Venerdì Santo. È dalla croce che si perdona così che si spezza la catena

Lui sta lì. Inchiodato. Sfregiato. Morente. È caduto e si è rialzato, ha incontrato la madre, sconosciuti di colpo diventati fratelli e disposti ad aiutarlo, poi altri uomini, divorati dalla rabbia, accecati dal suo sangue. Cannibali. Gente disposta a tutto, pronta a strappargli la veste, la pelle. Poi le donne di Gerusalemme, del mondo intero, prodursi in urla falsamente disperate. Quando il dolore ha finito di attraversare il palmo delle Sue mani, dei Suoi piedi, ha urlato al Padre di non abbandonarlo, mentre lo deridevano, gli urlavano addosso. Gesù il Nazareno. Il Re dei Giudei. Il Re del niente.

Un pazzo giullare, un povero scemo. Si è sentito solo, ultimo tra gli uomini. E ha pianto come nessun altro prima, come nessun altro dopo. Ma ora tutto è passato. Solo lo sguardo gli resta vivo, l’ultima luce negli occhi, rovesciato sulla folla che si muove come un oceano di volti urlanti, inconsapevoli di quello che si sta compiendo. Vogliono la sua morte tutta intera, una volta per tutte, che sia per sempre. E Lui. Lui spezza la catena. Trasforma quell’odio in amore. Perdona. Il suo corpo diventa offerta di una pace nuova, eterna, il suo dolore si fa sacro. E quelli di fronte a lui percepiscono l’abis- so. E rinascono. Mentre altri restano a marcire nel buio, abbracciati alla paura. Siamo noi quell’oceano di volti persi, ansimanti.

Ognuno chiamato all’unica sfida che conti. Compiersi dentro la prova dell’amore. Oppure perdersi, per sempre. Siamo noi con i nostri disastri, i piccoli grandi tradimenti, le guerre sanguinose dei secoli, quelle silenziose che bruciano dentro le nostre case, siamo noi quelli che smaniano e odiano, che urlano e schiacciano. E poi c’è Lui. E il suo amore che diventa rivoluzione. Oggi, come ieri, dentro ogni domani che vivranno i bambini dell’anno diecimila.

La rivoluzione è possibile. Dentro di noi. Uno alla volta. Sino a diventare milioni, l’oceano intero. Ma occorre scendere nel dolore, ognuno abbracciato al suo destino, alla sua croce. Sino al confine ultimo, al gesto sublime, liberatorio del perdono. Arrivare alla punta estrema della passione di cui siamo capaci, lì dove arrivano i salvati. Salvarsi, o essere inghiottiti dal nulla. Farsi testimoni del bene ricevuto, e restituirlo di sorriso in sorriso, abbraccio dopo abbraccio, oppure dimenticarsene, ululando al morte. È questa la posta in gioco, niente di meno che non sia l’eterno. Oggi, come in ogni altro santo giorno.