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UNA COMUNE COMPASSIONE PER L'UMANO

 FRANCESCO BOTTURI – avvenire 13 Febbraio 2010
È
incoraggiante che, nel contesto confuso e spesso esasperato in cui viviamo, trovi accoglienza l’idea di incontro tra laici e cattolici sulla questione religiosa, un’attenzione cristiana ai ‘cercatori di Dio’, come li chiama monsignor Bruno Forte, e una disponibilità laica a non fare della laicità una barriera ma una frontiera, sulla quale mettere in gioco la propria ricerca di senso.
  Nel dibattito, sostenuto sulle colonne di questo giornale, molto di pregevole è stato detto in proposito. Eppure qualcosa mi sembra sfuggire: il confronto si fa subito dibattito di idee e di programmi, mentre non appare il terreno d’incontro delle persone.
  Tra uomini dotati di visioni divergenti della vita, sorretti da speranze diverse o gravati da incertezze opposte, quale può mai essere un reale luogo di incontro, dove si trova una parentela, vissuta prima che pensata, nel porre la questione del senso? La convergenza ‘ideologica’ è troppo breve e precaria e così la comune progettualità storica, benché non si possa auspicare se non il massimo dell’accordo ideale e della collaborazione pratica. C’è bisogno piuttosto di qualcosa che sia radicato nella più personale e comune condizione umana, che costituisca un fattore di riconoscimento; qualcosa che accomuni prima delle differenze, forse un elementare e profondo bisogno condiviso. Mi colpisce ­soprattutto nel vangelo di Marco ­il racconto insistito di un livello di incontro con Gesù in cui gentili (quelli che Lui incontrava nelle sue trasferte, soprattutto nei territori pagani del nord della Palestina) ed ebrei si trovavano subito alla pari: l’urgenza di un bisogno giunto al limite, l’esperienza di un’impotenza accertata a far fronte alla propria condizione di male e di sofferenza, la coscienza resa disponibile, dal patimento, a riconoscere una certa corrispondenza simbolica tra malattia fisica e male spirituale.
  Gesù non chiede credenziali dottrinali; non credo che la Cananea, che gridava dietro Gesù il suo dolore materno per la figlia inferma e tormentata, avesse idee chiare su Trinità e Incarnazione, né sui primi precetti delle legge morale, ma portava a Gesù la sua impotenza a salvare la figlioletta e la sua fiducia in Lui. E così fu per il centurione romano e per tanti altri. L’incontro con Cristo apre uno spazio inatteso per l’espressione della sproporzione dell’esistenza umana a se stessa e insieme del desiderio di vita buona e autentica che la abita; è la Sua bontà che permette di superare finalmente la vergogna e la sfiducia; soprattutto quella sfiducia sul bene su cui tanto lavora lo spirito di iniquità. Per chi ha incontrato Cristo la tonalità dell’esistenza non può che essere quella di un’umiltà redenta, fatta di gratitudine e di senso del perdono ricevuto. Il cristiano sa di essere essenzialmente un ‘perdonato’. Ma anche il ‘laico’, se non fa della sua laicità un’ideologia, è portatore della stessa esperienza di fragilità e di male; anche per lui l’esistenza ha un limite dolente e l’umano è ferito. Anche per lui è vero che la cronaca del mondo mette sotto gli occhi eventi in cui il male e la colpa si danno appuntamento in un intreccio che assomiglia troppo al groviglio del nostro cuore. E se non gli sarà possibile chiedere il perdono, gli è però possibile percepire una nostalgia del bene, porre una domanda di senso, comprendere il valore della compassione della misericordia. A questo livello il laico e il cattolico sono da sempre già ‘affratellati’ e abilitati ad affrontare in modo sincero e cooperativo i tanti luoghi del bisogno, in cui l’umano geme.
  Ciò non toglie dissensi e divergenze, ma mette in gioco diversamente persone e idee. E tutti possono comprendere quanta urgenza abbia il nostro Paese abbia di tale diversità.