Cristo è risorto, Alleluja!

di padre Piero Gheddo*

ROMA, domenica, 4 aprile 2010 (ZENIT.org).- Cari amici, buona Pasqua! La Risurrezione di Cristo è la garanzia della nostra immortalità. Gesù è risorto per darmi la certezza che anch’io risorgerò e avrò un posto nel suo Regno di pace, di amore, di gioia. Che grande cosa la fede, care sorelle e cari fratelli! “Questo è il giorno che ha fatto il Signore. Venite, esultiamo, perché Cristo è risorto!”. Nella Pasqua ho la certezza che Gesù è risorto e che anch’io risorgerò con Lui. La mia vita quindi non è una vita piccola, povera, tormentata da malattie, sofferenze e fallimenti, ma una vita felice ed eterna.

La novità sconvolgente della Risurrezione è così fondamentale per la fede cristiana che da duemila anni la Chiesa non cessa di proclamarla ogni domenica ma specialmente nella prossima Festa di Pasqua. E’ un avvenimento reale, storico, testimoniato da molti e autorevoli testimoni. Il Gesù che noi amiamo e adoriamo non è semplicemente un grande profetata del passato, come molti altri che la storia umana ricorda. E’ Dio, la seconda persona della SS. Trinità, che s’è fatto uomo ed è morto in Croce per tutti gli uomini, per liberarci dal peccato e dalla morte eterna.

Nel 1964 ho incontrato a Calcutta padre Courtois, un gesuita francese che è stato uno dei pionieri del dialogo con l’induismo. Mi raccontava che aveva fatto anche lui l’esperienza di San Paolo ad Atene quando aveva parlato di Cristo agli ateniesi (Atti, 17, 19-34). Courtois era stato invitato a parlare di Gesù Cristo ad un importante convegno di monaci indù. Per più d’un ora l’avevano ascoltato incuriositi e attenti mentre raccontava i miracoli e le parabole di Gesù. Ma quando dice che Gesù Cristo è risorto dalla morte lo interrompono rispettosamente e gli dicono: “Anche noi abbiamo nei nostri poemi mitologici storie di dei e di dee che morivano ma poi risorgevano a nuova vita. Ma non crediamo che siano fatti realmente accaduti. Si raccontano come favole simboliche di un lontano passato”.

Cari amici, la nostra fede ci dice che Cristo è veramente risorto, ma anche oggi c’è chi cerca di negarne la storicità riducendo il racconto evangelico a un mito, ad una "visione" degli Apostoli, riprendendo e presentando vecchie e già smentite teorie come nuove e scientifiche. Courtois era fra monaci indù pagani, noi viviamo in un paese di battezzati, di cristiani, non pochi dei quali hanno perso la fede nella Risurrezione e nella Divinità di Cristo.

La cultura corrente del nostro tempo tende ad accettare il messaggio di Gesù: amore, carità, perdono, pace, aiuto ai più poveri, giustizia, solidarietà e via dicendo. Accetta il messaggio, ma rifiuta il messaggero e la prova capitale della sua Divinità, cioè la Risurrezione dalla morte. Gesù quindi è solo un saggio, un profeta che, come diceva Gandhi riferendosi alle Beatitudini, “ha espresso il pensiero più alto in tutta la storia dell’umanità”. Ma questo a noi cristiani non basta, perché se Gesù è solo un uomo, sia pure il più grande e saggio dell’umanità, non solo lui non è risorto, ma anche noi non risorgeremo. E la nostra vita ha per orizzonte sempre e solo questo mondo materiale, che passa ogni giorno e passerà del tutto alla fine dei tempi.

In questo giorno siamo tutti chiamati a ritrovare l’entusiasmo della fede. Prima di celebrare la S. Messa dico sempre: “Signore Gesù, riaccendi in me l’entusiasmo della mia Prima Messa, quando piangevo di gioia perché avevo raggiunto l’ideale della mia giovinezza”. Oggi chiediamo la fede e l’entusiasmo della fede. Tutti abbiamo la fede, che però può essere una fiammella di candela che si spegne ad ogni soffiar di vento e che lascia al buio o come il sole che splende a mezzogiorno, che illumina, riscalda, dà senso alla vita e gioia di vivere.

La Pasqua è la fonte della nostra gioia. Anche se abbiamo mille problemi e sofferenze, la fede ci dà la gioia, quella autentica che viene da Dio. Questo è il mio augurio: amici, siate felici della gioia che solo Dio può dare.

“Testimoni digitali” di Cristo risorto

Intervista a mons. Pompili, Direttore dell’Ufficio per le comunicazioni sociali della CEI

di Jesús Colina

ROMA, domenica, 4 aprile 2010 (ZENIT.org).- La Chiesa cattolica in Italia cerca “testimoni digitali” di Cristo risorto: ecco l’obiettivo del prossimo convegno nazionale che si terrà a Roma (www.testimonidigitali.it) dal 22 al 24 aprile, a otto anni dalle Parabole mediatiche”.

Il convegno è promosso dalla Commissione episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali ed è organizzato dall’Ufficio per le comunicazioni sociali e dal Servizio nazionale per il progetto culturale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

In questa intervista, mons. Domenico Pompili, Direttore dell’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali della CEI, spiega a ZENIT cosa si gioca la Chiesa con questo convegno.

Il convegno “Testimoni digitali” si pone sulla scia di “Parabole mediatiche”, svoltosi a Roma nel 2002. Come è cambiato in questi otto anni il mondo della comunicazione? Quali nuove sfide lancia alla Chiesa e alla sua missione di salvezza?

Mons. Domenico Pompili: E’ vero, ‘Testimoni digitali’ rimanda ad un altro convegno nazionale promosso dalla Commissione Episcopale per la cultura e le comunicazioni sociali della CEI già nel 2002: ‘Parabole mediatiche: fare cultura nel tempo della comunicazione’. Quello fu un importante momento di verifica per la Chiesa Italiana che si stava misurando con gli Orientamenti pastorali per il primo decennio del 2000, ovvero ‘Comunicare il Vangelo in un mondo che cambia’. ‘Testimoni digitali’, nel 2010, rappresenterà invece una sorta di passaggio tra il primo e il secondo decennio del nuovo millennio, che sarà dedicato ad approfondire il tema della sfida educativa. E mentre il mondo della comunicazione continua a trasformarsi con una velocità senza precedenti, anche la missione della Chiesa si sta rapidamente evolvendo.

Oggi non basta più soltanto “stare” dentro il mondo dei nuovi media, “occuparlo”; bisogna starci con un profilo riconoscibile perché il contesto pluralistico nel quale ci troviamo esige che siamo chiaramente riconoscibili. La Chiesa è chiamata a comunicare, anche attraverso le nuove tecnologie, il suo sguardo assolutamente originale sulla realtà: lo sguardo della fede. Internet diventerà sempre più un luogo in cui l’annuncio del Vangelo trova cittadinanza, oltre che un “cortile dei gentili” per incontrare i lontani, nella misura in cui noi cristiani sapremo starci “da cristiani” e sapremo passare dallo stare in rete all’essere rete, prima di tutto tra di noi. 

Nel suo messaggio per la prossima Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali Benedetto XVI afferma: “la diffusa multimedialità e la variegata ‘tastiera di funzioni’ della medesima comunicazione possono comportare il rischio di un’utilizzazione dettata principalmente dalla mera esigenza di rendersi presente e di considerare erroneamente il web solo come uno spazio da occupare”. Cosa proporrà questo convegno per evitare questo pericolo?

Mons. Domenico Pompili: Direi che il richiamo del Santo Padre trova nella Chiesa Italiana un ascoltatore particolarmente attento. Come dicevo lo sforzo di stare in Rete con un profilo riconoscibile e, ancor più, di riuscire ad “essere rete” è già attivo da tempo. Ma vorrei dire di più: alla Chiesa non sfugge che la possibilità offerta dall’innovazione tecnologica di comunicare in modo sempre più veloce e diffuso sia un bene straordinario per tutta l’umanità, che come tale va però promosso e tutelato. Quanto più potenti sono i mezzi di comunicazione, tanto più devono essere forti la coscienza etica e la preparazione di chi in essi opera. È necessario pertanto che la comunicazione ‘sociale’ non sia considerata solo in termini economici o di potere ma sia inserita in un orizzonte di beni di primaria importanza per il futuro dell’umanità come il cibo, l’acqua, le risorse naturali, le infrastrutture viarie, l’istruzione e la formazione.

L’apparato comunicativo della Chiesa italiana, che annovera un quotidiano, un’agenzia di informazione, una TV e una radio nazionali oltre ad una fitta rete di radio, tv e giornali locali, è guardato con ammirazione da molti altri paesi e comunità cattoliche del mondo. Sentite il peso di questa responsabilità? Cosa produrrà il convegno di aprile per i prossimi anni?

Mons. Domenico Pompili: Posso dire con serenità che la comunione ecclesiale e la missione evangelizzatrice della Chiesa trovano nei media un campo privilegiato di espressione non da oggi. Per dimostrarlo basterebbe tornare con la memoria ai tempi dell’evangelizzazione apostolica, della conservazione e trasmissione del patrimonio classico assicurata dagli amanuensi nel Medioevo, dell’impulso dato dalle committenze ecclesiali alle arti nel Rinascimento. Ma limitiamoci alla storia recente: dal Concilio Vaticano II, la Chiesa ha assunto ancor più coscienza di quanto sia importante coniugare gli ambiti della vita ecclesiale con la nuova realtà culturale e sociale. Le iniziative avviate in questi anni in Italia per raccordare e promuovere la comunicazione ecclesiale e per rendere più incisiva la presenza nei media non si contano. Avvenire, TV 2000, Radio Inblu, l’agenzia SIR sono il fiore all’occhiello di una realtà che può contare su quasi 200 settimanali diocesani e almeno altrettante tra radio e tv locali. Naturalmente è proprio qui che si colloca anche l’impegno di promuovere il ruolo e la formazione di tutti i comunicatori, ovunque essi operino. Ed è questo che si propone innanzitutto il convegno del 22-24 aprile: rilanciare l’impegno culturale e lo sforzo formativo per le nuove generazioni di animatori della cultura e della comunicazione. 

Il nome di Nicholas Negroponte è certamente di primissimo piano nel panorama mondiale degli esperti di mass media e la sua presenza a “Testimoni digitali” desta già ora una grande curiosità. Quale sarà il suo ruolo nell’economia del convegno?

Mons. Domenico Pompili: Il convegno di Roma intende proporre un confronto tra gli esperti e i protagonisti di questo nuovo scenario digitale, dal guru del Medialab Nicholas Negroponte ai tanti operatori ecclesiali che nella pastorale utilizzano quotidianamente e-mail, web, social network… La presenza di Negroponte, ne siamo consapevoli, contribuisce ad accrescere l’appeal di “Testimoni digitali” e la curiosità anche internazionale intorno all’evento, ma certamente non ne esaurisce i motivi di interesse. Vogliamo approfondire la natura del legame tra vita online e vita reale, nella convinzione che tra reale e virtuale spesso viene raccontata una contrapposizione che non necessariamente deve esserci, purché ovviamente la presenza in rete sia vissuta correttamente.

La manifestazione sarà articolata in quattro fasi. In un primo momento, introdotto dal Segretario Generale della CEI mons. Crociata e centrato proprio sulla relazione di Negroponte, si cercherà un’analisi tecnologica dei nuovi scenari mediatici, che in un secondo momento saranno invece esaminati da un punto di vista antropologico (con la presentazione di una ricerca curata appositamente per “Testimoni digitali” dall’Università Cattolica). L’obiettivo si sposterà poi su come i volti e i linguaggi dell’era cross-mediale interpellino l’annuncio del Vangelo da un punto di vista teologico, pastorale e pedagogico: a tirare le fila di questo momento sarà la relazione del cardinale Presidente, Bagnasco. In conclusione, infine, Benedetto XVI riceverà in udienza i partecipanti al convegno nell’aula Paolo VI e conferirà loro il mandato di evangelizzare il continente digitale. Durante tutto il convegno (e fin da ora attraverso il sito www.testimonidigitali.it) tutti sono invitati a contribuire in modo interattivo alla riflessione.

Pasqua: Così risorgeremo

di Bruno Maggioni – avvenire 4/4/2010

 I sadducei respingevano la fede nella risurrezione: la loro dottrina – come dice Giuseppe Flavio – fa morire le anime con i corpi. Naturalmente i sadducei sostenevano la loro opinione in base alle Scritture e citavano testi come, per esempio, Gen 3,19: «Sei polvere e in polvere ritornerai». Il pensiero rabbinico­farisaico affermava invece la risurrezione. Questa fede comune a tutti i farisei non escludeva però l’esistenza di concezioni differenti e, quindi, di possibilità di dibattito fra le diverse scuole teologiche: ad esempio, se a risorgere sarebbero stati solo i giusti, o solo tutti i giudei, o tutti gli uomini. È certo che alcune correnti concepivano la risurrezione in forme molto materiali. Anche i farisei, ovviamente, si riferivano alle Scritture, non solo per documentare la fede nella risurrezione, ma anche per precisare le sue modalità: i testi più importanti erano, per esempio, Ez 37,8 e Gb 10,11. Si scopre nella risposta di Gesù (12,18-27) un metodo originale, diverso da quello rabbinico e sadduceo, di leggere le Scritture: potremmo parlare di una lettura ‘globale’, che non si perde in virtuosismi esegetici e che sa invece intuire il punto fondamentale. In altri termini, Gesù non cerca testi che parlano della risurrezione, prestandosi in tal modo alle contestazioni dei sadducei e, comunque, riducendo la risurrezione a una questione esegetica e a una disputa di scuola. Egli cita, sorprendentemente, Es 3, che è un testo su Dio e non sulla risurrezione. Ma sta proprio in questo l’originalità di Gesù: egli si rifà al centro delle Scritture, cioè alla rivelazione del Dio vivente, e riconduce il dibattito all’amore di Dio e alla sua fedeltà: se Dio ama l’uomo, non può abbandonarlo in potere della morte. Rispetto all’esegesi rabbinica il modo di procedere di Gesù è indubbiamente originale. Tuttavia è profondamente coerente col modo con cui il popolo di Israele ha maturato la propria fede, cioè riflettendo costantemente sul Dio vivente e deducendone – via via sollecitato dall’esperienza – le conseguenze. Fin qui la risposta di Gesù è contro i sadducei, che giudicavano la risurrezione una superstizione popolare, estranea alle Scritture: in realtà, afferma Gesù, essa deriva dal centro delle Scritture. Ma la risposta di Gesù polemizza anche contro i farisei, che concepivano la risurrezione in termini superstiziosi, materiali, prestandosi in tal modo all’ironia degli spiriti più liberali, ironia di cui la nostra pericope offre un ottimo esempio: una donna ebbe sette mariti, nella risurrezione di chi sarà moglie? Risponde il Cristo: la vita dei morti sfugge agli schemi di questo mondo presente, è una vita diversa perché divina, eterna; verrebbe da paragonarla a quella degli angeli. Dopo aver visto la controversia nel contesto giudaico (sostanzialmente corrispondente alla situazione di Gesù e al testo di Marco), vediamola ora nel contesto ellenistico, corrispondente, ci sembra, alla redazione lucana (20,27­40). Dal punto di vista letterario si notano nella nostra pericope lucana due parti ben distinte. Fino a 20,27-34 Luca riproduce fedelmente Mc 12,18-23: le modifiche sono solo stilistiche. Invece la risposta di Gesù (20,34b-38) subisce notevoli modifiche: Luca ha voluto adattare – e c’è riuscito molto abilmente – la risposta di Gesù a un ambiente ellenistico. Il mondo ellenistico non accettava la risurrezione del corpo: il corpo è prigioniero dello spirito e la salvezza consiste, appunto, nel liberarsene. II pensiero ellenistico è fondamentalmente dualista, e parla volentieri di immortalità, ma non di risurrezione. Ciò rappresenta una prima e sostanziale differenza rispetto al pensiero giudaico. Inoltre la riflessione greca cerca la ragione della immortalità nell’uomo stesso: nell’uomo c’è una componente spirituale, incorruttibile, per sua natura capace di sopravvivere al corpo corruttibile. Questo costituisce una seconda differenza rispetto al pensiero giudaico, che ama invece cercare la ragione della vita nella fedeltà di Dio. Di fronte a questa mentalità ellenistica, che rischiava di tradire nel profondo l’insegnamento di Gesù, Luca si preoccupa, anzitutto, di togliere un possibile equivoco: spiega che risurrezione non significa in alcun modo prolungamento della esistenza presente. La risurrezione non è la rianimazione di un cadavere. È un salto qualitativo. Ecco perché egli distingue con cura «questo mondo» e «l’altro mondo» (v. 34). I greci hanno profondamente ragione di mostrarsi insoddisfatti di questa esistenza e dei suoi limiti: un ritorno ad essa o un suo prolungamento non avrebbe alcun senso. Dunque si deve parlare di una nuova esistenza. Ma in questa nuova esistenza è tutto l’uomo che entra, non solo lo spirito. Luca parla di risurrezione, non di immortalità. Alla cultura dei greci Luca preferisce la solidità delle parole di Gesù. Per di più Luca non cerca la ragione della risurrezione nelle componenti dell’uomo, ma, fedele anche in questo alla tradizione biblica, egli la fa risalire alla fede nel Dio vivente. La promessa di Dio ci assicura che tutta la realtà della persona entrerà in una vita nuova, anche se tale realtà verrà trasformata. Riflessioni sulla risurrezione di Gesù e sulla nostra sono disseminate in tutto l’epistolario paolino. È un tema centrale, insieme a quello della Croce. Ma la riflessione più completa possiamo trovarla nel discorso rivolto ai Corinti (1Cor 15). Il discorso di Paolo ruota attorno a una tesi proclamata da un gruppo della comunità: «Non esiste risurrezione dei morti». Occorre definire con più precisione questa tesi, cosa molto importante per la comprensione dell’intero capitolo. Si può pensare (è la spiegazione più nota) che il gruppo di Corinto ragionasse secondo categorie greche fondamentalmente dualistiche. In effetti la mentalità greca, come abbiamo già visto a proposito di Luca, comportava due rischi. Anzitutto, quello di ridurre la risurrezione alla dottrina dell’immortalità dell’anima: nella concezione familiare ai greci la salvezza era vista in termini di liberazione dalla materia (la salvezza si raggiunge liberando lo spirito dal carcere del corpo): ma allora che senso ha la risurrezione dei corpi? In secondo luogo il rischio di ricondurre la sopravvivenza ai principi costitutivi dell’uomo (la parte più vera dell’uomo è lo spirito, e lo spirito è per natura immortale), anziché alla promessa di Dio (come avviene, appunto, nel discorso biblico, che trova la garanzia della sopravvivenza dell’uomo intero nella sicurezza di un Dio che tutto ha creato per la vita). Se questo è l’errore che Paolo ha davanti, allora i punti di forza del suo discorso sono soprattutto due: l’affermazione della realtà della risurrezione e l’affermazione che tale risurrezione è dovuta alla potenza di Dio. Ma la spiegazione che abbiamo descritto è molto probabilmente insufficiente. Perciò diversi studiosi pensano al gruppo di Corinto come a un circolo gnosticizzante «secondo cui la risurrezione avverrebbe già (e unicamente) nell’estasi pneumatica sotto forma di comunione con Cristo» (R.Pesch). Gli gnostici, prigionieri del loro entusiasmo, credono di avere già avuto, nello Spirito, la trasformazione definitiva in uomini spirituali; credono che la risurrezione sia già avvenuta. Siamo convinti che la posizione del gruppo di Corinto fosse marcata anche (ma non solo) da questo entusiasmo eccessivo per il presente della salvezza. Il discorso di Paolo combatte la tendenza dualista (che parla di immortalità e nega la risurrezione), la tendenza gnostica (che annulla il futuro nel presente) e la tendenza dell’apocalittica giudaica popolare (che concepisce la risurrezione in termini di esistenza terrestre). Per il mondo ellenistico il corpo è prigioniero dello spirito e la salvezza consiste, appunto, nel liberarsene. Il discorso di Paolo combatte la tendenza dualista (che parla di immortalità e nega la risurrezione), la tendenza gnostica (che annulla il futuro nel presente) e la tendenza dell’apocalittica giudaica popolare (che concepisce la risurrezione in termini di esistenza terrestre)

Buona Pasqua anche a te!

C’è un cammino che s’apre nella tua vita: è il cammino del dolore e della gioia, del peccato e della luce. È un cammino che ha inizio lentamente, fermo il passo, sicuro lo sguardo; poi sale su per i tornanti della vita, per vicoli stretti: lento il passo, insicuro lo sguardo. Amico credente, forse cadrai, una e più volte; anche Gesù è caduto, una e più volte. Sarai spinto a destra e a manca e chiederai aiuto a una persona passante per caso; anche Gesù venne spinto a destra e a manca e impotente lasciò che il Cireneo l’aiutasse per un tratto. Veniva dai campi e anche lui era stanco ma si mosse a pietà verso quel condannato a morte che veniva portato al Golgota. «Veniva dai campi»: forse tu vieni dalla città, dal paese, dai mille programmi della tua vita… aiuta Gesù che soffre nel povero che ti sta vicino e nel bisognoso che incontri nella strada del tuo Golgota. Avrai il volto sanguinante e abbruttito da non sapere più chi sei, chi sei stato; anche Gesù sotto il peso della croce e della corona di spine grondò sangue prima di arrivare al Calvario. Soltanto la mano delicata di una donna attenta lo asciugò, per un momentaneo refrigerio, per la pace dell’anima. La chiamarono Veronica e come il Cireneo ebbe compassione di Gesù di Nazaret; poi di essa più nulla, scomparsa nelle pagine vuote della storia; ma ebbe la gioia di vedere e rivedere chissà quante volte il volto di Gesù impresso nel panno che gli asciugò il volto sanguinante. Veronica la misericordiosa, Veronica la com-passionata, Veronica la addolorata per caso. Amico credente, vieni anche tu dietro il breve corteo del Cireneo, della Veronica, delle pie donne. Sarai tirato da una parte e dall’altra e udrai le sirene cantare al tuo fianco con perizia e ipocrisia; anche Gesù udì le voci, le grida, gli schiamazzi… nella notte del male. Coraggio, amico credente, poni attenzione alla presenza di Gesù accanto a te, nella via del Calvario, nella notte del male e vedrai la gloria, la luce della Pasqua; la Pasqua sconfiggerà il tuo peccato e frantumerà le tue paure. Arriva anche tu in cima al Golgota e di là osserverai la notte luminosa, l’alba luminosa della Pasqua. Quell’alba che, nella mattina di Pasqua, busserà alla porta della Vergine Maria e poi di Pietro e poi di Maria Maddalena e poi di Giovanna e griderà loro: «Venite, venite, venite, lasciate la case accaldate, scuotete i piedi ancor stanchi… salite su al monte del cranio e guardate il sepolcro… già vuoto. Non monte di morte è ormai questo, ma luogo di pace del Cristo risorto». Amico credente, riconciliati con la Pasqua di risurrezione, riconciliati con la gioia spirituale, dopo le sofferenze subite sulla strada verso il Golgota. Vincenzo Arnone (Vita Pastorale – aprile 2010)

Celebrare la Pasqua riconciliatil

di VALENTINO VACCANEO Vita Pastorale n. 4 aprile 2010

 Da Natale a Pasqua. Il Natale che è Dio che prende volto in Gesù di Nazareth e Gesù di Nazareth che è il volto umano di Dio. L’incarnazione è questo entrare di Dio nel cuore dell’umanità. Dice san Paolo: «Gesù è l’immagine visibile del Dio invisibile». Ma il Natale di Cristo sarebbe vano e inutile se non ci fosse il natale di ognuno di noi. Celebrare il Natale significa accogliere Dio che si fa uomo e prende volto in ognuno di noi. Il crocifisso segno di discriminazione? C’è il pericolo di celebrare la Pasqua senza accogliere dentro di noi la presenza del Cristo. L’eucaristia Gesù l’ha celebrata alla vigilia della passione. Un’eucaristia senza aver interiorizzato la croce è blasfema. E non possiamo nemmeno interiorizzare la risurrezione. Come è lontana dalla Pasqua una certa discussione di questi mesi sul crocifisso, che è il segno più alto di presenza di Dio, di perdono. Il Cristo che porta su di sé il peccato dell’uomo. Che dalla croce dice: «Perdona loro perché non sanno quello che fanno». Purtroppo la nostra storia è intrisa di profanazione del crocifisso, di profanazione del Vangelo. Già Costantino aveva messo la croce sugli scudi dicendo: combattete nel nome di Gesù; ed è stata la prima grande profanazione del cristianesimo, continuata fino a proclamare guerre sante. Abbiamo molte volte usato la croce come spada invece di portarla sulle spalle. Molti hanno difeso il crocifisso nelle aule non come segno di amore ma come segno opposto: di discriminazione. I fatti di Rosarno: sono stati il frutto di un clima d’intolleranza xenofoba e mafiosa, che non riguarda ovviamente tutti i 16.000 abitanti cristiani. Un degrado umano ed evangelico che mi fa pensare al fallimento del nostro annuncio. Se penso poi che molti cristiani della mia città non si sono scandalizzati, anzi hanno difeso gli abitanti di Rosarno, trovo difficoltà a celebrare la Pasqua. Rosarno "ospita" cinquemila "negri", li alloggia in fabbriche dimesse dove dormono per terra ammassati. In uno di questi locali con duecento persone c’è a disposizione un solo bagno chimico fatiscente. Sono pagati 25 euro al giorno (12 ore di lavoro) ma devono dare 5 euro al capo, italiano, che al mattino passa con il pulmino e li porta al lavoro. Se non stai alle regole, il giorno dopo sei senza lavoro. È la mafia che comanda e se ti ribelli ti impallinano. Dopo essere stati impallinati con un fucile ad aria compressa da un gruppo di giovani che ridacchiavano e si esercitavano al tiro a segno, gli immigrati si sono ribellati, hanno fracassato macchine, negozi… cosa molto brutta. Come è possibile celebrare la Pasqua? Purtroppo Rosarno ha radici molto lontane; dopo Costantino ci sono state le crociate, poi le guerre sante, le colonizzazioni con l’eliminazione degli indigeni e la tratta dei negri. In Eritrea abbiamo usato il gas nervino. Rosarno è solo un piccolo segno che il Vangelo è molto lontano da noi cristiani d’Europa. L’abbiamo profanato, calpestato, mutilato. Il nostro Vangelo non è quello che ci consegna l’apostolo Giovanni. Vangelo di vita eterna già qui oggi. Rischiamo di essere annunzio di morte, dalla parte dei sacerdoti del tempio, dei farisei che crocifiggono il Cristo. La Pasqua è il compimento del Natale, è l’entrare nel cuore del messaggio evangelico. La proposta che Gesù fa a tutti è di una vita che ha in sé qualcosa dell’assoluto di Dio, un assoluto di senso, di consistenza, di eterno, di comunione. Una profondità di comunione che Gesù indica nel discorso della Cena; una compresenza di tutti in tutti, una comunione dove uno è interiorizzato nell’altro. «Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, una cosa sola» (Gv 17,21). La proposta evangelica nella Pasqua è entrare nella vita eterna di Dio. Gesù ci dice che questa vita è reale, è possibile e accessibile a tutti, specialmente a quelle creature che sono state segnate dalla sofferenza, dal dolore, perché esse intuiscono più facilmente la profondità del mistero di Dio. Questa vita eterna non è solo dopo la morte ma è già ora, ce lo dice Giovanni nel suo vangelo: «Chi crede nel Figlio ha la vita eterna» (Gv 3,36) «Questa è la vita eterna: che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo» (Gv 17,3). Già ora noi possiamo fare esperienza di questa vita assoluta di Dio, non solo dopo la morte. E si sperimenta interiorizzando Dio, il modo di essere di Dio. Gesù dice: «Siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste» (Mt 5,48) e Paolo aggiunge: noi abbiamo il pensiero di Cristo, il sentire di Cristo, l’essere di Cristo. Questo è celebrare la Pasqua. Se togliamo questo riduciamo il Vangelo a una morale, togliamo il miracolo cristiano. Siamo chiamati a essere in Cristo e con lui entrare nella vita eterna. Valentino Vaccaneo

Cristo luce del mondo: il segno del cero pasquale

Da quel cero si accendono i piccoli lumi che ciascuno ha in mano: ogni cristiano è chiamato, infatti, a portare nel mondo la luce di Cristo. La normativa liturgica a proposito del cero pasquale specifica che «nel rispetto della verità del segno, si prepari il cero pasquale fatto di cera, ogni anno nuovo, di grandezza abbastanza notevole, mai fittizio, per poter rievocare che Cristo è la luce del mondo». L’eloquenza del cero, fatto della materia prodotta dalle api insieme al miele, era particolarmente forte nei secoli passati, quando l’ape era interpretata come immagine di Maria che partorisce verginalmente: gli antichi, infatti, credevano che le api si riproducessero per partenogenesi, ovvero senza bisogno dell’intervento del maschio. Non di meno, tuttavia, resta il segno del cero come luce, ma anche come “sacrificio”. Per illuminare, infatti, il cero si consuma, come Cristo ha fatto con il suo sacrificio sulla croce. Sono questi i concetti che il maestro Matteo Pagani ha tenuto presenti nell’iconografare il cero pasquale che il Vescovo benedirà la notte di Pasqua e che arderà presso l’ambone fino al giorno di Pentecoste. L’artista – diplomatosi presso l’Accademia delle Belle Arti di Bologna avendo in attivo diverse mostre in Italia, in Germania, a Vienna e a Praga – nella realizzazione del cero pasquale evidenzia in una sottile fascia dipinta ed incisa e attraverso una consolidata simbologia, la vittoria della luce sull’oscurità, proclamata nell’Exultet che il diacono canterà la notte di Pasqua. La luce nella notte è tra le mani di un bambino, quasi invito a farsi piccoli ed umili. Il Bimbo (poco velata allusione al Cristo stesso), immerso in un cielo stellato, appare quasi “la” stella tra le stelle, capace di far risplendere la notte come il giorno. Luce – immensità del tuo amore per noi – che tuttavia passa attraverso il sacrificio e la passione di Gesù, cui fanno riferimento il mantello rosso che riveste il Bambino e il fiore reciso, al contempo vita e morte, adagiato sul legno della croce. Nella parte sottostante esce in purezza dalla cera – frutto del lavoro delle api- un’incisione con motivi floreali immagine della primavera pasquale che il cero celebra aspirando a salire al Cielo come profumo soave e a confondersi tra le stelle del cielo.