Presepi, grande affluenza a Reggio Emilia

A Reggio Emilia la mostra “I presepi della carità in san Giuseppe” sta attirando molti visitatori, soprattutto nei fine settimana. I presepi – con pochissime eccezioni – sono opera di artisti del luogo; scultori, artigiani, falegnami di cui traspare l’abilità quanto l’amore per il tema trattato

Presepe, pane buono per tutti

Amato, contestato o anche a volte strumentalizzato il presepe ha un suo perché, anche oggi. È un simbolo largo, religioso solo nella misura in cui non perde la sua statura laica e feriale, la forza dei racconti da cui trae origine, la accoglienza delle sue immagini. Al suo centro una scena solo apparentemente scontata: una donna con un bambino e, talvolta un po’ in disparte, almeno nelle pitture, o altrimenti a fianco, un uomo. Immediatamente siamo pronti a tradurre, è una famiglia, anzi certamente è la Santa Famiglia. Intorno piccole vite spesso disprezzate, da quelle degli animali a quelle di pastori e pastorelle: sempre in prima fila gli uomini, ma fa poca differenza, tanto nei luoghi sacri non possono entrare né le une né gli altri, per la loro vicinanza alle bestie. Non fa una piega, si potrebbe dire: ma invece ha molte crepe, quelle che la costituiscono come luogo di benedizione, come spazio accogliente, come parola trasformativa.

A cominciare proprio dalla scena centrale: quell’uomo non è il padre. Non lo è nelle narrazioni evangeliche e lo sappiamo bene; non lo è nelle sospettose chiacchiere che vanno in giro e raccogliamo in scritti di vario genere, che mettono in dubbio la correttezza di quella nascita. I dubbi di Giuseppe ci vengono restituiti anche da Matteo: secondo la regola, avrebbe dovuto denunciare Maria, che sarebbe stata lapidata. Non denuncia e resta lì, infrangendo le regole dell’onore (maschile, certo) e dell’orgoglio del lignaggio, in una famiglia pure un po’ importante: non a caso in occasione di quest’anno (anche) a lui dedicato, si sono scritte bellissime riflessioni sulla maschilità (Autiero- Perroni (a cura)

Maschilità in questione,

Queriniana 2021). La tradizione più fedele ha poi anche parlato di un rapporto tra quei due molto diverso da quello comune fra gli sposi.

Piccole vite, anche le loro, in linea con quelle di chi va a trovarli: chissà, anche gli angeli sono forse le ombre dei pensieri dei pastori? Certo in linea anche con la storia di quel lignaggio, che è pure, sempre secondo Matteo, molto poco zuccherata: attraversata da storie di donne, un po’ audaci e un po’oltraggiate dalla vita e dalle circostanze – da Tamar a Rut, da Raab a Betsabea, fino appunto, a Maria e alla sua gravidanza fuori da quello che ci si sarebbe potuti aspettare.

La storia continua in questo modo ed è già contenuta nella scena centrale, in maniera pesante ed eloquente. Non a caso in Amoris Laetitia si ricorda così (spostandosi molto su Maria, ma è anche giusto) per tutte le famiglie, cioè per chiunque ha, ha avuto – o magari ha perduto – un amore, una casa, un luogo: «Davanti a ogni famiglia si presenta l’icona della famiglia di Nazaret, con la sua quotidianità fatta di fatiche e persino di incubi, come quando dovette patire l’incomprensibile violenza di Erode, esperienza che si ripete tragicamente ancor oggi in tante famiglie di profu-ghi rifiutati e inermi.

Come i magi, le famiglie sono invitate a contemplare il Bambino e la Madre, a prostrarsi e ad adorarlo (cfr. Mt 2,11). Come Maria, sono esortate a vivere con coraggio e serenità le loro sfide familiari, tristi ed entusiasmanti, e a custodire e meditare nel cuore le meraviglie di Dio (cfr. Lc 2,19.51). Nel tesoro del cuore di Maria ci sono anche tutti gli avvenimenti di ciascuna delle nostre famiglie, che ella conserva premurosamente. Perciò può aiutarci a interpretarli per riconoscere nella storia familiare il messaggio di Dio» ( Amoris laetitia, n. 30).

Come non mettere tutto questo a fianco dei muri e delle onde, non fittizie, ma segno tangibile della nostra comune dis/umanità? Piccoli bambini, donne in fuga, uomini straziati. Grido dell’umanità, grido della terra, grido della Croce. Come non mettere quel presepe, con gli affetti che lo attraversano, al centro dell’amore e della benedizione, di tutti e di ognuno, di ogni piccolo gesto di amore, che fa la differenza (GE 144-145) ben al di là dei piccoli recinti e dei giudizi risentiti?

Per tutto questo quelle persone, quelle vicende hanno raccolto e raccolgono sguardi e sospiri, preghiere e desideri, drammi e gioie di tanti, di tutti purché non lo escludano. Per tutti questo si deve riconoscere che ‘quei tre’, quella loro famiglia, è al cuore della santità, anche se per abitudine a santa preferiamo la parola ‘sacra’. Ma ci può stare, non è (solo) questione di trovare la parola migliore. Potrebbe anche non starci, invece – e ben al di là del termine – se la sacralità venisse pensata in opposizione a profanità, come confine che separa, invece che come profondità che benedice. Questo secondo modo sarebbe più vicino a quello di chi impedisce l’accesso dei pastori, lapida le donne, respinge gli innocenti, distrugge e uccide. Non sia così. E quando lo fosse stato, c’è sempre spazio per la conversione, per tornare per un’altra strada.

Quel simbolo tenero e forte infatti non è risentito, non è riservato, non è separante, non è neppure solo estetico e zuccheroso. È pane buono per tutti, per un mondo fatto casa che non esclude, secondo l’etimologia di uno dei suoi luoghi.

Bet-lehem, Casa del pane.

Docente teologia patristica Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale Dal 2013 al 2021 presidente Coordinamento nazionale delle teologhe italiane

IL MISTERO

Come non mettere la Sacra Famiglia, con gli affetti che lʼattraversano, al centro di ogni piccolo o grande gesto dʼamore?

Papa Francesco a Greccio: ecco il vero significato del presepe

Avvenire

Bergoglio è tornato nella «seconda Betlemme» dopo quattro anni per firmare il documento sul significato e sul valore di questa usanza inventata da san Francesco

Papa Francesco a Greccio il 4 gennaio 2016 (Osservatore Romano)

Papa Francesco a Greccio il 4 gennaio 2016 (Osservatore Romano)

Seduto davanti all’altare della grotta dove San Francesco realizzò il primo presepe della storia, il Papa si immerge in un profondo silenzio. L’affresco con la Madonna che allatta il Bambino Gesù sembra guardarlo con tenerezza. E anche lui solleva di tanto in tanto lo sguardo verso l’immagine, in un muto dialogo. Sì, è vero, non c’è bisogno di tante parole in questa “nuova Betlemme” incastonata nel cuore dell’Appennino laziale. Perché a parlare è lo stesso presepe e perché “la scena che è posta sotto i nostri occhi – sottolinea Francesco nella successiva breve meditazione – esprime la saggezza di cui abbiamo bisogno per cogliere l’essenziale”. Silenzio e preghiera, per trasmettere il messaggio fondamentale della nascita di Gesù sono del resto gli ingredienti di questo pomeriggio di inizio Avvento, in cui il Pontefice visita il santuario alle porte di Greccio e firma una lettera sul significato e il valore del presepe, una tradizione che bisogna continuare, scrive il Papa nel documento, in casa, come pure “nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze”. Ma nel corso della visita a prevalere è la preghiera, che si trasmette dopo la calorosa accoglienza dell’arrivo, anche a qualche migliaio di fedeli, accorsi da tutta la zona. Clima di raccogliemento che ricrea di fatto quella della Santa Notte.

Foto Ansa

Foto Ansa

“Dio ci ama a tal punto da condividere la nostra umanità e la nostra vita – ricorda il Pontefice -. Non ci lascia mai soli; ci accompagna con la sua presenza nascosta, ma non invisibile. In ogni circostanza, nella gioia come nel dolore, Egli è l’Emmanuele, Dio con noi”. E dunque anche noi dobbiamo dobbiamo portare gioia “dove c’è tristezza” e “speranza a chi l’ha perduta”. Perciò il Papa invita: “Immedesimiamoci in Maria, che depose il suo Figlio nella mangiatoia, perché non c’era posto in una casa. Con lei e con San Giuseppe, suo sposo, teniamo lo sguardo rivolto al Bambino Gesù. Il suo sorriso, sbocciato nella notte, disperda l’indifferenza e apra i cuori alla gioia di chi si sente amato dal Padre che è nei cieli”.

Foto Ansa

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Il Pontefice, per la sua seconda visita a Greccio, dopo quella del 4 gennaio 2016, giunge da Roma in elicottero a poche centinaia di metri dal santuario. Sono le 15,40 circa. Già ai piedi del velivolo Francesco si ferma a salutare i malati e alcune persone con disabilità, distribuendo sorrisi e carezze e ricevendo in cambio lettere e richieste di preghiera. Quindi in auto si reca nella grotta del Santuario, dove, viene accolto dal vescovo di Rieti, Domenico Pompili, dal guardiano dello stesso santuario, padre Francesco Rossi, presenti anche l’arcivescovo Rino Fisichella, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione della nuova evangelizzazione, e padre Leonardo Sapienza, reggente della Prefettura della Casa Pontificia. Non è agevole la discesa verso la grotta e Francesco di appoggia al braccio del giovane vescovo di Rieti, ma non perde il suo sorriso, anche quando all’interno del piccolo santuario di intrattiene con la comunità dei francescani.

Segue un prolungato momento di preghiera e raccoglimento, poi il Papa firma sull’altare la lettera apostolica Admirabile signum che Fisichella gli porge e che qui di seguito riportiamo integralmente. Infine, prima di salire nella chiesa del Santuario, per presiedere la celebrazione della Parola e pronunciare il suo breve discorso, scambia qualche battuta con i religiosi presenti nella cappellina. “Annunciate il Vangelo se fosse necessario anche con la parola – dice citando proprio san Francesco -. Non c’è bisogno di convincere, ci pensa lo Spirito. Il Signore si è fatto terra e si è innamorato della nostra terra. Ricordate: povertà, umiltà e i miracoli lasciateli a Dio”. A una suora che gli dice: “Il Signore benedica ogni suo passo”, risponde: “Ne ho proprio bisogno”. Poi si informa: “Come si comporta il vescovo?” (Pompili, ndr) ricevendo assicurazione che si comporta bene. Per ultimo a un frate che gli dice di essere stato a Gerusalemme e di aver toccato la pietra del Santo Sepolcro, chiede scherzando: “Ma ci credi che è risorto?”.

Foto Ansa

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L’abbraccio della gente continua all’esterno. Il Papa non sembra avere fretta, né risentire della temperatura piuttosto frizzante. Saluta un gruppo di giovani in abiti da figuranti del presepio, quindi si intrattiene con i bambini che gli cantano in coro una filastrocca. Stringe le mani, dialoga con i fedeli. All’interno del santuario è presente anche il vescovo emerito di Rieti, Delio Lucarelli, oltre ai sindaci della zona. Ed è qui che il Papa sottolinea la dimensione della semplicità che il presepe ispira e ricorda che davanti a questa rappresentazione “scopriamo quanto sia importante per la nostra vita, così spesso frenetica, trovare momenti di silenzio e di preghiera”. Quindi la lettera viene consegnata simbolicamente a un gruppo di fedeli e ne viene data lettura.

Qui di seguito il testo integrale della lettera, che passando in rassegna i diversi personaggi del presepe, ci conduce quasi per mano davanti alla Grotta di Betlemme e al cospetto di Gesù appena nato e della Sacra Famiglia. Ma soprattutto, scrive il Papa “il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede”. In sostanza “ognuno di noi”, ricorda Francesco, deve farsi “portatore della Bella Notizia presso quanti incontra, testimoniando la gioia di aver incontrato Gesù e il suo amore con concrete azioni di misericordia”.

Intorno alle 17,00 il Papa è uscito dal santuario per riprendere l’elicottero alla volta di Roma. Una visita di 80 minuti in tutto, ma estremente significativa. Del resto di fronte al presepe, come lui stesso a detto, non ‘è bisogno di tante parole.

LETTERA APOSTOLICA
Admirabile signum
DEL SANTO PADRE
FRANCESCO
SUL SIGNIFICATO E IL VALORE DEL PRESEPE

1. Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. Rappresentare l’evento della nascita di Gesù equivale ad annunciare il mistero dell’Incarnazione del Figlio di Dio con semplicità e gioia. Il presepe, infatti, è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. Mentre contempliamo la scena del Natale, siamo invitati a metterci spiritualmente in cammino, attratti dall’umiltà di Colui che si è fatto uomo per incontrare ogni uomo. E scopriamo che Egli ci ama a tal punto da unirsi a noi, perché anche noi possiamo unirci a Lui.

Con questa Lettera vorrei sostenere la bella tradizione delle nostre famiglie, che nei giorni precedenti il Natale preparano il presepe. Come pure la consuetudine di allestirlo nei luoghi di lavoro, nelle scuole, negli ospedali, nelle carceri, nelle piazze… È davvero un esercizio di fantasia creativa, che impiega i materiali più disparati per dare vita a piccoli capolavori di bellezza. Si impara da bambini: quando papà e mamma, insieme ai nonni, trasmettono questa gioiosa abitudine, che racchiude in sé una ricca spiritualità popolare. Mi auguro che questa pratica non venga mai meno; anzi, spero che, là dove fosse caduta in disuso, possa essere riscoperta e rivitalizzata.
2. L’origine del presepe trova riscontro anzitutto in alcuni dettagli evangelici della nascita di Gesù a Betlemme. L’Evangelista Luca dice semplicemente che Maria «diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (2,7). Gesù viene deposto in una mangiatoia, che in latino si dice praesepium, da cui presepe.
Entrando in questo mondo, il Figlio di Dio trova posto dove gli animali vanno a mangiare. Il fieno diventa il primo giaciglio per Colui che si rivelerà come «il pane disceso dal cielo» (Gv 6,41). Una simbologia che già Sant’Agostino, insieme ad altri Padri, aveva colto quando scriveva: «Adagiato in una mangiatoia, divenne nostro cibo» (Serm. 189,4). In realtà, il presepe contiene diversi misteri della vita di Gesù e li fa sentire vicini alla nostra vita quotidiana.
Ma veniamo subito all’origine del presepe come noi lo intendiamo. Ci rechiamo con la mente a Greccio, nella Valle Reatina, dove San Francesco si fermò venendo probabilmente da Roma, dove il 29 novembre 1223 aveva ricevuto dal Papa Onorio III la conferma della sua Regola. Dopo il suo viaggio in Terra Santa, quelle grotte gli ricordavano in modo particolare il paesaggio di Betlemme. Ed è possibile che il Poverello fosse rimasto colpito, a Roma, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, dai mosaici con la rappresentazione della nascita di Gesù, proprio accanto al luogo dove si conservavano, secondo un’antica tradizione, le tavole della mangiatoia.
Le Fonti Francescane raccontano nei particolari cosa avvenne a Greccio. Quindici giorni prima di Natale, Francesco chiamò un uomo del posto, di nome Giovanni, e lo pregò di aiutarlo nell’attuare un desiderio: «Vorrei rappresentare il Bambino nato a Betlemme, e in qualche modo vedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello».[1] Appena l’ebbe ascoltato, il fedele amico andò subito ad approntare sul luogo designato tutto il necessario, secondo il desiderio del Santo. Il 25 dicembre giunsero a Greccio molti frati da varie parti e arrivarono anche uomini e donne dai casolari della zona, portando fiori e fiaccole per illuminare quella santa notte. Arrivato Francesco, trovò la greppia con il fieno, il bue e l’asinello. La gente accorsa manifestò una gioia indicibile, mai assaporata prima, davanti alla scena del Natale. Poi il sacerdote, sulla mangiatoia, celebrò solennemente l’Eucaristia, mostrando il legame tra l’Incarnazione del Figlio di Dio e l’Eucaristia. In quella circostanza, a Greccio, non c’erano statuine: il presepe fu realizzato e vissuto da quanti erano presenti.[2]
È così che nasce la nostra tradizione: tutti attorno alla grotta e ricolmi di gioia, senza più alcuna distanza tra l’evento che si compie e quanti diventano partecipi del mistero.
Il primo biografo di San Francesco, Tommaso da Celano, ricorda che quella notte, alla scena semplice e toccante s’aggiunse anche il dono di una visione meravigliosa: uno dei presenti vide giacere nella mangiatoia Gesù Bambino stesso. Da quel presepe del Natale 1223, «ciascuno se ne tornò a casa sua pieno di ineffabile gioia».[3]
3. San Francesco, con la semplicità di quel segno, realizzò una grande opera di evangelizzazione. Il suo insegnamento è penetrato nel cuore dei cristiani e permane fino ai nostri giorni come una genuina forma per riproporre la bellezza della nostra fede con semplicità. D’altronde, il luogo stesso dove si realizzò il primo presepe esprime e suscita questi sentimenti. Greccio diventa un rifugio per l’anima che si nasconde sulla roccia per lasciarsi avvolgere nel silenzio.
Perché il presepe suscita tanto stupore e ci commuove? Anzitutto perché manifesta la tenerezza di Dio. Lui, il Creatore dell’universo, si abbassa alla nostra piccolezza. Il dono della vita, già misterioso ogni volta per noi, ci affascina ancora di più vedendo che Colui che è nato da Maria è la fonte e il sostegno di ogni vita. In Gesù, il Padre ci ha dato un fratello che viene a cercarci quando siamo disorientati e perdiamo la direzione; un amico fedele che ci sta sempre vicino; ci ha dato il suo Figlio che ci perdona e ci risolleva dal peccato.
Comporre il presepe nelle nostre case ci aiuta a rivivere la storia che si è vissuta a Betlemme. Naturalmente, i Vangeli rimangono sempre la fonte che permette di conoscere e meditare quell’Avvenimento; tuttavia, la sua rappresentazione nel presepe aiuta ad immaginare le scene, stimola gli affetti, invita a sentirsi coinvolti nella storia della salvezza, contemporanei dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali.
In modo particolare, fin dall’origine francescana il presepe è un invito a “sentire”, a “toccare” la povertà che il Figlio di Dio ha scelto per sé nella sua Incarnazione. E così, implicitamente, è un appello a seguirlo sulla via dell’umiltà, della povertà, della spogliazione, che dalla mangiatoia di Betlemme conduce alla Croce. È un appello a incontrarlo e servirlo con misericordia nei fratelli e nelle sorelle più bisognosi (cfr Mt 25,31-46).
4. Mi piace ora passare in rassegna i vari segni del presepe per cogliere il senso che portano in sé. In primo luogo, rappresentiamo il contesto del cielo stellato nel buio e nel silenzio della notte. Non è solo per fedeltà ai racconti evangelici che lo facciamo così, ma anche per il significato che possiede. Pensiamo a quante volte la notte circonda la nostra vita. Ebbene, anche in quei momenti, Dio non ci lascia soli, ma si fa presente per rispondere alle domande decisive che riguardano il senso della nostra esistenza: chi sono io? Da dove vengo? Perché sono nato in questo tempo? Perché amo? Perché soffro? Perché morirò? Per dare una risposta a questi interrogativi Dio si è fatto uomo. La sua vicinanza porta luce dove c’è il buio e rischiara quanti attraversano le tenebre della sofferenza (cfr Lc 1,79).
Una parola meritano anche i paesaggi che fanno parte del presepe e che spesso rappresentano le rovine di case e palazzi antichi, che in alcuni casi sostituiscono la grotta di Betlemme e diventano l’abitazione della Santa Famiglia. Queste rovine sembra che si ispirino alla Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze (secolo XIII), dove si legge di una credenza pagana secondo cui il tempio della Pace a Roma sarebbe crollato quando una Vergine avesse partorito. Quelle rovine sono soprattutto il segno visibile dell’umanità decaduta, di tutto ciò che va in rovina, che è corrotto e intristito. Questo scenario dice che Gesù è la novità in mezzo a un mondo vecchio, ed è venuto a guarire e ricostruire, a riportare la nostra vita e il mondo al loro splendore originario.
5. Quanta emozione dovrebbe accompagnarci mentre collochiamo nel presepe le montagne, i ruscelli, le pecore e i pastori! In questo modo ricordiamo, come avevano preannunciato i profeti, che tutto il creato partecipa alla festa della venuta del Messia. Gli angeli e la stella cometa sono il segno che noi pure siamo chiamati a metterci in cammino per raggiungere la grotta e adorare il Signore.
«Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere» (Lc 2,15): così dicono i pastori dopo l’annuncio fatto dagli angeli. È un insegnamento molto bello che ci proviene nella semplicità della descrizione. A differenza di tanta gente intenta a fare mille altre cose, i pastori diventano i primi testimoni dell’essenziale, cioè della salvezza che viene donata. Sono i più umili e i più poveri che sanno accogliere l’avvenimento dell’Incarnazione. A Dio che ci viene incontro nel Bambino Gesù, i pastori rispondono mettendosi in cammino verso di Lui, per un incontro di amore e di grato stupore. È proprio questo incontro tra Dio e i suoi figli, grazie a Gesù, a dar vita alla nostra religione, a costituire la sua singolare bellezza, che traspare in modo particolare nel presepe.
6. Nei nostri presepi siamo soliti mettere tante statuine simboliche. Anzitutto, quelle di mendicanti e di gente che non conosce altra abbondanza se non quella del cuore. Anche loro stanno vicine a Gesù Bambino a pieno titolo, senza che nessuno possa sfrattarle o allontanarle da una culla talmente improvvisata che i poveri attorno ad essa non stonano affatto. I poveri, anzi, sono i privilegiati di questo mistero e, spesso, coloro che maggiormente riescono a riconoscere la presenza di Dio in mezzo a noi.
I poveri e i semplici nel presepe ricordano che Dio si fa uomo per quelli che più sentono il bisogno del suo amore e chiedono la sua vicinanza. Gesù, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29), è nato povero, ha condotto una vita semplice per insegnarci a cogliere l’essenziale e vivere di esso. Dal presepe emerge chiaro il messaggio che non possiamo lasciarci illudere dalla ricchezza e da tante proposte effimere di felicità. Il palazzo di Erode è sullo sfondo, chiuso, sordo all’annuncio di gioia. Nascendo nel presepe, Dio stesso inizia l’unica vera rivoluzione che dà speranza e dignità ai diseredati, agli emarginati: la rivoluzione dell’amore, la rivoluzione della tenerezza. Dal presepe, Gesù proclama, con mite potenza, l’appello alla condivisione con gli ultimi quale strada verso un mondo più umano e fraterno, dove nessuno sia escluso ed emarginato.
Spesso i bambini – ma anche gli adulti! – amano aggiungere al presepe altre statuine che sembrano non avere alcuna relazione con i racconti evangelici. Eppure, questa immaginazione intende esprimere che in questo nuovo mondo inaugurato da Gesù c’è spazio per tutto ciò che è umano e per ogni creatura. Dal pastore al fabbro, dal fornaio ai musicisti, dalle donne che portano le brocche d’acqua ai bambini che giocano…: tutto ciò rappresenta la santità quotidiana, la gioia di fare in modo straordinario le cose di tutti i giorni, quando Gesù condivide con noi la sua vita divina.
7. Poco alla volta il presepe ci conduce alla grotta, dove troviamo le statuine di Maria e di Giuseppe. Maria è una mamma che contempla il suo bambino e lo mostra a quanti vengono a visitarlo. La sua statuetta fa pensare al grande mistero che ha coinvolto questa ragazza quando Dio ha bussato alla porta del suo cuore immacolato. All’annuncio dell’angelo che le chiedeva di diventare la madre di Dio, Maria rispose con obbedienza piena e totale. Le sue parole: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38), sono per tutti noi la testimonianza di come abbandonarsi nella fede alla volontà di Dio. Con quel “sì” Maria diventava madre del Figlio di Dio senza perdere, anzi consacrando grazie a Lui la sua verginità. Vediamo in lei la Madre di Dio che non tiene il suo Figlio solo per sé, ma a tutti chiede di obbedire alla sua parola e metterla in pratica (cfr Gv 2,5).
Accanto a Maria, in atteggiamento di proteggere il Bambino e la sua mamma, c’è San Giuseppe. In genere è raffigurato con il bastone in mano, e a volte anche mentre regge una lampada. San Giuseppe svolge un ruolo molto importante nella vita di Gesù e di Maria. Lui è il custode che non si stanca mai di proteggere la sua famiglia. Quando Dio lo avvertirà della minaccia di Erode, non esiterà a mettersi in viaggio ed emigrare in Egitto (cfr Mt 2,13-15). E una volta passato il pericolo, riporterà la famiglia a Nazareth, dove sarà il primo educatore di Gesù fanciullo e adolescente. Giuseppe portava nel cuore il grande mistero che avvolgeva Gesù e Maria sua sposa, e da uomo giusto si è sempre affidato alla volontà di Dio e l’ha messa in pratica.
8. Il cuore del presepe comincia a palpitare quando, a Natale, vi deponiamo la statuina di Gesù Bambino. Dio si presenta così, in un bambino, per farsi accogliere tra le nostre braccia. Nella debolezza e nella fragilità nasconde la sua potenza che tutto crea e trasforma. Sembra impossibile, eppure è così: in Gesù Dio è stato bambino e in questa condizione ha voluto rivelare la grandezza del suo amore, che si manifesta in un sorriso e nel tendere le sue mani verso chiunque.
La nascita di un bambino suscita gioia e stupore, perché pone dinanzi al grande mistero della vita. Vedendo brillare gli occhi dei giovani sposi davanti al loro figlio appena nato, comprendiamo i sentimenti di Maria e Giuseppe che guardando il bambino Gesù percepivano la presenza di Dio nella loro vita.
«La vita infatti si manifestò» (1 Gv 1,2): così l’apostolo Giovanni riassume il mistero dell’Incarnazione. Il presepe ci fa vedere, ci fa toccare questo evento unico e straordinario che ha cambiato il corso della storia, e a partire dal quale anche si ordina la numerazione degli anni, prima e dopo la nascita di Cristo.
Il modo di agire di Dio quasi tramortisce, perché sembra impossibile che Egli rinunci alla sua gloria per farsi uomo come noi. Che sorpresa vedere Dio che assume i nostri stessi comportamenti: dorme, prende il latte dalla mamma, piange e gioca come tutti i bambini! Come sempre, Dio sconcerta, è imprevedibile, continuamente fuori dai nostri schemi. Dunque il presepe, mentre ci mostra Dio così come è entrato nel mondo, ci provoca a pensare alla nostra vita inserita in quella di Dio; invita a diventare suoi discepoli se si vuole raggiungere il senso ultimo della vita.
9. Quando si avvicina la festa dell’Epifania, si collocano nel presepe le tre statuine dei Re Magi. Osservando la stella, quei saggi e ricchi signori dell’Oriente si erano messi in cammino verso Betlemme per conoscere Gesù, e offrirgli in dono oro, incenso e mirra. Anche questi regali hanno un significato allegorico: l’oro onora la regalità di Gesù; l’incenso la sua divinità; la mirra la sua santa umanità che conoscerà la morte e la sepoltura.
Guardando questa scena nel presepe siamo chiamati a riflettere sulla responsabilità che ogni cristiano ha di essere evangelizzatore. Ognuno di noi si fa portatore della Bella Notizia presso quanti incontra, testimoniando la gioia di aver incontrato Gesù e il suo amore con concrete azioni di misericordia.
I Magi insegnano che si può partire da molto lontano per raggiungere Cristo. Sono uomini ricchi, stranieri sapienti, assetati d’infinito, che partono per un lungo e pericoloso viaggio che li porta fino a Betlemme (cfr Mt 2,1-12). Davanti al Re Bambino li pervade una gioia grande. Non si lasciano scandalizzare dalla povertà dell’ambiente; non esitano a mettersi in ginocchio e ad adorarlo. Davanti a Lui comprendono che Dio, come regola con sovrana sapienza il corso degli astri, così guida il corso della storia, abbassando i potenti ed esaltando gli umili. E certamente, tornati nel loro Paese, avranno raccontato questo incontro sorprendente con il Messia, inaugurando il viaggio del Vangelo tra le genti.
10. Davanti al presepe, la mente va volentieri a quando si era bambini e con impazienza si aspettava il tempo per iniziare a costruirlo. Questi ricordi ci inducono a prendere sempre nuovamente coscienza del grande dono che ci è stato fatto trasmettendoci la fede; e al tempo stesso ci fanno sentire il dovere e la gioia di partecipare ai figli e ai nipoti la stessa esperienza. Non è importante come si allestisce il presepe, può essere sempre uguale o modificarsi ogni anno; ciò che conta, è che esso parli alla nostra vita. Dovunque e in qualsiasi forma, il presepe racconta l’amore di Dio, il Dio che si è fatto bambino per dirci quanto è vicino ad ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi.
Cari fratelli e sorelle, il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria. E a sentire che in questo sta la felicità. Alla scuola di San Francesco, apriamo il cuore a questa grazia semplice, lasciamo che dallo stupore nasca una preghiera umile: il nostro “grazie” a Dio che ha voluto condividere con noi tutto per non lasciarci mai soli.
Dato a Greccio, nel Santuario del Presepe, 1° dicembre 2019, settimo del pontificato.
FRANCESCO

Il Papa a Greccio. Quella notte con il presepe, la novità sconvolgente di san Francesco

Questa domenica Francesco sarà a Greccio dove firmerà una Lettera apostolica dedicata all’invenzione francescana del Natale 1223

San Francesco davanti al Bambino Gesù

San Francesco davanti al Bambino Gesù

da Avvenire

Quella che san Francesco fece a Greccio, quella notte di Natale del 1223, fu una novità sconvolgente. Lo dice senza mezzi termini lo storico Marco Bartoli, tra i maggiori francescanisti italiani. «Si pensa che fece una specie di sacra rappresentazione, un qualcosa di teatrale… Non è così: fece celebrare una Messa dentro una stalla». 

Cosa impensabile in quei tempi: un’Eucaristia tra il fieno, un asino e un bue. Eppure le fonti parlano chiaro, ribadisce il professor Bartoli, docente di Storia medievale alla Lumsa e di Storia del francescanesimo all’Antonianum: «Il primo biografo, Tommaso da Celano, riferisce come Francesco volle “fare memoria di quel Bambino che è nato a Betlemme, e in qualche modo intravedere con gli occhi del corpo i disagi in cui si è trovato per la mancanza delle cose necessarie a un neonato; come fu adagiato in una mangiatoia e come giaceva sul fieno tra il bue e l’asinello”» cioè rendere presente un evento vivo: un bambino che nasce in mezzo alle bestie. 

Nulla di eretico, perché il Poverello di Assisi non fa altro che sottolineare «come Dio ha accettato di farsi bambino, di spogliarsi, di farsi piccolo, in mezzo alla povertà, alla piccolezza umana».

È da sottolineare, per Bartoli, questa insistenza sul “bambino”: «Non usa il termine latino puer, ma proprio la parola “bambino”. Questo ci fa pensare che Francesco predicò in volgare, usando questa parola nuova che nel latino non c’era. Anche foneticamente, la parola “bambino” ci richiama il belato delle pecore. Un termine nato nel volgare medievale, come un balbettio degli stessi bimbi…». 

A Greccio, da cui oggi il primo Pontefice della storia che ha scelto di chiamarsi col nome del santo di Assisi lancia il richiamo spirituale al valore del presepio, c’è tutta l’autenticità dell’intuizione di frate Francesco: la nuda semplicità della Natività rievocata. Ne nascerà una tradizione che poi si vestirà di altro, come quella del presepio napoletano. Per Bartoli «anche questa ha la sua importanza, con lo sviluppo che si esprime nella tradizione napoletana tra Cinquecento e Seicento, perché pone la nascita di Gesù in mezzo alla vita di quell’epoca, e dunque il concetto è sempre che Cristo nasce nella vita comune». 

Ma lo spirito originario dell’intuizione francescana del presepio è proprio quello di «un bambino che nasce povero, in mezzo a tanti disagi». Un’attenzione che è anch’essa una novità, spiega il professore, «poiché nel Medioevo non esisteva questa centralità dei bambini cui oggi siamo abituati: i bambini erano poco considerati», eppure Francesco sceglie di dar vita a una tradizione grande, che si esprimerà poi nella «grande devozione dei francescani verso Gesù Bambino (si pensi al Bambino dell’Ara Cœli): ma quel Bambino di Betlemme riassume in sé i disagi e le sofferenze di tanti bambini di ogni tempo e di ogni luogo».

Un mettere in evidenza la logica dell’incarnazione, di un Dio che si fa vicino all’uomo, che emerge anche da un altro particolare che Bartoli tiene a ricordare: «Francesco, componendo dei salmi che attingevano a diversi versetti salmici della Bibbia, elaborò un proprio Ufficio di preghiere, che si aggiungevano a quelle canoniche, a partire dalla Settimana Santa, e quindi anche un Ufficio per il Natale. Ebbene, in esso ci tiene a dire come il Signore nacque “in via”, cioè sulla strada: dunque nella vita di ogni giorno, nelle sue sofferenze e quotidianità».

Al professore, impegnato anche nella Comunità di Sant’Egidio, non esitiamo allora a chiedere un commento su una certa tendenza a brandire il presepio come un simbolo identitario, quasi in senso “sovranista”: “È esattamente il contrario del senso evangelico del presepio che a Francesco stava a cuore: Cristo è in ogni bambino che soffre da profugo, da perseguitato, da rifiutato”. Magari su un barcone.

La giornata di domenica 1 dicembre 

Una visita breve quella del Papa a Greccio, ma dal significato profondo. Francesco decolla in elicottero oggi alle 15.15 in Vaticano per arrivare mezz’ora più tardi nel Santuario del Reatino dove sarà accolto dal vescovo di Rieti monsignor Domenico Pompili e dal frate guardiano del santuario padre Francesco Rossi. Il programma prevede un momento di preghiera, la firma della Lettera sul presepio e, alle 17, l’Eucaristia. Quindi il Papa farà rientro in Vaticano. 

Come si ricorderà è stato lo stesso Bergoglio ad annunciare la visita, mercoledì scorso al termine dell’udienza generale. «Domenica prossima – sono le parole del Pontefice – mi recherò a Greccio per pregare nel posto del primo presepio che ha fatto San Francesco d’Assisi e per inviare a tutto il popolo credente una lettera per capire il significato del presepio». Papa Francesco si è già recato a Greccio il 4 gennaio 2016 dove, prima di raggiungere il santuario, aveva incontrato i giovani partecipanti a un meeting diocesabio sulla Laudato si’.

Social Avvenire. È nato il gruppo Facebook «I vostri presepi»: manda la foto del tuo

Dell’importanza e del valore del presepe soprattutto per i cristiani da san Francesco e da Greccio in poi ne hanno scritto molti. Anche noi di Avvenire ogni anno ospitiamo nell’ingresso del giornale un grande presepe. È lì a ricordarci che il nostro non è solo un luogo di lavoro. E che questi non sono solo giorni di corse ai regali e di feste.

Per questo abbiamo voluto quest’anno usare i social network per coinvolgere anche i nostri lettori e chi ci segue attraverso la nostra pagina Facebook. È così nato il gruppo Facebook «I vostri presepi» dove accogliamo, rilanciano e condividiamo insieme le creazioni dei lettori. Per pubblicare il vostro presepe basta avere un account Facebook e cliccare questo link goo.gl/kzmrT3

da Avvenire

Arte e tradizione. Il divino e l’umano: nel presepe quell’inaudito incontro

«L’incontro di due protagonisti, il divino e l’umano: è questa la ‘storia’ che il presepe racconta. Un racconto di cui c’è bisogno oggi almeno come ce n’era quando nel 1223 Francesco d’Assisi, per la prima volta, riprodusse nella grotta di Greccio la scena della Natività. Oggi come allora l’uomo ha bisogno di Dio: oggi, forse ancor più che allora, c’è sete di un amore che vinca la ‘folla delle solitudini’ e stemperi l’accanirsi dei conflitti. ‘Fare il presepe’ è perciò oggi più che mai un messaggio di pace e di speranza, un gesto d’amore, che può parlare al cuore di tutti ». Così l’arcivescovo Bruno Forte, che non a caso all’arte del presepe ha dedicato bellissimi saggi. E al dialogo tra artisti e natività sono dedicate numerose mostre e iniziative anche grazie a Fondazione Crocevia con il progetto ‘Presepe Presente’.

A Milano, presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, per il terzo anno consecutivo una mostra di presepi d’artista è stata inaugurata ieri dal vescovo Claudio Giuliodori. Nel primo chiostro del Bramante sono esposte, fino al 27 gennaio, le opere di grandi maestri: l’Annunciazione di Arturo Martini, una splendida terracotta del 1927; un presepe degli artisti Anselmo Bucci e Francesco Nonni, maiolica del 1949; le straordinarie terrecotte dedicate alla storia della salvezza dell’artista campano Marcello Aversa. Di quest’ultimo il vescovo di Carpi Francesco Cavina ha inaugurato il 9 dicembre presso il Duomo la grande mostra «Marcello Aversa. Storie di cielo in terra», che resterà aperta fino al 29 gennaio. L’esposizione si tiene in contemporanea anche nel Museo diocesano di Salerno, dove sarà inaugurata dal vescovo Luigi Moretti il 16 dicembre. E poi il grande presepe di Francesco Artese a Firenze di cui parliamo altrove in questa pagina. L’arte si confronta con il grande mistero: la divinità assume l’umano facendosi volto, carne, ossa. L’umanità accoglie il divino per ritrovare l’unità perduta e la pienezza di gioia, di vita, di amore, di bellezza. Il mistero è l’Eterno che si piega alle coordinate spazio-temporali nella notte di Betlemme. Solo Matteo e Luca raccontano le vicende legate alla nascita di Gesù: 48 versetti il primo, 132 il secondo. Poche parole per descrivere il mistero più grande. Ecco allora il desiderio di mostrare, di far vedere, di raccontare. E questo è il presepe, come nota Davide Rondoni: «Il presepe non è un simbolo, che per alcuni può essere anche una semplice idea, un’astrazione. Il presepe è un racconto, la narrazione di un evento, di un fatto storico. Non è un’ideologia, ma contemplazione e memoria».

Tra i contemporanei Marcello Aversa al presepe dedica quasi tutta la sua arte. Scrive di lui Bruno Forte: «Aversa ‘plasma’ così i suoi presepi: col tocco dell’artista, trasforma la creta in racconto, rendendo visibile l’incontro che cambia il cuore e la vita. Il divino è rappresentato dalla scena che dà senso a tutte le altre: ‘il mistero’. Essa comprende le figure del Bambino, di Maria e di Giuseppe, affiancati dal bue e dall’asinello, e la mangiatoia (praesepium), che dà il nome all’insieme. Che si sia di fronte al luogo in cui l’Eterno sta entrando nel tempo è indicato dal roteare degli angeli, impegnati a cantare la gioia del cielo che viene ad abitare la terra. L’umano è presente nella varietà delle sue espressioni: dai pastori, i poveri aperti alle sorprese di Dio, ai magi, figura di tutte le ‘genti’ raggiunte dalla luce della stella, all’umanità indifferente e distratta, rappresentata dagli ospiti della locanda». «In realtà è tutta la terra ad accogliere il Redentore del mondo: le intuizioni della più antica teologia cristiana, per la quale il Cristo è il centro e il fine del cosmo, sono così presenti in questi presepi, diventando anche un invito alla spiritualità ecologica. È così che questi presepi possono assolvere efficacemente al compito per cui nacque il presepe: dire il Vangelo ‘in dialetto’, in un modo, cioè, che sfidi le nostre paure e le chiusure del cuore, e sia annuncio di una gioia e di una speranza possibili, dischiuse oggi, per tutti, da quell’umile nascita».

da Avvenire