La parola in cammino… Commento XIV domenica del tempo ordinario Is 66,10-14c, Sal 65 (66); Gal 6,14-18; Lc 10,1-12.17-20

In attesa della venuta del Signore - Parrocchia di S.Anna

Nel Vangelo di oggi assistiamo all’invio di 72 messaggeri di pace e annunciatori del Regno. Dopo alcune importanti istruzioni i 72 partono e viene descritto il ritorno di questi discepoli pieni di gioia per i successi ottenuti.

Certamente sono tanti i particolari su cui ci si potrebbe fermare per approfondire e riflettere, ma vorrei invece porre attenzione sul primo elemento di questo racconto, che forse rimane il più trascurato, ovvero sul numero «72». In realtà è un numero strano, ci si aspetterebbe di più una cifra tonda, come 70, che richiami, come multiplo di sette, la totalità di questo invio. Che questo numero 72 faccia problema risulta anche da diversi autorevoli manoscritti che, appunto, correggono la cifra in 70.

Ovviamente sono possibili diverse spiegazioni per questa discrepanza tra gli antichi manoscritti, ma tra queste ce n’è una intra-biblica che può suggerirci un’ulteriore riflessione. La scelta di 72 persone a delle orecchie allenate al racconto biblico fa subito venire in mente un’altra scena dove un altro Maestro — Mosè nella tradizione ebraica viene chiamato Moshè rabbenu (Mosè nostro maestro) — convoca 70 anziani perché lo aiutino a portare avanti la sua missione verso la terra promessa.

In realtà, però, il numero delle persone sulle quali discenderà lo Spirito di Dio sarà 72, con un ulteriore particolare: mentre i 70 che ricevono lo Spirito in presenza di Mosè intorno alla tenda del convegno «profetizzarono, ma non lo fecero più in seguito» (Nm 11,25), gli altri due che erano rimasti nelle loro tende non solo ricevettero il medesimo Spirito e incominciarono a profetizzare, ma non si dice che smisero di farlo in seguito. Anzi, alla protesta di Giosuè, che vede in tutto questo una trasgressione all’ordine del maestro, Mosè risponde: «Fossero tutti profeti nel popolo del Signore e volesse il Signore porre su di loro il suo spirito!» (Nm 11,29).

Ecco allora che l’invio da parte di Gesù di 72 discepoli, se si tiene conto di quanto fosse familiare il testo di Numeri nel contesto ebraico in cui tutto questo avviene, può avere un ulteriore significato proprio a partire dall’episodio appena narrato. C’è sicuramente un’«ufficialità» che va comunque rispettata, ma che non può essere esclusiva, poiché lo Spirito di Dio non può avere limiti organizzativi o istituzionali e può posarsi su chiunque al di là di regole, norme e ordinamenti. 

L’invio di 72 discepoli pone allora, da parte del Signore, una condizione essenziale per la buona riuscita della missione stessa: al di là del mandato e dell’invio è lo Spirito che suscita e guida coloro che a sua volta lo accolgono e si lasciano guidare, poiché tutti possono essere profeti nel popolo di Dio. E di fatto tutti i cristiani in virtù dello spirito ricevuto nel loro battesimo sono costituiti come popolo regale, profetico e sacerdotale, a tutti è dato il medesimo Spirito, il quale è libero di agire al di là di ogni norma e istituzione. Norma o istituzione che non viene, però, abolita o disattesa, poiché anch’essa di per sé necessaria, ma resa non esclusiva o escludente, proprio nel rispetto della libertà dello Spirito, della sua costante e continua creatività e libertà. 

A riprova di tutto questo è la frase finale con cui si chiude questo episodio. I discepoli ritornano gioiosi perché la loro missione è stata straordinaria: «I settantadue tornarono pieni di gioia, dicendo: “Signore, anche i demòni si sottomettono a noi nel tuo nome”», e questo grazie proprio al potere che il Signore ha dato loro: «Ecco, io vi ho dato il potere di camminare sopra serpenti e scorpioni e sopra tutta la potenza del nemico: nulla potrà danneggiarvi».

Ma non tanto la buona riuscita della missione, insegna Gesù, quanto un altro deve essere il motivo della gioia: «Non rallegratevi però perché i demòni si sottomettono a voi; rallegratevi piuttosto perché i vostri nomi sono scritti nei cieli». «I nomi scritti nei cieli»: e a chi è dato salire nei cieli per poter leggere quei nomi? Possiamo, come Mosè, inscrivere nell’ordine dei chiamati 70 nomi (che sono già una totalità), ma non possiamo chiudere la porta, escludere quegli altri 2 nomi che solo lo Spirito conosce; non ne abbiamo, semplicemente, l’autorità: «Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese» (Ap 2,29; 3,6; 3,13; 3,22).

 

di Ester Abbatista in Il Regno

La parrocchia, la Parola e i poveri

La parrocchia ha ottime prospettive se è, rimane e si ostina a rimanere il luogo dove risuona la Parola. Del resto alla nostra generazione non manca il pane. E anche quando nella vita di alcuni nostri fratelli viene a mancare questo alimento necessario – il pane –, noi non possiamo offrirgli solo quello. Sarebbe tradire la loro vita. Perché noi non stiamo in piedi solo con il pane come una macchina non cammina solo con la benzina.

Ad una generazione che ha dimenticato la sua grandezza e ha buttato le istruzioni per l’uso dell’esistenza dobbiamo ricordare che noi siamo una realtà più nobile e più complessa di quello che appare e che il pane non basta. È utilissimo ma insufficiente.

Fede nella Parola

Senza rinunciare a tante attività buone e belle, ma senza diventarne schiavi e senza farsi assorbire completamente da altre cose tutte buone, la parrocchia deve dare spazio all’ascolto della Parola, anche se lì per lì può sembrare inutile, improduttivo, una perdita di tempo… far risuonare la Parola, farla vibrare con tutta la sua forza, farne sentire tutto lo scandalo (cioè la distanza che esiste tra i nostri pensieri e la sua logica), tirarne fuori tutta la sua bellezza e il suo fascino, la sua gustosissima sapienza, la sua dolce verità… è il seme della Parola che ha partorito i giganti e i fuoriclasse.

Qual è la qualità della nostra parola? La parola che porgiamo non può essere difficile, indecifrabile, incomprensibile più del latino di una volta, o scientifica, forbita e, tantomeno, vuota, un suono che non convince e non sveglia nemmeno chi la pronuncia, o la ripetizione noiosa di frasi fatte e scontate che chi ci ascolta già sa in partenza dove andiamo a parare. Prevedibili. Senza una sorpresa che riaccende l’attenzione!

La Parola deve uscire dalla bocca di un testimone, dal cuore di un innamorato, dagli occhi di chi ha veramente fissato uno spettacolo, da una vita appassionata!

Quando la Parola tocca la vita delle persone provoca tante reazioni, anche contrastanti, ma comunque accende sempre la vita. E anche se viene a sconvolgere, viene sempre a creare.

Incontrare gli adulti

È importantissimo che la piccola comunità cristiana parli a tutti e non si perda nessuna delle opportunità che le vengono offerte. Le parrocchie (e questo sì è un vero limite) sono pensate, strutturare e realizzate in vista dei bambini fino alla comunione o alla cresima per i più fortunati.

Chiesa, aule del catechismo (vengono ancora chiamate così), oratorio, calcetto, teatrino, biliardini… ma i grandi? Gli adulti? Quando li incontriamo? Come li incontriamo? Il nostro linguaggio è a misura di un uomo cresciuto e navigato? Oppure conserva il sapore e lo stile di quando parliamo ai bambini? È un po’ che non parliamo a loro, se non a pochissimi e con parole distanti dalla vita e disincarnate dalla realtà.

Sono loro che si allontanano o non è che stiamo dando loro una buona mano per andarsene? Fino a prova contraria, sono ancora tanti quelli che vengono a messa la domenica. Quanti vorrebbero avere di fronte lo stesso numero di persone che li ascolta! Ogni domenica! Ma qual è la qualità delle nostre omelie? Le omelie sono ormai diventate l’unica e prima evangelizzazione per gli adulti. Spesso lamentiamo lo svuotamento delle nostre chiese ma sarebbe utile chiedersi: “ma possibile che la Parola non riesca a trafiggere il cuori dei nostri contemporanei?”. Il Rabbì di Nazareth, quando parlava, provocava sempre tantissime reazioni immediate.

Nella mia piccola esperienza (10 anni da viceparroco e 11 da parroco), ho sempre avuto la sensazione che il catechismo ai bambini in proporzione a quanto si investe sia fallimentare. Mi ha sempre impressionato l’abbandono veloce e di massa, l’esodo di tutti i ragazzi già nelle scuole medie inferiori. Diceva don Mazzolari: «Così, il povero prete della parrocchia – non quello di parata – ha spesso l’impressione che la sua fatica non prenda più. Nessuna comprensione, nessuna risposta, nessuna reazione. La distanza aumenta, la solitudine intorno alla parrocchia, nonostante il moltiplicarsi delle iniziative, aumenta. C’è nel popolo una resistenza silenziosa. Di quanta fede ha bisogno questo povero parroco per resistere alla tentazione di scappare in convento o di rimanere con gli occhi e il cuore chiuso!».

Ricordo a Napoli un bambino vispo, Antimo, intelligentissimo, che la domenica mi aiutava, con i suoi interventi, a fare l’omelia nella messa con più bambini, e con una bellissima famiglia alle spalle che non trascurava affatto la trasmissione della fede ai figli. Ebbene, pochi anni dopo si è dichiarato ateo. Chissà se conosceva il significato di quello che diceva, però era sicuro che preferiva prendere le distanze da una cosa che poco prima amava e seguiva.

È un esodo massiccio e un cambiamento repentino che non può non impressionarci. Va bene ma non possiamo lamentarci poi neanche più di tanto se i ragazzi ci lasciano, perché comunque a loro qualcosa la diciamo e forse questa semina che adesso non mostra frutti può portare domani frutti inaspettati.

Ma gli adulti? Quando parliamo a loro? Dobbiamo accelerare i nostri passi verso di loro e non perdere nessuna delle occasioni che le circostanze ci danno. Preparazione al matrimonio (spesso questo è il primo contatto da adulti con la comunità e con il Vangelo), preparazione al battesimo, benedizione delle famiglie nelle case, cura degli ammalati, vicinanza nel momento della morte, anniversari, catechismo (ho trovato e trovo utilissimo, nella mia esperienza, incontrare i genitori dei bambini che fanno il catechismo; mentre i bambini sono con i catechisti, io, parroco, incontro i genitori. Tutte le volte. Sempre.), confessione e disponibilità al dialogo (quanta gente chiede di parlare e di essere ascoltata!)…

Certo, chiunque legge può dire: “ma queste sono cose che si sono sempre fatte!” Certo!? Come prete che lavora a tempo pieno nella pastorale da 21 anni oso avanzare qualche dubbio. Ma, ammesso anche che si siano sempre fatte (ed è vero che le abbiamo fatte e tante volte sono state fatte bene), sono queste le cose che dobbiamo continuare a fare. Dobbiamo puntare agli adulti senza perdere nessuna delle opportunità che ci vengono continuamente sotto il naso, prima di mettere in programma e in calendario altre iniziative.

Spesso possiamo trovarci nella condizione comica di chi è lì a fare programmi e a pensare e preparare iniziative e a non saper leggere l’ordine del giorno che ci suggerisce la vita. Un po’ come quei genitori che fanno le case per i propri figli e questi, per diverse ragioni, non le abiteranno mai. E forse un giorno si sentiranno pure dire: “e chi ve l’ha fatto fare?”. Certo che dobbiamo avere qualche idea, ma non dobbiamo esserne troppo affezionati. Anche gli apostoli sanno che da Gerusalemme devono arrivare fino ai confini della terra, ma non sanno come.

Dobbiamo ritornare a offrire nelle nostre parrocchie la Parola. Del resto, è questa ciò che chiama, convoca, mette insieme, ci avvicina, ci fa corpo e ci fa fratelli.

I poveri

Credo proprio che siamo alla vigilia di tempi che porteranno nuovi frutti e abbondanti. Molti hanno intravisto una stagione nuova in un’attenzione che le comunità devono offrire ai poveri, che sono sempre stati i prediletti del Padre Celeste (basti pensare a don Primo Mazzolari, a don Tonino Bello, allo stesso papa Francesco): «E i poveri sentono che non hanno più il primo posto nel cuore del parroco e si allontanano anche dalla Chiesa. Se ne sono già allontanati. Per cui abbiamo chiese belle e ricche e riscaldate anche, d’inverno, ma così vuote, così desolatamente vuote, come il cuore di un prete senza poveri» (Mazzolari). Questa sarebbe davvero una conversione pastorale!

Sono sicuro che saranno loro, i poveri, a salvarci. Saranno i poveri, gli ultimi, i falliti, la gente con il cuore spezzato, gli scarti del mondo, quelli che sbarcano, quelli che sono distrutti e offesi, quelli senza pane e senza vita, quelli senza storia e senza nome, quelli abbandonati e messi alle porte, quelli che piangono e agonizzano, quelli che si perdono e sono sbandati, coloro che non vengono mai ascoltati, che non contano nulla, coloro ai quali non si chiede mai il parere, ai diseredati, proprio quelli che bussano alle nostre porte e ci disturbano, saranno loro che rinnoveranno le nostre comunità, con le loro lacrime e il loro lamento, con le loro sofferenze e le loro insistenze, con le loro richieste e il loro grido ci spingeranno a essere ciò che dobbiamo essere, a fare ciò che dobbiamo fare, a dire ciò che dobbiamo dire.

Sono i poveri che hanno suscitato campioni come Giovanni Bosco, Pino Puglisi, Lorenzo Milani, Mario Operti, Luigi Ciotti, Giuseppe Diana, Maurizio Patricello, Oreste Benzi… sono stati sempre loro a salvarci, a portaci fuori dal pantano e a ridarci slanci e grandezza e saranno loro a portarci fuori anche da questa situazione che ci appare grigia e ferma. Ne sono certo loro sapranno indicarci la strada per uscire e ci offriranno soluzioni che noi neanche immaginavamo. Ma già lo fanno. Lo hanno sempre fatto. Forse è per questo che il Signore ci ha detto che sarebbero stati sempre con noi, perché sarebbero stati loro sempre, lungo i tempi, a prenderci per mano e a riportarci all’essenziale, al necessario, al bello, al Vangelo. I poveri ci hanno sempre aiutato molto più di quanto abbiamo fatto noi per loro.

E poi è assurdo pensare che la parrocchia dipenda solo da noi. Ci sono alcuni preti che pensano che prima di loro non c’era niente e dopo di loro tutto crollerà. Sono degli autentici uomini di fede perché credono fermamente e solamente in se stessi (temo, però, che abbiano poca fiducia in Dio). Non è solo l’offerta che crea il mercato. È la domanda che lo genera. Sono i poveri che bussano, non solo i poveri di pane anche quelli smarriti, quelli persi, quelli spenti, quelli soli, delusi, falliti, feriti, malati, aggrovigliati dentro a catene assurde, quelli impantanati… sono loro che fanno la comunità cristiana.

settimananews