Venezuela / A un mese dal terremoto che ha sconvolto il Paese, il bilancio è di 5.346 vittime

In Venezuela è crisi umanitaria. E 50mila persone risultano ancora disperse

In tutte le chiese italiane, domenica 26 luglio sarà possibile fare una donazione per le comunità colpite dal terremoto in Venezuela. È la colletta nazionale indetta dalla Conferenza episcopale italiana, «un modo concreto per mostrare solidarietà a chi ha perso tutto, piange i propri cari, è sfollato, ferito o vive in condizioni di grande precarietà», ha sottolineato il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei, spiegando il senso dell’iniziativa. Tutte le offerte saranno destinate a progetti di aiuto mirati e coordinati. I fondi arriveranno alle comunità più colpite grazie a Caritas Italia, che lavora in stretto contatto con Caritas Venezuela, attiva sul territorio con di 30mila volontari e centinaia di parrocchie. «La presenza capillare della Chiesa locale consente di raggiungere anche le comunità più isolate – ha spiegato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana – e di accompagnare le persone con aiuti concreti e con una prossimità che è parte essenziale della risposta». Le donazioni di domenica andranno in questa direzione. Tutte le informazioni aggiuntive si trovano sul sito di Caritas Italia. 
La Guaira non fa più notizia. Ancor più lontane dai riflettori le aree interne, anch’esse distrutte, come il municipio Veroes-Yaracuy uno dei due epicentri del sisma del 24 giugno, colpito anche da inondazioni dopo l’esondazione del canale di irriguo Honda. La crisi umanitaria, in realtà, è appena iniziata. «Gli ospedali non avevano medicine prima del terremoto, figuriamoci adesso – racconta María José Rivas, 74 anni, in fila davanti alla piccola clinica da campo gestita da 40 medici giapponesi a Playa El Yate –. Almeno qui ci danno anche i farmaci, persi sotto le macerie».
Il sistema sanitario dipende da tredici ospedali da campo, allestiti dai vari team stranieri giunti a Caracas dopo il terremoto. Prima della tragedia, la penuria di farmaci e forniture mediche colpiva già il 91 per cento delle strutture. Mancavano anche 100mila operatori sanitari: tutti emigrati, causa crisi e stipendi da fame. Si teme l’insorgere di nuove malattie data l’esposizione dei superstiti a condizioni insalubri e di ulteriori ondate migratorie verso la Colombia. Nel frattempo, la conta dei morti sale a 5.346 mentre i feriti sono 16.740. La preoccupazione più grande riguarda i dispersi, che sono oltre 50mila, molti dei quali ancora sotto le macerie. Le istituzioni, quelle che dovevano rispondere alle crisi, non ci sono più. Sono state smantellate. L’avevano detto i vescovi, dopo il blitz Usa del 3 gennaio, che occorreva «riedificare la struttura istituzionale del Paese» e «restituire indipendenza ai poteri pubblici». Ma è stato il terremoto a smuovere le coscienze di governo e opposizioni, che hanno annunciato l’avvio di «un’agenda di lavoro congiunta» per la ricostruzione del Paese. I colloqui, voluti dagli Usa, prenderanno il via il primo agosto a Caracas.
Saranno coinvolti dieci deputati dell’Assemblea nazionale e altrettanti ex deputati dell’opposizione, eletti nella legislatura precedenti e costretti all’esilio. Il chavismo evoca l’«unità» del Paese e parla di una «road map» volta a «rafforzare la democrazia». L’opposizione parla invece di una «nuova tappa» e parla di «stabilità» e del «recupero» della democrazia, ringraziando il governo Usa per il «fermo sostegno al popolo venezuelano». L’orizzonte: convocare nuove elezioni, poiché il mandato ad interim di Delcy Rodríguez – intenta a sbloccare i beni venezuelani trattenuti all’estero –, è decaduto lo scorso 3 luglio, stando all’articolo 234 della Costituzione. Fonti di Palazzo di Miraflores spiegano ad Avvenire che la presidente sarebbe disposta a fare un passo indietro, ma lo stesso Donald Trump le ha chiesto di restare al suo posto. Il tycoon – che ha protetto Rodríguez da una richiesta risarcitoria da 314 miliardi di dollari da parte di tre cittadini americani presi in ostaggio da Maduro – dice di avere una «relazione incredibile» con Caracas, dove la gente è «molto felice» della presenza americana, ma i tempi non sono ancora maturi per nuove elezioni. Serve prima la ricostruzione dell’infrastruttura petrolifera. Esclusa invece María Corina Machado, che punta a sabotare i colloqui, dividendo le opposizioni attorno all’argomento.
Il protagonismo va invece all’ex parlamentare Dinorah Figuera, mediatrice inviata dagli Usa, che conta sul sostegno diretto del segretario di Stato, Marco Rubio. «L’idea – ha spiegato Rubio – non è solo quella di promuovere una riconciliazione ma anche di avviare un processo di transizione». Secondo il quotidiano Abc, gli Usa hanno affermato il proprio controllo su Caracas seguendo il modello già applicato nel Pacifico, sulle Isole Marshall, che delega a Washington la gestione della sicurezza del territorio. Nel frattempo, la Casa Bianca ha già inviato 3mila tecnici e investito tre miliardi di dollari per il ripristino di autostrade, porti, aeroporti e reti elettriche. Visto il controllo esercitato sul Paese, agli Usa è richiesto di garantire un’equa distribuzione degli aiuti umanitari. «Serve una rendicontazione puntuale dei soccorsi», scrivono quindici Ong, tra cui Comisión de Justicia y Paz e Transparencia Venezuela, al dipartimento di Stato Usa, chiedendo che «l’aiuto venga erogato sulla base dei bisogni e senza discriminazione, in osservanza dei principi di umanità, imparzialità, neutralità e indipendenza».

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Avvenire

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