Due termini raccontano una tradizione in cui la coscienza individuale, il dubbio e la domanda sono il cuore del cammino religioso, anche nell’epoca degli algoritmi

Sharia, fatwa e IA: la libertà come scelta nel pensiero islamico

Oggi e domani a Santa Maria di Leuca la terza edizione del Piccolo festival di filosofia rifletterà sulla libertà a partire dai verso dantesco “Libertà va cercando, ch’è sì cara”. Nelle due serate, presso il santuario di Santa Maria de Finibus Terrae, dialogheranno Costantino Esposito, curatore del festival, Alessandra Gerolin, Carlo Altini, Wael Farouq (rettore dell’Arabic Cultural Institute e professore di Lingua e letteratura araba nell’Università Cattolica di Milano, che qui anticipa i contenuti del suo intervento), Riccardo Manzotti, Alessio Musio, Pia Valenzuela e il rettore del santuario, don Stefano Ancora; intervento conclusivo del vescovo di Ugento-Santa Maria di Leuca, Vito Angiuli.
Nel pensiero islamico, la libertà s’incarna in un cammino verso la verità. Non è una meta da raggiungere, ma una via da percorrere. Questa affermazione può suonare strana nel contesto occidentale, abituato a tradurre la parola islam con “sottomissione”, che è tutto il contrario della libertà.
C’è anche un’altra parola che, più di ogni altra, ha contribuito a costruire nell’immaginario occidentale un’immagine oppressiva dell’islam. Questa parola è sharia. Tradotta quasi sempre come “legge islamica”, evoca nella mente di molti immagini di rigidità, punizioni medievali, negazione dei diritti individuali. Indubbiamente, queste traduzioni sono usate spesso anche nel mondo islamico, nell’ambito di una visione ideologica della religione. Tuttavia, tradiscono profondamente il senso originario di queste due parole e con esso una visione del mondo radicalmente diversa da quella che si può immaginare.
In arabo, sharia significa “strada nel deserto che conduce all’acqua”. Non una norma scritta, né un codice penale, ma una via aperta dal cammino di chi l’ha percorsa prima di noi in cerca di vita, perché nel deserto l’acqua è vita e chi non la trova muore. È una strada che non preesiste ai passi di chi la percorre: si forma camminando, si disegna nella sabbia con la propria scelta, il proprio corpo, la propria libertà. Una metafora potente che suggerisce qualcosa di vivo, dinamico, comunitario, l’esatto opposto di una norma imposta dall’alto.
Molto significativamente, nel Corano la parola sharia appare solo cinque volte. In tutti questi casi – i commentatori concordano – non assume mai il significato di “legge”, bensì quello di “strada, via, cammino”. Come nel versetto: «E ti ponemmo su una via [sharia]: seguila dunque» (Co 45:18). Anche i versetti che riguardano le relazioni sociali e le transazioni economiche – quelli ai quali viene talvolta ridotta la sharia nella sua interpretazione più ristretta – sono soltanto 80 su oltre 6.000 versetti totali. Una percentuale minuscola rispetto all’immenso oceano di significati del Libro Sacro.
La sharia, nella sua accezione più profonda, è dunque uno spazio d’incontro tra volontà divina e libertà umana. Nella sua dimensione più universale è, addirittura, la legge della Creazione nel suo insieme, comprendente tutte le cose esistenti, ma anche la loro interconnessione: le leggi della fisica, della chimica, della biologia che governano tutto ciò che esiste. In questo senso sì, tutto l’universo è “sottomesso” (o musulmano), perché tutto obbedisce alle leggi di natura che fungono da limiti invalicabili. La sottomissione non è altro che il riconoscimento dei propri limiti.
L’essere umano, però, occupa un posto unico, perché in certi ambiti ha la facoltà di scegliere. Questa libertà non è un’eccezione alla sharia, ne è il punto di partenza e il senso più profondo. Qui entra in gioco un’altra parola gravata da pregiudizi: la fatwa. Nell’immaginario occidentale è diventata quasi sinonimo di condanna, ma nella tradizione islamica, una fatwa è qualcosa di molto più quotidiano e meno drammatico: un parere giuridico-religioso, la risposta di un esperto (il mufti) alla domanda di un credente o di una credente su una situazione concreta della sua vita. È fondamentale sottolineare che non esiste fatwa senza una domanda libera. Non è un editto calato dall’alto, ma un dialogo: qualcuno pone una questione, qualcun altro risponde, e chi ha chiesto è libero di seguire o meno quella risposta. Il principio base della tradizione islamica su cui si fonda anche la fatwa recita: istafti qalbak, “consulta il tuo cuore”, poiché è nel cuore che risiede la forma più profonda di intelligenza.
La coscienza individuale non è silenziata dalla religione; ne è, al contrario, la bussola fondamentale. La fatwa – o più precisamente la domanda che sta alla base di una fatwa – è la materializzazione della libertà di coscienza. È nata come meccanismo di produzione della sharia, per assicurarne la connessione alla realtà delle persone, rispondendo alle loro necessità reali. La domanda è la porta attraverso la quale si produce e si riformula la sharia, conformemente alle condizioni di una realtà sempre nuova. La sharia si fonda sull’unione di legge e realtà, non esiste senza il libero domandare. La libertà, nel pensiero islamico, è la ricerca della verità attraverso la domanda e la fatwa è uno strumento di questa ricerca.
La fatwa ha subito varie evoluzioni nella storia islamica e, in certi ambiti e in certi periodi, è stata colpita da una rigidità che ha ridotto la vastità del significato della sharia. Oggi, nell’epoca digitale, sta vivendo un’altra trasformazione radicale, portata da internet. Ogni giorno un fiume impetuoso di fatwa scorre sul web, richieste soprattutto da giovani musulmani della Gen Z, che vivono in contesti sempre più complessi e plurali. La rivoluzione non sta nella quantità, ma nella qualità del fenomeno. Per secoli, i libri di fatwa hanno portato in primo piano il nome del mufti; chi faceva la domanda era quasi del tutto cancellato, ridotto a un anonimo titolo introduttivo. Oggi avviene il contrario: il nome del mufti spesso non compare nemmeno, mentre la domanda del credente occupa talvolta più spazio della risposta. I giovani scrivono della loro età, della loro professione, della loro famiglia, delle loro relazioni più intime, delle loro paure, dei loro sentimenti. Usano la prima persona singolare – “io” – in un discorso che tradizionalmente era dominato dalla terza persona, generica e impersonale. Il mustafti, il richiedente, si è conquistato uno spazio centrale nel discorso della fatwa, forzandola a passare al “tu”.
Paradossalmente, la virtualità dell’ambiente digitale ha reso le domande più concrete, più umane. Alcuni dichiarano addirittura di non cercare una risposta: vogliono soltanto essere ascoltati. La fatwa online diventa allora uno spazio di ascolto in cui il credente può raccontarsi senza essere giudicato. Il “sé” che traspare da queste domande appare in crisi, frammentato e impotente, indeciso e alla ricerca di legittimazione, ma è la stessa crisi generale che attraversa il sé contemporaneo, in quella che il filosofo Miguel Benasayag ha chiamato “l’epoca dell’intranquillità”. La fatwa è lo strumento che i giovani musulmani molto religiosi utilizzano per affrontare questa crisi, ed è ancora uno spazio di ricerca della verità, nella libertà.
Oggi, però, si affaccia un altro attore sulla scena: l’intelligenza artificiale. Come per i mufti online, c’è la tentazione di delegarle la scelta e affidare a un algoritmo il peso della responsabilità, sulla base di una sua presunta oggettività. Il pensiero islamico, tuttavia, è netto: l’essere umano non è mai sollevato dalla propria responsabilità individuale, nemmeno quando usa strumenti potentissimi. Nel caso della fatwa, la responsabilità della scelta cade sempre sulla persona, chiamata ad accettare o rifiutare il parere del mufti, o a chiederne un altro. Il pericolo, rispetto all’IA o a qualsiasi mufti, è piuttosto la perdita del desiderio di esercitare responsabilmente la nostra libertà nella ricerca della verità.
C’è un’altra parola araba che forse può venire in nostro soccorso, aiutandoci a non perdere questo desiderio, che è parte integrante della nostra umanità, ed è sadàqa, “amicizia”. Essa proviene dal verbo sadaqa che significa “corrispondere a verità”. Dallo stesso verbo discende anche al-sidq, “il vero”, mentre “stringere amicizia” in arabo si esprime con il verbo sàdaqa, che significa “condividere il vero e la verità”. L’amicizia, dunque, è la compagnia lungo il cammino verso la verità.
La verità è una, ma le strade che vi conducono sono infinite e si disegnano con i passi di chi le percorre liberamente e responsabilmente. Nell’epoca digitale, questa scelta libera di condividere il vero con qualcuno è l’ultimo rifugio di ciò che possiamo ancora chiamare, nonostante tutto, civiltà umana.

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