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Halloween, Santi e Morti. Siamo ossessionati dalla morte ma non sappiamo più parlarne

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Fonte: La Barca e il Mare

Vediamo molte storie di morte. Poi qualcuno muore
Chi di noi non ha mai guardato un crime show o ascoltato un podcast su un cold case? Siamo capaci di trascorrere una serata davanti a un documentario riguardante un serial killer, di seguire podcast che ricostruiscono omicidi nei dettagli, di cercare nell’horror il brivido della morte. Poi, quando muore qualcuno che conosciamo, non sappiamo che cosa dire. Mandiamo un messaggio imbarazzato, un “fatti forza”, e speriamo, magari inconsapevolmente, di tornare in fretta alla normalità.

È uno dei paradossi odierni: la morte immaginata è ovunque, quella reale è difficile da abitare. Sullo schermo ci appassiona, purché ci sia un pulsante per interromperla; nella vita, invece, interrompe noi, senza offrire spiegazioni alla fine dell’episodio e senza lasciarsi archiviare con un clic.

A seconda naturalmente dei gusti, leggere un giallo o guardare un film dell’orrore rientra nei passatempi piuttosto comuni e godibili. Una piccola dissonanza nasce però quando la familiarità con la morte come spettacolo convive con l’incapacità di accompagnare chi la incontra davvero. Ci spaventano meno i cadaveri di finzione che il silenzio dopo un funerale. Sappiamo discutere approfonditamente le motivazioni di un assassino, ma siamo molto meno in grado di ascoltare una vedova che racconta, per la decima volta, lo stesso ricordo.

I grandi giri di parole per non dire “morte”
Anche il linguaggio tradisce questa difficoltà. Si “perde” qualcuno, qualcuno “viene a mancare”, qualcuno “se ne va”. Espressioni comprensibili che vogliono essere delicate, ma che talvolta diventano un modo per aggirare la parola più veritiera: morire.

Essendo la morte un argomento sconveniente, chi soffre può sentirsi obbligato a guarire in fretta, a non disturbare, a trasformare il dolore in una parentesi privata.

Poi, dopo Halloween, arrivano Santi e Morti
Nel cuore dell’autunno, il passaggio tra ottobre e novembre ci viene in soccorso. La vigilia di Ognissanti, oggi associata soprattutto a Halloween, precede il 1° novembre, solennità di Tutti i Santi, e il 2 novembre, Commemorazione dei fedeli defunti. Evitiamo di lanciarci nell’ennesima disputa sulle origini cristiane o pagane della festa o sulla legittimità dei travestimenti, e interroghiamoci: perché abbiamo bisogno di mascherare la morte, quando esiste una tradizione che ci invita a guardarla in volto?

La sequenza delle ricorrenze cristiane è sorprendente. Prima i santi: non creature fantastiche, ma uomini e donne che hanno attraversato la fragilità della vita terrena, e che la Chiesa contempla nella pienezza della vita in Dio. Poi i defunti, i nostri defunti, con i loro nomi, i loro volti, le loro storie; persone amate, per le quali si prega.

Il lumino della zucca e quello della tomba al cimitero
Il cristianesimo non chiede né di negare la morte, né di chiamarla bella. La considera una ferita reale; davanti alla tomba di Lazzaro, il Vangelo racconta che Gesù pianse. Prima ancora di parlare di risurrezione, Dio fatto uomo condivide il dolore di chi resta. Questo, sì, è bello: la speranza cristiana non pretende di ignorare il lutto, ma dona il lusso di saperlo passaggio.

Il 2 novembre, alle 16, Papa Leone XIV celebrerà la Messa al cimitero del Verano, a Roma. Il gesto, annunciato dalla Santa Sede, sembra una risposta ben concreta alla nostra abitudine a tenere la morte fuori campo: entrare in un cimitero, sostare fra le tombe, pronunciare una preghiera – restituire ai morti un posto nella comunità dei vivi.

Forse è questo che abbiamo smarrito: non la capacità di parlare della morte, ma quella di stare accanto a chi muore e a chi resta, e di ricordare chi non c’è più. Visitare una tomba e ricordare un nome permettono di affermare che una vita non smette di avere significato quando finisce.

Una zucca illuminata può aiutarci a giocare con la paura, un lumino acceso al cimitero ci chiede di restare, senza fuggire. Siamo già capaci come società di trasformare ogni cosa in spettacolo: forse è bene fare un po’ di pratica con il sedersi accanto al dolore, chiamare i morti per nome e quietarsi nella speranza.

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