
Avvenire
La mossa di Eni di fissare un tetto al prezzo dei carburanti in Italia, per un mese e in concomitanza con la riduzione dello sconto sulle accise, arriva mentre in Europa si intensifica il pressing perché la Commissione metta nel mirino gli extraprofitti incassati dalle compagnie energetiche. Fra lo Stretto di Hormuz ancora di fatto bloccato e le tensioni che adesso abbracciano anche il Mar Rosso, le alte quotazioni di petrolio e gas pesano sulle tasche dei cittadini e preoccupano i governi di mezza Ue, in particolare quelli – dall’Italia alla Polonia, passando per la Spagna – che andranno alle urne tra pochi mesi. Non è un caso che questi tre Paesi siano parte dell’offensiva politica, guidata dalla Germania e a cui si sono unite Portogallo e Austria, per chiedere all’Ue di istituire un prelievo a carico degli extraprofitti di Big Oil . Finché l’Europa non si sarà affrancata del tutto dalla dipendenza dalle fonti fossili, insomma, il balzello servirebbe per fare scudo a famiglie e imprese durante le turbolenze. I sei hanno rinnovato la loro domanda qualche giorno fa, in occasione di una riunione informale dei ministri delle Finanze che si è svolta a Dublino (sotto la presidenza di turno irlandese), lanciando la palla nella metà campo della Commissione. All’esecutivo Ue, infatti, i governi hanno chiesto di presentare una serie di opzioni concrete sul tema della tassazione degli extraprofitti energetici, da discutere in occasione del prossimo incontro dei titolari delle Finanze (il Consiglio Ecofin) già in programma a Lussemburgo il 9 ottobre.
La strada, va detto, parte tutta in salita: a Palazzo Berlaymont, il quartier generale della Commissione europea a Bruxelles, l’appetito per mettere mano ai profitti in eccesso delle società fossili è piuttosto scarso. E per questo si temporeggia. «Esiste la possibilità per gli Stati di procedere autonomamente con la tassazione sugli extraprofitti» a livello nazionale, ha ricordato da Dublino il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis. Con la benzina che costa quasi il 25% in più che un anno fa e il diesel che sfiora il +40%, di fronte all’esitazione Ue, alcune capitali – da Lisbona a Varsavia – si sono già mosse in autonomia. Un’analisi della ong Transport & environment , del resto, mostra come già nei primi sei mesi dell’anno le otto principali compagnie petrolifere abbiano realizzati sul mercato europeo 7,5 miliardi di euro di extraprofitti.
Quello sui guadagni straordinari di Big Oil non sarebbe un intervento inedito per l’Unione: nel 2022, dopo l’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, tra le misure d’emergenza (insieme al cosiddetto tetto al prezzo del gas per tenere a bada le fiammate delle quotazioni sul mercato) fu istituito un contributo di solidarietà obbligatorio sui profitti eccedenti il 20% della media dei quattro anni precedenti registrati dalle società fossili per via dei rincari della materia prima. Tra il 2022 e 2023, la misura produsse un extragettito fiscale complessivo di oltre 28 miliardi di euro, secondo una ricognizione della Commissione. Non tutti i governi, però, guardano a quell’esperienza determinati a ripeterla: la Francia, ad esempio, ha già mostrato molta prudenza. Altri ne mettono in dubbio l’efficacia. E gli stessi esecutivi in prima linea vivono delle contraddizioni al loro interno: in Germania, si registra finora il silenzio del cancelliere Friedrich Merz; mentre in Italia la maggioranza è spaccata sul punto, con la Lega (il partito del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti) che preme per una tassa Ue e Forza Italia (con il vicepremier Antonio Tajani) che invece indica il modello alternativo di una soluzione concertata con le imprese energetiche e non imposta, proprio nel solco dell’iniziativa di Eni, che dunque potrebbe potenzialmente cambiare la strategia italiana in Ue.
A complicare il quadro è la procedura: per le decisioni in materia fiscale, di regola, serve l’unanimità dei 27 Paesi membri, cioè un miraggio. Al pari di quattro anni fa, tuttavia, si potrebbe seguire una procedura di emergenza che fa leva sulle serie difficoltà nell’approvvigionamento energetico, bypassando il Parlamento Ue e fermandosi alla maggioranza qualificata. Che, comunque, vuol dire almeno 15 governi in rappresentanza del 65% della popolazione Ue come minimo. Numeri che, per ora, sembrano lontani. Aspettando di conoscere quali opzioni Dombrovskis metterà (se le metterà) sul tavolo dei ministri.