La sfida non è una vita più lunga ma una salute migliore per tutti

L’importanza di politiche sanitarie innovative a beneficio della popolazione mondiale

La sfida non è una vita più lunga ma una salute migliore per tutti

Nel mondo si vive fino a 73 anni, ma tra paesi ricchi e paesi poveri resta un divario di 45 anni Oltre la metà dell’esistenza è però trascorsa in condizioni mediocri. Un piano per intervenire

Nel 1960 un essere umano aveva un’aspettativa media di vita di 54 anni. Con una forbice enorme di differenze tra chi nasceva in contesti segnati da miseria, infezioni e alto tasso di mortalità infantile, e chi godeva di standard “occidentali”. Oggi la vita media di un abitante del nostro pianeta è di 73 anni, 10 in più se quell’abitante nasce in Italia. La forbice si è ridotta ma resta impressionante constatare che, tra la più bassa e alta aspettativa di vita, esiste tuttora un divario di 45 anni. E se risulta innegabile il cammino compiuto per ridurre le morti pediatriche, così come la denutrizione o le ma-lattie infettive – basti pensare alla risposta record della sanità mondiale nel creare vaccini efficaci contro la pandemia da Sars-CoV-2 – fa riflettere invece la mancata diminuzione, da 50 anni a questa parte, della percentuale di vite trascorse in cattiva salute. Lo rivela un’analisi sviluppata dal McKinsey Health Institute (Mhi), organismo della multinazionale di consulenza strategica statunitense, secondo cui, in media, le persone trascorrono circa il 50% della vita in condizioni di salute ‘mediocri’ (cioè «soffrendo di una o più patologie acute o croniche, che hanno un impatto sulla qualità o la durata dell’esistenza», ma senza una rilevante compromissione delle abitudini quotidiane), e il 12% in ‘cattive’ condizioni. In quest’ultimo caso gli interessati accusano una o più problematiche acute o croniche che richiedono un’assistenza costante o almeno frequente. Sono situazioni che hanno un impatto significativo sulle attività quotidiane, sulla qualità e l’aspettativa di vita. M a proprio la risposta messa in campo contro il Covid-19, rileva il Mhi, dimostra che «quando le risorse e la motivazione si fondono, sono possibili scoperte scientifiche e cambiamenti comportamentali su larga scala in periodi di tempo molto brevi».

Una delle trasformazioni epocali è alle porte perché il Mhi crede che nel prossimo decennio «l’umanità potrebbe guadagnare fino a 45 miliardi di anni in più di vita di qualità superiore», 6 anni in media a persona, con punte di gran lunga maggiori in alcuni Paesi e popolazioni. Non proprio un dato trascurabile in un periodo in cui l’Eurostat, a prescindere dalla qualità dei nostri giorni, calcola in calo la speranza di vita nel 2021 (secondo anno di pandemia), in quasi metà degli Stati dell’Unione Europea, stimando i risultati peggiori in Slovacchia e Bulgaria (-2,2 anni rispetto al 2020), seguite da Lettonia (-2,1) ed Estonia (-2). Mentre l’Italia registra una risalita di 0,6 anni, dopo la flessione che l’anno prima aveva visto scendere l’aspettativa di vita dagli 83,6 anni del 2019 agli 82,3 del 2020. M a torniamo al rapporto Mhi. L’obiettivo del “guadagno”, a breve, in media, di 6 anni di esistenza di migliore qualità, è ambizioso ma raggiungibile per McKinsey, le cui stime assicurano che il 45% del volume globale delle ma-lattie potrebbe essere affrontato applicando trattamenti già consolidati nella pratica clinica delle nazioni più avanzate. Insomma, tra le sei trasformazioni sostanziali suggerite da Mhi, c’è anche quella di applicare strategie e interventi collaudati in modo equo in tutti i Paesi, «riducendo così il carico globale delle malattie (cioè l’impatto negativo che esse hanno su una popo- lazione in termini di cattivo stato di salute, rischio di decesso, costo delle cure o altri indici, ndr) di circa il 40%». Un esempio concreto? «L’86% del carico di malattia per la diarrea e le infezioni intestinali potrebbe essere ridotto entro il 2040». Quella che McKinsey propone è una mobilitazione pubblica, privata e sociale che, in una concezione «moderna » di salute, abbracci «l’aspetto fisico, mentale, sociale e spirituale». E le altre cinque trasformazioni? Per la società americana occorrono maggiori investimenti sulla «prevenzione e sulla promozione di uno stato di salute ottimale», che includono anche aree come educazione, nutrizione, ricerca, prodotti di consumo, servizi finanziari e tecnologia. La spesa sanitaria è infatti da considerare «un investimento, non un costo», e la prevenzione, nei Paesi Ocse, vale solo il 2,8% del budget sanitario. Terzo: migliorare «la misurazione della salute», perché oggi ci sono ancora «enormi lacune nei dati comparativi» e nella «trasparenza». Quarto punto: bisogna innovare di più, più velocemente e ovunque: modelli di business, politiche governative, farmaci, standard clinici, applicazioni mobili, prodotti medici, fino ai processi e alle nuove applicazioni tecnologiche, perché «tecnologia, dati e analisi» fanno progredire la salute. Quinto punto: per Mhi, le istituzioni al di fuori del tradizionale settore sanitario dovrebbero perseguire «opportunità di business legate alla salute, anche abilitando e responsabilizzando meglio i propri dipendenti, definendo e onorando gli impegni ambientali, sociali e di governance relativi alla salute». D’altra parte i datori di lavoro influiscono sulla salute dei dipendenti e la salute dei dipendenti influisce sulle loro prestazioni. Anche dal punto di vista economico si tratta di un tema di enorme rilevanza, visto che la cattiva salute dei dipendenti «costa circa 3,5 trilioni di dollari all’anno». Nel report McKinsey viene pure calcolato che le aziende sanitarie rappresentano il 10-15% dello S& P 500 (il più importante indice azionario nordamericano), e un altro 40-45% è costituito da imprese che offrono prodotti o servizi legati alla salute. U ltimo punto, ma non in ordine gerarchico: è necessario responsabilizzare gli individui nella gestione della propria salute. I comportamenti individuali «sono i più grandi motori della salute» già in molti Paesi. Stiamo assistendo, spiega il report, a un’esplosione di soluzioni digitali in questo ambito. Un esempio significativo arriva dalla Cina, dove 200 milioni di consumatori hanno utilizzato la piattaforma mobile Good Doctor di Ping An per ricevere consulti, e gestire appuntamenti. Governi, fornitori e innovatori, conclude Mhi, hanno l’opportunità di mettere in sinergia dati e tecnologie per aiutare le persone a migliorare il controllo della salute. Da subito. Perché prevenire resta la migliore cura.

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Un’analisi del McKinsey Health Institute indica la necessità e la possibilità di investimenti diffusi per aumentare di 6 anni in media il tempo vissuto in buona salute Le misure: più prevenzione, trasparenza dei dati sanitari, innovazione, responsabilità personale, attenzione nei luoghi di lavoro

Salute. Vaiolo delle scimmie, 545 casi: contagiosità, sintomi, categorie a rischio

L’identikit del malato: ha un’età media di 38 anni ed è quasi sempre di sesso maschile. Generalmente la malattia non ha un decorso grave
Vaiolo delle scimmie, 545 casi: contagiosità, sintomi, categorie a rischio

Ansa

Fonte: Avvenire

Sale il numero di casi accertati di vaiolo delle scimmie in Italia. Sono 545 i casi confermati dal ministero della Salute (dati aggiornati ad oggi) con un incremento di 40 contagi rispetto alla precedente rilevazione del 2 agosto. Collegati a viaggi all’estero sono 159 casi. Si conferma l’identikit del malato, che ha un’età mediana di 38 anni ed è qausi sempre di sesso maschile: sui 545 casi registrati, solo 5 sono donne. La regione con più contagi è la Lombardia (250), seguita da Lazio (109), Emilia Romagna (62), Veneto (37) Piemonte e Toscana (entrambi 21).

Che malattia è?

Il vaiolo delle scimmie è una malattia infettiva già conosciuta e diffusa in Africa, e piuttosto rara negli esseri umani, causata dall’infezione da monkeypox virus, “cugino” del vaiolo umano ma molto diverso per diffusività e gravità. Nonostante la malattia riguardi prevalentemente gli animali, poiché il virus ha la capacità di infettare specie differenti il monkeypox è arrivato all’uomo: il primo caso è stato registrato nel 1970 nella Repubblica Democratica del Congo.

Come si trasmette?

A differenza del Covid non è sufficiente aver condiviso l’ambiente, serve un contatto stretto. Quindi il virus può essere trasmesso per via sessuale, baciandosi, attraverso lesioni contagiose o per contatto con indumenti e biancheria utilizzati da una persona infetta.

 

Quali sono i tempi del contagio?

La contagiosità non inizia da quando la ​persona ha contratto il virus ma da quando ha iniziato a manifestare i sintomi. Il periodo di incubazione è generalmente compreso tra i 5 e i 21 giorni

Quali sono i sintomi della malattia?

I sintomi sono febbre, mal di testa, dolori muscolari, mal di schiena, brividi e linfonodi ingrossati. Caratteristica della malattia è però una eruzione cutanea che dal viso si diffonde alle altre parti del corpo, principalmente mani e piedi. L’eruzione tende poi a modificarsi nel corso della malattia fino a formare una crosta che poi cade.

Si può morire?

Il vaiolo delle scimmie ha generalmente conseguenze lievi, con la maggior parte dei pazienti che guarisce entro poche settimane senza trattamento. Tuttavia l’infezione può avere un decorso più grave. In Africa esistono due ceppi del virus: quello del Congo letale in una persona ogni 10 e quello dell’Africa occidentale che uccide in un caso ogni 100 riportati. Gli esperti sottolineano tuttavia che nei Paesi occidentali il tasso di mortalità risulterebbe inferiore, per via dell’assistenza sanitaria e migliore dieta nutrizionale.

Quali sono le categorie più a rischio?

Secondo i dati documentati dall’Oms il 98% dei contagi riguarda uomini adulti e omosessuali. Per ridurre il rischio di contagio l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), come si legge sul suo sito, reputa necessario “aumentare la consapevolezza sulla trasmissione del virus del vaiolo delle scimmie, sulle relative misure di prevenzione e protezione e sui sintomi e segni del vaiolo delle scimmie tra le comunità che sono attualmente colpite altrove in questa epidemia multi-paese (come ad esempio, ma non esclusivamente, gay, bisessuali e altri uomini che hanno rapporti sessuali con uomini (Men who have sex with men-MSM, individui con più partner sessuali, ndr) nonché tra altri gruppi di popolazione che potrebbero essere a rischio (ad esempio prostitute, persone transgender)”. Il vaiolo delle scimmie può colpire, in rari casi, anche donne e bambini.

Esiste una cura specifica?

In genere non serve ed è sufficiente una terapia a base di antiepiretici. Nei casi più gravi possono essere somministrati antivirali e sangue raccolto da individui vaccinati contro il vaiolo.

Il vaccino contro il vaiolo previene la malattia?

Le cure contro il vaiolo sembrano funzionare anche nelle persone che hanno contratto il vaiolo delle scimmie. In particolare il vaccino Jynneos, autorizzato negli Stati Uniti ma non in Gran Bretagna, parrebbe efficace nel 85% dei casi nel prevenire il vaiolo delle scimmie.

Dobbiamo preoccuparci?

Gli esperti sottolineano che la velocità di circolazione del virus non è minimamente paragonabile a quella del Covid.

«Il coraggio viene dalla somma di quello che leggi negli occhi di chi ami. Ed è quando leggi affetto che ti viene voglia di addormentarti sperando di vedere un altro giorno»

Con la mia famiglia, sulla salita più dura della vita

Avvenire

In tutta onestà non so dire se venti o trenta anni fa, se fossi stato nelle condizioni in cui mi trovo oggi, sarei ancora vivo. Non lo so perché quella che mi sta consumando è una malattia molto “personalizzata”, nel senso che non esistono due casi identici; ognuno reagisce a modo suo, o almeno credo che sia così.

Non alle cure, perché non ne esistono, ma a tutti quegli aiuti che ogni tanto saltano fuori dalla ricerca per alleviare i sintomi, che siano integratori specifici o effetti collaterali di farmaci nati per curare altre malattie.

In realtà due farmaci mirati per la mia malattia, la Sla, esistono: il Riluzolo e il Radicut. Non la curano, servono però ad allungare di un paio di mesi la speranza di vivere. Ma il primo non lo sopportavo, mi sballava il fegato, e il secondo l’ho rifiutato perché le modalità di somministrazione, e i possibili effetti collaterali, erano talmente pesanti che non ne valeva la pena.

Quel che invece so di sicuro è che anche solo dieci anni fa (forse anche meno) non esisteva la tecnologia che mi permette di comunicare via computer col mondo dalla stanza in cui sono confinato. Se non potessi scrivere e parlare attraverso gli occhi – la sola parte di me che ancora si muove – sarei già da un pezzo impazzito.

In questa situazione non so se la qualità della mia vita possa essere considerata “dignitosa”. Credo che per molti non lo sarebbe. Io stesso mi chiedo spesso se lo sia. E qualche volta anch’io penso che non lo sia, lo confesso. Perché vivere così è faticoso, molto. Lo è per me, certamente. Ma soprattutto, dal mio punto di vista, lo è per la mia famiglia, che deve supplire alle tante inadempienze dell’assistenza pubblica, che deve ogni giorno lottare contro le pastoie di una burocrazia che sa essere perfino crudele nella sua ottusità, che ha la vita stravolta. Di quanto io pesi su mia moglie e sulle nostre figlie sono perfettamente consapevole, ma mai una volta le ho sentite lamentarsi, o protestare, o imprecare. Questo, sempre dal mio punto di vista, è quello che fa la differenza.

In tanti mi dicono che sono coraggioso, che è quasi eroico il modo in cui sto affrontando la disgrazia che mi è capitata. Ma non è così. Ho sempre detto che il coraggio, quello vero, viene dalla somma di quello che leggi negli occhi delle persone che ami. Ed è quando leggi amore, attenzione, premure, protezione (che specie in questi tempi di pandemia è fondamentale), è quando vedi che le mani tese verso di te non ti vogliono strappare via dalla vita, ma aiutarti ad affrontarla così come è, con tutti i suoi limiti attuali, è allora che ti viene la voglia di lottare, di addormentarti sperando di vedere un altro giorno. Perché la vita è relazione, nessuno basta a se stesso; ha bisogno di moglie, figlie, sorelle, cognati e amici veri, che non ti lascino solo, che non si dileguino, che ti accompagnino lungo la tua strada più difficile.

Io ho avuto questa fortuna, e davvero la considero una fortuna. So anche però che non tutti possono dire la stessa cosa. Perché la Sla ti isola, ti mette completamente a nudo, ti fa vergognare di esistere, e molto facilmente disgrega famiglie e relazioni, come immagino facciano altre disabilità molto serie. Per chi è solo, o non ha sostegni, la Sla, prima che il fisico, rischia di uccidere la mente, strappa la voglia di vivere, fa apparire la morte come una liberazione; dal dolore, certo, ma anche dall’angolo senza uscita in cui sei costretto, dalle ristrettezze economiche, dalla bolla in cui vivi. È questo, alla fine, che porta a chiedere: per favore, aiutatemi a farla finita.

Ho conosciuto, da quando sono malato, qualcuno che l’ha chiesto. E anche qualcuno che l’ha fatto, come una mia amica pochi giorni prima di Natale. Non mi sento di giudicare. Ma quando sento parlare di “diritto a una morte dignitosa” un po’ sono perplesso. Perché prima bisognerebbe garantire a tutti quelli che sono nella mia stessa situazione, totalmente dipendenti da macchine e assistenza, il “diritto a una vita dignitosa”.

Costa infinitamente di più, è vero. Favorire il suicidio, o l’eutanasia, è praticamente gratis, per dare tutto quel che servirebbe per vivere dignitosamente ci vorrebbero almeno un paio di miliardi di euro ogni anno. Certo non sono noccioline, sono però il prezzo che si dovrebbe pagare per dirsi “civili” .

Ma chi si batte per questo? In vita mia non ho mai visto gazebo e banchi in mezzo alla strada dove si invitassero i passanti a firmare per aumentare i fondi a sostegno dei “fragili”, né ho sentito molti politici spendersi per questa causa. Dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso la sanità pubblica è stata fatta a pezzi, e la pandemia ci ha mostrato le conseguenze di questo vero e proprio suicidio nazionale; e con i finanziamenti sempre più magri, i primi tagli sono stati fatti ai danni del sostegno ai disabili. E se un dirigente di una Asl riesce a risparmiare qualcosa su quei pochi soldi, a fine anno si becca anche una gratifica. Sulla nostra pelle. Sulla mia.

I meravigliosi benefici della camminata in montagna

Ognuno ha il proprio modo per trovare benessere e rilassarsi. Ma sono in molti a ritenere che non esista nulla di più rilassante e riposante delle passeggiate in montagna immergendosi nella natura per recuperare da ogni stress. Ancor più motivata a fare chilometri e chilometri se penso agli immensi benefici che, camminare immersi nella natura, porta a livello fisico, psicologico e spirituale.

Camminata in montagna e benessere fisico
Camminare è un vero toccasana per la salute. Pensate che camminare un’ora al giorno ad un buon passo aiuta a prevenire disfunzioni fisiche, a mantenersi in forma e dona senso di benessere a più livelli.
È possibile camminare ovunque, in ogni ambiente e circostanza, non sono necessari strumenti o attrezzi specifici, meglio indossare abiti e scarpe comodi e via, passo dopo passo. Se la camminata avviene in montagna, vi sono poi molteplici benefici.

A livello generale camminare ha mostrato i seguenti effetti sull’organismo:

Migliora la capacità cardiocircolatoria e nello specifico favorisce la regolarizzazione della pressione, del ritmo cardiaco, dei livelli di colesterolo e del funzionamento cardio-polmonare, quindi della respirazione ed efficacia della stessa.
Rafforza ossa e articolazioni e potenzia i muscoli, andando a stimolare, specialmente se fatta a pendenze differenti, i diversi distretti corporei
Aiuta a mantenere e regolarizzare il peso poiché produce un buon dispendio energetico, aumentando la massa muscolare e il metabolismo basale, oltre ad attivare la circolazione e la muscolatura. Camminare per dimagrire è infatti una delle attività più consigliare, laddove vi siano condizioni di salute che ne permettono la pratica in sicurezza
Aumenta la produzione di globuli rossi ovvero le cellule implicate nel trasporto dell’ossigeno, richiedendo al corpo un adattamento alle diverse quote raggiunte
Tra gli altri benefici migliora il sistema immunitario, la postura, incrementa la sensazione di benessere a livello muscolare riducendo le tensioni e la sensazione di “nervosismo”, favorisce la regolarizzazione del metabolismo.

Insomma, una vera forza per il nostro corpo, un rimedio, una prevenzione e un aiuto super efficace.
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Pastorale della Salute: incontro online sabato 28 novembre

L’Ufficio della Pastorale della Salute della nostra diocesi propone la partecipazione all’incontro online, sabato 28 novembre sul canale Youtube della Pastorale Nazionale della Salute,  sugli effetti che la pandemia Covid ha sul nostro benessere mentale e relazionale.

Per poter partecipare all’evento, è necessario iscriversi online attraverso il sito salute.chiesacattolica.it 

Il link di accesso al canale YouTube verrà inviato a tutti gli iscritti il giorno precedente il convegno.
La partecipazione è gratuita ma l’iscrizione è obbligatoria.

PROGRAMMA

Dalle 10.00 alle 13.00
Conduttore: G. Cervellera
Saluti istituzionali

§ Primo ambito

LE RELAZIONI FAMILIARI ED EDUCATIVE
Infanzia e adolescenza: trasformazioni della dimensione sociale nella scuola, nella comunità cristiana, nel tempo libero
Presenta il tema: S. Vicari
Proposta pastorale: E. Diaco, V. Bulgarelli, M. Falabretti, G. De Marco
Le trasformazioni nelle relazioni familiari da lockdown Presenta il tema: B. Toro
Proposta pastorale: M. Vianelli

§ Secondo ambito

IL MONDO DEL LAVORO
Le trasformazioni vissute: dagli stili di vita alle prospettive di futuro negli ambienti di lavoro
Presenta il tema: G. Nicolò
Proposta pastorale: B. Bignami

§ Terzo ambito

L’UNIVERSO SANITÀ
Impatto e trasformazioni sulla vita degli operatori sanitari: la cura dei curanti
Presentano il tema: A. Siracusano, A. Vita, B. Farina
Proposta pastorale: M. Angelelli

Dalle 14.00 alle 17.00
Assistenti spirituali: trasformazione del ruolo nei luoghi della salute
Presentano il tema: G.B. Tura, A. Laudato
Proposta pastorale: C. Arice

§ Quarto ambito

IL CORONAVIRUS E LE NUOVE DETERMINANTI PSICO-SOCIALI
Povertà vitale, dipendenze comportamentali e stress post-traumatico
Presentano il tema: L. Janiri, M. Ribolsi, M. Pompili, P. Girardi
Proposta pastorale: B. Bignami

Mutamento tecnologico e trasformazioni in atto nel metodo della psicoterapia
Presenta il tema: D. La Barbera
Proposta pastorale: M. Falabretti
Abilità o labilità dei giovani di progettare il proprio futuro: future literacy
Presenta il tema: T. Cantelmi
Proposta pastorale: M. Gianola

Per una visione prospettica
M. Angelelli

SCARICA IL PROGRAMMA 

laliberta.info

Intervento senza precedenti al Bambino Gesù. Per separare due gemelline siamesi

Un intervento senza precedenti è stato eseguito all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma: tre operazioni, di cui l’ultima durata 18 ore, e un’equipe di oltre trenta persone tra medici e infermieri. L’intervento ha portato, con successo, alla separazione di due gemelline siamesi.

Le sorelle, arrivate a Roma dalla Repubblica Centrafricana, sono nate unite alla nuca e quindi con il cranio e gran parte del sistema venoso in comune. L’intervento risale al 5 giugno ma solo ieri è stato reso noto: a poco più di un mese dall’operazione, infatti, le due piccole, Ervina e Prefina, stanno bene e i controlli post-operatori indicano che il cervello di entrambe è integro e il sistema nervoso funziona bene. Attualmente sono ancora ricoverate nel reparto di Neurochirurgia dell’ospedale pediatrico: le ferite infatti impiegheranno del tempo a rimarginarsi e il rischio di infezione è ancora presente, informano i medici, ma intanto hanno potuto festeggiare il loro secondo compleanno, il 29 giugno, guardandosi finalmente negli occhi. «Non sono mai andata a scuola ma spero che le mie bambine studino Medicina e curino altri bambini» ha affermato Erminia, la mamma delle due gemelline.

Come è stato spiegato in una conferenza stampa presso l’ospedale, tutto è partito nel luglio del 2018 quando la presidente del Bambino Gesù, Mariella Enoc, in missione a Bangui, ha incontrato le due gemelline appena nate, decidendo di portale a Roma nel settembre 2018, per dargli maggiori possibilità di sopravvivenza. Ervina e Prefina avevano una conformazione rarissima tra i gemelli siamesi: craniopagi totali, cioè unite a livello cranico e cerebrale. Pur avendo tante cose in comune, hanno però sempre mostrato personalità diverse e per farle conoscere e riconoscere già prima dell’intervento è stato usato un sistema di specchi. Per separarle è stato costituito un apposito gruppo multidisciplinare, che ha studiato e pianificato ogni dettaglio con gli strumenti più avanzati nella diagnostica per immagini, ricostruendo in 3D la scatola cranica delle bambine.

La parte più difficile era la rete di vasi sanguigni cerebrali condivisa in più punti, perché intervenire chirurgicamente in quelle aree presenta un alto rischio di emorragie e di ischemie. Per questo motivo i medici hanno deciso di procedere per 3 fasi, per ricostruire due sistemi venosi indipendenti, in grado di contenere il carico di sangue che va dal cervello al cuore. Il primo intervento è stato così eseguito a maggio 2019, il secondo a giugno 2019 e il terzo a giugno 2020 con la separazione definitiva, avvenuta con successo. In sala operatoria ha lavorato un’equipe di oltre 30 persone tra medici, chirurghi e infermieri.

«Abbiamo gestito una situazione rara nel contesto di una malformazione di per sé molto rara» ha spiegato Carlo Marras, responsabile dell’unità di Neurochirurgia del Bambino Gesù. «La peculiarietà qui era data dal punto di contatto nel cranio, che coinvolgeva importanti strutture venose. Ma nel nostro ospedale c’è una scuola di chirurgia sui gemelli siamesi e questo intervento è l’evoluzione di altri casi trattati». Dopo il percorso di neuroriabilitazione, Ervina e Prefina per alcuni mesi dovranno indossare un casco protettivo e continuare la riabilitazione prima di poter iniziare la loro nuova vita, che potranno vivere normalmente.

Osservatore Romano