
laliberta.info
Quest’anno abbiamo pensato di fare una convocazione iniziale più “casalinga”. In questo primo anno come équipe abbiamo cercato di girare per conoscere le varie realtà e farci conoscere. Portiamo a casa tante cose: stimoli, provocazioni, conoscenze. Soprattutto, tanta gratitudine per il bello che c’è. Abbiamo pensato fosse bene restituire tutto questo insieme ad alcuni criteri per impostare il nuovo anno.
Abbiamo scelto di partire con il racconto di tre unità pastorali chiedendo loro di mettere in luce soprattutto le riflessioni che hanno guidato le scelte fatte e, a partire da questi racconti, provare a dare alcuni stimoli. Le tre unità pastorali sono:
1. “Beata Vergine di Bismantova” con l’esperienza fatta con il polo scolastico di Castelnuovo Monti e il campeggio vicariale di questa estate;
2. “Sant’Alberto di Gerusalemme e Sant’Artemide Zatti” con l’esperienza della mostra su Livatino;
3. “Sacra Famiglia” che ci racconterà del coinvolgimento delle famiglie nella formazione degli animatori prima e durante l’oratorio estivo.
Alla luce dell’ascolto di queste esperienze, quattro criteri per il nuovo anno.
Fermarsi a pensare
Dovrebbe essere il più scontato, ma purtroppo non sempre lo è. Il rischio più grande all’inizio di un nuovo anno è quello di ripartire dando per scontato l’impianto dell’anno scorso e limitarci a chiederci: “Di cosa parliamo quest’anno?”. Ciò che rende tanta nostra pastorale stanca e inefficace è che abbiamo smesso di chiederci perché? Perché facciamo quella proposta? Chiedersi il perché non significa contestare una cosa, ma rinnovare il senso di quello che si fa.
Guardare ai bisogni
Il fermarsi a pensare si lega anche al guardare a cosa la realtà ci chiama. Di che cosa hanno bisogno i ragazzi che seguo? Cosa serve al loro cammino di fede? Uno dei rischi è che andando avanti senza pensare non si vedono più le persone, la realtà. Che cosa la nostra realtà ci rimanda? Quali bisogni presenta?
Immaginare strade nuove correndo il rischio di sbagliare
Darsi la libertà di provare, accettando il rischio di sbagliare. C’è una sorta di senso di colpa, un po’ nascosto, che rischia di bloccarci: “Già abbiamo pochi ragazzi, se cambiamo qualcosa, cosa succede? E se perdiamo anche quei pochi? Meglio fare quello che si è sempre fatto piuttosto che perdere”. Una volta, però, uno ci disse che chi vuole salvare la propria vita la perderà e questo vale anche a livello di Chiesa. Essere missionari significa accettare il rischio di sbagliare, ma si accetta questo rischio perché ci sta a cuore il bene delle persone e il loro incontro con Gesù.
Fare rete, fare insieme
A volte cerchiamo soluzioni in giro, quando chi è vicino a noi magari vive le stesse domande e questioni. Secondariamente una realtà potrebbe avere il desiderio di provare a fare qualcosa, ma sente di non avere le forze. Magari l’unità pastorale di fianco vive lo stesso problema. Perché non mettersi insieme? Se nel passato c’era una chiusura autoreferenziale che nasceva dalla sensazione di potercela fare da soli, oggi le sfide che ci troviamo davanti rischiano di produrre lo stesso effetto, di rinchiuderci in noi stessi. C’è tanto bene, c’è una ricchezza presente nelle nostre realtà e che è bene imparare a mettere in circolo, così come a fare anche insieme lì dove vediamo che è possibile. Senza dover forzare le cose, durante la programmazione di inizio anno, perché non provare a chiedersi se questa cosa potremmo farla mettendoci insieme ai nostri vicini?
Alessandro Zaniboni