Il mondo invoca l’amore come misura di ogni cosa e la Storia, puntualmente, lo smentisce. Soltanto l’amore efficace libera

“All You Need Is Love”

Avvenire

“All You Need Is Love”. Così cantavano i Beatles. Quattro parole. Tutto ciò di cui hai bisogno è amore. Eravamo alla vigilia del 1968. La moderna “religione dell’amore universale” era alle porte. Questa canzone ne era l’inno naturale. Risuonò in mondovisione il venticinque giugno 1967. Era di domenica sera. Per la prima volta da quando esiste la specie umana quattro satelliti riunirono insieme cinque continenti in un’unica diretta televisiva. Si chiamava Our World. La guardarono circa quattrocento milioni di persone. A molti parve bellissimo. Ma fu, immediatamente, smentito dalla Storia.
Perché l’Unione Sovietica e i Paesi del blocco orientale si erano sfilati dal collegamento pochi giorni prima, per protesta contro l’esito della Guerra dei Sei Giorni. La trasmissione dell’amore universale nacque, dunque, già amputata: mancava mezzo mondo. Mentre le note salivano dallo studio londinese, sul Vietnam scendeva il napalm. E undici mesi dopo Praga sarebbe stata schiacciata dai cingoli, Memphis e Los Angeles avrebbero sepolto due profeti disarmati, Parigi avrebbe bruciato.
Da allora abbiamo soltanto perfezionato il metodo. Ma la sostanza è rimasta la stessa. L’amore è diventato negli ultimi 50 anni, la parola più inflazionata del vocabolario pubblico. Si invoca ovunque ed in ogni contesto. Tutto si riconduce all’amore. Tutto si spiega con l’amore. Tutto si giustifica con l’amore. Tutto si pretende in nome dell’amore. Abbiamo fatto dell’amore la moneta unica del discorso morale. E poi ne abbiamo stampato quantità illimitate, senza riserve, senza copertura, senza banca centrale. Il risultato era prevedibile: una gigantesca svalutazione.
Milan Kundera aveva capito il meccanismo con anticipo crudele. «Nel regno del kitsch impera la dittatura del cuore», scriveva. E spiegava che il kitsch non produce una lacrima bensì due: la prima davanti ai bambini che corrono sul prato, la seconda – quella decisiva, quella che fa del kitsch il kitsch – davanti alla propria commozione condivisa con l’intera umanità. Non piangiamo per i bambini. Piangiamo per il fatto che stiamo piangendo insieme a tutti. E che bella immagine restituiamo di noi mentre lo facciamo. Potere dell’imagologia contemporanea, effimera e talvolta strumentale.
Ecco il punto. Il sentimentalismo contemporaneo non è un eccesso di amore. È un amore che si è ripiegato sul proprio riflesso. Un amore inefficace. Un amore che non è amore. Un amore senza la verità dell’amore. Ma senza amore siamo “cimbali che tintinnano”. Anche se possediamo tutte la scienza possibile, ci ricorda San Paolo.
Tutto ciò non appaia come un giudizio. Si tratta solo di una semplice constatazione. Gilles Lipovetsky ha chiamato tutto questo morale indolore. Un’etica senza obbligo e senza sanzione. Che chiede di aderire ai valori purché non costino nulla. Che ammira il sacrificio negli altri e lo esenta in se stessa. Luc Boltanski ha descritto la condizione dello spettatore della sofferenza a distanza, sospeso tra l’indignazione, l’intenerimento e la denuncia, e sempre e comunque immobile. Susan Sontag lo aveva detto in modo ancora più asciutto: la compassione è un’emozione instabile; se non viene tradotta in azione, appassisce. E, appassendo, produce assuefazione.
Abbiamo inventato l’amore a chilometro zero emotivo. E a zero calorie morali. Un amore senza la verità dell’amore, abbiamo già detto (ma vale la pena ribadirlo).
Nel 1910 Charles Péguy, in Victor-Marie, comte Hugo, congedava un’intera tradizione filosofica con una frase che sembra scritta oggi: «Le kantisme a les mains pures, mais il n’a pas de mains». Il kantismo ha le mani pulite, ma non ha mani. È esattamente la nostra condizione. La condizione dell’amore senza amore.
Siamo mossi dall’emotività romantica. Gravidi di buone intenzioni. Che, tuttavia, non si traducono in Storia. Perché, come insegnava Max Weber, c’è differenza sostanziale tra l’etica delle intenzioni e l’etica delle responsabilità. Ed in questo scarto, si nascondono le cause di quelle che Roberto Merton chiamava “le conseguenze inattese dell’azione sociale intenzionale”. Cioè: il bene voluto che produce il male non voluto. Non per malizia. Per mancanza (ed ignoranza) di verità.
L’inferno dice infatti il proverbio, è lastricato di buone intenzioni. Ma, a pensarci bene, dovremmo ammettere che il proverbio è addirittura ottimista. L’inferno, spesso, con le buone intenzioni ci viene costruito. Deliberatamente. Abilmente. Ingannevolmente.
A proposito.
Ventisette agosto 1928, Parigi. Quindici nazioni firmano un patto che mette la guerra fuori legge. Non la limita: la abolisce. Le potenze rinunciano solennemente alla guerra come strumento di politica nazionale. Vi aderiranno sessantatré Stati, praticamente tutto il mondo civile. Aristide Briand aveva già ricevuto il Nobel per la pace nel 1926; Frank Kellogg lo riceverà nel 1929. Le cancellerie brindano. I giornali parlano di svolta epocale nella storia dell’umanità. Undici anni dopo, il primo settembre 1939, la Wehrmacht varca il confine polacco. Quel patto, si badi, non è mai stato formalmente abrogato. È semplicemente stato ignorato. È il destino di ogni amore che non abbia verità: sopravvive nei registri e muore nei fatti.
Ventuno aprile 1994. Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite adotta all’unanimità la risoluzione 912. All’unanimità: nessun contrario, nessun astenuto. Il testo si dichiara costernato per le violenze in corso in Ruanda e per la morte di migliaia di civili innocenti, donne e bambini compresi. Poi, con la stessa penna e nella stessa seduta, riduce il contingente sul terreno da circa duemilacinquecento uomini a duecentosettanta. Il comandante della missione ne aveva chiesti cinquemila per fermare tutto. Nei cento giorni successivi vennero massacrate ottocentomila persone. Costernazione perfetta. Efficacia zero. Quattordici mesi più tardi, a Srebrenica, ottomila uomini e ragazzi furono uccisi dentro un territorio che le Nazioni Unite avevano dichiarato «zona protetta». Aggettivo mai smentito ufficialmente. Semplicemente inerte. Perché una parola non protegge nessuno.
E poi c’è il caso più ancora, un caso iconico per la sua dimensione pop. Tredici luglio 1985: Live Aid. Il più imponente atto di compassione collettiva mai organizzato nella storia. Tutti noi di quella generazione lo ricordiamo con l’emozione che si riserva ai momenti iconici. Miliardi di spettatori, un pianeta commosso, una montagna di denaro raccolto per la carestia etiope. Molte vite furono realmente salvate, e sarebbe disonesto negarlo. Ma nell’ottobre di quello stesso anno Médecins Sans Frontières denunciò pubblicamente che l’aiuto internazionale veniva utilizzato dal regime di Menghistu come esca per i trasferimenti forzati di popolazione: circa un milione e mezzo di persone deportate, e – secondo le stime dell’organizzazione – decine di migliaia di morti durante gli spostamenti. Nel dicembre 1985 Médecins Sans Frontières fu espulsa dall’Etiopia.
L’Occidente cantava. Il carnefice incassava.
Oggi non è diverso da ieri. A Gaza. A Kiev. A Ceuta. Invochiamo invano un mondo di pace e di amore. Ma l’amore che non affonda le sue radici nella verità non salva. Non può salvare. Mai salverà.
Dovremmo prenderne atto, dunque. Riconoscendo ed ammettendo che esiste, invece, una diversa grammatica dell’amore. La grammatica dell’amore efficace.
Nella Sacra Scrittura c’è una figura capace di insegnare questa grammatica più di ogni altra e nel modo più sublime e raffinato. L’abbiamo incrociata nella Liturgia domenicale della scorsa settimana. L’Evangelista Matteo la chiama: Cananea. Marco la dice greca di lingua e siro-fenicia di origine. Comunque straniera. Comunque pagana. Comunque donna. Tre esclusioni sovrapposte. Nessun titolo per chiedere. Nessun diritto da esibire. E una figlia tormentata da uno spirito impuro.
Prima di lei, però, occorre ricordare che la preghiera non è soltanto una richiesta. La vera preghiera è un atto di verità. La vera preghiera è sempre nella testimonianza della duplice verità: di chi è pregato che deve essere confessato come Creatore; e di chi prega che deve riconoscerci Creatura. Solo così la preghiera diventa dialogo sapiente, intelligente ed eficace con il nostro Dio, per Cristo Gesù, nello Spirito Santo, con il cuore della Madre di Dio e Madre nostra. Sono infatti la sapienza e l’intelligenza donate a noi dallo Spirito che si rivolgono alla sapienza e all’intelligenza eterne del Padre. Il primo dialogo che si fa preghiera, nella Scrittura Santa, avviene tra Dio e Abramo. Un dialogo lungo, ostinato, quasi giuridico, che culmina nell’alleanza e nella promessa di una discendenza numerosa come le stelle. È il grande amore di Dio per Abramo che muove quel dialogo. Ma è il grande amore di Abramo per il suo Dio che gli dona vita.
Con la Cananea, invece, tutto parte dal basso. Tutto parte dall’amore che questa donna nutre per la sua figlioletta. Ma questa donna sa che il suo amore è inefficace. Lo sa. Non se lo nasconde. Anche se consumasse interamente tutti i secondi della sua esistenza consacrandoli all’amore della figlia, il suo dono resterebbe terribilmente inefficace. Nessuna madre ha mai scacciato un demonio a forza di tenerezza. Nessuna dedizione, per quanto totale, guarisce chi si ama.
È la lucidità più dura che esista. Ed è la porta stretta dell’amore vero.
Perché è proprio lì che l’amore di questa donna trova la propria efficacia: nella preghiera che si fa richiesta a Gesù, affinché liberi la sua figlioletta dallo spirito impuro che la possiede. Solo Lui può. La Cananea lo riconosce. E poiché è consumata dall’amore per la sua figlioletta, quello stesso amore la rende inarrestabile nella preghiera. Non si vergogna. Non si stanca. Non si offende.
Poi accade il secondo fatto, il più sconvolgente. Gesù risponde che non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini: c’è un mandato, c’è un ordine della missione, c’è un comandamento del Padre. Se Gesù non può per mandato divino, allora – questo è il ragionamento della donna – lei deve trovare la via perché Gesù possa senza trasgredire il comando del Padre.
Qui è tutta la sapienza della Cananea: dare a Gesù la soluzione perché Lui possa dove Lui non può. Così non si trasgredirà il comandamento del Padre e la preghiera può essere ascoltata.
E dove la trova, questa donna, la giusta soluzione da consegnare a Gesù? Non nelle scuole rabbiniche. Non nelle dispute teologiche. Non nell’altezza delle idee. La trova nella vita concreta di ogni giorno. Sotto il tavolo di casa sua.
Il pane è dei figli. Non può essere dato ai cagnolini che stanno nella casa del padrone. Però è diritto dei cagnolini nutrirsi delle briciole che cadono dalla mensa del padrone. E allora: lasciando che i cani si nutrano delle briciole, il padrone nega forse il diritto dei figli? Forse che Gesù, lasciando cadere una briciola dalla sua onnipotenza, verrà meno al comandamento del Padre?
Dinanzi a una sapienza così grande – frutto, nella donna, del suo grande amore per la figlioletta – Gesù non può più opporre alcun rifiuto. Se lo facesse, sarebbe un rifiuto irrazionale e insipiente, non degno del Figlio di Davide.
La briciola cade. La figlioletta è liberata.
Fermiamoci un istante su ciò che è realmente accaduto, perché è bellissimo, sublime. La sapienza dell’amore vince la sapienza dell’obbedienza. O meglio: dona alla sapienza dell’obbedienza una ulteriore sapienza, perché si possa operare là dove operare non si può.
E allora ecco la domanda che ci riguarda tutti. Perché la sapienza del cristiano – che è lo Spirito Santo che agisce in lui – non produce frutti così alti? La ragione è una sola: è sapienza sterile, perché non fecondata dal grande, anzi grandissimo amore.
Non è un difetto di dottrina. È un difetto di amore.
Gesù dialoga con il Padre con il suo amore da Crocifisso. Anche il discepolo di Gesù deve dialogare con il Padre dal suo amore crocifisso, offerto in Cristo al Padre per la salvezza dei suoi fratelli. Quando una vita è interamente consacrata al Padre, per Cristo, nello Spirito Santo, per la salvezza dei fratelli, allora il dialogo con il Padre si può fare, anzi si deve fare con ogni sapienza e intelligenza nello Spirito Santo, perché il Padre possa dove Lui non può.
È della sapienza amante del figlio di Dio far sì che Dio possa dove Lui non può. La Scrittura Santa è anche questa rivelazione.
E se questo vale per la Cananea, quanto più varrà per Colei che di quell’amore è la misura piena. La Madre di Dio.
Proviamo, allora, a mettere in fila ciò che la Cananea insegna.
Primo. Lei non ama l’umanità. Ama sua figlia. Ha un volto davanti, non una categoria. L’amore inefficace comincia sempre dall’universale. Perché l’universale non protesta. L’amore efficace, invece, comincia dal particolare, dal bisogno specifico, dalla persona che si ha difronte. E all’universale arriva dopo, per via di fedeltà.
Secondo. Non delega. Non firma appelli, non manda comunicati, non incarica i discepoli. Va. Si getta ai piedi. Il corpo, l’anima e le mente sono impegnati interamente. In prima istanza.
Terzo. Conosce il reale. E nel reale sa leggere la verità. La soluzione le viene dall’economia domestica, dalle briciole, dai cani sotto la tavola. L’amore efficace è anzitutto sapienza applicata.
Quarto. Non si offende. Riceve un rifiuto durissimo e lo trasforma in leva. Il nostro amore contemporaneo, invece, si dissolve al primo «no». Lo chiamiamo dignità, ma è suscettibilità travestita.
Quinto. Accetta l’ultimo posto per ottenere il primo bene. Non rivendica parità di trattamento: rivendica una briciola. E ottiene tutto. L’umiltà è sostanza dell’amore.
Sesto. Chiede il minimo indispensabile, non il massimo desiderabile. Noi, al contrario, siamo maestri di massimalismi: manifesti, agende, rivoluzioni annunciate, obiettivi al 2050. Poi non liberiamo (e non amiamo) nessuno.
Settimo. Paga. Non c’è amore efficace a costo zero. L’amore che non costa non trasforma. Al massimo intrattiene.
Trasferiamo tutto questo dalla casa di Tiro alle nostre economie, alle nostre politiche, alle nostre tecnologie. Coloro che oggi detengono potere e responsabilità, quasi sempre, distribuiscono le briciole e si comportano da padrone. Allo stesso modo coloro che il potere lo interrogano, invocando soluzioni per le molteplici crisi della contemporaneità, lo fanno in maniera inefficace. La Cananea, invece, chiede una briciola. Solo una briciola. Con amore. Con amore efficace. E nel farlo resta creatura, e resta madre. Resta se stessa. È la differenza tra un potere che si traveste da amore e un amore che sa piegare il potere.
Ne discende un criterio semplice, e temibile, per misurare qualunque impresa umana: non conta l’intenzione dichiarata, conta il numero di figli effettivamente liberati. Un’innovazione non è armonica perché è amorevole nei propositi. Lo è se libera. Una politica non è giusta perché è compassionevole nei preamboli. Lo è se libera. Una carità non è carità perché commuove chi la esercita. Lo è se libera. È questo l’unico metro di misura possibile. Il resto sono parole.
La Scrittura, del resto, era stata di una brutalità disarmante già duemila anni fa. Giacomo immagina il fratello senza vestiti e senza cibo, e uno che gli dice: «Andatevene in pace, riscaldatevi e saziatevi», ma non gli dà il necessario per il corpo. E chiude con quattro parole che valgono tutta la sociologia della compassione contemporanea: «a che cosa serve?». Giovanni, nella sua prima lettera, aveva già fissato il confine: non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità.
Con i fatti. E nella verità. Le due condizioni sono inseparabili.
Torniamo, per un istante, allora, a quella domenica di giugno del 1967. Ai satelliti, ai quattrocento milioni di spettatori, alle quattro parole più cantate del secolo, all’emozione globale che ne derivò. Non era falso che serva amore. Era (ed è, purtroppo) falso l’amore di cui parliamo. Il mondo non ha bisogno di più amore generico. Il mondo ha bisogno di amore efficace.
La Cananea può insegnarcelo. Ella non ha guidato marce di protesta. Non ha scritto manifesti. Non ha ideato nuove dottrine politiche o economiche. Ha (semplicemente) capito come funziona una tavola imbandita e ha reclamato la sua briciola. E quella briciola ha liberato sua figlia.
La Storia si cambia così. Non per grandi commozioni collettive. Non per sentimentalismi diffusi. Ma per briciole. Ottenute da chi ha amato abbastanza da farsi sapiente.
Che ogni Armonauta lo sappia: la commozione è il principio, mai il compimento. E l’amore che non arriva fino alla liberazione dell’altro non è ancora amore. È solo una bella canzone, cantata a un mondo che intanto brucia di amore inefficace. Siamo chiamati ad essere veri. Solo così saremo efficaci.
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