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I concerti da record, la canzone in crisi: cosa sta succedendo alla scena musicale italiana

I concerti da record, la canzone in crisi: cosa sta succedendo alla scena musicale italiana

Avvenire

Torna l’estate e tornano i mega concerti negli ampi spazi all’aperto. Ma, dietro i grandi numeri, com’è la salute della canzone italiana? A vedere la questione in profondità, c’è poco da stare sereni. Partiamo dai dati. C’è un cortocircuito culturale fotografato dal rapporto Siae 2025 sullo spettacolo. Tra le pieghe di cifre da record, emerge un paradosso: a fronte di appuntamenti stabili rispetto al 2024 (-0,1%), la spesa media sale del 7%, con 16,99 euro per spettatore. Spendiamo dunque di più e questi soldi finiscono soprattutto nei concerti pop, rock e leggera, che nel 2025 superano la soglia del miliardo di euro di incassi (1.162.064.376,7 euro, +17,5%), motore dello spettacolo italiano. C’è infatti un dato che deve far riflettere: i concerti, pur essendo appena il 2% degli eventi totali, valgono il 12,4% degli spettatori e il 27% della spesa complessiva. La quota di pop, rock e leggera, da sola, vale il 57,7% degli eventi, l’83,8% del pubblico e il 91,6% della spesa di tutti i concerti. Ma il dato più significativo arriva andando più in profondità: pur rappresentando lo 0,4% di tutti gli eventi del comparto, nel 2025 i grandi eventi concentrano il 20,3% del pubblico e il 35,6% della spesa.
C’è da pensare che nel 2026 questi numeri siano sensibilmente aumentati. Sono gli effetti del gigantismo dei live. La musica si sposta verso una dimensione ipertrofica in cui conta la quantità e non la qualità; conta l’esserci, il poter dire «io c’ero» esibendo un selfie su Instagram, anziché la reale voglia di ascoltare o la meraviglia della sorpresa performativa, sostituita da suoni preregistrati, playback e tracce ritmiche forzate. Eppure, dentro questa cornice monumentale, bisogna saper distinguere. Il linguaggio dei grandi eventi non è un peccato originale: pensiamo a Vasco Rossi e Cesare Cremonini, tra i principali protagonisti nelle ultime settimane. Vasco quel linguaggio degli stadi se lo è letteralmente inventato in Italia, edificandolo con una gavetta durissima e pionieristica già dagli anni Ottanta. Ha ricordato spesso le sue difficoltà iniziali, quando doveva far capire a un pubblico talvolta ostile che si poteva coniugare la forza d’impatto di uno spettacolo imponente con lo spessore profondo del rock d’autore. Allo stesso modo un artista come Cesare Cremonini ha un repertorio importante che sostiene i grandi spazi, ma ha ammesso con onestà intellettuale che lo stadio è un format industriale che non premia la musica; farà infatti un disco pensato per spazi più piccoli e intimi.
L’assurdità si consuma quando negli stadi ci finiscono artisti giovanissimi come Olly o Lazza. Pur con tutto il rispetto per il loro successo commerciale, parliamo di fenomeni privi di un reale repertorio storico. Com’è possibile che artisti nati l’altro ieri negli algoritmi dello streaming saltino l’intera filiera della crescita live per accomodarsi direttamente negli stadi? La risposta risiede in quel miliardo di euro certificato dalla Siae: lo stadio è un format da riempire a prescindere dal contenuto, dove i visual millimetrici sopperiscono alla mancanza di canzoni capaci di sfidare il tempo. Mentre il mainstream celebra i record d’incassi, i piccoli club e live-pub dopo il Covid chiudono nel silenzio generale. Proprio di questi giorni è la notizia della chiusura per esempio dello storico Folk Club di Torino. Questi spazi occupano, con tanti piccoli eventi, la stragrande maggioranza numerica del panorama italiano (buona parte di quel restante 99,6%), eppure raccolgono le briciole della spesa. I piccoli club sono l’unica vera palestra dove si impara a tenere il palco a mezzo metro dal pubblico, testando la verità delle parole nella musica. Tolta la gavetta, ai giovani viene sottratto il tempo biologico della crescita artistica.
Questo impoverimento è figlio anche di nodi strutturali profondi, legati alle nostre politiche culturali. Si pensi al tax credit, introdotto nel 2013 col “Decreto Valore Cultura”. La legge voleva sostenere l’industria discografica italiana, ma si è trasformata in uno strumento distorsivo che concede agevolazioni fiscali a chi investe già ingenti capitali nella musica di largo consumo, finanziando colossi e grandi progetti commerciali, come nei casi di Gabbani, Mango o Ferro. Lo Stato amplifica così la concentrazione del mercato, senza risolvere il problema del pluralismo e lasciando le briciole alle produzioni indipendenti. Un analogo problema di pluralismo sorge analizzando il monopolio mediatico esercitato dal Festival di Sanremo. Come evidenziato nello studio di Fabio Lokwani Di Matteo e Pier Luigi Sacco intitolato The Shrinking Sweet Spot (2026), l’ecosistema italiano soffre di una convergenza spaziale quasi totale. A Sanremo 2025, appena 11 autori hanno firmato circa due terzi delle trenta canzoni in gara: un dato emblematico che ha spinto il Codacons a presentare un esposto all’Antitrust su quella che ha definito una «casta discografica». L’attenzione mediatica è interamente monopolizzata da questo singolo imbuto istituzionale. Il quadro peggiora guardando alla tv pubblica: la Rai ha progressivamente cancellato dai palinsesti trasmissioni illuminate come Gli occhi del musicista, Riserva indiana o Via dei matti n.0. Erano le pochissime oasi rimaste in grado di proporre la cultura di artisti lontani dalla standardizzazione mainstream e dalle logiche sanremesi. Se sul piccolo schermo si spegneranno queste voci per far rimanere soltanto il monoteismo di Sanremo, l’orizzonte sarà inevitabilmente sempre più povero, privando lo spettatore di reali alternative.
Questo non accade per esempio in contesti differenti come il Brasile, che dovrebbe essere preso a esempio. Come mostra la ricerca di Di Matteo e Sacco, il mercato brasiliano gode di un equilibrio polifonico straordinario, dove differenti generi indipendenti (samba, bossa nova, sertanejo, funk carioca, pisadinha) convivono grazie a infrastrutture di produzione regionali distinte. Il risultato? L’84% dei brani nella Top 50 di Spotify in Brasile è costituito da contenuti locali, sostenuti da una diversità interna genuina. In Italia, invece, la curatela conservatrice e il monopolio di pochissimi network creano una «fortezza convergente»: spendiamo molto di più e ci stipiamo negli stessi mega-eventi standardizzati. Se non difendiamo la base della piramide, se permettiamo che i piccoli club muoiano e che la diversità delle fonti venga soffocata, il miliardo di euro degli stadi non sarà il segno di una rinascita, ma lo sfarzoso monumento a un deserto culturale che ci riguarda tutti.

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