Accountability: autorità e dovere di rendere conto nella Chiesa

di: Domenico Marrone – in Settimana News

Il termine “accountability” è entrato nel lessico ecclesiale per via dell’esigenza di spiegazioni richieste alle autorità nei casi di abusi sessuali da parte di chierici o religiosi.

La scelta di adoperare il termine inglese è dettata da una stretta necessità: non esiste, infatti, una traduzione adeguata (che riesca ad esprimere, cioè, il medesimo significato) della parola accountability.

La nozione di accountability ha un ambito di applicazione più ampio. Di per sé, esso fa riferimento alla sfera economica e politica, dove un’istituzione o un soggetto delegato sono tenuti a rendere conto delle proprie decisioni e ad essere responsabili in modo autonomo dei risultati[1].

Generalmente ciò significa che il soggetto è (auto-)obbligato a informare delle proprie azioni (trasparenza), che è chiamato a darne giustificazione (rendicontazione) ed eventualmente che è tenuto al risarcimento (sanzionabilità). L’obiezione che qualcuno potrebbe fare è quella di evitare tale termine perché troppo carico di significati non religiosi, e anzi propriamente aziendali.

Una Chiesa affidabile
Eppure vale la pena fare una considerazione di carattere biblico: un’attenta analisi, infatti, potrebbe non solo riprendere i brani dove la “rendicontazione” viene espressamente richiamata (cf. Lc 16,2, ma specialmente 1Pt 3,15), ma anche mostrare che la narrazione biblica è evidenza della trasparenza dell’azione di Dio nella storia umana e ne costituisce quasi una regola di giudizio.

Certamente, il discorso dovrebbe prima precisare il significato della parola accountability in riferimento all’esperienza ecclesiale: se, in generale, essa indica la responsabilità di una impresa nei confronti dei propri clienti e soprattutto dei diversi portatori di interessi, per la Chiesa essa indica una duplice responsabilità: la trasparenza alla grazia e ai suoi strumenti e la capacità di creare processi di reale cooperazione[2].

Quindi, una Chiesa affidabile è prima di tutto una Chiesa che opera in trasparenza in tutti gli aspetti della vita ecclesiale. Di fatto, la mancanza di trasparenza (chi ha deciso e che cosa, su quali caratteristiche vengono effettuate alcune scelte di azioni e di persone, cosa viene realmente deciso in tutti i livelli e le istanze decisionali) crea quell’elitarismo che oscura l’affidabilità della Chiesa.

In secondo luogo, una Chiesa affidabile è una Chiesa responsabile. Chi ha vissuto in una parrocchia, sa bene che attualmente il parroco può prendere molte decisioni senza dover comunicare molto, almeno nei paesi di antica evangelizzazione.

Un sistema datato
Gli attuali organi di partecipazione si rivelano molto labili e deboli, anche se sulla carta ad essi è affidato molto. Non parliamo della gestione delle opere e delle persone da parte delle comunità di vita religiosa, dove molto spesso le decisioni sono prese da un piccolo gruppo, se non da una sola persona, senza alcuna responsabilità, stravolgendo quel poco di democrazia che la profezia della vita religiosa porta con sé. Non è più questo il tempo dove è possibile affermare che l’autorità fonda la propria giustificazione, poiché i fatti hanno dimostrato l’esatto contrario.

Il sistema di rendicontazione interna tra laici e presbiteri, tra questi e i vescovi, fino al papa, è oramai datato, come un esperto di risorse umane potrebbe facilmente mostrare. Senza contare che l’affidabilità richiede una buona dose di corresponsabilità e di sussidiarietà: è ora che questo insegnamento tradizionale nella dottrina sociale della Chiesa diventi effettivo anche nella struttura ecclesiale.

Ciascun credente è in proprio responsabile della propria fede. Il clericalismo – già varie volte richiamato come malattia curiale – è purtroppo più diffuso di quanto si pensi: alla luce di questo è necessario un serio ripensamento della teologia del ministero.

Tutto questo non è però possibile – ancora una volta – se non vi è trasparenza delle responsabilità. Deve comunque essere chiaro che questo comporta una rivisitazione critica e profonda del significato dell’autorità nella Chiesa: se ancora il ministero episcopale è presentato e attuato come un’elezione totalmente avulsa dal popolo cui è a servizio, non vi è certo possibilità di una critica per così dire dal basso.

Diritti umani nella Chiesa
Vi è un punto che mi pare essere una specie di cartina di tornasole dell’accountability: si tratta dei diritti umani all’interno della struttura ecclesiale. È un dovere di coerenza: non si può predicare agli altri quello che non si vive. Tale impossibilità viene dal vangelo[3].

Un serio confronto con questo aspetto potrebbe aiutare a mostrare come la Chiesa cattolica e le sue istituzioni crede in quello che dice. E potrebbe aiutare a comprendere come essa intende porsi davvero a servizio della crescita umana: gli appelli alla giustizia, alla democrazia e al rispetto della persona dovrebbero poter essere vissuti in ugual modo fuori e dentro la Chiesa: il fatto che non sia una democrazia non significa che non possa valorizzare alcuni principi democratici essenziali e universalmente applicabili.

La Chiesa non è una democrazia, ma è una comunione di credenti. Il suo modello fondamentale è niente meno che la relazione di Gesù con i suoi apostoli. E questi non erano prìncipi, ma discepoli che non erano assoggettati ciecamente ad un monarca assoluto.

Il contenuto dell’accountability è legato da vicino alla nozione di responsabilità. Di fatti, la parola è adoperata in ogni ambito della vita sociale in cui vi è un qualche genere di rappresentanza di persone o di interessi ai quali si chiede di operare con trasparenza e con responsabilità.

Il termine è entrato anche nel lessico adoperato per spiegare diversi rapporti all’interno della Chiesa[4]. Anche se non vi è rappresentanza vera e propria da parte di pastori nei confronti dell’insieme dei fedeli, è indubbio che tutti i fedeli hanno interesse (se non “diritto”) a conoscere i modi di gestione della vita pastorale. E tale necessità di conoscenza richiede la consapevolezza nei pastori di dovere essere capaci di spiegare ogni scelta che riguardi la comunità loro affidata.

In assenza di un coinvolgimento dei fedeli privi di carisma episcopale nei processi decisionali della Chiesa, la trasparenza sarà di fondamentale importanza per il ripristino della credibilità e della legittimità della leadership episcopale.

Verso prassi orizzontali
Non si vuole affermare che nella Chiesa manchino del tutto le istanze di accountability. L’istituto della relazione quinquennale e le regolari visite ad limina dei vescovi diocesani presso la Sede Apostolica hanno lo scopo di ricordare ai vescovi l’obbligo di rendere conto della loro gestione delle porzioni del popolo di Dio che sono affidate al loro governo (cann. 399-400).

Tuttavia, poiché nel diritto canonico tutte le linee di accountability sono rivolte verso l’alto, solo i superiori gerarchici sono competenti a giudicare se i loro subordinati abbiano adeguatamente adempiuto agli obblighi del loro ufficio o se invece abbiano abusato dei loro poteri.

Solo raramente le direttrici che veicolano la determinazione di accountability si estendono orizzontalmente: da un parroco all’ordine dei presbiteri della diocesi, da un vescovo diocesano agli altri vescovi della sua provincia o Conferenza episcopale.

Il «popolo di Dio» non viene quasi mai menzionato in relazione alle strutture canoniche di accountability, tranne in alcune occasioni in cui è richiesto il consenso del Consiglio diocesano per gli affari economici (un organo che può contenere laici) per l’esecuzione di determinati atti di amministrazione dei beni della diocesi da parte di un vescovo diocesano.

I fedeli possono esprimere il loro scontento per lo scarso rendimento, gli illeciti e la cattiva condotta dei loro parroci e persino dei vescovi ai loro superiori gerarchici, ma questi ultimi sono liberi di dare a queste rimostranze tanto o poco peso quanto la loro discrezione impone, mentre decidono se mantenere, rimuovere o disciplinare i loro subordinati. In altre parole, la Chiesa ha mostrato tutti i tratti disfunzionali caratteristici di quello che gli esperti di scienze sociali definiscono un «indolente monopolio»[5].

Talvolta si ha l’impressione che, come molte altre organizzazioni gerarchicamente ordinate, la Chiesa segua le norme di un «duplice diritto», in cui alcuni membri, per servirsi dell’espressione di Orwell, «godono di maggiore uguaglianza rispetto ad altri». Anche se tutti i fedeli, laici e chierici, sono vincolati dai precetti della legge divina ed ecclesiastica, più si avanza sulla scala gerarchica della Chiesa, più si indossano i requisiti della legge della Chiesa come se si trattasse di un abito di qualche taglia più grande[6].

«Poche cose, credo, generano disordine e alimentano la paura umana dell’ignoto tanto quanto le decisioni [di governo] prese in segreto, isolate dalle critiche, non supportate da constatazioni di fatto, non spiegate con opinioni ragionate e libere da qualsiasi prerequisito di essere motivate da precedenti»[7].

Ritengo che ogni uomo o donna – e anche ogni organizzazione – dovrebbe avere tre persone di riferimento nella sua vita per mantenere la concentrazione, rimanere orientato ai risultati, raggiungere la trasparenza morale e astenersi dal deragliare quando è investito di una particolare responsabilità: un Paolo, un Barnaba e un Timoteo.

Figure bibliche
Paolo quale espressione di un uomo più anziano che è disposto a guidarti, a costruire nella tua vita, a coinvolgerti in relazioni strette e aperte: un allenatore non un capo, un costruttore non solo un critico. Questo Paolo potrebbe non essere necessariamente qualcuno più intelligente o più dotato di te, ma qualcuno che nella vita ha percorso un lungo tratto di strada e che è disposto a condividere i suoi punti di forza e di debolezza.

Barnaba è un’anima gemella, un compagno, uno che non è affatto intimidito da te, qualcuno che ti ama ma non è travolto da te. Perché ti rispetta, non ti denigra ed è capace di essere onesto con te. È uno davanti al quale puoi essere responsabile: nudo ma senza provare vergona.

Il terzo individuo è un Timoteo. Questo è un uomo più giovane nella cui vita stai costruendo. Tu sei per lui il mentore per eccellenza: affermando, incoraggiando, insegnando, correggendo, dirigendo, pregando e condividendo. Hai il coraggio di costruire nella vita di questo Timoteo ciò che avresti voluto vedere in te stesso alcuni anni lungo la strada. In Timoteo stai modellando una stella, la stella che sognavi quando eri molto più giovane.

Questo equilibrio tripartito – ascendente, orizzontale e discendente – è una sfida per chiunque abbia compiti di responsabilità nelle organizzazioni e nelle relazioni umane.

Leadership
La responsabilità non è solo una questione di controlli e contrappesi; è prima di tutto una questione di rapporti umani. Un saggio scrittore dice che i leader non dovrebbero mai servire senza una struttura di supporto, senza altri che aiutino a mantenere la loro concentrazione, la loro purezza e le caratteristiche che li rendono idonei a guidare, sia nella Chiesa, nella nazione o nella società.

Dove c’è un’assenza di responsabilità, c’è spesso una cultura dell’impunità – un disprezzo per le norme, i valori, la decenza e il decoro.

La leadership non riguarda tanto la tecnica e i metodi quanto l’apertura del cuore. La leadership riguarda l’ispirazione – di se stessi e degli altri. Alcuni individui e organizzazioni evitano la responsabilità perché la vedono solo in termini di controlli e contrappesi: un mezzo di disciplina e controllo.

La leadership riguarda le esperienze umane, non i processi. E la leadership non è una formula o un programma; è un’attività umana che viene dal cuore e considera il cuore degli altri. È un atteggiamento, non una routine. Alla fine, la leadership trasformativa è quella che risponde a Dio attraverso lo sviluppo di virtù e pratiche, e raggruppa le persone per far avanzare la missione e la visione dell’organizzazione.

Le istituzioni vibranti sono quelle guidate da persone piene di speranza e creative, che agiscono come portatrici di tradizione, sono di per sé incubatrici di leadership e sono praticamente laboratori di apprendimento. Tali leader sono leader responsabili e reattivi.

Alcuni individui e organizzazioni evitano la responsabilità perché la vedono solo in termini di controlli e contrappesi: un mezzo di disciplina e controllo. Sebbene questa sia una componente vitale, la responsabilità ha molte più facce. In primo luogo, la responsabilità consiste nel rispondere alle parti interessate, prendendo in considerazione le loro esigenze e opinioni nel processo decisionale e fornendo una spiegazione del motivo per cui sono state o non sono state prese in considerazione.

Pertanto, è meno un meccanismo di controllo e più un processo di apprendimento. Essere responsabili significa essere aperti con le parti interessate, coinvolgerle in un dialogo continuo e imparare dall’interazione. Può quindi generare la titolarità di decisioni e progetti e migliorare la sostenibilità delle attività e delle idee. Infine, definisce un percorso verso prestazioni migliori.

La responsabilità non è un adempimento legalistico gravoso, con troppa burocrazia e una cultura punitiva che soffoca l’assunzione di rischi e la creatività. Non utilizza tali tattiche coercitive come l’invasione della privacy o il portare gli altri sotto il peso dei tabù di qualcuno, del legalismo o di tattiche manipolative e di dominio.

Fondamenti di un’istituzione trasparente
Il Global Accountability Project (GAP, 2005) identifica quattro dimensioni fondamentali delle organizzazioni responsabili:

Trasparenza: si riferisce all’apertura di un’organizzazione sulle proprie attività, fornendo informazioni su ciò che sta facendo, dove e come ciò avviene e come sta andando. Garantisce che i portatori di interessi ricevano le informazioni di cui hanno bisogno per partecipare alle decisioni che li riguardano.
Partecipazione: l’enfasi qui è su un approccio partecipativo al processo decisionale, con meccanismi a livello operativo, tattico e strategico, che consentono ai diversi portatori di interessi di contribuire alle decisioni che li riguardano. Pertanto, un certo grado di potere deve essere ceduto agli interessati affinché l’organizzazione sia considerata veramente responsabile.
Valutazione: questo requisito garantisce che l’organizzazione sia responsabile delle proprie prestazioni, del raggiungimento dei propri obiettivi e del rispetto degli standard concordati. Questo è un processo di apprendimento che informa le attività in corso e sul processo decisionale futuro, fornendo informazioni che consentono all’entità di migliorare le prestazioni, e quindi essere più responsabile della propria missione, visione e obiettivi.
Diritto di dissenso: ciò consente a tutti i portatori di interesse di cercare e ricevere risposta dall’organizzazione, interrogando una decisione, un’azione o una politica e ricevendo una risposta adeguata al proprio dissenso.
Una responsabilità significativa può derivare solo da tutti e quattro i criteri fondamentali, che funzionano in modo efficace. I leader devono rendere conto a Dio, ai fedeli, a se stessi, alla società in generale e alla visione e alla missione della Chiesa.

Qual è la differenza essenziale tra falsa e vera leadership cristiana? Quando un uomo, in virtù di una posizione ufficiale nella Chiesa, esige l’obbedienza di un altro, indipendentemente dalla ragione e dalla coscienza di quest’ultimo, questo è lo spirito di tirannia.

Quando, invece, dall’esercizio del tatto e della simpatia, con la preghiera, la forza spirituale e la sana saggezza, un lavoratore cristiano può influenzare e illuminare un altro, così che quest’ultimo, per mezzo della propria ragione e coscienza, è portato a modificare un corso e ad adottarne un altro, questa è la vera leadership spirituale[8].

[1] Cf. A. Ascani, Accountability, la virtù della politica democratica, Roma, Città Nuova, 2004.

[2] Per una discussione più approfondita, cfr. Benjamin Chuka Osisioma, Accountability in the church, Presented at Conference of Chancellors, Registrars, and Legal Officers, Church of Nigeria (Anglican Communion), At Basilica of Grace, Diocese of Abuja, Gudu District, Apo, Abuja, 6 agosto 2013; consultabile online: https://www.academia.edu/4221114/Accountability_in_the_Church.

[3] Cf. O. Gracias, Accountability (il dover rendere conto) in una Chiesa Collegiale e Sinodale, 22 febbraio 2019, in https://www.vatican.va/resources/resources_card-gracias-protezioneminori_20190222_it.html

[4] Sull’adeguatezza dell’accountability alla natura della Chesa, cfr. R. J. Kaslyn, Accountability of Diocesan Bishop. A significant aspect of ecclesial communion, in “The Jurist”, 67 (2007), pp. 109-152.

[5] Sulla nozione di «monopolio del pigro» e le sue dinamiche, vedi A. HIRSCHMAN, Exit, Voice and Loyalty: Responses to Decline in Firms, Organizations and States, Cambridge 1970. Per la sua applicazione alla Chiesa, vedi M.J. BANE, «Voice and Lo-yalty in the Church: The People of God, Politics and Management», in S. POPE, ed., Common Calling: The Laity and Governance of the Catholic Church, Washington 2004, 181-194.

[6] P. NONET – P. SELZNICK, Law and Society in Transition, New Brunswick (NJ) 2005, 35.

[7] R. KENNEDY, «Address on Due Process to National Conference of Catholic Bishops», Proceedings of the Canon Law Society of America 31 (1969) 15 (traduzione nostra).

[8] Per una discussione più approfondita, cfr. Benjamin Chuka Osisioma, Accountability in the church, Presented at Conference of Chancellors, Registrars, and Legal Officers, Church of Nigeria (Anglican Communion), At Basilica of Grace, Diocese of Abuja, Gudu District, Apo, Abuja, 6 agosto 2013; consultabile online: https://www.academia.edu/4221114/Accountability_in_the_Church.

“Chiesa che si lascia animare dalla passione per l’annuncio del Vangelo”

Santi Pietro e Paolo. Papa Francesco: “Essere una Chiesa libera e umile, che “si alza in fretta”, che non temporeggia, non accumula ritardi sulle sfide dell’oggi, non si attarda nei recinti sacri, ma si lascia animare dalla passione per l’annuncio del Vangelo e dal desiderio di raggiungere tutti e accogliere tutti”
Testo dell’allocuzione del Papa – Il segno (…) indica parole pronunciate a braccio.
(Sala stampa della Santa Sede) Nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, alle ore 9.30, nella Basilica Vaticana, il Santo Padre Francesco benedice i Palli, presi dalla Confessione dell’Apostolo Pietro e destinati agli Arcivescovi Metropoliti nominati nel corso dell’anno. Il Pallio verrà poi imposto a ciascun Arcivescovo Metropolita dal Rappresentante Pontificio nella rispettiva Sede Metropolitana. Dopo il rito di benedizione dei Palli, il Papa presiede la Celebrazione Eucaristica con i Cardinali, con gli Arcivescovi Metropoliti e con i Vescovi Sacerdoti.
Come di consueto in occasione della Festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Patroni della Città di Roma, è presente alla Santa Messa una Delegazione del Patriarcato Ecumenico guidata dall’Arcivescovo di Telmissos Job, Rappresentante del Patriarcato Ecumenico presso il Consiglio Ecumenico delle Chiese e co-presidente della Commissione mista internazionale per il Dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, accompagnato dal Vescovo di Alicarnassos Adrianos e dal Diacono Patriarcale Barnabas Grigoriadis.
Nel corso della Celebrazione Eucaristica, dopo la lettura del Vangelo, il Santo Padre pronuncia l’omelia che riportiamo di seguito:
Omelia del Santo Padre
La testimonianza dei due grandi Apostoli Pietro e Paolo rivive oggi nella Liturgia della Chiesa. Al primo, fatto incarcerare dal re Erode, l’angelo del Signore dice: «Alzati, in fretta» (At 12,7); il secondo, riassumendo tutta la sua vita e il suo apostolato dice: «Ho combattuto la buona battaglia» (2 Tm 4,7). Guardiamo a questi due aspetti – alzarsi in fretta e combattere la buona battaglia – e chiediamoci che cosa hanno da suggerire alla Comunità cristiana di oggi, mentre è in corso il processo sinodale.
Anzitutto, gli Atti degli Apostoli ci hanno raccontato della notte in cui Pietro viene liberato dalle catene della prigione; un angelo del Signore gli toccò il fianco mentre dormiva, «lo destò e disse: Alzati, in fretta» (12,7). Lo sveglia e gli chiede di alzarsi. Questa scena evoca la Pasqua, perché qui troviamo due verbi usati nei racconti della risurrezione: svegliare e alzarsi. Significa che l’angelo risvegliò Pietro dal sonno della morte e lo spinse ad alzarsi, cioè a risorgere, a uscire fuori verso la luce, a lasciarsi condurre dal Signore per superare la soglia di tutte le porte chiuse (cfr v. 10). È un’immagine significativa per la Chiesa. Anche noi, come discepoli del Signore e come Comunità cristiana siamo chiamati ad alzarci in fretta per entrare nel dinamismo della risurrezione e per lasciarci condurre dal Signore sulle strade che Egli vuole indicarci.
Sperimentiamo ancora tante resistenze interiori che non ci permettono di metterci in movimento. A volte, come Chiesa, siamo sopraffatti dalla pigrizia e preferiamo restare seduti a contemplare le poche cose sicure che possediamo, invece di alzarci per gettare lo sguardo verso orizzonti nuovi, verso il mare aperto. Siamo spesso incatenati come Pietro nella prigione dell’abitudine, spaventati dai cambiamenti e legati alla catena delle nostre consuetudini. Ma così si scivola nella mediocrità spirituale, si corre il rischio di “tirare a campare” anche nella vita pastorale, si affievolisce l’entusiasmo della missione e, invece di essere segno di vitalità e di creatività, si finisce per dare un’impressione di tiepidezza e di inerzia. Allora, la grande corrente di novità e di vita che è il Vangelo – scriveva padre de Lubac – nelle nostre mani diventa una fede che «cade nel formalismo e nell’abitudine, […] religione di cerimonie e di devozioni, di ornamenti e di consolazioni volgari […]. Cristianesimo clericale, cristianesimo formalista, cristianesimo spento e indurito» (Il dramma dell’umanesimo ateo. L’uomo davanti a Dio, Milano 2017, 103-104).
Il Sinodo che stiamo celebrando ci chiama a diventare una Chiesa che si alza in piedi, non ripiegata su sé stessa, capace di spingere lo sguardo oltre, di uscire dalle proprie prigioni per andare incontro al mondo. (…) Una Chiesa senza catene e senza muri, in cui ciascuno possa sentirsi accolto e accompagnato, in cui si coltivino l’arte dell’ascolto, del dialogo, della partecipazione, sotto l’unica autorità dello Spirito Santo. Una Chiesa libera e umile, che “si alza in fretta”, che non temporeggia,
non accumula ritardi sulle sfide dell’oggi, non si attarda nei recinti sacri, ma si lascia animare dalla passione per l’annuncio del Vangelo e dal desiderio di raggiungere tutti e accogliere tutti. (…) La seconda Lettura, poi, ci ha riportato le parole di Paolo che, ripercorrendo tutta la sua vita, afferma: «Ho combattuto la buona battaglia» (2 Tm 4,7). L’Apostolo si riferisce alle innumerevoli situazioni, talvolta segnate dalla persecuzione e dalla sofferenza, in cui non si è risparmiato nell’annunciare il Vangelo di Gesù. Ora, alla fine della vita, egli vede che nella storia è ancora in corso una grande “battaglia”, perché molti non sono disposti ad accogliere Gesù, preferendo andare dietro ai propri interessi e ad altri maestri. Paolo ha affrontato il suo combattimento e, ora che ha terminato la corsa, chiede a Timoteo e ai fratelli della comunità di continuare questa opera con la vigilanza, l’annuncio, gli insegnamenti: ciascuno, insomma, compia la missione affidatagli e faccia la sua parte.
È una Parola di vita anche per noi, che risveglia la consapevolezza di come, nella Chiesa, ciascuno sia chiamato ad essere discepolo missionario e a offrire il proprio contributo. E qui mi vengono in mente due domande. La prima è: cosa posso fare io per la Chiesa? Non lamentarsi della Chiesa, ma impegnarsi per la Chiesa. Partecipare con passione e umiltà: con passione, perché non dobbiamo restare spettatori passivi; con umiltà, perché impegnarsi nella comunità non deve mai significare occupare il centro della scena, sentirsi migliori e impedire ad altri di avvicinarsi.
Chiesa sinodale significa: tutti partecipano, nessuno al posto degli altri o al di sopra degli altri. (…)
Ma partecipare significa anche portare avanti la “buona battaglia” di cui parla Paolo. Si tratta in effetti di una “battaglia”, perché l’annuncio del Vangelo non è neutrale, (…) non lascia le cose come stanno, non accetta il compromesso con le logiche del mondo ma, al contrario, accende il fuoco del Regno di Dio laddove invece regnano i meccanismi umani del potere, del male, della violenza, della corruzione, dell’ingiustizia, dell’emarginazione. Da quando Gesù Cristo è risorto, facendo da spartiacque della storia, «è iniziata una grande battaglia tra la vita e la morte, tra speranza e disperazione, tra rassegnazione al peggio e lotta per il meglio, una battaglia che non avrà tregua fino alla sconfitta definitiva di tutte le potenze dell’odio e della distruzione» (C. M. Martini, Omelia Pasqua di Risurrezione, 4 aprile 1999).
E allora la seconda domanda è: cosa possiamo fare insieme, come Chiesa, per rendere il mondo in cui viviamo più umano, più giusto, più solidale, più aperto a Dio e alla fraternità tra gli uomini? Non dobbiamo certamente chiuderci nei nostri circoli ecclesiali e inchiodarci a certe nostre discussioni sterili, (…) ma aiutarci ad essere lievito nella pasta del mondo. Insieme possiamo e dobbiamo porre gesti di cura per la vita umana, per la tutela del creato, per la dignità del lavoro, per i problemi delle famiglie, per la condizione degli anziani e di quanti sono abbandonati, rifiutati e disprezzati. Insomma, essere una Chiesa che promuove la cultura della cura, della carezza, la compassione verso i deboli e la lotta contro ogni forma di degrado, anche quello delle nostre città e dei luoghi che frequentiamo, perché risplenda nella vita di ciascuno la gioia del Vangelo: questa è la nostra “buona battaglia”. (…)
Fratelli e sorelle, oggi, secondo una bella tradizione, ho benedetto i Palli per gli Arcivescovi Metropoliti di recente nomina, molti dei quali partecipano a questa nostra celebrazione. In comunione con Pietro, essi sono chiamati ad “alzarsi in fretta” per essere sentinelle vigilanti del gregge e a “combattere la buona battaglia”, mai da soli, ma con tutto il santo Popolo fedele di Dio. (…)
E di cuore saluto la Delegazione del Patriarcato Ecumenico, inviata dal caro fratello Bartolomeo. Grazie per la vostra presenza qui! Camminiamo insieme, perché solo insieme possiamo essere seme di Vangelo e testimoni di fraternità.
Pietro e Paolo intercedano per noi, per la città di Roma, per la Chiesa e per il mondo intero.
Amen.

Abusi – linee guida: il percorso compiuto e da fare

Articolo tratto da Settimana News

La lettura sinottica delle linee guida sugli abusi della Conferenza episcopale italiana, del 2012, 2014 e quelle approvate nel 2019 (L. Prezzi, Assemblea CEI: nuove linee sugli abusi) è indicativa sul cammino compiuto da parte dell’episcopato italiano e delle attese, più o meno percorribili, che rimangono. A partire dal titolo che, nelle prime due edizioni, suona «Linee guida per i casi di abuso sessuale nei confronti di minori da parte di chierici», mentre nella terza, pubblicata il 24 giugno di quest’anno, si dice «Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili» (CEI-CISM, Linee guida per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili).

Cambia il tono

In generale è diverso lo sviluppo del testo (molto contenuto nei primi due casi, assai più ampio nel terzo), diversa la proporzione fra l’attenzione ai profili canonistici e penalistici e le intenzionalità pastorali (queste ultime molto più esplicite nel terzo), diverso il tono complessivo: da un approccio sostanzialmente impaurito e difensivo si passa a un diverso stile di accoglienza e di impegno.

Di particolare rilevanza i principi guida (ed. 2019) che sottolineano «l’assoluta determinazione» della Chiesa italiana per contrastare il fenomeno, il coinvolgimento di tutte le comunità credenti («Tutta la comunità è coinvolta nel rispondere alla piaga degli abusi non perché tutta la comunità sia colpevole, ma perché di tutta la comunità è il prendersi cura dei più piccoli»), «il giusto e dovuto ascolto alle persone che hanno subito un abuso», come anche il «dovere morale di una profonda conversione personale» degli abusatori.

Viene invocata una grande prudenza nei criteri di ammissione ai seminari e una altrettanta grande attenzione alla formazione permanente del clero. I preti devono avere una solida identità e il senso autentico dell’autorità di servizio. In ogni caso, «nessun silenzio o occultamento può essere accettato in tema di abusi». C’è una cultura della prevenzione da sviluppare e una fattiva collaborazione con l’autorità civile da sperimentare «nel rispetto della reciproca autonomia e della normativa canonica, civile e concordataria».

Le comunità cristiane hanno diritto di essere informate relativamente agli indirizzi ecclesiali, alle prassi e ai protocolli adottati. Nei casi concreti la giusta informazione va ponderata con la segretezza di alcune fasi del procedimento e con la tutela della buona fama e la riservatezza di tutti i soggetti coinvolti.

Eventi mondiali

Fra il 2012 e i 2019 sono esplosi a livello mondiale ripetuti scandali di vaste proporzioni. Ricordo il caso del fondatore del Sodalizio di vita cristiana, Luis Fernando Figari (Perù), quello di don Fernando Karadima (Cile), del card. Theodore McCarrick (USA) e del card. George Pell (Australia; il caso non è ancora giunto a conclusione), il rapporto finale della Royal Commission in Australia, di diversi rapporti in Irlanda, il documento del Gran Giurì della Pennsylvania (USA). Oltre ai documenti di denuncia degli stessi episcopati come quello tedesco, polacco e canadese.

Sono anche gli anni in cui si moltiplicano negli episcopati l’elaborazione di linee guida e di prassi di accompagnamento delle vittime a seguito della lettera della Congregazione della dottrina della fede del 2011. Benedetto XVI e poi Francesco hanno perseguito con determinazione sia le denunce sia gli incontri con le vittime.

Di particolare rilievo l’istituzione della Commissione pontificia per la tutela dei minori, i testi normativi per i vescovi accusati e per i ricorsi e le due lettere al popolo di Dio (quella ai cattolici cileni e quella all’intero popolo di Dio dell’agosto 2018). Nel febbraio 2019 si è celebrato a Roma l’incontro dei rappresentanti di tutti gli episcopati sul problema (L. Prezzi, Abusi: l’incontro e le decisioni). Uno dei frutti maggiori è il motu proprio Vos estis lux mundi che ricapitola prassi e procedure nei casi di abuso sessuale, a cui si aggiungono gli abusi di coscienza e di potere.

Elementi di novità

La Conferenza episcopale italiana si è mossa in tale contesto. Pur non essendosi ancora verificata nel nostro paese una sequela di eventi e di scandali di proporzioni eclatanti, l’attenzione è di molto cresciuta. È stato costituito un Servizio nazionale per la tutela dei minori con la volontà di istituire corrispettivi organismi a livello regionale/interdiocesano e a livello diocesano (con almeno un referente).

Nella scrittura delle linee guida del 2019 si avverte la mano di gente esperta e professionalmente coinvolta. Da qui, oltre che dalle recenti disposizioni vaticane, alcune novità. Alle vittime va dato ascolto, accoglienza e accompagnamento, con un sostegno terapeutico, psicologico e spirituale. Nella lotta agli abusi è coinvolto «chiunque opera nelle comunità ecclesiali» alla cui formazione provvederanno i diversi servizi nazionali, regionali e diocesani.

Per quanto riguarda i seminaristi e il clero: ai primi è chiesta l’attestazione civile che escluda qualsiasi precedente e una valutazione specialistica, ai sacerdoti si suggerisce un aggiornamento sistematico. Per i religiosi che entrano in diocesi si chiede ai superiori informazioni scritte, veritiere e complete. Nuova è anche la determinazione su cosa si intenda per abuso, minore e persona vulnerabile.

La trafila classica che si avvia dopo ogni segnalazione e cioè l’indagine previa, l’avvio del processo (con informativa a Roma) e la condanna o assoluzione non tollera «nessun clima di complice e omertoso silenzio», né alcun ostacolo rispetto alla denuncia all’autorità dello stato. L’ascolto deve avvenire in ambienti accessibili, protetti e riservati e ai segnalanti non può essere imposto il segreto.

Tribunali ecclesiastici e magistratura

Nel procedimento canonico l’interesse primario da tutelare è quello del minore o della vittima. Per garantire il corso della giustizia l’accusato può essere allontanato dal ministero. Se vi è il pericolo di reiterazione, le censure posso diventare pubbliche.

La conclusione dell’indagine previa, che attesti la verosimiglianza dei fatti delittuosi, comporta la segnalazione alla Congregazione della dottrina della fede e l’avvio del processo (primo grado; il secondo grado è della Congregazione per la dottrina della fede). Le sanzioni canoniche possono arrivare fino alla dimissione dallo stato clericale.

Va comunque riconosciuta agli accusati la presunzione di innocenza e non devono essere lasciati soli. Si ricorda che la responsabilità del delitto è personale. Nelle linee guida precedenti la sottolineatura della non responsabilità della Santa Sede e della Conferenza episcopale era fortemente evidenziata.

Diversa è anche la disponibilità ai rapporti con la magistratura e le autorità civili. Se le vittime sono d’accordo, c’è la possibilità di una segnalazione all’autorità giudiziaria fin dall’inizio e si riconosce «l’obbligo morale di procedere all’inoltro dell’esposto all’autorità civile qualora, dopo il sollecito espletamento dell’indagine previa, sia accertata la sussistenza del fumus delicti». A meno di una giustificata opposizione della vittima. Si consiglia di non sovrapporre i procedimenti canonici con quelli giudiziari civili.

Le false accuse devono essere punite. «La persona falsamente accusata di aver compiuto abusi ha il diritto di vedere tutelata e ripristinata la sua buona fama e onorabilità».

Nuova è l’attenzione data all’informazione e alla comunicazione. A partire dalla comunità ecclesiale «informata e resa consapevole di ciò che avviene in essa e che necessariamente la coinvolge». Strumenti informativi sono indicati per i siti diocesani. Ci dovrà essere un portavoce ufficiale per poter «rispondere alle legittime domande di informazione, senza ritardi o silenzi incomprensibili».

Si dà, infine, pubblico riconoscimento ai servizi ecclesiali nazionali, regionali e diocesani a tutela dei minori, prevedendo le verifiche e la revisione delle stesse linee guida.

Per il futuro?

Fino a qui, quanto è stato deciso e si sta avviando nelle diverse Chiese locali italiane. Si può fare di più? Ci sono attese non compiute?

Guardando alle altre Chiese nazionali, si possono elencare alcune iniziative che hanno avuto un significativo impatto sulle comunità cristiane e civili.

Anzitutto, le celebrazioni penitenziali, spesso solenni e di carattere nazionale. Anche nell’incontro romano del febbraio scorso si è dato spazio alla preghiera.

In secondo luogo, le audizioni collettive. Sia a livello diocesano, sia per le conferenze nazionali dei religiosi e religiose, sia per le conferenze episcopali questi incontri con le vittime hanno sempre avuto riscontri rilevanti in ordine alla consapevolezza dei pastori. Non raro è anche uno studio complessivo a livello nazionale, compiuto sulla base di diversi decenni, con i numeri delle vittime e degli abusatori.

Alcune conferenze hanno nominato un referente nazionale fra i vescovi con un gruppo o una cellula di lavoro, con il compito non solo di aiutare le diocesi ma anche di ricevere segnalazioni in proprio. Altre hanno voluto un’autorità indipendente per il compito di un’indagine generale.

La parola più radicale l’ha pronunciata un vescovo tedesco, Heiner Wilmer, di Hildesheim, che ha denunciato come «l’abuso di potere sia insito nel DNA della Chiesa. Non possiamo più sbrigarlo come marginale, ma dobbiamo ripensarlo in maniera radicale. Finora però non abbiamo alcuna idea delle conseguenze che ciò deve avere per la teologia» ( Joachim Frank, Mons. Wilmer: L’abuso di potere è nel DNA della Chiesa). Si tratta di confessare la fede in una Chiesa santa, ma riconoscere anche che la Chiesa è peccatrice e trarne le conseguenze nell’approccio pastorale e anche nel sistema di governo: «Abbiamo bisogno di una distinzione dei poteri, di un sistema di Checks and Balances (controlli e contrappesi) come nel sistema democratico».

Papa Francesco nella lettera al popolo di Dio ha scritto: «Guardando al futuro, non sarà mai poco tutto ciò che si fa per dar vita a una cultura capace di evitare che tali situazioni non solo non si ripetano, ma non trovino spazio per essere coperte e perpetuarsi. Il dolore delle vittime e delle loro famiglie è anche il nostro dolore, perciò urge ribadire ancora una volta il nostro impegno per garantire la protezione dei minori e degli adulti in situazione di vulnerabilità».

Vaticano A un mese dalla Riunione episcopale in Vaticano sugli abusi sessuali nella Chiesa e sulla protezione dei minori. Le aspettative e gli obiettivi dell’incontro

(a cura Redazione “Il sismografo”) 
Le grandi aspettative sull’incontro non sono una sfida alla Chiesa e al Papa. Sono invece una speranza e rivelano alla fine fiducia e sostegno.

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(Luis Badilla – Roberto Calvaresi) In pratica manca un mese all’importante incontro in Vaticano, voluto da Papa Francesco, con tutti i Presidenti delle Conferenze episcopali dei cinque continenti, 130 circa, e altri suoi collaboratori, dal 21 al 24 febbraio, sulla “protezione dei minori nella Chiesa”, ossia, in altre parole più familiari all’opinione pubblica mondiale, sugli abusi sessuali da parte del clero su minori e persone vulnerabili.
La decisione del Santo Padre, che ha voluto fortemente questa riunione, è arrivata alla fine di un anno, il 2018, piuttosto drammatico e sconvolgente in questa materia, in particolare per via delle vicende di due chiese particolari in grave crisi: quella del Cile e quella degli Stati Uniti.
L’incontro pur essendo inedito sotto ogni punto di vista sarà molto simile ad un Sinodo, ovviamente minimo, una sorta di “sinodo bonsai”. Da settimane un agguerrito gruppo di esperti, grandi conoscitori della questione, lavora intensamente per preparare l’assemblea che in pratica lavorerà, in plenarie e gruppi minori o circoli, durante tre giorni: giovedì 21, venerdì 22 e sabato 23 febbraio. Si prevedono 7 ore di lavoro al giorno (4 al mattino e 3 al pomeriggio), quindi in un totale di 21 ore i partecipanti, con l’aiuto dei Relatori e delle Relazioni (che saranno pubblicate), dovranno arrivare alle conclusioni “operative” alle quali ha fatto riferimento giorni fa un comunicato della Santa Sede.
Questa Nota, molto chiara e puntuale, con riferimento ai desideri, progetti e intenzioni di Francesco, sottolinea: il Santo Padre “vuole che l’Incontro sia una riunione di Pastori, non un convegno di studi. Un incontro di preghiera e discernimento, catechetico e operativo. Per il Santo Padre, è fondamentale che tornando nei loro Paesi, nelle loro diocesi, i vescovi venuti a Roma siano consapevoli delle regole da applicare e compiano così i passi necessari per prevenire gli abusi, per tutelare le vittime, e per far sì che nessun caso venga coperto o insabbiato.
Questo passaggio sulla consapevolezza delle “regole da applicare” e quindi sul bisogno (perentorio e non più discrezionale) di eseguire “i passi necessari per prevenire gli abusi, per tutelare le vittime, e per far sì che nessun caso venga coperto o insabbiato“, non ha fatto altro – giustamente – che accrescere le aspettative sulla riunione di febbraio.

E su queste aspettative non ha senso discutere o polemizzare poiché è pacifico che la complessa e tragica realtà degli abusi sessuali nella Chiesa, nel passato ma anche oggi, è del massimo interesse per tutti, per la comunità ecclesiale anzitutto ma anche per chi non fa parte della Chiesa Cattolica. Gli abusi sono un dramma dell’intera società umana e la chiesa, colpita in modo terribile da questo flagello, nella sua lotta contro questa piaga — che con successi e fallimenti va avanti da almeno 15 anni — può essere di grande aiuto al mondo e alle sue diversi società nell’ambito del contrasto e della prevenzione.
Le grandi aspettative sull’incontro non sono una sfida alla Chiesa e al Papa. Sono invece una speranza e rivelano alla fine fiducia e sostegno. Dunque al posto di accrescere artificiosamente il profilo della riunione, oppure di abbassarlo, la cosa più lungimirante e intelligente è una sola: far sì che l’incontro si concluda con una sorta di Vademecum anti-pedofilia che contenga nero su bianco le risposte urgenti, inderogabili e necessarie che la Chiesa ha dato in questi anni, sta dando oggi e che deve dare nel futuro.
Come evidenzia il comunicato sopracitato, per il Papa, e per tutta la chiesa pellegrina nei cinque continenti, gli obiettivi sono precisi, circoscritti e non negoziabili: (1) prevenire gli abusi, (2) tutelare le vittime e (3) far sì che nessun caso venga coperto o insabbiato.

Ai vescovi Usa. Papa: copertura degli abusi un danno alla credibilità della Chiesa

da Avvenire

Forte il no a operazioni di marketing o di mera  strategia. Per recuperare fiducia serve un’autentica conversione, non decreti o nuove commissioni

Forte il no a operazioni di marketing o di mera strategia. Per recuperare fiducia serve un’autentica conversione, non decreti o nuove commissioni

Papa Francesco aveva intenzione di recarsi negli Stati Uniti per accompagnare i vescovi locali negli esercizi spirituali predicati da padre Raniero Cantalamessa. Esercizi iniziati mercoledì a Chicago e suggeriti dallo stesso Pontefice lo scorso 13 settembre, durante l’incontro avuto con la presidenza della Conferenza episcopale. Ma «problemi logistici» lo hanno impedito e così il Pontefice si è fatto presente ai «cari fratelli» nell’episcopato con una lunga lettera diffusa ieri pomeriggio. Lo rivela lui stesso nella missiva, scritta in spagnolo e pubblicata anche in inglese e italiano. Un documento di grande profondità spirituale che parte dall’amara constatazione di come negli ultimi tempi la Chiesa statunitense sia stata «scossa da molteplici scandali che toccano nel più profondo la sua credibilità ».

Si tratta di «tempi burrascosi nella vita di tante vittime che hanno subito nella loro carne l’abuso di potere, di coscienza e sessuale da parte di ministri ordinati, consacrati, consacrate e fedeli laici ». Tempi «burrascosi e di croce » in cui «la credibilità della Chiesa si è vista fortemente messa in discussione e debilitata da questi peccati e crimi- ni, ma specialmente dalla volontà di volerli dissimulare e nascondere». Papa Francesco sottolinea che «l’atteggiamento di occultamento» lungi dal «risolvere i conflitti, ha permesso agli stessi di perpetuarsi e di ferire più profondamente la trama di rapporti che oggi siamo chiamati a curare e ricomporre». Anche perché «i peccati e i crimini» di abuso hanno inferto «una ferita profonda nel cuore del popolo fedele», seminando «perplessità, sconcerto e confusione ». Senza contare che ciò «molte volte» viene usato «come scusa per screditare la vita » di «tanti cristiani» fedeli alla propria missione. Infatti «ogni volta che la parola del Vangelo disturba o diventa una testimonianza scomoda, non sono poche le voci che intendono farla tacere segnalando il peccato e le incongruenze dei membri della Chiesa e ancor di più dei loro pastori». Nella sua lettera papa Francesco invoca «non solo una nuova organizzazione, ma anche la conversione della nostra mente ( metànoia), del nostro modo di pregare, di gestire il potere e il denaro, di vivere l’autorità e anche di come ci relazioniamo tra noi e con il mondo».

Auspica «una nuova stagione ecclesiale» che «ha bisogno, fondamentalmente, di pastori maestri del discernimento nel passaggio di Dio nella storia del suo popolo e non di semplici ammi-nistratori, poiché le idee si dibattono, ma le situazioni vitali si discernono ». Ribadisce che «la lotta contro la cultura dell’abuso» e «la ferita nella credibilità » della Chiesa «esigono da noi un atteggiamento nuovo e deciso». Non solo. Il Pontefice rimarca che «la ferita nella credibilità non si risolve con decreti volontaristici o stabilendo nuove commissioni o migliorando gli organigrammi di lavoro come se fossimo capi di un’agenzia di risorse umane». Per il Papa infatti «tutti gli sforzi che faremo per rompere il circolo vizioso del rimprovero, della delegittimazione e del discredito, evitando la mormorazione e la calunnia, in vista di un cammino di accettazione orante e vergognosa dei nostri limiti», consentiranno invece di «trovare cammini evangelici che promuovano la riconciliazione e la credibilità che il nostro popolo e la missione esigono da noi». Ecco quindi l’esortazione a rifuggire operazioni «di marketing» o di «mera strategia». E la raccomandazione a non aggiungere al «popolo fedele di Dio» la sofferenza «di trovare un episcopato disunito». Infatti «molte azioni possono essere utili, buone e necessarie e addirittura possono sembrare giuste, ma non tutte hanno ‘sapore’ di Vangelo». Così «bisogna far attenzione che “il rimedio non diventi peggiore della malattia”». E questo richiede appunto «saggezza, preghiera, molto ascolto e comunione fraterna».