e ne sono stati plasmati.

Questa transizione costituirà un importante esercizio di processo decisionale sinodale. In ogni unità pastorale avvieremo un dialogo, attraverso tavole rotonde, per consentire ai fedeli convinti e a quelli in ricerca di ascoltarsi a vicenda, per mettere in contatto tra loro gli operatori della «prima» e dell’«ultima» ora, per permettere alle persone più anziane e a quelle più giovani di imparare gli uni dagli altri, garantire il coinvolgimento di uomini e donne, favorire la conoscenza reciproca tra i cristiani di un villaggio e quelli di un altro, avvicinare i fedeli locali e quelli provenienti dall’estero, costruire ponti tra la Chiesa e la società.

Questo percorso sinodale non avverrà dall’oggi al domani. Richiederà creatività e pazienza, oltre che guida e sostegno, nell’arco di diversi anni. I nostri vicariati, i servizi diocesani e i collaboratori pastorali si prepareranno a questo. Abbiamo in mente una tabella di marcia. In modo sinodale, un gruppo di lavoro diocesano definirà la rotta entro il 2028. Successivamente potrà iniziare l’attuazione in tutte le unità pastorali, sempre in modo sinodale.

L’obiettivo è che, entro il 2030, tutte le unità pastorali dispongano di una propria casa di comunità o di una propria «stazione missionaria». È un progetto in cui credo e che desidero sostenere, durante i miei ultimi anni come vescovo di questa diocesi

L’Assunzione della Beata Vergine Maria è la festa patronale della diocesi di Anversa. Nella cattedrale, la statua della Madonna di Anversa occupa un posto d’onore. Vorrei quindi concludere questo testo con una leggera parafrasi del Documento Finale del Sinodo: «Alla Vergine Maria, che porta lo splendido titolo di “Nostra Signora di Anversa”, Colei che indica e guida il cammino, affidiamo i risultati di questo Sinodo. Lei, Madre della Chiesa, che nel Cenacolo ha aiutato la comunità nascente ad aprirsi alla novità di Pentecoste, ci insegni a essere un popolo di discepoli missionari che camminano insieme: una Chiesa sinodale» (DF 155).

L’esempio della Madonna mi porta a una massima solitamente attribuita a san Francesco d’Assisi, di cui quest’anno celebriamo l’800° anniversario della morte (3 ottobre 1226): «Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile, e all’improvviso vi sorprenderete a fare l’impossibile».

Anversa, 19 marzo 2026, Festa di San Giuseppe

+ Johan Bonny

Al cardinale Pizzaballa impedito ingresso al Santo Sepolcro

Santo Sepolcro, Gerusalemme
In una nota il Patriarcato latino di Gerusalemme e la Custodia di Terra Santa denunciano che la polizia israeliana ha impedito al patriarca Pizzaballa e al custode Ielpo di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, per celebrare la Messa della Domenica delle Palme. “La prima volta da secoli: misura grave e irragionevole, un allontanamento dai principi della libertà di culto e rispetto dello Status Quo”. Nel pomeriggio prevista una preghiera per la pace dal Monte degli Ulivi

Roberto Paglialonga – Città delVaticano

Questa mattina, 29 marzo, la polizia israeliana ha impedito al patriarca latino di Gerusalemme, cardinale Pierbattista Pizzaballa, insieme al custode di Terra Santa, padre Francesco Ielpo, di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, mentre si recavano a celebrare la Messa della Domenica delle Palme.

Misura irragionevole e sproporzionata

A comunicarlo in una nota congiunta il Patriarcato latino e la Custodia di Terra Santa. Impedire l’ingresso a coloro che “ricoprono le più alte responsabilità ecclesiastiche per la Chiesa cattolica e i Luoghi Santi”, denunciano, costituisce “una misura palesemente irragionevole e gravemente sproporzionata.” Una decisione ritenuta “affrettata e fondamentalmente errata, viziata da considerazioni improprie”, che “rappresenta un grave allontanamento dai principi fondamentali di ragionevolezza, libertà di culto e rispetto dello Status Quo”.

Il primo impedimento di questo tipo da secoli

Pizzaballa e Ielpo, si spiega, sono stati fermati lungo il percorso, “mentre procedevano in forma privata e senza alcuna caratteristica di processione o atto cerimoniale”. Sono stati costretti dunque a tornare indietro. È “la prima volta da secoli” che ai capi della Chiesa viene “impedito di celebrare la Messa della Domenica delle Palme nella Chiesa del Santo Sepolcro”.

Si tratta – sono le dure parole della nota – di “un grave precedente” con il quale si ignora “la sensibilità di miliardi di persone in tutto il mondo che, durante questa settimana, guardano a Gerusalemme”.

Nel comunicato si evidenzia, poi, come in tutto questo tempo, i capi delle Chiese abbiano sempre rispettato le prescrizioni delle autorità e le restrizioni imposte a causa del conflitto, agendo “con piena responsabilità”. “Gli incontri pubblici sono stati annullati, la partecipazione è stata vietata e sono state prese disposizioni per trasmettere le celebrazioni a centinaia di milioni di fedeli in tutto il mondo, che, in questi giorni di Pasqua, rivolgono lo sguardo a Gerusalemme e alla Basilica del Santo Sepolcro”.

Pertanto, il patriarca latino Pizzaballa e il custode di Terra Santa Ielpo “esprimono il loro profondo rammarico ai fedeli cristiani in Terra Santa e in tutto il mondo per il fatto che la preghiera in uno dei giorni più sacri del calendario cristiano sia stata così impedita”.

Una preghiera per la pace dal Monte degli Ulivi

Oggi, in occasione della solennità della Domenica delle Palme, secondo quanto diffuso in un comunicato diffuso in precedenza dal Patriarcato, è previsto che il cardinale Pizzaballa, patriarca di Gerusalemme dei latini, conduca un momento di preghiera per la pace dal Santuario del Dominus Flevit sul Monte degli Ulivi, a Gerusalemme. Al termine, la benedizione sulla Città Santa impartita dal cardinale.

La stessa nota precisa inoltre che a causa delle restrizioni imposte dalla guerra in Medio Oriente, non sarà ammessa la presenza della stampa, ma la copertura sarà assicurata da un pool dell’agenzia Reuters.

La cancellazione della processione per la Domenica delle Palme

Per le stesse ragioni legate al conflitto nei giorni scorsi era già stata decisa la cancellazione della tradizionale processione della Domenica delle Palme dal Monte degli ulivi a Gerusalemme.

Nell’occasione, in un comunicato pubblicato sul sito del Patriarcato, il porporato evidenziava come “alla durezza di questo tempo di guerra, che ci coinvolge tutti, si aggiunge oggi anche quella di non poter celebrare degnamente e insieme la Pasqua. Una ferita” che si somma “a tante altre inferte dal conflitto”, e che tuttavia non può fermare la preghiera. Perché – concludeva – “nessuna oscurità, nemmeno quella della guerra, può avere l’ultima parola”.