Scaffale basso. Shoah, continuare a raccontare per non perdere la memoria

avvenire.it

LA BIBLIOTECARIA DI AUSCHWITZ. SALVA RUBIO E LORETO AROCA; IL CASTORO;15,50 EURO

Fin dall’infanzia Dita era come stregata dai libri. Per lei leggere è sempre stato indispensabile, come respirare, bere, dormire. È solo una ragazzina, e la sua biblioteca già zeppa di volumi, quando viene deportata ad Auschwitz con i genitori, che non sopravviveranno allo sterminio. Al campo i libri sono proibiti ma nascostamente e a rischio della vita alcuni, pochissimi, circolano tra i prigionieri. È così che Dita si offre di prendersene cura, e diventa la bibliotecaria di Auschwitz, organizzando letture clandestine che diventano piccole ma preziose fughe con la fantasia dalle privazioni e gli orrori quotidiani, i dispiaceri per le famiglie separate, la fame, le malattie, le violenze inaudite – sopra tutte gli esperimenti del terribile dottor Mengele – e ancora le uccisioni di massa nelle camere a gas. Ispirato alla storia vera di Dita Kraus, una delle ultime sopravvissute all’Olocausto ancora in vita, e basto sul romanzo di Antonio Iturbe, “La bibliotecaria di Auschwitz”, questo graphic novel parla ai più giovani di una vita che ha saputo brillare anche nella disperazione e di una tragedia che va continuamente raccontata perché non se ne perda la memoria. Dai 13 anni

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IN CERCA DI GIORNI FELICI. ANA NOVAC; MONDADORI; 16,50 EURO

Un mozzicone di matita smangiucchiato trovato nel fango del campo di Auschwitz, pezzi di carta staccati dai manifesti, girati, ritagliati e nascosti con una cura ossessiva dentro gli zoccoli, persino una foglia di cavolo ingiallita: tanto è bastato alla quattordicenne ebrea ungherese Ana Novac per riuscire a tenere un diario segreto, un raccontare per provare la propria esistenza, per annotare la rabbia e il dolore per quello straccio di vita spietata patita al campo. Un modo per resistere, nonostante la fame, il freddo, le malattie, il sudiciume, le prepotenze e le umiliazioni. Per un anno Ana si è sentita viva solo grazie a questo diario che in qualche modo ha rappresentato il suo bisogno di inseguire i fatti, da quelli più semplici a quelli più strazianti, per farne memoria. Sopravvissuta allo sterminio, Ana ci ha lasciato queste pagine sul lager come una testimonianza da opporre a chi può pensare che Auschwitz sia una vecchia leggenda, e perché quello che è accaduto lì non debba mai più ritornare. Dai 13 anni

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#ANNEFRANK- VITE PARALLELE. SABINA FEDELI E ANNA MIGOTTO; UP FELTRINELLI; 13 EURO

Il 4 agosto 1944, nazisti e poliziotti olandesi facevano irruzione ad Amsterdam nel nascondiglio segreto dei Frank che venivano arrestati, insieme ad altri quattro altri ospiti della casa, e deportati. Anne scompare nel nulla come oltre un milione e mezzo di bambini e ragazzini come lei. Sarebbe morta a Bergen-Belsen di tifo, appena dopo la sorella Margot, nel febbraio del 1945. La giovane vita di Anne incrocia quella di Caterina, una ragazzina riflessiva e intraprendente dei nostri giorni che, quando legge con la sua classe il Diario ne resta colpita e sente che quella tredicenne le assomiglia. Mentre mille domande cominciano a martellarle in testa, Caterina sente urgente il bisogno di saperne di più e capire le ragioni profonde di quel che era successo agli ebrei durante il nazismo. Di toccare quella sofferenza. Decide quindi di partire da sola, zaino in spalla e cellulare pronto a documentare tutte le tappe, per attraversare mezza Europa e raggiungere il campo dove erano morte Anne e Margot. Ma per lei è anche l’occasione di incontrare cinque donne: Arianna, Sara, Andra, Tatiana ed Helga tutte deportate da bambine o da adolescenti, come Anne, ma sopravvissute alla Shoa. Tutte legate da una memoria dolorosa che le ha rese testimoni. Il libro è liberamente tratto dal documentario “#AnneFrank-Vite Parallele” con il premio Oscar Helen Mirren, scritto e diretto da Sabina Fedeli e Anna Migotto. Dai 13 anni

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SOTTO FALSO NOME. FREDIANO SESSI; EINAUDI RAGAZZI; 12 EURO

Uno scambio di identità. Un atto di coraggio e di generosità da un’amica a un’amica, un’intera famiglia ebrea che si salva da deportazione e morte sicura. Scrittore mantovano, traduttore, docente di sociologia a Brescia oltre che studioso appassionato di storia della seconda Guerra mondiale, della Resistenza e della deportazione degli ebrei, Frediano Sessi racconta come un romanzo una storia semplice, vera e dimenticata, ricostruita attraverso testimonianze e documentazioni. Tutto incredibilmente succede tra il settembre 1943 e l’aprile 1945 a Mantova al numero sei di viale Gorizia. Qui Francesco e Luisa Rampi che hanno già una bambina, Maria Anita, decidono di lasciare il loro appartamento a una famiglia di amici ebrei che ne fa, alla luce del sole, il proprio nascondiglio: sono Lilli Gizelt, il suo fidanzato e altre tre persone in fuga da Fiume, dove tedeschi e fascisti avevano messo in atto una feroce persecuzione e deportazione di ebrei. Lo scambio non si era limitato all’appartamento, ma comprendeva il cognome stesso: è stato così che i Gizelt sono diventati i Rampi. All’epoca Francesco Rampi era militare in Sardegna mentre Luisa Rampi lasciando la casa di Mantova aveva deciso di raggiungere la madre, anche lei a Fiume. La città dove era nata e dove aveva conosciuto Lilli, la sua più cara amica e compagna di studi. Va da sé che quell’operazione comportava un grande rischio per tutti, per i protagonisti e per i vicini di casa che in silenzio e con la loro solidarietà furono di grande aiuto. Tutti hanno dimostrato quanta differenza possano fare le scelte di ognuno, anche dentro una grande follia collettiva, come è stato il nazifascismo. Dai 13 anni

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IL RIFUGIO SEGRETO. LUCA AZZOLINI; DEAGOSTINI; 13,90 EURO

Un vecchio edificio come tanti sul Prinsengracht, il canale che attraversa Amsterdam: al 263 c’è un modesto edificio a tre piani, annesso ai magazzini sul retro del fabbricato. È un giorno di luglio del 1942, piove a dirotto: è il giorno in cui una famiglia ebrea costretta a nascondersi dalle persecuzioni naziste e dalla deportazione, entra in un piccolo appartamento mansardato trasformato in rifugio segreto. Sono i Frank. Con loro anche altre tre persone, i Van Pels. Al sottotetto si accede da una scala ripida, la porta è nascosta dietro una libreria mobile. Ma nessuno deve sapere chi abita al di là; vietato affacciarsi alle finestre, vietato fare rumore, perché nei piani sotto ci sono gli uffici e qualcuno potrebbe insospettirsi. In questa casa, la tredicenne Anne scriverà il suo Diario, rivolgendosi all’amica immaginaria Kitty, confidandole pensieri, sogni, paure e speranze in un mondo davvero migliore. A raccontare questa storia, fatta di una quotidianità inquietante è proprio l’alloggio in cui Anne e gli altri sono vissuti in clandestinità due anni. Fino a quel 4 agosto 1944 in cui gli uomini della Gestapo, fanno irruzione urlando e arrestano tutti quanti. Pochi giorni prima Anne aveva scritto nel Diario: “Ecco che cos’è difficile in quest’epoca: gli ideali, i sogni e le belle aspettative non fanno neppure in tempo a nascere che già vengono colpiti e completamente devastati dalla realtà piú crudele. È molto strano che io non abbia abbandonato tutti i miei sogni perché sembrano assurdi e irrealizzabili. Invece me li tengo stretti, nonostante tutto, perché credo tuttora all’intima bontà dell’uomo”. Dai 12 anni

L’Italia e la Shoah

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Settimana News

In Olanda, è una realtà storica conosciuta e indagata, tanto che Primo Levi per elaborare il suo concetto di zona grigia – cioè di collaborazione delle vittime con i persecutori – ha studiato il neerlandese per leggere il libro di Jacob Presser “La notte dei girondini” ove si descrive la lotta per la vita ingenerata tra gli internati ebrei del campo di Westerbork.

Lo stesso storico ebreo Raul Hilberg ha sostenuto che uno sterminio di tali proporzioni non sarebbe mai stato possibile senza una collaborazione – diretta e indiretta – da parte delle vittime.

È un aspetto inquietante. Penso che Primo Levi abbia speso su questo delle parole insuperabili: non c’è tribunale umano che possa giudicare la lotta per la vita e ciò – a ben vedere – costituisce il peggior capo d’accusa nei confronti dei persecutori, ossia l’aver indotto al male anche le vittime.

Va detto, nel caso citato, che il notaio Arnold van den Bergh, membro del Consiglio ebraico di Amsterdam, non ha tradito singole persone – che peraltro non conosceva – ma ha fornito indirizzi risultanti dai registri: si è trattato di un’operazione impersonale nel tentativo di aver salva la vita, per sé e la sua propria famiglia.

In Italia il fenomeno della delazione tra ebrei ha avuto un’incidenza di gran lunga minore, perché di gran lunga inferiore, rispetto ad altre nazioni europee, è stato il numero degli ebrei arrestati.

  • Sono noti casi di collaborazione di ebrei italiani nei campi di concentramento?

È noto il caso dell’ebreo italiano Shlomo Venezia che ha scritto nel suo libro Sonderkommando Auschwitz di aver appunto fatto parte del Sonderkommando del campo di Auschwitz-Birkenau.

In questo caso la collaborazione era forzata, non volontaria. Il libro è stato pubblicato dapprima in Francia e poi in Italia nel 2007. Ci sono altre storie di ebrei italiani che sono stati costretti ad assumere la posizione di kapò nei campi, ma anche questo è un aspetto, in generale poco indagato pure perché la storia dei “colpevoli” è oggetto di ricerca da pochi anni.

La persecuzione degli ebrei in Italia
  • Si può parlare di Shoah in Italia?

Vanno ricordati i fatti essenziali. Sino alla svolta del 25 luglio del ’43, ossia sino all’arresto di Mussolini, il fascismo si era efficacemente adoperato ad applicare le sue leggi razziste del ’38 in tutti i settori pubblici e privati della società italiana. Le leggi razziste erano state fatte perché l’Italia potesse entrare a pieno titolo nel novero della nuova Europa di razza ariana, progettata da Hitler.

Il fascismo italiano avrebbe voluto entrarci senza arrivare a forme estreme di persecuzione degli ebrei. Peraltro – come sappiamo – neppure la Germania nazista aveva inizialmente previsto lo sterminio: la storia ci insegna che i tedeschi sono arrivati a decidere lo sterminio per tappe successive.

Si può quindi dire che in Italia viene messa in atto la persecuzione dei diritti degli ebrei, con provvedimenti amministrativi che hanno tolto loro la cittadinanza e tutto il resto: scuola, lavoro ecc.

Ricostruendo ora quella storia, è indubbio affermare che solo sulla base di quei provvedimenti amministrativi ha potuto, in buona misura, svilupparsi la successiva fase di deportazione e di sterminio al di fuori dell’Italia, cioè la persecuzione delle vite.

Prendiamo atto che – prima della svolta del ’43 – il governo fascista italiano ha difeso dalla deportazione gli ebrei italiani nei territori occupati da suo esercito e perfino nelle aree già occupate dall’alleato nazista.

Dopo il 25 luglio e dopo l’8 settembre, dopo l’arresto e poi la liberazione di Mussolini, si è costituito il nuovo governo fascista della Repubblica sociale di Salò (Rsi), con un’estensione territoriale che giungeva, inizialmente, sin poco sotto Roma, a fronte dell’avanzata delle forze Alleate occidentali dal sud.

È a quel punto che Mussolini individua un capro espiatorio che spieghi il suo fallimento e comincia a parlare del complotto ebraico-capitalista-internazionale. Ed è in quei mesi, che gli ebrei diventano decisamente il bersaglio dell’Italia del nuovo fascismo repubblicano: in quanto nemici della patria, gli ebrei andavano combattuti, arrestati, rinchiusi e deportati. Ciò ha consentito ai nazisti di procedere ai rastrellamenti e alle deportazioni – anche dall’Italia – per puntare ormai decisamente allo sterminio, alla Shoah, se vogliamo continuare ad usare questo termine.

  • Si può dire che l’Italia fascista abbia condiviso sino in fondo l’ideologia e il progetto geopolitico del nazismo?

Certo, si può dire. L’idea era quella della nuova Europa ariana in cui l’Italia avrebbe avuto il suo posto e i suoi territori di conquista.

Questa idea è stata presa così seriamente dalla Rsi che, quando sono iniziati, con acredine, i rastrellamenti degli ebrei in Italia, sono stati arrestati persino gli “ebrei cattolici”, perché la definizione prevalentemente “biologica” degli ebrei è risultata persino più rigida di quella della Germania nazista.

  • La responsabilità politica dello sterminio degli ebrei italiani va attribuita alla Repubblica sociale? 

Alla Repubblica sociale – sia pur non completamente autonoma rispetto alla Germania nazista – va attribuita la nuova organizzazione fascista e quindi la piena responsabilità della creazione, per esempio, dei luoghi di concentramento su tutto il territorio sotto il governo della Rsi.

Dai siti di concentramento provinciali, si è passati ai luoghi di raccolta nazionali: dapprima il campo di Fossoli di Carpi (Modena) e la risiera di San Sabba (Trieste), poi – dopo la chiusura del campo di Fossoli nell’agosto del ’44 -, il campo di Bolzano nel quartiere di Gries.

Con l’allestimento di questi campi è iniziata la deportazione sistematica degli ebrei dall’Italia verso Auschwitz-Birkenau, poiché gli ebrei occidentali erano destinati principalmente verso quel campo, divenuto a partire dal 1942 il principale campo di sterminio. Per riassumere, le prime azioni contro gli ebrei furono compiute dai nazisti, si pensi all’episodio del 16 ottobre 1943 a Roma, per fare un esempio. In seguito, gli arresti sono divenuti opera delle diverse polizie della Rsi.

I numeri
  • Quali sono state le proporzioni dello sterminio dall’Italia?

Si dice che la Repubblica sociale abbia governato per poco più di un anno e questo spieghi il numero inferiore di ebrei deportati dall’Italia, rispetto agli altri Paesi europei. Parliamo pur sempre di 8.625 persone, comprese quelle provenienti dalle isole Egee, sul totale di 48.656 ebrei, tra ebrei italiani, ebrei stranieri residenti o presenti in Italia e gli ebrei delle isole Egee occupate (circa duemila). Questi numeri significano una percentuale di deportazione che si aggira sul 19-20%, mentre in Olanda si può parlare, ad esempio, del 75%, oppure in Francia del 30-35%.

Io non concordo sulla tesi che in Italia ci sia stato poco tempo per procedere agli arresti e alla deportazione. Basti pensare che dall’Ungheria, nel giro di soli tre mesi, sono stati deportati, solo verso Auschwitz, circa 465.000 ebrei. Non è stato quindi il fattore tempo, a differenziare le sorti, bensì l’organizzazione dello Stato e soprattutto il rapporto degli ebrei con la popolazione italiana. Gli ebrei in Italia sono stati più capillarmente aiutati dalla popolazione, da alcune organizzazioni, ma anche da famiglie, dalle piccole comunità locali, da parrocchie e conventi. La maggior parte di loro sono stati nascosti e salvati.

Ritengo perciò enorme la responsabilità diretta della Repubblica sociale e delle sue polizie. Certamente questa è una responsabilità assunta da italiani, ma una parte minoritaria degli italiani.

Il numero ufficiale dei deportati è di 8.529. Io ho calcolato appunto 8.625 persone. Ma considero in 10.348 il numero complessivo di ebrei fortemente minacciato dalla scure della Repubblica sociale e della occupazione nazista.

  • Chi sono stati i criminali o persecutori italiani?

Tra i persecutori possiamo considerare anche figure del corpo dei carabinieri: una parte del corpo è entrata nella Resistenza, ma un’altra buona parte si è messa al servizio della Repubblica sociale.

Primo Levi ha consegnato alla nostra memoria il gesto del calcio ricevuto da un anonimo giovane carabiniere a Fossoli. Questi gli assestò un calcio perché si sbrigasse a salire sul carro merci che lo avrebbe condotto ad Auschwitz. Levi ha scritto di averlo guardato negli occhi e di avergli detto che avrebbe ricordato a lungo quel gesto.

Poi certamente bisogna dire dei diversi corpi di polizia della Rsi: le squadre d’azione, le brigate nere vere e proprie e i soldati della Xa MAS, e i corpi speciali di polizia, come la Banda Collotti a Trieste.

  • Quanto le figure dei persecutori italiani sono conosciute, studiate?

Il materiale a disposizione è scarso. Alcuni storici se ne sono occupati. C’è uno studio sui carnefici italiani e tedeschi nel campo di concentramento di Bolzano-Gries di Costantino di Sante.

C’è un altro studio dello storico romano Amedeo Osti Guerrazzi. Ci sono studi specifici su ufficiali italiani che non si sono limitati a servire le SS naziste. Ma non c’è molto. Queste figure non hanno lasciato diari e lettere delle loro gesta.

  • Quali tracce e memorie sono rimaste nei siti attivi della deportazione e dello sterminio dall’Italia?

Dopo le disposizioni riguardanti gli ebrei dettate dalla Repubblica italiana, come abbiamo detto, sono stati istituiti luoghi di concentramento un po’ in tutte le città in cui gli ebrei erano più presenti. Sono state adattate scuole, case di riposo e altri edifici di proprietà delle comunità ebraiche allo scopo. Di questi siti storici – usati temporaneamente come centri di raccolta o prigioni – è rimasto poco o nulla in ordine alla conservazione di questa specifica memoria, solo qualche lapide a ricordo.

Come ho detto, i campi o le principali tracce delle sedi di concentramento sono a Fossoli, nella risiera di San Sabba e a Bolzano-Gries.

A Fossoli sono stati eseguiti dei restauri che hanno fermato i crolli a cui anche il terremoto – che ha interessato la zona nel 2012 – ha contribuito. Tali restauri hanno inteso conservare e mostrare quello che c’era. C’è ad esempio una baracca completamente ricostruita: di per sé è un falso storico dichiarato, ma per mostrare appunto quello che c’era.

La risiera di San Sabba ha subìto – in tempi ormai più lontani – un restauro molto più pesante e perciò discutibile non solo con i criteri di oggi. È stato realizzato un restauro assai suggestivo ma che ha demolito buona parte di ciò che c’era al tempo della deportazione.

Ad esempio, c’è oggi una sala detta “sala delle croci” che è stata ottenuta con l’abbattimento di un pavimento, in maniera da evidenziare le colonne e le travi di legno a formare delle simboliche croci: ebbene quella sala è una di quelle in cui furono ammassati, in attesa della deportazione, tanti ebrei. La risiera non offre quindi un’immagine storica di quel che è stata. Vero è che attorno al sito si è lavorato con importanti studi, scritti di carattere scientifico e di grande pregio.

Per quanto riguarda Bolzano-Gries non c’è praticamente più nulla da vedere. Di fronte al muro – che deve essere stato il muro del campo – è stata posta una rotaia con un carro merci. Non c’è altro.

In definitiva, i segni della persecuzione e della deportazione operate dalla Repubblica sociale sono pochi. Ci sono lapidi un po’ dappertutto. Sono stati fatti libri importanti. Ma dal punto di vista rigorosamente museale è rimasto poco.

Siti della memoria e ricerca storica
  • Sono comunque visitati i siti italiani e ha valore farlo? 

Si è lavorato molto bene, sia a Fossoli che a Trieste, per rendere possibili e significative le visite. I siti si sono dotati di guide e di percorsi didattici ben delineati. Migliaia di studenti coi loro insegnanti – prima della pandemia – stavano visitando i siti italiani, sedi, peraltro, di importanti convegni. Ovviamente questo non era nulla di paragonabile a quanto avveniva presso il sito – divenuto simbolo – di Auschwitz, ove, prima della pandemia, andavano sino a 20.000-25.000 visitatori al giorno.

Certamente non posso che auspicare che si possa ritornare a visitare, numerosi, i siti italiani, così come quelli maggiori in Europa.

  • Quali opere culturali sono state espresse dall’Italia sull’Italia?

Ci sono canzoni italiane, musical, opere teatrali, film e naturalmente libri e romanzi su quanto avvenuto in Italia. Questa produzione è caratterizzata dal fatto che, per quanto ho detto, l’Italia non ha conosciuto direttamente lo sterminio come la Polonia, ad esempio.

I campi italiani di cui abbiamo parlato erano luoghi di transito per gli ebrei. Non ci fu in Italia un centro di sterminio. Ciò spiega perché le opere italiane sull’Italia siano più dedicate a singoli fatti e a singole figure piuttosto che a un sistema.

  • Qual è lo stato della ricerca storica italiana sulla persecuzione degli ebrei in Italia?

Sono collegato ad un portale di storici che rende conto delle ricerche che vengono prodotte ogni anno dalle università e dagli istituti di ricerca. Questo dice di un numero considerevole di lavori di ricerca anche in Italia. Ci sono professori che assegnano tesi importanti su storie locali. Ci sono giovani ricercatori molto impegnati. Questo è molto positivo perché le storie generali si possono costruire solo a partire da tante di queste ricerche locali.

Purtroppo, a questo sviluppo non corrisponde un’adeguata consapevolezza dell’importanza determinante della storia contemporanea nelle scuole e nella formazione dei giovani in genere. Certamente non bastano alcune pagine del manuale di storia e alcune ore spese per lo più attorno al Giorno della Memoria del 27 gennaio. Questo significa trascurare i significati profondi e i riflessi che questa storia ha sul presente.

  • Quale significato, per il presente, vuoi evidenziare?

Con Primo Levi dico che tutto ciò che è avvenuto è partito da una certa idea di xenofobia. Questa storia insegna che si è partiti dalla xenofobia e si è arrivati allo sterminio, all’eliminazione fisica di coloro che – secondo l’ideologia nazista e fascista – stavano inquinando le pure radici tradizionali dell’Europa.

Ora di xenofobia ne circola ancora tanta in Italia e in Europa: è tornata a visitarci con vigore. La paura dell’altro è ancora dietro ogni angolo. Ma ora abbiamo a disposizione strumenti di studio importanti che un tempo non c’erano. Tutti gli insegnanti e gli educatori dovrebbero senz’altro conoscerli e utilizzarli.

  • La ricerca storica della persecuzione degli ebrei in Italia ha subìto condizionamenti storici?

Certamente sulla ricostruzione storica di quanto avvenuto in Italia ha pesato il patto di normalizzazione del primo dopo-guerra, dai tempi di De Gasperi e Togliatti. Tale normalizzazione si era resa politicamente necessaria. L’Italia era uscita letteralmente in ginocchio dalla guerra. Ma ha evidentemente condizionato anche intellettuali del calibro di Cesare Pavese, Natalia Ginzburg, Elio Vittorini. Perché non hanno accolto il libro di Primo Levi in Einaudi nel 1947? Perché l’Italia di allora faceva molta fatica a riaccogliere i suoi reduci: i politici, i soldati, i lavoratori coatti e gli ebrei che erano sopravvissuti allo sterminio. Questo va detto chiaramente. È un’amara verità.

Ancora oggi si vorrebbe che il 27 gennaio portasse solo baci e abbracci nel ricordo della liberazione dei pochi sopravvissuti dal campo di Auschwitz: in realtà il ritorno da Auschwitz e dagli altri campi ha aggiunto alla vecchia disperazione una nuova disperazione. Quando le persone sono tornate, non hanno trovato spesso nessuno ad aspettarli e ad accoglierli, nessuno che avesse voglia di ascoltare i loro racconti, quand’anche avessero avuto la forza di farli. Quasi quasi i sopravvissuti sono stati accolti con fastidio.

Perciò, di fatto, in Italia, si è assistito a un condono generalizzato dei maggiori responsabili di quanto era accaduto. I militari inglesi avevano istruito processi contro i criminali, sia tedeschi che italiani in Italia, ma questi processi non hanno mai avuto seguito. Giustizia avrebbe voluto invece che le responsabilità fossero accertate e le condanne comminate, come è avvenuto in buona misura in Germania. Per questo non si può dire che l’Italia abbia ancora fatto bene i conti con questo suo passato.

La Chiesa italiana, gli ebrei, il fascismo
  • Nella Chiesa italiana si possono distinguere posizioni e comportamenti diversi rispetto alla persecuzione degli ebrei?

Penso che si possa distinguere tra una Chiesa del soccorso e una Chiesa istituzione politica, benché anche su questa io abbia più volte espresso un giudizio storico non negativo. Le Chiese locali – e soprattutto le piccole realtà locali – sono state molte attive nella protezione degli ebrei.

Gli stessi vescovi hanno preso parte al risveglio dal torpore e dal silenzio sul fascismo che ha per lo più regnato in Italia sino al ’43. Nella situazione di caos e di paura che ha seguito l’8 settembre, molti perseguitati politici, soldati in fuga ed ebrei hanno trovato aiuto e protezione negli ambienti della Chiesa e tra le persone mosse dal buon cuore.

Naturalmente ci sono state delle eccezioni. Cito qui in particolare il caso del vescovo austriaco Alois Hudal – già filonazista e critico del papa – che, dopo la guerra, dal Vaticano, si è impegnato moltissimo perché i gerarchi nazisti potessero riparare in Africa e in America Latina per sfuggire alla giustizia.

Lui pensava che questi potessero salvare le loro anime. Il mio giudizio storico sui criminali e anche su chi li ha protetti è chiaro: la loro responsabilità non può essere taciuta e resta imperdonabile, quanto meno davanti al tribunale degli uomini.

Ho guardato un nazista negli occhi: il racconto della Shoah per ragazzi

La Maison des enfants de Sèvres, in Francia, è stata dal 1941 e durante la Seconda Guerra mondiale un luogo speciale: un’esperienza di scuola aperta alternativa, un’avventura pedagogica fuori dagli schemi correnti cui hanno dato vita educatori dal pensiero forte. La struttura adibita in origine a ospitare i bambini dell’area parigina vittime delle restrizioni alimentari divenne presto un luogo di accoglienza per bambini e ragazzi soli e un rifugio sicuro per piccoli ebrei orfani o affidati dai genitori che cercavano di evitare loro la deportazione. Quando l’obbligo di portare la stella gialla divenne stringente, alla scuola di Sèvres gli insegnanti decisero di aggirarlo e per proteggere gli ebrei iniziarono a cambiare loro i nomi e dotarli di nuovi documenti.

Per quei bambini non fu cosa da poco: assumere nuove identità non fu facile. Su questa storia vera si innesta il romanzo: è così che Rachel, ragazzina con la passione per la fotografia, diventa Catherine e insieme ad altri deve lasciare la Maison, fuggire e trovare rifugi altrove attraverso la rete della Resistenza. Sempre con la sua Rolleiflex al collo per catturare scatto dopo scatto la bellezza nascosta nel quotidiano che anche in tempi bui. Scritto daJulia Billet (tratto da un suo romanzo) e realizzato insieme a Claire Fauvel La guerra di Catherine pubblicato ora da Mondadori nella collana Contemporanea (18 euro) è una graphic novel avvincente. Una storia che ha a che fare con la famiglia di Julia Billet, anche se poi nella scrittura c’è un grande lavori di fantasia: sua madre è stata una bambina nascosta e salvata nella Maison e dall’Opera di soccorso dei bambini. Dai 12 anni

Jordana Lebowitz, nipote di sopravvissuti ad Auschwitz rifugiatisi in Canada, ha 19 anni quando decide dopo una visita al grande campo di sterminio nazista di partecipare a Lueneburg, in Bassa Sassonia, al processo a Oskar Gröning. Ex membro delle SS conosciuto come “il contabile di Auschwitz”, Gröning era accusato di complicità in omicidio di oltre 300 mila ebrei, quasi tutti ungheresi. Soprannomiato “contabile” perché entrava in azione in quella zona del campo in cui gli ebrei venivano separati e spogliati delle loro valigie: si occupava della raccolta deibagagli e degli effetti personali dei deportati, di recuperare banconote e monete e di inviarle negli uffici delle SS a Berlino.

Jordana ha le idee chiare e vuole assistere al processo come dovere morale nei confronti delle proprie radici e della propria famiglia ma anche come dovere di conoscere a fondo e tramandare la storia della Shoah. Quando il 21 aprile 2015 la porta del tribunale si apre Jordana con il cuore in gola sente che avrebbe guardato negli occhi uno spietato nazista; quello che si presenta ai suoi occhi è invece un vecchio che trascina i piedi, fragile, piccolo e gobbo, dall’aria affatto malvagia. Dall’incontro di Jordana con la scrittrice canadese Katy Kacer, che seguiva il processo per raccogliere testimonianze da raccontare efficacemente alle nuove generazioni, è nato questo libro, un diario del processo e insieme riflessione importante attorno a temi cruciali e attuali quali il giudizio della Storia, l’importanza della Memoria, la responsabilità individuale e la “banalità del male”. Ho guardato un nazista negli occhi è pubblicato da Sonda (14 euro). Dai 15 anni.

da Avvenire

Giorno memoria: insegnare la Shoah

(ANSA) – ROMA, 24 GEN – Quando i sopravvissuti alla Shoah, i perseguitati e gli internati nei campi nazisti, che da questi uscirono vivi, non ci saranno più quella catastrofe rischia di essere sommersa e dimenticata. Per questo in occasione della giornata della memoria la Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti civili (CILD) ha organizzato il prossimo 26 gennaio un’iniziativa per insegnare a parlare ai ragazzi dello sterminio nazista. Il punto di partenza dell’incontro, a cui prenderanno parte oltre 200 studenti delle scuole medie e superiori di Roma, è: come si potrà parlare di Shoah alle prossime generazioni? Come lo si potrà fare nella scuola, come lo potranno fare i giornali o l’arte, che sia cinema, letteratura o altro? E ancora, lo sterminio nazista diventerà storia, la storia dei libri scolastici, spesso percepita così lontana da noi man mano che gli anni passano, o continuerà ad essere parte delle nostre radici, fattore che ha plasmato le nostre società e il nostro vivere comune?. Perchè, come ha detto, la neo senatrice a vita Liliana Segre, quando tutti i sopravvissuti saranno morti il mare non si chiuda sopra di loro nell’indifferenza e nella dimenticanza, partendo dal libro del filosofo e insegnante Carlo Scognamiglio, “Insegnare la catastrofe. Discorso sulla didattica della Shoah”, parleranno con l’autore Tommaso Dell’Era, docente dell’Università della Tuscia e del Master in “Didattica della Shoah” dell’Università Roma Tre, il regista autore di Anita B Roberto Faenza, l’avvocato Barbara Pontecorvo, presidente di Solomon, Osservatorio sulle discriminazioni, e l’attore Moni Ovadia con un suo contributo video.
L’iniziativa si terrà presso l’aula magna del Rettorato dell’Università Roma Tre) il 26 gennaio alle 10.

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Nella Giornata della memoria la storia dell’archivio ritrovato del ghetto di Varsavia. Con il suo desiderio di qualcosa che resti oltre ogni tragedia

Si può celebrare la gioia del sabato nell’inferno? Può esserci spazio per un respiro di divina presenza nell’abisso del male?

Sono domande che interrogano l’uomo dal giorno in cui il mondo ha dovuto fare i conti con Auschwitz, il buco nero dell’umanità.

Eppure, leggendo le cronache del ghetto di Varsavia, si scopre che proprio tra quelle strade, dove la violenza, la brutalità, la morte erano quotidiane, c’era un gruppo che si chiamava Oyneg Shabes, in yiddish “la gioia del sabato”: uomini e donne, laici e religiosi, che volevano resistere alla follia del nazismo usando come unico strumento di difesa la parola. Essi non imbracciarono alcuna arma capace di offendere il corpo, ma la più potente per costruire lo spirito e vincere le tenebre: la parola.

L’Oyneg Shabes fu gruppo di eroi che, durante la prigionia nel ghetto di Varsavia, si ritrovava nel giorno di shabbatcon un unico scopo: salvare la memoria del popolo ebraico. I suoi membri, guidati dallo storico Emanuel Ringelblum, avevano deciso di raccogliere quanto più materiale possibile per testimoniare l’inaudita e terribile situazione in cui centinaia di migliaia di ebrei furono costretti a vivere fino alla liquidazione del ghetto, avvenuta dopo alcune settimane di rivolta nel maggio 1943.

La loro storia è raccontata da Samuel Kassow, nel bel libro Chi scriverà la nostra storia? L’archivio ritrovato del ghetto di Varsavia. Si apprende la vicenda delll’Oyneg Shabes e del suo lavoro per custodire volantini, interviste, tabelle alimentari, tariffari, libri, documenti, spartiti, foto, disegni. Ogni oggetto è un capo d’accusa contro i carnefici.

Ringelblum e i suoi collaboratori compresero che lo sterminio degli ebrei avrebbe significato anche la perdita della loro cultura, e così si adoperarono per salvare quel patrimonio, ritrovandosi a catalogarlo nel giorno in cui, per quello stesso popolo ebraico, protagonista è la Parola: nel giorno dell’ascolto della Parola essi combattevano silenziosamente per salvare la parola della diaspora sofferente.

Se Dio sembrava tacere tra le macerie del ghetto, se il silenzio della Parola interrogava e lacerava, essi rimanevano fedeli alla parola dell’uomo. Così scriveva Gustawa Jarecka:

«Il desiderio di scrivere è forte quanto la ripugnanza per le parole. Odiamo le parole perché troppo spesso sono servite a coprire il vuoto e la meschinità. […] Eppure nel passato la parola ha significato la dignità umana ed è stata il bene più prezioso dell’uomo»

Di fronte alla fine che andava prospettandosi, che fare almeno per proteggere l’archivio dalla distruzione, non potendo più salvare la vita delle persone? Tutto quanto era stato raccolto venne racchiuso in scatole di latta e affidato al grembo della terra, affinchè un giorno potesse rifiorire e narrare ciò che era accaduto:

«Quello che non abbiamo potuto gridare e urlare al mondo l’abbiamo nascosto nella terra… come vorrei assistere al momento in cui il grande tesoro verrà dissepolto e griderà la verità al mondo. Perché il mondo sappia tutto.»

Queste sono le righe che si leggono a conclusione del diario di David Graber, ucciso a 19 anni.

Pochissimi furono i superstiti dell’Oyneg Shabes, e subito si mossero per ritrovare le scatole metalliche seppellite tra le macerie del ghetto. Una parte dell’archivio venne rinvenuta nel 1946, una parte nel 1950 e una parte giace ancora sepolta nella terra di Varsavia, introvata. Essa è come quell’immenso popolo falcidiato nei campi di sterminio, di cui non rimane che una labile traccia.

Oggi, che facciamo memoria della Shoah, è doveroso ricordare quanti si spesero per salvare la storia di un popolo vittima del Male, permettendoci, con il venir meno dei testimoni, di sapere dalla loro voce scritta cosa successe a causa dell’oblio della ragione.

Eppure una memoria è tale non solo se custodisce il passato, ma se è anche capace di parlare al presente e proiettare il suo insegnamento nell’oggi. Purtroppo, storie simili, intrise di sangue, accadono anche ai nostri giorni: uguale è però la risposta dell’uomo quando fa appello alla sua dignità, salvando la parola laddove non si può salvare la vita.

È una storia di queste settimane: a Daraya, un sobborgo di Damasco, sotto le bombe di una guerra che non sembra cessare mai, un gruppo di persone, giovani soprattutto, rischiando la vita, recupera e custodisce i libri di un popolo, scritti in lingue diverse, di religioni e tradizioni differenti:

Perché ancora oggi, di fronte alla morte, qualcuno ha il coraggio di opporre un “no”, tentando di indicare la strada per una civiltà migliore. Per resistere, in piedi, e in piedi morire, come scriveva, alla fine del suo taccuino, il diciannovenne David, il 3 agosto 1942, prima di essere deportato.

«Possa il tesoro cadere in buone mani, possa durare fino a tempi migliori, possa allarmare e mettere in guardia il mondo su ciò che è accaduto… nel ventesimo secolo… Ora possiamo morire in pace. Abbiamo compiuto la nostra missione. Possa la storia testimoniare per noi».

vinonuovo.it

Nel giorno che ricorda le vittime della Shoah. Il dovere della memoria

di Cristiana Dobner

Se l’uomo senza ombra, Peter Schlemihl, la creazione letteraria di Chamisso, è costretto a diventare errante una volta persa la sua ombra, che cosa può accadere a chi diventa uomo senza memoria? È nota la devastazione psicologica di chi, per una ragione o per l’altra, si ritrova vuoto della propria storia, della propria identità. In questo caso si invoca il destino. Nel caso invece in cui si voglia cancellare e dimenticare un avvenimento come la Shoah, non si può invocare il destino.
Solo il monito biblico che attraversa tutti i secoli e le generazioni di Israele – zachor (“ricorda”) – consente di rimanere persona e di reggere dinanzi a un baratro di orrore che ha devastato e continua a devastare.
Non è questione di cifre o di cifre arrotondate, magari dichiarate inesistenti, malgrado l’evidenza storica più che assodata. Per la tradizione ebraica l’uccisione di una sola persona è già una tragedia immensa, perché essa è stata creata a immagine e somiglianza del Creatore, perché ha attraversato la storia con il segno dell’alleanza. A maggior ragione quando la distruzione – messa in atto dalla macchina burocratica efficientissima del nazionalsocialismo – ha dilagato in tutta Europa e tolto dalla faccia della terra interi villaggi, tradizioni, cultura e ha sparso nell’aria l’odore dei cadaveri bruciati.
Se tanto si è ricercato e poi scritto – e tutto questo è doveroso e necessario – per appurare una realtà storica attendibile, forse ancora poco si è scritto nella vita concreta di chi non appartiene per sangue e stirpe al popolo ebraico. La devastazione della Shoah ha costretto i cristiani a interrogarsi a fondo. Maestro di memoria è stato il beato Giovanni Paolo II, che non ha certo sofferto di rimozioni. La memoria è tale quando diventa sorgente viva, che sempre zampilla, pronta a suggerire passi nuovi di conoscenza e di fraternità. Ben più che tolleranza, perché la storia insegna dove porti la tolleranza: solo a passi discretamente buoni finché non viene intaccato l’interesse proprio.
La necessità della memoria chiede ed esige ben di più, almeno per chi ne afferra la portata trasformatrice: vuole suscitare un atteggiamento nuovo, sempre nuovo, che venga a scoprire come la persona umana, libera nella sua adesione di fede, possa vivere l’arco della propria vita in trasparenza, senza il timore di venire eliminata perché qualificata diversa in nome di un’ideologia.
Il beato Giovanni Paolo II ha rivolto lo sguardo al presente e al futuro, indicando alla Chiesa, e dunque a ogni cristiano, l’atteggiamento di chi si rivolge verso il Padre Creatore e da lui impara come vivere. La nostra memoria, purificata dalla conoscenza di quanto è avvenuto, resa compassionevole per la sofferenza e il dolore inflitti, ne viene scossa e può compiere un balzo che risponda al mysterium iniquitatis con la forza e il vigore del mysterium gratiae.
Oggi la Chiesa cattolica e il popolo ebraico sperimentano un avvicinamento e una comprensione impensabili qualche decennio fa. E non si tratta di una moda: è una consapevolezza che poggia sulle esistenze cancellate nel cuore del Novecento, ma che si lascia portare, in una memoria che lega la lunga catena delle generazioni, da una speranza che attraversa i secoli.

(©L’Osservatore Romano 27 gennaio 2013)

Shoah: a quali condizioni ha senso il giorno della memoria

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​È servito agli esseri umani ricordare eventi luttuosi per evitare il ripetersi di questi eventi? No. Con l’andare del tempo la ferocia è aumentata, la capacità di uccidere o di torturare è diventata sempre più diffusa e a portata di tutti. È servito all’umanità dimenticare quegli eventi, non saperne più nulla, ignorarli, come se mai fossero accaduti?

È servito sapere che sono avvenuti e far finta che non sia successo nulla? No. Allora la natura umana, la propensione alla violenza, alla ferocia, all’assassinio è ineliminabile, la civiltà non avanzerà mai, nel diventare meno crudele, meno violenta, meno egoista? Rassegnarsi a un’idea simile sarebbe terribile. Non riconoscerne la realtà e andare avanti alla cieca è altrettanto vano e illusorio. Ed è probabilmente per questo che è nata la decisione di dedicare almeno un giorno dell’anno al ricordo degli orrori messi in atto settant’anni fa, all’epoca in cui sono nati i genitori di uomini che oggi hanno circa trent’anni. E le vittime a quell’epoca erano i nonni di quei trentenni, i loro zii, i cugini.

Ora i mezzi di comunicazione di massa sciorinano ogni giorno numeri spaventosi sugli esseri umani uccisi il giorno prima. Ne parlano come di noccioline, a volte ne esagerano la portata soltanto per incutere orrore e paura, non per offrire una possibile maniera di far cessare i massacri o per offrire una conoscenza obiettiva dei fatti. Molte cose vengono falsificate in una direzione o nell’altra. Si mostrano feretri, corpi dilaniati soltanto come simboli, non come corpi di persone umane esistite, ciascuna con la sua storia, lo svolgersi della sua vita tra tanti stenti, tanto faticare, tanto gioire, tanto pensare, tanto piangere. Ovviamente nulla di questo è volto a migliorare l’uomo, a impedire il ripetersi, l’estendersi del male, della violenza, degli eccidi. Tutto questo mette fortemente a repentaglio l’utilità vera dei Giorni della Memoria, del moltiplicarsi di monumenti eretti per rammentare lotte, sacrifici, ideali.

Che cosa si può fare per impedire che in questo modo tutto finisca in retorica, in vuoti cerimoniali consumati in un giorno, per continuare, nei rimanenti 364 giorni dell’anno a perpetrare gli stessi delitti, gli stessi abusi e le stesse violenze appena ricordati? Sarebbe meglio allora creare Giorni dell’Oblio? O usanze comuni per dimenticare, come si fa a San Pietroburgo dove si festeggiano matrimoni con tanto di spumante e calici, nel grande cimitero in cui sono seppelliti i cinquecentomila morti periti durante l’assedio della città per opera dell’esercito nazista? Nobile cerimonia in onore della vita che continua, ma è quella la strada giusta per il ricordo? Può anche darsi.

Però occorre pure ricordare quei morti che si avviavano verso le camere a gas di Auschwitz cantando preghiere. Lì si trattava del progetto di cancellare dalla faccia della Terra un popolo intero additato come portatore di male. C’è la possibilità di rievocare quei delitti senza precedenti nella Storia dell’umanità? Interi popoli sono scomparsi nel fiume spietato del tempo e della Storia, ma non così, cioè come esecuzione di un piano scientifico, meditato, ponderato e preparato fin nei minimi dettagli.

Sono passati settant’anni, i ragazzi di oggi non riescono a immaginare nemmeno lontanamente che cosa potesse essere avvenuto nei campi di sterminio dove sono portati in visita, Tutto può essere soltanto una sorta di messa in scena, uno spettacolo allestito apposta. E per giunta ci sono anche gruppi di individui che negano tutto, negano che quegli eventi siano veramente accaduti. Lo negano già da tempo, nonostante gli ultimi sopravvissuti siano ancora oggi tra noi, parlino, si muovano. Fautori di ideologie, gruppi di sedicenti religiosi corrono in aiuto a costoro, allenati come sono alla menzogna. Ricordare o dimenticare, ricordare e condividere quei ricordi con quelli che erano stati gli autori di quei delitti?

È il giorno delle tante, infinite domande quello che noi chiamiamo il Giorno della Memoria. Come è potuto accadere quello che ricordiamo? E come dobbiamo ricordarlo? Non sarebbe meglio ricordare, (come fanno gli ebrei durante il Pesach, la Pasqua ebraica) in che modo quel popolo è riuscito a liberarsi dalla schiavitù? Noi viviamo ancora in quella schiavitù, nella schiavitù della violenza, dell’eccidio, del sopruso ufficialmente autorizzato. Quando e come ce ne libereremo? Dobbiamo trovare la strada che ci conduca verso la liberazione da questa schiavitù, o sarà l’intera umanità, non un singolo popolo, a scomparire.

 

Giorgio Pressburger – avvenire.it
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