
Avvenire
Tiri Mancini con ritorno al passato, l’Italia del calcio è un gambero azzurro. I tiri Mancini sono quelli che hanno portato al siluramento di Andrea Pirlo, reo di testimonianza remunerata del gioco d’azzardo (Ambassador della piattaforma russa Fonbet, da 48 ore illegale in Italia e quindi oscurata) e l’assunzione, tanto agognata dal Presidente della Figc Giovanni Malagò, del suo pupillo, Roberto Mancini. L’atto secondo dell’era Malagò, al primo «stavamo a scherzà», direbbe Alberto Sordi, si apre con il licenziamento in tronco voluto dallo stesso Presidente, con le dimissioni «senza polemiche», dice sempre il Presidente, del dt Paolo Maldini e dell’advisor Leonardo, con l’apertura a un Mancini bis sulla panchina azzurra. Dopo settimane di parole chiave come «rinascimento del pallone italiano, nuova filiera del settore giovanile da ricostruire e valorizzazione del calcio di base», eccolo qua il nuovo che avanza, il caro vecchio Mancio pronto a riprendersi il suo posto e anche a ribadire, umilmente (viene da ridere) le scuse. Quelle per il suo “sgarbo” nazionale consumatosi nell’estate 2023. La rottura di Mancini con l’ex presidente della Figc Gravina e le dimissioni annunciate con una fredda pec spedita sotto il sole della Grecia a bordo del suo yacht. Un gesto da eterno genio ribelle del calcio nostrano che in quel momento storico si sentiva accerchiato e declassato (tagli al suo staff rimasto orfano del “gemello del gol” Gianluca Vialli) dopo che non aveva centrato la qualificazione ai Mondiali del 2022: eliminati dalla Macedonia del Nord. Ma anche quella eliminazione per Malagò fu più colpa di una Federazione vecchia e cattiva, perché per lui c’è un solo vincente in circolazione, il Mancini campione d’Europa, a sorpresa, a Euro2020 e il fantastico tecnico del record, 37 partite senza sconfitte alla guida della Nazionale (primato interrotto il 10 settembre 2021 contro il Portogallo). «Roberto è il miglior ct possibile», ribadisce un raggiante Malagò che cerca di scacciare via tutte le nubi del “caso Pirlo” per riabbracciare quello che per Fabio Capello rimane il “Mancio d’Arabia”, quindi non idoneo per il ritorno.
Quando Mancini disse addio alla Nazionale infatti andò a svernare a Riad da ct dell’Arabia Saudita. Missione lampo, finita dopo una sola stagione da “tackle nel deserto” sopportata solo dietro carovane di milioni di dollari (25 circa). Poi ultima spiaggia all’Al-Sadd Sports Club di Doha, per un altro ingaggio da sceicco di Jesi in Qatar (biennale da 10 milioni). Il figliol prodigo per tornare a Coverciano si è “accontentato” di 2 milioni a stagione, contratto fino al 2030. Ma non è tanto per gli 8 milioni che ha detto «sì»,ma perché quando Giovannino principe dell’Aniene, Circolo del generone romano di cui il “Mancio” è socio più che onorario, chiama, non si può che rispondere “èccome!”. Nel valzer dell’ipocrisia di queste ultime ore abbiamo assistito a uno spettacolo da incubo di una notte di mezza estate. Per nominare un allenatore di calcio, uno straccio di selezionatore, della Nazionale, si sono mossi anche i servizi segreti, e siccome siamo nella Repubblica fondata sul pallone si è rischiato di tornare alle urne. La nostra politica poi, quando scoppiano gli scandali del calcio non perde mai l’occasione di scendere subito in campo e lo invade con i suoi assist che sanno di comizi elettorali. I comizi contro Pirlo poi hanno rasentato il ridicolo e gettato del fango gratuito e ingiusto nei confronti di un campione che ha commesso un solo grave errore, secondo il codice da “Azzurro Vergogna” coniato da tempo immemore da Avvenire: prestare nome e volto a un’agenzia di scommesse che alimenta l’azzardo e le ludopatie giovanili. Tutto il resto è noia, discorso da bar sport, compreso il dibattito fantapolitico. «Ripartiamo da un progetto serio», ha invocato il presidente della Lega Nazionale Dilettanti Giancarlo Abete, ma è dura fare i seri quando anche la nomina di un tecnico diventa un affare di Stato.
Il nuovo corso Malagò sarebbe dovuto ripartire dalla scelta immediata condivisa e decisa di un ct con il quale avviare un progetto effettivo di rinnovamento. Invece si è iniziato a parlare di fare economia per non allargare la faglia del buco da 30 milioni di euro della Figc generato dalla mancata qualificazione al Mondiale 2026. Perciò il “ripiego Pirlo” era dettato da ragioni meramente finanziarie, perché gli ingaggi necessari per mettere sotto contratto Mancini o Antonio Conte (il più amato dalla Lega di Serie A, che ora protesta) erano stati cassati alla voce “troppo esosi”. Poi però abbiamo scoperto che si poteva anche ingaggiare persino un mister di platino come Pep Guardiola. Un tiki-taka da 20 milioni l’anno per il Pep catalano e accordo fino al 2030. Roba da City Group, mica da Figc che piange miseria. Se Pirlo non fosse stato tradito dallo scommettificio russo (se fosse stata un’agenzia italiana o inglese saremmo arrivati a tanto?) la Figc se la sarebbe cavata con una spesa da 6 milioni complessivi in quattro anni, ma resta da capire se il nuovo piano di rilancio tecnico dell’Italia del pallone sia in mano a dei commercialisti o a gente che vive e che sa di calcio. Uno che ha vissuto in maniera specchiata in questo strano mondo del pallone e che sa anche tanto di calcio è sicuramente Claudio Ranieri. L’aggiustatore universale di Testaccio, classe 1951, è il nuovo direttore tecnico. Ranieri prende dunque il posto di Paolo Maldini che lasciando la Federcalcio ha detto solo: «Questi non vogliono il cambiamento». Almeno in questo, difficile non dargli ragione.
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