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La mostra. Pesce, forme come provocazioni

Da oltre trent’anni vive a New York, Gaetano Pesce. All’età di settantasette anni dice che New York offre più opportunità di pensare e immaginare. L’emblema della sua permanenza in America è quel divano New York sunrise, prodotto da Cassina nel 1979, che è fatto di elementi sulla cui superficie è stampata la facciata ripetitiva di un edificio mentre lo schienale è una specie di fiore-sole rosso. Dopo l’attentato alle due torri di New York, Pesce ha ipotizzato che si possa ricostruirle uguali però avvitando su se stessi i due monoliti simbolo dell’invisibile potere della finanza mondiale, congiungendoli al vertice con un gigantesco cuore rosso. Pesce introduce nell’architettura fattori di disturbo, o meglio di distrazione e distorsione: ci trascina là dove il potere del denaro non vuole: il sogno, l’immaginazione, l’autonomia di pensiero e di modi di vivere. L’uso che fa del colore è la sua risposta polemica: laddove tutto è bianco o nero, o una loro sfumatura grigia, dove vince ciò che è regolare e standardizzato, calcolato e minimale, Pesce porta l’imprevisto, la deroga alla forma convenuta che genera conformismo (o resa).

L’idea usoniana di Frank Lloyd Wright che vi possa essere nell’architettura uno stile per ogni uomo fa al caso suo; Pesce anzi la vorrebbe mettere in pratica ogni volta che prende una matita in mano per accingersi a disegnare tanto una sedia quanto un grattacielo. Lo hanno associato al pauperismo, al design radicale, al postmoderno e lui si è sempre schermito perché non gli piace stare dentro uno schema: è contro la sua stessa poetica, che dice appunto: la norma è come l’abitudine, uccide.Pesce è un inventore di forme possibili (e desiderabili). Il critico americano Herbert Muschamp definì i suoi progetti (quelli degli anni 80 e 90) «l’equivalente architettonico di un brainstorm». Lo stesso Muschamp che nel 1998 scrisse un resoconto in stile panna montata o fantasmagorico frizzo sul Guggenheim di Bilbao: «È un uccello, è un aereo, è Superman. È una nave, un carciofo, il miracolo della rosa…» paragonando le forme movimentate di Frank O. Gehry alle sottane volanti di Marilyn Monroe nel film di Billy Wilder Quando la moglie è in vacanza. Muschamp vedeva forme seducenti e sensuali un po’ ovunque e dopo il crollo delle due torri di Manhattan scrisse che le «forme curvate, contorte, piegate, dei rottami del Twc echeggiano le contorsioni neobarocche della “Blob architecture” praticata da Greg Lynn, Ben van Berkel e altri».

All’interno del festival dell’architettura di Mantova, il Polo locale del Politecnico di Milano ha pensato di esporre la parte del lavoro di Pesce meno nota, poiché egli è di solito identificato col design, allestendo nel Corridoio del Capitano in Palazzo Ducale una mostra dei suoi progetti architettonici, col titolo Architettura e figurazione, a cura di Renata Cristina Mazzantini. In poche righe di premessa lo stesso Pesce dice alcune cose condivisibili e altre meno. È vero che l’architettura razionalista e funzionalista erano diventate obsolete e decorative (cioè ripetevano l’International Style, privo ormai di quell’ispirazione ideologica che vedeva nel funzionalismo e nel razionalismo la strada per attuare il Progetto moderno, quello dell’incontro fra architettura e democrazia). A questo ha dato un colpo decisivo il postmoderno, producendo un’architettura “figurativa” (della storia e degli stili, piuttosto che dell’esperienza umana) non meno estetizzante, e al tempo stesso nichilista, cioè priva di speranze. Di seguito venne il decostruttivismo gehryano, koolhaassiano, libeskindiano, i cui fattori decorativi, nel negare ogni corrispondenza fra spazio e misura umana, sono dominanti e grotteschi al tempo stesso: una rappresentazione della bigness, così come il gigantismo artistico e la bulimia creativa di Damien Hirst sono l’espressione di quel circo Barnum che è diventata la scena pubblica.

I progetti di Gaetano Pesce hanno sempre una componente autobiografica. Sono una espressione del genio singolare dell’architetto, che non definirei “radical”, se non forse per l’estro antagonistico che vi si esprime (ma scrivere che la maggior parte di quello che chiamiamo architettura in realtà rientra nella categoria dell’edilizia è una banalità che Pesce non aveva bisogno di ricordarci, salvo che così non abbia inteso sottolineare l’assoluta diversità della sua cifra espressiva, cosa di cui peraltro, vista la forza figurativa delle sue invenzioni, non avrebbe bisogno); la poetica di Pesce è anarchica per principio, autarchica come riferimento latente, figurativa per la volontà di parlare attraverso l’architettura all’uomo comune. È una idea di architettura-comunicazione che contesta creativamente un ordine sociale e politico.La curatrice della mostra scrive che Pesce pur usando spesso materie plastiche, non molto grate agli ambientalisti, cerca sempre una relazione col luogo e la natura, così che nelle sue architetture si ripetono facciate o muri «”vivi, porosi o addirittura fioriti”, che anticipano il Bosco verticale di Milano». Accostamento anche questo superficiale, che coglie cioè un’analogia esteriore, perché se si andasse a tagliare la verdura che ricopre il Bosco verticale (d’inverno è più evidente) si potrebbe constatare come esso sia un edificio verticale basato sul più classico sistema trilitico. Una trovata architettonica, più che un modello per il futuro.

Pesce ha più immaginazione di Boeri, che mai avrebbe progettato un edificio come l’Organic Building di Osaka, la cui facciata più che alludere al giardino sembra la celebrazione ironica e critica della vita “da loculo” presente nelle metropoli giapponesi: così le fioriere assomigliano nella forma ai vasi da fiori di certi nuovi cimiteri progettati per cancellare la morte (e il rosso fuoco della facciata anziché esaltare l’impulso vitale, costituisce un eccesso visivo, il conato dell’ultimo istante).Ma il giardino verticale ricorre in altre opere di Pesce, anche nella sua opera forse più ambiziosa, la Pluralist Tower del 1987, che vuole dimostrare come si possa realizzare in un edificio fortemente vincolato dalle questioni strutturali e dall’altezza fuori norma, un’architettura della democrazia dove l’individuo viene rappresentato, figurato, fin dalla costruzione della facciata: ogni piano e segmento riproduce soluzioni formali diverse, come se si fosse portata sulla verticale una bidonville, un insediamento spontaneo e autarchico, rendendole la dignità dell’architettura. Stili, forme, materiali, colori, spazi si compongono così in un totem-patchwork che può estendersi verso l’alto all’infinito.

L’elemento aleatorio che vuole rappresentare, il caos e il caso come forze espressive dell’architettura, rimane però essenzialmente “dimostrativo”, anticipando quello che Koolhaas ha definito Junkspace, l’architettura-rottame, l’architettura che saccheggia la discarica e ne surroga l’estetica.Pesce è stato il profeta creativo di alcune tendenze che poi sono diventate mode e hanno rinnegato ogni vera libertà espressiva che non sia quella narcisista dell’architetto e dell’effetto spettacolare come macchina pubblicitaria del potere economico. La differenza nella poetica di Pesce sta nel suo essere lui stesso la regola per ogni edificio e oggetto che progetta; la regola sempre riscritta, tradita, forzata, negata. Una poetica performativa dell’architettura che ricreando il proprio canone si offre come specchio creativo della democrazia. Ma la democrazia è una idea antica oggi spesso concepita e praticata male e senza quel senso di responsabilità che richiede a chiunque tenga al bene comune.

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