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È morto questa mattina all’ospedale Molinette di Torino Enzo Bianchi, fondatore della Comunità monastica di Bose. Aveva 83 anni e da tempo le sue condizioni di salute erano precarie. I funerali saranno celebrati giovedì 3 settembre alle 16.30 nella chiesa parrocchiale di Castel Boglione, nell’Astigiano, il paese in cui era nato e dove, secondo la sua volontà, sarà sepolto. Al termine della celebrazione, il corteo raggiungerà a piedi il cimitero. La camera ardente sarà aperta da domani mattina, 2 settembre alle 8,30, presso la Fraternità monastica Casa della Madia (Strada Camadio 1, Albiano d’Ivrea). Inoltre domani sera alle 21 è prevista una veglia di preghiera nella chiesa della stessa Fraternità.
Monaco laico, biblista, saggista e predicatore, Bianchi è stato per oltre mezzo secolo una delle voci più note della spiritualità cristiana in Italia. Con Bose aveva dato forma a un’esperienza monastica originale, composta da uomini e donne appartenenti a diverse confessioni cristiane, uniti dalla preghiera, dal celibato, dalla vita comune, dal lavoro e dall’accoglienza. Una comunità nata nel clima del Concilio Vaticano II e divenuta nel tempo un luogo internazionale di incontro tra cattolici, ortodossi e protestanti, oltre che uno spazio di confronto con il mondo della cultura e con quanti si trovavano sulla soglia della fede.
Gli ultimi anni della sua vita erano stati segnati dalla dolorosa rottura con la Comunità da lui fondata. Dopo aver lasciato il servizio di priore il 25 gennaio 2017, Bianchi era rimasto a Bose. Una Visita apostolica, condotta tra il dicembre 2019 e il gennaio 2020, aveva però fatto emergere una situazione di forte tensione interna. Nel maggio 2020 la Santa Sede gli aveva chiesto di allontanarsi dalla Comunità per un tempo indeterminato, insieme ad altri tre membri, per favorire il rilancio della vita fraterna. Dal giugno 2021 aveva vissuto in un luogo distinto da Bose e in seguito aveva dato vita, ad Albiano d’Ivrea, alla Fraternità della Madia, continuando l’attività di studio, scrittura, preghiera e accoglienza.
Proprio nelle ultime settimane si era però aperto un cammino verso una riconciliazione visibile. Ad annunciarlo è stata la stessa Comunità di Bose nel post su Facebook con cui ha comunicato la morte del suo fondatore. In occasione della festa della Trasfigurazione Bianchi aveva scritto al priore Sabino Chialà, confidandogli la consapevolezza di essere ormai vicino alla fine: «È venuto davvero il tempo di sciogliere le vele». Da qui la richiesta di trovare una strada per incontrarsi e potere «morire in pace e riconciliazione». Chialà aveva risposto accogliendo «con gioia» quel desiderio e proponendo di immaginare insieme un incontro con i fratelli e le sorelle. Il successivo ricovero in ospedale aveva impedito che il passo si compisse. Bose affida ora quel desiderio «alle mani di Dio, che solo conosce il cuore di ciascuno».
Nato il 3 marzo 1943 a Castel Boglione, Bianchi si era diplomato in ragioneria e aveva iniziato gli studi di Economia e commercio all’Università di Torino. Negli anni universitari aveva animato con amici di diverse confessioni uno dei gruppi biblici nati nella stagione conciliare attorno alla riscoperta della centralità del Vangelo. Senza concludere gli studi, nel 1965 si trasferì in una cascina nella frazione di Bose, sulla Serra di Ivrea. Per tre anni visse in solitudine; nell’autunno 1968 arrivarono i primi fratelli e le prime sorelle, cattolici e protestanti. Da quel piccolo nucleo sarebbe nata una delle esperienze monastiche più conosciute del cristianesimo contemporaneo.
Bianchi ne fu priore fino al 2017, accompagnandone la crescita e facendone un laboratorio di ecumenismo, ascolto della Scrittura e ospitalità. Nel 1983 fondò con alcuni membri della Comunità le Edizioni Qiqajon, dedicate alla spiritualità biblica, patristica, liturgica e monastica. Autore di numerosi volumi e collaboratore di quotidiani e riviste, seppe portare la sapienza della tradizione cristiana dentro le domande dell’uomo contemporaneo, parlando anche a un pubblico lontano dalla pratica ecclesiale. Il suo impegno ecumenico lo condusse nel 2004 a far parte della delegazione inviata da papa Giovanni Paolo II a Mosca per consegnare al patriarca Aleksij II l’icona della Madre di Dio di Kazan. Benedetto XVI lo nominò esperto ai Sinodi dei vescovi sulla Parola di Dio del 2008 e sulla nuova evangelizzazione del 2012; papa Francesco lo chiamò come uditore al Sinodo sui giovani del 2018. Dal 2014 al 2019 fu inoltre consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.
L’ultimo post di Enzo Bianchi su X.com
Negli ultimi mesi, nonostante le condizioni di salute precarie, aveva continuato a pubblicare riflessioni bibliche e spirituali. La meditazione sulla morte e sulla speranza cristiana era stata uno dei temi ricorrenti della sua produzione più recente. L’ultimo suo messaggio su X.com è del 7 agosto: «6 agosto . Trasfigurazione di Gesù Cristo – aveva scritto – Questa è la sessantesima festa della Trasfigurazione che vivo da Monaco: 55 anni a Bose, 2 in solitudine in esilio e 3 alla Madia. La promessa é la trasfigurazione delle nostre povere vite e dei nostri corpi di miseria in corpi di gloria». Il giorno precedente, sempre su X.com, aveva raccontato la sua presenza ai funerali di don Mazzi: «Ai funerali in sant’Ambrogio, di don Antonio Mazzi ho partecipato con profondo dolore – scriveva il 6 agosto -. Un amico vero non c’è più qui in terra ma c’è un santo che dal cielo ci accompagna pregando per noi».
L’eredità di Bianchi porta inevitabilmente anche il segno delle contraddizioni e delle ferite degli ultimi anni. Ma proprio Bose, annunciandone la morte con il tropario pasquale, ha scelto la memoria e il rendimento di grazie: «Il male non vanifica il bene». E ha ricordato Enzo Bianchi come il fratello che fu all’inizio della Comunità e che, nonostante tutto, «è stato e resta»