
Lo spoglio delle schede è ancora in corso ma i risultati che arrivano a Washington dai 50 Stati chiamati alle urne per la verifica di midterm cominciano a delineare l’onda blu dei democratici che potrebbe abbattersi sul Congresso. Il primo strappo al Grand Old Party si concretizza in North Carolina: Roy Copper diventa senatore battendo il repubblicano Michael Whatley. Nello Stato “chiave” della Georgia si conferma senatore il giovane Jon Ossoff, “l’Obama del Sud”. Verso la vittoria va anche James Talarico in Texas: qui, i dem non vincevano dal 1994.
La Cnn diffonde i risultati di un sondaggio di contesto: circa tre elettori su quattro dichiarano di essere insoddisfatti di come stanno andando le cose negli Stati Uniti. Quasi quattro su dieci si definiscono addirittura arrabbiati. Tra i principali fattori alla base del malcontento figura l’insoddisfazione per le attuali condizioni economiche.
Un portavoce della Casa Bianca, dove è in corso un party per seguire lo spoglio in diretta, ha confermato il “cauto ottimismo” con il presidente segue gli sviluppi. Da Atlanta, capitale di uno Stato “chiave” come la Georgia, arrivano i primi dati sull’affluenza: 2,8 milioni di persone hanno espresso le proprie preferenze con il voto anticipato, altri 1,2 milioni si sono recati ieri ai seggi.
Sapremo solo domani, se non nei prossimi giorni, l’esito complessivo delle elezioni di midterm. Da questo dipende il futuro della seconda “era Trump”. La chiamata alle urne di milioni di americani ha rappresentato, di fatto, un referendum sulla sua presidenza. Il tycoon ha ostentato sicurezza fino all’ultimo. Intervistato da Fox News, a urne già aperte, ha dichiarato: «Penso che i risultati saranno meglio del previsto, abbiamo tutto sotto controllo». Non è proprio così. Secondo l’ultima analisi del Cook Political Report, i democratici potrebbero ottenere il controllo della Camera con un margine piuttosto alto: i seggi necessari a strapparla ai repubblicani sono 4; le previsioni statistiche parlano invece di un vantaggio tra 9 e 19 deputati. Più incerta è la partita al Senato, segnata dal “testa a testa” tra i candidati di sette Stati: Alaska, Iowa, Kansas, Maine, Michigan, Ohio e Texas.
La posta in gioco è enorme. Il dipartimento della Giustizia americano ha dispiegato circa mille osservatori elettorali in 126 contee e città di tutti i 50 Stati, comprese alcune delle principali aree urbane di quelli in bilico, soprattutto nella comunità considerate roccheforti democratiche. La motivazione ufficiale è garantire “l’integrità elettorale” – il controllo delle barriere architettoniche per i disabili, l’efficienza dell’assistenza linguistica, il rispetto del Voting Rights Act – e prevenire ogni sorta di irregolarità. Approccio che i democratici hanno percepito come una forma di intimidazione “mascherata” in contestazioni arbitrarie delle procedure di voto. Aggravata dal fatto che l’amministrazione Trump ha rifiutato di invitare gli osservatori internazionali dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, interrompendo una tradizione che durava dal 2002. Il rischio di tensioni alle cabine elettorali ha ispirato alcune iniziative de-escalation. Il Franciscan Action Network di Washington, questo è solo un esempio, ha organizzato una rete di “cappellani elettorali”: circa 375 volontari, dislocati nei diversi Stati chiamati al voto, addestrati per portare una presenza di pace ai seggi e dirimere le eventuali controversie nel rispetto della legge statale e federale. «Purtroppo, un nuovo rischio che questa volta compare nell’elenco, e che non c’era mai stato prima, è la possibilità che il nostro stesso governo federale cerchi di interferire in qualche modo, direttamente o indirettamente, nelle elezioni», ha dichiarato il segretario di Stato del Minnesota, il democratico Steve Simon.
In campagna elettorale, Trump ha più volte evocato il rischio di brogli legati all’esercizio del voto di persone prive della cittadinanza americana. Lo spettro di agenti dell’Ice alle urne ha gettato un’ombra cupa sull’Election Day. Gli addetti all’accoglienza schierati all’ingresso del seggio allestito alla Cook Elementary School di Adams Morgan, quartiere periferico della capitale abitato da molti latinos, riescono a scherzarci su: «Qui siamo abbastanza tranquilli perché li hanno portati già tutti via», spiega Margareth offrendo biscotti agli elettori che entrano nell’atrio. Tina, 55 anni, presidia l’ingresso del Columbia Heights Educational Campus, sulla sedicesima strada, insieme a due ragazzi dell’associazione Election Protection: «Siamo fortunati perché qui, a Washington, non votiamo per Camera e Senato ma solo per sindaco, consiglieri, procuratore generale e delegato locale al Congresso – precisa -. Eppure, c’è un clima pessimo. Temiamo possano presentarsi i militari della Guardia Nazionale che, qualche giorno fa, abbiamo visto aggirarsi nel quartiere». Cosa significa? La donna si lascia andare in un amaro sospiro: «Che si stanno preparando… Se per Trump le elezioni andranno male potrebbe esserci un’altra Capitol Hill, la città verrebbe messa in lockdown». Amplificate dall’incertezza delle ultime ore, le paure del passato diventano fantasmi che si aggirano tra le strade tappezzate di volantini che segnalano i posti di blocco dell’Antidroga: «Attenzione, vi fermano e arrestano senza motivo».
Lunghe code sono state registrate ai seggi di diversi Stati: in Georgia, Michigan e Pennsylvania, per esempio, e a New York. A urne aperte, Trump ha mosso due pedine strategiche sullo scacchiere della politica estera: annunciato il taglio dei fondi a Israele («Entro la fine dell’anno») e un incontro alla Casa Bianca, presieduto dalla “First Lady” Melania, tra un rappresentate della Russia e dell’Ucraina (in programma già per giovedì). Proclami elettorali tesi a correggere, se possibile, il tiro dell’ultimo comizio tenuto dal tycoon al Lincoln Memorial: un discorso di 45 minuti dedicato principalmente a un progetto di ristrutturazione da 1,6 miliardi di dollari del monumento e della “vasca riflettente” a cui il presidente vorrebbe dare il suo nome. Uscita che ha irritato molti all’interno dello stesso Grand Old Party attraversato da un brivido di terrore e speranza: «Non può essere vero, è uno scherzo».