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Difensore degli oppressi Câmara, voce dei senza voce

In un testo, rimasto a lungo inedito e stilato a 43 anni (poi uscito nelle pagine di «A escolha de Deus»), aveva scritto: «Attraverserò la vita senza lasciare nessun segno incisivo, nessun marchio duraturo e indelebile. Non scriverò la Somma Teologica né la Divina Commedia. Non sarò san Vincenzo de’ Paoli né san Giovanni Bosco. Guarderò da lontano san Francesco Saverio senza poterlo imitare. Ancor più da lontano guarderò san Francesco d’Assisi. (…) Forse lascerò qualche libro che sarà letto da un paio di centinaia di persone. Farò qualche predica che riceverà più o meno elogi. E morirò. Al mio funerale qualcuno dirà che non ho prodotto tutto quello avrei potuto produrre». Così Hélder Câmara a 43 anni. Niente di più sbagliato in un uomo di Chiesa, scomodo e spesso osteggiato, che ad essa ha offerto tutte le sue forze.

Ascoltata e capita – magari un po’ tardi – oltre i confini segnati dalle ideologie e dalle confessioni, ma ancor capace di trasmettere l’idea di un cristianesimo tutto da vivere nel mondo, consapevole che qualsiasi progetto di Dio non può che essere a servizio dell’unità, della pace, della giustizia, e che la Chiesa stessa non può delinearsi come un Regno in più, la voce di Câmara, mancato quindici anni fa il 27 agosto 1999, infatti, non si è mai spenta. Non la voce di un teologo, ma di un profeta. Non la voce di un organizzatore, ma di un trascinatore. In ogni caso la «voce dei senza voce» del Brasile, e, poi, di tutta l’America Latina: dove – stando al Sunday Times – nel ’70 veniva ancora considerato «l’uomo più influente» dopo Fidel Castro. La voce profetica di un «Bispinho» alzatasi per trent’anni in lungo e in largo per tutto il mondo.

Câmara era nato a Fortaleza il 7 febbraio 1909. Sacerdote nel ’31, vescovo ausiliare di Rio de Janeiro nel ’52, guidò la diocesi di Olinda-Recife dal ’64 continuando a vivere lì dopo il ritiro nell’85, convinto di avere ancora parecchio da fare «per rimettere il mondo in ordine» e «combattere contro la miseria». Tra i più noti Padri conciliari benché attivissimo soprattutto fuori dall’aula (nei gruppi informali e come stratega nella «maggioranza»), tra i fondatori della Conferenza nazionale dei vescovi brasiliani (Cnbb) e del Consiglio episcopale latinoamericano (Celam), più volte candidato al Nobel per la pace, dom Câmara è stato soprattutto il profeta che ha indicato le strade esigenti del Vangelo, i traguardi della coerenza cristiana che nell’accoglienza al sofferente trova il suo senso. Insomma, come si è detto, e a dispetto del suo profilo esile e minuto, un gigante della Chiesa dal cuore grandissimo.

Una Chiesa serva come Cristo, non una Chiesa potente che si fa servire. Decisa ad affidarsi non al prestigio, ma al servizio degli esclusi. Mai alleata degli uomini di potere, ma dei più deboli. Una Chiesa povera per i poveri. Più giusta. Capace di tenere alta la guardia nella lotta contro le strutture generanti le povertà, ma a partire nella ricerca del «dialogo fra i due mondi», quello “sviluppato” e quello “sottosviluppato”. E potremmo aggiungere con parecchi tratti somiglianti alla Chiesa che papa Francesco sta cercando di riplasmare con determinazione sempre maggiore.

«Dom Helder è stato soprattutto un apostolo dell’amore, impegnato sulla frontiera di un mondo più giusto. Non a caso fu lui il protagonista dietro le quinte di un appuntamento ecclesiale decisivo in questa direzione, la seconda Conferenza generale dell’episcopato latinoamericano di Medellín del 1968», scrisse di lui il cardinale Aloísio Lorscheider sottolineando come Câmara fosse rimasto colpito dalla riflessione della «Populorum progressio» apparsa l’anno prima e dove riemergevano temi da lui ruminati in lunghe veglie guidate dalla liturgia e in quotidiane riflessioni sull’impatto di realtà drammatiche su milioni di poveri.

Ricordare oggi l’anniversario della morte di Câmara significa non solo non dimenticare che, dopo il Vaticano II, nella storia delle chiese dell’America Latina e del Caribe c’è pur stato un evento-spartiacque fra un «prima» fatto di subalternità, e un «dopo» pieno di vitalità, una tappa di transizione da una linea «sviluppista» del Concilio ad una linea di liberazione non solo «escatologica», ma economica, politica, culturale, e cioè quella Conferenza dell’episcopato latinoamericano a Medellín nel 1968 della quale Camara fu stratega capace di schierare la Chiesa accanto agli oppressi, ma anche quanto di incompiuto là e più vicino a noi resta ancora.

Ricordare insomma quel confronto radicale con il Cristo povero che finisce per indicarci i nostri debiti mai estinti verso i poveri, i nostri ideali rimossi, cancellati, traditi, la nostra incapacità di tornare a guardare dalle radici vecchie e nuove forme di povertà e di poveri. Un confronto che tendiamo a rimandare, e che – affermava Camara – non potrà mai realizzarsi con imposizioni dall’alto, ma solo grazie all’azione dello Spirito e all’azione profetica di minoranze «abramitiche» come definiva i gruppi cristiani animati dalla stessa fede del «padre di tutti coloro che nei secoli continuano a speranza contro ogni speranza».

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