
Avvenire
C’ è una croce semplice, in ferro battuto, sempre adorna di fiori freschi e messaggi di affetto. Si trova appena fuori la canonica di San Rocco a Como, nel luogo in cui don Roberto Malgesini venne ucciso poco dopo le 7.30 del mattino di martedì 15 settembre 2020. Don Roberto si stava preparando per il “giro colazioni” fra i poveri della città e a colpirlo mortalmente fu proprio uno dei tanti disperati a cui aveva sempre assicurato vicinanza e umanità, prima ancora che aiuto materiale. Lì si sono recate per una visita e una preghiera migliaia di persone in questi cinque anni e mezzo. È a partire da quella vita evangelicamente donata che ieri a Como, nella chiesa di San Bartolomeo – nella comunità pastorale in cui il sacerdote era collaboratore – si è aperta ufficialmente l’inchiesta diocesana per la causa di beatificazione di don Malgesini.
Nella chiesa dove fu parroco san Giovanni Battista Scalabrini, padre dei migranti, e nel giorno in cui per la diocesi di Como cadeva la memoria liturgica della martire beata Maria Laura Mainetti, il vescovo di Como, il cardinale Oscar Cantoni, ha dato avvio al percorso che dovrà accertare l’offerta della vita e la perdurante fama di santità del sacerdote, nato a Morbegno (Sondrio), in Valtellina, il 14 agosto 1969. Una fama che, ha osservato il porporato, non si è mai affievolita. «Lo sentiamo a noi familiare, uno di noi», ha detto aprendo la sessione. «Il ricordo di don Roberto si è mantenuto sempre vivo e la sua memoria si è propagata con molta immediatezza in tutta Italia e oltre i suoi confini». Tanti i presenti. Commossi i familiari, stretti al fianco di mamma Ida.
Non una devozione costruita a tavolino, ma la memoria concreta di un prete che ha lasciato un segno profondo nella vita di tante persone. Poveri, detenuti, volontari, fedeli delle parrocchie in cui ha svolto il suo ministero: molti dicono ancora oggi di aver sperimentato un’attenzione personale, discreta e gratuita. «Le persone che lo hanno incontrato e hanno ricevuto il suo aiuto – sottolinea il postulatore della causa, monsignor Ennio Apeciti – si sono sentite privilegiate, perché don Roberto, è il loro racconto, a ciascuno dedicava rispetto e attenzione». Perché la sua carità non era mai impersonale. Era una prossimità fatta di ascolto, di presenza e di piccoli gesti quotidiani.
Nel delinearne il profilo umano e spirituale, Cantoni ha insistito su un tratto che tutti gli riconoscevano: la capacità di diventare amico. «Innamorato del suo Gesù, diventava presto familiare di tutti, anche di chi lo contraddiceva, sempre con animo lieto, pronto a soccorrere a ogni ora del giorno e della notte». Una disponibilità vissuta senza ricerca di consenso o visibilità. «Non avrebbe mai voluto far parlare di sé», ha osservato il cardinale, «giacché non era per nulla autoreferenziale». La chiave della sua esistenza, secondo il vescovo, va cercata altrove: nell’Eucaristia. Durante la Messa celebrata al termine della sessione inaugurale, nella vigilia del Corpus Domini, Cantoni ha indicato proprio qui il segreto della santità di don Roberto. «Ha trovato nell’Eucaristia quotidiana la sua forza vivificante». Da quel rapporto con Cristo nasceva la sua capacità di stare accanto agli ultimi. Nella chiesa di San Rocco, dove abitava, sostava spesso davanti al tabernacolo. «Molto spesso don Roberto contemplava Gesù, riposava alla sua presenza quando si sentiva stanco e solo», ha ricordato il vescovo. Era da questa amicizia che sgorgava la sua carità. «Ha imparato a godere della presenza e dell’azione di Gesù eucaristico, che gli ha trasmesso la delicatezza, la dolcezza e la misericordia». Per questo, ha aggiunto Cantoni, i suoi poveri non lo consideravano semplicemente un operatore sociale, ma «un vero amico di Gesù».
L’inchiesta aperta a Como segue la strada della causa “super oblatione vitae”, la forma di riconoscimento della santità introdotta da papa Francesco nel 2017 per quanti hanno offerto liberamente la propria vita per amore degli altri, accettando consapevolmente un grave rischio. Una scelta che la diocesi ritiene particolarmente aderente alla vicenda di don Malgesini, morto mentre continuava il suo servizio ai più fragili.
Alla sessione inaugurale hanno prestato giuramento gli officiali dell’inchiesta e i membri della commissione storica chiamata a raccogliere documenti e testimonianze. Sarà un lavoro lungo e rigoroso, destinato a verificare ciò che il popolo di Dio percepisce già da anni. Lo ha sintetizzato con semplicità don Roberto Bartesaghi, compagno di ordinazione del sacerdote ucciso: «Il Signore ci sorprende sempre e lo fa mettendo al nostro fianco santi che camminano con noi». Il cammino è iniziato: è già previsto l’ascolto di almeno una quarantina di testimoni, con l’augurio, espresso dal postulatore Apeciti, di poter portare a termine la fase diocesana entro un anno.
