Documenti. Sui passi di Paolo VI, il Papa riformatore

Papa riformatore Per iniziative editoriali, pubblicazione di inediti da parte dell’Istituto Paolo VI di Brescia, convegni che si soffermano sui momenti salienti del pontificato di Paolo VI, la figura di Giovanni Battista Montini si ripropone sempre più come grande Papa riformatore della modernità, dentro e fuori i confini della Chiesa. Possiamo ricordare due bienni del secondo Novecento, al centro di svolte cruciali per la Chiesa e i suoi rapporti con l’umanità: quello del 1964-65, e l’altro molto celebrato in questi mesi del 1967-68. Nel primo spazio di tempo la Chiesa si rivolge all’umanità, con l’Enciclica programmatica di Paolo VI Ecclesiam Suam, e con il viaggio del 4-6 gennaio del 1964 in Terra Santa dove riannoda i rapporti con l’ebraismo e incontra a Gerusalemme il patriarca ortodosso Atenagora; di lì a poco, nel 1965, segue l’abolizione delle scomuniche reciproche tra le Chiese di Roma e di Costantinopoli, definite da allora «Chiese sorelle». Nel 1965 Paolo VI compie il viaggio a New York per parlare all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dando all’Onu un’«altissima ratifica morale» da parte della Chiesa che viene in qualche modo paragonata all’Onu stessa per la sua universalità. Da allora, con la conclusione l’8 dicembre 1965 del Concilio Vaticano II, la missione apostolica, e l’azione internazionale, della Santa Sede non conoscono spazi vuoti o soste nell’intrecciare il dialogo con chiunque sia interessato. Nel biennio tra il 1967 e il 1968 sembra quasi d’essere in un’altra epoca, ma l’opera riformatrice di Paolo VI prosegue con documenti destinati a incidere sulla Chiesa e sui grandi temi che interessano la società.

L’emanazione il 26 marzo 1967 della Populorum progressio, forse la sua più importante enciclica che anticipa l’orizzonte della globalizzazione, estende i princípi della dottrina sociale a tutti i popoli della terra; e l’enciclica del 25 luglio 1968 Humanae vitae sul matrimonio e sul rapporto tra procreazione e sessualità. Tra l’altro, questi richiami smentiscono nettamente la tesi, tanto ricorrente quanto infondata, per cui sul crinale del biennio il papato di Montini conoscerebbe un’involuzione, quasi di pessimismo e ripiegamento, come scossa dal tempo della contestazione, che però nelle sue punte più aspre doveva ancora maturare. In realtà in questi anni Paolo VI non solo intensifica l’opera di attuazione del Vaticano II, ma estende e proietta il suo magistero sulle questioni antropologiche e sociali che segneranno l’epoca successiva, che noi stiamo oggi vivendo appieno. In un commento riassuntivo del suo pontificato nel 1979 (edito su “Notiziario- Istituto Paolo VI” nel 1984) Joseph Comblin si sofferma sui viaggi che il successore di Pietro compie per la prima volta in ogni angolo della terra, e sui diritti dei popoli e delle Nazioni riconosciuti con la Populorum progressio. Quasi cogliendo l’anticipazione del linguaggio di papa Francesco, il teologo ricorda lo stupore del mondo di fronte a Paolo VI che torna a Gerusalemme, e ai viaggi che lo porteranno nelle periferie del mondo. Comblin afferma che «per le Chiese della periferia, il pontificato di Paolo VI ha conciso con un evento unico nel suo genere: il loro ingresso nella Chiesa universale come membra attive, come membra che partecipano alla storia della Chiesa in modo attivo e non puramente passivo come prima. Con Paolo VI, esse hanno cessato di essere semplici “destinatarie” della missione inviata dalle Chiese del centro». Aggiunge, poi, che «questa apertura a tutti i continenti è probabilmente uno dei più importanti tornanti della storia della Chiesa dal concilio di Gerusalemme del primo secolo, quando l’apostolo Paolo fece riconoscere il diritto di aprire le porte della Chiesa ai pagani. L’inizio orienta la storia seguente per secoli. È questo che dà il suo significato storico al pontificato di Paolo VI». Il biennio 1967-68 conosce altre riforme strategiche, quella realizzata il 15 agosto con la Costituzione apostolica Regimini Ecclesiae Universae che adegua la Curia Romana al processo d’internazionalizzazione della Chiesa e la struttura episcopale, e dall’Enciclica Humanae vitae sui grandi temi dell’antropologia.

La riforma della Curia, recepisce tra l’altro, e incardina, gli organismi che hanno aperto al dialogo per l’ecumenismo, ai nuovi rapporti con l’ebraismo, al dialogo interreligioso, con strutture che sono divenute poi essenziali per l’attività della Chiesa nel mondo. Sulla centralità dell’Enciclica Humanae vitae“ Avvenire” ha richiamato l’attenzione nei giorni scorsi per smentire, anche a opera dell’arcivescovo Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la vita, ogni ipotesi complottarda sulla sua elaborazione. La riflessione sull’Humanae vitae invece è di grande rilievo se si valuta la lungimiranza della visione di Paolo VI alla luce dell’evoluzione successiva, cioè della deriva nichilista che s’è avuta proprio sui temi della famiglia e della procreazione. È utile ricordare quanto disse Paolo VI, parlando con Jean Guitton, proprio dell’enciclica del 1968, ricordando che l’etica non può cambiare ogni volta che c’è una scoperta scientifica, assoggettandosi a essa acriticamente: «Per esempio – afferma il Papa – un domani ammetterebbe la procreazione senza paternità; tutto l’edificio della morale verrebbe dissolto» ( J. Guitton, Paolo VI segreto, 2002). Oggi dobbiamo riconoscere che è esattamente ciò che è avvenuto di recente, quando si sono superate barriere inimmaginabili ai tempi di Paolo VI, sui temi della maternità, la filiazione disconosciuta, la maternità surrogata, il diffondersi delle pratiche eterologhe, fino a giungere alla sottrazione di padre o madre – per affidare il bambino a un genitore raddoppiato (due padri, due madri), privandolo della genitorialità complementare – e fino al collasso teorizzato da alcuni per ogni relazione affettiva stabile e matrimoniale. Aggiungeva il Papa che i princípi etici che attengono alla più intima struttura umana devono avere una stabilità e solidità che salvaguardi la persona da sperimentazioni, da scelte superficiali, da un relativismo che reca danni ai diritti e alla aspirazione più profonde dell’uomo. Anche per questa ragione, la figura di Paolo VI è al centro di una rinnovata attenzione ecclesiale e culturale, di iniziative che si susseguono per ricordare le fasi salienti del suo pontificato, e – in questi mesi – per celebrare e riflettere sul 50° della Populorum progressio, e su grandi altre tappe del suo magistero. Tra queste, si può segnalare il Convegno organizzato, per iniziativa dell’Università di Roma Tre, nel novembre prossimo e che si svolgerà nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, con esponenti della cultura laica ed ecclesiastica, destinato ad approfondire alcuni momenti e temi centrali dell’opera riformatrice che ha segnato il Pontificato di Paolo VI.

da avvenire

38 anni fa moriva Paolo VI, grande timoniere del Concilio

Ricorre oggi il 38.mo anniversario della morte di Papa Paolo VI, avvenuta il 6 agosto 1978 a Castel Gandolfo, proprio nella Festa della Trasfigurazione.  Giovanni Battista Montini, nato a Concesio, in provincia di Brescia, il  26 settembre 1897, viene eletto al soglio pontificio il 21 giugno 1963. Guida la Chiesa con saggezza in un periodo di grandi cambiamenti, portando a compimento il Concilio Vaticano II aperto da San Giovanni XXIII. Avvia i grandi viaggi internazionali dei Papi e promuove con decisione l’impegno ecumenico della Chiesa. Venerabile dal 20 dicembre 2012, dopo che Benedetto XVI ne aveva riconosciuto le virtù eroiche, è stato beatificato il 19 ottobre 2014 da Papa Francesco.

Nell’omelia per la Beatificazione, Francesco ha ricordato la sua “profetica testimonianza di amore a Cristo e alla sua Chiesa”, definendolo “grande timoniere del Concilio”, “coraggioso cristiano” e “instancabile apostolo”. Ha sottolineato come Paolo VI scrutasse “attentamente i segni dei tempi” cercando «di adattare le vie ed i metodi … alle accresciute necessità dei nostri giorni ed alle mutate condizioni della società» (Lett. ap. Motu proprio di Paolo VI Apostolica sollicitudo).

“Mentre si profilava una società secolarizzata e ostile” – aveva aggiunto Francesco – Paolo VI  “ha saputo condurre con saggezza lungimirante – e talvolta in solitudine – il timone della barca di Pietro senza perdere mai la gioia e la fiducia nel Signore. Paolo VI ha saputo davvero dare a Dio quello che è di Dio dedicando tutta la propria vita all’«impegno sacro, solenne e gravissimo: di continuare nel tempo e sulla terra la missione di Cristo» (Omelia nel Rito di Incoronazione: Insegnamenti I, 1963, p. 26),  amando la Chiesa e guidando la Chiesa perché fosse «nello stesso tempo madre amorevole di tutti gli uomini e dispensatrice di salvezza» (Lett. enc. Ecclesiam Suam, Prologo)”.

radio Vaticana

Montini alla scuola di Agostino e Ambrogio: libro di monsignor Adriano Caprioli, vescovo emerito di Reggio Emilia

È uscito in questi giorni il libro di monsignor Adriano Caprioli, vescovo emerito di Reggio Emilia, sulla figura di papa Montini:”Montini alla scuola di Agostino e Ambrogio. Chiamati alla santità”. Un libro di 127 pagine suddiviso in sei capitoli impreziosito dalla prefazione del cardinale Angelo Scola Arcivescovo di Milano.

Quello di Caprioli vuole essere un omaggio alla figura di Paolo VI in occasione della recente beatificazione. Caprioli stesso fu ordinato sacerdote dall’allora Arcivescovo Montini. Attualmente è prsidente della Fondazione Ambrosiana Paolo VI presso Gazzada.

Si tratta di un contributo sulla figura spirituale e pastorale di Montini Arcivescovo sulle orme dei Padri come Agostino e Ambrogio non solo come maestri di fede, di dottrina, di teologia e di pastorale con cui confrontarsi per il rinnovamento della vita della Chiesa di oggi, ma testimoni di vita spirituale imitabili anche nella vita moderna di oggi.

Un ritratto autobiografico in cui Montini parlando e lasciando parlare Agostino e Ambrogio parla anche di sè come vescovo.

LIBRO-Caprioli_'Montini-alla-scuola-di-Agostino-e-Ambrogio'

laliberta.info