Perché chiamiamo catechisti le catechiste?

di Paola Springhetti – vinonuovo.it

La discussione sull’uso del maschile e del femminile e quindi del linguaggio inclusivo, riguarda anche la Chiesa. Nel mondo laico si è riaccesa dopo che il 27 luglio il Senato ha respinto una proposta di modifica al regolamento che proponeva appunto di adottare la differenza di genere nella comunicazione istituzionale scritta. Che poi, in parole povere, significa semplicemente che se il ministro è una donna si chiama ministra. Giusto per evitare notizie surreali come quella pubblicata nel 2.020 da un’agenzia, il cui testo recitava: «MONDOVÌ – Poco dopo le 18 di oggi, mercoledì 24 giugno… è nato Leone, secondogenito del ministro alla Pubblica amministrazione Fabiana Dadone. Il ministro, monregalese di origini, vive a Carrù con il compagno Ergys e il loro primo figlio». Da cui non si capisce se Fabiana Dadone è un maschio (e come fa un maschio a partorire?) o se a partorire è stato il suo compagno (e come fa un maschio a partorire?).

Ma il vero motivo per cui è importante adottare il femminile è che ciò che non si dice non esiste, e che quindi l’abitudine di usare il maschile come “neutro” per indicare mestieri, ruoli, funzioni ricoperti anche da donne, è scorretto, perché la lingua italiana ha solo due generi, il maschile e il femminile, e perché nasconde il fatto che ci sono sempre più senatrici, magistrate, ingegnere, avvocate e quant’altro, e non solo i loro corrispettivi maschili. Come ha scritto Antonella Mariani su “Avvenire”, «se è vero che la parità sostanziale si deve realizzare negli uffici, nella famiglia, nelle istituzioni, affinché non vi siano opportunità e diritti negati a nessuna donna né talenti sprecati, è altrettanto vero che il linguaggio non è un orpello inutile ma è un tassello di quella parità. Il linguaggio è identità. Intestare una legge agli “onorevoli senatori” senza aggiungere “e senatrici”, non è un plurale collettivo “neutro”, ma una esclusione. Di più: la negazione della realtà».

Dico subito che sono assolutamente contraria all’introduzione dello schwa o di asterischi per definire un gruppo misto di persone e rendere la lingua italiana più inclusiva. Perché imbattermi in parole che non so pronunciare mi toglie il piacere della lettura e mi scatena l’irresistibile tentazione di cambiare file; perché sono convinta che le lingue non si possono inventare a tavolino; perché mi sembra che così ancora una volta il femminile sparisca dalla lingua; forse solo perché sono troppo vecchia per accettare cambiamenti così cervellotici.

Ma il problema del linguaggio inclusivo esiste, e la Chiesa non ne è esente. Ad esempio, “catechista” al singolare è un nome invariabile, ma al plurale perché continuiamo a parlare di “catechisti”, al maschile, quando sappiamo che nel 76% dei casi sono donne? Forse perché sono maschi i responsabili degli uffici catechistici e pastorali?

Allo stesso modo, parliamo di accoliti, catechisti e lettori: sempre al maschile, anche quando tra loro ci sono donne. Come dice Wikipedia: «L’accòlito… è un ministro di culto in aiuto del diacono e a servizio del sacerdote all’altare e nelle processioni e in altri atti di culto in alcune Chiese cristiane». E l’accolita che cosa è? Analogamente, in un documento CEI: «Lettori e Accoliti sono battezzati la cui identità è qualificata nel Rito di istituzione per un servizio ecclesiale nella liturgia, in particolare alla mensa sia della Parola che del Pane… I Catechisti sono battezzati la cui identità è qualificata nel Rito di istituzione per vivere più intensamente lo spirito apostolico e servire l’annuncio e la maturazione della fede della comunità cristiana. Ne consegue che l’opera del ministro non si rinchiude entro l’ambito puramente rituale…». E le Lettrici, e Accolite, le catechiste? Del resto, il problema si pone già nel titolo (“I ministeri istituiti del lettore, dell’accolito e del catechista per le chiese che sono in Italia. Nota ad experimentum per il prossimo triennio”), che non prevede la possibilità che ad assumere questi ministeri possano essere delle donne.

Il linguaggio non è solo espressione di un modo di pensare, è anche un modo per costruire la realtà. Se la persona con cui parlo dice “negro”, invece di “nero”, non ho dubbi su come quella persona la pensa. Se a dire “negro”, sono in tanti, contribuiscono a diffondere l’idea che le persone di colore si possono disprezzare. E dunque contribuiscono a costruire una società razzista. Analogamente, tutti coloro continuano a dire “catechisti”, contribuiscono a far pensare che le donne che si assumono questo fondamentale servizio sono lì sono perché non c’erano uomini disponibili.

Chissà… se cominciassimo da queste piccole – ma neanche tanto piccole – attenzioni, riusciremmo ad arrivare prima o poi a comunicare persino che “Dio è padre, ma è anche madre” (Giovanni Paolo I).