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Guglielmo Gallone – Città del Vaticano Vatican News
“Si sta diffondendo sempre più la convinzione, errata, che il possesso di armi nucleari costituisca una garanzia di sicurezza, alimentando una nuova corsa agli armamenti difficilmente controllabile. In realtà, la pace non è un equilibrio di forze, ma si costruisce ogni giorno attraverso il dialogo e la giustizia”. Le parole pronunciate da Papa Leone XIV venerdì nel Palazzo dell’Eliseo, di fronte ad autorità politiche e religiose, imprenditori, rappresentanti della società civile, della cultura e del Corpo diplomatico, arrivano alla vigilia di una data importante: il 26 settembre nel mondo si celebra la Giornata internazionale per l’eliminazione totale delle armi nucleari.
La Giornata per l’eliminazione delle armi nucleari
Una ricorrenza ancora più importante di fronte alle stime della Federation of American Scientists, secondo cui, all’inizio del 2026, nove Paesi possiedono complessivamente circa 12.200 testate nucleari. Russia e Stati Uniti ne detengono da soli circa l’86 per cento; seguono Cina, Francia, Regno Unito, India, Pakistan, Israele e Corea del Nord. Circa 9.700 testate fanno parte degli arsenali militari e circa 4.000 sono schierate presso forze operative. Il numero complessivo delle armi diminuisce, è vero, ma ciò avviene soprattutto grazie allo smantellamento di quelle già ritirate da Washington e Mosca. Le testate conservate per un possibile impiego militare stanno invece aumentando.Sempre più arsenali…
I dati dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) lo dimostrano. All’inizio del 2025 le testate nucleari esistenti nel mondo erano circa 12.241 e 12.187 all’inizio del 2026: 54 in meno. Nello stesso periodo, però, quelle conservate negli arsenali militari per un possibile impiego sono passate da 9.614 a 9.745, 131 in più. E le testate schierate con missili e aerei sono salite, nelle stime del SIPRI, da 3.912 a 4.012. Anche la distribuzione degli arsenali cambia: la Cina, che secondo il SIPRI possiede oggi circa 620 testate, è il Paese che sta ampliando il proprio più rapidamente. Numeri in linea con l’ultimo rapporto Ican, International Campaign to Abolish Nuclear Weapons, secondo cui nel 2025 i nove Stati dotati di armi nucleari hanno speso 119 miliardi di dollari per mantenere e modernizzare i propri arsenali atomici, l’equivalente di 3.768 dollari al secondo. L’aumento rispetto al 2024 è del 19 per cento: in soli due anni si è arrivati a spendere 16,8 miliardi di dollari in più per i propri arsenali. Che dire inoltre dell’incertezza che ruota attorno ai numeri. Il caso più netto in tal senso è Israele: non conferma né smentisce ufficialmente di possedere armi nucleari. Le circa 90 testate attribuitegli dal SIPRI sono quindi una stima degli esperti, non un dato dichiarato dal governo. La Corea del Nord non pubblica un inventario verificabile: il SIPRI stima circa 60 testate assemblate, distinguendole dal materiale fissile che potrebbe consentire di costruirne altre. India e Pakistan, due Stati nucleari che negli ultimi mesi hanno anche combattuto, pur cercando al tempo stesso di evitare un’escalation, non comunicano conteggi completi. Persino per Stati Uniti e Russia il venir meno dello scambio di dati e delle verifiche legate al New START rende più difficile controllare le stime.
… in un mondo sempre più conflittuale
Le cifre restano dunque stime, ma la direzione indicata dai dati è chiara. E, di più, avviene in un clima geopolitico sempre più teso, come dimostrano i mancati accordi sulla questione nucleare. Il 5 febbraio scorso è appunto scaduto il New START, l’ultimo trattato che poneva limiti agli armamenti nucleari strategici schierati da Stati Uniti e Russia. Per la prima volta da oltre mezzo secolo, le due maggiori potenze nucleari si trovano senza un accordo in vigore che fissi un tetto a queste armi. E a maggio la conferenza chiamata a riesaminare il Trattato di non proliferazione nucleare si è chiusa senza un’intesa su un documento conclusivo sostanziale. Il Tnp resta comunque in vigore perché dal 1995 è stato prorogato a tempo indeterminato e non necessita di rinnovi periodici. Quello che non è stato raggiunto, per la terza volta consecutiva, è il consenso politico sul documento conclusivo della conferenza di revisione quinquennale. Che, più di ogni altra cosa, riflette il caos geopolitico di un mondo senza punti di riferimento e incapace di capirsi.
La linea della Santa Sede
La posizione della Santa Sede in questo senso è chiara. Intervenendo lo scorso 15 settembre alla Conferenza generale dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, a Vienna, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher, segretario per i Rapporti con gli Stati e le Organizzazioni internazionali, ha riconosciuto il contributo che le tecnologie nucleari possono offrire, anche per rispondere alla crescente domanda di energia. Monsignor Gallagher ha però richiamato le responsabilità che ne accompagnano lo sviluppo: impedire che i programmi civili siano impiegati per dotarsi di armi, proteggere gli impianti durante i conflitti e governare con adeguati controlli e standard di sicurezza l’uso dell’intelligenza artificiale nel settore nucleare.
Gli appelli di Papa Leone XIV
È una posizione espressa più volte da Papa Leone XIV. Che, il 5 agosto 2025, per l’ottantesimo anniversario dei bombardamenti atomici di Hiroshima e Nagasaki, aveva ribadito che “le armi nucleari offendono la nostra comune umanità e inoltre tradiscono la dignità del creato, la cui armonia siamo chiamati a salvaguardare”. Al termine dell’udienza del 4 febbraio scorso, cioè alla vigilia della scadenza del New START, Papa Prevost aveva poi invitato a dare un seguito concreto al trattato e a scongiurare una nuova corsa agli armamenti: “La situazione attuale esige di fare tutto il possibile per scongiurare una nuova corsa agli armamenti che minaccia ulteriormente la pace tra le nazioni. È quanto mai urgente sostituire la logica della paura e della diffidenza con un’etica condivisa capace di orientare le scelte verso il bene comune e di rendere la pace un patrimonio custodito da tutti”. Inoltre, in un post pubblicato dall’account ufficiale di Pontifex, lo scorso 5 marzo aveva chiesto di pregare insieme “perché le Nazioni procedano a un effettivo disarmo, in particolare al disarmo nucleare, e perché i leader mondiali scelgano la via del dialogo e della diplomazia anziché la violenza”. Sono passati 13 anni dall’istituzione di questa Giornata. Quali passi verificabili sono disposti a compiere gli Stati che possiedono armi nucleari? Se, citando ancora Papa Prevost nel suo primo discorso al corpo diplomatico, “la guerra si accontenta di distruggere”, chi si prende la responsabilità dello “sforzo continuo e paziente”, che impone invece la pace? E quanto ancora può reggere una sicurezza costruita sulla possibilità di distruggersi a vicenda? Oggi si parla sempre più spesso della necessità di regole condivise tra Usa e Cina sull’intelligenza artificiale, richiamando gli accordi sanciti tra Washington e Mosca durante la Guerra fredda proprio sul nucleare: ma, oltre a governare i rischi delle nuove tecnologie, siamo sicuri di avere fatto abbastanza per contenere i rischi dell’arma nucleare?