Caldo, il clima infuocato riscrive pure il vocabolario: coniato il termine per le temperature sopra i 40 gradi, ecco quale è

Caldo, il clima infuocato riscrive pure il vocabolario: coniato il termine per le temperature sopra i 40 gradi, ecco quale è

Il Messaggero

Dare un nome al caldo estremo per imparare a difendersi. È questa l’idea alla base del nuovo termine coniato in Giappone, dove il cambiamento climatico non sta modificando soltanto il meteo, ma anche il linguaggio. Perché quando la realtà cambia, spesso sono le parole a dover cambiare per prime.

Il linguaggio è il più antico strumento con cui l’uomo interpreta e descrive il mondo. Le parole non servono soltanto a comunicare: classificano, delimitano, attribuiscono significato ai fenomeni e, soprattutto, permettono di riconoscerli. Quando un fenomeno diventa nuovo o assume caratteristiche mai sperimentate prima, il vocabolario esistente rischia di non essere più sufficiente.

È quanto sta accadendo con il caldo estremo. Le ondate di calore, sempre più frequenti, più lunghe e più intense, stanno superando i riferimenti su cui si erano costruite le categorie meteorologiche del passato. Temperature che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate eccezionali oggi si ripetono con una frequenza crescente, rendendo evidente che non si tratta più di semplici “giornate molto calde”, ma di eventi climatici con conseguenze sanitarie e sociali.

Per questo le autorità meteorologiche e sanitarie giapponesi hanno deciso di introdurre un neologismo: kokushobi, letteralmente “giornata di caldo crudele”. Il termine, scelto dopo una consultazione pubblica promossa dall’Agenzia meteorologica nazionale, identifica le giornate in cui la temperatura raggiunge o supera i 40 gradi Celsius. Non è un esercizio linguistico né un’operazione di marketing: è uno strumento di prevenzione.

L’obiettivo è rendere immediatamente riconoscibile una condizione di pericolo. Dire che sono previsti quaranta gradi, infatti, non produce necessariamente la stessa reazione in tutti. C’è chi minimizza, chi pensa di essere abituato al caldo, chi ritiene che basti bere un po’ di più. Un’espressione come kokushobi, invece, contiene già un giudizio implicito sulla gravità della situazione. Comunica che non si tratta di una normale giornata estiva, ma di una condizione eccezionale che richiede comportamenti precisi: restare al chiuso nelle ore più calde, utilizzare l’aria condizionata, idratarsi e proteggere le persone più fragili.

Il termine è stato utilizzato ufficialmente per la prima volta dopo che tre città del Giappone centrale hanno raggiunto i 40 gradi. Contestualmente, le autorità sanitarie hanno diffuso raccomandazioni straordinarie, invitando la popolazione a limitare gli spostamenti e a prestare particolare attenzione ad anziani, bambini e malati cronici.

La scelta giapponese mostra come il cambiamento climatico stia producendo effetti anche sul piano culturale. Per descrivere il caldo si è sempre fatto ricorso a immagini figurate: “fa un caldo infernale”, “sembra un forno”, “si scioglie l’asfalto”, “è una sauna”. Espressioni efficaci, ma che appartengono al linguaggio quotidiano e non distinguono tra un disagio estivo e un’emergenza sanitaria.

Kokushobi compie un salto ulteriore. Trasforma una sensazione in una categoria riconoscibile e condivisa. È una parola che non descrive soltanto una temperatura, ma il rischio che quella temperatura comporta. In altre parole, diventa uno strumento di protezione civile prima ancora che un termine meteorologico.

Non è la prima volta che il lessico evolve per adattarsi ai cambiamenti della realtà. Negli ultimi anni sono entrate nel linguaggio comune parole come “bomba d’acqua”, “medicane”, “isola di calore urbana” o “fiume atmosferico”, nate per descrivere fenomeni sempre più ricorrenti. Kokushobi aggiunge un tassello e riconosce che il caldo estremo non è più un’eccezione, ma una nuova categoria del rischio climatico.

In fondo, le parole servono anche a questo: a rendere visibile ciò che fino a ieri sembrava impensabile. E quando una società sente il bisogno di inventarne una nuova, significa che è cambiato il mondo che quella parola è chiamata a raccontare.

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