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Critiche, autocritiche, cortocircuiti: il mondo rap alla prova delle vetrine rotte

Critiche, autocritiche, cortocircuiti: il mondo rap alla prova delle vetrine rotte

Avvenire

Le violenze e i saccheggi dei giorni scorsi a Milano hanno acceso una discussione anche nel mondo del rap e della trap. Sui social, il confronto fra artisti si è presto trasformato in uno scontro a distanza, con accuse e repliche. Ma al di là delle polemiche, la vicenda solleva una questione che merita di essere affrontata senza pregiudizi: quale responsabilità hanno i musicisti quando parlano a una generazione che cerca ascolto, riscatto e riconoscimento?

Le ragioni del disagio non possono essere liquidate. Affitti insostenibili, salari insufficienti, precarietà e disuguaglianze sono problemi reali, che colpiscono soprattutto chi parte con meno opportunità. Il rap, fin dalle origini, ha saputo raccontare questa realtà, dando voce, anche con durezza di toni, a esperienze spesso ignorate. Per questo il king del rap italiano Marracash, cresciuto nel quartiere periferico milanese della Barona, ha rivendicato il proprio impegno contro le disparità sociali, sostenendo che la protesta fosse prevedibile e destinata a continuare. A suscitare le maggiori contestazioni è stata soprattutto una sua frase, «con le buone non cambi le cose», che si presta a interpretazioni ambigue. Il rapper ha poi chiarito di non voler incitare alla violenza, attribuendo all’intera società una responsabilità per quanto accaduto.
Altri artisti hanno condiviso l’esigenza di non fermarsi alla condanna dei disordini. Lo storico rapper torinese Willie Peyote ha detto che non è d’accordo con chi dice che «la violenza va sempre condannata. Viviamo in un sistema molto violento che lascia molti giovani senza prospettive». Il giovane rapper genovese Sayf ha contestato l’indignazione di chi si scandalizza per le vetrine infrante senza interrogarsi sulle disuguaglianze e sulle tragedie internazionali; il rapper Ghali, invece, ha invitato a distinguere chi manifesta pacificamente da chi ricorre alla violenza, senza smarrire le ragioni della protesta. La questione è complessa, sfumata, talora ambigua perché la frustrazione, per quanto comprensibile, non trasforma il furto in una rivendicazione sociale.
In questo senso, la critica di Fedez coglie una contraddizione che merita attenzione. Alcuni artisti solidarizzano con chi contesta i modelli consumistici, ma contribuiscono a diffondere un immaginario nel quale il successo si misura attraverso capi firmati, orologi preziosi, automobili costose e gioielli. Il rapper non ha risparmiato neppure se stesso, riconoscendo la responsabilità della scena musicale nel promuovere quell’idea di affermazione personale: «A promuovere quella idea di successo ci siamo noi». Non è una questione di colpevolizzare chi ha raggiunto il benessere: come ha replicato lo stesso Marracash, aver fatto fortuna non impedisce di desiderare una società più giusta. Il problema è un altro: quei beni, esibiti continuamente come segni di successo, diventano anche gli oggetti del desiderio di tanti giovanissimi. E sono proprio le vetrine di alcuni marchi a essere finite nel mirino dei saccheggi a Milano.

Qui il cortocircuito è evidente. Se il lusso viene raccontato come prova tangibile di essere arrivati, come stupirsi che chi si sente escluso individui in quei negozi il simbolo di tutto ciò che non può permettersi? Sarebbe però ingiusto fermarsi alle contraddizioni. Nel rap italiano non mancano testi di notevole qualità autorale, capaci di raccontare con profondità le periferie, le fragilità, le disuguaglianze e le inquietudini di una generazione. Sono brani che meritano di essere ascoltati e conosciuti, anche più di tanta musica ridotta a slogan, ostentazione e parole vuote.
Lo ha ricordato oggi don Luigi Ciotti alla preapertura del Premio Tenco che si inaugura domani, durante una masterclass all’Ariston dedicata alla forza della musica in quanto presidente onorario dell’associazione “Musica contro le mafie”, davanti a centinaia di studenti delle scuole medie e superiori di Sanremo. Richiamando la lezione di Guccini, De André, Battiato e dei Subsonica, ha parlato della musica come strumento capace di trasmettere contenuti, stimolare coscienze e creare legami. Ai ragazzi ha suggerito di distinguere fra educatori e seduttori: fra chi usa le parole per aprire orizzonti e chi, dietro formule scintillanti, cerca soltanto di vendere merci e trasformare le persone in consumatori. Ha ricordato inoltre, specie alla politica, che le persone vanno incontrate e i problemi affrontati, non il contrario. È una lezione che riguarda anche il mondo della musica contemporanea. Ai giovani servono adulti disposti ad ascoltarli, istituzioni capaci di rispondere e artisti consapevoli della propria influenza.

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