Piemonte. Boves rende omaggio ai suoi sacerdoti martiri

Lunedì 19 Settembre , 79mo anniversario della strage nazista che costò la vita a 24 persone tra cui due preti, la Veglia con i testi di don Bernardi e don Ghibaudo che saranno proclamati beati il 16 ottobre

Don Mario Ghibaudo e don Giuseppe Bernardi, i due sacerdoti uccisi dai nazisti nell'eccidio di Boves proclamati beati martiri il 16 ottobre

Don Mario Ghibaudo e don Giuseppe Bernardi, i due sacerdoti uccisi dai nazisti nell’eccidio di Boves proclamati beati martiri il 16 ottobre

da Avvenire

Don Giuseppe Bernardi e il suo giovane vice don Mario Ghibaudo

Lunedì notte la chiesa di San Bartolomeo a Boves rimarrà aperta, le porte spalancate sulla piazza. Come 79 anni fa, il 19 settembre 1943, giorno della prima strage nazista in Italia in cui il paese, centro a pochi chilometri da Cuneo, fu incendiato e 24 persone uccise. Tra loro il parroco don Giuseppe Bernardi e il suo giovane vice don Mario Ghibaudo. Fu proprio la chiesa trovata aperta la mattina seguente a mettere in allarme i bovesani che andarono a cercare il loro parroco e lo trovarono carbonizzato accanto all’imprenditore Antonio Vassallo, don Mario era stato trucidato fuori dal centro abitato, mentre benediceva il corpo di un uomo appena ucciso da un soldato.

Una data, il 19 settembre, impressa nel cuore di tutta la comunità, tramandata di generazione in generazione. Quest’anno la celebrazione della memoria ha un significato ancora più forte, dopo nove anni, ad aprile, si è concluso il processo di beatificazione dei due sacerdoti e il prossimo 16 ottobre, proprio a Boves, alla presenza del cardinale Marcello Semeraro, prefetto del dicastero delle cause dei santi, ci sarà la proclamazione dei due martiri.

Questo rende la ricorrenza un momento ancora più sentito, l’appuntamento è questa mattina alla cerimonia civile, e poi alla Messa officiata dal parroco, don Bruno Mondino, entrambi i momenti in piazza Italia, uno dei luoghi simbolo dell’eccidio. E sarà il sindaco di Boves, Maurizio Paoletti, a leggere in parrocchia, domani durante la veglia, uno per uno, il nome di tutti i caduti della strage, compiuta su ordine del maggiore tedesco Joachim Peiper. Poi tutta la notte sarà costellata da momenti di preghiera silenziosa davanti al Santissimo, da riflessioni sulla Parola di Dio, su alcuni scritti dei martiri, di papa Francesco «una traccia – spiega don Mondino – che ci aiuti ad educarci alla riconciliazione».

Pace e fratellanza sono i semi gettati dai due preti morti per salvare la loro gente, e che in questi anni hanno aiutato a maturare gesti concreti. Uno fra tutti la fratellanza tra la comunità bovesana e quella di Schondorf, centro nella Baviera, in cui è sepolto Peiper, negli anni è cresciuto il legame, nato prima tra le parrocchie dei due centri e poi esteso alle rispettive amministrazioni comunali. Sarà infatti presente una delegazione della cittadina tedesca, nella due giorni di memoria del 19 settembre a Boves, sarà anche l’occasione per definire il viaggio solenne delle reliquie dei due martiri presso la comunità bavarese, che il mese scorso ha già accolto la versione tedesca della mostra sull’eccidio.

La Beatificazione

In vista della beatificazione, don Mondino anticipa alcuni punti su cui stanno lavorando. «Il primo – spiega – è l’importanza di collaborare per il bene comune: don Bernardi, muore insieme ad un industriale che si dichiarava apertamente laico. La loro grandezza è stata quella di aver saputo collaborare.  Un messaggio su cui vale la pena che anche noi riflettiamo e che proviamo ad impegnarci per il bene comune».

Sarà su questo tema che interverrà, il 14 ottobre, il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente Cei. Zuppi già in passato a Boves aveva affrontato il tema del perdono partendo dalla testimonianza dei due martiri.

Un altro messaggio che lancia il parroco è quello di continuare sulla strada della riconciliazione ed è in questo contesto, che si esibirà, la sera della vigilia, il coro parrocchiale di Schondorf, con il Requiem di Mozart diretto dal maestro Erich Unterholzner. «Un bel segno del cammino di fratellanza che abbiamo iniziato e che continuerà oltre la giornata della beatificazione» conclude don Mondino.

Nigeria. Uccisi due sacerdoti nelle ultime 48 ore

Padre Odia è stato assassinato mentre stava per andare a celebrare Messa nella chiesa cattolica di San Michele, Ikabigbo. Mentre Padre Borogo è stato ucciso sabato in strada a Kaduna
Uccisi due sacerdoti nelle ultime 48 ore
Altri due sacerdoti uccisi in Nigeria nelle ultime ore: le vittime sono padre Vitus Borogo, 50 anni e padre Christopher Odia, 41 anni. A darne notizia la diocesi di Auchi all’interno della quale operava padre Christopher e la fondazione cattolica Aiuto alla Chiesa che soffre che ha riferito l’assassinio di padre Vitus.Padre Odia era parroco della chiesa cattolica di San Michele, Ikabigbo: intorno alle 6,30 del mattino di domenica i rapitori lo hanno fermato mentre usciva dalla sua canonica per raggiungere la chiesa e celebrare Messa. Sembra che 3 persone, tre parrocchiani abbiano visto la scena e abbiano tentato di salvarlo ma sarebbero stati colpiti e due di loro uccisi dai rapitori. Questo dettaglio va ancora confermato ma nel contempo l’agenzia Fides ha riportato la notizia della cattura di due dei rapitori di padre Christopher: «Due degli assassini sono stato catturati dalla comunità che era sulle tracce dei rapitori» ha spiegato il vescovo ausiliare della diocesi di Minna, monsignor Luka Sylvester Gopep.

Il cardinale Parolin ha ordinato ventinove sacerdoti dell’Opus Dei

La celebrazione nella basilica romana di Sant’Eugenio

Vita, semplicità e missione. Su queste tre parole ha sviluppato il suo pensiero il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, nell’omelia tenuta durante il rito di ordinazione sacerdotale di 29 membri della Prelatura personale dell’Opus Dei. La celebrazione si è svolta sabato mattina, 5 settembre, nella basilica romana di Sant’Eugenio. I 29 candidati provenivano da Italia, Spagna, Messico, Guatemala, Cile, Uruguay, Costa d’Avorio, Slovacchia, Argentina, Costa Rica, Olanda, Uganda, e Perú.

Nella sua riflessione il cardinale ha ripreso le letture della liturgia, commentando le parole di Gesù che si proclama il Buon pastore. «È piuttosto radicata l’idea — ha osservato — che il pastore designi esclusivamente la conduzione del gregge». Certamente, il pastore è «colui che guida il gregge». Tuttavia, nel Vangelo emerge «una prospettiva più ampia» e si nota «la differenza che Gesù fa tra il pastore e il mercenario».

Il primo, ha sottolineato il porporato, «non riveste prima di tutto un ruolo, ma assume uno stile di vita». Il pastore infatti, soprattutto ai tempi di Gesù, «non veniva inteso come qualcuno che aveva una mansione da svolgere» ma come uno che «condivideva ogni cosa con il proprio gregge»; non viveva «come voleva, ma come era meglio per il gregge»; non si fermava dove «desiderava, ma dove stava il gregge». In effetti, «si spostava con le pecore e trascorreva il giorno e la notte in loro compagnia». Più che condurre il gregge «ci viveva immerso».

Dunque, l’immagine del pastore sembra riferirsi non anzitutto «al governo, ma alla vita». Difatti, ha aggiunto il segretario di Stato, «non a caso Gesù caratterizza il pastore come colui che dà la propria vita per le pecore». Da qui l’invito a considerare il ministero sacerdotale come «una questione di vita». Perché i preti, «assimilati al Buon pastore immerso nel suo gregge», non sono «in primo luogo chiamati a fare qualcosa» — magari neppure quella per cui si sentono più portati — ma «a dare e a condividere la vita». Così potranno «realizzare in pienezza la chiamata ad agire in persona Christi che caratterizza il sacramento dell’ordine». E questo «non solo nell’amministrazione dei sacramenti, ma incarnando lo stile di Gesù». Così come scrisse san José María Escrivá de Balaguer, «il sacerdote, chiunque egli sia, è sempre un altro Cristo».

Si comprende perciò la ragione per cui la vita del sacerdote è «una chiamata a testimoniare la gioia nell’incontro tra Dio e noi, la gioia che Dio prova nell’usarci misericordia». Essere pastori oggi, ha fatto notare il porporato, «significa, soprattutto, diventare testimoni di misericordia». E il tempo della misericordia è proprio quello che «ha proclamato il Papa nell’imminenza dell’apertura dello scorso giubileo». La grazia dell’oggi ecclesiale e le esistenze dei sacerdoti si incontrano così «nel segno del pastore misericordioso che dà la vita per il suo gregge».

Il cardinale ha poi fatto riferimento ad alcune conseguenze pratiche che derivano dall’esempio del Buon pastore, mettendo in risalto le parole e il perdono «che devono caratterizzare la vita del prete». Rivolgendosi agli ordinandi, il porporato ha raccomandato: «Le parole con cui predicherete e userete dovranno essere parole di vita». La predicazione, ha aggiunto, «ha sempre al centro il kerygma, la novità perenne e risanante della morte e risurrezione di Cristo per noi, ed è il fondamento dell’annuncio». Da qui l’invito ai nuovi sacerdoti, affinché ricordino che nella predicazione «prima di esortare va sempre proclamata la bellezza della salvezza». Infatti è «da questa bellezza che noi siamo attratti per vivere di conseguenza, per avere una vita morale all’altezza di questa chiamata».

Il segretario di Stato ha poi ricordato il pensiero di san Paolo contenuto nella seconda lettura, laddove l’apostolo ricorda «l’imprescindibilità del perdono». In questa chiave, ha invitato i nuovi preti a essere «ambasciatori di misericordia, portatori del perdono che risolleva l’esistenza, sacerdoti che amano disporre i fratelli e le sorelle a lasciarsi riconciliare con Dio». Nasce da qui il bisogno di prestare molta attenzione al sacramento della confessione. Perché è lì che i presbiteri hanno modo di essere «dispensatori di quelle grazie, di quel perdono cui il mondo di oggi ha estremo bisogno».

La seconda parola indicata dal cardinale per descrivere la figura del pastore è stata la semplicità. «Pensiamo — ha detto — ai pastori presenti alla nascita di Gesù: non rappresentavano certamente il vertice culturale del popolo e non erano l’espressione compiuta della purezza rituale». Eppure, ha aggiunto, «furono i primi chiamati ad accogliere il Messia apparso in terra». In particolare il porporato ha ricordato il giovane Davide, che «in quanto pastorello non era stato annoverato dal padre tra i figli idonei a essere consacrati». Ma il Signore, ha fatto notare, «guarda il cuore, ama i piccoli e cerca i semplici». A questo proposito, il celebrante ha invitato a guardare all’esempio di santa Teresa di Calcutta, di cui ricorreva la memoria liturgica. «Conoscete il cammino semplice che delineò — ha detto — tratteggiando in poche parole il tragitto essenziale del credente». Quindi ha ricordato una sua frase: «Il frutto del silenzio è la preghiera, il frutto della preghiera è fede, il frutto della fede è l’amore, il frutto dell’amore è il servizio, il frutto del servizio è la pace». Si tratta di «parole semplici per collegare i poli dell’esistenza: Dio e gli altri». Infatti, «il primo e decisivo passo suggerito è trovare ogni giorno tempo per fare silenzio ed entrare nella preghiera». Questa dimensione «costitutiva del credente» è «fondamento dell’edificio spirituale», così come la definiva il fondatore dell’Opus Dei, «non mancando di ricordare che essa è sempre feconda». Poi, rivolgendosi agli ordinandi, ha assicurato che questa dimensione «rappresenterà un vero e proprio opus da esercitare fedelmente per l’intero popolo di Dio».

Il cardinale ha inoltre sottolineato come «la semplicità che nasce dalla trasparenza della preghiera comporta anche scelte concrete per andare all’essenziale del ministero». In proposito ha ricordato che madre Teresa chiedeva per prima cosa quante ore pregassero ogni giorno. Quindi, ricordando le parole di san Escrivá de Balaguer, ha detto che per essere pastori «occorre anzitutto avere una vita ben ordinata; e ciò significa non lasciarsi ingolfare da mille cose, pena il rischio di smarrire la semplicità di un cuore pienamente dedito al Signore».

Infine, il segretario di Stato non ha mancato di far notare come i 29 ordinandi ricevano il sacramento dell’ordine alla missione del sacerdote durante questo pontificato di Francesco, che, «oltre alla priorità della misericordia vissuta e al richiamo alla semplicità evangelica», sta insistendo sulla «esigenza non più rimandabile della missione, quale vocazione principale della Chiesa». Essere Chiesa in uscita, ha sottolineato il cardinale Parolin, «significa non concepirsi più come fine , ma come mezzo, per portare non noi stessi, ma il Signore che salva».

L’emozione della curiosità nella vita presbiterale

di: Maurizio Mattarelli – Laura Ricci

“Ho visto gente andare, perdersi e tornare… / Pioggia e sole cambiano la faccia alle persone… / Abbaiano e mordono… / Ma il vero Amore può nascondersi, confondersi, ma non può perdersi mai (Sempre per sempre, Francesco De Gregori).

È con questo spirito che, alcuni anni fa, è venuto alla luce il Gruppo Timoteo, dal nome del giovane presbitero “ordinato” da san Paolo e da lui accompagnato e sostenuto nel suo ministero (cf. Timoteo e l’Arte della Manutenzione del Presbiterato, in Il Margine n. 7, 2018).

Sono tempi nei quali “la pioggia e il sole” della pastorale “abbaiano e mordono” ed è alto il rischio dell’esaurimento emotivo e della confusione, derivanti dal pressante carico del ruolo istituzionale che i preti devono sostenere in «questo cambiamento di epoca» (papa Francesco).

È una situazione che amplifica la separazione alienante tra spiritualità e corporeità, non solo praticata ma, a volte, inconsapevolmente teorizzata. Ciò deriva dal fatto che la formazione presbiterale favorisce, tuttora, l’aspetto cognitivo-intellettuale, senza integrarlo sufficientemente con le dimensioni affettive, emotive e neurobiologiche. Occorre allora aver cura di sé, regalarsi un tempo e uno spazio per ascoltarsi e confrontarsi, un luogo che favorisca l’intimità con sé stessi e con i membri del gruppo.

Per essere individui integri, integrati ed integranti, un aspetto fondamentale è la curiosità, intesa come la capacità primaria della mente di stabilire legami e di poter entrare così in relazione con l’Altro.

ministero

Nella nostra conduzione del Gruppo Timoteo, agiamo e promuoviamo un atteggiamento di genuina curiosità: impariamo a guardare l’altro, noi stessi, e soprattutto la relazione come ad una realtà da percepire e da scoprire, e non da pre-definire. Quest’atteggiamento curioso ci consente di evitare due errori: ignorare l’altro, riducendolo a “identico a me”, e ignorare noi stessi, come se fossimo fuori dalla relazione.

La curiosità controbilancia una certa ansia del prete nel fornire alla persona “la risposta giusta” che è più funzionale a tranquillizzare se stesso circa il proprio valore, piuttosto che al bene della persona e delle comunità che incontra.

Con questo isolamento pandemico, abbiamo poi sperimentato come essere da soli sia una delle più grandi sofferenze umane; nonostante ciò, viviamo in ambienti sociali ed ecclesiali di persone che cercano disperatamente di amarsi senza riuscirci.

Siamo molto connessi e, a volte, così poco comunicanti!

Per comunicare abbiamo bisogno di aprire nuovi varchi liturgici di possibilità e di costruire nuovi ponti di prossimità. In diverse parrocchie, gruppi di famiglie hanno ri-creato piccole comunità, ritrovando una fede e dei riti più in sintonia con la dimensione propria personale, trasformando questo momento di distanza e di crisi in opportunità. Nella gente è aumentato il bisogno di una spiritualità che dia significato al mondo attorno a noi, ai nostri rapporti interpersonali e alla nostra esistenza di cittadini e credenti.

Scoprire nuove potenzialità personali e nutrire i talenti comunitari può diventare un nuovo stile di prossimità vitale, creativa, responsabile, protettiva e densa di passione per la vita che ci attende nella società post-coronavirus.

Ascoltare le persone ed essere insieme con loro curiosi e aperti a nuove opportunità, ci permette di fare lo spazio necessario a ciò che arriverà, sostenendo il piacere di condividere il tempo insieme, con quella voglia che genera l’attesa e il desiderio dell’incontro.

C’è pure chi educa, senza nascondere / l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni / sviluppo ma cercando / d’essere franco all’altro come a sé, / sognando gli altri come ora non sono: / ciascuno cresce solo se sognato (Danilo Dolci).

Usiamo l’emozione della curiosità con «l’intelligenza della pioggia e del sole», per comprendere le necessità dell’Altro anche dietro le apparenze e nei luoghi nascosti; usiamo l’intuizione, la vicinanza, l’affetto, il rispetto, la generosità e la prudenza per celebrare l’eucaristia nella vita: «Vi esorto fratelli, per la misericordia di Dio, ad offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spiri­tuale» (Rm 12,1).

Ci concediamo di “sognare ad occhi aperti”, di vedere noi stessi, l’altro e la relazione in un modo nuovo, inedito, mutando i sogni in progetti, promuovendo una maieutica reciproca che permetta la trasformazione d’individualità singole in un gruppo. Siamo così, promotori curiosi di una comunità sociale ed ecclesiale in cui ciascuno abbia riconosciuto il proprio potere, coniugando “il sognare” con “l’agire”.

Nel nostro percorso supervisivo di gruppo, i presbiteri si esercitano a dare spazio all’Altro: così, quando sono in relazione con le persone e le comunità a loro affidate, possono promuovere uno spazio relazionale che permette alle persone di attingere alle proprie risorse vitali e spirituali.

In questi anni, i presbiteri che hanno frequentato il Gruppo Timoteo hanno compreso cosa significhi mettere da parte la facoltà del decidere ciò che avviene a favore della capacità di contemplare quello che sta accadendo e del significato che ciò ha per la persona: quest’atteggiamento consente il silenzio e crea la possibilità di costruire una relazione profonda e autentica.

Se guardiamo alla relazione con curiosità, è perché siamo fiduciosi che può essere vitale e generativa e, perciò, imprevedibile com’è lo Spirito! È dunque fondamentale essere curiosi con gli individui e i gruppi che accompagniamo, imparare come stare con loro, incoraggiare l’immaginazione e favorire la capacità di sognare e sognarsi in un altro modo, in più modalità possibili che sostengano questo cambiamento epocale.

settimananews

Coronavirus, il prezzo pagato dai sacerdoti

Vatican News

(Amedeo Lomonaco) Sono almeno 30 i preti morti in Italia a causa della pandemia di Covid-19, almeno 16 vittime sono della diocesi di Bergamo. Parroci, formatori, uomini dediti al loro ministero, dalle loro vite emerge lo spaccato della Chiesa che ama Francesco, quella che ha l’odore delle sue pecore e che ne condivide condizioni e sorte. Tra le persone positive al Coronavirus ci sono anche molti sacerdoti. Alcuni sono in isolamento, altri in terapia intensiva. Almeno trenta sono morti, in questi giorni,

Pastore o funzionario del sacro?

cittanuova.it

A motivo della ben nota crisi vocazionale il numero di sacerdoti e religiosi/e è notevolmente diminuito, e con esso di pari passo, ma in modo inversamente proporzionale, è aumentato il vostro carico di lavoro. Sono testimone – e non credo di dire nulla di nuovo – di sacerdoti giovani e meno giovani carichi di impegni, che forse appaiono gratificanti nei primi anni dopo l’ordinazione quando alimentano il senso di onnipotenza – di cui tutti noi, a turno, siamo vittime – ma che, nel corso del tempo, finiscono per diventare degli oneri enormi.

Forse, come lei accenna con sapienza e insieme discrezione, è necessario ripensare il “modello di prete” nel terzo millennio, perché questa vocazione non si appiattisca all’essere un “burocrate del sacro”, come si autodefinisce un mio amico sacerdote.

Mi vengono in mente alcune considerazioni: ormai abbiamo superato il mito del prete come di un uomo superdotato e sempre disponibile, come se non fosse un essere umano con i suoi limiti e le esigenze più semplici di un ritmo di vita sano.

Però bisogna ancora sfatare il mito del prete inteso come uomo singolo a servizio degli altri.

Una vocazione infatti, anzi qualunque vocazione, anche quella degli sposi, non è mai una vocazione individuale che possa sussistere in se stessa, o che possa appoggiarsi unicamente sulla singola personalità, per quanto eccellente sia.

Ogni vocazione è inserita all’interno di una comunità che dà senso, sostiene, collabora alla buona riuscita della coppia, del sacerdote, dell’uomo e della donna consacrata. Forse lo si dice, ma in modo vago ed ideale, invece ha una valenza estremamente seria e concreta.

Tutti siamo reciprocamente responsabili della vocazione altrui. La vocazione del singolo chiamato da Dio, o della coppia, acquistano significato solo all’interno di un noi comunitario.

Nessuno sarebbe in grado di realizzare compiutamente l’essere marito, l’essere moglie, l’essere genitore, l’essere sacerdote, l’essere religioso senza il sostegno di preghiera, ma anche di presenza, di incoraggiamento e di collaborazione degli altri.

Di fatto accade così, ma come può il sacerdote addossarsi da solo, o al massimo con un “vice”, tutte le attività che ruotano attorno a una parrocchia, o comunque a un servizio di apostolato? Non solo per il grande carico materiale, ma anche per quello emotivo, psicologico ed affettivo.

Lo stesso vale per la famiglia che non può portare avanti da sola la chiamata a vivere l’amore in modo esclusivo e generativo, senza persone intorno che la sostengono e la aiutano a custodire il dono reciproco.

Ciascuno, secondo la propria parte – ma il discorso qui è complesso e articolato perché chiama in causa un serio ripensamento dell’organizzazione della Chiesa –, è chiamato a dare ascolto, ad offrire accoglienza, a prestare attenzione, a portare un aiuto materiale perché l’altro funzioni. E se uno di noi cade durante il cammino, tutti cadiamo con lui o con lei, e siamo in qualche modo responsabili della superficialità che non ci ha permesso di cogliere un eventuale malessere o una necessità importante.

Per la fragilità dell’essere umano attuale, per la complessità del mondo contemporaneo, per la quantità di esigenze che ci sono nel mondo,non possiamo più permetterci di ragionare con le categorie dell’io.

Certo è una mentalità oggi tutt’altro che spontanea, per il narcisismo e l’individualismo diffusissimi, e forse il discorso suona utopico, però ritengo che gli anni di formazione alla vita sacerdotale, a quella religiosa, e a quella familiare, dovrebbero introdurre questo modo di intendere la vocazione. Altrimenti tutto si concentra attorno alle capacità strettamente personali e alle doti di questo o quello.

È chiaro che ciascuno ha delle qualità e delle risorse umane uniche, non si tratta di spersonalizzare l’identità del singolo, tuttavia è la comunità di fede ad accogliere una famiglia che si forma e a collaborare perché la sua vocazione si compia, ed è la comunità di fede ad accogliere e sostenere il sacerdote o il religioso, perché la sua specifica missione si realizzi il meglio possibile.

Questo significa formare la mente e il cuore che la fraternità, la “casa”, è una sola.

Quando si percepisce un ambiente come proprio, si ha cura di ogni suo angolo senza pensare a chi tocchi pulirlo, ad esempio. Dentro casa, moglie, marito e figli si ripartiscono i compiti, perché tutto funzioni al meglio, ma ciascuno vive lo spazio della casa come proprio, e sente di essere responsabile del buon andamento generale.

Questo significa aver maturato un senso di appartenenza alla propria vocazione. Altrimenti si è solo ospiti o eternamente bambini.

La persona adulta, che ha sviluppato un senso di appartenenza alla propria comunità familiare e di fede, si impegna perché questa funzioni bene, vive come propria responsabilità il benessere dei suoi membri, si preoccupa per loro, si accorge se c’è qualcosa che non va.

Se gradualmente facessimo nostra questa prospettiva di fraternità, per tornare alla riflessione iniziale, si smorzerebbe la competizione, il conflitto, il voler primeggiare: che senso ha fare a gara in casa propria? Se l’obiettivo è comune, e il compito è portato avanti insieme, diventa molto meno importante chi lo realizza in quel momento. Ciò significa, almeno questo è ciò che riesco a intuire, far sentire la persona parte di una fraternità più vasta e non caricarla di oneri che, se possono farla sentire in gloria in alcuni momenti, possono anche schiacciarla e farla sentire isolata in molti altri.