
In questi giorni di luglio, estivi e di caldo torrido, Torino e la Regione Piemonte sono diventati il centro di un dibattito sull’assistenza agli anziani. Ad aprire il dibattito è stato Mons. Vincenzo Paglia, presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, coordinatore del gruppo di lavoro che ha portato alla stesura della Legge n. 33 del 23 marzo 2023 (legge delega) e dal successivo Decreto Legislativo n. 29 del 26 marzo 2024. L’obiettivo principale è riorganizzare i servizi di cura per gli anziani non autosufficienti, superando la frammentazione tra sanità, assistenza sociale e Inps.
Intervenendo su La Stampa del 9 luglio (p. 13), Mons. Paglia è stato molto chiaro: «Moltiplicare i posti letto non serve, va sostenuta l’assistenza a casa» − questa è la bussola da seguire. Il Piemonte, tra i risultati raggiunti sul PNRR, può vantare il successo dell’Assistenza domiciliare integrata, o ADI, che ha già superato gli obiettivi previsti: 96.442 i nuovi pazienti assistiti, a fronte di un target di 62.063, un risultato che per la giunta testimonia il rafforzamento concreto della presa in carico dei pazienti direttamente al proprio domicilio. «Condividiamo la necessità di puntare sull’assistenza domiciliare, le Politiche sociali regionali stanno già rispondendo a questa esigenza in maniera nuova, attraverso strumenti come “Scelta Sociale” e il progetto “Vengo a domicilio”, che rafforzano la domiciliarità e sostengono concretamente i non autosufficienti e le loro famiglie», rimarcano presidente della Regione e assessore alle Politiche sociali.
Mons. Paglia che da sempre sostiene la necessità di nuove forme di assistenza domiciliare, appoggia la sua argomentazione con cifre inoppugnabili. «In Italia gli anziani soli sono circa 4,4 milioni, quasi tre milioni dei quali hanno superato i 75anni; 845mila over 65 dichiarano di non avere nessuno su cui contare, e quasi otto ultraottantenni soli su dieci non hanno né figli né nipoti. Chi fa la spesa a questi 4 milioni di anziani soli? Chi li aiuta a lavarsi, a vestirsi, a tenere pulita la casa? E soprattutto: chi restituisce un po’ di calore alla loro vita? Perché la solitudine non è soltanto un disagio: è un fattore di rischio. Un anziano che vive solo, senza qualcuno che si accorga quando smette di mangiare, quando cade, quando confonde le medicine, si aggrava prima e dipiù. Sovente, la perdita di autosufficienza non precede l’isolamento: lo segue. Dei circa 3,8 milioni di anziani non autosufficienti, 250-300 mila vivono in struttura, mentre circa3,5 milioni restano a casa. Eppure per ogni anziano ricoverato in RSA lo Stato mette in media circa 21mila euro l’anno. Oltre alla quota alberghiera − altri 15-19 mila euro l’anno − che grava sul cittadino in base all’Isee, o sul Comune quando la persona è incapiente. Per l’anziano assistito a domicilio, invece, il contributo pubblico si ferma a meno di 9005 euro l’anno, e tutto il resto – la spesa, l’igiene, la casa, la compagnia − ricade sulla famiglia, dove c’è. Concentriamo dunque la gran parte delle risorse sui 300 mila che stanno in istituto e lasciamo le briciole ai milioni che stanno a casa. Poi, quando questi ultimi si aggravano e finiscono anch’essi in struttura, concludiamo che servono più posti letto. Non stiamo rispondendo a un bisogno, lo stiamo creando. La strada, allora, non è scegliere fra più letti o più ore di Assistenza domiciliare. Occorre rivoltarsi alla solitudine. E, a rivoltarsi, devono essere per primi gli anziani stessi, protagonisti e non solo destinatari. Abbiamo bisogno, prima di tutto, di ritrovare una compagnia. Questo significa cohousing e nuove forme di convivenza, in cui anziani soli tornano ad abitare insieme, o accanto a giovani e studenti, condividendo spazi, spese e presenza. Significa un’assistenza sociale e sanitaria di prossimità. E significa, non ultimo, ripensare il ruolo stesso delle case di riposo e delle RSA: non più soltanto contenitori di posti letto, ma centri di servizi radicati nel territorio, capaci di erogare assistenza anche a domicilio, di portare la loro competenza dentro le case della gente. La struttura che si apre e va verso l’anziano, invece di attenderlo al capolinea».
L’impostazione di Mons. Paglia, che è poi quella della Legge 33, che ha alcune sperimentazioni avviate sul territorio – Piemonte, Lazio e Roma ad esempio – mancando però di finanziamenti organici, è stata contestata da Sebastiano Capurso Presidente nazionale Anaste, l’Associazione nazionale delle strutture territoriali, cui fanno riferimento le RSA. Già in fase di dibattito sulla legge, le RSA avevano espresso la loro contrarietà, temendo di perdere fette di mercato. Infatti Capurso risponde così: «In RSA non entra l’anziano che “preferirebbe” stare a casa: entra il malato cronico gravemente non autosufficiente, il paziente pluripatologico, spesso con demenza avanzata, che ha bisogno di assistenza sanitaria e infermieristica continua nelle 24 ore. Per questo malato il domicilio non è l’alternativa migliore ma l’impossibilità di ricevere le cure e l’assistenza necessarie. Dire che l’Assistenza Domiciliare Integrata rende superflui i posti letto di RSA equivale a dire che l’ambulatorio rende superfluo l’ospedale. E i numeri smentiscono lo spettro delle troppe RSA. L’Italia ne ha invece drammaticamente poche, con una dotazione di posti letto ampiamente sotto la metà della media europea».
È un dialogo tra sordi, come in qualche modo rileva Mons. Paglia raccogliendo la sfida del dibattito. Il problema, infatti, non è «più» o «meno» assistenza, ma di quale tipo di assistenza stiamo parlando. Spiega infatti Mons. Paglia (La Stampa, 13 luglio, p. 21) che «si è detto, in questi giorni, che in una residenza sanitaria per anziani non entra chi ‘preferirebbe’ stare a casa, ma soltanto il malato cronico gravissimo, il paziente terminale, la persona non autosufficiente per la quale il domicilio non sarebbe più un’alternativa possibile. È una descrizione rassicurante, racconta un sistema che funziona: le famiglie reggono finché possono, e la struttura interviene solo quando non resta altro. Ma è una risposta clinica a un problema sociale. E il problema si chiama solitudine. Un dato smentisce da solo la tesi dei ‘cronici gravissimi’: degli oltre 291 mila anziani ospiti delle nostre residenze, l’82 per cento non è autosufficiente. Ma il restante 18 per cento − circa 52 mila persone − è autosufficiente. Se in RSA entrano solo i malati gravissimi, che ci fanno 52 mila anziani autosufficienti? Non sono lì per necessità clinica. Sono lì perché sono soli».
E si torna al cuore dell’argomentazione, nel primo intervento di Mons. Paglia il 9 luglio (La Stampa, p. 13): «Chiediamolo con semplicità: dove vorremmo invecchiare? La risposta è quasi sempre la stessa: a casa nostra, tra le nostre cose, inostri odori, i nostri ricordi. Non è un capriccio, è il desiderio più umano che ci sia. Eppure, diciamo “resta pure a casa” e poi lasciamo l’anziano solo. La buona notizia è che una strada c’è, e comincia a intravedersi. Non serve moltiplicare i posti letto: serve portare la cura dentro le case. L’idea è incoraggiare le RSA e le case di riposo a diventare anche presìdi di assistenza domiciliare, aprendosi al territorio invece di limitarsi ad accogliere tra quattro mura. Chi già dispone di personale, competenze e organizzazione può estendere la propria attività fin dentro le abitazioni degli anziani, portando l’assistenza dove le persone desiderano restare».
L’idea è partire dal Piemonte con una proposta concreta di Mons. Paglia (La Stampa, 15 luglio, p. 9). «Ho proposto al presidente Alberto Cirio di accogliere a Torino il 2 ottobre (Giornata dei nonni) un evento di riflessione sul nuovo modello di cura che la legge 33 propone. L’Italia ha una legge con una visione. Va messa a terra attraverso un continuum assistenziale. Non sarà una celebrazione di maniera ma un appuntamento di lavoro e di speranza: la testimonianza che un’altra strada è possibile. Il Piemonte la percorre per primo in Italia. Ai nostri nonni, alle nostre madri e ai nostri padri, non dobbiamo offrire un letto in più in cui aspettare. Gli dobbiamo una comunità che li cerca, li conosce, li accompagna. Il 2 ottobre, a Torino, vorremmo iniziare questo cambiamento. Prenderci cura di chi ci ha preceduto non è un costo da contenere: è il modo più vero in cui una società misura la civiltà. L’assistenza domiciliare che conosciamo oggi è troppo spesso una promessa vuota: un accesso al mese, quattordici ore l’anno per assistito. Una presenza così esile non cura nessuno e non combatte alcuna solitudine. È questa la logica che la riforma rovescia. E dove la struttura da sola non basta a coprire ogni angolo del territorio, entra in gioco la rete degli altri erogatori, delle cooperative sociali e del Terzo Settore, perché nessun anziano, in nessun Comune, resti indietro. E c’è un altro protagonista che la riforma riconosce: il caregiver familiare, figlio, coniuge, nipote che quotidianamente si prende cura del proprio caro. Poi occorre valorizzare e retribuire adeguatamente chi lavora sul territorio e a domicilio a superare il modello del ricorso alle strutture ed è meglio per il Servizio sanitario nazionale e per le famiglie».
Le idee e le proposte ci sono, una legge anche, peraltro votata all’unanimità dal Parlamento. Ora vedremo se dopo i dibattiti estivi ci sarà concretezza di soluzioni per una problematica destinata ad aggravarsi dato l’invecchiamento della popolazione italiana.
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