“Padre nostro”, breviario del vangelo

>>> Piero Stefani, Padre Nostro. Il breviario del Vangelo, Ed. Terra Santa, Milano 2023, pp. 112, € 13,30 con 5 % sconto.

di: Roberto Mela

Pietro Stefani è un noto docente della Facoltà dell’Italia settentrionale, redattore della rivista Il Regno, dove cura la rubrica mensile «Le parole delle religioni», e autore di numerose pubblicazioni. In questo testo commenta la preghiera del Padre Nostro (= PN), definita da Tertulliano come breviarium totius evangelii.

Si tratta di un’edizione totalmente nuova dell’opera comparsa in prima edizione nel 1991. Nella Premessa al volume (pp. 7-10), Stefani ricorda che sono state operate migliorie stilistiche e che ci si è confrontati con la nuova traduzione della CEI 2008 (vedi la traduzione «non abbandonarci alla tentazione»). Tutte le citazioni provengono da questa traduzione, tranne alcune indicate nel luogo. Anche la bibliografia (pp. 109-112) è stata aggiornata.

Alla Premessa segue una Nota storico-liturgica (pp. 11-40) che illustra la definizione di Tertulliano citata sopra. In questa nostra presentazione ci soffermiamo soprattutto su questa Nota.

Tradizioni diverse: Matteo e Luca
Il lavoro esegetico-teologico attuato per il PN si applica a tutti i testi del NT: due testi diversi, due diverse ambientazioni; l’influsso delle comunità sulla redazione del testo; la ricerca di una possibile composizione originaria ad opera di Gesù; il confronto con i testi della tradizione cristiana e della tradizione giudaica che hanno contenuti similari; il confronto come le antiche fonti extracanoniche.

La redazione lucana è più breve, non riporta le sette richieste presenti in Mt, e tralascia le due richieste presenti in Matteo: «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra» e «liberaci dal male».

Rilevanti sono pure le differenze contenute nelle parti comuni, presenti sia nella richiesta del pane (Matteo: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano»; Luca: «Dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano») che in quella del perdono (Matteo: «E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori»; Luca: «E perdona a noi i nostri peccati, anche noi infatti perdoniamo ad ogni nostro debitore»).

Un’altra grande differenza è data alla formulazione ampia di Matteo e dal suo andamento liturgico, mentre Luca inizia in modo concentrato affidandosi a una sola parola: «Padre».

Diversa è pure l’ambientazione. In Matteo siamo al centro del Discorso della Montagna, mentre Luca ambienta il PN nel cammino verso Gerusalemme e lo collega ad altri momenti in cui Gesù è mostrato in atteggiamento di preghiera. Gesù insegna il PN su richiesta dei discepoli che lo vedono pregare.

La tradizione preferì il testo di Matteo perché più completo, ma apprezzò l’ambientazione lucana posta in un contesto di preghiera.

La tradizione la presenta come la preghiera che Gesù stesso aveva insegnato ai suoi discepoli, in continuità con la sua. Oggi si tende a dare la maggior originalità al testo più breve.

Alcuni termini lucani sono meno semitici e più greci («peccati» e non «debiti»), dato la comunità destinataria del Vangelo. Matteo propone, da parte sua, un andamento liturgico apprezzato da un gruppo che intende distinguersi da altri e propone una variante conclusiva di acclamazione recepita nella tradizione protestante.

Nel Discorso della Montagna, la preghiera del PN è situata nel contesto dell’insegnamento sul digiuno e sull’elemosina, ed è caratterizzata dalla brevità; nella pratica, essa è spesso recitata comunitariamente e per questo può essere esposta al pericolo del «farsi vedere» condannato da Gesù nel suo insegnamento sul digiuno, la preghiera e l’elemosina..

Nella Didaché, il PN assume una funzione demarcante rispetto agli «altri» ed è posta fra le istruzioni battesimali. Il PN è caratteristico delle comunità cristiane e inserito già nel III secolo nella liturgia battesimale.

La catechesi ai misteri di Cirillo e Giovanni di Gerusalemme (IV secolo) fornisce il primo esempio, liturgicamente ormai definito, di una connessione tra il Padre nostro e la celebrazione eucaristica.

Il PN è visto come «iniziazione ai misteri». Il nascondimento previsto in Matteo si è trasformato in riservatezza propria di un gruppo che celebra un rito riservato agli iniziati e assume un carattere sacrale. Si sottolinea l’«osare» pregare il PN.

Col Concilio Vaticano II il PN nell’eucaristia è proclamato da tutta l’assemblea. Via via il PN ha assunto una natura liturgico-sacrale. L’orientamento liturgico è, d’altronde, già presente nell’incipit del PN in Matteo («che sei nei cieli»). Il «nostro» viene introdotto per distinguersi da altri gruppi. La versione lucana è meno predisposta a essere assunta in un contesto comunitario, ma conserva una componente «sociologica» («Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli», Lc 11,1).

Il Padre nostro e le preghiere giudaiche
I tratti di orientamento liturgico presenti nel PN inducono a comparazioni con altre preghiere giudaiche. Il primo materiale liturgico giudaico risale al III secolo e quindi non ci sono dipendenze dirette presenti nel PN. Per Stefani resta indispensabile confrontare il Padre nostro con due tra le massime preghiere giudaiche: il Qaddish e le Diciotto benedizioni.

Il Qaddish è molto affine al PN. Nelle Diciotto benedizioni compaiono i temi legati alla paternità del Signore, alla sua unicità e al suo nome, al perdono e all’elargizione dei beni necessari alla vita e, infine, all’avvento della redenzione. Nella quinta benedizione compare l’espressione «Padre nostro» (che inficia le osservazioni di Origene).

Interessante nel giudaismo è, inoltre, la «preghiera breve». Dal punto di vista giudaico, il PN si presenterebbe come una “preghiera breve”. Il PN è imparentato con quelle che i rabbi definiscono «suppliche». «Il Padre nostro rientra nell’ambito delle preghiere spontanee, libere, personali, eppure rappresenta, nel contempo, una formulazione riassuntiva, o ricapitolatrice, della preghiera comune d’Israele. È perciò significativo che la “preghiera di Gesù” possieda tratti che l’apparentano a un ampio spettro di preghiere ebraiche, da quelle collettive e solenni alle suppliche individuali» (p. 29).

Peculiarità del PN è menzionare la lode come una richiesta («passivo divino»). «In definitiva, la componente di supplica resta una chiave di comprensione fondamentale della “preghiera del Signore”» (p. 30). Il passivo divino caratterizza il PN, la richiesta della venuta del Regno e la possibilità di vivere le richieste del Discorso della montagna. L’annuncio di Gesù chiarisce il PN e viceversa.

Originariamente il PN era la preghiera tipica del discepolo che aveva abbandonato tutto per seguire Gesù. La «preghiera del Signore» si presenta come «l’espressione orante del radicalismo migratorio dei discepoli al seguito del Messia Gesù, in cui essi sperimentano ogni giorno Dio quale Padre» (F. Mussner, cit. a p. 32).

Il PN ha rapporti con il Discorso della Montagna e con il discorso dell’invio in missione di Mt 10 e par. «La “preghiera del Signore” conserva in sé un segno profondo tanto della condizione orante del gruppo dei discepoli, quanto di quella propria dello stesso Gesù» (p. 33), come si evince dalla preghiera di Gesù al Getsemani («Abba!»), che riporta la richiesta dell’esecuzione della volontà del Padre e l’esortazione fatta ai discepoli di vegliare per non entrare nella tentazione.

Commentari e influssi del Padre nostro
«Il Padre nostro è definibile “breviario” del Vangelo ma – scrive Stefan –, osservato in un’altra prospettiva, può anche definirsi cellula generativa dei vari volti assunti dalla spiritualità cristiana. In effetti, sarebbe possibile tracciare l’intera storia spirituale del cristianesimo in base ai commenti dedicati alla “preghiera domenicale”» (p. 34). Essi sono come uno specchio in cui si rifrangono tutti i vari orientamenti della spiritualità cristiana.

Tra i Padri greci, lo studioso ricorda i commenti di Clemente Alessandrino, Origene, Cirillo (o Giovanni) da Gerusalemme, Gregorio di Nissa, Giovanni Crisostomo, Teodoro di Mopsuestia, Cirillo d’Alessandria e Massimo il Confessore; tra i latini Tertulliano, Cipriano, Ambrogio, Girolamo, Agostino, Giovanni Cassiano, Pietro Crisologo.

Nel Medioevo latino, si segnalano i commenti di Rabano Mauro, Ruperto di Deutz, Pietro Abelardo, Ugo e Riccardo di San Vittore, Francesco d’Assisi, Bonaventura da Bagnoregio, Tommaso d’Aquino, Meister Eckhart.

All’epoca umanistica risalgono i commenti di Nicola Cusano, Giovanni Pico della Mirandola, Gabriele Biel, Girolamo Savonarola.

Lutero ha commentato numerose volte il Padre nostro e Calvino lo ha chiosato nel terzo volume delle Istituzioni della religione cristiana.

Un ampio commento di carattere spirituale alla “preghiera del Signore” è contenuto nel Cammino di Perfezione di Teresa d’Avila.

A partire da Lutero, il PN è entrato nei catechismo e così è avvenuto anche per il Catechismo della Chiesa cattolica. Stefani cita i commentari moderni al PN nella Bibliografia (pp. 109-112).

Il PN ha avuto un enorme influsso sulla vita cristiana, diventando l’espressione più alta dell’indissociabile unione tra lex credendi, lex orandi e lex vivendi.

Fu però il giudaismo a rendere la preghiera, anche liturgica, un’attività fondata su sé stessa, indipendente da ogni altro rito o culto, o da determinati luoghi o da particolari persone (tipo sacerdoti).

Il PN si inserisce nella tradizione ebraica della preghiera nella quale Gesù è cresciuto. Il PN rappresenta una preghiera che rappresenta la perenne unità dei due Testamenti. Esso costituisce un ponte verso l’ebraismo, ma è soprattutto una via attraverso cui le categorie ebraiche continuano a vivere all’interno della Chiesa.

Il PN ha una limitata ambientazione narrativa e per questo ha avuto scarso influsso sia nelle arti narrative che figurative, a differenza dell’Annunciazione a Maria. Anche nella musica il PN non ha avuto grande rilievo, essendo recitato dal solo celebrante nell’antica scelta liturgica.

Stefani conclude la sua nota storico-liturgica affermando che «la relativa difficoltà di trascrivere su altri registri la “preghiera di Gesù” pone in rilievo l’indissolubile unione di familiare prossimità e di austera elevatezza propria di una preghiera rivolta dalla terra a un Padre che è nei cieli».

L’autore riserva alle pp. 43-96 il suo commento al PN, che egli definisce «commento teologico». Lo suddivide in vari capitoli, così titolati: «Ritorno all’origine» (pp. 43-50), «Padre, che sei nei cieli» (pp. 51-62); «Sia santificato il tuo nome» (pp. 63-68); «Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà» (pp. 69-74); «Dacci il nostro pane quotidiano» (pp. 75-78); «Rimetti a noi i nostri debiti» (pp. 79-82); «Non abbandonarci alla tentazione» (pp. 83-92); «Liberaci dal male» (pp. 93-96).

Al commento segue un’Appendice (pp. 97-98), la parafrasi dantesca del PN (pp. 99-106), il testo greco di Mt 6,9-13 e Lc 11,2-4 e quello latino della Vulgata.

Conclude la bibliografia (pp. 109-112), che cita, fra l’altro, i commentari moderni.

«Non portarci dentro la tentazione»
Ci soffermiamo su una richiesta presente nel PN particolarmente difficile da interpretare correttamente.

Stefani ricorda che le due richieste del non essere abbandonati alla tentazione (così la nuova traduzione CEI 2008) e di essere liberati dal male sono strettamente connesse. «Per chi si confronta con le sventure di cui è colmo il nostro mondo – commenta l’autore –, è pensabile che il senso delle due richieste poste una accanto all’altra sia: non indurci nella tentazione di credere che tu, Padre, non sia capace di liberarci dal male; il tuo non intervenire non istilli dubbi nel nostro cuore» (p. 84). La penultima domanda apre la porta alla fiducia nel rivolgere al Padre l’ultima, quella della liberazione dal male che continua a dilagare attorno al credente e dentro di lui.

La prova a cui si è sottoposti è, innanzitutto, quella del compimento stesso della volontà di Dio. Come mostra Gesù nel Getsemani, l’accettazione della volontà del Padre è connessa alla richiesta che il peso non sia troppo grave da portare. L’accettazione della volontà del Padre è collegata al vegliare per non entrare nella tentazione.

La petizione del non essere abbandonati è l’unica espressa al negativo, ma poi è bilanciata dalla richiesta positiva di essere liberati dal male. «La richiesta conclusiva rivolta al Padre fa dunque comprendere il senso autentico della domanda di non essere introdotti nella prova – commenta Stefani –: prima si chiede di non essere fatti entrare nella tentazione, poi si domanda di essere tenuti lontani dal male. In entrambi i casi la metafora è spaziale» (p. 87).

Fin dall’antichità ha fatto difficoltà il pensiero che Dio possa indurre qualcuno alla tentazione. «Indurre» è per Stefani una traduzione infelice e fuorviante. «La traduzione interpretativa “non abbandonarci” può rivendicare a se stessa una maggiore corrispondenza alla visione contemporanea di un Dio sempre misericordioso, ma non è la “vera”» (p. 88).

Lo studioso cita a p. 88 nota 85 il pensiero del biblista Crimella, critico nei confronti della traduzione CEI 2008. «Il senso della petizione – commenta Stefani –, salvaguardandone nel contempo l’ineliminabile carattere paradossale, potrebbe essere reso meglio con un “non farci entrare”, espressione che non ha in sé stessa alcun senso di istigazione» (ivi). «… in questa supplica del Padre nostro – annota – conviene conservare la forza scandalosa che già sconcertava i Padri. Allora si cercò di attenuarne l’impatto, ricorrendo, per lo più, a un’impostazione ben sintetizzata dalle parole di Ilario di Poitiers: “Non ci abbandonare a una tentazione che non possiamo sopportare”. La difficoltà deriva dall’aver dimenticato che solo individuando il diretto coinvolgimento di Dio nella tentazione se ne può cogliere davvero la paternità» (pp. 88-89). «Gesù nell’orto visse in modo diretto il legame tra tentazione e paternità di Dio. Prima di lui, sia pure in maniera diversa, il nesso era stato sperimentato da Israele nel deserto» (p. 89).

Secondo Stefani, occorre capire bene il senso di «tentare». Nel deserto sia Israele che Dio sono a turno «tentati» e «tentatori». Proprio nella sua qualità di figlio, Israele diventa una prova e una tentazione per colui che lo ha generato. Le mormorazioni sono una vera prova per il Signore. Generando il suo popolo, egli lo espone alle tentazioni della vita. Anche Gesù le ha provate. Soprattutto la prova nell’orto del Getsemani e quella dell’abbandono sulla croce sono una prova e una tentazione a cui il Padre può rispondere solo con la potenza della risurrezione.

Schweitzer e altri hanno interpretato la prova in senso «escatologico». La «croce» e la «consumazione della storia» sono prove collegate e dure. Bisogna pregare perché siano accorciate, il calice passi, che il Padre non ci faccia entrare nella tentazione. La prima domanda è quella di essere risparmiati. «Nell’“assenza”, la “presenza” è costretta ad assumere l’aspetto della domanda – conclude Stefani il suo commento a questa domanda –. Fu così anche per Gesù in croce: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46; Mc 15,34; Sal 22,2). Solo pregando il Padre perché non ci abbandoni o interrogandolo sul perché della sua assenza si coglie il significato della richiesta di non essere fatti entrare nella tentazione» (p. 91).

Il volume riporta un ricco commento teologico al Padre Nostro, frutto di una lunga frequentazione biblica e della tradizione ebraica. Scritto in linguaggio non tecnico, praticamente senza note a piè di pagina, l’opera è un’utile sussidio per la preghiera più «praticata» dai discepoli di Gesù, ma che non finisce mai di stupire per la sua profondità di significati.

settimananews.it

Arriva il «nuovo» Padre Nostro, ma per la Messa ci vorrà un po’

Anziché “Non ci indurre in tentazione” diremo “Non abbandonarci alla tentazione”, più fedele all’originale. Facciamo il punto con il vescovo Claudio Maniago

Arriva il «nuovo» Padre Nostro, ma per la Messa ci vorrà un po'

da Avvenire

Per il “nuovo” Padre Nostro ci siamo quasi ma non ancora. No, non si tratta di un gioco di parole ma di combinare una crescente attesa con le esigenze di precisione e prudenza che accompagnano un cambiamento vero, destinato a incidere nel profondo della vita comunitaria. Come noto infatti l’Assemblea generale della Cei lo scorso novembre ha approvato la traduzione italiana della preghiera insegnata da Gesù in cui la vecchia invocazione: “Non ci indurre in tentazione” viene sostituita da “Non abbandonarci alla tentazione”.

Novità anche per il “Gloria” in cui al posto del “Pace in terra agli uomini di buona volontà” si dirà “Pace in terra agli uomini, amati dal Signore”. Cambiamenti che, ottenuta la confirmatio, cioè il via libera della Santa Sede, rientrano in un lavoro di ben più ampio respiro come la traduzione del Messale Romano, giunto nel 2002 alla sua terza edizione “tipica”, in latino. E la cui consegna, in italiano, alle parrocchie, non dovrebbe tardare più di tanto. «La stampa del Messale è un’operazione molto delicata – sottolinea monsignor Claudio Maniago vescovo di Castellaneta e presidente della Commissione episcopale Cei per la liturgia – perché si tratta del libro più importante della nostra liturgia, che riguarda l’Eucaristia, la Sua celebrazione. L’équipe, la “macchina” chiamata a occuparsene sta lavorando attivamente. Il libro dev’essere solido ma anche facilmente utilizzabile e bello sia sotto il profilo grafico che dell’apparato iconografico. Tutti aspetti che richiedono la massima attenzione».

Una data precisa per la pubblicazione non c’è ancora.
No, si sta lavorando alacremente per averlo quanto prima, però è evidente che trattandosi di un libro così prezioso ci sono dei passaggi tecnici indispensabili, per esempio la correzioni di bozze, da fare anche due o tre volte. In modo da evitare errori.

Perché il Messale è così importante?
Perché è un libro che non soltanto guida la celebrazione ma fa da norma alla stessa. Lì troviamo davvero quello che è indispensabile. Una realtà importante e preziosa come la celebrazione eucaristica non può essere affidata alla fantasia, per quanto fervida, di un sacerdote, di un vescovo, di una comunità ma deve farne emergere l’originalità nell’ambito di una comunione ecclesiale che possa far riconoscere sempre la Chiesa, in ogni celebrazione cui si partecipa.

Questa è la terza edizione del Messale Romano.
Esatto, che arriva in italiano circa 16 anni dopo la sua editio typica. Un tempo lungo perché come si sa la traduzione è un lavoro molto delicato e importante, che deve rispettare il senso contenuto nelle parole, che non va tradito. Di qui la necessità del contributo di tante persone. Non bastano un latinista e un italianista ma ci vogliono teologi, biblisti, liturgisti.. E posso dire che per questo lavoro è stata allestita un’équipe di altissimo livello, con alcuni dei migliori specialisti.

Un impegno lungo e complesso che però dimostra l’importanza di lavorare insieme.
Certo, nelle traduzioni si incontrano e confrontano anche differenti scuole di pensiero. Ad esempio quando si tratta di testi biblici sono gli esegeti che in buona parte esprimono pareri e danno indicazioni. Tuttavia per la scelta finale, senza tradire il significato dei testi, si deve arrivare a una formulazione accessibile al popolo di Dio. In particolare per il Padre Nostro l’attenzione si è concentrata soprattutto sulla frase, sull’invocazione “Non indurci in tentazione”. Un passaggio ostico alla comprensione immediata della gente su cui il Santo Padre era più volte intervenuto proprio perché appare contrario al senso della preghiera stessa, al volto paterno di Dio che invece, secondo la precedente formulazione, sarebbe addirittura all’origine del nostro cadere nelle tentazioni. La nuova traduzione recupera la dimensione paterna di un Dio che non ci abbandona neppure nel momento, che non viene risparmiato a nessuno, della tentazione.

Più volte il Papa è intervenuto proprio sulla necessità di una traduzione più adeguata. Il motu proprio “Magnum principium” appare molto significativo in tal senso.
Soprattutto ha ricollocato il giudizio ultimo su una traduzione nel luogo dove anche il Concilio l’aveva messo, cioè la Conferenza dei vescovi, coloro che hanno la prima responsabilità, anche in ordine alla celebrazione, della liturgia. Ha ridato ai vescovi una responsabilità che è loro propria, insita nel carisma episcopale, quella cioè di moderare la liturgia. Anche per questo parlando della traduzione del Messale sono stati importanti i vari passaggi attraverso il Consiglio permanente e l’Assemblea dei vescovi che ha dovuto approvarla pezzo per pezzo fino al sì definitivo del novembre scorso. I documenti precedenti come l’istruzione Liturgiam authenticamche regolava le traduzioni prima dell’ultimo motu proprio avevano invece a cuore soprattutto una grande fedeltà al testo originario, principio che peraltro rimane importante, che non può venire meno nella tradizione ecclesiale.

Anche se il testo della preghiera ora è più in sintonia con quanto insegnato da Gesù, bisognerà vincere abitudini consolidate nel tempo. Vi aspettate un po’ di sconcerto da parte del popolo di Dio?
Nel Messale i vescovi hanno fatto la scelta di cercare il più possibile di mantenere, soprattutto per quanto riguarda la parte attiva dell’assemblea come le risposte e le acclamazioni, il testo invariato. Quello che si creerà di fronte al Padre Nostro e al Gloria credo sarà uno sconcerto facilmente superabile, anche in virtù di una spiegazione che comunque sarà fatta. La pubblicazione del Messale avrà bisogno di un’attenta operazione di accompagnamento nelle Chiese locali.

Occorrerà anche lavorare sulla pastorale liturgica?
Assolutamente sì. I vescovi italiani vogliono che la pubblicazione del nuovo Messale Romano sia un’occasione preziosa per rivedere e rilanciare la pastorale liturgica, in particolare per quanto riguarda la celebrazione dell’Eucaristia, che ha bisogno di un’attenzione sempre rinnovata perché non venga mai meno la consapevolezza di quelle che sono le dinamiche celebrative, le sequenze che la riforma del Vaticano II ha ricollocato in una sua logica e una tradizione di preghiere e canti che sono patrimonio intangibile della Chiesa. Da questo punto di vista saranno approntati anche sussidi, ci saranno operazioni per stimolare ogni Chiesa locale a cogliere questa novità come un’occasione per il rinvigorimento dello spirito di partecipazione.

Abbiamo parlato finora di Messale Romano, ma che tipo di rispondenza ci sarà nella liturgia ambrosiana?
Evidentemente, pur con i percorsi propri del rito ambrosiano, dovranno esseri recepiti tutti quelli che sono i testi comuni presenti in entrambi i riti. Ma si sta già lavorando anche in questo senso.

Tornando alla domanda iniziale, quanto dovremo aspettare per recitare il nuovo Padre Nostro a Messa?
Non ho una risposta precisa. Penso però che sia difficile arrivare alla pubblicazione del Messale entro la fine di quest’anno. Non credo comunque che si vada molto più in là, perché, ripeto, si sta lavorando alacremente.

Da sapere / Un percorso lungo oltre sedici anni

Dopo l’approvazione, arrivata nel novembre 2018, della plenaria dei vescovi, la nuova edizione italiana, la terza, del Messale Romano ha ottenuto il decisivo via libera del Papa. Francesco ne ha approvato la promulgazione a seguito del giudizio positivo della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti. Durante l’Assemblea generale del maggio scorso è stato il presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti, ad annunciare l’avvenuta “confirmatio” della Santa Sede, che ha concluso così un lavoro di studio e miglioramento dei testi durato oltre 16 anni. Come detto tra le novità introdotte ci sono traduzioni più efficaci e fedeli al senso originario del “Padre Nostro” e del “Gloria”. In particolare nella preghiera insegnataci da Gesù l’invocazione “Non ci indurre in tentazione” lascia al posto a “Non abbandonarci alla tentazione” e all’espressione “come noi li rimettiamo” viene aggiunto un “anche”: “come anche noi…”. Per quanto riguarda il “Gloria”, poi, “Pace in terra agli uomini di buona volontà” viene sostituito dalla nuova formulazione: “Pace in terra agli uomini, amati dal Signore”. (Red.Cath.)

Idee. «Prova» o «tentazione»? il Padre nostro «tradotto» da Simone Weil

Esce in Francia il commento della pensatrice di origine ebree: la sua intuizione del testo greco anticipa il dibattito sulla nuova traduzione

Un ritratto di Simone Weil

Un ritratto di Simone Weil

In una delle recenti Udienze del mercoledì, papa Francesco ha ricordato come il Padre Nostro «non è una delle tante preghiere cristiane, ma la preghiera dei figli di Dio», che «fa risuonare in noi quei medesimi sentimenti che furono in Cristo Gesù». E ha aggiunto: «Mentre ci apre il cuore a Dio, il Padre Nostro ci dispone anche all’amore fraterno». Qualche mese fa sempre il Papa, intervistato da don Marco Pozza su Tv2000, aveva poi invocato una nuova traduzione per il penultimo versetto, che in Italia durante la Messa suona ancora «Non ci indurre in tentazione» ma che non rispecchia il vero senso delle parole di Gesù. Ha osservato Francesco: «Non è una buona traduzione. Anche i francesi hanno cambiato il testo con una traduzione che dice “non lasciarmi cadere nella tentazione”. Sono io a cadere, non è lui che mi butta nella tentazione per poi vedere come sono caduto, un padre non fa questo, un padre aiuta ad alzarsi subito».

In effetti nelle chiese francesi dal dicembre scorso, invece del precedente «Et ne nous soumets pas à la tentation» si recita «Et ne nous laisse pas entrer en tentation».

Ma anche in Italia diversi anni fa fu proposto da parte dei vescovi di cambiare da «non indurci in tentazione» a «non abbandonarci alla tentazione», una scelta recepita nella nuova traduzione della Bibbia e nel Lezionario, ma non ancora pervenuta nelle celebrazioni liturgiche, anche se largamente praticata in diverse parrocchie, perché in attesa del via libera vaticano.

Visto il dibattito in corso, viene più che mai opportuna la pubblicazione di un libretto di Simone Weil, Le Notre Père, appena uscito in Francia per le edizioni Bayard (pagine 78, euro 13,90). La pensatrice francese, oltre a commentare la preghiera, provvide lei stessa a una traduzione e, per quanto riguarda l’ultima domanda, fece questa ipotesi: «Et ne nous jette pas dans l’épreuve» (E non gettarci nella prova).

Un tentativo, il suo, niente affatto maldestro, data la sua conoscenza perfetta della lingua greca. È noto che Simone da un certo punto in poi della sua vita recitava quotidianamente il Padre Nostro in greco. Lo spiega lei stessa in una lettera inviata pochi mesi prima della sua morte, nel 1942, al domenicano Joseph-Marie Perrin: «L’estate scorsa, studiando il greco con Thibon, ripetevamo parola per parola il Pater in greco e ci siamo ripromessi di impararlo a memoria. Da allora, mi sono imposta come unica pratica di recitarlo una volta ogni mattina, con un’attenzione assoluta».

Dunque è a partire dall’estate del 1941, mentre si trova nelle campagne di Saint-Marcel d’Ardèche, ospite del filosofo e contadino Gustave Thibon, che la preghiera comincia a rivestire un ruolo fondamentale nell’esistenza della Weil. Lasciata Parigi con i suoi genitori nel giugno 1940, alla vigilia dell’ingresso dei nazisti nella capitale, giunge a Marsiglia verso metà settembre. Qui fa amicizia con padre Perrin, molto attivo nella Resistenza, con il quale instaura un dialogo a tutto campo sul cristianesimo. Poi Perrin la presenta a Thibon, che l’assume come lavoratrice agricola nella sua fattoria.

Per la filosofa, che già aveva lavorato come operaia alla Renault, sono forse gli anni più felici, trascorsi fra la vendemmia, la meditazione e la scrittura.

Il suo commento al Padre Nostro è del maggio 1942: due mesi dopo sarebbe volata a New York dove avrebbe conosciuto un altro religioso, padre Marie-Alain Couturier. Nel 1943 il ritorno in Europa, precisamente a Londra, per mettersi al servizio di France-libre. Lì avrebbe trovato la morte il 24 agosto in un sanatorio a causa della tubercolosi.

Il libretto di Simone Weil, edito nel 1950 come nota a margine della corrispondenza con padre Perrin (in Italia uscito prima da Rusconi poi da Adelphi col titolo Attesa di Dio), è una vera e propria meditazione dei versetti della preghiera così come appaiono nel Vangelo di Luca e merita davvero una pubblicazione a sé stante. Nelle sue considerazioni, riemerge come detto il suo grande amore per la civiltà greca, a suo dire l’unica assieme a quella cristiana ad aver dimostrato una compassione verso i deboli. Assai diverso il suo giudizio sull’impero romano, ritenuto il primo sistema totalitario della Storia, tant’è vero che lo paragona al Terzo Reich, che in quegli anni aveva sottomesso quasi tutta l’Europa.

Di qui la sua scelta di recitare il Pater in greco e non in latino. Come scrive François Dupuigrenet Desroussilles nella prefazione, «la preghiera di Simone Weil, nel 1942, non era quella di una cattolica perché la Chiesa non le sembrava all’altezza del compito richiesto da un’epoca tragica».

Il Padre Nostro in catalano nella Sagrada Familia

Il Padre Nostro in catalano nella Sagrada Familia

A suo parere, i cristiani avrebbero dovuto abbandonare l’appartenenza a un’istituzione terrestre per concepire la Chiesa come «un ricettacolo universale»: la sua preghiera è quella di una Chiesa invisibile e non confessionale. La filosofa aveva accolto la certezza dell’esistenza di Dio durante un suo viaggio in Portogallo nel 1935, certezza poi confermata ad Assisi, dove nella basilica di Santa Maria degli Angeli si era inginocchiata per la prima volta. Nel 1938 poi, nell’abbazia di Solesmes, era stata «rapita da Gesù».

Ma fino alla morte sarebbe rimasta sulla soglia della fede. Il Padre Nostro commentato da Simone Weil è una sorta di fenomenologia del desiderio umano. Così la domanda di santificazione del nome di Dio va interpretata come una chiave per sfuggire dalla prigione di sé alla luce della mediazione di Cristo, mentre la seconda domanda («venga il tuo regno») lascia trasparire un grido di tutto l’essere, paragonabile al grido di chi sta morendo di sete.

Desiderare poi che la volontà di Dio sia compiuta per lei non corrisponde assolutamente a un sentimento di rassegnazione, ma mobilita l’energia dell’essere umano che vuole andare oltre se stesso. Ancora, la Weil esclude di chiedere solo il pane di quaggiù, perché ciò significa restare intrappolati nella dittatura della necessità: per questo la preghiera si conclude chiedendo di poter sfuggire alla prova (come quella che dovette sopportare Giobbe) e con l’umile supplica di essere protetti dal male che regna e domina il mondo.

Mentre recitava il Padre Nostro durante il lavoro dei campi, Simone Weil esprimeva tutta l’audacia di cui era capace e il suo sentimento di condivisione del dolore degli uomini che soffrivano per l’orrore del nazismo. «Questa preghiera – scrive riassumendo il senso della sua riflessione – contiene tutte le domande possibili. Lo Spirito soffia dove vuole, non si può che invocarlo. Rivolgergli un appello e un grido».

da Avvenire