Papa Francesco alla Specola: l’accesso all’acqua un problema di giustizia

E’ provvidenziale che la 15.ma Scuola estiva di Astronomia della Specola Vaticana si occupi dello “studio dell’acqua nel sistema solare”. Lo sottolinea Papa Francesco nel discorso rivolto ai partecipanti al Corso estivo della stessa Specola, ricevuti stamani in udienza in Vaticano. Il servizio di Debora Donnini da Radio Vaticana

“Il desiderio di comprendere l’universo, creato da Dio, e il nostro posto in esso, è comune a uomini e donne che vivono in contesti culturali e religiosi assai differenti”. Nel discorso ai partecipanti al Corso estivo provenienti da vari Paesi – circa 45 le persone presenti fra professori e alunni – Francesco parte proprio dalla costatazione della meraviglia del cosmo: è, infatti, un desiderio che unisce gli uomini quello di “scoprire la verità su come opera questo meraviglioso universo, avvicinandoci sempre di più al suo Creatore”.

L’accesso all’acqua pura è un problema di giustizia
Quindi, il Papa rileva come sia provvidenziale che la 15.ma Scuola estiva si occupi proprio dello studio dell’acqua nel sistema solare e altrove:

“Dai più piccoli fiocchi di neve alle grandi cascate, dai laghi e dai fiumi agli immensi oceani, l’acqua ci affascina con la sua potenza e al tempo stesso con la sua umiltà. Le grandi civiltà ebbero inizio lungo i fiumi e anche oggi l’accesso all’acqua pura è un problema di giustizia per il genere umano, ricchi e poveri”.

L’impegno dello scienziato e l’augurio di coltivare la gioia
Centoventicinque anni fa, nel 1891, Papa Leone XIII fondò l’Osservatorio vaticano anche per confermare “quanto la chiesa fosse amica della ‘vera e fondata scienza, sia umana che divina’”. E negli anni – nota Francesco – l’istituzione si è sforzata di realizzare queste finalità, avvalendosi di nuovi strumenti come anche del dialogo con altri centri di ricerca.

Più in generale, il lavoro dello scienziato richiede un grande impegno che può essere anche lungo e faticoso ma, dice Francesco, “dovrebbe essere una sorgente di gioia”:

“Vi auguro di saper coltivare in voi questa gioia, che anima il vostro lavoro scientifico e che è la ragione per cui non potete fare a meno di condividerla con i vostri amici, le vostre famiglie, le vostre nazioni, come pure con la comunità internazionale degli scienziati con i quali lavorate. Vi auguro di sperimentare sempre la gioia della ricerca e del condividerne i frutti, con umiltà e fraternità”.

 

Big Bang o fede, il falso dilemma

«Tra scienziati, anche in privato, capita molto raramente di parlare di filosofia o teologia. C’è molto pudore ad affrontare certi temi». Krzysztof Meissner, 52 anni, docente di fisica teorica all’università di Varsavia, è uno dei massimi studiosi di fisica delle particelle in Europa, ha lavorato nei più importanti centri di ricerca al mondo, da Harvard, all’École polytechnique di Parigi, al Cern di Ginevra. Per cui, quando confessa di sentirsi spesso frustrato dalla mancanza di spazi di confronto con i propri colleghi sulle domande ultime che fanno da sfondo allo scavo scientifico, lo fa a ragion veduta.

Anche per questo è uno dei partecipanti più convinti al “Cortile del dialogo”, l’appuntamento mutuato dal Cortile dei gentili che si tiene oggi e domani a Varsavia, organizzato dall’arcidiocesi con il patrocinio del Pontificio Consiglio della cultura. Evento che sarà aperto dal cardinale Gianfranco Ravasi – domani porterà il suo saluto anche il presidente della Repubblica Bronislaw Komorowski – e a cui partecipano nomi prestigiosi della cultura polacca, come il sacerdote e cosmologo Michael Heller, il filosofo Piotr Gutowski , lo storico Krzysztof Pomian, il sociologo Andrzej Zybertowic.

Meissner attualmente sta lavorando insieme al fisico Hermann Nicolai, del Max Planck Institut Potsdam, a una versione “allargata” della teoria standard dell’universo, alla ricerca di una seconda «particella di Dio», dopo il Bosone di Higgs. Una sfida vertiginosa, più che ambiziosa. Il bisogno di ricongiungere in qualche modo sapere scientifico e umanistico non lo lascia mai, anche per il fatto che l’apertura intellettuale è nel suo nel Dna. Suo bisnonno materno era Wincenty Lutoslawski, che stabilì la cronologia delle opere di Platone con un’analisi stilometrica dei testi, marito a sua volta della poetessa spagnola Sofia Casanova. Cugino di sua nonna materna era il grande compositore e direttore d’orchestra Witold Lutoslawski. Ma l’elenco degli intellettuali, politici e artisti in famiglia è sorprendentemente lungo.

Professor Meissner, qual è la differenza tra uno scienziato credente e uno no?
«Nel modo di fare ricerca, nessuna. Entrambi usano gli stessi mezzi, usano la stessa matematica. La differenza è nell’approccio al risultato finale. Le leggi che governano l’universo si rivelano sempre semplici, eleganti, con un che di perfetto nella loro essenza. Se uno non crede in Dio constata questa perfezione e si ferma lì. Se uno è credente non può non vedervi un riflesso della perfezione di Dio. Quello che cambia è insomma il significato attribuito alle scoperte, l’ottica con cui le possiamo guardare e apprezzare».

Tra le porte sul mistero che la scienza apre, qual è la principale per lei?
«È la stessa esistenza di leggi universali. Leggi che sono appunto semplici, eleganti, perfette, a cui rispondono tutte le cose. Un universo sorto dal caso dovrebbe essere caotico. Se ci fossero delle leggi non potrebbero essere universali nel tempo e nello spazio. Potrebbe esserci una certa misura di correlazione fra la cose, non di più. La presenza di leggi universali, che è la condizione di possibilità della ricerca scientifica, leggi che non cambiano dal lunedì al mercoledì, è qualcosa di stupefacente, che non smette di sorprendermi dopo tanti anni. La considero più che un indizio, direi quasi una prova della presenza di una realtà trascendente, del fatto che c’è qualcosa di più grande del mondo in cui viviamo. Cosa sia questa trascendenza, se sia un Dio personale o una divinità panteistica, è un quesito per rispondere al quale abbiamo bisogno della fede. Ma, ripeto, che ci sia una dimensione che trascende il nostro mondo, per me come scienziato è evidente».

C’è chi cerca di vedere anche nella fisica quantistica lo spazio per un «ritorno di Dio». Lei cosa ne pensa?
«Penso che non dobbiamo tirare in ballo l’intervento divino per colmare le lacune della nostra conoscenza. Ma una cosa va detta. Fino alla fine del XIX secolo è stata dominante una visione della scienza, originatasi anche per influsso della Rivoluzione francese, fortemente deterministica. Si era convinti che conoscendo le condizioni del mondo in un dato momento sarebbe stato possibile ricostruirne il passato e anticiparne il futuro. C’è chi voleva persino chiudere le facoltà di fisica, perché da allora in poi sarebbero state sufficienti quelle di ingegneria… Un determinismo che riguardava anche l’uomo. Ogni fenomeno era ritenuto spiegabile e prevedibile. La fisica quantistica ha spezzato le catene di questo determinismo duro e semplicistico e ha reso il mondo più interessante. Si può dire che abbia anche ricreato le condizioni per riflettere sull’altro grande mistero che, secondo me, spinge a considerare l’esistenza di una realtà trascendente e che sfugge al determinismo, il libero arbitrio dell’uomo».

E del Big Bang cosa pensa?
«Sul Big Bang io sarei molto più prudente di altri nel giudicarlo un “assist” della scienza all’esistenza di Dio. Prima di tutto perché non sappiamo se il Big Bang sia realmente esistito, o meglio: i nostri strumenti di fisica teorica ci permettono di capire l’universo solo fino a un certo punto di densità, oltre al quale non possono esserci più di aiuto. Può esserci stato un punto zero, un inizio di tutto, ma non possiamo escludere, andando a ritroso, di entrare in una sorta di tempo negativo, oltre il punto zero. Ho sempre considerato quindi azzardato mettere in parallelo il Big Bang e la Genesi. Anche i credenti non dovrebbero mai dimenticare che la Bibbia è una verità rivelata sulla relazione tra l’uomo e Dio, non su quella tra l’uomo e la realtà materiale».

Andrea Galli – avvenire.it

SCIENZA E SALUTE. Malaria, il vaccino funziona

Balzo in avanti nello sviluppo di un vaccino contro la malaria. Ricercatori statunitensi sono riusciti a mettere a punto il primo vaccino che simula la puntura di una zanzara e che in test clinici finora si è rivelato efficace nella quasi totalità dei casi. Se la loro efficacia verrà confermata, le iniezioni potrebbero essere messe a disposizione della popolazione già nel giro di tre anni.
Come riportava ieri la prestigiosa rivista Science, il vaccino, chiamato «PfSPZ» e sviluppato in Maryland dalla società bio-tech Sanaria, è stato ottenuto dalla dissezione delle ghiandole salivari delle zanzare portatrici del Plasmodium (il parassita responsabile della malattia). Quest’ultimo – uno sporozoa – viene indebolito, in modo da non innescare la malaria, e unito a un veicolo vaccinale che viene iniettato almeno cinque volte consecutive direttamente in vena ai volontari. Ogni puntura viene fatta a un mese di distanza dall’altra.
L’ultima versione ha protetto tutti e sei i volontari che si sono prestati a fare da cavia con la dose più alta (135mila sporozoi). Un test con un vaccino simile sviluppato e sperimentato due anni fa, iniettato sotto pelle e non in un vaso sanguigno, aveva protetto solo due dei 44 volontari su cui era stato provato.
In un altro gruppo di nove cavie umane che hanno ricevuto quattro iniezioni la dose massima ha protetto sei su nove volontari. Il coautore dello studio, Robert Seder del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, ha dichiarato aScience che i dati sono «molto promettenti», ma ha aggiunto una nota di cautela. Lo scienziato ha ammesso infatti che il vaccino ha bisogno di ulteriori sviluppi per essere considerato efficace e diffuso: «Dobbiamo ripetere i test su un più grande numero di persone, rispetto al numero di volontari impiegati finora», ha detto a Science. Seder ha anche spiegato che il vaccino riproduce l’esperienza empirica dei ricercatori, che hanno scoperto come siano necessarie circa mille punture di zanzare per generare la completa immunità del corpo umano al parassita.
Stephen Hoffman, amministratore delegato di Sanaria, sta collaborando anche con gli ingegneri biomedici dell’Università di Harvard per automatizzare il processo di dissezione delle zanzare e ottenere il plasmodio da indebolire per ottenere il vaccino. Al momento la società ha a disposizione tra 12 e 15 tecnici che possono lavorare su 150 zanzare a testa ogni ora. La compagnia ritiene che «entro tre o cinque anni sarà possibile commercializzare un vaccino sicuro ed affidabile».
La malaria ancora oggi infetta 220 milioni di persone (il dato è dell’Organizzazione mondiale della sanità e risale al 2010) e ne uccide 660mila l’anno, in maggioranza bambini africani. Non esiste una vera e propria cura ma solo medicine che ne controllano i sintomi.
Al momento ci sono altri 20 vaccini contro la malaria allo studio nel mondo. Il più avanzato, a parte quello di Sanaria, è stato sviluppato dal gigante farmaceutico GlaxoSmithKline ed è nella fase finale dei test clinici, che coinvolge 15mila bambini in Africa.

Elena Molinari – avvenire.it

Convegno a Bruxelles sugli aspetti etici e religiosi delle nuove frontiere della scienza

di RICCARDO BURIGANA

Cosa accade all’autocomprensione dell’uomo e alla pietà religiosa quando la vita umana è vista come l’oggetto di un progetto tecnologico piuttosto che come il risultato di un’evoluzione o della creazione divina? È questa una delle principali domande alle quali vuole dare una risposta il convegno ecumenico “Human Enhancement: Moral, Religious and Ethical Aspects from a European Perspective”, che si tiene a Bruxelles dal 25 al 27 aprile. L’incontro è promosso dalla commissione Chiesa e società della Conferenza delle Chiese europee (Kek), sotto l’auspicio del segretario generale del Consiglio d’Europa, in collaborazione e con il sostegno, tra gli altri, della Community of Protestant Churches in Europe.
Il convegno, organizzato nel corso del 2011 da una commissione internazionale di teologi e uomini di scienza, è stato pensato come l’inizio di un percorso di approfondimento ecumenico su alcuni temi. La Kek, infatti, desidera offrire un contributo al dibattito contemporaneo sul rapporto tra etica, scienza e tecnologia, ponendo una particolare attenzione ai più recenti sviluppi della bioetica e della biotecnologia. Si tratta di temi sui quali la Kek conduce, spesso in collaborazione con la Chiesa cattolica, una riflessione che ha alle spalle anni di incontri ecumenici, con i quali si è imparato a pensare insieme a come i cristiani devono rispondere alle nuove frontiere della scienza. Infatti, già nel 2003 la commissione Chiesa e società ha organizzato un convegno ecumenico su “Human life in our hands? Churches and Bioethics”. A questo convegno, che affrontava uno dei temi più controversi del tempo, presero parte quasi cento rappresentanti di Chiese e comunità ecclesiali da ventidue Paesi per un primo confronto ecumenico internazionale.
Nel corso degli anni si è venuto ampliando il dibattito ecumenico sul rapporto tra etica e scienza, suscitando molto interesse e determinando qualche difficoltà non solo tra le diverse tradizioni cristiane, ma anche all’interno delle singole confessioni, chiamate a confrontarsi anche con le sollecitazioni delle istituzioni europee e nazionali. Uno dei segni di questo crescente interesse ecumenico è stato il documento sull’Human Enhancement, preparato dal gruppo di lavoro sulla bioetica e la biotecnologia della Kek e presentato all’assemblea generale di Lione, nel 2009. Questo documento, che è stato particolarmente apprezzato in ambito ecumenico, anche fuori dall’Europa, cercava di arricchire il dibattito delle istituzioni politiche e del mondo della scienza con un richiamo all’importanza di una visione teologica sulla creazione. Al tempo stesso il documento voleva ampliare la discussione su questi temi tra i cristiani nella consapevolezza che ancora molto dovesse essere fatto per un maggiore coinvolgimento ecumenico nel dibattito in corso.
Proprio dal dibattito intorno a questo documento è nata l’idea di organizzare un convegno ecumenico internazionale così da moltiplicare le occasioni di confronto con il mondo della scienza per aiutarlo a non perdere di vista la centralità della persona umana. Il convegno di Bruxelles, che sarà aperto dal metropolita di Francia, Emmanuel, presidente della Kek, si propone di favorire un dialogo internazionale, interdisciplinare e interconfessionale per definire i termini dell’human enhancement, cioè di come la scienza possa e debba migliorare la vita dell’uomo, senza però stravolgere la sua natura come se l’uomo non fosse altro che una “macchina” sulla quale intervenire per migliorare le sue prestazioni. Su queste “nuove tecnologie” le Chiese e le comunità ecclesiali in Europa sono chiamate a un confronto ecumenico a partire dai diversi approcci, che caratterizzano la propria ricerca teologica, anche in rapporto alle istituzioni europee e al mondo della scienza. In questa fase di confronto gli organizzatori del convegno di Bruxelles auspicano un coinvolgimento anche delle altre religioni, soprattutto di quelle che hanno presenza particolarmente forte in Europa, tanto che il programma del convegno di Bruxelles comprende anche dei relatori musulmani e ebrei. A Bruxelles sarà preso in esame anche il documento discusso nell’assemblea generale di Lione del 2009, in modo da procedere a una sua revisione che tenga conto degli ulteriori sviluppi ecumenici su questi temi. Infatti, appare quanto mai importante giungere a una riflessione pienamente condivisa dai cristiani, così da proporre una “comune voce ecumenica” alle istituzioni europee.
Proprio una sempre più stretta collaborazione ecumenica appare la premessa necessaria per rafforzare il dialogo con i diversi soggetti dell’Unione europea e del Consiglio d’Europa che stanno affrontando, a vario livello, il tema del rapporto tra etica e scienza. Le istituzioni europee, infatti, rappresentano l’interlocutore privilegiato in questa fase nella quale appare evidente quanto i cristiani possano contribuire a chiarire i termini e i limiti della biotecnologia alla luce di una testimonianza evangelica che metta al centro i valori umani. A Bruxelles si rifletterà, dunque, sulla ricerca di un necessario equilibrio tra il miglioramento delle “prestazioni” del genere umano da un punto di vista puramente fisico e lo sviluppo delle sue capacità morali, mentali e spirituali, così come è all’ordine del giorno il rapporto tra i cospicui investimenti economici nella ricerca in questo campo e quelli necessari per assicurare un’assistenza sanitaria sempre più capillare e professionale, dal momento che non mancano le voci ecumeniche che hanno denunciato il drenaggio di risorse economiche che sarebbero utili per combattere le tante situazioni di povertà e abbandono presenti anche in Europa. Questo punto è strettamente connesso alla riflessione su come questo “nuovo” uomo possa accentuare ancora di più le distanze economiche nel mondo, determinando anche la creazione di una società sempre più individualista. Fin dalla formulazione della proposta di questo convegno internazionale la commissione organizzatrice ha auspicato che si potesse giungere alla redazione di un testo che costituisse una base sulla quale proseguire una riflessione ecumenica che fosse alimentata dal contributo di tutti i cristiani. Anche per questo il convegno di Bruxelles si propone di ampliare la partecipazione di gruppi e associazioni ecumeniche.

(©L’Osservatore Romano 25 aprile 2012)

E alla fine sarà il Logos

Alla fine sarà il Logos. Sta irrobustendosi, nella cultura contemporanea, una tendenza scientifico-filosofica, di matrice dichiaratamente non-cristiana, che non esita a parlare di Dio. Una visione dai tratti panteisti o, più propriamente, panenteisti (Dio non coincide con l’Universo, ma l’Universo è parte di Dio), che si colloca in un’ampia riflessione non tanto sull’origine del cosmo, quanto sul suo immanente sviluppo e destino.

Ed è quasi come se quel Dio «cacciato» dal ruolo di Origine, che l’umanità gli aveva tradizionalmente attribuito («In principio Dio creò il Cielo e la Terra»), «rientrasse» con il nuovo ruolo di Compimento. Un Dio più omega che alfa, dunque, più ricapitolatore che fonte, più reditus che exitus.

Le attestazioni sono molteplici, anche in opere recentemente tradotte in Italia. Spesso si parte da tutt’altro genere di considerazioni e poi, inaspettatamente, sfogliando le ultime pagine, ecco che l’idea ritorna. In La Singolarità è vicina (Apogeo, 2008), Ray Kurzweil, uno dei maggiori teorici delle scienze applicate, dopo un grandioso affresco sullo stato e le tendenze di genetica, informatica e nanotecnologie, prosegue idealmente il suo grafico oltre le coordinate del tempo presente: «L’evoluzione va nella direzione di una maggior complessità, di maggior eleganza, conoscenza, intelligenza, bellezza, creatività e livelli più alti di attributi fini come l’amore. In ogni tradizione monoteista, Dio viene analogamente descritto con tutte queste qualità tese all’infinito… L’evoluzione procede inesorabilmente verso questa concezione di Dio, anche se non raggiunge mai esattamente questo ideale.

Dunque, possiamo pensare che il liberarsi del nostro pensiero dalle gravi limitazioni della sua forma biologica sia sostanzialmente un’impresa spirituale». Un percorso assai simile è tratteggiato da Kevin Kelly, una delle firme prestigiose della divulgazione scientifica americana, in Quello che vuole la tecnologia (Codice, 2011). Kelly usa il termine «tecnologia» nell’accezione larga dell’etimo «techne», per cui i suoi confini vengono a coincidere con tutto ciò che è introdotto nel mondo dall’essere umano: «la cultura, l’arte, le istituzioni sociali e le creazioni intellettuali di ogni genere».

Tale cosmo di artefatti a firma umana – osserva Kelly – è come se adesso assumesse autonomia e tendesse per «inevitabilità strutturale» verso una direzione precisa, dove la casualità dell’ortodossia darwiniana è sostituita dai meccanismi dell’auto-organizzazione, imperativi di sviluppo che comparirebbero di nuovo, anche «se il nastro della vita venisse riavvolto». Ebbene, conclude Kelly, «se esiste un Dio, è precisamente il traguardo a cui punta tale traiettoria». Pur prendendo espressamente le distanze dal panteismo, Kelly finisce per parlare di «una forza impressa nel tessuto della materia e dell’energia» e, nelle pagine conclusive, chiama in gioco quella teologia del processo di J.B. Cobb jr. e D.R. Griffin nei cui confronti, complessivamente, sembra ben disposto. Un approccio frontale al tema è poi proposto da Stuart Kauffman, membro dello storico Istituto di Santa Fe, con il suo Reinventare il sacro (Codice, 2010), introdotto da una dichiarazione d’intenti senza infingimenti: «Presenterò una nuova concezione di Dio – un Dio calato profondamente nella natura – e del senso del sacro, che fonderò su una nuova ed emergente visione scientifica del mondo».

La nuova visione scientifica è basata sul riconoscimento della «inadeguatezza del riduzionismo» e sull’affermarsi della «concezione emergentista», secondo cui la biologia e l’evoluzione non possono essere spiegate esaurientemente dalle sole leggi della fisica. Al loro posto, o meglio accanto ad esse, sta «una meravigliosa creatività naturale… e Dio è il nome da noi scelto per questa incessante creatività dell’universo naturale, della biosfera e delle culture umane». Kauffman rafforza la propria posizione con un elenco di nomi eccellenti della scienza della complessità che gli sono compagni lungo questo viaggio intellettuale – Phil Anderson, Robert Laughlin, Leonard Susskind… – e osserva come tale prospettiva offra il vantaggio di «schiudere agli umanisti laici la legittimità della loro spiritualità».

L’inaspettato accorciarsi del tempo tra una scoperta notevole e l’altra ed una rinnovata consapevolezza intorno alle potenzialità dell’essere umano nel destino del mondo – che non sono più, fortunatamente, solo potenzialità distruttive – alimentano, così, riflessioni intense sul senso della storia. E per itinerari di simile guisa, l’approdo è frequentemente costituito dalla nozione di Dio. Una nozione di Dio certamente sui generis, che evita quasi totalmente i concetti di «persona» e di «sostanza» e rimarca soprattutto l’aspetto di spinta interna al cosmo, razionale e diretta a uno scopo. «Quasi Dio» o «abbastanza Dio», si potrebbe dire, mutuando il titolo (God Enough che Steve Paulson ha dato alla sua conversazione tra scienza e fede con Kauffman comparsa su Atom & Eden.

Il dato forse più interessante di questa convergenza di idee sta nel nuovo rapporto concettuale che si viene ad instaurare tra fede e freccia dell’evoluzione. Il plurisecolare dibattito sullo «scoccare» di tale freccia ha sollevato interminabili contese – talvolta anche inappropriate, come la pseudo-opposizione tra i concetti di «creazione» ed «evoluzione», in linea teorica del tutto compatibili -, mentre l’attuale disquisire sulla «direzione» della freccia medesima sembra inclinare verso una ricomposizione. Con molte differenze, certo, ma, almeno, con un nucleo condiviso.
Quasi a confermare quanto il teologo Ian Barbour della Unity Church ebbe a dichiarare al momento di ricevere il premio Templeton: «L’evoluzione è l’idea più importante introdotta dalla scienza nel mondo moderno e i teologi non hanno ancora colto tutte le implicazioni di quest’idea, soprattutto a riguardo della natura umana, della creazione e della relazione Dio-mondo». E a segnare il rinnovato clima tra scienza e fede, all’apertura del teologo fa da pendant la suggestione dello scienziato. Nella fattispecie il fisico teorico Freeman Dyson che, muovendo dall’alveo delle considerazioni dei colleghi sopra tratteggiate, può consequenzialmente affermare come «sia giunto ormai il tempo di fare della escatologia una disciplina scientifica rispettabile».

Andrea Vaccaro – avvenire.it