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Il «Requiem» cinese di Guan Xia, un kolassal new age senza identità

«Il primo Requiem cinese mai composto in assoluto», si legge nelle righe iniziali del comunicato stampa con cui la Virgin ha annunciato la pubblicazione dell’Earth Requiem di Guan Xia; una certa curiosità è dunque più che lecita di fronte a un’opera proveniente dalla lontana civiltà dell’Estremo Oriente, ma che nel titolo porta impresso il sigillo di una tradizione musicale profondamente inscritta nel repertorio sacro occidentale.
Per capire la genesi di questo lavoro si deve però fare qualche passo indietro; classe 1957, Guan Xia ha concepito questo monumentale affresco sinfonico-corale in seguito al violento terremoto che nel 2008 ha devastato la regione cinese del Sichuan, come tentativo di risposta alle domande che nascevano in lui di fronte a un immane disastro che ha provocato la morte di quasi settantamila persone. Destinata a un organico che comprende cento orchestrali, centocinquanta coristi, un organo e quattro voci soliste, è nata così una partitura universale nell’ispirazione e dedicata a tema altrettanto globale, la Terra appunto, pianeta da rispettare e salvaguardare; in questa prospettiva rientrano anche i titoli suggestivi e alquanto new age dei quattro movimenti (Fissando le stelle, Vento del Paradiso e Fuoco delle Terra, Amore senza confini e Ali degli Angeli).
Eseguito a Pechino nel marzo del 2011, pochi giorni dopo che un altro terribile sisma aveva duramente colpito la popolazione giapponese, l’Earth Requiem è stato registrato dalle compagini della China National Symphony Orchestra & Chorus guidate dal direttore francese Michel Plasson (cd pubblicato da Virgin e distribuito da Emi). Tra «odi, romanze, meditazioni ed elegie», si tratta di un vero e proprio kolossal, più vicino alle grandi musiche da film hollywoodiane che all’universo sonoro orientale. Il linguaggio intorno al quale si intrecciano l’ordito melodico e il tessuto armonico è infatti fondamentalmente radicato nella tradizione euro-colta di forte ascendenza tardo-romantica; un ponte gettato tra i “nuovi mondi” sinfonici alla Dvorák e gli echi di un esotismo filtrato dalla sensibilità pucciniana, che a tratti stenta a però trovare la propria identità artistica e un’impronta stilistica originale.

avvenire.it