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Le nuove regole nelle chiese contro i mafiosi

CASSANO ALL’IONIO (Cosenza) – Cassano all’Ionio, sabato sera. Un gruppo di ragazzi, le magliette rosse dei volontari che hanno lavorato ad organizzare la visita del Papa, si ritrova nella piazzetta sotto una casa accanto alla cattedrale, «don Nunziooo!». Attendono che si affacci ma lui, il vescovo Nunzio Galantino, segretario generale della Cei, sbuca dal portone e si ferma a chiacchierare con loro accanto alla fontana. Abbracci, foto. «La gioia e l’emozione sono grandi, ma per noi il difficile comincia adesso», spiega ora Galantino. Francesco ha scomunicato i mafiosi «che adorano il male». È risalito alla coscienza, come ha fatto anche ieri in vista della Giornata Onu per le vittime di tortura: «Torturare le persone è un peccato mortale!».

La Chiesa che non lasci soli i preti di frontiera

Ma adesso, in concreto, che si fa con i mafiosi scomunicati? «Quando si presentano questi che vogliono farla da padroni, ricevere i sacramenti, rifarsi una verginità partecipando o addirittura gestendo una processione, è un problema. Ci vuole una Chiesa che non lasci soli i preti di frontiera, il parroco del paese dove tutti sanno chi è il mafioso e se lo ritrova la domenica in prima fila. Una nuova consapevolezza, a cominciare dai vescovi». Galantino riunirà i suoi sacerdoti per parlarne. «Dovremo imparare a gestire queste cose, impostare un percorso formativo. La Chiesa denuncia da tempo questo peccato grave. Ma le parole di Francesco vanno oltre. La scomunica significa che ai mafiosi è preclusa la vita nella Chiesa. Hanno scelto il male come sistema di vita. E quando questo accade sei fuori dalla comunione. Non puoi ricevere i sacramenti, fare da padrino, entrare nel comitato del patrono, niente. Non è la tua comunità. E non importa che tu tenga l’immagine della Madonna o un altarino o la Bibbia nelle topaie dove ti nascondi: non significa un bel niente». La scomunica del Papa «ha una dimensione pubblica e un effetto sociale: aiuta la consapevolezza della gente». E riguarda tutti: «Ci fa capire che chiunque adori il male e ne faccia un sistema, non è uno dei tanti peccatori che si possono aspettare il perdono da Dio o dalla Chiesa. Non basta la confessione. Ci deve essere un pentimento e una presa di distanza pubblica ed esplicita dal male, seguita da gesti concreti».

@CorriereSociale

di Gian Guido Vecchi