
Sono sempre di più le adesioni alla petizione per Gaza (petizione.gaza@avvenire.it), con la richiesta lanciata dal professor Eugenio Mazzarella di dare il Nobel per la pace ai bambini della Striscia. Significative sono anche le prese di posizione istituzionali, come quella dell’Associazione Carta di Roma. «Partire da Gaza non significa fermarsi a Gaza – sottolinea l’Associazione -. Non si tratta di “premiare” la sofferenza o stabilire una graduatoria tra vittime, ma si tratta di obbligare la comunità internazionale a riconoscere un fatto: quando la guerra divora l’infanzia, la politica ha già fallito». Per questo, «sarebbe un Nobel a tutta l’infanzia violata». Tanti gli accademici e i professionisti che hanno sottoscritto l’appello, ma tanti anche gli abbonati del giornale, che dicono “sì” ricordando anche il numero dell’abbonamento, a riprova di un’appartenenza sempre più grande alla famiglia di “Avvenire”. Lo stesso sta avvenendo sui territori, con prese di posizione da parte di consiglieri regionali di diverse forze politiche. Non solo: la mobilitazione è arrivata anche nei municipi. A Napoli, un consigliere comunale, Toti Lange, ha presentato un ordine del giorno all’Assemblea del Consiglio Comunale della città partenopea per sostenere come Città di Napoli tutta, «la meritoria proposta di candidare al Nobel per la Pace i Bambini di Gaza». Lo stesso discorso vale anche per tanti cittadini impegnati “dal basso”, nella cooperazione e nei servizi sociali per i più poveri, dalle periferie delle grandi città alle prese con l’emergenza abitativa fino ai progetti per l’infanzia.
«È un imperativo morale per ciascuno di noi mettere il proprio nome al servizio della memoria». Usa queste parole Luca Formenton, editore di lungo corso, presidente della casa editrice Il Saggiatore e vicepresidente della Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, per spiegare il suo “sì” alla petizione lanciata su queste colonne da Eugenio Mazzarella a favore del Nobel per i bambini di Gaza. Formenton ha intercettato la petizione su diverse chat personali di WhatsApp. «Per me è stato naturale aderire. Mi sono trovato del tutto d’accordo e ho firmato. Credo che l’adesione sia motivata dalla mia professione: sono un editore e per me la memoria è importante. Così la candidatura al Nobel per la pace dei bambini che non hanno avuto o non avranno un futuro è anche un modo per ricordarli».
Anche Silvia Costa, già parlamentare europea, parla di «dovere morale. Ho sentito il bisogno di esprimermi e di unirmi ad altri per cercare di mobilitare l’opinione pubblica e riscoprire insieme a tutti gli altri l’umanità, l’empatia, la volontà di non rassegnarsi». Quelle di Formenton e Costa sono due tra le migliaia di storie, tra le più note certamente, che si leggono tra le righe del “sì” all’appello per i piccoli della Striscia. Entrambi intellettuali di peso, entrambi impegnati nel dibattito pubblico. Costa si occupa di minori da molto tempo, visto che è stata cofondatrice di Telefono Azzurro con Ernesto Caffo nel 1987 e ha seguito a New York la discussione che ha portato alla firma della Convenzione sui diritti dell’infanzia del 1989. Oggi è nel direttivo del Partito democratico. Formenton invece, da conoscitore del mondo dei lettori, pensa che «tanta gente si sente coinvolta perché non si tratta di un appello generico, ma riguarda una situazione specifica. Il tentativo, secondo me riuscito, è di dare un volto ai numeri, ri-umanizzare le vittime».
Sullo sfondo c’è la necessità di riaffermare diritti umani fondamentali, in un momento storico in cui sembra dominare la legge del più forte e le regole internazionali vengono tranquillamente messe da parte. «Questa in fondo è la grande sconfitta di chi ha sempre avuto a cuore la pace, a ogni latitudine – osserva Costa -: pensavamo che gli organismi internazionali ci avrebbero messi al riparo, invece siamo riprecipitati nelle guerre, che sono all’origine stessa della violenza e, come vediamo a Gaza, dell’accanimento sui civili».
Non c’è, secondo l’esponente del Pd, il rischio di trascurare altre infanzie, altre storie. «Non dobbiamo oscurare altre realtà di sofferenza, a partire dai bambini trucidati da Hamas il 7 ottobre, è vero. Però non possiamo negare che la situazione dei civili a Gaza è tragica e crudele e non più motivabile dalla legittima difesa. Israele ha violato i trattati internazionali sulla protezione dei civili bombardando ospedali, scuole, abitazioni. Ecco perché penso sia legittimo oggi parlare specialmente dei bambini di Gaza, senza comunque scordare le altre situazioni di infanzia in guerra».
Secondo Formenton, la speranza adesso sta tutta in «una mobilitazione estesa, che possa far riflettere i potenti sul fatto che ogni guerra, in ogni parte del mondo, coinvolge bambini innocenti. Ed è chiaro che la candidatura riguarda non solo Gaza, ma i piccoli in tutte le guerre, dagli israeliani vittime della furia di Hamas, agli ucraini, fino ai sudanesi» sottolinea l’editore. Concretamente, in questa fase, è necessario sottrarre all’invisibilità le piccole vittime di questa guerra, sollecitando i capi di governo e i parlamentari a non stare a guardare, ma a pretendere un posto nei negoziati rimettendo al centro la diplomazia.
Anche la partecipazione di tante donne, secondo Silvia Costa, non deve sorprendere. «Il tema della protezione dei bambini probabilmente è più vicino alla sensibilità, alla storia e alla cultura delle donne. Assegnare ai bambini un ruolo di soggetto da rispettare nella sua realtà di persona in formazione, attiene al protagonismo femminile in quello che io chiamo cultura della cura. Sono convinta che la politica nazionale e internazionale dovrebbe ripartire proprio dal prendersi cura e accompagnare la dignità delle persone».
Avvenire