Kirill non andrà in Kazakistan, salta l’incontro con il Papa

Il Patriarca di Mosca Kirill non si recherà in Kazakistan per il VII Congresso dei Leader delle Religioni Mondiali del 14-15 settembre, e di conseguenza non incontrerà lì “a margine” Papa Francesco, la cui visita è in programma dal 13 al 15 settembre.

Lo ha riferito a Ria Novosti il capo del Dipartimento per le relazioni ecclesiastiche esterne del Patriarcato di Mosca, il metropolita Antonij di Volokolamsk.

(ANSA).

Papa Francesco in Kazakhstan, tre giorni all’insegna del dialogo tra le religioni

Una immagine di Nur Sultan, capitale del Kazakhstan

La Sala Stampa vaticana pubblica il programma ufficiale della 38.ma trasferta internazionale del Papa nel Paese centro-asiatico, visitato già da Giovanni Paolo II nel 2001. Il Pontefice risiederà tutto il tempo nella capitale Nur Sultan, dove si svolgerà il VII Congress of leader of world and traditional religions, l’evento che riunisce diversi capi religiosi provenienti da tutto il mondo. Quattro i discorsi previsti nei diversi incontri e l’omelia della Messa nel Piazzale dell’Expo.

Incontri pubblici e privati e anche una Messa scandiranno il breve viaggio di Papa Francesco in Kazakhstan, annunciato ieri e programmato per i prossimi 13-15 settembre. Occasione della visita – che lo stesso Pontefice nell’ultima intervista in aereo di ritorno dal Canada aveva definito un “viaggio tranquillo”, cioè privo di spostamenti faticosi viste anche le condizioni di salute – è il VII Congress of leader of world and traditional religions, evento che vedrà riuniti diversi capi religiosi provenienti da tutto il mondo e che, come si legge sul sito ufficiale, ha tra le sue priorità “l’affermazione della pace, dell’armonia e della tolleranza come principi incrollabili dell’esistenza umana”, oltre a voler affrontare “il tema dell’uso dei sentimenti religiosi delle persone per l’escalation di conflitti e ostilità”.

In «Arabia meridionale» per una Chiesa vicina, delle genti

Quando parla del servizio che sta per iniziare, della realtà che lo attende, usa l’immagine della Chiesa in cammino, spiega l’importanza di essere vicini alle persone, indica nell’appartenenza un valore da far crescere. Monsignor Paolo Martinelli, 63 anni, frate minore cappuccino, dal 2014 vescovo ausiliare di Milano, è il nuovo vicario apostolico dell’Arabia Meridionale. Una regione molto vasta che comprende gli Emirati Arabi Uniti, l’Oman e lo Yemen, per una popolazione di circa 43 milioni di persone, tra cui, più o meno, un milione di cattolici. La nomina, di papa Francesco, è arrivata lo scorso 1° maggio. «Da una parte – spiega monsignor Martinelli – è stata certamente una sorpresa perché non me l’aspettavo. Dal-l’altra parte i frati cappuccini sono molto impegnati in quell’area e da oltre un secolo ne esprimono il vicario apostolico. Quando ho ricevuto la comunicazione della nomina ho capito subito di che cosa si trattava, essendo questa una missione ben conosciuta nel mio ordine. Ho vissuto tutto con grande gratitudine e con un profondo desiderio di preghiera ».

La sua nuova comunità è composta quasi del tutto da lavoratori migranti. Il suo predecessore, monsignor Paul Hinder la definisce una Chiesa pellegrina.

L’accostamento tra Chiesa di migranti e Chiesa pellegrina è molto bello. In questa prospettiva nell’essere Chiesa composta da migranti, provenienti da tanti Paesi diversi, si esprime qualche cosa di essenziale per tutta la Chiesa. Significa concepirsi conti- nuamente in cammino, verso la pienezza del regno di Dio. Si tratta di offrire a tutti i fedeli in modi adeguato alle proprie condizioni di vita la possibilità di approfondire la propria fede, la vita cristiana in tutti i suoi aspetti, facendo sentire la vicinanza della Chiesa alla gente, nella gioia e nel dolore. I fedeli nell’Arabia meridionale frequentano molto la Chiesa, chiedono i sacramenti, sentono con particolare intensità la celebrazione eucaristica. È importante far crescere il senso di appartenenza alla Chiesa come popolo di Dio.

Domani inizierà il suo servizio. Come?

Sarà una cosa molto semplice: inizierò il mio ministero celebrando la santa Messa nella Cattedrale di San Giuseppe ad Abu Dhabi, sede del vicariato apostolico, insieme al mio predecessore, monsignor Paul Hinder, ai sacerdoti e ai fedeli.

La sua nomina, come si diceva, conferma l’importanza della presenza francescana in questa terra così particolare.

Direi, da una parte, che la famiglia francescana è da sempre coinvolta nel Medio Oriente, nella Terra santa. Questa presenza è radicata nella esperienza stessa di san Francesco d’Assisi. Si tratta di una storia di otto secoli che intreccia i francescani con il Medio Oriente. Dall’altra parte i frati cappuccini sono impegnati da tanto tempo proprio nella penisola arabica e portano avanti una preziosa presenza con i migranti e di dialogo interreligioso, in particolare con i fedeli musulmani.

Tornando a Hinder, cosa le ha consigliato in particolare?

Ci sentiamo regolarmente, mi sta piano piano introducendo in questa nuova missione. È un uomo di grande sapienza ed equilibrio. Ha fatto cose straordinarie in questi anni. La realtà del vicariato è molto cresciuta sotto il suo episcopato. Avremo modo di stare insieme presto e sono desideroso di ascoltare tutti i suoi preziosi

consigli.

Immagino che un ruolo importante come punto di riferimento lo svolgerà il Documento sulla fratellanza umana.

Si tratta di un testo fondamentale. Essendo stato firmato proprio ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal grande Imam di Al-Azhar penso che noi abbiamo il dovere e la responsabilità di custodirne la memoria e di approfondirne le implicazioni culturali, sociali e religiose. Data l’attuale situazione mondiale, questo documento sta diventando ogni giorno sempre più importante.

Elemento molto importante in una realtà dove i cristiani sono minoranza sarà il dialogo interreligioso, da calare nella realtà quotidiana.

Credo ci siano diversi livelli di relazioni interreligiose. Da una parte è necessario approfondire la conoscenza reciproca, favorire il dialogo; dall’altra parte occorre mostrare il contributo che le religioni possono e devono dare allo sviluppo della pace, della giustizia e della fratellanza universale. In questa prospettiva è molto interessante il lavoro che il vicariato sta facendo attraverso le scuole cattoliche. Oltre all’immenso lavoro fatto dalle parrocchie, che servono pastoralmente oltre un milione di cattolici presenti in questa zona, è decisivo il lavoro fatto dalle nostre scuole; infatti molti studenti sono musulmani. Si tratta di una grande occasione di confronto. Il ruolo dell’educazione è fondamentale per il dialogo concreto tra cattolici e musulmani.

Qual è la maggior preoccupazione, se c’è, e la più grande gioia che l’accompagnano all’inizio di questo cammino?

Da una parte sento certamente il timore di essere chiamato ad affrontare una esperienza pastorale tanto diversa da quanto ho vissuto finora. Si tratta di una realtà complessa, non mancano ricchezze ma anche situazioni dolorose come quella drammatica dello dello Yemen. Dall’altra parte sono contento di poter contare su collaboratori molto validi e ben radicati sul territorio. Non pochi frati cappuccini che troverò nell’Arabia meridionale sono stati miei studenti a Roma, quando insegnavo teologia. Questa è per me una grande gioia. Sono soprattutto certo che il Signore è presente ed è all’opera anche in quella terra. È importante rinnovare il mio affidamento totale al Signore.

Lei è stato a lungo vescovo ausiliare di Milano, cosa vorrebbe esportare di ambrosiano in questa nuova esperienza?

Porto con me la ricchezza di questi otto anni vissuti al servizio della Chiesa ambrosiana. Inoltre, anche la Chiesa di Milano sta riflettendo da anni sull’essere “Chiesa dalle genti”, popolo di Dio formato da fedeli portatori di culture, tradizioni e carismi diversi. Porto con me questo spirito perché anche in Arabia meridionale la Chiesa sia sempre più unita e pluriforme.

Avvenire

Albania / Il poeta: «Nel nostro Dna la tolleranza. È un modello»

«L’Albania è uno dei paesi più antichi d’Europa ma la storia non è mai stata benevola con noi. Durante il regime comunista siamo rimasti isolati a lungo e la propaganda, che allora funzionava a pieno ritmo, ci ha fatto credere che l’Europa non ci volesse bene. Intorno a noi vedevamo soltanto nemici. Poi quella percezione è cambiata totalmente. Da noi si usa dire che “nelle avversità bisogna bussare subito alla porta del vicino”. In un mondo globale credo non sia possibile fare a meno della cooperazione e della solidarietà tra i popoli vicini. E la nostra porta più vicina è l’Europa». Originario di Korça, cittadina al confine fra la Grecia e la Macedonia del Nord, il poeta albanese Arjan Kallco intende da sempre la sua opera come una riflessione sul tempo e una ricerca dei luoghi in cui la poesia occidentale ha avuto origine. Il suo è lo sguardo di un letterato bilingue che pubblica nel suo idioma d’origine e in italiano – molte sue liriche sono uscite in Italia in opere collettanee – dal quale emerge la ricerca della classicità come rievocazione di un passato che è alle radici della nostra storia e della nostra modernità.

L’Albania è stata un Paese in bilico tra i fantasmi del passato e un presente segnato da uno sviluppo disordinato. Com’è cambiato negli ultimi trent’anni?

L’apertura all’Occidente ha finalmente abbattuto quell’isolamento di cui parlavo. La gente gode di diverse libertà, può viaggiare e spostarsi per motivi di lavoro, andare alla ricerca di una vita migliore. Ma dal punto di vista sociale abbiamo conosciuto un esodo biblico che ci ha fatto perdere alcune delle migliori menti del nostro Paese. Mentre la speculazione edilizia e il cemento hanno cambiato il volto delle principali realtà urbane, spesso il concetto stesso di democrazia si è ritrovato a oscillare tra anarchia e disordine, per colpa di una politica troppo conflittuale.

Da tempo il suo Paese è candidato all’ingresso nell’Ue: a che punto è sui temi della cittadinanza, del dialogo e della cultura in un’ottica europea?

Il confronto politico dovrebbe rispettare sempre i principi della tolleranza e del dialogo. Quando questi vengono meno, a risentirne è innanzitutto la popolazione. E se non rispettiamo appieno il concetto di uguaglianza nel senso più ampio della parola, la popolazione tornerà con la mente al passato. Magari rimpiangerà la presenza dello Stato, la scuola e la sanità gratuite. Negli ultimi trent’anni abbiamo costruito ponti non solo con l’Europa, facendo dialogare la nostra cultura con le altre. L’Istituto italiano di cultura, ad esempio, collabora da anni con le nostre istituzioni. Nel 1944 il mio Paese era molto arretrato. Ma da quel momento in poi si è trasformato grazie al lavoro dei nostri nonni e dei nostri padri. Anche se in passato gli intellettuali erano molto più preparati di oggi, la cultura occupa sempre un posto centrale nei nostri rapporti con il mondo, in particolare modo con l’Europa e con l’Italia.

Il dialogo interreligioso e interculturale, il clima di rispetto e fiducia reciproca tra cattolici, ortodossi e musulmani è un bene prezioso per il suo Paese. Crede che l’esperienza dell’Albania possa essere d’esempio per il resto del Mediterraneo?

Sono nato nel 1967, nell’anno della guerra contro la religione, in cui furono chiusi tutti i luoghi di culto. Chiese e moschee sono state riaperte solo dopo la caduta del regime comunista. Oggi nel mio Paese convivono più religioni anche perché i matrimoni misti hanno contribuito a pacificare le anime dei fedeli e questa cultura di tolleranza e dialogo viene tramandata alle nuove generazioni. Adesso gli albanesi celebrano insieme le feste religiose rispettive e gli estremisti, per fortuna, sono davvero una piccola minoranza. Nel corso dei secoli la gente si è convertita sempre dopo essere stata costretto dagli occupanti. Possiamo rappresentare un esempio anche per Paesi più grandi del nostro, ma tutto dipende dal rispetto reciproco e dalla volontà della gente di vivere in pace.

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«Da noi diciamo che “nelle avversità bisogna bussare subito alla porta del vicino”. E la nostra porta più vicina è la Ue»

Gli animali un dono di Dio, nostri “compagni” nel Creato

Il richiamo all’ecologia integrale è la condizione prioritaria per essere buoni amministratori del creato e allontanarsi da una cultura che trasforma gli esseri viventi in oggetti di consumo. Compresi gli animali, messi al centro del messaggio della Commissione episcopale per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace per la 71ª Giornata del Ringraziamento: “Lodate il Signore dalla terra (…) voi, bestie e animali domestici (Sal 148,10). Gli animali, compagni della creazione”.

Ricca di significati la scelta di celebrare in Sardegna la manifestazione che contadini, pastori e allevatori considerano il capodanno delle campagne. L’isola, infatti, l’estate scorsa ha pagato un prezzo ambientale altissimo: 20mila ettari devastati dalle fiamme, centinaia di animali morti, 100 mila alberi d’ulivo inceneriti, con 60 milioni di api uccise, insetti che il documento dei vescovi considera «una benedizione per l’ecosistema e per le attività dell’uomo ». «La prossimità agli animali, che nella tradizione della civiltà agricola ha portato a sentirli e trattarli quasi come partecipi della vita familiare, nella modernità – scrivono i vescovi – è stata abbandonata, riducendo queste creature a oggetti di mero consumo». Un’ecologia anche integrata, che don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale Cei per i problemi sociali e il lavoro, ha descritto in apertura del seminario organizzato dall’arcidiocesi di Sassari unitamente a Acliterra, Coldiretti, Fai Cisl, Feder.Agri, Terraviva. La necessità di riconvertire il nostro stile di vita è il filo rosso che unisce la due giorni del Ringraziamento, che si conclude oggi con la Messa (trasmessa in diretta su Rai uno) celebrata dall’arcivescovo Gian Franco Saba, a Portotorres, nella basilica dei Santi Martiri Gavino, Proto e Gianuario, seguita dalle parole di papa Francesco, all’Angelus. Al termine la benedizione dei mezzi agricoli e degli animali.

Di “Benessere animale e benessere dell’uomo nell’attività zootecnica” si è parlato nella tavola rotonda, coordinata da Daniela Scano, caporedattrice del quotidiano La Nuova Sardegna.

«Questa Giornata rappresenta, per la diocesi di Sassari – ha detto don Andrea Piras, responsabile della pastorale del lavoro – l’occasione per consolidare l’alleanza che, tra le componenti ecclesiali, le parti civili, gli organismi sociali, le agenzie culturali della città e del territorio, insieme alle categorie di lavoratori e di tanti giovani studenti, intende favorire una scelta di consapevolezza e di responsabilità perché ciascuno, sentendosi interpellato personalmente, si adoperi come autentico protagonista del cambiamento d’epoca in atto».

«La giornata del Ringraziamento – ha commentato il segretario generale della Fai Cisl, Onofrio Rota – ci consente di rilanciare il percorso verso l’ecologia integrale che ci siamo impegnati a coltivare anche con l’adesione al Manifesto di Assisi e con la nostra campagna Fai Bella l’Italia. Tra gli obiettivi di quell’idea c’è il superamento di un approccio predatorio che per anni ha caratterizzato la crescita, anche nel nostro Paese, svalutando e depauperando il suolo, il paesaggio, gli alvei idrici, le persone, il loro rapporto con l’ambiente e il regno animale». «Per noi – ha aggiunto il presidente di Coldiretti Sardegna, Battista Cualbu – è un orgoglio ospitare in Sardegna, a distanza di pochi anni dalla tappa di Dolianova nel 2015, questa manifestazione nazionale, che dimostra ancora una volta la sensibilità della Cei per la nostra terra, in particolare in quest’anno segnato dai terribili incendi estivi».

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Un momento del Convegno a Sassari per la Giornata del Ringraziamento

DIBATTITO Ebraismo e cristianesimo dal conflitto al dialogo

L’adversus judaeos, ossia l’avversione nei confronti degli ebrei, è stata fino a pochi decenni fa una categoria teologico-politica consolidata. Essa ha accompagnato l’intera storia della cultura occidentale, dagli autori neo-testamentari – o almeno da Giustino e Tertulliano – fino alla vigilia del Concilio Vaticano II. È il senso di quell’adversus in quanto tale, che copre un misto di tragedie storiche già lette in chiave di teologia e di filosofia della storia (si pensi all’impresa agostiniana del De civitate Dei o alla Historia di Eusebio da Cesarea), che qui si vuole reinterpretare, non in generale ma dal punto di vista di chi era “avversato”, ossia percepito e descritto come “avversario” seppur non necessariamente o almeno non sempre come vittima di chi lo avversava. Gli avversari, nella misura in cui sono identificati e riconosciuti come tali, mantengono strutturalmente una loro dignitas, magari negativa, ma pur sempre degna dell’onore delle armi e persino di rispetto. Gli ebrei sono sempre stati questi avversari del mondo cristiano e nella lotta certamente ad armi impari – chiamata per lo più con il generico nome di antigiudaismo (e solo a partire dal XIX secolo di antisemitismo) – essi hanno paradossalmente mantenuto uno status, per quanto negativo, che li rendeva “degni” di essere contraddetti e combattuti, per essere alla fine convertiti. E sempre molto paradossalmente, anche quando convertiti, era in quanto “ebrei” che risultavano degni di considerazione; obliata l’origine ebraica, la nobilitas spirituale originaria che dovevano al contempo “negare” evaporava ed essi perdevano ogni interesse teologico.

È questa lunga vicenda di avversione, oggi ampiamente documentata dagli storici, che costituisce il magnete della presente ricerca, non nella sua dimensione fattuale ma nel bisogno di comprensione – la comprehension inglese – che essa stimola ed esige e reclama, come un senso non ancora sufficientemente esplorato ed eviscerato, come una storia traumatica non anco- ra elaborata e come tale che ancora duole (e come potrebbe non dolere se essa è perdurata fino a pochissimo tempo fa, culminando in quel buco nero, in quell’apice del conflitto – divenuto quasi storia a sé stante in quanto antisemitismo a carattere biologistico – che chiamiamo Shoah?).

Con queste premesse, ideologiche più che metodologiche, mi accingo a raccogliere alcune riflessioni iniziate oltre travvedere – e non è poca ambizione – la vera posta in gioco e le ragioni profonde del contendere, posta e ragioni che sul campo di battaglia della storia sono state spesso occultate, rimosse e rinnegate ma che mantengono, forse, la loro raison d’être. Forse, ripeto. Perché un conflitto di tale portata non può ascriversi alla mera malvagità degli esseri umani o alla sfortuna delle sorti geo-politiche o a qualche genio maligno che cartesianamente si diverte ad aizzare gli umani gli uni contro gli altri armati. Questo conflitto, che sta alla base della storia religiosa dell’occidente e che ne ha condizionato i destini e le idee, e persino molte istituzioni, ha da essere indagato non come un accidente della cui origine si è persa memoria né come una disgrazia oggetto di rammarichi (e sensi di colpa) ma come un coacervo di significati diversi; certo, districando tali significati il conflitto non smette di esistere ma smette di essere mortifero e umiliante per una delle parte (o per entrambe) e diventa – torna a diventare? – un conflitto positivo, una dialettica benefica e arricchente; per dirla in ebraico, ridiverrà «una machloqet (una disputa) per amore del Cielo» a beneficio soprattutto degli antagonisti, dei contendenti, dei belligeranti.

Sono consapevole che una simile impresa potrebbe urtare più di una sensibilità, sia da parte ebraica sia da parte cristiana; ma il mio resta resta uno scopo ermeneutico, per così dire, un tentativo cioè di offrire al clima odierno – un clima dialogante e capace di ascolto delle ragioni altrui, sopraggiunto negli ultimi decenni del XX secolo, in un’epoca di conclamata fraternità e sororità – e di sviluppare nuovi approcci e nuove categorie di comprensione del conflitto tra cristianesimo ed ebraismo. L’obiettivo è trovare un’inedita grammatica per decifrare quest’antichissimo corpo a corpo religioso, foriero di enormi conseguenze per la storia umana, certamente il più carico di incomprensioni e di sofferenze per lo più inflitte da parte cristiana al mondo ebraico “dopo il 70”. Da questo preciso punto, dunque, occorre partire.

trent’anni fa sul conflitto tra cristianesimo ed ebraismo, nel tentativo di individuare chiavi ermeneutiche tali che, aiutando la comprensione dei fatti e dei testi “oggetto” peculiare di disputa tra ebrei e cristiani, non tanto leniscano le ferite sul campo (o ancor meno compensino le irredimibili sofferenze dei morti) quanto diano un senso al conflitto stesso e con ciò ne disinneschino la virulenza. Vorrei lasciar in-

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Dall’«adversus judaeos» di Giustino e Tertulliano al Concilio Vaticano II, due millenni di storia di uno scontro teologico spesso agguerrito, ma anche capace di riconoscere alla controparte rispetto e «dignitas». Comprenderli oggi può aiutare a volgerli in dialettica positiva: per dirla in ebraico, in una «machloqet» (una disputa) per amore del Cielo

Papa Francesco al Muro del Pianto nel 2014. Il Muro è ciò che resta del Tempio distrutto nel 70 d.C. / Epa/Osservatore Romano