Vita religiosa: tutto quello che la Chiesa avrà

gesù

Omelia alla messa inaugurale del 23° Capitolo generale delle Suore Orsoline di San Carlo (Basilica di Sant’Ambrogio in Milano, 8 luglio 2023). Testo non rivisto dall’autore.

Desidero esprimere la mia gratitudine per l’onore che mi fate di presiedere questa celebrazione, per l’ospitalità di questa basilica, e questa ospitalità mi fa immaginare che, forse, potrò ritornare nella terra dei miei padri. Celebrando la messa qui, mi sembra quasi di ricevere come un impegno che potrò finire di riposare qui, nella mia Chiesa, nella nostra terra. Le Orsoline, del resto, sono un po’ una seconda famiglia dal punto di vista ecclesiale, quindi mi sento di rivolgere a voi qualche pensiero suscitato dalla Parola di Dio sapendo, tuttavia, che voi siete in confidenza con questa Parola.

Lo spirito del giubileo
La prima parola, il primo pensiero riguarda proprio questa antica lettura sull’indizione dell’anno giubilare: l’anno della sosta, l’anno in cui si devono limitare gli affanni. Questi spesso, durante gli anni normali, prendono il sopravvento sulle giuste preoccupazioni, diventano affanni appunto, diventano inconsapevole avidità di risultati, di rendimento, di crescita. Vogliamo fare di «crescita» la parola d’ordine.

Noi siamo in una condizione ecclesiale nella quale questo rischio incombe ed è proporzionale anche a cose buone, proporzionale a un certo risveglio, e desiderio di risveglio è stato il Vaticano II. Adesso c’è il risveglio della comunità, della sua operosità, della sua capacità di testimonianza, della sua più evidente fraternità di esercizio: una comunità che non dipende soltanto dall’esercizio degli ordini, una comunità che crea da sé, con l’aiuto dello Spirito, lo spazio appunto della propria vita nel Signore, lo spazio della propria testimonianza del Vangelo.

E questo rende proporzionale il rischio, il rischio dell’affanno. Sono un vecchio sacerdote, quindi posso permettermi qualche parola un po’ forte. Noi siamo ben intenzionati e disposti a una certa operosità ma, in questi anni, siamo anche molto isterici. Siamo anche molto tesi. Con una sorta di preoccupazione per il nostro fatturato, diciamo, per il nostro rendimento; anzi irrigiditi, innervositi dai segnali negativi: non ci sono più i preti, non ci sono più le suore, non ci sono più le vocazioni…

E così, come inevitabile, se si diventa isterici, si diventa anche litigiosi; e anche per cose da poco, cose che a volte sfiorano il ridicolo. E questo, nonostante l’apparenza e la retorica del nostro risveglio, paralizza una comunità cristiana, paralizza una vocazione cristiana. Noi siamo mortificati da vere e proprie risse di ballatoio, capite? Litigi da comari, perché anche se sono monsignori sono comari. Questo non aiuta, questo entra nell’anima, questo entra nell’inconscio, questo paralizza anche i nostri muscoli facciali: si percepisce questa tensione.

Ecco dunque, in questa prospettiva, l’invito ad abbracciare lo spirito del giubileo. Significa, innanzitutto, privilegiare proprio col cuore, anche nella pratica, anche nell’evidenza, la parte felicemente inoperosa della nostra sequela cristiana, dalla nostra vocazione, della nostra testimonianza cristiana.

Fede ed eucaristia
E questa celebrazione che noi stiamo facendo, la celebrazione dell’eucaristia, è l’immagine più precisa dell’atto di fede, di ciò che l’atto di fede significa, ed è un’immagine perfettamente eloquente anche per quelli che non vengono in chiesa o che non sanno più niente del Vangelo. Essa è fisicamente e spiritualmente la realizzazione dell’atto della fede, perché l’atto della fede – al quale noi siamo appesi – alla sua radice, al suo fondamento, al suo principio, alla sua norma ha il fatto che Gesù ci parla, che Gesù ci tocca, che Gesù ci guarisce, che Gesù ci lava, che Gesù ci profuma…

L’atto di fede significa esporsi al contatto con Gesù: «Tu solo hai parole di vita eterna», «Tu solo, se mi tocchi, puoi guarirmi». Questo è quello che accade qui, e nel momento in cui accade noi confessiamo al mondo che tutte le nostre parole con le quali cerchiamo di spiegare il cristianesimo, che sono indispensabili – anche il giubileo ha senso, perché c’è una vita ordinaria nella quale si coltivano i campi e si governano le bestie –, non possono però aggiungere un grammo alla sostanza e alla forza della fede, forza della fede in noi e negli altri, se ogni volta, a tempo debito, non ci fermiamo per ascoltare di nuovo il Signore, non ci muoviamo per essere toccati di nuovo dal Signore.

E tutte le opere che facciamo per mettere in pratica i segni della nostra fede non sono niente, se noi non siamo toccati e guariti e trasformati dal Signore. Nel momento della celebrazione eucaristica noi fermiamo noi stessi, fermiamo le nostre parole, fermiamo le nostre opere, la Chiesa qui ferma se stessa. Dal papa all’ultimo dei battezzati di ieri c’è un momento, quello della santa liturgia, in cui la Chiesa ferma sé stessa per confessare che non è lei che salva, che non è lei che rivela, che non è lei che guarisce, che non è lei che ci conduce fino alla soglia della città di Dio.

Io credo che questa cosa deve ritrovare la sua forza; e per ritrovare la sua forza, forse, dovrà ridiventare nella nostra intenzione messaggio che mandiamo, l’atto al quale guardare. Vuoi sapere che cosa significa essere credenti e seguire il Signore e aspettarsi tutto da lui? Vieni a messa! Per il prossimo futuro, io credo, dovremmo desiderare di riempirci di samaritane, di «zacchei», di cananei, di pubblicani, di lebbrosi… Vuoi sapere cos’è l’atto di fede, vuoi sapere che cosa significa mettersi davanti al Signore con l’emozione di essere toccati da lui, di essere interpellati da lui, di essere guardati da lui? Vieni a messa.

Nella storia della celebrazione noi abbiamo avuto indicazioni generose su questo, delle quali è il momento di fare tesoro: c’è uno sviluppo materiale ecclesiale del dogma eucaristico, del sacramento eucaristico, e sotto i nostri occhi fu generato nell’intimità della comunità dei discepoli, ma destinato ai molti, a tutti, come diciamo nelle parole della consacrazione.

E, difatti, nella storia del cristianesimo la messa è diventata questo; e quando ha cessato di essere questo, ci siamo ritrovati noi quattro gatti, pensando di avere selezionato una specie dura e pura di veri credenti che sanno che cos’è l’eucaristia: mossa generosa che ci verrà perdonata, ma sbagliata.

Nella tradizione delle solennità importanti delle nostre contrade, la felicità della comunità e della sua celebrazione era data dal fatto che ad essa partecipavano praticamente tutti; ma tutti voleva dire anche il sindaco ateo, il maresciallo agnostico, il medico non credente e tanti altri che non partecipavano alla vita della sequela dei discepoli, ma erano come attratti dall’idea che è proprio in questi momenti – cioè al di là di tutte le differenze – che si forma una comunità e chi la forma – chi viene in chiesa e viene alla messa lo sa molto bene – è Gesù. Ed è quello che noi diciamo, che è la nostra professione di fede.

Chi glielo fa fare?
Il secondo pensiero riguarda invece proprio la vocazione religiosa, la vocazione del discepolo, quello chiamato alla sequela. Gesù non gira le contrade della Terra promessa con l’ansia di reclutare militanti; sceglie quelli che lui vuole e gli altri li guarisce, come dice nel Vangelo: «Andate a dire a Giovanni quello che vedete»…

Allora viene un tempo, secondo me, – quindi non lamentatevi se siete pochi – viene un tempo, e viene presto, nel quale ciò che diciamo religioso (coloro, uomini e donne che portano il segno di una consacrazione) saranno quasi tutto quello che la Chiesa avrà, e loro, a loro volta, non avranno una gran Chiesa, come una volta, che li sosterrà, non avranno un grande apparato.

Eppure proprio in questo modo diventerà così forte, così eloquente, così provocante la nostra anomalia: perché è un’anomalia, un’anomalia che ci ha chiesto il Signore… Quindi noi non abbiamo battuto ciglio, la sua forza sarà moltiplicata dalla debolezza degli apparati, sarà ancora più evidente, perché non ci saranno più quei: «Vedi la chiesa, persegue le sue politiche…»; «Che cosa vogliono le istituzioni? Che cosa vuole il papa? Che mira hanno i vescovi? Quali sono gli obiettivi del clero che cerca di dirigere, di guidare?»… Questi interrogativi si alleggeriranno molto, diventeranno molto marginali.

L’interrogativo del giorno sarà: «Ma a questi, e queste, chi glielo fa fare? E ci diventano vecchietti pure dentro, e non mollano, ma chi glielo fa fare?»… E questo interrogativo aprirà la strada della fede dieci volte di più che non tutti gli apparati che noi mettiamo in pista per cercare di renderla, come si dice oggi, «rilevante». «Rilevante»! D’altronde, sono tempi di mercato e la competizione chiede marketing e, quindi, un pochettino ci siamo adattati anche noi, almeno nel linguaggio. Ma la vera domanda sarà: «Chi glielo fa fare?».

È proprio qui, dove non c’è più la giustificazione dei posti, dove non si ha niente, come i nostri paesi di cento anni fa dove si diceva: «Beh, il ragazzo o la ragazza sono finiti lì perché lì mangiano, perché lì possono studiare, perché lì qualcuno si prende cura di loro, perché lì si fanno una posizione, per cui diventa suora, diventa sacerdote»…

Noi lo sappiamo che non è già più così, ma sempre meno lo sarà. Noi viviamo in paesi dove si può tranquillamente mangiare e studiare; quindi, chi glielo fa fare? Quindi, da soli, ciascuno di noi, persino se vecchietto, si troverà forse un po’ emozionato, investito di questa domanda e non gli peserà il passaggio dell’età, anzi se ne rallegrerà.

Presenza testimoniale
La Parola oggi ci dice: «Rallegratevi, perché oggi siamo più vicini alla salvezza di quando abbiamo incominciato». Ecco, noi vecchietti con questa anomalia del Signore, daremo questa testimonianza. Sì, perché arriviamo all’essenziale e capiamo ancora meglio, siamo ancora più vicini, perché la vita è così, si avvicina all’essenziale, per tutti.

E così comprendiamo, e anche ridimensioniamo molto i nostri affanni, le nostre isterie, le nostre liti di ringhiera, e siamo in grado di diffondere una serena certezza: siamo più vicini, adesso tocca a voi arrivarci. Siamo più vicini di quando abbiamo incominciato. Noi che ci siamo allontanati dal tempo dell’innamoramento, in cui eravamo entusiasti – e la prima comunione, l’ordinazione, eccetera e adesso… –, invece adesso un bel niente!

Rispetto a quelle robe da ragazzi, adesso noi siamo più vicini di quando siamo partiti, perché siamo in grado di dare tutto il peso a questa chiamata e alla sua testimonianza, di dare tutta la provocazione alla sua anomalia, di interrogare con la semplice presenza fisica; e quindi non c’è bisogno che siamo decine di migliaia per questo, basta anche uno: con la nostra fisica presenza siamo in grado di testimoniare che cosa mai faccia questa Parola, quale promessa alimenti, quale amore consenta di distribuire, di quale incantamento sia capace su di un uomo o una donna che avrebbero avuto mille altre possibilità.

E questa sarà una testimonianza bellissima; la Chiesa, magari, dovrà vendersi qualche chiesa che è in esubero, ma noi non ci venderà. Non siamo in vendita, non ci ha comprato, non ci vende e saremo in grado (semplicemente perché il Signore ci ha chiamato e perché abbiamo adottato uno stile di vita un po’ anomalo, corrispondente alla chiamata, un po’ sproporzionato alle esigenze della vita) di suscitare l’interrogativo al quale Gesù dà risposta, mostrando quello che accade.

Grazie a questa anomalia, molti si accorgono e si convincono di poter essere guariti dal Signore, anche se non vengono chiamati a far parte della consacrazione della sequela. E potremmo essere più felici dentro di noi di un’esperienza come questa, di avere visto il Signore che trasforma la nostra piccola mascella d’asino anche un po’ stortina, non delle migliori, in un punto di forza di questa proporzione, di questa profondità. Io sono convinto che il Signore ci porterà su questa strada e che benedica i vostri passi che desiderano seguirlo proprio su questa strada.
settimananews 

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