L’INEDITO La ragionevole speranza di Pasolini

Nel 1965 alla Pro Civitate Christiana in un convegno l’intellettuale contestava gli assunti irrazionali e moralistici degli interventi «Serve una cultura comune»

I o vorrei fare prima un’osservazione preliminare se vuole chiamare terminologica. Fare poi due o tre osservazioni magari un po’ polemiche su quello che ho sentito; non ho sentito tutti gli interventi e alla fine fare una dichiarazione di quella che secondo me è la speranza anche se in modo molto schematico. L’osservazione terminologica è questa. Mi pare che si usi la parola speranza in un modo un po’ plurivalente non voglio dire ambiguo, perché l’ambiguità suppone due tipi di speranze. E invece qui quando usiamo la parola speranza contemporaneamente si significa una speranza particolare che è quella di ognuno di noi. Per esempio un cattolico usa la speranza nell’accezione cattolica del termine, ma contemporaneamente si ha l’occhio presente al significato che questa parola può avere per un marxista e per un esistenzialista oppure speranza come pura vitalità e così via. Quindi secondo me sarà bene se si vuole arrivare a qualche conclusione precisa e concreta di questo nostro incontro di studi [?] usare una certa precisazione terminologica nell’uso proprio di questa parola che è al centro della nostra discussione. Cioè toglierla dalla plurivalenza e da una certa ambiguità perché intellettualmente è un pochino sì, in questo caso ambigua.

Le osservazioni che devo fare sono in parte su quello che ha detto Bonaventura Tecchi e mi dispiace che non sia qui, purtroppo a contraddirmi e in parte su quello che ha detto ora Padre Haering. Il nocciolo dell’intervento di Bonaventura Tecchi è la definizione di un certo irrazionalismo insito non soltanto nel momento trascendente dell’uomo cioè nella concezione formalmente religiosa, ma un irrazionalismo insito in tutti i momenti della sua vita, nella sua psicologia, nei suoi rapporti quotidiani con gli altri. E questo irrazionalismo Bonaventura Tecchi lo ha dedotto da una serie di considerazioni cioè nella presenza, secondo me, dedotta ontologicamente senza dimostrazione da una certa ingiustizia ineliminabile nella condizione umana, che probabilmente da parte dei cattolici può essere presa per buona in quanto che probabilmente un cattolico può identificare questa ontologica ingiustizia di cui parla Tecchi con la condizione del peccato originale. Credo almeno. Cioè questa condizione, questa specie di condanna del dolore è dovuta al peccato originale. Per un marxista almeno questo qui è un concetto più difficile da digerire, anche se in tanti punti molto probabilmente un marxista in tanti punti può essere d’accordo. Tecchi ha fatto due esempi. Ha fatto l’esempio delle due sorelle, una specie di romanzo in nuce molto interessante. Due sorelle perfettamente uguali, ma una con un destino l’altra con un altro. Una ha un destino d’angoscia e di dolore una un destino lieto ecc. ecc. Ma questa è una ontologia perché se noi portiamo la nostra ragione, cioè la nostra capacità di comprensione su queste due sorelle e l’analizziamo comprendiamo la ragione per cui i loro destini sono diversi. Cioè se noi analizziamo il destino di una delle due sorelle, noi vediamo che questo destino lo ha voluto lei. Cioè voglio dire che il nostro destino non è che la proiezione esterna del nostro carattere della nostra psicologia. Allora è chiaro che il destino di una delle due consciamente e inconsciamente in qualche modo se lo è scelto, è la proiezione di se stessa. E allora questa ingiustizia si spiega e nel momento stesso in cui dalla nostra ragione è spiegata non ha più questo significato ontologico, apocalittico che le dava Tecchi. L’altro esempio che faceva Tecchi è quello delle malattie. Ma ho sentito prima l’intervento di un medico che parlava della strettissima correlazione tra il nostro carattere e il nostro spirito diciamo così e il nostro corpo. Verrà probabilmente il momento in cui si potrà dire almeno teoricamente e in qualche modo quindi razionalmente come ogni malattia in fondo è sia voluta da noi. Freud dice già che probabilmente moltissime ma-lattie sono un atto inconscio della nostra volontà. Noi vogliamo averle, ce le creiamo da noi stessi. Quindi anche in questo senso qui credo che predicare come dato assoluto ineliminabile categorico dell’uomo questa fatale ingiustizia mi sembra che è sia per lo meno contestabile. Ma ad ogni modo su queste idee si potrebbe ancora meglio discutere.

Voi immaginate di discutere infinitamente probabilmente finirei con l’aver torto io. Il punto con cui non sono d’accordo con Bonaventura Tecchi è nella conclusione che lui ne trae, cioè che questa ingiustizia non possa essere che produttrice di una ideologia irrazionalistica. Ora si può seriamente ammettere l’esistenza di una irrazionalità, ma questa irrazionalità deve essere capita compresa e quindi dominata dalla ragione. E la deduzione finale di Tecchi mi sembra molto pericolosa culturalmente se detta da un romanziere, se detta da un uomo di cultura, da un intellettuale perché predicare una ideologia irrazionalistica è commettere uno di quegli errori che per tornare a un discorso purtroppo molte volte fatto qui, è uno di quegli errori culturali che hanno prodotto Hitler. Cioè l’ideologia hitleriana, il razzismo hitleriano e tutto il suo tipo di cultura mostruosa e aberrante è tutto sommato fondato su elementi peggiori scadenti, negativi fin che volete dell’irrazionalismo decadentistico e quindi mi sembra pericoloso predicare ideologicamente la preminenza dell’irrazionalismo. Con ciò non voglio assolutamente dire che non ci siano in noi degli elementi irrazionali, questo l’ho sempre detto. Dico soltanto che non devono mai essere ideologizzati, cioè l’irrazionalismo deve essere solamente un oggetto, la materia della nostra ragione.

E ora vengo al secondo momento del mio intervento cioè un’osservazione sul primo discorso di Padre Haering. La cosa che vorrei notare è linguistica. Mentre ascoltavo la relazione di P. Haering ho notato che spesse volte egli usava il verbo dovere. In principio non lo percepivo poi in po’ alla volta ne ho preso coscienza. Dopo la terza, la quarta, la quinta la sesta volta. Ho cominciato a farci caso e ho notato che la parola dovere è intervenuta spessissime volte nel suo discorso. Credo di averla contata perlomeno dalle quindici alle venti volte. Lo scrittore deve, noi dobbiamo. Ora io non voglio intervenire da moralista su un discorso che diventerebbe fondamentalmente moralistico. Accetto questo moralismo e non lo giudico da moralista. Voglio fare un’osservazione invece di tipo filologico-linguisticoculturale. Scusate se faccio un confronto forse sproporzionato. Siccome sono fresco dall’aver fatto un film dal Vangelo secondo Matteo ho molto presente il testo e ho cercato nella mia memoria il punto del Vangelo in cui ci fosse la parola dovere in bocca a Cristo. Secondo me non c’è. Ho chiesto ai miei amici se per caso la ricordassero e nessuno mi ha saputo indicare un punto in cui ci fosse la parola dovere nelle parole di Cristo. Quello che Cristo dice è sempre detto direttamente: ‘Dai questo, fai quest’altro’. Cioè è un insegnamento diretto, è il momento religioso diretto da parte di Cristo agli altri uomini. Oppure ricorreva a delle circonlocuzioni estremamente belle e poetiche tra l’altro. Invece di dire ‘Devi essere povero di spirito’, diceva ‘Beati i poveri di spirito’. Cioè non usava mai la parola dovere. Ora perché a un certo punto tutta la Chiesa cattolica da circa duemila anni dopo Cristo invece usa questa parola. Perché questa è la parola della mediazione culturale del Vangelo. Il Vangelo nel suo momento puro divino era in questo modo diciamo così pragmatico, divinamente pragmatico. Nel momento in cui si inserisce nella società ha dovuto accettare le varie culture, i vari momenti storici di questa società e vorrei rendere emblema di questa mediazione tra Vangelo e società la parola dovere. Ora sarebbe curioso fare una ricerca storica dei momenti in cui la parola dovere è stata variamente usata nella predicazione del Vangelo. Quali sono stati i punti in certe epoche storiche che sono presentati con più frequenza come dei doveri ecc. ecc. Però a me interessa l’ultimo momento culturale che ha prestato questa parola mediatrice al Vangelo. L’ultimo momento culturale è evidentemente la cultura dell’Ottocento, da una parte l’idealismo, insomma tutta la cultura postkantiana. Cioè in questo momento probabilmente agisce, soprattutto sulla parola dovere, come mediatrice del Vangelo e credenti Kant e il grande idealismo tedesco.

Questo discorso è così un po’ un excursus che naturalmente andrebbe approfondito e reso…meno campato in aria. Tutto questo per arrivare a dire che c’è un momento culturale comune a tutti noi, qualsiasi sia la nostra opinione religiosa, politica e sociale e anche qualsiasi sia la nostra esperienza vitale, nel senso esistenzialistico della parola. Cioè tutti operiamo in una cultura comune, la stessa cultura che dà una certa accentuazione alla parola dovere nel discorso di Padre Haering, questa stessa cultura è quella che dà una certa accentuazione alla parola dovere nella moralità marxista e nella moralità del liberalismo borghese ecc. ecc.

C’è qualcosa in comune: è su questo terreno comune che secondo me si può impostare questo famoso dialogo di cui forse questo incontro di oggi è uno degli episodi. E allora giungo alla conclusione. Per me appunto in questo ambito culturale in cui ci possiamo comprendere e in cui la parola speranza può effettivamente avere un reale significato comune, in questo ambito culturale per me la parola speranza coincide con la parola ragione. Ma non vorrei che voi intendeste la ragione in un senso razionalistico, liberale, ottocentesco laico, no. Sono in polemica con il laicismo borghese. Sono in forte polemica con il laicismo borghese quindi quando io dico ragione intendo qualcos’altro di quella che è stata la divinità della borghesia in questi ultimi cento anni. Intendo una ragione infinitamente più aperta, più umana, tale da comprendere in sé anche l’irrazionalismo di cui parlava Tecchi che è un momento inevitabile dell’uomo e tale da comprendere anche il momento religioso da parete di un marxista e il momento autenticamente sociale da parte di un cattolico.

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Nel 1965 alla Pro Civitate Christiana in un convegno l’intellettuale contestava gli assunti irrazionali e moralistici degli interventi «Serve una cultura comune»

 

 

Pasolini 100: carriera cinematografica in mostra a Montecatini

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MONTECATINI TERME (PISTOIA) – Nel centenario della nascita Fedic (Federazione italiana dei Cineclub) dedica una mostra iconografica a Pier Paolo Pasolini: l’esposizione si terrà alla Terme Tamerici di Montecatini (Pistoia) dal 23 giugno al 31 luglio. Attraverso manifesti, locandine, fotobuste e altro materiale, provenienti dalla collezione privata del giornalista Giuseppe Mallozzi (presidente del cineclub ‘Il Sogno di Ulisse’ di Minturno), sarà tracciato, si spiega, “un percorso espositivo che attraverserà l’intera carriera cinematografica del poeta di Casarsa, da Accattone fino alla sua ultima, dolorosa opera, Salò o le 120 giornate di Sodoma”.

L’iniziativa è promossa all’interno della 72/a edizione di Italia film Fedic, dal 22 al 26 Giugno al Cinema Imperiale di Montecatini.
La mostra, “corredata da ampi apparati informativi sulle opere e sulla biografia di Pasolini, intende portare il pubblico ad affrontare un viaggio nella cinematografia” di Pasolini, con un “focus specifico sulla Trilogia della vita, che comprende Il Decameron, I Racconti di Canterbury e Il Fiore delle mille e una notte, un trittico di pellicole girate tra il 1970 e il 1974 ispirate a tre grandi classici della letteratura mondiale, che l’autore definì ‘una polemica profondamente ideologica contro il mondo moderno così com’è, cioè il mondo del neocapitalismo, della modernità intollerante'”. In esposizione anche cinque fotografie inedite provenienti dall’archivio dello Studio fotografico Rosellini, che documentano la presenza di Pier Paolo Pasolini a Montecatini Terme nel dicembre 1973: il poeta fu ospite nell’ambito del progetto dal titolo ‘Processo allo scrittore’ ideato dall’Amministrazione comunale dell’epoca, a cui aderirono tra gli altri Carlo Cassola e Alberto Moravia. 
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Anniversari. Il centenario di Pier Paolo Pasolini, grande inattuale

Lo scrittore, nato il 5 marzo 1922, è stato a lungo controverso per opere spesso scandalose. Ma, nell’epoca del disimpegno, è rimasta viva la sua critica sociale
Un murales dello street-artist Jorit dedicato a Pier Paolo Pasolini, a Scampia, Napoli

Un murales dello street-artist Jorit dedicato a Pier Paolo Pasolini, a Scampia, Napoli – Ansa/Cesare Abbate

Il 5 marzo 1922 nasceva a Bologna Pier Paolo Pasolini: autore controverso, a lungo scandaloso, nell’Italia del suo tempo, per un’omosessualità che non nascondeva, ‘maledetto’ per le circostanze di una morte tragica (assassinato all’Idroscalo di Ostia nella notte tra il 1° e il 2 novembre 1975) la cui dinamica non è stata del tutto veramente chiarita, ma anche segnato da una costante fascinazione per la dimensione del sacro (il suo Vangelo secondo Matteo è forse il più bel film mai girato sulla vita di Gesù).

Cent’anni dalla nascita è uno di quegli anniversari tondi che determinano attenzione e riflessione attorno a un autore, a maggior ragione un autore come Pasolini, sulla cui opera è fiorita negli anni una produzione critica che non ha il pari con quella relativa a nessun altro scrittore del Novecento. Un anniversario come questo è l’occasione per porsi alcune domande. Ne voglio isolare tre. Qual è l’originalità di Pasolini? Quali le ragioni della sua importanza? In che cosa è ancora attuale? Domande alle quali bisogna provare a rispondere senza retorica, uscendo dalla tentazione dell’agiografia: Pasolini va affrontato e discusso, non necessariamente approvato in tutto ciò che ha fatto o ha detto. La sua originalità è legata all’estrema versatilità del percorso creativo: Pasolini esordisce come poeta ( Poesie a Casarsa, 1942), prosegue come romanziere ( Ragazzi di vita, 1955), continua come regista di film (a partire da Accattone, 1961), scrive per il teatro e per i giornali, è critico letterario ed editorialista. Dipingeva anche: e forse quest’ultima è l’unica concessione al dilettantismo in una carriera artistica in cui ha raggiunto vette altissime in ogni settore in cui si è cimentato. Ma la sua opera va letta nel suo insieme, senza scindere i diversi generi: allora appare davvero come una grande opera ‘totale’, in cui le diverse fasi si intrecciano in un discorso creativo aperto e mobile.

Quanto all’importanza di Pasolini, nessun altro scrittore della sua epoca ha lasciato una traccia, nel vissuto nazionale e nella nostra memoria collettiva, simile alla sua, attraverso l’opera e la vita. L’importanza di Pasolini non riguarda solo la letteratura e la cultura, ma anche la storia italiana, poiché con essa egli ha continuato a confrontarsi, convinto com’era della responsabilità morale e civile dell’intellettuale. Seppure non senza alcune ambiguità e personali idiosincrasie, Pasolini è stato capace di interrogarsi sul presente, di leggere la contemporaneità in relazione al passato, e dunque di intuire le direzioni in cui il futuro si sarebbe incamminato. Senza per questo essere un ‘profeta’: definizione tanto abusata da diventare un frusto luogo comune. Pasolini è attuale? Per la sua posizione scomoda, ai suoi tempi Pasolini è stato un grande “inattuale”. Prima, nei confronti della politica, è stato un intellettuale “disorganico”, autonomo e indipendente da qualsiasi ipoteca ideologica; poi, mentre, dalla fine degli anni Cinquanta in avanti, veniva meno presso gli artisti italiani la dimensione dell’impegno e si affermava la cultura postmoderna portatrice di un’idea dell’arte (let- teratura compresa) ludica e giocosa, in Pasolini, invece, persiste – e anzi sembra intensificarsi nell’estrema fase del suo lavoro (si pensi agli interventi degli Scritti corsari e delle Lettere luterane, al romanzo incompiuto Petrolioo anche a un film scioccante e disturbante come Salò) – una tenace volontà di critica alla società dei consumi, ai suoi falsi valori e alla prassi politica di quegli anni. Ma paradossalmente quella che allora poteva essere considerata l’inattualità di Pasolini si è trasformata dopo la sua morte, sempre più, sino a oggi, in una fortissima, singolare attualità.

È come se, dopo le censure e gli ostracismi subìti in vita, ora Pasolini, quasi per una sorta di compensazione riparativa, sia divenuto una presenza costante e ineludibile. Sarebbe bello che l’occasione del centenario pasoliniano venisse còlta soprattutto dai più giovani, da quei ragazzi a cui Pasolini ha dedicato tante delle sue riflessioni e ai quali continuava – e continua tutt’oggi – a parlare. Purtroppo è ancora un autore che si incontra poco a scuola (come, del resto, quasi tutti i contemporanei). I giovani conoscono il nome di Pasolini e magari qualche sua citazione trovata in rete o sui social. Ma spesso ne ignorano l’opera: le poesie, i romanzi, gli interventi giornalistici, i film. È il momento di scoprirli.

Avvenire

 

Sean, Gigi, Pier Paolo e il poliedro

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Lettere dal direttore

02 novembre 2020

Quarantacinque anni fa sul lido di Ostia moriva brutalmente assassinato Pier Paolo Pasolini. L’altro ieri è morto nel sonno a 90 anni Sean Connery e oggi, nel giorno del suo 80° compleanno, anche Gigi Proietti ha lasciato la scena di questo mondo. Tre personalità note al grande pubblico, molto diverse tra loro che probabilmente non si sono mai incontrate di persona ma che rivelano un aspetto in comune, se le si osserva più da vicino. E questo aspetto è quello dell’identità, identità culturale, popolare, etnica, che poi è il grande tema sociale e politico degli ultimi trent’anni, il macigno posto nel “salotto” dell’attuale scenario mondiale.

Gigi Proietti, ovvero Roma. La sua romanità era la sua cifra artistica, la sua forza e in fondo il suo limite. Sean Connery, ovvero la Scozia. Sin da giovane si era fatto tatuare sul braccio la frase Scotland forever, e con il suo marcato accento non ha mai smesso di difendere anche a livello politico la “causa scozzese”. Pasolini è stato lo strenuo difensore delle identità culturali che lui avvertiva, profeticamente, sotto attacco a causa dell’esplosione della società dei consumi.

Il mondo rurale, contadino che dall’antica Grecia (da lui raccontato in alcuni film come Medea, Edipo Re) era sopravvissuto per millenni fino agli anni ’50, ora rischiava di essere spazzato dall’avvento del boom economico e da quello che quarant’anni dopo Papa Francesco avrebbe definito come la “globalizzazione dell’indifferenza”. Nel momento in cui il mondo globalizzato appare come una “sfera”, sempre per usare una terminologia bergogliana, cioè come qualcosa che non porta all’unità ma all’uniformità, all’appiattimento e all’omologazione, ecco che nascono inevitabilmente le reazioni che rischiano facilmente di degenerare nell’eccesso opposto: il localismo, il particolarismo, l’identità trasformata in ideologia e usata come un randello, il populismo e infine il sovranismo. Da qui la predicazione del Papa che propone invece la figura del “poliedro”, capace di tenere insieme e in armonia l’esigenza dell’unità con il rispetto della diversità e la valorizzazione della peculiarità di ogni soggetto. È questo equilibrio, sottile e sempre da rinegoziare, che costituisce un popolo e impedisce ad una sana politica popolare di degradare a populismo.

Questa è stata la forza, scomoda e scandalosa, di Pasolini, poeta visionario ad un tempo profetico e popolare, così come sono stati popolari i due grandi attori scomparsi nelle ultime ore; con il loro fare sornione e il sorriso accattivante, entrambi piacevano al grande pubblico perché avevano una consistenza, uno spessore, in una parola una storia, delle radici forti dalle quali provenivano e grazie alle quali potevano parlare a tutti i popoli, perché questa è l’arte, il punto di congiunzione tra il particolare e l’universale.

A.M.

da Osservatore Romano (Lettere al Direttore)

Pasolini interprete di san Paolo

di: Virginia Casagrande

pasolini paolo

«Potrei parlare di UNO che è stato rapito al Terzo Cielo: / invece parlo di un uomo debole: fondatore di Chiese»[1]. Che Pasolini sia stato uno scrittore ateo ma profondamente religioso lo dimostra l’intera sua produzione. Celebre il suo instancabile bisogno di interrogare il mistero di Gesù di Nazareth, la cui traccia più sublime resta la pellicola del 1964, Il Vangelo secondo Matteo.

Meno noto invece, ma non per questo meno rilevante, è il vivo interesse che Pasolini ha mostrato per un altro personaggio fondamentale tanto per la storia del cristianesimo che per l’intera storia occidentale: Paolo di Tarso. La figura del predicatore giudeo appare una presenza costante nella sua opera, tanto che ne troviamo traccia in diversi prodotti cinematografici, narrativi e poetici, dalla fine degli anni ’40 fino alle soglie del 1975.

L’aspetto più interessante dell’interpretazione pasoliniana dell’apostolo indubbiamente emerge nell’abbozzo di sceneggiatura per un film sulla vita di San Paolo, in lavorazione dal 1966 al 1974, mai realizzato a causa della fallita collaborazione con la casa di produzione Sampaolofilm[2].

L’incompiuta paolina

L’elaborato testo di questa sceneggiatura scaturisce dal confronto tra le due principali fonti paoline: gli Atti e le Lettere. Se infatti i due testi possono essere messi a confronto in molti punti, si devono riconoscere anche notevoli discordanze. Gli Atti presentano un Paolo teologicamente più edulcorato, che tende a stemperare le radicali posizioni teologiche delle Lettere, nella prospettiva di compiacere Giacomo e la comunità madre di Gerusalemme.

Pasolini, intellettuale sagace, coglie questa tensione tra le due fonti e la estremizza nella finzione letteraria della sceneggiatura, arrivando a rappresentare Paolo come un soggetto diviso, schizofrenico come afferma Guastini[3], e a trasformare la scrittura degli Atti da parte di Luca in un’operazione ispirata da Satana. La psicosi dell’apostolo si alterna tra due poli definiti Trasumanar e Organizzar[4], o anche nel contrasto tra «il santo e il prete»[5], che rappresentano l’impossibile compromesso tra l’ascesi mistica da una parte e l’esigenza di relazionarsi con le urgenze materiali dall’altra.

Quest’ultima esigenza spinge ineluttabilmente Paolo verso l’organizzazione della Chiesa, e quindi alla fondazione funesta di una istituzione. Per questo Pasolini, d’indole fortemente anticlericale, afferma in modo veemente: «accuso San Paolo di aver fondato una Chiesa anziché una religione[6]». E ancora: «la sessuofobia, l’antifemminismo, l’organizzazione, le collette, il trionfalismo, il moralismo […] le cose che hanno fatto il male della Chiesa sono già tutte in lui»[7]. Il promotore della carità è tornato il fariseo schiavo della Legge e della norma, che è «nata dalla fede e dalla speranza / (senza carità, che è touton méizon)»[8], facendosi in questo modo complice dell’odierna ragione borghese e responsabile dell’attuale desacralizzazione del mondo.

Pasolini espone assai lucidamente come la sola alternativa a ciò sia «vivere / [al margine / delle istituzioni come un bandito»[9], avere il coraggio di accettare una lacerante condizione di orfanità, perché «le istituzioni sono commoventi, / e commoventi perché ci sono: perché / l’umanità – essa, la povera umanità – non può farne a / meno»[10].

Il sacro e l’arcaico

Il film progettato da Pasolini avrebbe dovuto traporre i viaggi apostolici nell’Europa e nell’America della fine degli anni ’30 e fine degli anni ’60 del Novecento, nella prospettiva innanzitutto di far dialogare il predicatore[11] con la moderna società imborghesita ed industrializzata e con l’istituzione cattolica ormai inetta ed obsoleta, manipolate entrambe dal nuovo potere consumistico, fascista nelle sue modalità, in cui Pasolini riconosceva l’origine della drammatica perdita del contatto con il sacro.

Recuperare questa relazione con il mistero del mondo e delle cose era forse la più pungente urgenza del poeta, come giustamente commenta Calabrese: «per il tramite della parola di San Paolo» esso, il sacro – vero e proprio «tesoro in vasi di creta» (2Cor 4,7) – «può essere ancora nominato o rievocato»[12]. L’espediente usato da Pasolini e recuperato dal Vangelo secondo Matteo consisteva nel mantenere sulle labbra dell’apostolo delle genti i discorsi delle Lettere di 2000 anni fa inalterati, nonostante gli interlocutori gli rivolgano domande «specifiche, circostanziate, problematiche, politiche, formulate con un linguaggio tipico dei nostri giorni»[13].

Pasolini manterrà nei confronti del suo San Paolo una tensione sempre viva e spesso contraddittoria tra esaltazione e condanna («io sono tutto per il santo, mentre non sono certo molto tenero con il prete»[14]), incarnata attraverso sentimenti ambivalenti, attraverso consci e inconsci movimenti di identificazione e opposizione all’apostolo.

A tale proposito è interessante segnalare una lettera privata del 1964 indirizzata a don Giovanni Rossi della Pro Civitate Christiana, caso unico in cui l’identificazione a San Paolo si fa radicalmente cosciente e radicalmente intima: «Forse perché io sono da sempre caduto da cavallo […] e un mio piede è rimasto imbrigliato nella staffa, così che la mia corsa non è una cavalcata, ma un essere trascinato via, con il capo che sbatte sulla polvere e sulle pietre. Non posso né risalire sul cavallo degli Ebrei e dei Gentili, né cascare per sempre sulla terra di Dio»[15].

P.P. e il suo doppio

Oltre al lampante richiamo al celebre episodio sulla via di Damasco, che Pasolini fa suo fino alle estreme conseguenze, questa lettera stabilisce l’inizio di una sottile linea di cucitura tra l’esperienza del poeta e quella dell’apostolo, che punto dopo punto prosegue fino alla fine della sua vita. Non a caso, alcuni studiosi hanno spesso definito San Paolo uno dei più forti alter ego dello scrittore[16], soprattutto nella sua volontà di essere oggetto di scandalo per la società. La lunga e complessa relazione con questo personaggio che compare, tra gli altri, in rilevanti lavori editi ed inediti come TeoremaMedea e Romans, si conclude nell’ultima raccolta poetica pubblicata in vita, la Nuova Gioventù edita nel 1975.

L’ultima parola di Pasolini su Paolo di Tarso risulta molto dura, ma non così distante da tutto quello che abbiamo osservato fino ad ora. Paolo «è stata la grande disgrazia»[17] dei luoghi del mito pasoliniano e questo è vissuto esattamente come un lutto, come un dolore quasi fisico «nel fondo più mio del cuore»[18]. Il mondo che percorreva il Tagliamento, il mondo dei ricordi fanciulleschi del poeta non è ormai che una «grande Chiesa grigia»[19] dove i ragazzi «sono cattivi e seri come vuole San Paolo»[20]; identità spogliate della loro ancestrale forza vitale, della loro allegria e spontaneità, in sintonia con la poetica delle Ceneri di Gramsci[21].

Il cambiamento antropologico appariva apocalittico e irreversibile agli occhi di Pasolini, al quale non restava altro modo di denunciare tutto questo che attraverso la sua penna, versificarlo sulle sue pagine d’appunti, laddove «nei suoi viaggi non è mai arrivato San Paolo»[22].


[1] P.P. Pasolini, Tutte le poesie, T. II, a cura di W. Siti, Mondadori, Milano 2003, 25.

[2] A. Monge, «Rimpianto per il “Paolo” di Pasolini», in Paulus, n. 1 (luglio 2008), 66-67.

[3] D. Guastini, «Chi è San Paolo? Le risposte di Pasolini e Badiou», in Pòlemos 9 (2016), 87-105, qui 89.

[4] P.P. Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, a cura di W. Siti e Silvia de Laude, Mondadori, Milano 1999, 1462.

[5] P.P. Pasolini, Lettere 1955 – 1975, a cura di N. Naldini, Einaudi, Torino 1988, 639-640.

[6] L. De Giusti, Pier Paolo Pasolini. Il cinema in forma di poesia, Cinema Zero, Pordenone 1979, 156.

[7] Ibidem.

[8] P.P. Pasolini, Tutte le poesie, T. II, 22.

[9] P.P. Pasolini, Tutte le poesie, T. II, 83.

[10] P.P. Pasolini, Tutte le poesie, T. II, 20.

[11] P.P. Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società, 1600-1601: «ai tempi nostri ma senza cambiar nulla […] restando fedelissimo alle sue lettere».

[12] G. Conti Calabrese, Pasolini e il sacro, Jaca Book, Milano 1994, 46.

[13] P.P. Pasolini, San Paolo, Garzanti, Milano 2017, 15.

[14] P.P. Pasolini, Lettere 1955 – 1975, 639-640.

[15] P.P. Pasolini, Lettere 1955 – 1975, 576-577. La lettera è stata pubblicata in «Rocca» del 15 novembre 1975.

[16] A. Maggi, The resurrection of the body. Pier Paolo Pasolini from Saint Paul to Sade, University of Chicago Press, Chicago 2009, 22: «This film project […] is Pasolini’s most direct and sincere self-portrait, his most explicit autobiography».

[17] P.P. Pasolini, Tutte le poesie, T. II, 471.

[18] P.P. Pasolini, Tutte le poesie, T. II, 471.

[19] P.P. Pasolini, Tutte le poesie, T. II, 473.

[20] P.P. Pasolini, Tutte le poesie, T. II, 472.

[21] P.P. Pasolini, Le ceneri di Gramsci, Garzanti, Milano 2013, 56: «attratto da una vita proletaria / a te anteriore, è per me religione / la sua allegria, non la millenaria / sua lotta […]».

[22] P.P. Pasolini, Le ceneri di Gramsci, 472.

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