I meravigliosi benefici della camminata in montagna

Ognuno ha il proprio modo per trovare benessere e rilassarsi. Ma sono in molti a ritenere che non esista nulla di più rilassante e riposante delle passeggiate in montagna immergendosi nella natura per recuperare da ogni stress. Ancor più motivata a fare chilometri e chilometri se penso agli immensi benefici che, camminare immersi nella natura, porta a livello fisico, psicologico e spirituale.

Camminata in montagna e benessere fisico
Camminare è un vero toccasana per la salute. Pensate che camminare un’ora al giorno ad un buon passo aiuta a prevenire disfunzioni fisiche, a mantenersi in forma e dona senso di benessere a più livelli.
È possibile camminare ovunque, in ogni ambiente e circostanza, non sono necessari strumenti o attrezzi specifici, meglio indossare abiti e scarpe comodi e via, passo dopo passo. Se la camminata avviene in montagna, vi sono poi molteplici benefici.

A livello generale camminare ha mostrato i seguenti effetti sull’organismo:

Migliora la capacità cardiocircolatoria e nello specifico favorisce la regolarizzazione della pressione, del ritmo cardiaco, dei livelli di colesterolo e del funzionamento cardio-polmonare, quindi della respirazione ed efficacia della stessa.
Rafforza ossa e articolazioni e potenzia i muscoli, andando a stimolare, specialmente se fatta a pendenze differenti, i diversi distretti corporei
Aiuta a mantenere e regolarizzare il peso poiché produce un buon dispendio energetico, aumentando la massa muscolare e il metabolismo basale, oltre ad attivare la circolazione e la muscolatura. Camminare per dimagrire è infatti una delle attività più consigliare, laddove vi siano condizioni di salute che ne permettono la pratica in sicurezza
Aumenta la produzione di globuli rossi ovvero le cellule implicate nel trasporto dell’ossigeno, richiedendo al corpo un adattamento alle diverse quote raggiunte
Tra gli altri benefici migliora il sistema immunitario, la postura, incrementa la sensazione di benessere a livello muscolare riducendo le tensioni e la sensazione di “nervosismo”, favorisce la regolarizzazione del metabolismo.

Insomma, una vera forza per il nostro corpo, un rimedio, una prevenzione e un aiuto super efficace.
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Ambiente. Il clima cambia il profilo delle Alpi

Ritiro dei ghiacciai e frane: le nostre montagne sono sempre più fragili e instabili a causa della crisi climatica e del surriscaldamento globale
Il ghiacciaio dell'Adamello, il più esteso d'Italia, si è ritirato di circa 10-12 metri dal 2016 ad oggi

Il ghiacciaio dell’Adamello, il più esteso d’Italia, si è ritirato di circa 10-12 metri dal 2016 ad oggi – Legambiente

Mentre Greta Thunberg si fa fotografare, come ogni venerdì da oltre tre anni a questa parte col cartello in mano “Skolstreik for climate week 173” (sciopero per il clima, 173esima settimana, ndr), i ghiacciai delle nostre montagne si ritirano sempre di più. Le Alpi sono sempre più fragili, vulnerabili e instabili a causa della crisi climatica e del riscaldamento globale. «Due gli indicatori che testimoniano quanto ormai sta accadendo ad alta quota – spiegano da Legambiente – l’aumento ad un ritmo sempre più accelerato della fusione dei ghiacciai che stanno perdendo superficie e spessore. E l’aumento di frane, valanghe di roccia e di ghiaccio dovuto principalmente dalla riduzione dell’estensione e della durata del manto nevoso» denuncia l’associazione ambientalista e il Comitato glaciologico italiano (Cgi).
«La comparazione delle misure della campagna glaciologica sui ghiacciai delle Alpi Occidentali indica che l’annata 2019/2020 è risultata meno sfavorevole di altri anni recenti, ma pur sempre negativa – informano i ricercatori – La tendenza al ritiro frontale segnalata dai monitoraggi degli ultimi decenni è stata accompagnata da veri e propri fenomeni diffusi di collasso delle masse glaciali, anche in settori distanti dalle fronti glaciali». I regressi registrati lungo la fascia orientale delle Alpi sono meno drammatici di quelli del 2019 (quando ad esempio il Ghiacciaio del Gran Paradiso risultava arretrato di 335 metri), ma pur sempre in alcuni casi dell’ordine delle decine di metri (-70 metri al Ghiacciaio Occidentale del Gran Neyron, Gran Paradiso).
Negli ultimi 100 anni i ghiacciai delle Alpi europee hanno perso circa la metà del loro volume. Il 25% della restante quantità si è perso tra il 1975 e il 2000 e il 10-15% nei primi 5 anni del nostro secolo. Preoccupa la situazione delle Alpi del nostro Paese, dove da Ovest a Est si registra un marcato regresso dei dei ghiacciai. La stessa sorte sta toccando anche al Glacionevato del Calderone, sul Gran Sasso, in Abruzzo. Sulle Alpi orientali il massimo ritiro frontale (83,5 metri) si è registrato nel Ghiacciaio di Saldura Meridionale, su quelle centrali si segnala il Ghiacciaio dei Forni la cui fronte è arretrata di oltre 48 metri.
«Le Alpi, e più in generale gli habitat di montagna – dichiara Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente – subiscono molto prima e maggiormente rispetto ad altri luoghi, gli effetti della crisi climatica, diventando un ambiente sempre più esposto alle sue conseguenze e più fragile. Per questo è fondamentale che si definiscano al più presto adeguate strategie e piani di adattamento al clima su scala regionale e locale, perché non si può perdere più altro tempo. Nel nostro Paese, particolarmente vulnerabile ai fenomeni di instabilità naturale, l’accelerazione del cambiamento climatico rende necessarie ulteriori misure di protezione e adattamento».
«La riduzione dei ghiacciai – aggiunge Vanda Bonardo, responsabile Alpi Legambiente – insieme alla degradazione del permafrost e all’aumento della frequenza delle frane descrivono una crisi già in atto. Si tratta di fenomeni studiati e conosciuti per i quali oggi siamo in possesso di una solida base di dati. Al contempo non mancano le proposte di policy di adattamento di cui siamo promotori su diversi tavoli nazionali. La Strategia Nazionale delle Aree Interne, ad esempio, anche attraverso i fondi europei in arrivo, potrebbe costituire un’occasione imperdibile per costruire soluzioni comuni a problemi ricorrenti, favorendo al contempo paradigmi condivisi».

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Incidenti montagna: caduti su Monte Rosa, uno è rianimazione

E’ ricoverato in prognosi riservata nel reparto di rianimazione dell’ospedale Umberto Parini di Aosta uno degli alpinisti, di 26 anni, residente nella provincia di Verona, precipitato oggi assieme ad altri due compagni di cordata da una cresta del versante occidentale del Lyskamm occidentale, a 4.400 metri di altitudine, nel massiccio del Monte Rosa. L’altro ferito, di 25 anni, veronese, è in cura ad Aosta, nel reparto di Medicina d’urgenza con 40 giorni di prognosi. Il terzo alpinista è stato trasportato dai soccorritori svizzeri a Zermatt. (ANSA).

Fase 3: Uncem, gravissimo ritardo su Piano banda ultralarga

“Siamo molto preoccupati, sono preoccupati i Sindaci, le imprese, le Associazioni del territorio. Ci lascia molto perplessi la nuova mappa grafica del Paese, le Regioni arancioni e gialle, e poi Comune per Comune dove il blu del ‘collaudo’ è una rarità”: lo evidenzia il presidente dell’Unione delle comunità montane (Uncem) Marco Bussone a proposito del Piano per la banda ultralarga, soprattutto nelle aree interne e montane dell’Italia, citando la piattaforma grafica degli interventi Regione per Regione e Comune per Comune (https://bandaultralarga.italia.it/).

“Non solo siamo preoccupati e un po’ arrabbiati per i rallentamenti di progettazioni, cantieri, fine lavori e collaudi, ma per altri due motivi: il primo – spiega Bussone – è che vengono tagliate in due le valli alpine e appenniniche, vengono cioè aperti contemporaneamente cantieri per la banda ultralarga in Comuni di bassa e media valle. Si torna dopo mesi a intervenire nei Comuni dell’Alta Valle. Assurdità totale. Diciamo dal primo giorno del Piano Bul che le valli vanno completate insieme, intere. Se un’impresa che ottiene da Open Fiber il subappalto porta materiali e mezzi in una valle, la completa. Da fondovalle fino in cima”. Secondo punto “è che siamo fortemente sorpresi dal forte ritardo anche nei progetti dell’FWA, cioè le linee senza fili che secondo il Piano Bul devono completare gli interventi in fibra ottica. Non è accettabile perché è proprio grazie all’FWA che si salva la connettività nelle aree montane. Già oggi è stato così. Le reti senza fili di operatori privati, ci hanno salvato. Nel Piano ‘Progettiamo il Rilancio’ si fa riferimento alla rete unica, all’impegno sulle aree bianche. Occorre concretezza. E soprattutto tempi certi. Non si provino a scaricare le responsabilità sui Sindaci, sui Comuni che non rilasciano le autorizzazioni. Ci sono altri soggetti pubblici nazionali che hanno rallentato e stanno ancora rallentando il Piano”.(ANSA).

Asta per curare i monti feriti

da Avvenire

Dopo l’alluvione del territorio montano della provincia di Belluno nell’ottobre 2018, la voglia di ripartire e di coinvolgere sempre più persone passa ancora una volta dalla solidarietà. Come dimostra la grande partecipazione al “RestartDolomiti”, progetto di raccolta fondi dedicato proprio alla ricostruzione del Bellunese messo in campo da “Noi DoloMitici”, gruppo di amici che nel 2008 hanno deciso di condividere su Facebook il legame e l’attaccamento alla propria terra e che oggi conta oltre 80mila adesioni. All’appello, nato dal desiderio di contribuire a curare la montagna ferita, stanno rispondendo artisti e personaggi del mondo sportivo. Le opere e gli oggetti personali donati saranno esposti dal 19 al 26 gennaio alla mostra che verrà allestita a Villa Patt di Sedico, sede di rappresentanza dell’amministrazione provinciale di Belluno. E proprio qui sarà possibile aggiudicarsi all’asta opere e oggetti donati (https://dolomitici.landen.co/restartdolomiti), tra gli altri, da Manrico Dell’Agnola, alpinista-fotografo, Fabio Vettori, disegnatore, Silvia De Bastiani, pittrice, dal campione di hockey Diego Riva e dallo sciatore Kristian Ghedina. Il ricavato sarà poi devoluto al fondo della Provincia di Belluno “Welfare e identità territoriale. Solidarietà per l’emergenza nel Bellunese”.

La montagna si spopola, con due eccezioni

La montagna si spopola. Non è una novità. Ma i dati rendono evidente la dinamica in tutta la sua crudezza.

Dal 1951 a oggi, se la popolazione italiana negli ultimi 60 anni è cresciuta di circa 12 milioni di persone infatti, la montagna ne ha perse circa 900mila.

A mettere in luce questo fenomeno è il rapporto “La montagna perduta. Come la pianura ha condizionato lo sviluppo italiano” realizzato da Cer (Centro Europa Ricerche) e tsm-Trentino School of Management, che verrà presentato martedì 9 febbraio alle 15.30 presso il Senato della Repubblica, Palazzo Giustiniani (Sala Zuccari). Ad introdurre i lavori il presidente del Senato Pietro Grasso.

Secondo il rapporto tutta la crescita, in pratica, si è concentrata in pianura (8,8 milioni di residenti) e collina (circa 4 milioni).

Lo spopolamento della montagna ha però un’eccezione in due regioni: in Trentino-Alto Adige e in Valle d’Aosta, dove lo spopolamento non c’è stato e la popolazione ha registrato una forte crescita negli ultimi 60 anni.

Il rapporto raccoglie le statistiche dal 1951 agli anni più recenti sull’andamento della popolazione, dell’economia e delle infrastrutture, nelle varie regioni italiane, con uno speciale riferimento alla montagna. La ricerca, dedicata alla cosiddetta “questione montana”, è stata realizzata da un gruppo di lavoro composto da Gianfranco Cerea, Stefano Fantacone, Petya Garalova, Mauro Marcantoni e Antonio Preiti.

avvenire