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Dove l’IA ottimizza, accelera e replica, l’uomo si espone al rischio, alla lentezza, all’errore, alla trasformazione. È dall’attraversamento del limite che nasce la nostra capacità di dire qualcosa di profetico sulla realtà attraverso la musica, la pittura, persino il cinema

Il genio creativo come resistenza all’algoritmo. L’arte ci salverà

Avvenire

Antonio Spadaro

La Magnifica humanitas non è un trattato di estetica: è un documento di dottrina sociale, firmato il 15 maggio 2026, che legge l’Intelligenza artificiale alla luce del Vangelo e la confronta con il paradigma tecnocratico del nostro tempo. Eppure, a chi la legga con attenzione, l’enciclica di Leone XIV rivela un filo rosso che attraversa l’intero tessuto del testo e ne illumina il centro: l’arte. Non come ornamento, non come parentesi colta tra un capitolo e l’altro, ma come il terreno su cui si gioca la distinzione decisiva tra ciò che la macchina può fare e ciò che soltanto l’umano sa essere. Dove l’IA calcola, l’essere umano crea; dove l’algoritmo ottimizza, la persona rischia, sbaglia, si espone. Leone XIV colloca l’arte al crocevia tra vulnerabilità e trascendenza, tra limite creaturale e apertura al mistero. È lì che vuole portarci.
La prima mossa è disarmante nella sua semplicità. Il Papa osserva che la velocità con cui oggi si ottengono contenuti, elaborazioni, assistenza concreta può «indebolire il giudizio personale e la creatività» (n. 100). Niente di apocalittico: una constatazione. La creatività non è un lusso né un talento riservato a pochi. È una facoltà umana, e come ogni facoltà si atrofizza quando non viene esercitata. Il rischio non sta nell’uso occasionale dello strumento — nessuno chiede di rinunciare alla calcolatrice per amore dell’aritmetica mentale — ma nel fatto che la facilità del risultato spegne il desiderio della ricerca. Platone lo sapeva già: nel Fedro avvertiva che ogni tecnologia capace di alleggerire la fatica può anche indebolire la facoltà che quella fatica allenava. Leone XIV raccoglie l’intuizione e la radicalizza con un’espressione che potrebbe sembrare anacronistica, quasi monastica, e che invece coglie nel segno con una precisione sorprendente: «Dobbiamo educarci a digiunare dall’IA» (n. 140).
Digiunare dall’IA. L’immagine è forte perché rovescia la narrativa dominante: non si tratta di stare al passo, di aggiornarsi, di imparare a usare meglio gli strumenti, ma di saper rinunciare al risultato facile per proteggere il lavoro interiore che rende possibile la creazione. L’artista lo sa per esperienza: il quadro nasce dalla resistenza del materiale, il verso dalla lotta con la lingua, la composizione musicale dal confronto con il silenzio. Eliminare la resistenza non significa liberare la creatività. Significa abolirla. E una civiltà che delega la produzione dei propri contenuti culturali a un sistema che — come il Papa stesso afferma — «non capisce ciò che produce» (n. 99) è una civiltà che sta rinunciando non a una funzione, ma a una dimensione del proprio essere.
Qui l’enciclica compie il suo affondo filosofico più radicale. Le intelligenze artificiali, scrive Leone XIV, «possono simulare empatia o comprensione, ma non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente» (n. 99). Il verbo è preciso: abitare. Abitare è essere dentro, essere coinvolti, essere esposti. L’IA non abita il linguaggio che usa: lo attraversa come un flusso di dati, non come un’esperienza di senso. Può generare un sonetto perfetto dal punto di vista metrico, ma non sa cosa significhi essere innamorati. Può comporre una sinfonia, ma non conosce il silenzio dopo l’ultimo accordo. Il suo apprendimento, precisa il Papa, «non è l’esperienza di chi si lascia plasmare dalla vita e cresce nel tempo attraverso scelte, errori, perdono, fedeltà; è un adattamento statistico che non implica una crescita interiore». La creazione artistica richiede esattamente questo: crescita interiore. Un cammino esistenziale che l’opera rende visibile. L’IA non lotta con nulla. Non conosce resistenza. E una creatività senza resistenza non è creatività: è produzione.
Ma Leone XIV non si limita a difendere l’artista. Compie un’operazione più sorprendente: assimila lo sviluppatore di intelligenza artificiale all’autore di un’opera. Il codice è la sua creazione. «Ogni scelta progettuale esprime una visione dell’umanità» (n. 111), esattamente come ogni scelta stilistica, ogni inquadratura, ogni nota. Il design algoritmico è un atto culturale, non solo tecnico. Il Papa usa un verbo rivelatore: coltivare. Le moderne intelligenze artificiali sono «più coltivate che costruite» (n. 98): gli sviluppatori creano un’architettura sulla quale il sistema cresce, come il contadino prepara il terreno ma non fabbrica il frutto. La responsabilità non diminuisce per questo: cresce, perché il risultato è meno prevedibile. La creatività non è più il privilegio dell’artista nel suo atelier: è il marchio dell’umano in ogni gesto costruttivo, dal dipinto all’algoritmo. E nessun gesto costruttivo può invocare la neutralità della tecnica.
Leone XIV chiama questa facoltà «intelligenza creativa» e la definisce un dono ordinato al bene comune (n. 129). La parola dono la sottrae al registro prometeico dell’autoaffermazione e la colloca in quello della grazia. Un algoritmo può generare un’immagine mai vista prima; un artista crea un’immagine che dice qualcosa di vero sull’umano. La differenza non sta nella novità del risultato, ma nella relazione tra chi crea e la comunità per cui crea. La creatività, nella visione dell’enciclica, è sempre relazionale: nasce dentro una trama di legami e a quella trama restituisce senso.
Il passaggio forse più potente dell’intera enciclica, su questo terreno, è quello in cui Leone XIV affronta il limite come luogo di fioritura. Contro ogni tentazione transumanista, il Papa sostiene che «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (n. 122). Ed è qui che l’arte irrompe con tutta la sua forza: «La cultura e l’arte, quando sono autentiche, custodiscono questa scintilla, impedendo la normalizzazione del male». Leone XIV sceglie tre icone, tre opere che funzionano come altrettante sentinelle della coscienza: la Nona di Beethoven come desiderio di unità – un uomo sordo che compone un inno alla gioia universale, immagine stessa della creatività che nasce dal limite; Guernica come denuncia della disumanizzazione – Picasso che trasfigura il bombardamento in un grido capace di parlare a ogni generazione; Schindler’s List come invito a non consegnare il passato all’oblio. Musica, pittura, cinema. Tre linguaggi diversi, un’unica funzione. E l’aggettivo scelto dal Papa è decisivo: profetico. Non estetico, non decorativo, non consolatorio. L’arte parla prima, vede prima, sa prima. E può farlo perché chi crea ha un corpo esposto, una storia attraversata, una ferita da cui sgorga la parola. La macchina non ha ferite.
C’è un rischio, però, che il Papa individua con lucidità: non la scomparsa violenta dell’arte, ma la sua lenta evaporazione. L’intelligenza, se assolutizzata, «finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita» (n. 113). L’immagine scelta è quella dell’ecosistema: l’armonia si spezza quando una sola specie prolifera a scapito delle altre. L’IA è una specie cognitiva in crescita esponenziale. Senza contrappesi — e l’arte è uno di questi — rischia di colonizzare l’intero habitat mentale dell’umanità. Un quadro di Rothko non è riducibile a dati. Un quartetto di Beethoven non è una prestazione. Un verso di Leopardi non è un’informazione. Sono esperienze che eccedono ogni codifica, e in questo eccesso sta il loro valore. L’arte è il contrario della solitudine: un ponte tra coscienze, un gesto che chiede di essere accolto, interpretato, discusso, amato o rifiutato. La Magnifica humanitas mette in guardia da un mondo che dell’arte non sente più il bisogno.
L’enciclica si chiude con un dittico. Il primo pannello è una citazione di Tolkien, strappato a una lettura di parte politica: «Non tocca a noi dominare tutte le maree del mondo, ma fare il possibile per la salvezza degli anni in cui viviamo». Il secondo pannello è il Magnificat di Maria. Richiamandolo Paolo VI, che definiva la Vergine «poetessa e profetessa della redenzione», Leone XIV indica nel cantico l’archetipo di ogni arte autentica: un gesto creativo che nasce dalla piccolezza, vede l’invisibile, impedisce la normalizzazione del male e annuncia un ordine nuovo dentro il disordine del presente. Il rovesciamento dei potenti operato dalla bellezza, non dalla violenza. Alla fine, ciò che salva l’umano non è il calcolo, ma il canto. Non l’ottimizzazione, ma la lode.
«Nessun sistema di calcolo genera un cuore che si consegna, né una coscienza che discerne il bene», scrive Leone XIV (n. 233). «Anche quando le macchine eccellono nell’efficienza, il centro della storia rimane un volto umano che chiede di essere guardato». L’arte abita esattamente in quello spazio: è il gesto di un cuore che si consegna, un volto che chiede di essere guardato. È questa la scintilla che la macchina non possiede.

Chi siamo davvero? Pirandello e il labirinto dell’io

Chi siamo davvero? Pirandello e il labirinto dell’io

Che cosa accade quando l’io non riesce più a coincidere con sé stesso? E perché i personaggi di Pirandello sembrano continuamente sdoppiarsi, oscillando tra identità imposte e desiderio di autenticità? A questi interrogativi prova a rispondere Daniela Cimarosa, con L’“io” e il suo doppio. Analisi e interpretazione dell’opera pirandelliana in chiave psico-esistenziale (Kimerik, pagine 236, euro 19,00), una lettura dell’opera pirandelliana incentrata sul tema della frantumazione del soggetto e sul conflitto tra forma sociale e vita interiore.
Come scrive l’autrice, «questo lavoro intende mettere in connessione le Novelle per un anno con i romanzi e le opere teatrali, concentrando l’attenzione su quello che è il dramma dell’uomo pirandelliano, “personaggio fuori chiave”, fuori dal mondo e fuori da sé stesso».
Insomma un ampio attraversamento per mostrare come il “doppio” sia non solo un potente espediente narrativo, ma pure una vera struttura dell’esperienza umana. Nei personaggi di Pirandello emerge così una continua dissociazione: l’io si osserva dal di fuori, si percepisce estraneo a sé stesso, fino a non riconoscersi più nelle maschere che è costretto a indossare. La poetica “umoristica” dell’agrigentino nasce proprio da questa frattura, in cui riflessione e partecipazione dolorosa si tengono continuamente insieme.
Emblematica è la novella “La carriola”, dove il protagonista sperimenta un’improvvisa faglia della coscienza. Guardando fuori dal finestrino del treno, avverte «il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua», insieme a «una pena di non essere». Ecco l’epifania: la divaricazione tra vita autentica e forma sociale irrigidita. Il protagonista comprende: «Chi vive, quando vive, non si vede: vive… Se uno può vedere la propria vita dal di fuori, è segno che non la vive più: la subisce, la trascina. Perché ogni forma è morte… Conoscersi è morire». La coscienza di sé coincide spesso, in Pirandello, con una dolorosa esperienza di dissoluzione, che divide dal flusso eracliteo, magmatico e vitale della realtà.
Ma plurime sono le figure “dimidiate” nell’universo pirandelliano. Anche Belluca, protagonista de “Il treno ha fischiato”, si ridesta improvvisamente da una vita meccanica grazie al fischio di un treno che gli spalanca il mondo: «Il fischio di quel treno gli aveva squarciato e portato via d’un tratto la miseria di tutte quelle sue orribili angustie». È quasi una seconda nascita, pur se limitata a qualche istante: la follia, altro tema pirandelliano cruciale, si fa apertura inattesa a una dimensione altra dell’esistenza.
In Il fu Mattia Pascal emerge la figura del «forestiere della vita», emblema di chi non riesce più ad abitare alcuna forma stabile di sé. L’uomo pirandelliano ha perso «il centro di gravità permanente», e oscilla continuamente tra maschere e possibilità incompiute. Per questo nei romanzi pirandelliani agiscono «linee di forza discordanti che avviano il graduale percorso della scissione dell’“io”». In Uno, nessuno e centomila questa crisi giunge all’estremo, poiché il protagonista scopre di esistere in forme diverse e inconciliabili negli sguardi altrui, sino alla «disgregazione dell’essere», esito ultimo della disintegrazione della persona.
In Sei personaggi in cerca d’autore il conflitto tra vita e forma diventa apertamente metateatrale: i personaggi reclamano una verità che nessuna rappresentazione riesce a esaurire. Il personaggio pirandelliano è infatti «fuori dalle transitorie contingenze del tempo» ed è, paradossalmente, «più vero» degli uomini stessi, perché fissato in una forma definitiva. Nei Sei personaggi ritorna così il conflitto tra «realtà-finzione, uomo-personaggio», mentre il Padre svela la tragica instabilità dell’io: ciascuno si crede «“uno” ma non è vero: è “tanti”». Il teatro si configura come il luogo della sgretolamento dell’io moderno, in cui «il personaggio rivendica la sua soggettività» contro l’inautenticità delle maschere sociali. Ne deriva il paradosso per cui l’arte, proprio nel suo artificio, appare più vera e reale della vita stessa, ridotta a una grande «pupazzata».
Fondamentale anche il saggio L’umorismo, vero snodo “teoretico” della poetica pirandelliana. La riflessione sull’umorismo nasce come «constatazione della coesistenza di opposti che pongono in conflitto l’essere-sentire e l’apparire». Da qui scaturisce il celebre «sentimento del contrario», che non si limita a smascherare le apparenze, ma illumina la contraddizione profonda del reale.
La Cimarosa tiene insieme dimensione letteraria, psicologica ed esistenziale, evitando sia il tecnicismo critico sia letture riduzioniste. Ne emerge un Pirandello inquieto e modernissimo, capace di anticipare temi ancora attuali: crisi dell’identità, alienazione sociale, conflitto tra autenticità e rappresentazione. Nell’età in cui la «videoparola si è fatta carne», e persino virtualità digitale, possiamo riscoprire tutta la forza critica e umana dell’arte pirandelliana.
Avvenire

Azema: «Viaggiare significa sconfinare per l’altrove»

Azema: «Viaggiare significa sconfinare per l'altrove»
Lucie Azema è una scrittrice e viaggiatrice francese e ha scritto per Tlon un libro intitolato Abbiamo bisogno di un altrove che non c’è. Reincantare il viaggio (pagine 176, euro 18,00) che parte da un’idea: non viaggiamo mai davvero verso un luogo, ma verso l’immagine che ci siamo costruiti di quel luogo.
Un’idea che interroga il significato del partire, ma anche il legame tra viaggio, immaginazione e desiderio di trasformazione, dalle utopie di Tommaso Moro alle comunità pirata, dalla ricerca del paradiso terrestre alla rotta hippie, ripercorrendo la storia di quegli “altrove” che hanno spinto uomini e donne nella storia a mettersi in cammino. Una riflessione sul bisogno umano di pensare ciò che ancora non esiste. «Ciò che non esiste ci aiuta a vivere», scrive. Perché forse il viaggio più radicale non è attraversare una frontiera geografica, ma lasciare vacillare le proprie certezze e concedersi la possibilità di immaginare un altro mondo: «Per tutta la vita – dice a questo proposito – ho cercato quello spazio di incertezza: il momento in cui ciò che credevamo di aver compreso non ci convince più del tutto e iniziamo a metterlo in discussione. È in quello spazio fragile che può emergere un altro tipo di libertà, una libertà che la sola certezza non potrà mai dare».
Nel suo libro emerge un tema forte: spesso non partiamo alla volta di un luogo, ma di un’immagine del luogo. Il viaggio, secondo quanto scrive, nasce spesso da storie, mappe, libri e fantasie.
«Il desiderio di viaggiare nasce sempre da una fantasia, da un’immagine che ci formiamo di un luogo. E quell’immagine è a sua volta plasmata dal nostro percorso personale, dalla nostra infanzia e dalla nostra percezione del mondo. Non possiamo sfuggirvi. Ciò che cambia è il modo in cui rinegoziamo quella fantasia una volta che ci confrontiamo con la realtà di un luogo. O imponiamo la nostra fantasia all’altro, oppure ci lasciamo scuotere».
Nel libro sottolinea anche come i luoghi non esistano mai “di per sé”, separati da chi li attraversa e da chi li racconta.
«I luoghi non esistono di per sé, un luogo non è mai semplicemente “lì”, è plasmato dalle persone che lo attraversano e dalle storie che vengono raccontate su di esso. Ogni luogo porta già con sé dei significati prima del nostro arrivo, e noi stessi modifichiamo questi significati. Ciò che mi interessa è la tensione tra ciò che ci aspettiamo da un luogo e ciò che resiste a queste aspettative. Arriviamo con immagini, idee, a volte persino cliché, e questi plasmano ciò che vediamo. Ma allo stesso tempo, trovarsi in un luogo può mettere in discussione queste idee e aprire la strada a qualcosa di più complesso e meno definito».
In un’epoca di confini che si chiudono e orizzonti che si restringono, l’immaginazione diventa una forma di resistenza. Si tratta anche in questo caso di un’interpretazione “politica” del viaggio?
«Quando smettiamo di dedicare tempo all’esplorazione di luoghi, culture, lingue e modi di immaginare mondi molto diversi dai nostri, rischiamo di chiuderci nelle nostre certezze. Questo sembra ancora più cruciale con l’ascesa del fascismo in Europa e nel mondo. Anche la questione ecologica è importante, ma non si risolve bloccando completamente i viaggi ed evitando di entrare in contatto con luoghi molto diversi dalle nostre zone di comfort culturali. A mio avviso, agire in questo modo favorisce le agende dell’estrema destra. Ciò che serve è ripensare la mobilità e le sue forme (ad esempio, privilegiando i treni), ma soprattutto non smettere di viaggiare, perché è proprio il viaggio che ha plasmato le nostre società e civiltà moderne».
Lei scrive che l’India e il Nepal un tempo erano luoghi reali, ma anche idealizzati, «territori non consenzienti» dell’immaginario occidentale: fino a che punto il desiderio di “altrove” rischia di trasformarsi in appropriazione?
«Il “Percorso degli Hippie” degli anni ’60 e ’’70, che si estendeva da Istanbul a Kathmandu, mi sembra un periodo particolarmente interessante perché caratterizzato da un forte desiderio di libertà e da un’apertura intellettuale verso ogni tipo di utopia. Eppure, molti di questi giovani viaggiatori occidentali finirono per rimanere intrappolati proprio in ciò che credevano di voler evitare: l’esotismo, l’orientalismo e la proiezione delle proprie fantasie su altre culture. Il desiderio di altrove può facilmente sfociare nell’appropriazione quando la curiosità e l’ammirazione non sono accompagnate da consapevolezza e rispetto. Anche i viaggiatori più benintenzionati rischiano di ridurre luoghi e culture a immagini o esperienze che corrispondono alle loro aspettative, anziché interagire con essi secondo la loro autenticità. Viaggiare è una lotta costante contro le scorciatoie, il pensiero semplicistico e la comodità intellettuale».
Esiste, a suo avviso, una costante antropologica nel bisogno umano di credere che «da qualche altra parte esista qualcos’altro?».
«Assolutamente. È un desiderio antico quanto la nostra specie. L’Homo sapiens si è evoluto attraverso gli spostamenti, lasciando la culla africana e diffondendosi in tutti i continenti. Oggi, le nostre società continuano a evolversi e a progredire grazie ai sogni, alle utopie e alle possibilità alternative che esse racchiudono: l’idea che le cose potrebbero essere diverse, che il mondo potrebbe essere “altrove”. In questo senso, l’“altrove” esiste prima di tutto nell’immaginazione. Sono le nostre visioni, speranze e storie che ci spingono a esplorare, a muoverci e a creare il cambiamento. I luoghi seguono, ma il desiderio di diversità, di qualcosa al di là del familiare, di qualcosa che potrebbe essere migliore, nasce nella nostra mente».
Nel prologo cita Calvino e l’idea che non si debba confondere la città con il discorso che la descrive, anche se esiste una relazione tra le due. In che misura i luoghi che visitiamo sono plasmati anche dalle storie che li precedono?
«A dire il vero, Italo Calvino ne Le città invisibili aveva già detto tutto. Quel libro è probabilmente una delle opere che più ha plasmato il mio rapporto con il viaggio e con l’idea di “altrove”. Ciò che mi ha colpito di più è il modo in cui coglie il divario tra la città stessa e l’immagine che ne abbiamo: come le nostre aspettative, i nostri sogni e le nostre storie influenzino sempre i luoghi che visitiamo. Leggendolo, ho capito che viaggiare non significa mai solo spostarsi nello spazio, ma attraversare strati di immaginazione che trasformano sia il luogo che noi stessi. Anziché concepire i luoghi come realtà fisse, li vedo come continue negoziazioni tra immaginazione ed esperienza, tra narrazioni ereditate e momenti vissuti. È in questo spazio fragile e mutevole che può emergere qualcosa di reale».
In che modo i luoghi del nostro passato influenzano anche le nostre aspirazioni future?
«I luoghi del nostro passato plasmano le nostre aspirazioni future, offrendoci un punto di riferimento per l’immaginazione e le possibilità. Ci permettono di sognare, di ricordare che esistono altri modi di vivere, di pensare e considerare alternative alla vita o alla società che conosciamo. In un certo senso, i ricordi di questi luoghi aprono le porte a nuove idee, nuovi desideri e percorsi che potremmo intraprendere».
Abbiamo oggi il coraggio di pensare «oltre il possibile» o siamo troppo ancorati alla realtà?
«Sta diventando sempre più difficile. Viviamo in un’epoca “chiusa” e inquietante che lascia poco spazio all’idealismo o all’ottimismo. Eppure, se guardiamo alla storia, tutti i grandi periodi di utopia e di pensiero creativo sono emersi dopo guerre o periodi bui. In altre parole, la luce trova sempre una via, anche dopo le tenebre. Forse ciò che conta di più è aggrapparsi alla possibilità che qualcosa di diverso, qualcosa di migliore, sia ancora possibile, e lasciare che questa speranza guidi il nostro pensiero e le nostre azioni».
Avvenire

Abbiamo paura di considerare il caldo un tema politico

Abbiamo paura di considerare il caldo un tema politico

Se Marcovaldo fosse stato scritto oggi, probabilmente non vagherebbe più a piedi nella città agostana deserta ma si aggirerebbe chiuso in auto con l’aria condizionata accesa e il termometro esterno che lampeggia sui 41 gradi. Del resto, Marcovaldo è stato pubblicato nel 1963, oggi avrebbe più di sessant’anni e si appresterebbe a entrare nella categoria di quei corpi infragiliti dalle temperature calde.
Anche quest’anno la prima ondata di calore è arrivata “inaspettata”, cioè puntuale. Ogni anno fa caldo prima, in questi giorni le temperature superano di 8 gradi la media stagionale. Lo stupore collettivo si ripete con la regolarità di un rito stagionale: poi, se ce lo possiamo permettere, compriamo un condizionatore più potente e ci mettiamo una pezza, sopravviviamo ancora un po’.
L’antropologia, però, racconta di società meno smemorate. Le comunità animali umane (e non) hanno sviluppato diverse tecniche per sopravvivere al caldo: i Tuareg del Sahara indossano abiti lunghi, larghi e pesanti così che gli strati di tessuto isolino il corpo e rallentino la disidratazione. Nei centri storici del Mediterraneo e del Medio Oriente i vicoli stretti non erano un errore urbanistico da correggere per il passaggio di auto sempre più grosse, ma una tecnologia climatica: ombra continua, aria che circola, muri spessi, cortili interni, fontane. I riad marocchini creano microclimi da quando la parola “microclima” ancora non esisteva.
Anche molte pratiche culturali apparentemente lontane dal clima nascondevano forme di adattamento ecologico. In diverse tradizioni asiatiche l’uso abbondante di spezie favorisce la sudorazione e quindi la termoregolazione. Nel folklore mediterraneo e mediorientale le ore della controra erano popolate da spiriti e demoni: servivano a spaventare bambini e lavoratori e a impedire che qualcuno uscisse sotto il sole delle due del pomeriggio. Un dispositivo sanitario ante litteram, più efficace di molti avvisi ministeriali o consigli dei tg.
Perfino alcuni tabù alimentari possono essere letti così. L’antropologo Marvin Harris spiegava che il divieto religioso della carne di maiale nelle società del Vicino Oriente aveva anche motivazioni ecologiche: allevare maiali in climi aridi richiede acqua e ombra preziose, mentre la carne si deteriora rapidamente con il caldo. In assenza di frigoriferi, la religione funzionava anche come prevenzione sanitaria.
Insomma, l’animale umano ha sempre saputo che quando il clima cambia bisogna cambiare comportamenti, ritmi, architetture, abitudini alimentari, organizzazione del lavoro. Il paradosso è tutto qui. Le strategie di adattamento non mancano: tetti verdi, alberi urbani, scuole ombreggiate, città meno asfaltate. Quello che manca è la volontà di intervenire sulle cause e tutelare i più fragili trattando la questione come un’emergenza sanitaria. Continuiamo a parlare di surriscaldamento senza investire in alternative al modello fossile che la produce, come se avessimo a che fare con un fenomeno atmosferico indipendente.
Nel frattempo, cresce la cooling poverty: il raffrescamento non è più un lusso ma una condizione di sopravvivenza, eppure molte scuole, case popolari e luoghi di lavoro ne sono privi. Così l’aria condizionata diventa insieme cura e sintomo: più ne usiamo, più consumiamo energia; più consumiamo energia fossile, più il pianeta si scalda; più il pianeta si scalda, più abbiamo bisogno di aria condizionata. Mettiamo alberi sui nostri grattacieli che poggiano sul cemento, invece di togliere il cemento per far respirare il suolo. Caro Marcovaldo, non esistono più gli agosto di una volta.
di Sara Zambotti – Avvenire

Lettura e Vangelo del giorno 28 Maggio 2026

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Letture del Giorno

Prima Lettura

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo
1Pt 2,2-5.9-12

Carissimi, come bambini appena nati desiderate avidamente il genuino latte spirituale, grazie al quale voi possiate crescere verso la salvezza, se davvero avete gustato che buono è il Signore. Avvicinandovi a lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spirituale, per un sacerdozio santo e per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, mediante Gesù Cristo.
Voi siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. Un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete popolo di Dio; un tempo eravate esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia.
Carissimi, io vi esorto come stranieri e pellegrini ad astenervi dai cattivi desideri della carne, che fanno guerra all’anima. Tenete una condotta esemplare fra i pagani perché, mentre vi calunniano come malfattori, al vedere le vostre buone opere diano gloria a Dio nel giorno della sua visita.

 

Salmo Responsoriale

Dal Sal 99 (100)

R. Presentatevi al Signore con esultanza.
Oppure:
R. Andiamo al Signore con canti di gioia.

Acclamate il Signore, voi tutti della terra,
servite il Signore nella gioia,
presentatevi a lui con esultanza. R.

Riconoscete che solo il Signore è Dio:
egli ci ha fatti e noi siamo suoi,
suo popolo e gregge del suo pascolo. R.

Varcate le sue porte con inni di grazie,
i suoi atri con canti di lode,
lodatelo, benedite il suo nome. R.

Buono è il Signore,
il suo amore è per sempre,
la sua fedeltà di generazione in generazione. R.

Vangelo del Giorno

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 10,46-52

In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gèrico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!».
Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!».
Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». Chiamarono il cieco, dicendogli: «Coraggio! Àlzati, ti chiama!». Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.
Allora Gesù gli disse: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». E il cieco gli rispose: «Rabbunì, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Va’, la tua fede ti ha salvato». E subito vide di nuovo e lo seguiva lungo la strada.