Occorre lasciarsi toccare dalla Parola di Dio in prima persona ed è importante studiare la Bibbia

Mi capita sempre con più frequenza di sentire persone che decidono di non andare più a Messa perché non sono contente delle omelie del proprio parroco. Generalmente la gente si lamenta perché le prediche che non si capiscono, magari sono lunghe senza lasciare però alcun messaggio. Devo anche ammettere d’altra parte che conosco diversi sacerdoti che cercano seriamente di prepararsi e avvertono la responsabilità di questo aspetto del loro ministero. Oggi i fedeli sono particolarmente esigenti, forse perché abituati a una comunicazione mediatica, che non è certamente riproducibile nel contesto liturgico. Anzi, non credo che quei presbiteri che cercano di stupire con effetti speciali siano sulla buona strada.

La domanda della gente è legittima, perché l’omelia è per molti di loro l’unico momento in cui possono ascoltare un commento alla Parola di Dio e ricevere un insegnamento per la loro vita. Bisogna anche dire però che fare un’omelia non è facile: si tratta di un evento comunicativo molto complesso. In un lasso di tempo breve, bisogna catturare l’attenzione dell’assemblea, esponendosi al giudizio e alla critica, cercando di dire in tempi ragionevoli qualcosa di interessante. Mi sentirei di dire allora che i fedeli possono aiutare il sacerdote, offrendo un riscontro sincero, ma incoraggiante e non distruttivo. Il presbitero sa che un’omelia è sempre il frutto innanzitutto della sua preghiera e del suo studio: occorre lasciarsi toccare dalla Parola di Dio in prima persona ed è importante studiare, nella misura del possibile, i testi biblici.

Papa Francesco dice che il predicatore deve lasciarsi “ferire” dalla Parola. L’omelia è un discorso, per quanto molto particolare, e pertanto ha bisogno anche di una costruzione logica e chiara. A volte le omelie sono fatte purtroppo di pensieri affastellati alla rinfusa, per questo lasciano spesso la sensazione della confusione e della frustrazione. Può essere anche utile avere chiaro un messaggio su cui ci si vuole concentrare, accompagnandolo con qualche immagine o esempio. Ad ogni modo non ci si deve scoraggiare: per quanto molte volte la capacità di predicare sia anche legata alla personalità del predicatore, si può sicuramente sempre migliorare.
famiglia Cristiana 

Le Messe mattutine del Papa nel volume Rizzoli “La verità è un incontro. Omelie da Santa Marta”


Un anno di parole tra le più lette e ascoltate al mondo, diventate un appuntamento giornaliero per milioni di persone. Nel volume edito dalla Rizzoli “La verità è un incontro. Omelie da Santa Marta”, in libreria dal 24 aprile, vengono raccolte e proposte le sintesi prodotte dalla Radio Vaticana delle prime 186 omelie del mattino di Papa Francesco. Il libro è aperto dalla prefazione del direttore generale dell’emittente, padre Federico Lombardi, e da un saggio introduttivo di padre Antonio Spadaro, direttore di “Civiltà Cattolica”, curatore dell’opera. Il servizio di Alessandro De Carolis.

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Il “lavoro in più”. Da quando ha aperto le porte della cappella di Santa Marta e il mondo ha preso a entrarvi per ascoltare le sue parole, quattro mattine a settimana, Papa Francesco non ha solo destato un’attesa, spasmodica in certi casi, e introdotto un’abitudine senza confini geografici, e neanche solo religiosi, ma ha contribuito a scardinare nel suo piccolo anche la routine professionale più radicata della “sua” Radio, inventando uno spazio nuovo e straordinario. Dal quel 25 marzo 2013, quando l’appuntamento della Messa mattutina di Papa Francesco ha cominciato a delinearsi come tale – cioè nella modalità di resoconto pubblico delle sue omelie pronunciate spontaneamente nel contesto “familiare” della cappella Santa Marta in Vaticano – il lavoro giornalistico della Radio Vaticana è andato subito modellandosi attorno alla novità. Già nei primissimi giorni ha preso forma la “filiera” di competenze tecnico-redazionali necessarie a produrre rapidamente una sintesi scritta e radiofonica – e anche televisiva – dell’omelia del giorno, che in brevissimo tempo è diventato un “marchio” magisteriale del nuovo Papa.

Nasce così quel “lavoro in più” ma “assai benvenuto” come lo definisce padre Federico Lombardi nella prefazione del libro “La verità è un incontro. Omelie da Santa Marta”, edito dalla Casa editrice Rizzoli, nel quale rivivono le parole di Papa Francesco – così come la Radio Vaticana le ha pubblicate sul suo sito – e rivive anche la sua voce, con le sue sottolineature, le sue pause, l’incisività del suo insegnamento di fede, il formidabile impatto del suo stile espressivo, grazie al cd audio che sarà in allegato all’edizione in libreria dal 7 maggio prossimo, quattro giorni prima della presentazione del volume, in programma al Salone del Libro di Torino. Le omelie del mattino di Papa Francesco, scrive padre Lombardi nella prefazione – sono quelle “di un figlio di Sant’Ignazio abituato ad ‘aiutare le anime’ a ‘cercare e trovare la volontà di Dio’ ogni giorno, guardando e seguendo Gesù che porta la Croce per salvarci, sotto lo sguardo di amore del Padre”.

La Radio Vaticana segue, e continuerà a farlo, questo viaggio spirituale del Papa – dal microfono azionato all’alba, alle “orecchie attente, intelligenze esperte, dita veloci” delle segretarie di redazione che ne trascrivono fedelmente le parole, al confronto serrato tra il direttore e il giornalista incaricato della sintesi – con, assicura padre Lombardi, “impegno e gioia” in ogni membro della squadra. Perché da 83 anni – da Guglielmo Marconi a Santa Marta – oltre le modalità che cambiano resta la missione di fondo, che il bel volume della Rizzoli porta alla luce con accuratezza ed eleganza: il “servizio” di “diffondere la parola del Papa”. Perché, conclude padre Lombardi, “con l’aiuto del Papa, possiamo incontrare Gesù”.

Testo proveniente dalla pagina http://it.radiovaticana.va/news/2014/04/22/le_messe_mattutine_del_papa_nel_volume_rizzoli_la_verit%C3%A0_%C3%A8_un/it1-792846
del sito Radio Vaticana

Commento al Vangelo Domenica 24 Novembre 2013: Un re che si dona, che muore amando

Un re che si dona, che muore amando

XXXIV Domenica
Tempo ordinario – Anno C

In quel tempo il popolo stava a vedere; i capi invece deridevano Gesù dicendo: «Ha salvato altri! Salvi se stesso, se è lui il Cristo di Dio, l’eletto». Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: «Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!». L’altro invece lo rimproverava dicendo: «Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? (…) E disse: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno». Gli rispose: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso».

Sta morendo e lo deridono tutti, lo prendono in giro: «guardatelo, il re!» Sono scandalizzati i devoti, gli uomini religiosi: ma che Dio è questo che lascia morire il suo eletto? Si scandalizzano i soldati, gli uomini forti: se sei il re usa la forza! «Salva, salva, salva te stesso!» per tre volte. C’è forse qualcosa che vale più di aver salva la vita? Sì. Qualcosa vale di più: l’amore vale più della vita.
E appare un re giustiziato, ma non vinto; un re con una derisoria corona di spine che muore ostinatamente amando; un re che noi possiamo rifiutare, ma che non potrà mai più rifiutare noi.
E gli si accostavano per dargli da bere aceto. Il vino nella Bibbia è il simbolo dell’amore, l’aceto è il suo contrario, il simbolo dell’odio. Tutti odiano quell’uomo, lo rigettano. Di che cosa hanno bisogno questi che uccidono e deridono e odiano il loro re? Di una condanna definitiva, della pena di morte? No, hanno bisogno di un supplemento d’amore. E Dio si mette in gioco, si gioca il tutto per tutto per conquistare l’uomo. C’è un malfattore, uno almeno che intuisce e usa una espressione rivelatrice: non vedi che anche lui è nella stessa nostra pena… Dio nel nostro patire, Dio sulla stessa croce dell’uomo, Dio vicinissimo nella passione di ogni uomo. Che entra nella morte perché là va ogni suo figlio. Perché il primo dovere di chi ama è di essere con l’amato.
Costui non ha fatto nulla di male. Che bella definizione di Gesù, nitida semplice perfetta: niente di male, per nessuno, mai, solo bene, tutto bene. E si preoccupa fino all’ultimo non di sé ma di chi gli muore accanto. Che gli si aggrappa: Ricordati di me quando sarai nel tuo regno. E Gesù non si ricorda, fa molto di più, lo porta con sé, se lo carica sulle spalle come fa il pastore con la pecora perduta e ritrovata, per riportarla a casa, nel regno: sarai con me! E mentre la logica della nostra storia sembra avanzare per esclusioni, per separazioni, per respingimenti alle frontiere, il Regno di Dio avanza per inclusioni, per abbracci, per accoglienza.
Non ha nessun merito da vantare questo malfattore. Ma Dio non guarda ai meriti. Non ha virtù da presentare questo ladro. Ma Dio non guarda alle virtù. Guarda alla povertà, al bisogno, come un padre o una madre guardano al dolore e alle necessità del figlio.
Sarai con me: la salvezza è un regalo, non un merito. E se il primo che entra in paradiso è quest’uomo dalla vita sbagliata, che però sa aggrapparsi al crocifisso amore, allora le porte del cielo resteranno spalancate per sempre per tutti quelli che riconoscono Gesù come loro compagno d’amore e di pena, qualunque sia il loro passato: è questa la Buona Notizia di Gesù Cristo.
(Letture: 2 Samuele 5, 1-3; Salmo 121; Colossesi 1, 12-20; Luca 23, 35-43)

di Ermes Ronchi – avvenire.it

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