
Keir Starmer lascia Downing Street. Il premier britannico ha annunciato oggi le proprie dimissioni da leader del Partito Laburista e da primo ministro con un discorso alla nazione pronunciato davanti al numero 10, mettendo fine a una parabola politica sorprendentemente breve e tormentata. Quello che appena due anni fa sembrava il ritorno trionfale del Labour al governo dopo la lunga stagione conservatrice si conclude invece tra contestazioni interne, sondaggi disastrosi e una crescente sfiducia dell’opinione pubblica. L’uscita di scena di Starmer apre immediatamente la corsa alla successione e, salvo colpi di scena, il favorito appare Andy Burnham. Ex ministro, sindaco di Manchester dal 2017 e figura di primo piano dell’ala moderata laburista, Burnham ha già chiarito le proprie intenzioni. Nel discorso pronunciato dopo la recente vittoria alle elezioni suppletive che gli ha consentito di rientrare a Westminster, aveva avvertito che per il partito esisteva «un’ultima possibilità di cambiare», parole che oggi assumono il valore di una vera candidatura alla guida del Labour.
La crisi di Starmer covava da mesi. L’uomo che aveva riportato il partito al governo nel luglio 2024 non è mai riuscito a consolidare il consenso ottenuto alle urne. Cambi di rotta su dossier cruciali, tensioni con la base, scandali politici e una serie di dimissioni ministeriali hanno progressivamente eroso la sua credibilità. A pesare è stata anche la contestata nomina di Peter Mandelson ad ambasciatore britannico a Washington, una scelta che ha alimentato polemiche dentro e fuori il partito. La resa dei conti è arrivata con le elezioni locali e regionali della scorsa primavera. Le pesanti perdite registrate in Inghilterra, Scozia e Galles hanno convinto una parte crescente del gruppo parlamentare che il premier fosse diventato un peso elettorale. Secondo i media britannici, oltre cento deputati laburisti ne avrebbero chiesto il passo indietro. Tra coloro che avrebbero sollecitato un cambio di leadership figurerebbero anche esponenti di primo piano del governo, compresa la ministra degli Esteri Yvette Cooper.
Burnham si presenta ora come l’uomo della rifondazione. A differenza di Starmer, ha costruito il proprio profilo politico soprattutto sul territorio, guadagnando popolarità per la gestione della grande area metropolitana di Manchester e per la capacità di intercettare il disagio delle periferie urbane e del Nord dell’Inghilterra. La sua recente vittoria contro il candidato di Reform UK gli consente inoltre di rivendicare una qualità particolarmente preziosa nell’attuale contesto britannico: la capacità di contenere l’avanzata della destra populista. Molti aspetti del suo programma restano tuttavia indefiniti. Le indiscrezioni della stampa britannica parlano della volontà di sostituire la cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves, mantenendo invece al proprio posto la ministra dell’Interno Shabana Mahmood. Più che una rivoluzione ideologica, sembra profilarsi il tentativo di ricostruire il rapporto tra il Labour e un elettorato che, in meno di due anni, è passato dall’entusiasmo alla disillusione.
Per il partito che aveva promesso stabilità dopo gli anni convulsi dei Conservatori si apre così una fase delicatissima. Le dimissioni di Starmer non rappresentano soltanto la fine di una leadership. Sono il riconoscimento di un fallimento politico che il Labour dovrà ora provare a superare rapidamente, se vuole evitare che la crisi del suo leader si trasformi nella crisi dell’intero progetto di governo.
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